La Costituzione Italiana-1 Gennaio 1948

Lelio Basso ed il terzo articolo della Costituzione Italiana- l’uguaglianza

Comitato Viva la Costituzione : Lettera inviata ai partiti,associazioni,sindacati

Lettera inviata ai partiti, associazioni, sindacati:

Comitato Viva la Costituzione di Catania

A Partiti, Sindacati, Associazioni di Catania

Cari amici
come è noto è in atto un processo di rottura della legalità costituzionale. Con la modifica-abrogazione dell’art. 138 Cost. si punta ad una radicale trasformazione della forma di Governo nella direzione di un Presidenzialismo che, assicurando la prevalenza dell’esecutivo sul Parlamento, non solo consenta una ulteriore demolizione delle politiche sociali, ma anche un più deciso attacco al sistema dei diritti e delle garanzie.
Contro questo progetto si è mossa una grande mobilitazione nazionale che, a partire dall’assemblea romana dell’8 settembre e dall’appello “La Via Maestra” promosso da Rodotà, Carlassarre, Zagrebelsky, don Ciotti e Landini, raccoglie adesioni in vista della manifestazione nazionale del 12 ottobre.
A Catania un gruppo di cittadini si è costituito in comitato e lavora in questa direzione. Siamo certi di un Vostro interesse e di una Vostra partecipazione.
Vi chiediamo quindi, oltre alle Vostre adesioni individuali e collettive, di concordare con noi occasioni di incontro anche al fine di una condivisa logistica della manifestazione romana.

il presidente

Ungheri Emanuele

Roberto Scarpinato(parte 5/ 5): Bella e Giovane Costituzione

“In Grecia un delitto dei nazisti ampiamente annunciato”. Intervento di Luciano Muhlbauer

 

Si chiamava Pavlos Fyssas, aveva 34 anni, faceva il cantante hip hop con il nome Killah P, era un antifascista e militava nell’organizzazione di sinistra Antarsya. Stanotte, in un quartiere periferico di Atene, è stato assassinato a coltellate dai neonazisti di Alba Dorata.

Un delitto infame, ma anche un delitto ampiamente annunciato, perché al di là di luogo, circostanza e identità della vittima era purtroppo soltanto questione di tempo perché l’escalation di violenze da parte del partito neonazista greco, Alba Dorata, sfociasse nell’omicidio. Aggressioni a migranti, gay e militanti della sinistra sono ormai all’ordine del giorno e soltanto una settimana fa è stata sfiorata la tragedia, allorché un gruppo di militanti del KKE (partito comunista greco) è stato aggredito a freddo e a suon di sprangate.

D’altronde, i neonazisti sono galvanizzati dal consenso che riescono a canalizzare in una Grecia devastata dalle politiche d’austerità della Troika (siedono in Parlamento e i sondaggi li danno al 13% delle intenzioni di voto) e dalle ampie complicità di cui godono all’interno della polizia greca. Insomma, sono un fenomeno in preoccupante crescita, come ci ricorda anche l’ottima inchiesta di Leonardo Bianchi, Nazisti sull’orlo del potere. Il caso Alba Dorata, pubblicata pochi giorni fa su MicroMega.

Alba Dorata è sicuramente un caso estremo, ma non certamente unico. In tutta Europa i movimenti neofascisti, neonazisti e razzisti trovano oggi nuovi spazi e a volte, appunto, riescono a riempirli, come ad esempio in Ungheria. Ed è per questo, anzitutto, che ci deve preoccupare quello che accade in Grecia e altrove, perché anche qui ci sono la crisi e le politiche d’austerità e anche qui ci sono spazi che si aprono per ideologie e gruppi nazifascisti. E il fatto che qui i gruppi militanti neofascisti e neonazisti siano allo stato tutto sommato piccoli e marginali non cambia di una virgola il problema, poiché anche Alba Dorata era fino a pochi anni fa soltanto un gruppuscolo insignificante, dalla consistenza organizzativa ed elettorale non dissimile da Forza Nuova.

Ed eccoci a noi, cioè al nostro problema. Già, perché anche il più distratto degli osservatori si è ormai accorto che vi è una certa inflazione di iniziative, manifestazioni e raduni di ispirazione nazifascista in Lombardia e nell’area metropolitana milanese. Loro vedono e sentono i nuovi spazi che si aprono e quindi si comportano di conseguenza. Ma quello che forse non stupisce, ma sicuramente preoccupa molto, è che a sinistra e, in generale, nell’opinione pubblica democratica sembrano essere venuti meno gli anticorpi, a tutto beneficio della banalizzazione e della sottovalutazione.

Non intendo certo aprire qui una riflessione sulle ragioni di questo stato di cose, che sono molteplici e peraltro stranote, dal tempo che passa al vuoto culturale a sinistra, ma voglio piuttosto insistere sulla ormai inderogabile necessità di ricostruire gli anticorpi, cioè l’antifascismo.

Ebbene sì, perché ultimamente succedono delle cose preoccupanti dalle nostre parti e alle consuete sottovalutazioni (“ma cosa vuoi che sia?”, “ma ignoriamoli”, “il fascismo è cosa di altri tempi” ecc. ecc.) si sono aggiunte nuove e più insidiose varianti, come i nazi sono “un partito come un altro” e quindi, in nome della libertà e della democrazia, si concedono spazi pubblici a iniziative nazifasciste, come è avvenuto di recente a Cantù. Cioè, intendiamoci, un conto è che lo facciano esponenti istituzionali provenienti da esperienze neofasciste, ma ben altra cosa è che lo facciano anche amministratori pubblici di formazione democratica, come il Sindaco di Cantù. E non importa un fico secco che il raduno di Forza Nuova a Cantù sia stato un mezzo fiasco o che il Sindaco, al di là delle tante chiacchiere, fosse soltanto interessato a un po’ di pubblicità personale (purché se ne parli, diceva qualcuno che se ne intendeva). No, importa che un altro argine sta cedendo, proprio quando ci sarebbe bisogno di ricostruire gli argini!

A proposito, siccome l’antifascismo non sembra più andare di moda, qualcuno ha pensato bene di osare il colpo grosso, come ha denunciato l’Osservatorio democratico sulle nuove destre: un concerto nazirock in pieno centro Milano, al Teatro Manzoni, il 16 dicembre prossimo. L’iniziativa è sempre del giro Lealtà Azione, cioè l’organizzazione di copertura milanese dei neonazisti Hammerskin, e i buoni uffici sono dei consiglieri provinciali dei Fratelli d’Italia, Turci e Capotosti. Insomma, come volevasi dimostrare, quando cedono gli argini…

Oggi ad Atene c’è dolore e rabbia tra gli antifascisti, nella sinistra, tra i democratici. Noi siamo vicini a loro. Ma non basta, dobbiamo fare la nostra parte qui. E questo significa anzitutto indicare e comprendere il problema, porre fine ai cedimenti culturali e politici, prima che sia troppo tardi, perché i nazisti e i fascisti non sono un “partito come un altro”.

“Sanità, le Regioni stanno per esplodere. Privatizzazione in agguato” Fonte: www.liberazione.it | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Intervista ad Eleonora Artesio, consigliera del Prc nel Consiglio regionale del Piemonte. Le regioni pretendono due miliardi dal governo altrimenti, sostengono, la sanità pubblica naufragherà con parecchio clamore. Il governo, che si appresta a mettere mano alla legge di stabilità, potrebbe sfruttare l’occasione per cominciare un discorso più concreto sulla privatizzazione. Intanto, Confindustria, che l’altro giorno ha avuto una audizione in commissione alla Camera, spinge l’acceleratore sul passaggio ai privati. 

Sulla privatizzazione della sanità si sta per aprire una fase nuova?
La privatizzazione della sanità è strisciante da tempo. Su due versanti, uno riguarda il fatto che sono aumentati tutti i settori nei quali è prevista la compartecipazione economica degli utenti. Il caso più vistoso è quello delle malattie dell’invecchiamento, con il 50% di costo a carico. Sempre di più si profilano disegni di legge in cui si estende questo modello non calcolato sul reddito della persona ma sul reddito della famiglia. L’altro esempio è quello dei ticket, che investe direttamente le regioni. Ad oggi ci sono analisi e cure per le quali andare nel privato costa meno oggettivamente. In questo c’è buon gioco a dire che visto che un costo c’è perché non continuare a battere le il solco delle assistenze integrative? Tutto il tema fondi integrativi e assicurazioni collegate è strisciante. Una volta rotto il principio dell’assistenza pubblica però non si sa dove si andrà a finire. Alcuni servizi, per esempio, potrebbero diventare così tanto costosi da essere tolti o riservati solo per alcuni. Qui però siamo ancora nell’alveo delle persone che hanno una occupazione. Tutto il resto della popolazione non avrebbe nemmeno una minima possibilità di usufruirne.

 

E l’altro versante della privatizzazione?
L’altro versante riguarda tutta questione delle funzioni non sanitarie, dagli approviggionamenti, all’informatica, ai trasporti. Su questo si insinua molto bene tutto l’apparato di Confindustria. C’è una lettera della Marcegaglia del 2009 su questo e da allora non hanno mai mancato di ribattere sullo stesso punto. La difesa di queste funzioni del sistema sanitario nazionale non ha un grande appeal nell’opinione pubblica. Contrastare questo andazzo è molto più difficile. L’argomento del costo diverso delle siringhe a seconda delle regioni è quello che fa più presa. Intanto, però, in linea di massima il privato deve avere un margine di utilità che quindi non può non andare verso un discorso di forniture al ribasso. Non è detto che dallo spreco si ricava la redditività per l’impresa. Il pubblico quando gestisce le cure si rende conto della diversità dei servizi, per esempio, a cui il privato che agisce nei servizi collaterali non può attingere. Non si possono comprare cateteri a chili senza avere una visione delle specificità dei vari interventi. E poi ogni volta che la centrale degli acquisti si allontana dall’erogazione accade che dall’altra parte si crea un monopolio e quindi una difficoltà strutturale a trattare sui prezzi. E questo produce uno squilibrio tra dimensione globale e ricaduta locale.

 

L’allarme lanciato dalle Regioni è credibile?
Secondo me le regioni sono al punto di rottura. Anche quelle che non sono state messe nel piano di rientro come Veneto e Toscana a fronte della mancata copertura ticket da parte dello Stato rischiano di violare l’altro vincolo del patto di stabilità che dice che non puoi mettere risorse più del 5% del fondo complessivo. E quindi sono tutte sul livello di esplodere. E il problema sarà politico perché i governatori sono o del Pd o del Pdl e quindi dei due partiti che reggono l’esecutivo nazionale.

 

La reazione dei cittadini?
Purtroppo la sanità è un tema che riguarda tutti ma sulla quale c’è stata meno partecipazione che in altri settori del welfare. C’è alla base, per esempio, un atteggiamento di delega da una parte verso il medico e, dall’altra, verso la politica. Le risposte sul piano politico tendono a una ricentralizzazione e verso il leghismo. Resta il tema delle alleanze con i professionisti e questo è un terreno delicatissimo. Lo Stato ha bloccato il turn over e quindi mancano una o due generazioni senza prospettive di ingresso. I professionisti non sono riformatori e molti vedono una gestione centralizzata. Detto questo, qui in Piemonte sul piano di rientro medici e cittadini, persino con le piccole imprese, fanno battaglia comune, ma non è detto che sia dappertutto così

Firenze, la Tav ancora non c’è ma i costi lievitano Fonte: Il Manifesto | Autore: Riccardo Chiari

 

I lavori dell’alta velocità ferroviaria nel sottosuolo di Firenze non sono ancora praticamente partiti. Invece i suoi costi dovrebbero già lievitare di almeno 250 milioni di euro, da aggiungere ai 750 pattuiti dal gruppo Fs attraverso Italferr al consorzio Nodavia (al 70% di Coopsette) che si è aggiudicato l’appalto. Da queste cifre, messe nero su bianco dal gip Angelo Antonio Pezzuti nell’ordinanza che ha messo agli arresti domiciliari fra gli altri Maria Rita Lorenzetti e il presidente di Nodavia, Furio Saraceno, arriva l’ennesimo riscontro di quella dinamica patologica delle grandi opere che non solo i no-Tav segnalano da anni.
Ottenendo in cambio la militarizzazione dei territori dove le contestazioni sono diventate di massa, come sta accadendo in val di Susa. Poi il tentativo di criminalizzare i movimenti di protesta. Infine una sottile, ma radicata, operazione di maquillage dei fatti. Tesa a convincere l’opinione pubblica che, comunque vadano le cose, si tratta di tributi necessari alla «modernizzazione» del paese. E poi, che diamine, la gente deve lavorare.
Gli sviluppi dell’inchiesta della procura fiorentina sulla «squadra» messa in piedi dall’ex governatrice umbra Lorenzetti, esponente di primo piano del Pd, riportano all’ antico meccanismo dei controllati che controllano i teorici controllori. A questo riguardo, ancor più degli interrogatori di garanzia fissati a inizio settimana per l’ex numero uno di Italferr Lorenzetti e per Saraceno, sarà importante la testimonianza dell’attuale membro dell’Autorità di vigilanza sugli appalti pubblici Piero Calandra. Convocato dal giudice Pezzuti per mercoledì 25 settembre. Anche per chiarire, fra le tante, il senso di una chiamata a Lorenzetti intercettata dal Ros dei carabinieri. Una telefonata del 12 settembre 2012 in cui Calandra, nominato in quota Pd, annunciava: «Cinque minuti fa ho estorto l’approvazione». Cioè il parere favorevole dell’Autorità, nata per vigilare sul buon funzionamento della pubblica amministrazione e quindi teoricamente indipendente, alle richieste di Nodavia: «L’emissione di un parere interpretativo da parte dell’Autorità di vigilanza per i contratti pubblici – puntualizza il gip – che avrebbe consentito l’avvio di un accordo bonario per la valutazione di riserve presentate da Nodavia per i lavori Tav di Firenze, per un importo di 250 milioni di euro».
L’alta velocità è proprio un pozzo senza fondo. Appena due mesi prima, aveva denunciato all’epoca Ornella De Zordo di Perunaltracittà, Nodavia aveva battuto a cassa con Rfi e Italferr per «soli» 190 milioni. Mentre alcuni mesi dopo, nel giugno scorso, nella domanda di concordato preventivo al tribunale fallimentare, il consorzio ha scritto nero su bianco: «Durante l’esecuzione dell’appalto Nodavia ha iscritto a vario titolo riserve per un ammontare, alla data del 31 dicembre 2012, per oltre 280 milioni». Una richiesta ancora (e per fortuna, ndr) congelata da Italferr, grazie all’inchiesta della procura fiorentina, «in attesa di avere conferma della correttezza della procedura dell’Autorità di vigilanza».

Il femminicidio delle larghissime intese | Fonte: Il Manifesto | Autore: Imma Barbarossa

 

Confesso di aver provato un moto di sgomento nel sentire (e vedere) Angelino Alfano parlare di “violenza di genere” e di un decreto governativo composto di “prevenzione,punizione,protezione”.Poi con la retorica commossa del presidente Letta il femminicidio entra a pieno titolo in un provvedimento con cui le larghe intese affrontano con la fretta del “fare” l’emergenza della violenza maschile contro le donne,accanto a misure repressive contro il “terrorismo” del movimento No Tav e… contro i ladri di rame.

Ancora una volta le donne entrano in un provvedimento di ordine pubblico e sicurezza,ancora una volta corpi e menti sotto tutela. La storia è lunga,il dibattito tra le femministe complesso e accidentato,fin da quando nel senso comune cominciò a farsi strada l’idea che la violenza contro le donne non era una questione di offesa al pudore o alla morale,in cui si sono per decenni esercitati giudici e penalisti su quanto la “provocazione” femminile desse o non desse adito al desiderio irrefrenabile dell’uomo cacciatore e su come le mogli non dovessero rifiutarsi al debito coniugale. Sotto l’urto e la riflessione del movimento femminista la questione della violenza contro le donne cominciò a collocarsi dentro l’ordine patriarcale e il sistema del dominio maschile. Dell’amore come possesso. Dentro il ‘nido’, della famiglia, dentro la ‘serenità’ della coppia anche ‘regolarmente’ coniugata in chiesa.

L’ottica prevalente fu la giusta abrogazione delle norme del codice Rocco e ,insieme, l’esigenza di una legge che, da una parte, affrontasse la questione in termini penali ,dall’altra rendesse ‘superflua’ la denuncia della vittima. “Procedibilità d’ufficio” sembrava la soluzione più protettiva nei confronti delle donne, e tale senso cominciò a insinuarsi nelle donne delle istituzioni,a cui fu delegato il compito di occuparsi dei termini legislativi,magari con qualche eccezione,quella all’interno del matrimonio,in quanto “tra moglie e marito non mettere il dito”,come recita un proverbio popolare.

Eravamo in poche,tra gli anni Settanta e Ottanta,a ritenere che alla donna dovesse essere lasciata la libertà e la responsabilità della querela di parte,costruendole intorno un contesto e una rete di solidarietà e di “welfare di genere”. Poche ma visibili. Ma furono gli anni Novanta a partorire le “Norme contro la violenza sessuale” (legge n.66 del 15 febbraio 1996),alla fine di uno dei governi Berlusconi,pochi mesi prima della vittoria elettorale di Prodi. Relatrici Alessandra Mussolini e Anna Finocchiaro. Una legge che aumentava le pene sempre a motivo di sicurezza,introduceva la querela di parte ,tranne alcuni casi (se lo stupro era commesso da un genitore o tutore o appartenente alle forze dell’ordine e via dicendo),ma soprattutto introduceva la questione della violenza presunta che interveniva pesantemente sul ‘consenso’ delle minori,cioè sulla libertà delle giovanissime. Ricordo che nel plauso generale istituzionale Rifondazione comunista votò contro (dichiarazione di voto di Elettra Deiana) e fu estremamente faticoso spiegare ai compagni maschi le motivazioni di quel voto contrario: quando c’è da “difendere” le donne tutti,o quasi tutti,diventano paladini.

Oggi ci risiamo: nel frattempo le larghe intese hanno scoperto il termine femminicidio,si approvano misure già approvate e mai applicate (ad esempio l’allontanamento del violento dall’abitazione familiare),si rende irrevocabile la querela,ignorando che tante donne uccise hanno ripetutamente e inutilmente denunciato. Questa volta il plauso non è tanto generale. Crepe si sono aperte,ma fuori delle istituzioni: subito dopo il decreto del consiglio dei ministri le prime critiche che mi è capitato di leggere,tranne qualche eccezione,erano di questo tipo: la legge va bene,ma sono solo parole,non ci sono soldi per i centri di accoglienza per donne maltrattate,non basta una legge o la questione è culturale. Voglio dire che si trascurano,a mio avviso,due aspetti,uno sociale e culturale,l’altro simbolico. Quello sociale e culturale sta nella mancanza di un contesto solidale nei confronti delle donne: soprattutto occorrerebbe avviare percorsi formativi sessuati nelle scuole e in tutti i luoghi in cui le relazioni tra i sessi potrebbero essere sottratte agli stereotipi maschilisti,viriloidi,patriarcali. Percorsi formativi per docenti,personale dei tribunali,commissariati,vigili urbani e così via. Tuttavia l’aspetto simbolico a me pare centrale: la modifica profonda della relazione tra i sessi e soprattutto la centralità di una soggettività femminile libera e consapevole della sua autonomia e della sua autodeterminazione. Il punto è questo. Senza di questo si rischia la celebrazione,in parlamento e sui giornali che contano,del solito squallido rito della “unanimità” sulle donne, magari con qualche ghiribizzo del Movimento Cinque stelle,affascinato dall’aumento delle pene. E, secondo un senso comune ahimé troppo diffuso, la violenza contro le donne non è né di destra né di sinistra. Nel senso che la sinistra non è né maschile né femminile. È neutra, cioè è maschile.

36 anni fa Walter Rossi, a Roma Alba dorata si chiamava Msi Fonte: Popoff.globalist.it | Autore: Le compagne e i compagni di Walter

 

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Siamo alla fine degli anni ’70, decennio caratterizzato da lotte e conquiste sul piano sociale e dei diritti civili, troppo sbrigativamente liquidato e stigmatizzato come “anni di piombo”, allorché la strategia neofascista si manifesta nelle sue forme proprie.

Nei giorni che precedono il 30 settembre 1977, per ben due volte, i fascisti, a bordo di un’auto, sparano su alcuni ragazzi in diversi punti della nostra città, ferendo tre giovani. Il 30 settembre, un gruppo di fascisti di Balduina e Monteverde, usciti dalla sede del MSI di Viale delle Medaglie d’Oro, scortati da un blindato della polizia che gli fa da scudo, esplodono colpi di arma da fuoco, indisturbati, su un gruppo di giovani intenti a volantinare, per denunciare alla cittadinanza i tentati omicidi dei giorni precedenti.

Walter Rossi, 20 anni, giovane studente di Lotta Continua, muore colpito da un proiettile alla nuca. La polizia, presente in forze, carica i compagni che tentano invano di soccorrerlo, consentendo la fuga agli assassini.

Dopo anni di indagini e processi, nessuna condanna verrà inflitta ai colpevoli! Verità e giustizia mal si conciliano nella storia di questo paese e le tante stragi impunite, d’altronde, stanno lì a dimostrarlo. Ma con Cristiano Fioravanti, l’assassino di Walter, si arriva al paradosso: concessione di misure premiali che gli consentono una vita comoda a spese della collettività.

Walter muore da antifascista, difendendo l’agibilità politica di tutti i democratici della capitale che, in centomila, parteciperanno, accanto al presidente partigiano Sandro Pertini, ai suoi funerali.

Da allora fino ad oggi, il ricordo di Walter, così come la pretesa di giustizia per il suo omicidio, non sono mai scemati, ed ogni 30 settembre i suoi compagni ne hanno dato prova, ribadendo, anche negli anni più bui in cui un sindaco fascista ha governato la nostra città, la volontà di non lasciare la memoria di Walter nelle mani di opportunisti e mistificatori.

Da questa continuità nasce la volontà di mobilitarsi anche quest’anno, facendo del 30 settembre 2013 una giornata antifascista cittadina che, oltre a ricordare il 36°anniversario dell’omicidio di Walter, – ribadisca l’attualità dell’Antifascismo autentico, quello dei Partigiani, quello sancito dalla nostra Costituzione e troppo spesso svilito nei fatti; quell’Antifascismo che non si presta ad ambigue pacificazioni in nome di una memoria condivisa, perché non ci potrà essere condivisione sino a quando resteranno impuniti i mandanti e gli autori degli omicidi e delle stragi fasciste.

– denunci il nuovo sacco di Roma, condotto dalla giunta comunale precedente, insediando ex appartenenti ai Nar, Avanguardia Nazionale e Terza Posizione, nei punti chiave delle società partecipate del Comune, a presidio e spartizione dei fondi destinati a Roma Capitale in commistione, peraltro, con settori della malavita organizzata

– obblighi l’Amministrazione Capitolina a soddisfare le aspettative dell’elettorato antifascista romano che ha contribuito in forma determinante alla sua affermazione, emarginando le organizzazioni politiche che si richiamano esplicitamente al nazi-fascismo, togliendo loro gli spazi e i finanziamenti elargiti dall’ex sindaco Gianni Alemanno.

– Difenda la nostra Costituzione democratica ed antifascista dai recenti tentativi di annichilirne le fondamenta e svuotarne i contenuti , affinché la si applichi e non la si modifichi.

Come Compagne e Compagni di Walter, come Associazioni e Partiti che in questi anni hanno tenuto vive la sua memoria e la ricerca di verità e giustizia, riteniamo necessario promuovere una mobilitazione unitaria, capace di coinvolgere tutte le forze che, nella difesa dei valori della Resistenza e della Democrazia, hanno trovato motivo di esistere dal dopoguerra fino ai giorni nostri.

Invitiamo, pertanto a partecipare i rappresentanti delle Istituzioni: Regione, Roma Capitale, Municipi, i rappresentanti dell’Anpi e delle altre associazioni democratiche e antifasciste. I Resistenti, i Partigiani hanno lasciato un patrimonio di valori che, nell’avvicendamento generazionale, corre il rischio di essere disperso, e che, perciò, tutti gli antifascisti hanno il dovere di raccogliere e diffondere; valori intramontabili di uguaglianza sociale e solidarietà.

Gli appuntamenti della mobilitazione

27 settembre, ore 12,00, conferenza stampa presso la lapide in Viale delle Medaglie d’oro

30 settembre, ore 09,00, cerimonia in Piazza Walter Rossi

30 settembre, ore 17,00, corteo da Piazzale degli Eroi alla lapide che ricorda Walter Rossi

Tensioni al funerale del rapper greco. “Uno nella fossa, mille nella lotta”. Samaras: “Alba Dorata non minerà la democrazia!” | Autore: i.borghese da: controlacrisi.org

 

Sono migliaia gli ateniesi che hanno partecipato oggi ai funerali di Giorgios Fyssas, nel cimitero di Schisto, al Pireo.  L’ultimo saluto al giovane rapper antifascista di 34 anni, ammazzato nella notte di martedì scorso, e con due coltellate al cuore per mano di un militante del partito filo-nazista Chrysi Avgi’, di Alba Dorata.

Non è mancata della tensione durante la cerimonia funebre nel corso della quale si sono sentiti gridare slogan come “Uno nella fossa, mille nella lotta”, ma anche “Sangue che scorre vuole vendetta”.

Gli amici e i familiari del defunto hanno poi chiesto ai fotoreporter, così come agli operatori tv presenti di non riprendere le immagini della cerimonia funebre ed hanno accompagnato l’inumazione della bara intonando canzoni composte dal giovane musicista.

L’uccisione di Fyssas ieri sera ha scatenato disordini nel quartiere ateniese di Keratsini, ma anche a Patrasso, Salonicco e Iraklio, sull’isola di Creta. Negli scontri avvenuti tra dimostranti antifascisti e le forze dell’ordine sono stati poi effettuati ben 130 fermi, 34 tramutati in arresti.

Giorgos Roupakia’s, un membro di Alba Dorata accusato formalmente dell’omicidio ieri sera da un giudice del Pireo, comparirà sabato mattina davanti al magistrato inquirente proprio per essere interrogato in merito all’accaduto.

“La Grecia non tollererà mai che il partito filo-nazista Chrysi Avgi’ (Alba Dorata) mini la vita sociale e la democrazia del Paese” – ha dichiarato il premier conservatore greco Antonios Samaras in un messaggio alla nazione trasmesso a reti unificate. “Il governo – ha aggiunto il premier – e’ determinato a non permettere ai discendenti dei nazisti di avvelenare la vita sociale, di commettere dei crimini, di provocare e di minare le fondamenta del Paese che ha dato i natali alla democrazia”.