Catania: ASSEMBLEA PUBBLICA, VENERDI 27 SETTEMBRE ore 19 SALONE della Chiesa Battista, VIA Luigi Capuana,16 – CATANIA ‘VERSO LA RETE DELLE CITTA’ SOLIDALI’

 

L’aggravarsi della crisi politica e sociale del paese si intreccia con una diabolica volontà di eversione della carta costituzionale, che vede assieme centrodestra e centrosinistra, Pd e  Pdl (deroghe all’art. 138 Cost.). Come sappiamo, lo smantellamento delle forme dello Stato repubblicano,nella politica delle larghe intese, è funzionale alle controriforme sociali (dalle politiche di bilancio a quelle del mercato del lavoro (art. 81). In Sicilia l’abrogazione delle provincie,il loro commissariamento,le proposte sulle città metropolitane vanno nella stessa direzione: riduzione fino all’annullamento della democrazia rappresentativa,concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona,il Sindaco della città metropolitana. Nello stesso tempo la Regione abdica alle sue prerogative e lascia che il suo territorio, già ostaggio della politica di guerra degli USA e della NATO,venga devastato dal MUOS di Niscemi. La manifestazione a Palermo del 28 Settembre   contro il Muos e quella di Roma del 12 Ottobre costituiscono una prima risposta, sulla quale chiamiamo tutte/i a un impegno generoso.

Necessita però rimettere in campo le forme della partecipazione democratica e  dell’ autogoverno. Di questo discuteremo con Ciccio Auletta, catanese, consigliere comunale a Pisa,candidato sindaco (Una città in comune – Prc), uno dei protagonisti della  formazione della Rete delle Città solidali. Scrive Ciccio Auletta:

“Bisogna provare a ricostruire un’idea diversa di società partendo dalla partecipazione e dall’autogoverno dei cittadini. E’ questo lo spirito con cui in queste settimane diverse esperienze di liste di cittadinanza,ognuna con la propria specificità,si stanno mettendo in rete a partire dall’appuntamento delle elezioni amministrative dello scorso maggio. Pisa, Roma,Ancona, Siena,Messina,Brescia hanno lanciato durante la campagna elettorale un percorso comune di idee,pratiche,conflitti a partire dalla dimensione comunale. A queste si vanno aggiungendo nuove esperienze. Si tratta di percorsi nati dall’incontro tra l’attivismo sociale, le pratiche dei beni comuni,il referendum sull’acqua pubblica,le lotte per il diritto all’abitare e le espressioni più significative tra gli amministratori locali. In tanti casi si tratta di esperienze inedite che provano a mettersi in rete a partire da un’idea di “coalizione sociale” che oggi attraversa i luoghi del lavoro e del non lavoro,quelli della partecipazione democratica su singole istanze  (come “altra economia” o i diritti civili e/o sociali) per sperimentare nuove pratiche sia dal punto di vista amministrativo, ma anche della costruzione di un nuovo comune fondato sulla cooperazione,la solidarietà,la democrazia dal basso e un rinnovato welfare municipale.

Città lontane,esperienze politiche e amministrative differenti ma che nei fatti portano avanti campagne comuni: dalla tutela del diritto alla cittadinanza alla difesa della giustizia sociale; una battaglia per i beni comuni che riparta dall’applicazione dei risultati del referendum sull’acqua pubblica e si estenda a scuole,università e biblioteche,la lotta al consumo del territorio,ai grandi interessi immobiliari e finanziari,agli intrecci distorti fra apparati comunali e aziende partecipate,l’opposizione alla mercificazione dell’ambiente. Un tentativo di mettere in rete municipalità,territori,soggetti sociali per costruire risposte collettive alla crisi economica,sociale e democratica che colpisce sempre più le città e i suoi abitanti, stretti tra i tagli agli enti locali e i vincoli feroci dei patti di stabilità.

Liste ed esperienze di cittadinanza che si caratterizzano per la loro alterità ed indipendenza rispetto a quei poteri forti e clientelari che governano le città: una libertà che è uno dei punti di forza di questo nuovo esperimento”.

ASSEMBLEA PUBBLICA, VENERDI 27 SETTEMBRE ore 19

SALONE della Chiesa Battista,VIA Luigi Capuana,16 – CATANIA

 

Presiede e coordina: FRANCO RUSSO, di Catania città aperta

Introduce: CICCIO AULETTA, cons. com. Pisa

Intervengono:  ANGELA FARO, Libera Gravina

                           ALESSIA PICCIONE, cons. com. Francofonte

                           GINO STURNIOLO, cons. com. Messina

                           GIOLI VINDIGNI, dell’ Osservatorio su Catania

Organizzano: un gruppo di compagni impegnati sul terreno della democrazia partecipativa e dei diritti sociali e civili.

 

Casta, i deputati siciliani non si tagliano lo stipendio: 11mila euro? Troppo pochi da: il fatto quotidiano.it

 

Il deputato regionale Pd Cracolici si dimette da presidente della commissione che dovrebbe applicare la spending review di Monti: “I colleghi puntano sempre al rinvio”. Impossibile finora far passare un piccolo taglio da 2mila euro al mese. Nel nulla anche due proposte del M5S per ridurre prima a 2.500 e poi a 5mila la retribuzione

Casta, i deputati siciliani non si tagliano lo stipendio: 11mila euro? Troppo pochi

Undicimilacento euro lordi, per dodici mesi, per cinque anni di legislatura, sono troppo pochi. Almeno per i deputati dell’Assemblea Regionale Siciliana, che dall’inizio dell’anno si riuniscono per tentare di tagliarsi lo stipendio. Un taglio minimo, di appena duemila euro lordi al mese, come previsto dal decreto Monti, ma che evidentemente deve essere sembrato troppo corposo ai parlamentari siciliani. “Come si permettono da Roma a mettere il naso nella nostra busta paga?” si saranno chiesti i deputati della commissione sulla spending review, creata appositamente per recepire il decreto legge numero 172 del 2012, che impone un taglio agli stipendi di tutti gli amministratori.

Autotassarsi però è sempre difficile, soprattutto in periodo di crisi, anche se attualmente in Sicilia i deputati regionali non sono esattamente al verde, dato che portano a casa ben 13 mila euro lordi al mese. La commissione per la spending review ha avuto quindi vita difficile. E il presidente, il deputato del Pd Antonello Cracolici, ha ben pensato di dimettersi, evitando di prestare la faccia alla cupidigia dei colleghi. “Qualcuno voleva traccheggiare, si riunivano prima della seduta della commissione e cercavano il rinvio” ha detto il parlamentare democratico. A far saltare il tavolo è stato, come spesso capita sull’isola, il nodo della famosa Autonomia della Regione Sicilia. Concetto troppo spesso levato a mo’ di scudo per difendere prebende e privilegi che in altre regioni semplicemente non esistono. In Sicilia, infatti, una legge del 1965 equipara l’Assemblea parlamentare al Senato della Repubblica, e anche lo stipendio dei deputati è equiparato a quello dei senatori: che tra diaria, gettoni e indennità possono arrivare a guadagnare anche 15 mila euro lordi al mese.

Potevano gli onorevoli deputati rinunciare a tutto ciò, accontentandosi di “appena” undicimila euro e spiccioli? Ovvio che no. “La casta sta solo aspettando che l’opinione pubblica si stanchi di affrontare i temi riguardanti gli sprechi della politica. E intanto, anche in questo caso stavolta ha pensato bene di conservare i propri privilegi” ha stigmatizzato Giancarlo Cancelleri, capogruppo del Movimento Cinque Stelle all’Ars. In commissione il Movimento di Beppe Grillo aveva avanzato ben due proposte di riduzione: la prima tagliava gli stipendi dei deputati fino a duemilacinquecento euro netti al mese, ovvero la stessa cifra percepita dai parlamentari dei Cinque Stelle, che restituiscono alla Regione una parte dello stipendio. “Ma ci siamo resi conto – spiega l’altro deputato dei Cinque Stelle Salvo Siragusa – che la nostra prima proposta non sarebbe mai passata. Così, ne abbiamo avanzata una un po’ più ‘morbida’: 5mila euro lordi, una diaria di 2.600 euro e 3.600 euro per le spese legate all’attività parlamentare”.

Anche lì però gli altri deputati hanno risposto picche. “Io ho avanzato l’ipotesi che il deputato regionale siciliano guadagnasse quanto un consigliere regionale della Lombardia o dell’Emilia Romagna. Altrimenti sarebbe passato solo il messaggio che lo Statuto siciliano è fonte unicamente di privilegi” ha spiegato Cracolici, che si è dimesso dopo che ieri pomeriggio era arrivato sul suo tavolo un emendamento firmato dall’onorevole Riccardo Savona, recentemente migrato dai banchi dell’opposizione a quelli della maggioranza di Rosario Crocetta. Oggetto dell’emendamento di Savona era la proposta di sganciare la riforma sul taglio degli stipendi dal decreto Monti, facendo invece riferimento proprio alle buste paga del Senato. In pratica i deputati erano d’accordo ad abbassarsi lo stipendio fino a undicimila euro, ma rimanendo sempre agganciati alla situazione di Palazzo Madama. Un taglio momentaneo dato che, passato questo periodo di vacche magre, a Roma gli stipendi potrebbero ricominciare a salire. E così anche a Palermo. Dove undicimila euro al mese sono pochi e i parlamentari hanno imparato a salvaguardarsi il futuro anche quando debbono tagliarsi lo stipendio.

Don Milani e l’insegnamento di Barbiana-Venerdì 20 settembre 2013 aula magna liceo classico Cutelli -Catania

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“Il sangue scorre, cerca vendetta!” La collera antifa dilaga nelle strade greche In primo piano da: infoaut

altPiù di 25 città greche, tra cui tutte le principali, si sono sollevate oggi per vendicare il vile assassinio del rapper e militante antifascista Pavlos Fyssas da parte dell’affiliato di Alba Dorata Giorgios Roupakias.

La giornata di lotta è partita da Chania nell’isola di Creta – dove una folla inferocita ha preso d’assalto la sede locale di Alba Dorata – e continuata a Patrasso, con blocchi stradali generalizzati ed il lancio di molotov contro gli uffici del partito nazista – provocando la reazione poliziesca e quella di un militare della marina italiana che ha puntato la pistola contro gli antifa. Nel pomeriggio sono state indette iniziative ovunque, in molte città di concerto con le contemporanee proteste degli insegnanti, che hanno accolto al proprio interno corposi spezzoni antifascisti. Serrande abbassate per Alba Dorata a Trikala davanti a 500 antifascisti, mentre a Salonicco i dimostranti si sono scontrati a più riprese con la polizia in una sommossa che ha investito l’intero centro città.

Ad Atene il concentramento si è dato nel quartiere di Keratsini, vicino al luogo dell’assassinio di Pavlos, dove sono stati deposti fiori, dolci e candele, mentre le bacheche dei social network si affollavano di messaggi di cordoglio, collera e commozione sotto il suo nome d’arte #KillahP, tra i quali l’omaggio degli ultras della squadra madrilena del Rayo Vallecano.

Le decine di migliaia nella piazza hanno dapprima espulso energicamente dall’adunata prima il provocatore Panosalt Kammenos (leader del partito di destra populista Greci Indipendenti) e le sue guardie del corpo, poi i giornalisti compiacenti delle televisioni e dei quotidiani dell’establishment; successivamente si sono dirette verso la municipalità di Keratsini, scontrandosi una prima volta con la polizia all’altezza del commissariato, mentre venivano erette barricate ed incendiati cassonetti lungo le arterie di Grigoriou Lampraki e Panagi Tsladari.

Successivamente il corteo si è diretto verso l’obiettivo finale – gli uffici di Alba Dorata a Nikaia, con alla testa un enorme blocco antifa di 4000 compagni. Ai cordoni delle squadre MAT di polizia intervenuti per sbarrare loro la strada si sono affiancati nazisti armati di pietre, con le quali hanno iniziato a bersagliare i manifestanti. La tenacia degli antifa ha costretto la polizia a schierare i cannoni ad acqua, ed a sparare lacrimogeni nel mucchio, ad altezza uomo.

Ad ora si segnalano un ferito grave all’occhio, ricoverato all’ospedale di Atene, e 70 arresti confermati (più altri 30 a Salonicco). Ma la tensione non si placherà a breve. Domani il Fuhrer di Alba Dorata Michaloliakos ha annunciato di tenere un discorso vicino al luogo dell’assassinio di Pavlos, mentre sono ancora in corso scontri in tutto il paese ed annunciati presidi di solidarietà antifascista in altre metropoli europee quali Parigi, Stoccolma, Valencia, Bruxelles e Londra.

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Decadenza Berlusconi. Respinta la relazione Augello da: RaiNews24

 

La Giunta per le Immunità del Senato ha respinto la relazione di Andrea Augello che chiedeva la convalida dell’elezione di Berlusconi. I no sono stati 15, un solo voto a favore.Il nuovo relatore del caso Berlusconi in Giunta per le Immunità è il presidente della Giunta Dario Stefano (Sel). Augello: pressioni politiche 24/mo giudice

 

 

 

Dario Stefano

 

Roma, 18 Settembre 2013

 

Pdl, Lega e Gal abbandonano l’aula per proteste
Le questioni preliminari della relazione Augello sono state respinte con 14 no e 9 si la prima; 14 no e 9 si la seconda. I senatori del Pdl hanno lasciato la Giunta per protesta.

 

“Riteniamo che il giudizio della Giunta sia pregiudicato nel suo risultato, pertanto abbiamo ritenuto che il prosieguo della nostra partecipazione a questi lavori fosse del tutto inutile”. Lo afferma il capogruppo del Pdl nella Giunta delle Immunità del Senato, Nico D’Ascola , motivando l’abbandono anticipato dei lavori da parte dei membri di Pdl, Lega e Gal. “Ciò non comporta alcun risultato” in riferimento al prosieguo dei lavori, ha aggiunto D’Ascola.

 

La Giunta per le Immunità del Senato ha respinto la relazione di Andrea Augello che chiedeva la convalida dell’elezione di Berlusconi. I no sono stati 15, un solo voto a favore.

 

Il nuovo relatore del caso Berlusconi in Giunta per le Immunità è il presidente della Giunta Dario Stefano (Sel).

 

“Sono rammaricato per la loro non partecipazione al voto ma è una decisione che non gli ha impedito di esprimersi nelle dichiarazioni di voto”. Lo ha detto Dario Stefano, presidente per la Giunta per le elezioni al Senato.

 

Il fatto che il relatore Andrea Augello sia rimasto da solo, almeno lui, a votare a favore della sua stessa relazione consentirà di fatto che si possa svolgere l’udienza pubblica, prevista tra una decina di giorni. Secondo il regolamento del Senato, infatti, se ci fosse stata l’unanimità sul voto contrario alla relazione, non sarebbe stata necessaria convocare l’udienza pubblica nella quale Berlusconi, insieme ai suoi legali potrà difendersi.

 

Subito dopo il voto in Giunta per le Immunità del Senato il presidente Dario Stefano, ora anche relatore del caso Berlusconi, ha telefonato al numero uno di palazzo Madama Pietro Grasso. I due, infatti, dovranno decidere, in accordo tra loro, il timing della procedura da seguire. L’incontro è previsto per domani in tarda mattinata.

 

 

 

Augello: pressioni politiche 24/mo giudice
“Le pressioni politiche esterne sono state il 24/mo giudice” della Giunta delle Immunità del Senato. “Le ragioni del diritto sono state superate dai numeri ma non da ragioni dirimenti”. Così il relatore Andrea Augello ai cronisti al termine del voto in Giunta.

 

 

 

Stefano: presiederò senza condizionamenti di parte
“Su sollecitazione di vari esponenti della Giunta e dei gruppi, e non solo per questo, ho deciso di assumere il ruolo di relatore perché si continui sull’impronta di una strada istituzionale e scevra da condizionamenti politici”. Lo ha detto Dario Stefano, presidente della Giunta per le autorizzazioni del Senato.

Catania, per le emergenze vere c’è sempre tempo: scuola a rischio…crollo ciminiera alta trenta metri. Soluzione? Che il cavaliere faccia il cavaliere? da: iene sicule

 

18 settembre 2013, 22:17

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Vicenda emblematica di come vengono trattati sotto il vulcano i problemi veri. Quelli che “bruciano” sulla pelle delle persone e che non “ballano” sui comunicati della propaganda…

 

di iena di strada marco benanti

 

 

La ciminiera è alta trenta metri e pende davanti ad una scuola comunale frequentata da 900 alunni. E’ pericolante, la ciminiera. Presenta fenditure. E non poche.

 

L’amministrazione Stancanelli ha fatto le ordinanze al riguardo, ha diffidato il proprietario della ciminiera a provvedere a metterla in sicurezza. Ma non è accaduto nulla.

 

E’ accaduto, invece, che il dirigente scolastico Maria Concetta Lazzara della scuola, la “Sante Giuffrida”, per evidenti motivi di sicurezza, ha proibito l’uso del campetto sportivo (foto in alto) realizzato dentro l’istituto: successivamente, hanno transennato anche una delle strada, via Raffineria, che costeggia l’alta torre. Il dirigente scolastico della scuola ha scritto, ad agosto, al sindaco Bianco, ripercorrendo tutta la storia.

 

Di fatto, la torre resta pericolante. Ma non si provvede, insomma non si investono i soldi necessari per questo ordinario intervento manutentivo. Non lo fa la ditta, la “Vir immobiliare” di Giuseppe Virlinzi, non lo fa il comune, che, per legge, si deve sostituire al proprietario inadempiente. Non ci sono soldi.

 

Per questa emergenza, vera, autentica, certificata dai vigili del fuoco. Per altre “emergenze” a Catania, invece, i soldi ci sono. E si fa in fretta, “a velocità supersonica”, come nel caso del Tondo Gioeni. Questioni di priorità, di scelte politiche. Che hanno effetti sulla vita delle persone. Poi, certo ci sono le “emergenze”, quelle vere e quelle del Palazzo.

 

 

 

 

Stamane, in via Raffineria, è arrivata l’amministrazione comunale, con in testa l’assessore Rosario D’Agata, i consiglieri Carmelo Sofia, Lanfranco Zappalà, Giuseppe Castiglione, Carmelo Sgroi, Giuseppe Catalano, altri esponenti dalle municipalità e tecnici comunali. Attorno a loro, molti commercianti irati per quanto sta accadendo: su questa strada lavorano una ventina di imprenditori, che vivono i disagi e le conseguenze economiche di una via transennata. Dai rappresentanti del comune ci si attiverà per trovare soluzioni.

 

 

 

 

 

 

Intanto, le preoccupazioni arrivano anche e soprattutto dai genitori dei bambini della “Sante Giuffrida”. Francesco Carpinato, giovane avvocato, membro del consiglio d’istituto ha sottolineato alcuni aspetti: “da due anni il campo sportivo è chiuso. La ciminiera è pericolante, danneggiata. Eppure, malgrado tante sollecitazioni ufficiali, il proprietario non ha adempiuto alla messa in sicurezza. C’è un obbligo di legge non rispettato e i termini al riguardo sono abbondantemente scaduti: adesso il comune dovrebbe agire per superare questa inadempienza, provvedendo lui alla messa in sicurezza. Siamo fiduciosi che l’amministrazione comunale saprà affrontare la situazione”.

 

Se il comune non troverà i fondi per intervenire, ci si dovrà rimettere per caso al buon cuore della famiglia Virlinzi? Magari il cavaliere farà …il cavaliere? In attesa di una soluzione, il pericolo è incombente, sopra la testa di 900 bambini e dei lavoratori della scuola e di chi opera nella zona di quel tratto di viale Africa. Di pomeriggio qualche bambino si introduce lo stesso nel campetto, suscitando ulteriori preoccupazioni.

 

Ma non c’è fretta, mica siamo al Tondo Gioeni.

Giovani senza lavoro. Disoccupazione giovanile a livelli record da: arcireport

di Franco Uda, responsabile nazionale Arci protagonismo giovanile

 

Il messaggio che involontariamente nasce dalla contemporaneità di due eventi è devastante dal punto di vista culturale e educativo: negli stessi giorni in cui in tutta Italia i giovani si apprestano a ricominciare gli studi all’apertura del nuovo anno scolastico, vengono resi noti i dati dell’analisi dell’Istituto Nazionale di Statistica sull’occupazione in Italia nel secondo trimestre del 2013, che non lasciano ben sperare sul futuro del Paese.

Le difficoltà emergono soprattutto per i giovani tra i 25 e i 34 anni: tra il 2010 e il 2013 è crollato infatti il numero degli under 35 al lavoro, passati da 6,3 a 5,3 milioni. In questa fascia, ovvero in un’età nella quale in passato si cominciava a lavorare dopo il percorso formativo e in molti casi ci si formava una famiglia o un qualsivoglia progetto di vita, si è registrato un calo di 750mila unità.

Nel trimestre precedente del 2013 nella fascia tra i 25 e i 34 anni lavoravano appena 4,3 milioni di persone contro i 5 milioni di solo tre anni prima.

Il tasso di occupazione ha subito un crollo dal 65,9% al 60,2% (era al 70,1% nella media 2007), con quindi appena 6 persone su 10 al lavoro nell’età attiva per eccellenza.

Si va inoltre consolidando una storica divaricazione geografica: se per i maschi del Nord la situazione è ancora accettabile con l’81,4% al lavoro (dall’86,6% del secondo trimestre 2010) al Sud la situazione è drammatica con appena il 51% degli uomini della fascia 25-34 anni che lavora (e solo il 33,3% delle donne).

L’imbuto davanti al quale si è trovata la generazione dei ‘giovani adulti’ è dovuto in parte alla stretta sull’accesso alla pensione che ha tenuto al lavoro i più anziani (il tasso di occupazione nella fascia tra i 55 e i 64 anni è passato nel triennio considerato dal 36,6% al 42,1%), in parte alla crisi economica e al generale calo dell’occupazione nelle imprese private insieme al blocco del turnover nella Pubblica Amministrazione, che di fatto ha ridotto al lumicino le assunzioni nel pubblico.

Nel frattempo non cambia la tendenza nei Paesi dell’Eurozona, dove il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 12,1% a luglio per il quarto mese consecutivo dopo un incremento continuo partito da inizio 2011. Secondo Eurostat, in termini numerici il 12,1% significa che 19,2 milioni di cittadini dell’Eurozona sono senza lavoro. Sale la disoccupazione giovanile che ha toccato il 24%, rispetto al 23,9% di giugno, raggiungendo il picco del 56,1% in Spagna. Tra tutti i dati quindi che ci consegnano il fallimento delle politiche pubbliche rispetto alle giovani generazioni, quello dell’accesso al mercato del lavoro sembra essere il punto nodale sul quale aprire una serie di riflessioni. Innanzitutto viene a spezzarsi il nesso che collegava statisticamente la probabilità di accedere a un ‘buon’ posto di lavoro in misura proporzionale alla qualità del proprio curriculum formativo. Questo, negli anni dal dopoguerra in poi, è stato il motore di un dinamismo sociale del nostro Paese che, non solo era in grado di garantire mobilità sociale e il ricambio della classe dirigente, ma era una formidabile spinta all’emancipazione culturale e sociale. Di fatto ogni genitore consegnava ai propri figli un più ampio ventaglio di possibilità per accedere, attraverso l’istruzione, a opportunità lavorative che, quantitativamente e qualitativamente, assicuravano un migliore riconoscimento sociale. Questa tendenza, ormai invertita da alcuni decenni, spinge sempre più spesso i giovani che accedono ai gradi più alti della formazione universitaria a cercare soluzioni lavorative dignitose all’estero, determinando di fatto una emigrazione significativa di intelligenze fuori dal nostro Paese, la cosiddetta ‘fuga di cervelli’. Appare chiaro come sulle politiche di accesso al lavoro si giochi oggi la madre di tutte le battaglie, capace di poter incidere positivamente anche su altri aspetti di evidente distanza tra i nostri giovani e quelli del resto d’Europa, tra tutti: il distacco dalla famiglia d’origine e l’intrapresa di una progetto di vita autonomo; una spinta all’accesso ai gradi più alti di istruzione del mondo della scuola e dell’Università in accordo con le medie continentali.

uda@arci.it

 

ArciReport, 18 settembre 2013

Tav, interrompere i lavori e aprire un dialogo vero da: arcireport

di Gabriele Moroni, presidente Arci Valle Susa

 

La ‘talpa valsusina’ è un animale mitologico, un po’ fresa, un po’ treno, un po’ supereroe che – per l’eccesso di zelo di qualche giornalista distratto – avrebbe già scavato, mentre ancora dovevano arrivarne i pezzi e i notav bloccavano le strade per tentare (sia chiaro, senza fortuna) di bloccarne l’arrivo.

La notizia è che la talpa TBM (tunnel boring machine) – simile alle due rimaste incastrate nelle rocce durante gli scavi dell’impianto idroelettrico di Pont Ventoux – ha iniziato a scavare solo ieri alla Maddalena.

Lo scavo, avviato con un ritardo di circa tre anni rispetto alla scadenza prevista dal contratto di finanziamento sottoscritto tra l’UE e i due governi nel 2008, riguarda il cunicolo geognostico e non, come qualcuno fa intendere, il tunnel internazionale.

Difficile fare chiarezza fra le nebbie valsusine, in un clima in cui i media propongono una lettura binaria sì/no, terroristi/stato, e non le notizie. In questo modo: le talpe diventano animali mitologici, vengono ritrovate «parti di bombe molotov» (bottiglie di vetro?), e veri e propri «arsenali notav» (maschere antigas, fionde, cesoie, tute scure…), e i continui appelli dei sindaci notav contro l’uso della violenza vengono bollati come ‘tardivi’ e ignorata la loro richiesta al Governo di «riaprire, con urgenza, un confronto tecnico e istituzionale anche con gli Enti locali che hanno espresso critiche all’opera».

Secondo il Sindaco di Venaus Nilo Durbiano «Attorno alla Tav ci sono vicende torbide» e non tutti gli attacchi di questi mesi sarebbero riconducibili a degli attivisti. Le lettere anonime (ricevute tanto dai sindaci sitav, quanto dai notav) e gli incendi ai cantieri (da parte di ignoti) non fanno che confermare quanto siano grandi e complessi gli interessi economici in gioco.

Dopo anni in cui non è volato nemmeno un sasso, c’è un momento preciso in cui tutto questo è iniziato, ed è la notte fra il 5 e il 6 dicembre 2005, quando fu sgomberato il presidio di Venaus. Come raccontava l’allora Presidente della Comunità Montana Antonio Ferrentino: «La violenza del blitz è stata inaudita. La gente inerte, sotto le tende, è stata presa a manganellate, senza alcun preavviso», lo stesso Romano Prodi sottolineò come l’uso della violenza da parte del Ministero dell’Interno producesse «solo esasperazione in una situazione già critica».

Il tentativo di criminalizzare il dissenso ora è esplicito, e serve a non fare un confronto di merito sul fatto se una seconda linea ferroviaria sia utile o meno – punto sul quale le tesi del movimento notav sono confortate dal parere di 360 fra tecnici e docenti universitari – e neppure sulle priorità relative alla sua eventuale realizzazione.

Che senso ha iniziare dallo scavo del tunnel internazionale, in assoluto il tratto più sottoutilizzato?

La buona fede dei proponenti non sarebbe dimostrata affrontando prima il punto più critico, l’adeguamento del nodo ferroviario di Torino, che porterebbe beneficio anche al traffico ferroviario dei terni dei pendolari?

L’auspicio, ancora una volta, è che si proceda all’interruzione dei lavori, la fine di ogni atto di violenza e l’avvio, da parte del governo, di un dialogo vero con le amministrazioni e le comunità locali.

moroni@arci.it

 

ArciReport, 18 settembre 2013

Anche l’Arci è sulla via maestra tracciata dalla Costituzione da: arcireport

Per costruire l’alleanza sociale dei diritti, della democrazia, della pace

 

di Raffaella Bolini, presidenza nazionale Arci

La Presidenza Nazionale ha aderito subito alla manifestazione del 12 ottobre, promossa dall’appello di Carlassare, Ciotti, Landini, Rodotà e Zagrebelsky.

Tutti i comitati regionali si sono messi a disposizione per coordinare la preparazione sui loro territori, insieme alle altre organizzazioni sociali aderenti. Molti territoriali sono già al lavoro nella costruzione dei comitati unitari per la mobilitazione.

La scommessa è grande. Tutti avvertiamo quanto la frammentazione indebolisca il campo sociale dei diritti e della democrazia.

Siamo tutti impegnati nella propria organizzazione, nella propria comunità, in alleanze tematiche e specifiche. Ma non c’è niente a tenerci assieme. A darci la forza che sarebbe necessaria per incidere su un quadro politico e sociale drammatico. A offrire il punto di riferimento credibile necessario a trasformare la frustrazione di tanti cittadini e cittadine in partecipazione.

I cinque promotori chiedono a ciascuno di credere nella possibilità di riuscire a realizzarla, l’alleanza sociale che ci serve e che finora ci è mancata. Chiedono a tutti e a tutte di metterci del proprio, ciascuno laddove è. Sanno perfettamente che non saranno cinque personalità a poterla realizzare. Chiedono che siamo noi, tutti insieme, a trovare il coraggio di fare insieme ciò che serve a dare più efficacia a noi stessi e alle nostre idee. Per parte loro, i promotori ci hanno messo a disposizione due cose fondamentali. Prima di tutto la Costituzione da difendere ed attuare, stella polare della strada che possiamo camminare insieme, ragione e collante dell’alleanza popolare che proviamo a far nascere. E poi la loro autorevolezza, per garantire questo progetto e difenderlo da chiunque possa pensare di strumentalizzarlo. Movimenti e forze politiche potranno naturalmente partecipare alla manifestazione, ma il progetto è sociale e sarà nelle mani delle organizzazioni sociali.

Non è un rifiuto ad affrontare il tema enorme della crisi della rappresentanza, che tutti sappiamo essere parte grande dei nostri problemi. È al contrario la consapevolezza che la risposta verrà solo ricollocando la politica laddove deve stare: nel popolo, nelle persone, nelle comunità e nelle forme che essi scelgono per esercitare cittadinanza attiva. Abbiamo meno di un mese perché tutte le persone che possiamo coinvolgere entrino a far parte del progetto, ne diventino protagoniste, e lo inizino a realizzare.

La scommessa è grande anche per noi Arci. Non basta la sigla, questa volta.

Questa volta bisogna che scenda in campo l’Arci su cui vogliamo puntare con il prossimo congresso: la rete di associazioni territoriali presenti in tanta Italia, radicate nelle comunità, legate insieme in una associazione nazionale. Tutti i comitati e i circoli disponibili si attivino, entrino in contatto con gli altri aderenti sul territorio. Vogliamo portare tanta gente a Roma, non solo raccogliere adesioni su facebook. Vogliamo costruire un grande e bello spezzone dell’Arci. Andiamo sul sito www.costituzioneviamaestra.it

Riempiamolo con le riunioni e le iniziative che faremo sul territorio. Troveremo lì appello, materiali, volantini, video.

Su facebook Costituzione: la via maestra.

Su twitter invece: @xlacostituzione.

Per qualsiasi cosa, scrivete a vacca@arci.it

La via maestra c’è, camminiamola insieme con le nostre bandiere.

 

ArciReport, 18 settembre 2013