anpinews

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

APPUNTAMENTI

Il 29 settembre a Ronchidos di Gaggio Montano (BO) annuale raduno della Brigata Giustizia e Libertà. Interverrà il Presidente Nazionale ANPI

 


 ARGOMENTI

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

Un signore che si permette di parlare di “complotti”, e di una sorta d’intesa per eliminarlo dalla scena politica, realizzata da una quantità ormai enorme di magistrati del penale e del civile, di primo e secondo grado, della stessa Corte Suprema di Cassazione, può realizzare – da solo – un “conflitto”? Io penso di no.

 Esiste, nel nostro codice penale, il reato di rissa, che è definito dalla giurisprudenza come una violenta contesa o contrasto tra più persone, commesso con violenza. La stessa giurisprudenza esclude la rissa ogni volta che non di violenta contesa si tratta, ma dell’aggressione unilaterale di una parte contro l’altra. Lo stesso può dirsi del “conflitto” che nel Dizionario dei sinonimi è considerato equivalente a “battaglia, guerra” e simili, vale a dire sempre come una contesa fra gruppi animati della stessa volontà aggressiva (…)

”Commissione dei saggi”: i cittadini aguzzino l’ingegno, si informino, si documentino e poi alzino la guardia. Ancora una volta lo ripeto: non siamo conservatori, la Costituzione si può modificare, ma solo in coerenza col complesso del sistema e solo nelle forme volute dal legislatore costituente

La cosiddetta Commissione dei “saggi” nominata dal Governo per predisporre una bozza di riforme costituzionali, ha depositato – dopo un breve soggiorno marino a Francavilla – il proprio lavoro, in tempi addirittura anticipati rispetto all’attività del Parlamento, che è ancora alla prima lettura del disegno di legge costituzionale sulla procedura. Ci sarà tempo di esaminare questo documento con la necessaria attenzione, ma fin d’ora, almeno due osservazioni si impongono (…)

 

 Anpinews n.89

Strategia per una riconquista | Fonte: Le Monde Diplomatique | Autore: SERGE HALIMI

Cinque anni sono passati dal fallimento di Lehman Brothers, il 15 settembre 2008. La legittimità del capitalismo come modo di organizzazione della società è compromessa; le sue promesse di prosperità, di mobilità sociale, di democrazia non alimentano più le illusioni. Ma il grande cambiamento non si è avverato. Le chiamate in causa del sistema si sono date il cambio senza farlo vacillare. Perfino il prezzo dei suoi fallimenti è stato pagato annullando una parte delle conquiste sociali che gli erano state strappate. «I fondamentalisti del mercato si sono sbagliati su quasi tutto e tuttavia dominano la scena politica più profondamente che mai», constatava l’economista Paul Krugman già quasi tre anni fa (1). Insomma, il sistema tiene, perfino col pilota automatico. Non è un complimento per i suoi avversari. Che cosa è successo? E che fare?

 

La sinistra anticapitalista rifiuta l’idea di una fatalità economica perché capisce che è organizzata da volontà politiche. La sinistra avrebbe dovuto dedurne che la disfatta finanziaria del 2007-2008 non avrebbe aperto una strada maestra ai suoi progetti. Il precedente degli anni ’30 lo suggeriva già: in funzione delle situazioni nazionali, delle alleanze sociali e delle strategie politiche, la stessa crisi economica può provocare risposte tanto diverse come l’arrivo al potere in Germania di Adolf Hitler, il New Deal negli Stati Uniti, il Fronte popolare in Francia e non un granché nel Regno Unito. Molto più tardi, ogni volta con qualche mese d’intervallo, Ronald Reagan salì alla Casa Bianca e François Mitterrand all’Eliseo; Nicolas Sarkozy fu battuto in Francia, Barack Obama rieletto negli USA. Tanto vale a dire che la fortuna, il talento, anche la strategia politica, non sono variabili accessorie che sarebbero soppiantate dalla sociologia di un Paese o dalle condizioni della sua economia.

 

La vittoria dei neoliberisti dal 2008 in poi deve molto al soccorso della cavalleria dei Paesi emergenti. Perché il «ribaltamento del mondo» consistette anche dell’entrata nella danza capitalista di grossi distaccamenti costituiti da produttori e consumatori cinesi, indiani, brasiliani. I quali servirono come esercito di riserva del sistema nel momento in cui sembrava in agonia. Soltanto negli ultimi dieci anni la parte della produzione mondiale dei grandi Paesi emergenti è passata dal 38 al 50%. Il nuovo laboratorio del mondo è anche diventato uno dei suoi mercati principali: dal 2009 la Germania esportava più in Cina che negli Stati Uniti.

 

L’esistenza delle «borghesie nazionali» – e l’attuazione di soluzioni nazionali – si scontrano quindi con il fatto che le classi dirigenti del mondo intero hanno ormai fatto lega fra loro. A meno di rimanere mentalmente agganciati all’anti-imperialismo degli anni ’60, come si fa a dare ancora per scontato che, per esempio, una risoluzione progressista dei problemi attuali possa avere come artigiani le élite politiche cinese, russa, indiana, tanto affariste e venali quanto i loro omologhi occidentali?

 

Tuttavia il riflusso non è stato universale. «L’America Latina», rilevava tre anni fa il sociologo Immanuel Wallerstein, «è stata la success story della sinistra mondiale durante il primo decennio del XXI secolo. E questo è vero sotto due aspetti. Il primo è più degno di nota, perché i partiti di sinistra o di centro-sinistra hanno riportato impressionanti successi alle elezioni. E poi, perché i governi latino-americani hanno preso le distanze, per la prima volta collettivamente, dagli Stati Uniti. L’America latina è diventata una forza geopolitica relativamente autonoma (2)».

 

Certamente l’integrazione regionale, che per i più audaci prefigura il «socialismo del XXI secolo», per gli altri pone le basi di uno dei più grandi mercati del mondo (3). Nondimeno il gioco rimane più aperto nell’antico “cortile di casa” degli Stati Uniti che all’interno dell’ectoplasma europeo. E se l’America latina ha visto sei tentativi di colpo di Stato in meno di dieci anni (Venezuela, Haiti, Bolivia, Honduras, Ecuador e Paraguay) è forse perché i cambiamenti politici spinti avanti dalle forze di sinistra vi hanno realmente minacciato l’ordine sociale e trasformato le condizioni di vita delle popolazioni.

 

E così hanno dimostrato che esiste bene un’alternativa, che non tutto è impossibile, ma che per creare le condizioni della riuscita occorre avviare riforme strutturali, economiche e politiche. Le quali rimobilitano strati popolari che l’assenza di prospettive ha rinchiuso nell’apatia, il misticismo o nell’arte di arrangiarsi. È forse anche così che si combatte l’estrema destra.

 

Come respingere l’ordine mercantilistico

 

Trasformazioni strutturali, certo, ma quali? I neoliberisti hanno tanto bene radicato l’idea che non vi era «alcuna alternativa» che ne hanno persuaso i loro avversari, al punto che questi dimenticano talvolta le loro stesse proposte… Ricordiamone qualcuna, tenendo bene a mente che più esse oggi sembrano ambiziose, più è importante acclimatarle senza ritardi. E senza mai dimenticare che la loro eventuale rudezza deve essere messa in rapporto alla violenza dell’ordine sociale che esse vogliono disfare.

 

Quest’ordine, come contenerlo e poi respingerlo? L’estensione della parte del settore non mercantile, anche quella della gratuità, risponderebbero in un colpo solo a questo doppio obiettivo. L’economista André Orléan ricorda che nel XVI secolo «la terra non era un bene scambiabile, ma un bene collettivo e non negoziabile, ciò che spiega il vigore della resistenza contro la legge sulla recinzione dei pascoli comunali». Egli aggiunge: «La medesima cosa al giorno d’oggi, con la commercializzazione degli esseri viventi. Un braccio o il sangue non ci appaiono come merci, ma che ne sarà domani?» (4).

 

Per contrastare quest’offensiva sarebbe forse conveniente definire democraticamente qualche bisogno elementare (abitazione, cibo, cultura, comunicazioni, trasporti), farli finanziare dalla collettività e offrirne a tutti il godimento. Se non addirittura, come lo raccomanda il sociologo Alain Accardo, «estendere rapidamente e continuativamente il servizio pubblico fino alla presa a carico “gratuita” di tutte le necessità fondamentali seguendo la loro evoluzione storica, cosa economicamente inconcepibile se non attraverso la restituzione alla collettività di tutte le risorse e le ricchezze utili al lavoro sociale e prodotte dagli sforzi di tutti (5)». In questo modo, piuttosto che di incentivare la domanda aumentando fortemente i salari, si tratterebbe di socializzare l’offerta e di garantire a ognuno nuove prestazioni in natura.

 

Ma allora, come evitare di cadere da una tirannia dei mercati a un assolutismo di Stato? Cominciamo, ci dice il sociologo Bernard Friot, con il rendere generale il modello delle conquiste popolari che funzionano sotto i nostri occhi, la Previdenza sociale, per esempio, contro la quale si accaniscono governi di ogni risma. Questo «emancipatore già pronto» che, grazie al principio dei contributi, socializza una parte importante della ricchezza, permette di finanziare le pensioni dei pensionati, le indennità dei malati, i sussidi dei disoccupati. Diversa dall’imposta percepita e spesa dallo Stato, i contributi non sono oggetto di accumulazione e, agli inizi, furono gestiti principalmente dagli stessi salariati. Perché non andare più lontano? (6).

 

Deliberatamente all’offensiva, un simile programma comporterebbe un triplice vantaggio. Politico: benché suscettibile di riunire una larga coalizione sociale, non è recuperabile da parte dei liberisti e dell’estrema destra. Ecologico: evita un rilancio keynesiano che, prolungando il modello esistente, tornerebbe a far sì che «una somma di denaro sia iniettata nei conti in banca per essere reindirizzata verso il consumo mercantilistico dalle forze della pubblicità (7)». Esso privilegia anche bisogni che non saranno soddisfatti dalla produzione di oggetti inutili in Paesi con salari bassi, seguita dal loro trasporto in contenitori da una parte all’altra della Terra. Infine, un vantaggio democratico: la definizione di priorità collettive (ciò che diventerà gratuito, ciò che non lo sarà) non sarebbe più riservata a eletti, ad azionisti o a mandarini intellettuali provenienti dagli stessi ambienti sociali.

 

È urgente un approccio di questo tipo. Allo stato attuale del rapporto sociale di forze mondiale la robotizzazione accelerata del lavoro industriale (ma anche dei servizi) rischia effettivamente di creare al tempo stesso una nuova rendita per il capitale (diminuzione del «costo del lavoro») e una disoccupazione di massa sempre meno indennizzata. Amazon o i motori di ricerca dimostrano quotidianamente che centinaia di milioni di clienti affidano a robot la scelta delle loro uscite [=spese], dei loro viaggi, delle loro letture, della musica che ascoltano. Le librerie, i giornali, le agenzie di viaggio ne pagano di già il prezzo. «Le dieci maggiori aziende di Internet, come Google, Facebook o Amazon, fa notare Dominic Barton, direttore generale di McKinsey, hanno creato appena duecentomila posti di lavoro. Ma guadagnato «centinaia di miliardi di dollari in capitalizzazione di borsa (8)».

 

Per rimediare al problema della disoccupazione la classe dirigente rischia di conseguenza di arrivare allo scenario temuto dal filosofo André Gorz, l’usurpazione continua dei settori ancora regolati dalla gratuità e dal dono: «Dove si fermerà la trasformazione di tutte le attività in attività retribuite, che hanno la remunerazione come loro ragione d’essere e il massimo rendimento come scopo? Quanto tempo potranno resistere le già fragili barriere che ancora impediscono la professionalizzazione della maternità e della paternità, la procreazione commerciale di embrioni, la vendita di bambini, il commercio di organi? (9)».

 

La questione del debito [pubblico], altrettanto di quella della gratuità, guadagnerebbe dal palesamento del suo sfondo politico e sociale. Non vi è nulla di più comune nella Storia di uno Stato preso per la gola dai suoi creditori, il quale, in un modo o nell’altro, si libera dalla loro stretta per non infliggere più al suo popolo un’austerità in perpetuo. Ci fu la Repubblica dei Soviet che rifiutò di onorare le obbligazioni russe emesse dallo zar. Ci fu Raymond Poincaré che salvò il franco… svalutandolo dell’80% e tagliando altrettanto il carico finanziario della Francia, rimborsato in moneta svalutata. Ci furono anche gli Stati Uniti e il Regno Unito del dopoguerra che, senza piani di rigore ma lasciando svilupparsi l’inflazione, ridussero quasi alla metà il fardello del loro debito pubblico (10).

 

In seguito, noblesse oblige del monetarismo dominante, la bancarotta è diventata sacrilegio, si è data la caccia all’inflazione (perfino quando il suo tasso uguaglia lo zero), è stata vietata la svalutazione. Ma i creditori, benché siano stati liberati dal rischio di default, continuano a reclamare un «premio di credito». «In situazioni di sovra-indebitamento storico», rileva peraltro l’economista Frédéric Lordon, «non vi è altra scelta che fra l’adeguamento strutturale al servizio dei creditori o una forma o l’altra della loro rovina (11)». L’annullamento di tutto o di parte del debito finirebbe con lo spogliare chi vive di rendita e i finanzieri, non importa di che nazionalità, dopo aver loro tutto concesso.

 

Il laccio emostatico imposto alla collettività si stringerà tanto più in fretta quanto più questa riscoprirà le entrate fiscali che trent’anni di neoliberismo hanno dilapidato. Non soltanto quando si è rimesso in discussione la progressività dell’imposta e ci si è adattati all’estensione della frode, ma anche quando si è creato un sistema tentacolare nel quale la metà del commercio internazionale di beni e servizi transita nei paradisi fiscali. I loro beneficiari non si limitano a qualche oligarca russo o a un ex ministro francese delle Finanze: si contano soprattutto fra imprese tanto coccolate dallo Stato (e anche influenti nei media) quanto Total, Apple, Google, Citygroup o BNP Paribas.

 

Ottimizzazione fiscale, «transfer pricing» [con il termine Prezzi di Trasferimento o ‘Transfer Pricing si intende: “Il controllo dei corrispettivi applicati alle operazioni commerciali e/o finanziarie intercorse tra società collegate e/o controllate residenti in nazioni diverse, al fine di verificare che non ci siano aggiustamenti ‘convenienti’ di tali prezzi.” Vedi: http://www.moodysanalytics.com/~/media/Regional/Italy/2011/11-28-09-RiskCalc-Prezzi-di-Trasferimento.ashx ] (che permettono di localizzare i profitti delle filiali là dove le imposte sono più basse), trasferimento delle sedi sociali: gli importi sottratti così in assoluta legalità alla collettività si avvicinerebbero ai 1.000 miliardi di euro, e soltanto per quanto riguarda l’Unione Europea. Ovvero in molti Paesi una perdita di introiti superiore alla totalità del carico debitorio pubblico nazionale. In Francia, sottolineano numerosi economisti, «perfino recuperando solamente la metà delle somme in gioco l’equilibrio di bilancio sarebbe ristabilito senza sacrificare le pensioni, i posti di lavoro, una riconquista collettiva o gli investimenti ecologici per l’avvenire (12)». Cento volte annunciato, cento volte rimandato (e cento volte più redditizio della sempiterna «frode agli aiuti sociali»), il «ricupero» in questione sarebbe tanto più popolare e tanto più ugualitario in quanto i contribuenti ordinari non possono, da parte loro, ridurre i loro redditi imponibili versando royalties fittizie alle loro filiali delle Isole Caiman.

 

Alla lista delle priorità si potrebbe aggiungere il congelamento degli stipendi alti, la chiusura della Borsa, una nazionalizzazione delle banche, la rimessa in causa del libero scambio, l’uscita dall’euro, il controllo sui capitali… Altrettante opzioni già presentate su queste pagine. Perché allora privilegiare la gratuità, l’azzeramento del debito pubblico e il ricupero fiscale? Semplicemente perché, per elaborare una strategia, immaginare la sua base sociale e le sue condizioni politiche di realizzazione, vale più scegliere un piccolo numero di priorità piuttosto che comporre un catalogo destinato a riunire nelle piazze una folla eteroclita d’indignati, che il primo temporale disperderebbe.

 

L’uscita dall’euro meriterebbe a colpo sicuro di figurare nel numero delle urgenze (13). Ognuno ormai comprende che la moneta unica e la chincaglieria istituzionale e giuridica che la sostiene (Banca Centrale indipendente, patto di stabilità) impediscono qualsiasi politica che si opponga al tempo stesso all’accentuazione delle disuguaglianze e alla confisca della sovranità da parte di una classe dominante subordinata alle esigenze della finanza.

 

Eppure, per quanto sia necessaria, la rimessa in causa della moneta unica non garantisce alcuna riconquista su questo doppio fronte, come lo dimostrano gli orientamenti economici e sociali del Regno Unito o della Svizzera. L’uscita dall’euro, un po’ come il protezionismo, si fonderebbe d’altra parte su una coalizione politica che miscela il peggio e il meglio e all’interno della quale il primo assunto la spunta per il momento sul secondo. Il salario universale, l’amputazione del debito pubblico e il ricupero fiscale permettono di fare pulizia ampiamente, perfino di più, ma tenendo in disparte i convitati non desiderati.

 

Inutile pretendere che questo «programma» disponga di una maggioranza in qualsiasi Parlamento del mondo. Le trasgressioni che esso prevede includono una quantità di regole presentate come intangibili. Tuttavia, quando si tratta di salvare il loro sistema in pericolo, i liberisti non hanno mancato di audacia, proprio loro. Non sono indietreggiati né davanti a un sensibile aumento dell’indebitamento (del quale avevano assicurato che avrebbe fatto schizzare in alto i tassi d’interesse), né davanti all’aumento delle imposte, alla nazionalizzazione delle banche in fallimento, a un prelievo forzato sui depositi, al ripristino dei controlli sui capitali (Cipro). Insomma, «quando il grano è sotto la grandine pazzo è chi fa il delicato» [ndt.: versi di Aragon, poeta surrealista, da “La rose et le réséda”]. E ciò che vale per loro vale per noi, che soffriamo troppo di modestia… Tuttavia non è fantasticando su un ritorno al passato né sperando soltanto di ridurre l’ampiezza delle catastrofi che si ridarà fiducia, che si combatterà la rassegnazione di non avere altra scelta possibile, in definitiva, se non l’alternanza di una sinistra e di una destra, che applicano più o meno il medesimo programma.

 

Sì, audacia. Parlando dell’ambiente, Gorz reclamava nel 1974 «che un attacco politico, lanciato a tutti i livelli, strappa [al capitalismo] il controllo delle operazioni e gli oppone un progetto totalmente diverso di società e di civiltà». Perché secondo lui era importante evitare che una riforma sul fronte dell’ambiente non sia pagata subito con un deterioramento della situazione sociale: «La lotta ecologica può creare difficoltà al capitalismo e obbligarlo a cambiare; ma quando, dopo aver a lungo resistito con la forza e i trucchi, alla fine cederà perché il vicolo cieco ecologico sarà diventato ineluttabile, esso integrerà questa costrizione come ha incluso le altre. (…) Il potere d’acquisto popolare sarà compresso e tutto accadrà come se il costo del disinquinamento fosse prelevato dalle risorse di cui dispone la gente per comprare le sue merci (14)». In seguito, la resilienza del sistema è stata dimostrata quando il disinquinamento è diventato a sua volta un mercato. Per esempio, a Shenzhen, dove imprese poco inquinanti vendono ad altre il diritto di superare la loro quota regolamentare, mentre l’aria inquinata ha già ucciso più di un milione di cinesi all’anno.

 

Riflettere sull’assemblaggio dei pezzi

 

Se non mancano le idee per rimettere a posto il mondo, come farle sfuggire al museo delle virtualità incompiute? In questi ultimi tempi l’ordine sociale ha suscitato innumerevoli contestazioni, dalle rivolte arabe ai movimenti degli “indignati”. Dal 2003 e dopo le folle immense radunate contro la guerra in Iraq, decine di milioni di manifestanti hanno invaso le strade, dalla Spagna a Israele, passando per gli Stati Uniti, la Turchia o il Brasile. Hanno attirato l’attenzione, ma non hanno ottenuto granché. Il loro fallimento strategico aiuta a tracciare la via da seguire.

 

È un tratto tipico delle grandi coalizioni contestatarie cercare di consolidare il loro numero [di aderenti] evitando le questioni che dividono. Ognuno indovina quali argomenti farebbero volare in pezzi un’alleanza che per base ha talvolta soltanto oggetti generosi ma imprecisi: una migliore redistribuzione dei redditi, una democrazia meno mutilata, il rifiuto delle discriminazioni e dell’autoritarismo. A mano a mano che la base sociale delle politiche liberiste si restringe, che i ceti medi pagano a loro volta il prezzo della precarietà, del libero scambio, del caro-studi, diventa più facile sperare di raccogliere una coalizione maggioritaria.

 

Metterla insieme, ma per fare che cosa? Le rivendicazioni troppo generali o troppo numerose fanno fatica a trovare una traduzione politica e a inserirsi sul lungo termine. «In occasione di una riunione di tutti i responsabili dei movimenti sociali», ci spiegava recentemente Artur Einrique, ex presidente della Centrale unica dei lavoratori (CUT), il principale sindacato brasiliano, «ho assemblato i diversi testi. Il programma dei sindacati comprendeva 230 punti, quello dei contadini 77, ecc. Ho sommato tutto e c’erano più di 900 priorità. E ho chiesto: “Che si fa in concreto, con tutto questo?”». In Egitto la risposta è stata data… dai militari. Una maggioranza di popolo si è opposta per tutta una serie di eccellenti ragioni al presidente Mohamed Morsi, ma, in mancanza di altri obiettivi che quello di garantire la sua caduta, ha abbandonato il potere all’esercito. A rischio di diventarne oggi l’ostaggio e domani la vittima. Non avere un piano progettuale ha spesso come conseguenza quella di dipendere da coloro che ne hanno uno.

 

La spontaneità e l’improvvisazione possono favorire un episodio rivoluzionario. Non garantiscono una rivoluzione. Le reti sociali hanno incoraggiato l’organizzazione laterale delle manifestazioni, l’assenza di organizzazione formale ha permesso di sfuggire – per un certo tempo – alla sorveglianza della polizia. Ma il potere si conquista ancora con strutture piramidali, con il denaro. Con i militanti, il macchinario elettorale e una strategia: quale blocco sociale e quale alleanza per quale progetto? Qui si applica la metafora di Accardo: «La presenza su un tavolo di tutti i componenti di un orologio non permette a qualcuno che non ha lo schema di montaggio di farlo funzionare. Un piano di assemblaggio, è una strategia. In politica si può emettere una serie di strilli o riflettere circa l’assemblaggio dei pezzi (15)».

 

Definire qualche grande priorità, ricostruire la lotta intorno a esse, smettere di complicare tutto per provare meglio la propria virtuosità, è svolgere il lavoro dell’orologiaio. Perché una «rivoluzione stile Wikipedia nella quale ognuno aggiunge il suo contenuto (16)» non servirà a riparare l’orologio. In questi ultimi anni azioni localizzate, esplose, febbrili, hanno partorito una contestazione innamorata di sé stessa, una galassia d’impazienze e d’impotenze, una successione di scoraggiamenti (17). Nella misura in cui le classi medie costituiscono spesso la colonna vertebrale di questi movimenti, una incostanza di questo genere non è sorprendente: quelle classi non si alleano alle categorie popolari se non in un contesto di estremo pericolo – e a condizione di recuperare molto in fretta la direzione delle operazioni (18).

 

Tuttavia si pone anche e sempre più la questione del rapporto con il potere. Dal momento che nessuno immagina ancora che i principali partiti e le attuali istituzioni modifichino per poco che sia l’ordine neoliberista, cresce la tentazione di privilegiare il cambiamento delle mentalità più di quello delle strutture e delle leggi, di trascurare il terreno nazionale, di reinvestire a livello locale o comunitario, nella speranza di crearvi gli ipotetici laboratori delle future vittorie. «Un gruppo scommette sui movimenti, sulle diversità senza organizzazione centrale, riassume Wallerstein; un altro sostiene che se voi non avete potere politico non potete cambiare alcunché. Tutti i governi dell’America latina vi si dibattono (19»).

 

Si misura però la difficoltà della prima scommessa. Da una parte, una classe dirigente solidale, consapevole dei suoi interessi, mobilitata, padrona del terreno e della forza pubblica; dall’altra, innumerevoli associazioni, sindacati, partiti, tanto più tentati dalla difesa delle loro linee fortificate, della loro singolarità, della loro autonomia, che essi temono siano ripresi in mano dal potere politico. Senza dubbio essi sono anche inebriati dall’illusione Internet, che fa loro immaginare di contare qualcosa perché dispongono di un sito nella rete Internet. La loro «organizzazione in una rete» diventa allora la maschera teorica di una assenza di organizzazione, di riflessione strategica, poiché la rete non ha altra realtà se non la diffusione circolare di comunicati elettronici che tutti rimandano in giro e che nessuno legge.

 

Il rapporto fra movimenti sociali e intermediari istituzionali, contro-poteri e partiti, è sempre stato problematico. Da quando non esiste più un obiettivo principale, una «linea generale» – e meno che mai un partito o una alleanza che lo rappresenti –, occorre «chiedersi come creare il globale partendo dal particolare (20)». La definizione di qualche priorità che metta direttamente in causa il potere del capitale permetterebbe di armare i buoni sentimenti, di affrontare il sistema centrale, di reperire le forze politiche che vi siano anch’esse disponibili.

 

L’utopia liberista ha bruciato la sua parte del sogno

 

Tuttavia sarà importante esigere subito che gli elettori possano, attraverso referendum, revocare i loro eletti prima del termine del mandato; dal 1999 la Costituzione del Venezuela include questa possibilità. Una quantità di capi di governo hanno effettivamente preso decisioni vitali (età per il pensionamento, impegni militari, trattati costituzionali) senza avere preventivamente ricevuto il relativo mandato dal loro popolo. Quest’ultimo otterrebbe così il diritto di prendersi la sua rivincita diversamente dal reinstallare al potere i fratelli gemelli di coloro che hanno appena ingannato la loro fiducia.

 

E dopo, è sufficiente aspettare che arrivi la propria ora? «All’inizio del 2011 non eravamo più di sei persone che ancora aderivamo al Congresso per la Repubblica [CPR]», ricorda il presidente tunisino Moncef Marzouki. «Ciò non ha impedito che il CPR ottenesse il secondo posto alle prime elezioni democratiche organizzate in Tunisia qualche mese più tardi (21)…». Nel contesto attuale il rischio di un’attesa troppo passiva, troppo poetica, sarebbe quindi quello di vedere altri – meno pazienti, meno esitanti, più temibili – cogliere il momento per sfruttare a loro profitto una collera disperata che cerca bersagli, non necessariamente i migliori. E quindi, poiché il lavoro di demolizione sociale non s’interrompe mai senza che lo si aiuti, punti d’appoggio o focolai di resistenza, dai quali partirebbe un’eventuale riconquista (attività non mercantili, servizi pubblici, diritti democratici) rischiano allora di essere annientati. Cosa questa che renderebbe ancor più difficile un’ulteriore vittoria.

 

La partita non è perduta. L’utopia liberale ha bruciato la sua parte di sogno, di assoluto, d’ideale, senza la quale i progetti di società appassiscono e poi periscono. Essa non produce più altro se non privilegi, esistenze fredde e morte. Dunque un capovolgimento sopraggiungerà. Ciascuno può farlo accadere un po’ più presto.

 

(1) Paul Krugman, «When zombies win », The New York Times, 19 décembre 2010.

 

(2) Immanuel Wallerstein, « Latin America’s leftist divide », International Herald Tribune, Neuilly-surSeine, 18 août 2010.
(3) Lire Renaud Lambert, « Le Brésil s’empare du rêve de Bolívar », Le Monde diplomatique, juin 2013.
(4) Le Nouvel Observateur, Paris, 5 juillet 2012.
(5) Alain Accardo, « La gratuité contre les eaux tièdes du réformisme », Le Sarkophage, n° 20, Lyon, septembre-octobre 2010.
(6) Lire Bernard Friot, « La cotisation, levier d’émancipation » ainsi que l’ensemble de notre dossier sur le revenu garanti, Le Monde diplomatique, respectivement février 2012 et mai 2013.
(7) Cf. « Pourquoi le Plan B n’augmentera pas les salaires », Le Plan B, n° 22, Paris, février-mars 2010.
(8) Les Echos, Paris, 13 mai 2013.
(9) André Gorz, « Pourquoi la société salariale a besoin de nouveaux valets », Le Monde diplomatique, juin 1990.
(10) De 116 % à 66 % du produit national brut entre 1945 et 1955 dans le premier cas, de 216 % à 138 % dans le second. Lire « Ne rougissez pas de vouloir la lune : il nous la faut », Le Monde diplomatique, juillet 2011.
(11) « En sortir », La pompe à phynance, 26 septembre 2012, http://blog.mondediplo.net
(12) «“Eradiquer les paradis f iscaux” rendrait la rigueur inutile », Libération, Paris, 30 avril 2013.
(13) Lire Frédéric Lordon, « Sortir de l’euro ? », Le Monde diplomatique, août 2013.
(14) André Gorz, dans Le Sauvage, Paris, avril 1974. Republié sous le titre « Leur écologie et la nôtre », Le Monde diplomatique, avril 2010.
(15) Alain Accardo, « L’organisation et le nombre », La Traverse, n° 1, Grenoble, été 2010, http://www.les-renseignements-genereux.org
(16) Expression de M. Wael Ghonim, cyberdissident égyptien et responsable marketing de Google.
(17) Thomas Frank, « Occuper Wall Street, un mouvement tombé amoureux de lui-même », Le Monde diplomatique, janvier 2013.
(18) Lire Dominique Pinsolle, « Entre soumission et rébellion », Le Monde diplomatique, mai 2012.
(19) L’Humanité, Saint-Denis, 31 juillet 2013.
(20) Cf. Franck Poupeau, Les Mésaventures de la critique, Raisons d’agir, Paris, 2012.
(21) Moncef Marzouki, L’Invention d’une démocratie. Les leçons de l’expérience tunisienne, La Découverte, Paris, 2013. Le Monde diplomatique,

 

(traduzione dal francese di José F. Padova)

 

testo originale: http://www.monde-diplomatique.fr:8080/2013/09/HALIMI/49592

“La manovra potrebbe essere di dieci miliardi almeno”. Intervista a Roberto Romano da: controlacrisi.org

 

Il governo sta mettendo mano ad una manovra di aggiustamento in un clima di rissosità generale, con Saccomani che addirittura minaccia le dimissioni. Non è un gran premessa in un momento in cui invece, proprio perché in discussione c’è la crescita, il paese avrebbe bisogno di scegliere dove allocare le risorse.
Questo andrebbe fatto, ma non ci sono speranze. Parlare di politica economica ormai sembra un tema per intellettuali. Siamo arrivato a un punto difficile. Siamo l’unico paese di area Ocse che segnerà quest’anno un pil negativo. Mentre in Ue si prevede un meno 0,4 per l’Italia siamo a -1,7-1,8. In soldoni sono diciotto miliardi di minore crescita. Ora, mi domando se è plausibile che nel 2014, quando in Ue ci sarà l’1% in Italia si possa arrivare alla stessa percentuale di crescita. Non è plausibile. Il governo sa di mentire. E lo fa perché l’1% deve essere il denominatore virtuoso a cui far riferire le spese. A questo punto, però, almeno adotterei delle politiche che si possono in qualche modo avvicinare a quell’obiettivo e invece non c’è niente.Giochini contabili come sul caso dei debiti pregressi…
Il governo continua a d attribuire ai debiti pregressi verso le aziende uno 0,5% di effetto sul Pil ma è un errore madornale. E a Bruxelles fanno finta di niente. Quelle erano risorse già contabilizzate. E quindi di cosa parliamo? L’unico discorso è che dovrebbe esserci qualche effetto sul gettito dell’Iva. Si vabbé, ma allora siamo alla fantasia contabile.

Passiamo alla manovra vera e propria. Hai idea di quanto sarà?
Gli interventi su Imu e Iva e correzioni varie sono una operazione di almeno sei miliardi. In più, però, c’è da vedere cosa succederà con la Service Tax, e le minori entrate in relazione su chi davvero pagherà l’imposta. Possesso e proprietario, infatti, non sono proprio la stessa cosa. E l’Italia è l’unico paese in Europa che non ha una tassa patrimoniale. Temo che l’importo minimo della manovra si aggirerà sui dieci miliardi, quindi.

E come intendono agire?
Il governo pensa di ridurre lo stock del debito pubblico con sette miliardi annui fino al 2017 attraverso cessioni di proprietà pubbliche. Molto probabilmente una parte della manovra economica verrà da lì con interventi abbastanza discutibili anche perchè il corso delle azioni pubbliche in borsa è così scadente che le entrate potenziali sono un quarto più basse di quelle che dovrebbero essere. Eni, Enel, Finmeccanica, Poste, e Fincantieri. Insomma, un bel favore ai capitali esteri per fare shopping a prezzi stracciati. Non solo, va considerato che una gran quota delle società partecipate sono in mano alla Cassa depositi e prestiti che ha il bilancio fuori dalla contabilità pubblica.

E i dipendenti pubblici?
Ci si deve aspettare poco o nulla perché le previsioni di spesa tendono a diminuire in rapporto al Pil. E quindi rimaniamo al blocco del turn over e del contratto di lavoro. Si passa da 165 a 163 milliardi fino al 2017 per il lavoro dipendente della pubblica amministrazione. E dire invece che proprio quella voce di spesa dovrebbe registrare qualche incremento perché la propensione al consumo è più alta proprio in quei settori del lavoro.

Ma ormai la logica contabile è fuori controllo
Tutte le previsioni di entrata sono sempre superiori a quelle effettive mentre le previsioni di spesa sono sempre superiori a quelle fatte. La spesa pubblica, a conti fatti, è davvero diminuita però. E dire che aumenta è in realtà un modo per aumentare le tasse. Questo è molto importante perché i vari governi hanno usato lo strumento del Def non come strumento di politica economica pubblica ma come documento politico rimuovendo i veri problemi del paese.

Come si può intervenire?
In realtà al spesa pubblica ha un vincolo. Cento e passa miliardi sono soggetti a contratto privato. E quindi l’erogazione avviene sempre attraverso un contratto privato che ha una penale nel caso non vengano spesi i soldi. Se vogliamo fare una vera spending review allora dobbiamo prendere in considerazione non quanto stanzi per ogni singola voce ma l’analisi dei contratti per riprogrammare la spesa e anche risparmiare.

Quanto si può recuperare?
In base a un calcolo astratto credo che in tre anni si possono recuperare fino a sette miliardi. Il punto è che questo lavoro presuppone una attenta analisi della spesa e una revisione contratto per contratto. Lascio immaginare cosa potremmo trovare nella sanità, per esempio.

Telecom-Telefonica, per la Cgil un’operazione dai contorni inquietanti | Fonte: rassegna

 

“Un’operazione dai contorni inquietanti” nei confronti della quale il governo deve intervenire convocando “immediatamente gli azionisti di riferimento di Telecom Italia e le Parti Sociali per verificare quale sia il progetto industriale su Telecom”. E’ quanto si legge in una nota congiunta delle segreterie nazionali Cgil e Slc sulla vicenda Telecom-Telefonica. “Nel mentre il Presidente del Consiglio tenta di promuovere l’Italia all’estero e nel totale silenzio della politica – si legge nella nota -, è strato raggiunto l’accordo per l’acquisto della quota di controllo di Telecom Italia da parte di Telefonica. E’ la prima volta che un asset strategico per il futuro del Paese è acquisito da un’impresa straniera, senza che ci sia stata una preventiva discussione pubblica sulle ricadute e sugli interessi del Paese e, in assenza di un deciso cambio di passo, quanto avvenuto è destinato a ripetersi fin dalle prossime settimane”.

Per la Cgil e la Slc “siamo in presenza di un’operazione i cui contorni sono inquietanti perché i problemi di sottocapitalizzazione di Telecom e l’ingente debito che ne paralizza le capacità d’investimento sono tutt’altro che risolti, anzi potrebbero essere aggravati dalla situazione finanziaria di Telefonica a sua volta caratterizzata da un elevatissimo tasso di indebitamento. E’ evidente, che se i contorni di un possibile piano industriale fossero la vendita di Tim in Brasile e Argentina, riorganizzando l’azienda attraverso la cessione di assets strategici quali le attività di customer e quelle dell’informatica per poi procedere alla fusione per incorporazione di Telefonica e Telecom Italia saremmo in presenza di un’operazione che fa uscire l’Italia dal settore delle telecomunicazioni, togliendo al Paese la possibilità di indirizzare gli investimenti e potenziare la rete, condizioni imprescindibili per il rilancio dell’economia. In tal caso le ricadute occupazionali sull’attuale perimetro di Telecom Italia potrebbero essere incalcolabili”.

La situazione determinatasi, continua la nota, “conseguenza diretta degli errori commessi durante la privatizzazione le cui conseguenze negative hanno portato Telecom Italia a passare da 5° operatore mondiale di telefonia con 120.000 dipendenti a un’azienda sottocapitalizzata e indebitata in misura spropositata, deve vedere una pronta reazione al fine di evitare i rischi per il Paese e ridare un quadro di certezze e di trasparenza nei confronti dei 46.000 dipendenti diretti e delle altre decine di migliaia di lavoratori indiretti che dipendono dall’azienda stessa”. Cgil e Slc chiedono così un intervento dell’esecutivo. “Il Governo – affermano – deve convocare immediatamente gli azionisti di riferimento di Telecom Italia e le Parti Sociali per verificare quale sia il progetto industriale su Telecom, come si pensi di affrontare il tema della sottocapitalizzazione e degli investimenti necessari a rinnovare la rete, elemento strategico per l’ammodernamento dell’intero Paese. Nel caso non vi fossero gli elementi di chiarezza necessari, i Ministeri competenti dovranno esercitare i poteri previsti dalla golden share per dettare tutte le condizioni necessarie a salvaguardare gli interessi generali e le tutele occupazionali di migliaia di lavoratori. La stabilità non può rappresentare un valore a prescindere da quel che accade all’economia reale del Paese, e l’Italia non può permettersi di perdere ulteriori opportunità per poter tornare a crescere. Il sindacato – conclude la nota – è determinato a mettere in campo tutte le iniziative necessarie per evitare che ulteriori errori facciano pagare ai dipendenti e al Paese un ulteriore prezzo che riteniamo insopportabile quanto ingiustificato”.

“Merkel porta l’Ue alla rovina. Gli altri Paesi devono reagire”. Intervista a Giacché Fonte: www.liberazione.it | Autore: fabio sebastiani

 

l risultato delle elezioni in Germania e l’interpretazione che ne danno i maggiori partiti ci dicono che un cambio di passo è al di là da venire, con conseguenze pesanti per l’Europa. Su questo chiediamo un punto di vista a Vladimiro Giacché che sta per uscire con un importante libro sull’argomento (Anschluss, L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Imprimatur edizioni).
Il voto è la conseguenza di un fatto politico molto importante, ossia la sostanziale convergenza di posizioni, tra la destra dal volto materno e la Spd, il partito socialdemocratico. E’ una cosa che è emersa chiara in campagna elettorale, cioè l’assoluta mancanza di un’alternativa alla politica del governo. Un giornalista di Ft che aveva seguito il dibattito tra Merkel e Steinbruck ha parlato di un garbato colloquio tra due economisti di tendenza neoliberista. Una parte sostanziosa dell’estabilishment tedesco ha sostanzialmente appoggiato le politiche del governo. Il risultato è questo: l’elettorato alla copia preferisce l’originale. La Merkel ha guadagnato molti più voti di Spd ed ha distrutto il partito liberaldemocratico. In questo caso la logica dell’originale ha funzionato in tutte e due le direzioni. I liberaldemocratici hanno provato con una posizione euroscettica ma una parte dei voti sono andati da un’altra parte.Come valuti il risultato della Linke?
Intanto, non dobbiamo dimenticarci che in linea teorica il risultato delle urne ci ha consegnato un parlamento con una maggioranza di sinistra. Ma la Spd ha detto da subito che con la Linke non vuole fare accordi e quindi si continua con l’esclusione della sinistra. La posizione di vera sinistra ha comportato per la Linke un buon risultato. Qualche punto in meno? Ma all’epoca era più facile profilare una posizione autonoma, oggi la Spd, invece, era all’opposizione. La Linke, che è vittima di una conventio ad escludendum anche nei mezzi di informazione, è l’unica forza politica tedesca che ha le idee chiare su quello che andrebbe fatto in Germania ed in Europa e dice che quello che sta accadendo in Europa è il risultato della politica di deflazione, precarizzazione e bassi salari che la Germania vuole esportare anche negli altri paesi dell’Europa. In parole povere siamo all’agenda 2010 di Schroeder. Questa posizione della Linke è essenziale perché lega i vari movimenti dei lavoratori europei. E’ un punto importante da cui ripartire. Noi dovremmo uscire un po’ dall’idea di una contrapposizione tra paesi. E loro lo dicono chiaramente. E’ evidente che questo punto di vista si oppone alle politiche praticate in Germania e negli altri paesi.

La Grosse Koalition assomiglia un pò – come nel caso italiano – al “governo del presidente”…
A questa grossa coalizione si arriverà con una Spd che è più o meno la metà del partito della Merkel con le idee poco chiare sulle cose da fare. Credo che uno degli aspetti più importanti sia la fine della speranza in un blocco alternativo alle politiche di austerity guidato dai partiti socialdemocratici. Hollande prima ha gridato contro il fiscal compact e poi si è adeguato seguendo come uno scolaretto.

Non ci saranno nemmeno gli eurobond?
Su questo capitolo va detta una cosa chiara. La situazione si è aggravata. L’idea che l’Europa si salva con la comunitarizzazione del debito è sbagliata. In realtà i temi all’ordine del giorno sono la deindustrializzazione, la disoccupazione di massa, forte deficit in Italia della bilancia commerciale soprattutto nei confronti della Germania. Del resto abbiamo un esempio in Europa di un paese con tutti questi tre feneomeni che poi si è trovato in una forte dipendenza dall’estero. Questo paese è la Germania Est. Le dinamiche europee che sono state accentuate dalla moneta unica sono dinamiche che tu non inverti con l’obolo per i debiti. In un’altra forma queste coperture c’erano pure prima. Quello che serve è un riorientamento della politica europea. E questo ha conseguenze molto gravi. Dobbiamo porci in una situazione in cui non dobbiamo avere bisogno dei soldi della Germania. Loro devono fare politiche espansive e smetterla con una concorrenza sleale con bassi salari e aiuti alle imprese.

Non c’è solo questo contenzioso tra Europa e Germania. C’è anche la partita sul controllo delle banche. E quello interessa le istituzioni europee in quanto tali.
I loro interessi li hanno difesi bene nella cornice attuale rendendo complicata una evoluzione istituzionale in Europa, come per esempio sull’unione bancaria, che è stata bombardata dalla Germania. La supervisione non è su tutte le banche ma solo per quelle sopra i 30 miliardi di euro. Quelle che hanno problemi sono soprattutto le piccole. Qui non ci sarà alcuna vigilanza. Anche su quelle grandi la Merkel ha ottenuto di ritardare il processo. Tutto ciò non va nella direzione dell’integrazione. E’ oggettivamente una contraddizione perché sono gli stessi tedeschi che da una parte invocano più Europa e poi però la bombardano.

Messe così le cose non si vedono alternative se non in una presa di coscienza degli altri paesi europei…
La Francia è realmente a un bivio. O fanno come i tedeschi oppure devono guidare la rivolta contro la Germania.L’equilibrio attuale dovrebbe essere fatto saltare a beneficio dell’Europa stessa, sia chiaro. La mia impressione è che le dinamiche distruttive che riguardano in particolare l’euro non si sono minimamente arrestate. L’abbassamento dello spread riguarda solo la gran massa di liquidità immessa da Stati uniti e Giappone con capitali in libera uscita che si buttano pure sui titoli di Stato italiani. Insomma, se consideriamo l’adeguatezza dei tassi di interesse dei vari paesi l’euro non c’è già più. Se si continua su questa rotta l’euro è spacciato. O si riducono gli squilibri oppure l’euro diventa una camicia di forza che poi uno alla fine decide di togliersi.