Ora basta di Antonio Ingroia – 21 settembre 2013 Tratto da: azionecivile.net

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Già me li immagino i soloni del giornalismo italiano, “ecco, Ingroia attacca ancora Napolitano”, “non ha il senso delle istituzioni”, “il solito pm politicizzato”, “la solita toga rossa”. Me li immagino leggere queste righe avendo già deciso, ancor prima di arrivare in fondo, che io ho solo torti e nessuna ragione e che invece ha solo ragione e nessun torto il presidente della Repubblica, che invece di stigmatizzare le dichiarazioni eversive contro un potere dello Stato da parte di un condannato con sentenza definitiva finisce per criticare la magistratura probabilmente in nome della ragion di stato e in difesa del pessimo governo che ha messo in piedi.
Perché è vero che l’istituzione ‘Presidente della Repubblica’ è degna del massimo e assoluto rispetto, ma il rispetto alla carica deve darlo, prima di tutto, chi quella carica la ricopre.
Ricostruiamo? Da pm a Palermo (non dunque, in una piccola e tranquilla procura, ma nel cuore delle attività della mafia, quella che uccide) mi occupo di quello che aveva capito, qualche settimana prima di essere barbaramente ucciso, Paolo Borsellino, e cioè che lo stato e la criminalità organizzata hanno messo in piedi una trattativa. Nel bel mezzo delle intercettazioni del ministro degli interni dell’epoca, Nicola Mancino, un bel giorno questi decide di chiamare il presidente della Repubblica.

Il contenuto di quelle intercettazioni, lo abbiamo detto più volte, non aveva alcuna rilevanza penale per cui quelle intercettazioni non sarebbero mai state rese note. Ma queste rassicurazioni non bastano. E allora il presidente della Repubblica ci accusa di lesa maestà e annuncia un conflitto di attribuzioni davanti alla Corte Costituzionale mettendo uno contro l’altro il Quirinale e una delle procure in prima linea nella lotta alla mafia. La Corte ovviamente si adegua ai voleri del presidente e, con un verdetto scontato, gli dà ragione ma io continuo a chiedermi: era proprio necessario aprire un conflitto esponendo la Procura di Palermo a una delegittimazione di fatto di tutto il lavoro compiuto fino a quel momento? A mio parere no. Quelle intercettazioni non sarebbero state usate. Lo sapeva Napolitano e lo sapeva l’allora consigliere giuridico del Quirinale D’Ambrosio. E mai sarebbero state rese pubbliche. Noi ci comportammo da uomini dello Stato che dovevano proteggere la figura del Capo dello Stato. E così abbiamo sempre fatto.
Ma evidentemente quella vittoria scontata, a tavolino, a Giorgio Napolitano non basta, e ieri dal Colle è partita un’altra bordata nei confronti dei pm, e poiché io pm sono stato fino all’altro ieri, in prima linea viste le indagini che conducevo, mi sento chiamato in causa.
Passi che gli attacchi arrivino da Berlusconi, un pregiudicato che si era finora salvato da condanne definitive solo perché si è fatto delle leggi ad hoc in pieno conflitto di interessi.
Ma se è Giorgio Napolitano, che dovrebbe essere super partes, a esortare la magistratura a tenere “equilibrio, sobrietà, riserbo, assoluta imparzialità, senso della misura e del limite”, vuol dire che, a suo parere, molte procure non rispettano questi criteri. E implicitamente abbandona il suo ruolo di garante e prende una posizione precisa. Allora, a questo punto, sono io che, da cittadino, chiedo a chi siede al Quirinale maggiore equilibrio, maggiore sobrietà, riserbo, assoluta imparzialità, senso della misura e del limite. Insomma, chiedo a Giorgio Napolitano di rispettare il ruolo straordinariamente importante che gli ha affidato la Costituzione e di non entrare nell’agone politico. Anche perché, da presidente del Csm, gli strumenti per “bacchettare” i pm li ha tutti.
Cosa significa senso del limite? Non indagare se un pm ha una notizia di reato che riguarda qualche politico? Non indagare perché c’è una ragion di stato superiore e non può cadere il governo delle larghe intese? Non indagare e lasciare che il politico di turno possa corrompere, evadere, trattare con i criminali (e che criminali!)?
No. Io capisco che il garante della Costituzione, di fronte a una classe politica inetta e inefficiente, incapace di amministrare la cosa pubblica, svolga un ruolo di supplenza, proprio ai confini del ruolo che assegna la Costituzione, dettato dalle emergenze e dalle contingenze politiche ed economiche, ma che in nome di questo ruolo di supplenza venga sminuito il ruolo di garante della Costituzione non mi sta bene e, credo, non stia bene neanche a quei milioni di italiani che vedono il Quirinale, come me, punto di riferimento essenziale a garanzia dell’applicazione corretta della Carta.
Il presidente della Repubblica deve continuare a essere garante, il ruolo che la Costituzione gli assegna, e non può permettersi, lo ripeto, non può permettersi, di delegittimare il lavoro di pm e giudici in nome della governabilità.
Il Capo dello Stato, per il ruolo che ricopre, non può permettersi, neanche per errore e neanche per il più machiavellico dei motivi, di dare l’impressione di difendere un pregiudicato che tra procure e magistratura, tra primo, secondo e terzo grado, è stato indagato e giudicato da 16 magistrati diversi. Quei 16 magistrati hanno condannato Berlusconi perché aveva commesso un reato odioso come la frode fiscale, sottraendo come tutti gli evasori, denaro pubblico alle casse dello stato. Denaro che poteva servire a finanziare sostegno ai disabili, a costruire scuole, a sostenere i lavoratori disoccupati, a contribuire a impedire che questo terribile governo possa aumentare l’Iva da qui a qualche settimana. E allora, il presidente Napolitano, che invita i magistrati a fare autocritica, dia l’esempio: faccia autocritica, a cominciare dalla decisione di sollevare quel conflitto di attribuzione che ha calato una saracinesca sull’accertamento della verità sulla stagione delle stragi del ’92-’93 e della trattativa Stato-mafia.
E ora, sciacalli dell’informazione, dite pure che Ingroia ha attaccato Napolitano, ma per carità, tacete sugli attacchi che Napolitano, debordando dal suo ruolo di garante, ha fatto alla categoria nella quale ho lavorato fino a qualche settimana fa, continuando a ripetere la litania del conflitto politica-magistratura, ignorando che la magistratura è stata solo vittima e la politica solo aggressione. E sappiate che, se lo fate, vi prendete la responsabilità di delegittimare l’intero comparto della giustizia, quello che prova a garantire, pur nelle difficoltà in cui l‘hanno messa la politica e la crisi (ha ragione la Boccassini, i collaboratori dei magistrati prendono uno stipendio di merda), che la legge è uguale per tutti, dal capo dello stato all’ultimo degli immigrati clandestini. Povera patria, come diceva uno dei pochi intellettuali italiani ancora viventi.

Anm, dura replica a Napolitano: “Siamo responsabili, ma subiamo insulti”di Redazione Il Fatto Quotidiano |

Il comunicato del comitato direttivo dopo l’intervento del capo dello Stato sullo “scontro” tra politica e giustizia: “Chiediamo rispetto e sulle riforme abbiamo sempre collaborato”. Il presidente Sabelli: “Campagna organizzata di delegittimazione”. Alessandra Galli, giudice del processo Mediaset: “Lasciati soli davanti agli attacchi”

Anm, dura replica a Napolitano: “Siamo responsabili, ma subiamo insulti”

L’Associazione nazionale magistrati insorge contro la “delegittimazione dei giudici”. Non è solo l’ennesima puntata dello scontro tra politica e giustizia, perché i toni aspri del sindacato delle toghe sono una implicita risposta al presidente della Repubblica (e del Csm) Giorgio Napolitano, che ieri aveva esortato i magistrati ad avere “senso del limite” e a essere “meno difensivi” di fronte alle ipotesi di riforma della giustizia sul tappeto. “Ancora una volta siamo stati bersaglio di attacchi e insulti: non è una novità ma questi comportamenti sono diventati più numerosi e violenti, fino a giungere a una campagna organizzata di delegittimazioni“, ha affermato il presidente  dell’Anm, Rodolfo Sabelli, aprendo il comitato direttivo. “Noi siamo la magistratura che pretende rispetto e vuole le riforme nel rispetto dei principi della nostra Costituzione”, ha aggiunto.Il comitato direttivo ha poi approvato un documento in cui chiarisce che la magistratura “ha sempre reagito con forte senso di responsabilità, senza spunti polemici e sovraesposizioni personali, alla campagna organizzata di delegittimazione che in modo sempre più insistente colpisce la magistratura nel suo complesso e i magistrati impegnati nella trattazione di delicati processi, evocando una contrapposizione inaccettabile rispetto all’esercizio della giurisdizione”. Lasciando sempre sottointeso l’intervento di Napolitano di ieri, l”Anm rimarca che giudici e pm hanno “sempre contribuito alla discussione sulle riforme con proposte e iniziative destinate a realizzare i principi costituzionali sulla giustizia e i magistrati tutti hanno collaborato attivamente all’attuazione delle riforme già varate, con spirito di servizio e senso del dovere. Proseguiremo costruttivamente su questo atteggiamento”.

Al consiglio direttivo è intervenuta anche Alessandra Galli, il giudice che ha presieduto il collegio della corte d’Appello di Milano che ha condannato Silvio Berlusconi nel processo Mediaset, sfociato poi nella condanna definitiva in cassazione per frode fiscale, aprendo il caso della decadenza da senatore del leader Pdl, sia sotto il profilo della legge Severino sia per l’interdizione dai pubblici uffici, la cui entità deve essere ancora rideterminata. “Siamo stati lasciati soli davanti a questi attacchi. Ci si chiede di imbavagliarci, ci si chiede di essere costruttivi – ha detto con un altro chiaro riferimento alle parole del presidente della Repubblica – si attende che i magistrati facciano qualcosa per la pacificazione, mentre altri tengono comportamenti che sono fuori dallo Stato di diritto”.

La magistratura, ha aggiunto Galli, “nel suo complesso ha tenuto in questi anni un un profilo corretto, l’appello del capo dello Stato è stato accolto e sono diminuiti i casi di sovraesposizione. A Milano abbiamo cercato di portare a termine i processi il più tranquillamente possibile. Ma non si può chiedere alla magistratura il silenzio assoluto”. Bisogna quindi “rompere questo circolo vizioso. Dobbiamo preoccuparci di come la magistratura può far passare risposte puntuali di fronte a critiche e valutazioni fatte prima che una sentenza sia depositata. Se restiamo zitti – ha ammonito – si crea una falsa costruzione della realtà che poi è difficile da smontare. Dobbiamo difendere a monte quello che siamo”.

Non sono mancati i riferimenti precisi alla questione Berlusconi, che poi è l’epicentro dello “scontro fra giustizia e politica” che spesso Napolitano evoca in modo del tutto generico: “La situazione contingente continua a condizionare le riforme dopo i danni prodotti dalla stagione delle leggi ad personam“, ha detto ancora il presidente Sabelli. Che si è soffermato in particolare sul ddl Palma: “E’ stato presentato ed è stato discusso in commissione in Senato – ha detto – un ddl con nuove ipotesi di responsabilità disciplinare. Ci siamo già espressi in termini negativi in merito, escludendo questa ipotesi dalla revisione del codice disciplinare, non per pregiudizio ma perché queste misure potrebbero portare ad interventi punitivi e a una compressione della libera espressione dei magistrati”.

Secondo Sabelli misure di questo tipo sono il segnale che “la situazione contingente continua a condizionare le riforme”. Su questi aspetti è tornata con forza anche il vicepresidente dell’Anm, Anna Canepa, segretario nazionale di Magistratura democratica: “I magistrati pretendono rispetto e da tempo chiedono riforme della giustizia e le vogliono attuare. Ma dicono no alle leggi contro la Costituzione e alle leggi ad personam”.

La presa di posizione dell’Anm suscita le reazioni del critiche del Pdl: ”È grave e inaccettabile il comunicato col quale l’Anm replica di fatto al presidente Napolitano che aveva esortato la magistratura a superare la conflittualità con la politica e a non essere difensiva ma costruttiva sulle riforme”, dichiara fra gli altri la senatrice Anna Maria Bernini. “E’ inconcepibile – aggiunge la parlamentare – che l’Anm, incapace della minima autocritica anche rispetto ai comportamenti di singoli magistrati, respinga l’appello della più alta carica dello Stato fingendo di non esserne destinataria”.

No Tav: “Respingiamo l’accostamento con le nuove Br. E’ una provocazione” Autore: RedAzione da: controlacrisi.org

 

L’accostamento tra nuove Br e No Tav e’ “una provocazione che respingiamo con forza”. E’ quanto afferma un comunicato No Tav firmato ‘Comitato di lotta popolare – Bussoleno’. La nota definisce come “fantomatico” il documento diffuso sul web a firma Alfredo Davanzo e Vincenzo Sisi. “Facciamo fatica – prosegue la nota dei No Tav sul documento di Davanzo e Sisi – a trovarlo sui siti internet, anche quelli di movimento”, ma comunque lo “rispediamo al mittente”. I No Tav commentano in modo negativo la decisione del governo di inviare altri duecento militari in Valsusa, “a difendere il cantiere di Chiomonte, ovvero la fortificazione di un’opera imposta e inutile che rappresenta solamente il bancomat della casta e dei partiti”. Un atto, sostengono, con cui “il governo dimostra il fantomatico dialogo con la Valle di Susa e con la ‘legittima protesta degli abitanti’ come piace dire a molti in questo periodo”. “Vediamo poi che anche la nuova nomina del Prefetto di Torino – concludono – sarebbe propedeutica ad ostacolare la nostra lotta, cosa che dal curriculum del prefetto non ci sembra, ma ne prendiamo atto. Noi come sempre alimentiamo la resistenza”.

“Clima di criminalizzazione per poi reprimere il dissenso” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Intervista a Cesare Antetomaso, avvocato, membro dell’esecutivo giuristi democratici.

Sta prendendo piede una campagna sull’ordine pubblico piuttosto allarmante. Dai sabotaggi ai cosiddetti anarco-insurrezionalisti è tutto un fiorire di aggettivi colpevolisti tesi a creare il clima repressivo che accoglierà l’autunno caldo.
Comincia ad essere piuttosto evidente, non ci sono dubbi. Se vogliamo possiamo partire dal 2010 e dall’ottobre 2011, in particolare. Da allora le mobilitazioni hanno marcato difficoltà evidenti dal punto di vista della partecipazione. E questo perché in quelle occasioni c’è stata un risposta repressiva sproporzionata e irragionevole. Sono andati a colpire nel mucchio in modo pensate. Sono state inflitte misure pesantissime a chi non aveva nemmeno precedenti di polizia e accuse di reati gravissimi. E’ il segnale di una tendenza che ha ripreso vigore che nemmeno concepisce il dissenso.Criminalizzazione preventiva del dissenso…
Il segno sembra essere appunto questo. Oggi siamo in presenza di un restringimento via via più largo e più potente degli spazi di democrazia e quindi di confronto e di conflitto. Magistrati che si recano direttamente sul luogo dei disordini computer interi sequestrati ai consulenti della difesa, di questo stiamo parlando. Sono cose che non si vedevano dalla Torino degli anni ’70. Non vorrei che si tornasse come si faceva all’epoca al sequestro anche delle agende degli avvocati difensori.

Insomma, anche qui la Costituzione della Repubblica italiana sembra essere lettera morta.
Secondo me quello che andrebbe sempre ricordato è che sul codice Rocco si parla di “attentato ai diritti politici dei cittadini”. Giuristi democratici si posero il problema già a partire da Genova. E’ un principio al quale dovremmo fare riferimento quando poi arrivano arresti dopo sei mesi dai fatti per il solo fatto di essere stati presenti sul luogo dei fatti. Principio messo a rischio quando poi viene tollerato che deputati della Repubblica arrivano a dire che chiunque osa mettersi di mezzo alla Tav è un terrorista. La cosa ancora più preoccupante è che ampi settori dell’informazione avallano questa operazione, perché poi è più facile per la repressione a livello giudiziario accostare fatti e concetti. Il 15 ottobre 2011 dei black block non c’era l’ombra e chi aveva qualche indumento nero veniva associato ugualmente a loro. Il passaggio dall’uso di un certo tipo di linguaggio ad un armamentario repressivo è breve.

Da questo punto di vista si nota che l’uso delle immagini per documentare i fatti nel mirino degli investigatori è sempre più frequente.
L’uso delle riprese e delle foto è fatta in maniera smodata. Questa ipertrofia della telecamera è ricorrente. Ora arriviamo alla ricostruzione in studio della fiction. E’ un atto che difficilmente può resistere al vaglio di un magistrato, però. La prova deve essere storia e deve avere una forte attinenza.

Non è escluso che si giochi a dividere i buoni e i cattivi nei due appuntamenti del 12 e del 19 ottobre.
Il 12 ottobre è un’occasione in cui la libertà di manifestazione del pensiero andrà sottolineata. Oggi noi abbiamo quelle norme per cui anche per un semplice presidio dobbiamo dare comunicazione. Si tratta di norme costituzionalmente obsolete. Questo non toglie che il questore di turno se ne faccia scudo. Tav e situazioni varie come i “No Muos” vanno riconnesse. E questo vuol dire che la difesa dei beni comuni è costituzionalmente garantita. Non si può giocare con termini ed etichette tipo antagonisti, per i quali scatta sempre un trattamento giuridico più pesante. La divisione tra buoni e cattivi va evitata. La gestione dell’ordine pubblico del 2011 è troppo vicina per non sentire la pesantezza di quella operazione repressiva. Se un certo linguaggio non viene un attimo calibrato il rischio è sempre quello di prestare il fianco a operazioni strane.

Rodotà è contro la Tav, Pd e Pdl quasi lo accusano di terrorismo. Ferrero: Basta stravolgere le parole e fare associazioni impossibili Fonte: controlacrisi.org | Autore: A. F.

Rodotà è contro la Tav. Lo è sempre stato perché ritenuta un’opera inutile e dannosa. Inoltre, il costituzionalista giudica gli atti come la lettera delle nuove Brigate Rosse “deprecabili, ma comprensibili e non devono contribuire a derubricare la realizzazione dell’opera a una mera questione di ordine pubblico”. L’ex candidato alla Presidenza della repubblica ha anche precisato il suo punto di vista e cioè che le parole usate dalle nuove Br “non sono “comprensibili” nel senso che siano giustificabili in alcun modo; significa invece che purtroppo esiste ancora qualche persona che continua a usare un linguaggio pericoloso e inaccettabile”. Poi torna sull’inutilità dell’opera, che poco ha a che fare con qualsiasi questione di ordine pubblico: “In Italia – ha affermato Rodotà – dovremmo prendere atto di quanto stia avvenendo a livello internazionale e riaprire una riflessione politica più ampia sull’infrastruttura, a maggior ragione in un momento di fibrillazione sociale molto forte, in cui non sarebbe giustificabile un impiego consistente di capitali in un’impresa che rischia di rimanere sospesa». Secondo Rodotà, il decreto con cui la Francia ha dichiarato di pubblica utilità alcuni lavori del cantiere Tav, senza però dare certezze sullo stanziamento finanziario per l’opera è «un sostanziale rinvio della Torino – Lione, che può apparire come una rinuncia a costruire la parte francese della linea”.

Insomma, Rodotà spiega bene il suo pensiero, che non ha nulla a che fare con violenza e terrorismo. Ma per il ministro degli interni Angelino Alfano le parole di Rodotà “sono gravissime, inquietanti. Le condanno duramente, mi auguro che le rettifichi”. “Mi chiedo – ha detto il ministro dell’Interno – se non ci sia da temere per il ritorno dei cattivi maestri”. Addirittura per Alfano la dichiarazione di Rodotà “se fosse confermata sarebbe sconvolgente”. “Mi pare intollerabile – ha aggiunto – che un candidato alla presidenza della Repubblica abbia potuto dire questo mentre i nostri poliziotti sono impegnati a proteggere il cantiere e mentre i lavoranti delle ditte sono lì a rischiare la vita”. “Non possiamo dare un millimetro di vantaggio – ha detto il ministro – alle Nuove Br”. Alfano ha assicurato che “lo Stato farà il proprio mestiere fino in fondo” e ha ricordato che è stato raddoppiato il contingente di uomini. “Pensiamo che le parole in questi momenti – ha concluso – pesino come pietre e che non si possano sbagliare le parole”.

L’ex candidato Presidente della Repubblica risponde poco dopo, parlando di “strumentalizzazione”: “Sono parole ‘inaccettabili’ quelle delle nuove Br contro la Tav, ma trovo comunque anche inaccettabile che venga strumentalizzata dal ministro una dichiarazione che registrava un drammatico dato di realtà, trasformandola in una forma diretta o indiretta di giustificazione di quelle posizioni”.

Ma la cosa preoccupante è che anche il Pd si mette contro Rodotà. “Rodotà ci ripensi”, ha scritto in una nota Emanuele Fiano, presidente forum Sicurezza e Difesa del Partito Democratico, “e corregga le sue parole. Se il suo pronunciamento è vero, allora ha commesso un errore gravissimo. Niente di ciò che dicono i terroristi delle Brigate Rosse può essere comprensibile. La storia delle Br ce lo ha insegnato e ce lo dicono le decine e decine di vittime innocenti, tra i magistrati, gli operai, i semplici cittadini, le forze dell’ordine. Nessuna comprensione è possibile per ciò che viene dall’ideologia di morte dei brigatisti. Per questo, a Stefano Rodotà diciamo che continueremo a difendere il diritto al dissenso democratico e pacifico, ma nessuno potrà mai portarci a considerare ammissibile la violenza. Chi non accetta questo ragionamento, la legittima”.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, non ci sta e prende le difese di Rodotà: “Voglio esprimere la mia solidarietà a Stefano Rodotà, vergognosamente attaccato da Alfano. Alfano stravolge le parole di Rodotà al fine di scatenare una nuova caccia alle streghe. La cosa preoccupante è che il ministro degli Interni utilizzi pretestuosamente le deliranti parole dei terroristi per infangare una persona come Rodotà e il Movimento NO TAV”