«Ribellarsi è giusto», l’appello ai giovani di un partigiano 95enne Nel centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia Massimo Ottolenghi invoca un «nuovo Risorgimento» da: il messagero.it

 

 

 

Massimo Ottolenghi  (foto Paolo Pegorari)

 

«Noi non ce l’abbiamo fatta, abbiamo fallito, ora tocca a voi». Un’ammissione di colpa grave e un appello vigoroso ai giovani quelli contenuti nel libro di Massimo Ottolenghi, classe 1915, torinese, di famiglia ebrea, un simbolo della resistenza civile, in libreria da alcuni giorni. Ribellarsi è giusto (Chiarelettere, 144 pagine, 12 euro) è il «monito di un novantacinquenne alla nuove generazioni», un urlo contro «l’indifferenza di una società ipnotizzata da un’informazione monopolizzata, salvo rare eccezioni». Ne pubblichiamo un estratto.

Appello
Nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, a sessantacinque anni dalla proclamazione della Repubblica, io, nato nel 1915 a Torino, di famiglia ebrea, sopravvissuto a due guerre mondiali e alle persecuzioni naziste e fasciste, invito voi che siete più giovani a ribellarvi.

Fatelo adesso, subito, prima che sia troppo tardi, con un urlo alto, fragoroso. Un urlo che faccia sobbalzare chi è al potere, che ridesti la società civile e la classe dirigente, complice del degrado, che sovrasti gli sproloqui e le risse parlamentari di ogni giorno. Un urlo che scrolli i pavidi, che scuota gli indifferenti, che sorprenda gli ignavi, i dormienti, gli abbioccati di consumismo. Un urlo forte, vibrante, che infranga le pareti di silenzi imposti e menzogne, che spezzi il sogno e l’indifferenza di una società ipnotizzata da un’in formazione monopolizzata, salvo rare eccezioni.

Un urlo che faccia tremare i servi sciocchi, gli ipocriti, i disonesti, i saltafossi, i profittatori voltagabbana annidati nei luoghi di comando, che giunga a tutti i giovani, gli «angeli dei tetti», che restituisca loro speranza per il futuro. Un urlo che ripeta le parole di chi non ha più voce, dei nostri caduti per la libertà, di chi credeva nella democrazia.

Un urlo corale che ridesti donne, uomini, ricchi e poveri, per essere cittadini anziché sudditi, soggetti anziché oggetti del potere. Un urlo che si rafforzi nell’eco ripetuta degli antichi valori, che giunga dove già una volta è rinata l’Italia.

Un urlo di riscatto, liberatorio come quello che esplose alle ore 24 della notte del 24 aprile 1945, in tutta l’Italia del Nord, al tanto atteso messaggio in codice gracchiato dalle radio clandestine: «Aldo dice 26×1». L’ordine di insurrezione generale. Allora toccava a noi.

Vorrei disporre di una voce autorevole per unirmi a voi in quell’urlo, per rafforzarlo, perché possa giungere lontano, perché la democrazia non si esaurisca. Vorrei saper trovare la parola da dirvi per colpire la parte più profonda di ciascuno e riscattare la dignità delle istituzioni.

Vorrei soprattutto raggiungere quelli fra voi che, ansiosi per il loro futuro, mi hanno chiesto e mi chiedono che cosa possiamo fare, come, quando?

Vorrei saper scrollare quelli che straniti, indifferenti, al più curiosi, guardano i loro coetanei arabi insorgere valorosamente, pronti a morire sulle coste dell’Africa per l’uguaglianza, la libertà e la democrazia, per quegli ideali ormai da noi mal sopportati, ma per i quali si è battuta la mia generazione.

Vorrei dire che di tanta inerzia e inettitudine siamo noi i colpevoli, per non aver saputo, nella grande rovina, portare a compimento la rinascita; per esserci preoccupati più di ricostruire le cose anziché le persone; per non aver saputo scindere fino in fondo il bene dal male; per non aver saputo epurare, selezionare; per aver incrementato più i bisogni che non i mezzi per soddisfarli; per non aver saputo preparare la generazione dei vostri padri. Di tanta colpa vorrei chiedere perdono.

So che, quando parliamo con voi giovani e parliamo di futuro, non teniamo abbastanza conto della vita che vivete oggi. Ed è come se cercassimo di rispondere a domande che non vi interessano, e voi ci guardate con diffidenza, ma so, per quel che ho vissuto, di essere più vicino a voi di quanto non lo siano i vostri padri, so di preoccuparmi di quel vostro futuro forse perché è l’unico che noi vecchi possiamo pensare e in cui possiamo credere ancora in una visione di continuità.

Vorremmo tutelarvi dal ritorno di poteri che noi abbiamo conosciuto e subìto, e che ora vengono fatti passare come inevitabili in nome di un necessario decisionismo. Allora non è sufficiente che le regole restino scritte nella nostra Costituzione per contenere l’abuso, occorre pretenderne il rispetto, occorre applicarle. (…)

Voi giovani dovete essere i primi a reagire, nessun altro lo fa, ha la forza e l’urgenza di farlo. A cominciare dai vostri padri. Il vostro futuro dipende da voi, perciò potete e dovete pretenderlo nuovo, pulito, libero, senza compromessi, senza scorie, depurato dagli errori di chi vi ha preceduto. Provate a pensare il futuro a vostra immagine, non secondo quella dei vostri padri che sono schiacciati sul presente e incapaci di andare oltre questo fango. (…)

Noi allora a credere, sperare e combattere eravamo veramente pochi. Molte erano le speranze e gli ideali. Ma solo alla fine in tanti ci seguirono. Voi disponete di mezzi di comunicazione e di richiamo che ai tempi della vita clandestina mai avremmo sognato di poter utilizzare. Non occorrono mezzi finanziari, sono sufficienti volontà, coraggio e perseveranza, uniti all’immaginazione, per iniziative di richiamo, di pulizia, di risveglio. Così conquisterete l’attenzione dei vostri padri e imporrete una vostra agenda. Le scuole, palestre della vostra mente, sono la vostra casa. Salvatele, curatele, preservatele dall’incuria e dall’ingiuria. Unitevi ai vostri professori, che vi preparano alla vita, abbiate fiducia in loro e date loro affetto e riconoscimento.

Rivendicate la vostra carriera, che deve essere riservata solo al merito, non alle grazie delle escort, ai favori mercenari di ruffiani e servi corrotti. È il vostro momento. Il momento dei valori più alti da contrapporre agli interessi meschini e di parte. L’Italia è ancora piena di bella gente che vi attende. Non tutti sono rassegnati. Molti vi seguiranno. La vera rivoluzione sta nel salvare le istituzioni nate dalla Resistenza, nell’appropriarsene e sentirle veramente vostre, non lasciandole a una casta che non vi rappresenta.

Occorre un nuovo Risorgimento e rifarsi ai valori che hanno animato quelle generazioni, pronte al sacrificio della vita per la libertà e l’indipendenza. Occorre completare quello che nella rinascita della Liberazione purtroppo è rimasto incompiuto. E non si tratta di mere preoccupazioni giuridiche o tecniche. È in gioco la qualità umana del vostro futuro. (…)

25 settembre 1896 nasce a Stella Sandro Pertini

COMUNICATO DELLA SEGRETERIA NAZIONALE DELL’ANPI SULLA MANIFESTAZIONE DEL 12 OTTOBRE A ROMA:


Non possiamo aderire a iniziative che, pur legittime, prospettano piattaforme politicoprogrammatiche.
Resta fermo il nostro impegno per salvaguardare la Costituzione. Urge un forte
rilancio delle linee del 2 giugno a Bologna
La Segreteria Nazionale dell’ANPI, in relazione alla manifestazione indetta a Roma per il 12
ottobre, pur condividendo in linea di principio, gli obiettivi di fondo del documento “La via
maestra” e in particolare l’obiettivo della difesa – senza conservatorismi, ma con assoluta
intransigenza – della Costituzione contro ogni attacco, da qualunque parte provenga, ribadisce la
necessità di continuare – prima di ogni altra cosa – a perseguire l’obiettivo che ci si era prefissi a
Bologna, il 2 giugno, di fronte al pericolo reale e concreto di una riforma Costituzionale
inaccettabile nelle modalità e nei contenuti;
considerato che in questa fase, mentre già sta procedendo speditamente il cammino del disegno di
legge costituzionale che modifica l’art. 138, in una sorta di diffusa disattenzione, il problema
principale non è quello di ampliare gli obiettivi (nelle dichiarazioni di alcuni promotori si delinea
addirittura un vero e proprio programma politico) e rivolgersi solo alla piazza, ma è quello di
combattere una battaglia specifica, che riesca a coinvolgere tutti i cittadini e non solo una parte di
essi e che non si presti ad equivoci e strumentalizzazioni; a questo fine, ciò che occorre, al di là
della propaganda, è la formulazione di un serio e concordato programma di iniziative concrete e
coordinate, sempre sul tema specifico del 2 giugno, che invece – nei documenti più recenti – è
praticamente finito nell’ombra;
ritenuto che non è possibile chiedere l’adesione dell’ANPI, su materie di tanto rilievo, senza
coinvolgerla in alcun modo nella fase della preparazione e delle scelte delle modalità;
che peraltro l’ANPI resta ferma sulla linea chiaramente espressa nel comunicato 18 maggio 2013,
manifestata e largamente condivisa nella manifestazione del 2 giugno, a Bologna; e in particolare
ribadisce l’invito a tutti i propri organismi e a tutte le associazioni interessate a mobilitarsi per
informare, chiarire, discutere, con tutti i cittadini sulle tematiche dei progetti di riforma su cui si
stanno impegnando Governo e Parlamento;
propone che l’Associazione “Salviamo la Costituzione”, che tanti meriti si è acquisita in questi anni
(e soprattutto in occasione del referendum del 2006) nella difesa – senza conservatorismi – della
Costituzione e dei suoi valori, si faccia promotrice al più presto di un incontro quanto meno delle
maggiori associazioni partecipanti alla manifestazione del 2 giugno a Bologna, per concordare le
modalità per un prosieguo forte della battaglia contro le progettate riforme costituzionali, lanciando
anche iniziative di informazione pubblica sia sugli aspetti critici della riforma in discussione
proposta in Parlamento dal Governo, sia sulle questioni sulle quali alcune riforme coerenti con la
struttura complessiva della Costituzione sarebbero facilmente realizzabili e addirittura auspicabili.
Gli iscritti dell’ANPI sono liberi di partecipare alla manifestazione del 12 ottobre, a titolo personale.
Sono invitati, peraltro, a promuovere ed a partecipare attivamente a tutte le iniziative che verranno
organizzate dall’ANPI nazionale e dagli organismi periferici in questa materia, nella certezza che
l’impegno sarà lungo e complesso e dunque occorrerà dispiegare tutte le energie disponibili.
./.
2.
Resta ferma la disponibilità dell’ANPI a partecipare anche ad iniziative di più ampio respiro, se
concordate preventivamente nelle modalità e negli obiettivi e non suscettibili di entrare in un campo
squisitamente politico, che sarebbe estraneo alle finalità ed alla natura dell’ANPI.
Infine, l’ANPI ringrazia il Prof. Rodotà, il Prof. Zagrebelsky, la Prof.ssa Carlassare e Sandra
Bonsanti per aver dato risposta ad alcuni dei quesiti posti con la lettera del 19 settembre,
assicurando che l’Associazione non dubita minimamente delle intenzioni e della lealtà dei
promotori stessi, con i quali si augura di poter collaborare ancora, com’è accaduto spesso nel
passato, in quello spirito imprescindibile di comprensione reciproca, di collaborazione e di rispetto
e stima che ha contrassegnato e deve contrassegnare i rapporti associativi e quelli personali.
Restano peraltro le perplessità relative alla oggettiva natura ed agli effetti collaterali della
manifestazione, al di là della stessa volontà di alcuni dei promotori (un esempio significativo: sui
giornali di oggi c’è chi afferma che non sarà una manifestazione “contro” ma una manifestazione
“per”; e il “per” consisterebbe in “un piano di investimenti straordinari, pubblici e privati, per
difendere il lavoro e riqualificare l’industria e per chiedere più servizi sociali”. In altre dichiarazioni
si precisa che “occorre ricostruire uno spazio politico vuoto, perché è in gioco la democrazia”.
Secondo altri organi di stampa, le parole d’ordine della manifestazione, virgolettate, sarebbero,
“una grande coalizione sociale per uscire dalla frammentazione e trasformare l’Italia”.
Tutto è legittimo, ma ogni cosa a suo tempo e luogo. Oggi, secondo l’ANPI, l’obiettivo
fondamentale resta quello di vincere la battaglia, in tutte le fasi, compreso, ove occorra, il
referendum, contro un progetto di riforma che per metodo e contenuti è da respingere, nell’interesse
del Paese ed in nome dei principi e valori espressi dalla Costituzione Repubblicana e tuttora
validissimi.
Roma, 25 settembre 2013
LA SEGRETERIA NAZIONALE DELL’ANPI

Via Maestra. Una ruota per rifondare la politica | Fonte: Il Manifesto | Autore: Pierfranco Pellizzetti

 

Al dà delle turbolenze stagionali, indizi consistenti inducono a pensare che la normalizzazione procede rapidamente, sotto la guida sagace di Enrico Letta; abile anche nel risiko tattico: se Berlusconi minaccia di far cadere il governo (attribuendone colpa al Pd) l’altro replica con la controminaccia del ritorno dell’Imu (con relativa responsabilità del Pdl); quando Renzi accusa di immobilismo la compagine governativa si sente rispondere con il minimalismo di chi ripara guasti concreti (la gag del cacciavite) a fronte di un critico che sciorina generiche promesse trionfalistiche. Nel gioco degli illusionismi contrapposti vince chi riesce a dare loro una parvenza di realtà.

Sicché i competitori che esternano a getto continuo vengono macinati dalla mola silenziosa del giovane neodemocristiano, che tende a espellere dai criteri stessi della politica le ripartizioni tra un lato destro e uno sinistro; per riscoprire ataviche vocazioni alla centralità, da cui governare le negoziazioni e su cui far convergere consensi divergenti: logica con cui la Dc esercitò per quasi mezzo secolo la sua rendita posizionale di all catch party. E con questi sono serviti gli apprendisti stregoni alla Grillo. Simmetricamente, l’operazione anestetica in corso anacronizza i protagonismi delle star da talk show: la crisi sociale ed economica o la si affronta (improbabile con questo ceto politico) o la si annega in una miscela comunicativa da lotofagi; il «dico-disdico» dei Berlusconi e dei Renzi presto si tradurrà in rigetto. Intanto il tempo lavora per “l’operazione Oblio” del premier, per cui la spossatezza generale scivolerà nel deliquio: lo stato psicologico ideale per una corporazione del potere intenzionata a restare ben in sella sul groppone del Paese.

Disegno irresistibile, se non si assisterà all’entrata di nuove soggettività che lo contrastino in breccia. Il 12 ottobre, ossia la grande mobilitazione per la difesa dei principi della nostra Costituzione dalle sovversioni con cui si pretenderebbe di avviare la Terza Repubblica postdemocratica, può essere il momento fondativo di tale soggetto, di cui da tempo voci nel deserto ne vorrebbero gridare il nome ineffabile? Insomma, la manifestazione per una nuova Repubblica democratica può essere l’inizio di un vero progetto rifondativo della politica?

Il quintetto che ci chiama a raccolta (Carlassare, Ciotti, Landini, Rodotà, Zagrebelsky) ha tutte le credenziali per testimoniare in chiave propulsiva valori alti, dal pluralismo deliberativo a una ritrovata socialità solidale, dall’idea di un modello di sviluppo come costruzione collettiva (politica industriale partecipata) a una rappresentanza emendata dalle perversioni della corporazione trasversale del potere. Impensabile che questi benemeriti personaggi diventino gli assemblatori di una qualsivoglia struttura tradizionale. Da ciò deriva l’urgenza di una discussione a sinistra sui criteri plausibili per dare forma organizzata all’azione pubblica; assicurarne la continuità e la fattività.

Quello che non si ha da fare sembra sufficientemente chiaro: il ritorno al modernariato del paradigma di partito stanziale novecentesco (associazione gerarchica e verticista che dà la linea e costruisce organigrammi), tanto meno prestare attenzione alle sirene che starnazzano (con successo pop e pratiche di segno opposto) di “potenza della Rete” in quanto delega salvifica all’internetcentrismo; il feticismo dell’Itc (information&comunication tecnology) come magia che orienta nella complessità. Resta fermo che le nuove tecnologie si rivelano preziose per la mobilitazione e il raccordo (effetto rendezvousing); ma la potenza della Rete sta altrove, nella qualità relazionale, ad oggi inutilizzata. Si pensi alle miriadi di energie che si segnalano sul territorio e che finiscono per isterilirsi nell’episodicità. Forse si può azzardare una risposta strutturale proprio partendo da queste straordinarie potenzialità, che richiedono l’approccio soft che oggi si afferma nei paradigmi della nuova centralità economica: la logistica. A conferma che la modellistica organizzativa degli ultimi due secoli ha il proprio laboratorio nel lavoro (le ferrovie e poi la fabbrica integrata fordista format dell’amministrazione pubblica e del partito di massa), come prima lo era l’esercito. E il nuovo modello si chiama hub and spoke, mozzo da cui si diparte una raggiera.

Secondo metafora, possono fungere da mozzo (garanti di coerenza) proprio i firmatari del documento per il 12 ottobre (Via Maestra), offrendo connessioni interpersonali a filiere che partano dal volontarismo su base territoriale.

Dunque, un’ipotesi di lavoro o – magari – una provocazione per il lavoro trascurato dal pensiero che insegue la balena bianca della trasformazione. Nell’accelerazione imposta dalla crisi che sta implodendo in degrado civile irreversibile, mentre i tranquilli e benevoli reazionari che ci governano operano abilmente per ritornare a un passato avvolto nel cellofan lucido/ingannevole del “non ci sono alternative”.

I bravi maestri della sinistra Fonte: Il Manifesto | Autore: Angelo Mastrandrea

 

I numeri? È presto per darli e comunque, sostiene don Luigi Ciotti, «conta quello che ognuno dei partecipanti farà dopo il 12 ottobre, come agirà da moltiplicatore dei contenuti della manifestazione». Le adesioni al corteo (da piazza della Repubblica a piazza del Popolo)? Tante, almeno un centinaio di organizzazioni anche se, a ieri, erano ufficialmente ancora 27: oltre alla Fiom, a Libertà e Giustizia, al Gruppo Abele e alla Fondazione Basso dei promotori Maurizio Landini, Sandra Bonsanti, don Ciotti e Stefano Rodotà, c’è di tutto, dai Comitati Dossetti per la Costituzione alla neonata Fondazione Teatro Valle Bene Comune. Da Sbilanciamoci all’Arci. Suscita qualche malumore il mancato sì dell’Anpi. «Ci sarebbero problemi se l’obiettivo fosse quello di creare un’altra sinistra, perché non rientrerebbe nei nostri compiti e nella nostra natura», ha fatto sapere qualche giorno fa il presidente dell’Associazione nazionale partigiani Carlo Smuraglia, subordinando una risposta positiva ai «chiarimenti» richiesti.
Dal tavolo della conferenza stampa convocata nella sede romana dell’Arci, dietro la stazione Tiburtina, lo rassicura Sandra Bonsanti: «Non vogliamo fare un altro partito politico». L’obiettivo, piuttosto, è una «grande coalizione sociale per la democrazia e i diritti», che assuma la Costituzione come punto fermo da cui ripartire e ne dia una lettura non imbalsamata ma innovativa, la consideri una «compagna di strada» (don Ciotti) attraverso la quale «trasformare questo Paese» (Landini). La premessa è che la «regressione culturale» italiana è devastante – 9 milioni di persone in stato di relativa povertà, sei milioni di analfabeti, agli ultimi posti in Europa per dispersione scolastica, per non parlare della demolizione dell’università e della ricerca, frutto dell’egemonia neoliberista del ventennio berlusconiano – e «ha investito tutti». Di converso, esiste «un’altra politica, un’altra cultura che in questi anni sono state ingabbiate», secondo Rodotà, che delinea la rotta da seguire per provare a invertire la tendenza: «Uscire dalla frammentazione, sociale e politica, e dare agli italiani quello che loro manca in questo momento, prospettiva e fiducia».
Più che una manifestazione «contro», dice Landini, sarà «per»: «Per un piano di investimenti straordinari, pubblici e privati, per difendere il lavoro e riqualificare l’industria, per chiedere più servizi sociali». E per costruire un’Europa vera, fermando la dittatura dell’economia «che mette tra parentesi i problemi del Paese» (Rodotà) e ha fatto inserire il pareggio di bilancio in Costituzione «senza discussione», un provvedimento di cui ora si pagano duramente le conseguenze.
Il «cattivo maestro» Rodotà non è spaventato dalle polemiche seguite alle sue dichiarazioni sui No Tav e le cosiddette «nuove Br», risponde alle domande e non si risparmia su nulla. Vittorio Antonini, ergastolano in semilibertà dell’associazione di detenuti del carcere di Rebibbia Papillon, gli chiede di pronunciarsi sull’amnistia sociale – c’è una campagna in proposito che ricalca una analoga lanciata in Francia dal Front de gauche, il manifesto ha ospitato numerosi articoli in proposito – e lui attacca: «Sosterrò in pieno il referendum radicale sull’abolizione dell’ergastolo e dico sì all’amnistia. Non mi faccio spaventare dall’argomento che ne potrebbe usufruire Silvio Berlusconi, sarebbe un po’ arduo inserire la frode fiscale tra i reati da amnistiare. Ma il punto vero è la riforma della giustizia: ci sono diverse proposte di riforma del sistema penale, tra cui una di Giuliano Pisapia, perché il ministro Severino non le ritira fuori?». Visto che si parla di Costituzione, Rodotà ne ha anche per i «saggi» nominati da Napolitano: «Il loro documento è di una straordinaria pochezza culturale, è modesto, compilativo. Lo stesso lavoro poteva essere svolto meglio, e con minori costi, dagli uffici studi della Camera e del Senato, oppure da un gruppo di bravi dottorandi di ricerca, assegnando loro qualche borsa di studio». Impensabile, nell’Italia di oggi, dove accade che «un ragazzo debba farsi dare i soldi dal padre per pagare il biglietto della metropolitana e poter andare a discutere della sua ricerca all’università». È la risposta che si è sentito dare il giurista, qualche giorno fa, da un suo allievo dallo sguardo triste.

Il moscone e la sinistra. Un’analisi sulla crisi della politica | Fonte: contropiano.org | Autore: Mauro Casadio

 

Il presente scritto è un tentativo di fornire un contributo per approfondire l’analisi di una condizione politica che sembra sfuggire alla comprensione della sinistra e dei comunisti; questi, senza molte distinzioni tra di loro, tendono a ripetere in modo meccanico concezioni e scelte politiche che, invece, hanno portato esattamente al punto in cui siamo. L’abitudine a volare basso, il tatticismo estremo e l’incapacità di alzare lo sguardo ha impedito di fare astrazione sul mondo e su se stessi e ci ha portato ad essere come quei mosconi che continuano a sbattere pervicacemente su una lastra di vetro che essi non possono vedere a causa dei loro limiti fisiologici.Questo contributo ovviamente non ha la presunzione di dare risposte certe o lezioni a qualcuno, ognuno deve essere cosciente dei propri limiti, ma si prende la responsabilità di entrare nel merito con più chiarezza possibile, anche rischiando di sbagliare, per tentare di riconnettere la teoria con la pratica ed uscire da quel vicolo cieco in cui si è incappati. La riflessione proposta intende essere una sollecitazione generale ma vuole anche aprire una discussione dentro la nuova realtà di Ross@ che, per quanto appena nata, si colloca dentro la giusta traiettoria nella ricomposizione politica e sociale necessaria in questo paese.

Dentro una ormai lunga fase di crisi, quel che si impone alla percezione e reazione di massa è la “crisi della politica”, sia “la politica in generale” (che riguarda i partiti), sia la rappresentanza, che riguarda l’assetto dello Stato. È stato insomma rimesso in discussione un ceto dirigente che non appartiene soltanto alla “seconda repubblica”, ma all’intera storia repubblicana. Non è certo un caso che negli attuali partiti, incluso quello “anomalo” di Berlusconi, proliferano gli stessi individui che hanno caratterizzato la prima repubblica, dai democristiani del PD (oltre agli eredi del PCI) ai socialisti, quasi tutti berlusconiani, fino alla new entry Renzi, anche lui di solide radici scudocrociate. La crisi è una crisi profonda che non si fonda tanto su quella dei partiti, ma principalmente su motivazioni strutturali che vanno indagate anche nella loro dimensione storica. Siamo dentro un passaggio di queste dimensioni, e la sua rimozione non aiuta a capire come affrontare un simile frangente.

Va però evidenziata una questione; parlare della crisi della politica significa parlare del nostro paese e di quelli europei, che sono in particolare difficoltà nella crisi generale; ma si parla anche della ancora indefinita “prospettiva politica unitaria” rispetto al progetto di costruzione dell’Unione Europea per le classi dominanti, che puntano ad una nuova entità statuale. Lo spessore della questione, dunque, va oltre la nostra dimensione “provinciale” di nazione subalterna e va inquadrata dentro un processo che, di nuovo, ha un carattere storico oltre che dimensioni continentali.

Non è un caso che a questa crisi corrisponda quella ancora più profonda della “sinistra” in tutte le sue varianti. Non siamo più di fronte soltanto alla fine dei nostrani partiti comunisti, ormai ampiamente verificata, ma anche di quanti volevano fuggire da tali esperienze pensando che “innovazione” e moderazione fossero la soluzione. In realtà la macina della competizione globale capitalistica rende possibili solo le espressioni politiche strettamente compatibili; dunque la subordinazione al PD, che assume forme diversificate e talvolta anche in apparente antagonismo, è per certa “sinistra” l’unico spazio che può essere coperto allo scopo di continuare ad avere un qualche ruolo. Di fronte questa deriva verso l’evaporazione, purtroppo, diventa molto difficile, in alternativa, costruire le esperienze di una sinistra di classe che apra una prospettiva politicamente indipendente.

Bisogna dire che, per arrivare a questo punto, c’è stata una responsabilità soggettiva delle diverse forze politiche che si sono succedute nei venti anni trascorsi fino alla nascita di SEL. Al di là dell’immagine “radicale” che si è voluto dare, in realtà è stata introiettata la sconfitta, l’accettazione della subordinazione culturale come condizione data e invalicabile, ma soprattutto c’è stata una mancata storicizzazione dei processi che hanno portato alla crisi del movimento comunista e di classe, e quindi alla successiva fase di ripresa di egemonia del capitale.

Forse è utile fare un esempio concreto di come questa assenza di storicizzazione impedisca di cogliere persino le indicazioni politiche da praticare concretamente. Mi riferisco al dibattito sull’euro e sulle prospettive della moneta unica. Nella sinistra più radicale si è usi scommettere sulla fine e sulla rottura dell’euro ed anche dell’Unione Europea; a queste conclusioni si arriva, generalmente, sulla base di una serie di analisi economiche, spesso anche corrette, che dimostrano come le contraddizioni di questo progetto sono tali da portare inevitabilmente a un esito fallimentare. Tutto ciò nonostante che nel mondo reale la moneta unica esista ormai da circa quindici anni, che allarghi la sua influenza e che l’Unione Europea raccolga nuove adesioni nei paesi dell’ex campo socialista; e a conferma di tutto ciò arrivano oggi i risultati elettorali della Germania dove le forze “europeiste” sono la maggioranza assoluta.

Qual è il difetto di questi ragionamenti? È che il tutto viene affidato alle contraddizioni economiche senza accorgersi che così si accettano di fatto i parametri di ragionamento dell’avversario; ovvero, mantenendo i riferimenti dell’analisi tutti dentro l’economia capitalistica, si incappa in quel “meccanicismo economicista” che presuppone le contraddizioni materiali come motore principale dei cambiamenti, rimuovendo la loro reale funzione che è invece quella di essere solo “condizione” per le trasformazioni.

Questo modo di ragionare dimentica i soggetti concreti di questi processi, che sono storicamente l’umanità stessa, l’evoluzione dei suoi modelli sociali e forze produttive, le classi nei loro interessi reali; in sintesi, affidandosi alla contraddittorietà delle dinamiche del capitale, si rimuove la centralità della soggettività delle classi e delle condizioni storiche in cui queste agiscono. Certamente questo rinnovato vigore del meccanicismo ha le sue radici nella sconfitta subita, nell’assenza di fiducia per le soggettività politiche fino a sperare, in fondo, che siano gli “intoppi” interni a superare i limiti del movimento di classe. Nello specifico dell’Unione Europea, se si dà peso strategico alla sola dimensione economica, si rimuove o si sottovaluta il ruolo politico della borghesia continentale in via di formazione, quello delle alleanze sociali che questa va costruendo dentro la crisi, e non si capisce che la rottura dell’euro e della Unione Europea è possibile solo se scendono in campo forze sociali e politiche antagoniste che si scontrano con questa prospettiva.

E’ sull’insieme dei processi che bisogna concentrarsi per capire come la “crisi della politica” possa essere affrontata anche dal nostro punto di vista; utilizzando naturalmente tutte quelle chiavi di lettura marxiste che ci parlano di “sovrapproduzione generale”, “imperialismo”, di “uso capitalistico della scienza”, “modifica della composizione di classe”, ecc, ma che sappia inquadrare anche le dinamiche storiche e politiche più strutturali che ci hanno portato a questo punto. Messi in evidenza questi elementi e quest’obiettivo bisogna cominciare a dipanare una matassa complicata, senza la garanzia di poter arrivare a soluzioni certe, ma con la quale dobbiamo comunque fare i conti. Inquadrare le tendenze della situazione politica in Italia e a livello europeo ci obbliga ad alzare il livello qualitativo di analisi e ragionamenti rispetto ai quali dobbiamo, in via preliminare, individuare il bandolo della matassa. Può tornarci allora utile, in questo senso, riprendere alcuni concetti elaborati da Gramsci che possono avere attinenza con la nostra attuale situazione.

Perché riprendere Gramsci? Per quanto mi riguarda, devo dire che non mi sento particolarmente gramsciano, anche per miei limiti, né mi sembra che tutto il suo pensiero possa essere oggi considerato un riferimento generale; anche perché l’uso strumentale, e deformante che ne fece il PCI mi ha in qualche modo “vaccinato”, spingendo comunque ad una lettura critica. Va detto però che alcune questioni poste all’epoca sembrano ritrovare una validità nella lettura delle dinamiche attuali. La questione del Blocco Storico e dell’Egemonia sono indubbiamente alcune chiavi che ci permettono di aprire le porte alla comprensione per un’analisi dei processi nazionali ed internazionali con i quali noi siamo chiamati a fare i conti.

L’altro motivo è che abbiamo una cosa in comune con Gramsci: siamo – il movimento di classe all’epoca e anche noi – il prodotto di una sconfitta di portata storica. Questo oggi forse è ancora poco chiaro, visto che nella nostra testa abbiamo ancora la vittoria nella seconda guerra mondiale e i successivi momenti rivoluzionari. Ma se facciamo mente locale agli anni ’30, la percezione era netta, legata com’era alla sconfitta e alle divisioni delle classi lavoratrici dell’Europa occidentale, che si erano fatte trascinare in una guerra fratricida immensa come la prima guerra mondiale. Non solo. Alla guerra erano succedute non le attese rivoluzioni, ma i fascismi. La stessa URSS era vista come più un elemento “resistenziale” che non di “offensiva”. Quella lettura del mondo dalla scomoda condizione di sconfitti è però una possibilità per i nostri tempi di confrontare processi e tendenze immanenti nel Modo di Produzione Capitalistico e individuare indicazioni ancora utili; Gramsci, dunque, può essere ancora un riferimento importante per la condizione che stiamo vivendo.

Cercare di connettere il piano teorico con quello politico ha come primo ostacolo il pluridecennale digiuno dei militanti della sinistra sul piano della formazione. Chi è più esperto potrà certamente capire il significato effettivo di alcuni termini, ma prima di sviluppare il ragionamento mi sembra opportuno inquadrare alcuni concetti.

Il primo di questi è quello di “Blocco Storico”. Negli anni passati è sempre stato usato quello di “Blocco Sociale” in riferimento al conflitto di classe ed alle ipotesi di rappresentanza politica. Era un uso corretto, ma il termine “Storico” sposta in avanti tutto il ragionamento verso la questione degli assetti sociali complessivi e verso le ipotesi di un loro cambiamento rivoluzionario. Il Blocco Storico presuppone, in ogni tipo di assetto sociale, una propria unità, ma anche una dialettica interna tra le sue diverse componenti; e riguarda sostanzialmente la costruzione dell’organicità, o della non contraddittorietà, tra la Struttura (ovvero la parte economico-produttiva) e le Superstrutture (o “sovrastrutture”, come l’ideologia, l’etica, la religione, la cultura, ecc) all’interno di una Nazione o di uno Stato.

L’altra “chiave” importante è quella dell’Egemonia. Con questo termine c’è più “confidenza”, ma va compreso in tutte le sue sfaccettature e dinamiche. Intanto, l’egemonia è prodotta dalle classi storicamente “progressive”, ovvero da quelle che aprono una prospettiva generale, altrimenti siamo di fronte al prevalere del semplice carattere di dominio. L’egemonia è un sistema di alleanze tra classi. Le borghesie hanno prodotto e mantengono ancora le proprie alleanze, così come nelle rivoluzioni del ‘900 il proletariato ha avuto come alleati i contadini. Oggi questa questione si ripropone per il movimento di classe, ma in forme tutte da comprendere; in particolare nei paesi a capitalismo avanzato e in Europa.

E’ utile per noi nella comprensione più profonda della nostra situazione fare riferimento alla funzione che ha la Politica. Nella concezione del Blocco Storico la “politica” riveste un ruolo particolare, quello di snodo tra struttura e sovrastruttura; è quindi quella pratica che sa cogliere e gestire l’equilibrio tra questi elementi. Naturalmente – in una fase di organicità e di non contraddittorietà – la politica è in sintonia con l’insieme della società e svolge una funzione dentro l’egemonia della classe dominante. Quando la fase è di crisi, e dunque c’è squilibrio tra struttura e sovrastruttura, e quindi si manifesta anche crisi di egemonia, la politica diviene campo di lotta in cui “l’ossessione politico-economica” entra in conflitto con la sovrastruttura.

PER UN’ ANALISI SULL’EVOLUZIONE DEL BLOCCO STORICO IN ITALIA

Il punto di partenza non può che essere l’analisi degli sviluppi e delle prospettive del “blocco storico” del nostro paese, anche se ovviamente non possiamo che procedere per descrizioni sintetiche. Ragionare sul Blocco Storico del nostro paese significa tracciare per sommi capi la storia dal secondo dopoguerra cercando di utilizzare le categorie che sono state indicate.

Entrando nel merito, non è difficile vedere una lunga fase di organicità tra struttura e sovrastruttura tra gli anni ’50 e ’60 . La “struttura” era data dalla grande industria, privata e pubblica (il sistema dell’ ”economia mista”, si diceva), che – adottando la produzione di serie fordista e utilizzando gli spazi di mercato post bellici nazionali e internazionali – aveva avviato una fase di crescita che ha portato settori sempre più ampi di popolazione verso una modifica della propria condizione economica, esemplificata dal “boom” degli anni ‘60. Questa è stata la base dell’egemonia che attraversava tutto l’assetto sociale e culturale del paese, in cui “la politica” di quegli anni ha appunto svolto un ruolo di “cerniera”. La DC è stata il centro politico di questa operazione. Da questa si irradiava un sistema di alleanze con i ceti di piccola borghesia rurale e cittadina, nonché un rapporto organico con la Chiesa Cattolica, la quale forniva anche supporto ideologico. Fu avviata inoltre una relazione clientelare sistematica verso i settori più popolari, in pratica una redistribuzione – in funzione del blocco di potere vigente – della ricchezza prodotta nella fase di crescita.

Questo assetto durato venti anni si scontra negli anni ’70 con la prima crisi di sovrapproduzione e con un conflitto di classe – internazionale e nazionale – che rimise tutto in discussione. La storia, da quegli anni in poi, ha visto il tentativo delle borghesie, a cominciare da quella statunitense, di contenere quella spinta rivoluzionaria e poi di concepire un contrattacco che ristabilisse gli equilibri.

Come sappiamo quel tentativo ha avuto successo e nel nostro paese ha riportato, negli anni ’80, ai vecchi equilibri ma in forme modificate. La struttura è cambiata passando, con grande gradualità, dalla produzione di serie a quella decentrata, con un maggiore spazio per l’economia dei “servizi”; e naturalmente accentuando il peso della dimensione finanziaria in sintonia con gli sviluppi internazionali. L’economia da “mista” è divenuta sempre più “privata”, e si sono messe le premesse obiettive per gli sviluppi economici successivi. Anche “la politica” ha ripreso quella funzione di snodo che si era “inceppata” negli anni ’70, stretta tra conflitto di classe e crisi di egemonia. Il “centro” politico non era più solo appannaggio della DC, ma gestito anche dal PSI. Il blocco sociale-elettorale veniva ricostruito anche grazie all’uso spregiudicato del debito pubblico, rimettendo al centro il collante del clientelismo. In realtà cambiò soprattutto la dimensione culturale del paese, che a quel punto si era “laicizzato”, rendendo impossibile il ritorno alla vecchia “parrocchia” democristiana. Si produssero in quegli anni una serie di effetti permanenti in molte sovrastrutture quali la scuola e l’università, perfino nella magistratura e in quella che viene definita “società civile”. Il conflitto degli anni ’70 ha perciò imposto un cambiamento reale al paese, rimasto però parziale a causa della stagnazione delle ipotesi rivoluzionarie (o di rottura radicale a livello mondiale), e dunque dell’assenza di una alternativa effettiva al capitalismo.

Il “pericolo del comunismo”, in tutte le sue varianti, viene superato negli anni ’90 per le note vicende intorno all’89; si riafferma e rafforza perciò l’egemonia della borghesia, che esce vincente da una lunga fase di “confronto strategico”. Ma il mondo globalizzato e la costruzione della UE, a cominciare dal trattato di Maastricht, impongono i duri parametri della “competizione globale” e questo rimette in discussione gli equilibri raggiunti in precedenza all’interno dl blocco di potere italiano. Questo viene attraversato adesso da altre contraddizioni, forse strategicamente meno “antagoniste” ma più forti e dirompenti nell’immediato, che nascono dalla riaffermata centralità dei caratteri del Modo di Produzione Capitalistico. E’ a questo punto di svolta internazionale che si rimanifesta la contraddizione tra “struttura” e “sovrastruttura”, e di conseguenza “la politica” comincia di nuovo a perdere quella funzione di snodo, come era già avvenuto – ma con un segno politico opposto – negli anni’70. Il sintomo della nuova situazione è stata la nascita del fenomeno Berlusconi; in altre parole i cambiamenti strutturali mettevano in crisi parte del vecchio blocco di potere e questa contraddizione si riversava sulla politica generando quel fenomeno “anomalo” che a venti anni di distanza sembra solo ora in declino.

In sintesi: se il blocco storico italiano e la sua egemonia, in diverse forme, avevano resistito per decenni al conflitto di classe, questa egemonia viene ora messa in crisi dai processi di riorganizzazione internazionale, che sposta il “campo di gioco” dalla dimensione nazionale a quella europea. La scommessa che i “poteri forti” stanno in questo momento facendo non è più quella del “mantenimento dei vecchi assetti”, ma la costruzione di una dimensione sovrannazionale che non può fondarsi solo sul piano economico, ma deve basarsi politicamente su un nuovo assetto di potere, sulla costruzione di un nuovo blocco storico nelle nuove dimensioni continentali. Questo processo rompe le vecchie alleanze politico-sociali in Italia, sussume una parte di settori sociali, non solo borghesi, verso la nuova alleanza e spinge gli altri verso l’arretramento sociale. E sappiamo che le proporzioni numeriche tra queste due parti, qui da noi, è indubbiamente a ”favore” di chi subirà l’arretramento.

Naturalmente questa è una partita ancora aperta, che dovrà tenere conto di tanti fattori, interni ed internazionali; non sarà di breve durata e un ridimensionamento del progetto europeo non può essere escluso a priori. E’ ovvio che una sua sconfitta incrementerà la crisi di egemonia, che comunque è rimessa in discussione dalla crisi generale e sistemica. Gli scenari sono diversi e per noi è importante saperli leggere, ma il dato politico che interessa direttamente le nostre prospettive è la crisi palese della politica (delle attuali classi dirigenti), che riflette quella sconnessione tra struttura e sovrastruttura operata dalle dinamiche stesse del capitale. Dunque la nostra lettura delle dinamiche politiche esteriori non può prescindere da questo dato di fondo, che probabilmente impedirà una ricomposizione piena dell’egemonia a noi avversa.

LA CRISI DELLA POLITICA OGGI
Che ci sia una crisi dei partiti e dunque della politica è evidente agli occhi di tutti, ma capire se questa crisi ha origine da soggettività partitiche inadeguate o da motivazioni strutturali per noi è indispensabile. Seguendo il percorso logico fatto sull’evoluzione del nostro Blocco Storico, credo che si possa dire che i cambiamenti strutturali in atto hanno indubbiamente avuto un effetto oggettivo sui vecchi blocchi sociali-elettorali. Il primo segno è stata la nascita del fenomeno berlusconiano, di fatto imprevedibile per una classe dirigente europeista (parliamo di Amato nei primi anni ’90) che basava tutto sui parametri economici di Maastricht. Sembra questo un richiamo diretto di quella “ossessione politico-economica” citata da Gramsci.

L’applicazione dei parametri di Maastricht e la scomposizione dei poteri ha prodotto un fenomeno politico-sociale persistente nel tempo. Non “fascista”, come hanno spacciato gli apprendisti stregoni della sinistra, ma in distonia con il progetto Europeo. E qui è inutile fare esempi. Oggi la situazione è ancora più compromessa con l’emersione del fenomeno “Movimento 5 Stelle” e con una estraneità politica sempre più accentuata da parte della popolazione. Lo specchio di questa situazione sono stati i risultati delle ultime elezioni che hanno mostrato la disgregazione dell’elettorato in tre grandi blocchi e la perdita di egemonia della grande borghesia italiana che, sostenendo Monti, ha preso un miserabile 10%. Errore mai fatto in precedenza, quando l’ombrello politico era offerto dalle alleanze sociali promosse dalla DC.

Sul piano dell’ideologia predominante, un effetto diretto è stato evidente: gli Italiani erano stati a lungo tra i popoli più “europeisti”, ma oggi la situazione si è ribaltata. Così come è evidente anche che le “autorappresentazioni” che i settori sociali producono sono del tutto sconnesse dalle dinamiche della realtà e in fondo denunciano un malessere motivato non razionalmente. Si tratta di una condizione del tutto diversa da quella esistente in precedenza, quando i “blocchi sociali” esprimevano idee, valori, politiche antagoniste, ma ben chiare nella testa sia dei dirigenti che dei “diretti”. Un degrado politico e culturale che porta alla cosiddetta ingovernabilità e a una condizione per il nostro paese sempre più subordinata ai centri di potere effettivo, a dimensione continentale.

Se volgiamo lo sguardo alle prospettive, le tendenze sopra descritte non subiscono un decremento. La costruzione della UE “deve” proseguire perché i suoi riferimenti sono legati alla competizione globale e hanno un carattere oggettivo. L’Italia, sebbene in condizione di debolezza, come dimostrano le vicende Telecom e Alitalia, non sta fuori dalla UE perché possiede settori industriali e finanziari competitivi e in rapporto organico con la dimensione continentale; a questi settori fanno riferimento anche le politiche filoeuropee e gli apparati dello Stato. Questi settori però sono però una percentuale ridotta, in termini di rappresentanza della popolazione, e questo significa che le prospettive di tenuta e ripresa riguarderanno solo una parte minoritaria del paese. Di converso la marginalità e l’arretramento sociale riguarderà indubbiamente la parte maggioritaria, che dovrà subire anche gli effetti di un eventuale aggravamento della crisi generale, che è sempre in agguato e niente affatto superata a livello mondiale. In altre parole, il movimento oggettivo delle dinamiche economiche va verso un incrudimento delle contraddizioni e verso una Europa a più velocità che, in tempi brevi, non fa per niente presupporre un superamento della crisi dei partiti e della politica.

ALCUNE CONCLUSIONI PARZIALI ….
I punti evidenziati certamente non possono essere visti come fini a se stessi, come elaborazione certamente “interessante” ma che poi non trova funzione sul piano dell’azione e dell’indicazione politica. L’azione politica non è solo una necessità, ma è anche l’unico terreno su cui fare l’effettiva verifica dei contenuti che si utilizzano nel fare le scelte. E’ esattamente in questa direzione che va la proposta della rottura della UE e dell’Euro ipotizzando una prospettiva non subordinata agli interessi delle borghesie dei paesi forti e al potenziale blocco storico continentale in formazione. Questa è una proposta che si basa su una analisi delle tendenze economiche, produttive e sociali che mostrano come il processo di “costruzione delle diseguaglianze” tra le diverse aree e paesi della UE proceda penalizzando anche gran parte del nostro paese e dei suoi settori sociali subalterni, con alcuni effetti da comprendere.

1 – La prima indicazione è che la “crisi della politica” ha un carattere strutturale, e non potrà essere risolta a prescindere dalla crisi più generale. Certamente ci sono le scadenze elettorali, i posizionamenti e la nascita di forze politiche nuove e inaspettate, ma nessuna di queste sarà in grado di superare lo stallo e il vuoto di rappresentanza strategica di importanti parti della nostra società. Siamo dunque obbligati a ragionare meglio sulle dinamiche politiche effettive, sui modi e sui tempi delle nostre scelte e interventi, sapendo che questa situazione dà spazio per mettere in campo ipotesi più solide e ragionate, senza inseguire inutilmente l’attualità. Ma la condizione ineludibile per poter riprogettare una prospettiva di classe seria e credibile è tener conto dello spessore storico dei problemi che abbiamo di fronte e rifuggire dalle illusioni che una sinistra subordinata e evanescente – nello sforzo di trovare motivazioni per la propria sopravvivenza – ripropone sistematicamente a beneficio del PD. Ricostruire una sinistra di classe, democratica e radicata nella società, non è possibile a partire dalla tattica, dalla contingenza politica, dai molteplici giochi che ormai hanno mostrato la propria inconsistenza.

2 – L’altro dato che si impone con forza è la centralità della questione europea, il vero terreno del conflitto e della costruzione dell’identità di classe, sia sul piano strettamente economico-sociale che su quello storico-politico. Naturalmente è un punto di vista che va ancora indagato e compreso, ma è a tutti evidente che la sola dimensione nazionale, foss’anche solo per le necessità di analisi, non è in grado di misurarsi con una ipotesi di indipendenza politica dal quadro istituzionale dato. L’importanza di questo processo ci viene confermata dal ruolo e dalla determinazione di Napolitano il quale sa perfettamente, a differenza degli altri miseri protagonisti della politica, che il passaggio europeo è il vero dato strategico con cui è chiamata a fare i conti l’Italia. A questa sua profonda convinzione non è estranea la formazione politica del personaggio che, venendo dal PCI, ha ben presente la dimensione storica da affrontare e dunque la necessità, per l’attuale assetto sociale, di costruire il “blocco continentale”.

3 – Ma c’è anche un altro dato che sta nella realtà e che non si può rimuovere. Nel porci il problema della “rappresentanza politica” non possiamo non definire con precisione chi vogliamo rappresentare; e non solo in termini sociologici. Ma se andiamo a fare l’analisi dei “potenziali rappresentati” scopriamo che questi, come verifichiamo quotidianamente nel lavoro di massa, non si percepiscono come entità unita, come gruppo sociale omogeneo, cioè come classe. Qui la nostra difficoltà, prima ancora che contraddizione, appare evidente: vogliamo rappresentare settori sociali che non si percepiscono soggettivamente come tali. L’analisi va evidentemente portata più a fondo, e forse può ritornare qui utile il ragionamento sulle alleanze con settori sociali forse meno classicamente di classe, ma più dinamici. Vanno insomma individuati anche una tattica e i tempi da adattare a questa condizione. Il vero “intoppo” politico con cui dobbiamo fare i conti è infatti riuscire a capire come rapportarsi alla NON soggettività dei settori di classe. La divaricazione che esiste tra la condizione reale e autopercezione è evidente; è come se avessero nella testa una lente che distorce la realtà, che impedisce loro non di “reagire”, ma perfino di realizzare qual è la loro reale condizione. Ovviamente non c’è da meravigliarsi, perché questo è esattamente l’effetto che produce l’egemonia borghese, che non ha trovato né contrasti né alternative nell’arco dei due decenni passati.

Certamente conta il fatto che la soggettività, in genere, non evolve automaticamente di pari passo all’andamento dei processi oggettivi; è sempre “in ritardo” nella realizzazione delle condizioni che si vengono determinando. Ciò è valido per le soggettività politiche e lo è ancora di più per quelle sociali. Pesa cioè l’ideologia imperante, costruita in modo organico su tanti contenuti, il più condizionante dei quali è la prevalente concezione individuale nelle relazioni sociali.

Non ultimi vengono i mezzi di comunicazione, che con la loro manipolazione dell’informazione raccontano un mondo che spesso non esiste. In questo humus crescono anche i moderni mezzi di comunicazione che si presentano in una forma apparentemente orizzontale, democratica. Tali mezzi permettono certamente una sensazione di libertà (tanta quanta è concessa dai motori di ricerca e dai proprietari dei vari social network, che certo non possono ignorare l’invadenza degli apparati statuali), ma solo da una posizione individuale; tanti solitari “se stessi” di fronte al resto del mondo. Quello che conta nelle reti non è quello che si dice volta per volta, per quanto giusto, ma il permanente stato di relazione individuale che alla fine conforma la percezione di se stessi come monade. È l’ideologia effettiva, la visione del mondo.

….E IPOTESI DI LAVORO

La crisi di sistema che si è avviata dal 2007 ha portato a precipitazione i processi economici, sociali, politici, istituzionali, sia nazionali che internazionali. I cambiamenti complessivi in atto stanno mostrando uno spessore identico a quelli prodotti dal crollo del “socialismo reale”, anche se di segno politico opposto. Tutto ciò non permette più di andare avanti, di misurare i processi e di agire, mantenendo lo stesso modo di pensare. Anche perché il passaggio avvenuto 20 anni fa vedeva le forze della sinistra e comuniste ancora dotate di qualche consistenza, come da noi il PRC. Ora sono state consumate anche quelle “rendite di posizione” e dunque la rivisitazione da fare è complessiva; deve certo procedere per gradi, ma avendo ben chiara la qualità delle questioni che si pongono. Per cogliere con più chiarezza anche l’agire politico e concreto da mettere in campo in questa discontinuità, vanno individuate alcune indicazioni di lavoro che devono essere sottoposte al confronto e alla verifica, con l’obiettivo dichiarato di aprire un confronto da sviluppare nel merito.

Il ribaltamento. C’è stato un ribaltamento delle condizioni in cui si svolge l’iniziativa politica. Nel ventennio trascorso, l’azione di ogni soggetto politico o sindacale avveniva all’interno di un ambito più ampio di mobilitazione organizzata; per esempio dal PRC alla CGIL, all’ARCI etc. Lì si giocavano le partite sulla direzione da imprimere in questo o quel momento; insomma si nuotava dentro un’acqua che era, però, ancora quella del vecchio movimento operaio e sociale. Oggi questa condizione non esiste più, non basta più la sola “direzione politica”, ma è necessaria la costruzione del movimento di classe nelle condizioni attuali. Questa situazione, va detto, non riguarda solo l’Italia, ma l’intera Europa, attraversata da un diffuso processo di disgregazione. Assumere il concetto di costruzione ha una serie di implicazioni concrete, dal come ci si deve riorganizzare a quale tipo di militanza praticare.

Il soggetto politico. Se vanno affrontati gli effetti del “ribaltamento”, si pone la questione di quale soggettività organizzata può capitalizzare un tale processo di costruzione. Non è un dibattito facile e su questo sono state prodotte più divisioni che processi unitari. D’altra parte i processi di disgregazione non sono solo il prodotto di incompatibilità politiche, ma dei modificati rapporti di forza strutturali tra le classi; dunque aspettarsi soluzioni spontanee che sorgono dalle contraddizioni rischia di essere una ingenuità. Misurarsi con questo livello penso significhi progettare e costruire un soggetto che faccia della rappresentanza politica delle classi subalterne il proprio obiettivo strategico, in quanto questo è lo spazio reale che offrono le contraddizioni del presente modello sociale.

L’identità. L’identità è una componente fondamentale nella battaglia politica generale. Su questo le analisi fatte sull’UE ed il Blocco Storico ci confermano la centralità della questione europea ed è su questo terreno, dove non ci sono competitori (in quanto viene generalmente accettata l’egemonia prevalente), che va sviluppata l’iniziativa generale, adottando un approccio strategico e non condizionato dalle sole contingenze politiche. A maggio del prossimo anno ci sono le elezioni europee; se a tutt’oggi non è data alcuna condizione per la partecipazione elettorale, non di meno quella scadenza può essere presa a riferimento di una campagna politica articolata per rafforzare un’identità indipendente. Una campagna con queste caratteristiche ha bisogno di una sua base di massa per realizzarsi. Certamente i settori sociali e di classe sono coloro con i quali bisogna rapportarsi, a cominciare dai settori sindacali più avanzati, ma sappiamo che questi non sono ancora in condizione, come abbiamo detto, di aderire ad una azione politica diretta. Una campagna così caratterizzata può comunque divenire un forte riferimento per quella parte della sinistra che non accetta di morire nell’orbita del PD e che intende ancora avere un protagonismo nel conflitto politico e sociale.

L’organizzazione del Blocco Sociale. Un altro punto strategico da sottoporre alla riflessione ed all’azione è il processo di organizzazione diretta del blocco sociale. Se c’è stato il “ribaltamento” questo è stato dovuto anche alla sistematica opera autolesionista della sinistra che ha smontato pezzo pezzo tutti gli strumenti del rapporto di massa con la classe. Dalla mutazione della CGIL alla trasformazione dell’esperienza delle cooperative, dall’associazionismo alle case del popolo, e via elencando. Questo impone perciò un processo di ricostruzione che ha un carattere strategico e tempi conseguenti, sapendo però che già esistono settori del mondo del lavoro e del conflitto sociale che possono essere un solido punto di ripartenza per questa prospettiva di organizzazione del blocco sociale.

Alitalia, Usb: lo stesso copione dal 2001 garantisce solo identici disastri! da: controlacrisi.org

 

Le notizie di stampa che riferiscono Air France in procinto di arrivare al 50% e interessata al futuro aumento di capitale di Alitalia Cai, sono associate, come si legge dagli stessi organi di informazione, alla rinuncia al piano di rilancio e sviluppo presentato appena pochi mesi fa dall’Amministratore delegato Del Torchio. A cinque anni dal disastro della vecchia compagnia di bandiera, dopo il pessimo esito della cordata patriota e stante il grave scenario nel trasporto aereo italiano, l’Usb chiede ancora una volta al governo un intervento risolutivo per lo sviluppo dell’azienda e del settore che altrimenti rischia la perdita di ulteriori 10.000 addetti. Per Alitalia una strategia diversa, semmai riproponendo lo stesso copione (e i medesimi attori) dal 2001 di ridimensionamento e di ulteriore abbandono di mercati strategici, ripresenterebbe in modo drammatico altre migliaia di esuberi; questo non può e non deve essere permesso. Il problema è con quali strumenti e mezzi rilanciare un settore strategico, come dare regole uguali per tutti gli operatori comprese le low cost, sul garantire la centralità del traffico nel nostro Paese, sul come procedere al recupero dell’emorragia occupazionale già avvenuta e non certo produrne altra! Questo l’Usb ribadisce al Governo le medesime richieste che fa da dieci anni: adesso ci attendiamo chiarezza e massimo coinvolgimento delle parti sociali. Senza garantire i livelli occupazionali, sia in Alitalia che altrove, e senza mantenere l’integrità del gruppo non ci può essere tenuta sociale e sindacale. Il tempo delle promesse è finito da anni.Usb, Lavoro Privato, Trasporto Aereo

Cassazione: Stop simboli fascismo nello sport | Fonte: controlacrisi.org | Autore: A. F.

 

Nelle gare sportive le maglie con l’immagine del Duce e le scritte e i simboli inneggianti al regime fascista non potranno più essere tollerate. Lo ha stabilito la prima sezione penale della Cassazione, confermando la condanna inflitta dalla Corte d’appello di Trento – sezione distaccata di Bolzano – a un 31enne finito sotto processo per «aver fatto uso di simboli delle organizzazioni nazionaliste, indossando in occasione di un incontro sportivo di hockey una maglietta con l’immagine di Benito Mussolini e riproducente scritte proprie dell’ideologia fascista». Il 31enne, dopo i primi due gradi di giudizio, si era rivolto alla Cassazione sostenendo che «indossare una maglietta o altro capo di abbigliamento richiamante motti, scritte o simbologia del partito fascista non può in sé integrare le fattispecie di reato» previste dalla legge. Inoltre, il 31enne si era difeso spiegando che non aveva «alcuna intenzione di discriminare e offendere l’altrui dignità». Ma la Suprema Corte non ha voluto sentire ragioni e ha rigettato il ricorso, sostenendo che «il reato sussiste per il solo fatto che taluno acceda ai luoghi di svolgimento di manifestazioni agonistiche recando con sè emblemi o simboli di associazioni o gruppi razzisti e simili, nulla rilevando che a tali gruppi o associazioni egli non sia iscritto». La Cassazione ritiene dunque corretto il verdetto dato dai giudici in secondo grado, che hanno «dato atto che l’essersi presentato esibendo la maglietta con le scritte e i simboli inneggianti al regime fascista e ai valori dell’ideologia fascista nel contesto dello specifico incontro sportivo di hockey svoltosi in Alto Adige, notoriamente caratterizzato da contrasti delle opposte tifoserie, integra la condotta di uso di simboli propri delle organizzazioni nazionaliste e i comportamenti vietati e sanzionati dalla legge».

Aldrovandi, otto anni fa era domenica. Una maledetta domenica | Autore: Elisa Corridoni da: controlacrisi.org

 

Federico Aldrovandi detto “Aldro” a terra, ammanettato, mani dietro la schiena, faccia sull’asfalto, non respira piú. Due volanti e quattro poliziotti, manganelli rotti per picchiare (ops…pardon… “contenere”) questo diciottenne di ritorno da un locale di Bologna. Un controllo di polizia.
I giornali del 26 riportano la velina della questura: uno sciupón (o come diamine si scrive, “un colpo” insomma).
C’è voluto il coraggio di mamma Patrizia, papà Lino, il fratello Stefano, nonno Germano (che oggi non c’è piú), e di tutti i famigliari e gli amici. E’ servita la mobilitazione di tanti.
Alla fine lo “sciupón”, nonostante i tentativi di copertura, ha preso il nome giusto, anzi i nomi: Luca Pollastri, Monica Segatto, Enzo Pontani, Paolo Forlani, condannati definitivamente per eccesso colposo in omicidio colposo.
Cosa sia realmente successo, cosa abbia scatenato quella furia, non lo sapremo mai.
Aldro non tornerà a vivere. Peró presto questi poliziotti torneranno ad indossare una divisa, con tutto, la pistola e il manganello, proprio come quelli che hanno spaccato sul corpo di Aldro.
Quanto successo non va dimenticato, proprio affinché non accada mai più.
E questi quattro vanno allontanati dalle forze dell’ordine.

p.s.. Per una strana ironia del destino, Federico è rimasto a terra, morto, proprio davanti ad un cartello con su scritto “zona del silenzio”. Oggi quel cartello non c’è più. Ma resta il fatto che l’unica a parlare e a permettere una svolta nelle indagini fu una donna camerunense, Anne Marie. Tutti gli abitanti dei molti palazzi che si affacciano su quello spazio non videro né sentirono nulla. Solo Anne Marie raccontò di chi picchiava e delle grida di Federico che implorava di smetterla.
Come ebbi modo di dire nel gennaio 2006, al giornalista che coraggiosamente portò il caso alla luce, Checchino Antonini, “a Ferrara, la nebbia rende tutto silenzioso”.

p.p.s. Checchino Antonini era giornalista di Liberazione , un giornale di partito (di rifondazione comunista), ma un giornale libero e come ogni giornale degno di questo nome e con giornalisti degni di questo nome faceva inchiesta. Fu grazie a Liberazione che il caso scoppiò, dopo che Patrizia scrisse il suo primo post. Oggi Liberazione non è più in edicola per via dei tagli all’editoria ma anche l’edizione on line rischia di chiudere nell’indifferenza di chi ha scarsa memoria. Anche tra noi.

“La Mafia è il contrario della libertà” Ricordando Mauro Rostagno a 25 anni dalla sua scomparsa. Autrice Sonia Kazandjian

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C’è un filo rosso che collega il profondo sud all’estremo nord, un’unica linea che racconta una parte importante della nostra storia rappresentata da un torinese, figlio di operai, che decise un giorno di diventare siciliano perchè scelse di esserlo vivendo in quella parte della Sicilia tristemente nota come “Lo zoccolo duro di Cosa Nostra”. Ecco Mauro Rostagno, uno più siciliano di noi che in questa terra ci siamo nati. Il suo è un nome che racconta tanto della storia italiana e molto di più della storia siciliana.

Nato a Torino il 6 marzo del 1942 fu operaio, studente, sociologo, contestatore, politico ma soprattutto giornalista. Descrivere in poche parole la vita poliedrica di questo grande personaggio sembra veramente impossibile, bisogna intraprendere un viaggio lungo ed emozionante ma soprattutto coraggioso per capire fino in fondo le sue tante anime.

Ciò che più colpisce della vita di Mauro Rostagno è la sua forza di volontà , la sua voglia di combattere contro le ingiustizie: contro lo stato delle cose all’università ed in fabbrica durante il ’68, contro ogni tipo di standard politico ed inibizione morale durante i periodi di Lotta Continua e Macondo, contro l’annullamento del sé come conseguenza delle lotte studentesche ed operaie nel periodo arancione ed ancora una volta contro la violazione dei diritti degli uomini come lui, partendo dai più bisognosi che confluirono nella sua Saman ed arrivando a tutta la popolazione trapanese attraverso il suo quotidiano impegno su Radio Tele Cine . Il lavoro che il sociologo fece per l’emittente televisiva locale trapanese non era di sicuro conforme al resto delle trasmissioni d’informazione. Il suo obiettivo, che inizialmente era quello di descrivere le attività svolte presso la Saman (la comunità terapeutica fondata con Francesco Cardella), divenne via via quello di denunciare fatti e personaggi che con il loro fare colpivano direttamente il tessuto sociale trapanese ed i suoi diritti. Negli anni ’80, quello di Trapani era un territorio anomalo: ci si trovava dinnanzi ad uno scenario in cui i legami tra politica , mafia , massoneria e servizi segreti deviati erano molto forti. L’arretratezza culturale caratterizzava un tessuto sociale inerme che subiva i ritardi amministrativi e la cattiva gestione cittadina senza chiamare a se i propri diritti. Anche a Trapani, come nel resto della Sicilia , agli occhi di tutti la mafia non esisteva. Rostagno stravolse queste convinzioni , cercò in ogni modo di far emancipare i trapanesi e lo fece tramite la sua collaborazione con RTC diretta da Giuseppe Bulgarella. Il costante impegno nel denunciare fatti e persone che agivano indisturbate e nella totale illegalità sono la più esemplare prova del suo essere giornalista antimafia, un giornalista che non si limitava a dare delle informazioni ma che senza indugio faceva nomi e cognomi di politici e personaggi corrotti. Il suo continuo e martellante lavoro, rimarcava che il risanamento civile, economico e sociale di Trapani doveva passare attraverso la redenzione morale della classe politica. Senza alcun timore reverenziale, Rostagno sottolineava non solo l’inettitudine della casta di Palazzo D’Alì ma anche la sua mediocrità e la cattiva coscienza di un mondo marcio ed inarrivabile che da anni deteneva un potere derivante da compromessi stipulati con malavitosi ed appartenenti ad organizzazioni occulte. Ciò che il giornalista tentò di raggiungere era la presa di coscienza dei cittadini, unico mezzo tramite il quale si poteva rompere l’ordine costituito e costruirne uno nuovo. Il suo notiziario andava in onda due volte al giorno. La grande umanità e semplicità con le quali raccontava le notizie attirarono molti trapanesi che durante la trasmissione di Rostagno rimanevano incollati alla televisione. Nella Trapani di allora quella del giornalista era la voce fuori dal coro, la più schietta e per molti la più pericolosa.

La sua uccisione avvenne il 26 settembre 1988 mentre tornava dalla redazione alla Saman in compagnia di un ospite della comunità. Negli anni successivi le indagini ed il processo che venne celebrato furono caratterizzati da depistaggi e dalla scomparsa di prove che potevano essere risolutive come alcuni appunti di Rostagno sul maxiprocesso, sulla corruzione politica e sul traffico di armi. Le discrepanze tra i rapporti stilati dai carabinieri e quelli della polizia rallentarono le indagini e probabilmente furono la causa di alcune importanti dimenticanze degli inquirenti. Le piste seguite furono molteplici: quella dell’omicidio Calabresi e del coinvolgimento di Lotta Continua; quella del piccolo spaccio che era stato scoperto all’interno della Saman; quella che vedeva coinvolti i fondatori della comunità terapeutica; ed infine quella del traffico di armi su cui il giornalista indagava e della matrice politico-mafiosa del delitto. Quest’ultima fu battuta solo nel 1997 in seguito alle testimonianze di pentiti del calibro di Mannoia, Brusca e Sinacori che confermarono il legame tra il giornalismo di denuncia di Rostagno e la sua morte per mano mafiosa. Quello su Rostagno rimane un caso aperto e molto difficile da risolvere. La speranza che si riescano a trovare gli elementi decisivi per la sua risoluzione si è riaccesa grazie alla riapertura del processo il 18 novembre 2010 celebrato presso il Tribunale di Trapani nell’Aula Falcone-Borsellino. Oggi come ieri non si è ancora arrivati ad una verità giudiziaria che possa far luce su un personaggio tanto importante per i siciliani.

Di Rostagno vogliamo ricordare la sua grande umanità e la voglia di lottare al fianco dei cittadini. Il prossimo 26 settembre ricorre il 25° anniversario della morte del giornalista che ci ha lasciato in eredità un grande insegnamento: “Non si può delegare , bisogna diventare protagonisti. La lotta alla mafia è più semplicemente una lotta per il diritto alla vita. La mafia è sopravvivere, l’antimafia è vivere.”

Sonia Kazandjian