Legge omofobia, lettera aperta al Pd: “È norma liberticida, se ne discuta al congresso ” da: L’Huffington Post

 

 

Mentre le associazioni gay organizzano la loro protesta all’assemblea del Pd, i vertici del partito ricevono una lettera da undici attivisti di centrosinistra, tutti accomunati dall’indignazione per la legge approvata ieri sull’omofobia, che contiene un emendamento che costituisce, nei fatti, un salvacondotto per partiti di destra e associazioni cattoliche. “Un testo che, invece di migliorare la legge Mancino, non fa altro che peggiorarla”, spiega Paola Concia. Insieme a lei la lettera porta le firme di Fabio Astrobello, Andrea Benedino, Veniero Adriano Fusco, Enrico Fusco, Rosaria Iardino, Fabio Iovine, Aurelio Mancuso, Vanni Piccolo, Daniele Viotti e Patrizia Viviani. Tutte persone che hanno fatto della battaglia per i diritti degli omosessuali una questione di civiltà. Pubblichiamo di seguito il testo integrale della lettera.

 

Sono ore difficili per chi ha fatto delle battaglie sui diritti e le libertà il principale terreno di lotta politica nel PD. L’approvazione da parte della Camera dei Deputati della legge contro l’omofobia e la transfobia, dopo anni di tentativi falliti, avrebbe meritato che si stappassero bottiglie di champagne della miglior riserva.E invece tutto suona molto triste, perché pur a fronte di una dura battaglia per mantenere nel testo della legge le aggravanti, il PD ha voluto votare, in nome di un accordo politico con Scelta Civica, un subemendamento che recita “Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente ovvero assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni”. E il subemendamento è passato per una trentina di voti appena, solo grazie al sostegno dichiarato della Lega Nord.

In sostanza assieme alla cura contro la malattia, abbiamo somministrato al paziente anche una buona dose di germi, legittimando quelle organizzazioni estremiste e clericali (da Forza Nuova a Militia Christi) a portare avanti le loro campagne di opinione contro tutte le diversità. Ebbene sì, perché la novità è che con questa aggiunta si è andati ad intaccare l’intero impianto della Legge Mancino, andando a coinvolgere non solo la minoranza lgbt di questo paese, ma tutte le altre minoranze “razziali, etniche, religiose e nazionali”. Quelle minoranze che, in queste settimane, sono state troppo colpevolmente silenti, forse perché pensavano che quella in discussione fosse una legge che riguardava solo i gay.

E chissà che ora questo abbassamento dell’asticella delle tutele per tutti non sia d’aiuto nella costruzione di quel fronte ampio nella battaglia sui diritti che finora è mancato in questo paese. Esattamente come è mancato il dibattito pubblico su questi temi, il confronto tra i parlamentari e le associazioni, gli interventi degli autorevoli commentatori. Si è preferito attestarsi sugli aspetti superficiali della legge senza approfondirne i contenuti e i risvolti, che alla luce di queste modifiche ora appaiono chiaramente in tutta la loro luce sinistra e minacciosa.

Si è arrivati fin qui perché da quando il PD è nato abbiamo evitato di affrontare questa discussione. Se ancora ieri la discussione interna al gruppo parlamentare verteva sull’inserimento o meno delle aggravanti nel testo della legge è perché ancora permangono all’interno del partito visioni troppo divergenti su cosa siano le discriminazioni e come debbano essere contrastate. Visioni diverse sull’idea stessa di uguaglianza, che dovrebbe stare alla base di un partito democratico moderno. Quanta distanza dal discorso di reinsediamento del presidente Obama, quanta distanza da ciò che in tutta Europa è ormai prassi costante sia delle sinistre democratiche che delle forze di centrodestra moderate!

Come reagire? Si parta da quella discussione che non è stata fatta e che sta alla base, peraltro, del fatto che decine di parlamentari democratici non hanno sostenuto, nel voto segreto, l’approvazione di una norma così liberticida. Ebbene, che vengano allo scoperto quei parlamentari che hanno votato contro, ci mettano la faccia, ci aiutino ad aprire finalmente questa discussione nel partito e nel paese. E vengano allo scoperto pure coloro che quell’emendamento lo hanno sostenuto, magari facendosi violenza e nella convinzione che fosse un male necessario per veder votata finalmente una legge che istituisce il reato di omofobia e transfobia con le aggravanti. Motivino le loro ragioni, accettino il confronto. E vengano allo scoperto pure coloro che hanno sostenuto, in un duro confronto interno al gruppo, che la legge la si sarebbe potuta votare anche senza le aggravanti. Spieghino ad alta voce e guardandoci negli occhi perché a loro dire ci sono cittadini più uguali degli altri e minoranze più diverse delle altre.

Se ne discuta nel congresso, utilizzando questa sede non solo per contare il consenso delle varie correnti e sub-correnti, ma per riportare la politica e la vita delle persone al centro delle nostre discussioni. Un partito “ibrido” che affronta i temi della libertà e dei diritti imbastendo compromessi al ribasso a chi serve? Se tutta questa discussione finisse soltanto in un silenzio imbarazzato, non si farebbe altro che ridare fiato a quella sinfonia degli addii che già troppe persone ha allontanato in questi anni dal nostro partito, e sarebbe la fine peggiore.

Fabio Astrobello, Andrea Benedino, Paola Concia, Veniero Adriano Fusco, Enrico Fusco, Rosaria Iardino, Fabio Iovine, Aurelio Mancuso, Vanni Piccolo, Daniele Viotti, Patrizia Viviani .

Ciao Massimo da: libertàgiustizia

firma _costituzione_330_altezza129Con una serie di telefonate dolenti, abbiamo appreso questa sera che Massimo Pallotta, coordinatore storico di Padova ci ha lasciati. Non era stato bene, si era sottoposto ad alcuni interventi, ma negli ultimi mesi era tornato in forma. Ci telefonava quasi tutti i giorni in ufficio, l’ho sentito un paio di giorni fa, ci aveva mandato il documento aggiornato della riforma dei saggi sulla riforma costituzionale. La Costituzione, che da mazziniano e repubblicano ardente, da socio di Libertà e Giustizia della prima ora, aveva sempre venerato. Decine e decine le iniziative e gli incontri organizzati a Padova, tutti a difesa della nostra Carta fondante.
Collaboratore e amico di Lorenza Carlassare, anni fa aveva fatto stampare un libretto, agilissimo, con gli articoli della Costituzione, che tutti noi di LeG abbiamo in tasca. Sul frontespizio si legge: “Costituzione italiana nata dalla Resistenza. Supplica al signor Presidente della Repubblica italiana: signor Presidente ci faccia la grazia di vedere come si vivrebbe in questo Paese se la legge costituzionale fosse fedelmente attuata. Sono sessant’anni che stiamo pazientemente aspettando!”
Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare e tutti noi di Libertà e Giustizia ci stringiamo a Nella, sua moglie, ai figli e alla piccola Emma, la nipotina che tanto amava.

Ciao Massimo.

Recalcati: “Il maestro riluttante. Cari professori non fate gli psicologi” di Massimo Recalcati, la Repubblica, 20 settembre 2013

In queste settimane che la Scuola riapre le sue porte auguro che ogni insegnante ritrovi il senso del suo lavoro – bistrattato e umiliato economicamente e socialmente – come uno tra quelli più decisivi nella formazione dell’individuo. Auguro loro di saper ritrovare passione nello spiegare una poesia di Ungaretti, le leggi della termodinamica, la deriva dei continenti, una lingua nuova, la bellezza formale di una operazione di matematica o di un teorema di geometria. Auguro che la loro parola riesca a tenere vivi gli oggetti del sapere generando quel trasporto amoroso ed erotico verso la cultura che costituisce il vero antidoto per non smarrirsi nella vita.
Nel nostro tempo la scuola di ogni ordine e grado sembra ridotta ad un “esamificio”. L’impeto della valutazione vorrebbe imporre scansioni dell’apprendimento uguali per tutti. Sempre più si sta imponendo una scuola che il “sogno” di un recente ministro della pubblica istruzione codificava con le tre “i” (impresa, inglese, informatica), cioè una scuola fondata sul principio di prestazione. Il nostro tempo non coltiva l’ideale di una scuola autoritaria e disciplinare. Non è più il tempo dove – secondo una tristemente nota metafora botanica – l’allievo è assimilato ad una vite storta e l’insegnante ad un paletto diritto e ad un filo di ferro capace di raddrizzarne la stortura. Il conformismo attuale non è più morale ma cognitivo. Il nostro tempo non concepisce più l’allievo come una vite storta, ma come un computer vuoto. L’apprendimento è il riempimento del cervello di file seguendo l’ideale di un travasamento potenzialmente illimitato di informazioni nella sua memoria. All’illusione botanica si è sostituita quella tecnologico- cognitivista: morte dei libri, informatizzazione degli strumenti didattici, esaltazione delle metodologie dell’apprendimento, accanimento valutativo, burocratizzazione fatale della funzione dell’insegnante che deve sempre più rispondere alle esigenze dell’istituzione che non a quella degli allievi. Attualmente un’altra illusione ha fatto capolino. È l’illusione dell’insegnante-psicologo che possiamo sintetizzare con il racconto che ho udito fare da un professore di liceo ad un recente convegno sulla scuola al quale ho partecipato. Questi si vantava nel suo lavoro quotidiano di lasciare da parte i contenuti dei programmi ministeriali per dedicarsi a cogliere i segni di disagio esistenziale dei suoi allievi raccogliendo le loro confidenze più personali. Mettere da parte lo studio di Aristotele, di Spinoza o di Hegel per dare voce alla sofferenza dei ragazzi della quale, com’è noto, i programmi didattici si disinteressano. Quale nuova pericolosa illusione si annida in questo atteggiamento? L’amore per il sapere – che dovrebbe animare ogni insegnante – lascia il posto ad una supplenza diretta del mestiere del genitore. Mentre l’informatizzazione cognitivista della scuola esalta un sapere senza vita, questa nuova ondata psicologista sembra invece esaltare la vita senza sapere. Si tratta di due facce della stessa medaglia accomunate da una stessa fondamentale dimenticanza: l’importanza dell’ora di lezione nel promuovere l’amore verso il sapere come condizione per ogni possibile apprendimento.
Lo scandalo del professore di liceo che ha abusato del suo ruolo per coltivare relazioni sessuali con le sue allieve minorenni è ancora caldo. In quel caso si è trattato di una distorsione, o se si preferisce, di una deviazione di quello che gli psicoanalisti chiamano “transfert”. Di cosa si tratta? La sua matrice si trova nel gesto di Socrate narrato nel Simposio di Platone. Agatone, l’allievo, si siede vicino al maestro coltivando l’illusione che il suo cervello sia un contenitore dentro il quale Socrate dovrebbe versare il liquido del suo divino sapere. È l’illusione che abita ogni scolastica dell’apprendimento. Essere un recipiente passivo che il sapere del maestro può riempire sino all’orlo. Ma Socrate si nega ad Agatone. Non accontenta la sua aspirazione ad essere “riempito”. Negandosi alla domanda ingenua di Agatone – “travasa in me il tuo sapere” – Socrate cerca di mettere in movimento il suo allievo (transfert significa “trasporto”, “sentirsi trasportati”) distogliendolo dall’illusione che conoscere significa riempirsi passivamente il cervello di nozioni già esistenti e possedute da qualcuno. Il gesto di Socrate è controcorrente rispetto ad ogni idea scolastica del sapere ed è il motore di ogni forma di apprendimento autentico. Svuota il maestro di sapere affinché l’allievo si metta in movimento – si senta trasportato – verso il sapere, affinché nasca nell’allievo un desiderio autentico di sapere.
Il gesto di Socrate è innanzitutto un gesto di sottrazione; anch’io non so quello che tu non sai, non perché sono ignorante, ma perché so che è impossibile possedere tutto il sapere, perché il sapere stesso non può mai costituire un tutto. Il compito di un insegnante è quello di generare amore, transfert erotico, sul sapere più che distribuire sapere (illusione cognitivista) o mettere tra parentesi il sapere occupandosi della vita privata degli allievi (illusione psicologista) perché l’alternativa tra la vita e il sapere è sempre sterile.
Sull’importanza vitale dell’ora di lezione mi si permetta un ricordo personale. Da ragazzo frequentavo alla fine degli anni Settanta le aule disadorne di un Istituto agrario specializzato in coltivazione di serre calde situato nell’estrema periferia di Milano. Alcuni dei miei compagni finirono sperduti in India, altri costeggiarono pericolosamente il terrorismo, altri ancora sono stati ammazzati dalla droga. Eravamo in quell’Istituto un manipolo di cause perse. Cosa mi salvò se non un’ora di lezione, se non una giovane professoressa di lettere di nome Giulia Terzaghi che entrò in aula stretta in un tailleur grigio rigorosissimo parlandoci di poeti con una passione a noi sconosciuta? Cosa mi salvò se non un’ora di lezione? Se non quella passione sconosciuta che Giulia sapeva incarnare? Questa storia non è solo la mia ma è la storia di molti. Cosa ci salvò se non quel desiderio di sapere che si propagava dalla forza della parola dell’insegnante capace di scuoterci dal sonno? Non è forse questo quello che la scuola burocratizzata della valutazione e della informatizzazione sospinta rischia di dimenticare? Non è forse l’ora di lezione che può rimettere in movimento le vite scuotendole dall’inerzia di un sapere proposto solo come un oggetto morto? Auguro a tutti gli studenti di ordine e grado di incontrare la loro Giulia.

 

La libertà sulla nuvola Fonte: Internazionale | Autore: SLAVOJ ZIZEK

 

Tutti ricordiamo il volto sorridente di Barack Obama mentre pronunciava lo slogan della sua prima campagna elettorale: Yes, we can! Sì, possiamo. Possiamo sbarazzarci del cinismo dell’era Bush e portare benessere e giustizia agli americani. Ma oggi che gli Stati Uniti insistono con le operazioni segrete e spiano i loro alleati, possiamo immaginare la gente che urla a Obama: “Come puoi usare i droni per uccidere? Come puoi spiare i tuoi alleati?”. E Obama che mormora con un sorriso cattivo: “Yes, we can”.

Una visione così semplicistica, però, non coglie il punto. L’ex collaboratore della National security agency, Edward Snowden, va difeso non solo perché le sue denunce hanno messo in imbarazzo il governo statunitense, ma anche perché ha rivelato che molti paesi – Francia, Russia, Germania, Israele – si comportano come Washington. In realtà da Snowden (e da Chelsea Manning) non abbiamo saputo niente che non dessimo già per scontato. Ma avere dati concreti è diverso. E i dettagli svelati da Snowden ci offrono una panoramica sul restringimento in tutto il mondo di quello che Immanuel Kant chiamava “l’uso pubblico della ragione”. Nel saggio Che cos’è l’illuminismo? Kant contrappone l’uso “pubblico” e “privato” della ragione.

Per Kant, “privato” è l’ordine comunitario-istituzionale nel quale siamo inseriti (il nostro stato, la nostra nazione), mentre “pubblico” è l’universalità transnazionale dell’esercizio della ragione: “Il pubblico uso della propria ragione dev’essere sempre libero, ed esso solo può portare l’illuminismo tra gli uomini. L’uso privato della propria ragione, invece, può assai di frequente subire strette limitazioni senza che il progresso dell’illuminismo venga particolarmente ostacolato. Per uso pubblico della propria ragione intendo l’uso che una persona ne fa, come studioso, davanti all’intero pubblico dei lettori. Chiamo invece uso privato quello che a un uomo è lecito farne in un determinato ufficio o funzione civile di cui egli è investito”.

Si vede dove Kant si allontana dal nostro senso comune liberale: la sfera dello stato è “privata”, limitata da interessi particolari, mentre gli individui che riflettono su questioni generali usano la ragione in modo “pubblico”. Questa distinzione kantiana è significativa ora che internet e altri nuovi mezzi di comunicazione sono divisi tra il loro libero uso “pubblico” e il crescente controllo “privato”. Nella nostra epoca di cloud computing non abbiamo bisogno di computer potenti. I dati e le informazioni sono forniti a richiesta e, con i loro browser, gli utenti accedono a strumenti o applicazioni che si trovano in rete, come se fossero programmi installati sul loro computer. Ma questo mondo meraviglioso è solo una parte della storia.

Gli utenti accedono a programmi e documenti che sono conservati a distanza in locali climatizzati con migliaia di server. Per poter gestire una “nuvola” dev’esserci un sistema che ne controlli le funzioni, e questo sistema è nascosto agli utenti. Una volta scelta la strada dei segreti di stato, prima o poi raggiungiamo il punto fatale in cui le stesse norme giuridiche che definiscono ciò che è segreto diventano segrete. Una legge segreta, sconosciuta ai suoi soggetti, legittima il dispotismo arbitrario di chi la applica. Inoltre, quello che rende pericoloso il controllo totale della nostra vita non è la perdita della privacy a favore del Grande fratello.

Non esistono servizi d’intelligence in grado di esercitare un controllo di questo tipo, perché il volume dei dati è eccessivo. Nonostante i programmi avanzati per individuare messaggi sospetti, i computer che registrano miliardi di dati non hanno la capacità d’interpretarli correttamente e provocano errori ridicoli, come quando degli innocenti vengono scambiati per potenziali terroristi. Si racconta che una volta William Randolph Hearst, il magnate della stampa, chiese al direttore di uno dei suoi giornali perché non voleva andare in vacanza. Il direttore rispose: “Ho paura che senza di me si scateni il caos, ma ho ancora più paura che tutto fili liscio, e questo dimostrerebbe che non sono necessario”.

Così noi dovremmo temere che i servizi d’intelligence sappiano tutto e ancora di più che i loro sforzi falliscano. Per questo le talpe hanno un ruolo fondamentale nel tenere desta la ragione “pubblica”: non solo denunciano alle autorità pubbliche le pratiche illegali di banche, multinazionali del tabacco e aziende petrolifere. Ma denunciano le stesse autorità pubbliche quando praticano “l’uso privato della ragione”. Abbiamo bisogno di altri Manning e Snowden in Cina, in Russia, dappertutto.

Ci sono paesi più oppressivi degli Stati Uniti. Grazie alla loro superiorità tecnologica, gli Stati Uniti non hanno bisogno di ricorrere a metodi apertamente brutali (ma sono disposti a farlo se è necessario). In questo senso sono più pericolosi della Cina, perché le loro misure di controllo non sono percepite come tali. Non basta mettere uno stato contro l’altro. Serve una rete internazionale che tuteli gli informatori e diffonda il loro messaggio. Le talpe sono i nostri eroi perché dimostrano che, se quelli al potere possono farlo, possiamo farlo anche noi.

(Traduzione di Maria Giuseppina Cavallo)

Internazionale, numero 1016, 6 settembre 2013

Numero verde antisuicidi: in 15 mesi 190 imprenditori seguiti Fonte: redattoresociale.it

In 15 mesi di attività sono 190 gli imprenditori in difficoltà che hanno trovato un sostegno concreto nel numero verde antisuicidi attivato dalla regione Veneto con il servizio “inOltre – la Salute dell’imprenditore”. Rispettivamente, 61 hanno chiamato da Vicenza, 49 da Padova, 30 da Treviso, 26 da Venezia, 16 da Verona,  alcuni  da Rovigo e  Belluno. A oggi le chiamate ricevute dal numero 800-334343 sono state 833, di cui provenienti da 65 da fuori regione, prevalentemente da Lazio e Lombardia, ma anche da Campania, Emilia e Friuli.

 

“Quella dei suicidi è una piaga che continua a lasciare ferite profonde nella nostra regione – commenta il presidente del Veneto Luca Zaia nel presentare i dati – e nelle ultime settimane stati altri imprenditori si sono tolti la vita. Ma, accanto a questi, ce ne sono centinaia che stanno riuscendo a reinventare le loro aziende e le loro vite”.

A rivolgersi al servizio, attivo 24 ore su 24, non sono stati solo i diretti interessati: diverse telefonate sono giunte anche da servizi territoriali che segnalavano situazioni a rischio, da amici, parenti, perfino da dipendenti. “I dati sottolineano l’efficacia e l’efficienza del numero verde – conclude Zaia – e allo stesso tempo segnalano come questo problema non abbia allentato la sua presa sulle nostre comunità. Per questo la regione non abbasserà la guardia e continuerà a stare a fianco dei propri imprenditori per aiutarli ad affrontare le conseguenze di una crisi che ha lasciato segni profondi nel tessuto economico e sociale della nostra regione”

“Miopia e difesa dei privilegi, le origini della disdetta del contratto delle banche”Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Intervista ad Agostino Megale, segretario della Fisac-Cgil

La disdetta del contratto da parte delle banche ha sorpreso un po’. Un settore, quello del credito, votato alla concertazione, improvvisamente decide di seguire lo scontro puro e duro. Cosa succede? Le banche italiane hanno deciso di risolvere così il nodo dell’adeguamento del sistema dal punto di vista dei costi e della modernità di funzionamento?
Il settore bancario in Italia è in difficoltà. E’ vero che il sistema era meno esposto rispetto alla speculazione internazionale e ai derivati, non perché ci fosse una mente cauta e straordinariamente intelligente ma per i ritardi accumulati, ma è altrettanto vero che quando precipita la crisi il contraccolpo si trasmette immediatamente sul credito. Pur essendo più solido e meno esposto sul fronte patrimoniale, il settore vede il taglio del 50% del valore delle azioni, la ricapitalizzazione e una certa stretta delle ispezioni. Il 2012 va peggio del 2011 e le semestrali del 2013 sono anche peggio del 2012. La redditività, intanto, finisce sotto il 2%. La verità è che nel 2013 si concentrano gli elementi di ritardo su innovazione nel digitale e nei servizi assieme ad una crisi che colpendo i fondamentali dell’economia e nell’economia ad un certo punto entra direttamente nelle banche.Intanto, Basilea 3 è alle porte…
Il settore al raggiungimento di Basilea 3 dovrà procedere anche evidenziando problemi occupazionali non nuovi. D’altro canto si sono gestiti 40mila esuberi tra 2008 e 2012 con esodi per gli anziani che hanno permesso poi l’ingresso di 5.000 giovani. E’ indubbio che un processo cominciato prima si accentua con la crisi. Così come è indubbio che a fare altri danni ci ha pensato il blocco del pensionamento introdotto dalla legge Fornero. Nel 97-98 si produsse, per fronteggiare il decennio successivo, un protocollo con il governo Prodi con l’obiettivo di rilanciare il settore e difendere l’occupazione. Arrivò il sostegno al reddito e prevalse la concertazione. Oggi quello che mi pare si evidenzi con la scelta della disdetta è da un lato una miopia e una scarsa lungimiranza di una classe dirigente che a fronte della crisi decide che l’anello più debole della catena è rappresentato dal lavoro. E quindi prendono di mira il contratto sia sul lato dei costi che su quello dei diritti attraverso una disdetta che sa di altri tempi e ricorda gli anni ’80.

Perché tanta durezza?
Più che porsi il problema di far ripartire il sistema si preoccupano di far precipitare la rottura delle relazioni. E’ un errore. Proprio in questa situazione il paese avrebbe bisogno di vedere unità e coesione. Una classe di banchieri che guadagna superstipendi e rompe il contratto per un costo contrattuale irrisorio non può pensare che il sindacato porga l’altra guancia. Al tavolo delle trattative abbiamo chiesto di affrontare il tema di compensi di 2-3 milioni. Beh, sono impalliditi. Per noi il contratto, e questo lo voglio sottolineare, è la carta costituzionale.

Non vorrei fare accostamenti troppo arditi ma sembra una situazione del tutto simile a Fiat.
Le tenedenze imitative che guardano a Fiat non sono solo una retorica. Bisogna però sapere che lo scontro non va sottovalutato perché in gioco c’è la carta costituzionale del lavoro dei bancari. Per poter sconfiggere questa impostazione dobbiamo essere protagonisti di una operazione che chiamo rivolgersi al paese. Una sorta di carta dei diritti dei cittadini in cui si chiede alle banche di riaprire gli investimenti, e di ridurre quei 42 miliardi di mancato prestito alle famiglie, di disporre interessi ridotti per investimenti produttivi soprattutto per i giovani. Insomma, non c’è la difesa di una corporazione ma una proposta per la difesa di un sistema-Paese che sta collassando per la mancanza dei flussi di credito. E’ molto importante poi che tutto il sindacato abbia risposto in modo netto con una prima dichiarazione di sciopero per il 31 ottobre. Deve essere chiaro che questa vicenda in cui i banchieri mettono nel mirino il contratto non la si vince solo con la giusta necessaria mobilitazione del sindacato ma è necessario che i banchieri capiscano che i lavoratori sono totalmente con il sindacato. Sono 13-14 anni che la categoria non sciopera. Ci ritorna per difendere e mantenere un contratto nazionale di lavoro che quando venne sottoscritto nel 2012 lo definimmo un contratto in tempo di crisi.

Colombia, assassinato uno dei leader del movimento contro la diga Itualgo | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Drammatico assassinio politico in Colombia: colpito a morte uno dei leader del movimento Rios Vivos, leader della lotta contro la costruzione della Diga Hidro Ituango nella regione di Antioquia. Il giovane Nelson Geraldo Posada, 31 anni è stato trovato cadavere nel municipio di Ituango, colpito da colpi di arma da fuoco e sgozzato. Lo denuncia l’associazione colombiana Rios Vivos, di cui faceva parte, marchiando l’efferato delitto come politico.

Nelson era un attivista impegnato nella lotta contro la costruzione della diga Hydrolituango, un megaprogetto idroelettrico che si fregia di esser “il più grande della colombia, con la produzione di 2400 MW di energia con otto turbine”, e che di fatto prevede il solito sfollamento massicio di povera gente, cui non viene dato nulla in cambio se non ridicoli risarcimenti. Posada viveva sotto minaccia e negli ultimi mesi, insieme a sua moglie e ai due figli piccoli, condivideva la protesta dei contadini sfollati per il progetto (più di 300 famiglie), che si erano accampati per protesta nella palestra dell’Università di Antioquia, aspettando quella protezione tanto richiesta al tribunale locale, e che un giudice, lo scorso 9 settembre, gli aveva per l’ennesima volta rifiutato.

Unanime il cordoglio delle associazioni colombiane – cui ci associamo – impegnate nelle tante vertenze che nel Paese vedono comunità indigene, contadine, afrodiscendenti, sfollate per costruzioni di megaprogetti idroelettrici, minerari, estrattivisti. La Colombia è il secondo Paese al mondo per sfollamenti interni: si calcola che siano almeno 7 milioni i colombiani che sono costretti a lasciare le proprie terre con la violenza. I megaprogetti in Colombia – ma non solo – parlano troppo spesso di connessioni con il paramilitarismo e la violenza di Stato, condizioni che affiancano la distruzione di habitat di inestimabile valore in termini di biodiversità e di cultura.

Il 2 ottobre a Trento in una serata pubblica promossa da associazioni e movimenti trentini, tra cui l’associazione Yaku, sarà ospite fra gli altri l’antropologo colombiano e difensore dei diritti umani Santiago Mera.

Intanto il 6 di ottobre parte per la Colombia, con una partecipazione trentina, la carovana internazionale No Al Quimbo: dieci giorni di solidarietà ed incontri per riflettere insieme alle comunità e alle associazioni colombiane, su un modello energetico dalla doppia faccia: Green Power per l’Occidente, violento per i Paesi del Sud del mondo.