Presidio di Fn in Bolognina, Ara: “No ai fascisti in piazza Unità” da: la repubblica bologna.it

 

Il presidente del Navile contesta la manifestazione del movimento di estrema destra “contro immigrati, spacciatori e tossicodipendenti”: “Respingiamo questa provocazione con le armi della Costituzione”

 

 

“No ai fascisti in piazza dell’Unità”. Il presidente del quartiere Navile Daniele Ara attacca l’iniziativa di forza nuova di marciare alla Bolognina “da anni nelle mani di immigrati, spacciatori e tossicodipendenti”. Il corteo del movimento di estrema destra si svolgerà domani, alle 20.

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“Buonismo, tolleranza e demagogica politica di accoglienza” hanno trasformato, secondo Forza nuova, “il quartiere in una zona rossa o per meglio dire nera, ormai comandata da gang multietniche, le quali tra spaccio spudorato, degrado e violenze di ogni tipo, costringono i residenti (i pochi italiani rimasti) a barricarsi in casa, minacciati e accerchiati al primo tentativo di reazione”. Per questo, Forza Nuova “ritiene doveroso occupare le piazze e gli spazi ora in mano a questi individui”.

Dura la risposta di Daniele Ara, come riptrta l’agenzia Dire. “Chiedo a tutta la comunità del Navile, anche a quelli che non hanno votato la maggioranza di centrosinistra, a respingere con le armi della Costituzione questa provocazione. No ai fascisti di Forza Nuova in piazza Unità. Per tre motivi: perché il quartiere Navile respinge le forze che sono contro la Costituzione, perché piazza Unità è un luogo simbolo della Resistenza bolognese e perché stiamo affrontando il nostri problemi di sicurezza e l’ingerenza di una forza neofascista non ci aiuta a risolverli”.

(16 settembre 2013)

LETTERA DI INVITO A PAESTUM 2013 4, 5, 6 OTTOBRE LIBERA ERGO SUM LA RIVOLUZIONE NECESSARIA. LA SFIDA FEMMINISTA NEL CUORE DELLA POLITICA

Libere davvero. Libertà è poter essere, poter scegliere, poter desiderare. È una pulsione naturale, un bisogno palpabile,
una lotta irrinunciabile. Voglia di libertà è quello sguardo sul mondo che rivendica un diverso stato delle cose. Spazi,
relazioni, persone, potere, conflitti possono essere ripensati, anzi sovvertiti ed è proprio il femminismo quella brezza
che ci trasporta verso altri luoghi, altri immaginari.
La libertà delle donne è oggi pericolosamente messa in discussione, in ogni ambito della vita, dal tentativo di negare
conquiste che sembravano consolidate al manifestarsi di nuove forme di dominio. Il presupposto per dirsi davvero
libere è in primis l’aver accesso ai mezzi per condurre una vita dignitosa. Quella di cui stiamo parlando è
un’emergenza: le condizioni materiali di vita sempre più precarie, i tagli ai servizi pubblici essenziali, non solo ci
condannano ad un’esistenza parziale, una “sopravvivenza”, ma ci rendono anche costantemente ricattabili.
Il femminismo, oggi come ieri, è una lotta di libertà, un desiderio di rivoluzione. Paestum 2013 nasce quindi da
un’urgenza, l’urgenza di incontrarsi, proporre alternative, l’urgenza di trovare una strada che ci permetta di essere
libere, o almeno che ci offra la possibilità di provarci. Si tratta di riattualizzare le pratiche politiche che, storicamente,
appartengono al femminismo: il partire da sé come modo di guardare al mondo e alle relazioni. Ma si tratta anche di
immaginare nuovi modi, nuove possibilità.
Se la libertà si dà essenzialmente nella relazione e non è mai, come vorrebbe il liberalismo, una condizione del singolo,
inteso come atomo separato, è anche nella relazione che si possono immaginare nuove pratiche.
La creatività politica come pratica collettiva è qualcosa che appartiene al femminismo.
Paestum 2012
Nel 2012 ha avuto luogo a Paestum l’incontro nazionale Primum Vivere. È stata vissuta così un’esperienza epocale:
1000 donne si sono incontrate e hanno ripreso, insieme, le fila di un discorso il cui livello nazionale era stato interrotto
quasi quarant’anni prima. Da quell’esperienza si sono irradiate nuove energie per tutte le donne che vi hanno
partecipato, e non solo. Questo è il punto di partenza per rinnovare l’esperienza di quell’incontro. Facendo un passo in
più. Dando come acquisito il lavoro svolto l’anno passato, ora si tratta di alzare la posta in gioco.
Perché incontrarsi di nuovo?
Sappiamo per esperienza che le donne, attraverso la conquista costante della propria liberazione, hanno rifiutato “la
Donna”, la riduzione e astrazione di sé stesse in un gruppo omogeneo. Con questa consapevolezza della pluralità
guardiamo ai percorsi politici che le donne intraprendono, assumendo le proprie differenze come un dato positivo, in
grado di dare di una spinta vitale e propulsiva che nessuna unificazione potrebbe dare. Ma sappiamo anche che la
pluralità, se non sostenuta da un confronto autentico, rischia di sfumare in dispersione e frammentazione, in specificità
che portano all’isolamento – concettuale, e dunque politico – delle tante questioni aperte. L’invito a Paestum vuole
andare in questa direzione: desiderare di incontrarci di persona significa anzitutto assumere la pluralità come
presupposto di percorsi comuni, che non snaturino le nostre differenze ma, al contrario, la arricchiscano. Non una
dinamica fusionale di assimilazione, bensì l’incontro nel rispetto reciproco dei percorsi differenti. In questo senso
invitiamo a partecipare singole, gruppi, associazioni: l’invito a Paestum 2013 vuole essere nello spirito dell’apertura e
del riconoscimento reciproco, per riprendere a tessere la politica delle donne nella mutua consapevolezza dell’esistenza
dell’altra.
Un incontro aperto
Paestum 2013 vuole essere un incontro in cui ogni donna si senta libera di partecipare, di esprimersi, di dare il suo
contributo nella prospettiva, eminentemente politica, di produrre un cambiamento: essere lei stessa, lei nella relazione
con l’altra e le altre, il motore di quel cambiamento. Il primo sforzo che intendiamo compiere è quindi quello di rendere
questo incontro il più aperto possibile. Vorremmo infatti che fossero presenti tutte quelle singole, gruppi, associazioni
che se anche non riconducibili in maniera diretta al femminismo come punto di vista teorico, nondimeno siano nate sul
solco di quella tradizione, prodotto concreto di quelle lotte e di quelle idee. Pensiamo a tutte coloro che si dedicano alla
libertà femminile e lo fanno nella pratica quotidiana: chi, a vario titolo, si occupa di sessualità, violenza e
discriminazioni è invitata ad essere presente a Paestum per condividere la propria esperienza. Ma pensiamo anche
quelle ragazze più giovani che di femminismo hanno forse solo sentito parlare, ma che ugualmente vivono il peso di un
patriarcato che cade nella violenza, nei “delitti d’onore” mascherati da passione, ritorna nella dipendenza economica
dagli altri, ma anche solo nell’impossibilità di seguire la propria strada, di perseguire la propria libertà.
Come incontrarsi
Acquisendo Paestum 2012 come punto di partenza, proponiamo per l’incontro di quest’anno una focalizzazione
diversificata sulle questioni aperte e urgenti. La mattina di sabato 5 ottobre sarà dedicata a un’assemblea plenaria di
apertura, mentre la mattina di domenica 6 ottobre a una plenaria conclusiva. Nel pomeriggio di sabato proponiamo di
dividere il lavoro in Laboratori dedicati a temi specifici. Paestum è aperta! all’iniziativa e al contributo di tutte. Quella
che segue perciò è una lista di temi suscettibile di modifiche in base agli interessi che via via emergeranno e saranno
proposti. La struttura del lavoro nei Laboratori rimarrà, così come in plenaria, orizzontale e volta alla maggiore
partecipazione e condivisione possibili.
1. Corpi femminili e godimento
2. Cura di sé, delle relazioni, del mondo
3. Salute delle donne e aborto
4. Maternità e non maternità
5. Nuovi diritti e nuovi rovesci
6. Violenza, femminicidio
7. Tratta
8. Sex work
9. Reinventare il lavoro e l’economia
10. Tra donne, senza frontiere: donne migranti e seconde generazioni
11. La costruzione dell’immagine delle donne nei media
12. Pedagogia della differenza
13. Autogoverno come pratica politica
14. Sessualità e autodeterminazione
Una sfida di economia condivisa
Infine, in vista di questo incontro nazionale, vogliamo proporre a tutte una pratica di condivisione dell’economia, e
riappropriarci di questa parola – oggi carica solo di significati negativi – in quanto nostra esperienza di comunità. Ci
preoccupa infatti che i costi necessari per raggiungere e alloggiare a Paestum possano scoraggiare, o addirittura
impedire ad alcune donne di partecipare. In questo incontro vorremmo quindi proporre un esempio di economia del
dono, che rinsaldi le relazioni di fiducia tra noi e che sia effettiva pratica di cooperazione. Ci rivolgiamo a tutte le
interessate all’incontro, e anche a chi desidera che esso si possa attuare il più ampiamente possibile, al di là della
propria personale partecipazione. Per far esistere Paestum 2013 è costituito il Fondo “Paestum: economia delle relazioni
tra donne”: con gli introiti saranno ridotti i costi di partecipazione per chi ne farà richiesta. Vogliamo proporre questa
come una pratica che si oppone alle logiche patriarcali del profitto e della competizione, e dare vita a un esempio
virtuoso di cura delle relazioni.
Anna Maria Bava, Barbara Cassinari, Chiara Melloni, Elena Marelli, Elisa Costanzo, Gabriella Paolucci, Giulia
Druetta, Ilaria Durigon, Laura Capuzzo, Laura Colombo, Maria Bellelli, Nadia Albertoni, Rosalba Sorrentino, Sabina
Izzo, Sara Gandini, Silvia Landi, Stefania Tarantino, Tristana Dini, Valeria Fanari

Barbara Spinelli: “Lo stravolgimento dell’art.138 è un colpo di mano” da: il fatto quotidiano

 

Intervista a Barbara Spinelli di Silvia Truzzi, da il Fatto Quotidiano

Tra urla, appelli e minacce che accompagnano in questi giorni il dibattito sulla decadenza del senatore Silvio Berlusconi, pare che nessuno si sia posto una semplice, ma capitale, domanda: quanto costerebbe al Paese sacrificare un principio fondamentale come l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge? Lo abbiamo chiesto a Barbara Spinelli, scrittrice ed editorialista di Repubblica.

Perché sembra una bestemmia dire che una persona condannata definitivamente per frode fiscale – reato ai danni dello Stato – non può rappresentare i cittadini in Parlamento?
Perché è difficile dire quel che pure è ovvio: questo nostro Stato si definisce a parole democratico, ma ha perduto la coscienza di essere una democrazia costituzionale, cioè dotata di una legge fondamentale che garantisce principi come la separazione dei poteri e, appunto, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Si procede con sospetta premura alla modifica dell’articolo cardine della Costituzione, il 138, che disciplina la revisione della Carta con procedure di garanzia. Tutto questo per volontà di un governo “contro natura”, nato da un’infedeltà elettorale, insieme a un Parlamento eletto con una legge fortemente sospetta di incostituzionalità. C’è più di qualcosa che non quadra.
Cambiare la Costituzione con procedure accelerate che stravolgono l’articolo 138 – una valvola di sicurezza pensata dai Padri costituenti proprio per evitare manomissioni – è un colpo di mano. Si parla di deroga, ma la parola giusta è violazione della Costituzione: finché non è modificato, l’articolo 138 è legge da osservare. Tanto più è un colpo di mano se pensiamo alla presente congiuntura storica: un Parlamento di nominati, un governo di larghe intese che gli elettori non volevano e che distorce la democrazia. Infine il conflitto di interessi: immutato, esso resta il male volutamente non curato del sistema politico. Come rafforzare i poteri dell’esecutivo, quando chi più si batte per il rafforzamento è Berlusconi, condannato e interdetto dai pubblici uffici perché frodava lo Stato per i propri interessi di imprenditore mentre governava? Altra stortura, gravissima: la legge elettorale viene accorpata al riesame costituzionale, dunque chissà quando ne avremo una nuova. Come se il Porcellum fosse parte della Carta!

Che impressione ha di questa lunga discussione nella Giunta per le elezioni del Senato: stanno prendendo/perdendo tempo?
Certo: già questo è un successo per Berlusconi. È come nei processi: rinvii, cavilli, dilazioni fino ad arrivare alla prescrizione. Anche in politica il traguardo pare essere una sorta di prescrizione. A forza di allungare i tempi si giungerà a ottobre, quando Berlusconi deciderà sull’affidamento ai servizi sociali e quando la Corte d’appello ridefinirà l’interdizione dai pubblici uffici. Sarebbe una vittoria per lui: vorrebbe dire che il parlamento non è riuscito a farlo decadere e che lo faranno i giudici, contro cui potrà inveire in nome del popolo sovrano e del Parlamento.

Il capo dello Stato martedì ha dichiarato: “Se non teniamo fermi e consolidiamo questi pilastri della nostra convivenza nazionale tutto è a rischio”. L’appello all’unità è stato messo in relazione con il braccio di ferro sulla decadenza di Berlusconi. Lei cosa pensa di questo intervento?
Il Presidente è intervenuto due volte, in agosto e settembre, sulla decadenza. Un’interferenza abbastanza irrituale, che tradisce la sua gerarchia delle urgenze: la cosa che più conta è la sopravvivenza del governo delle grandi intese. In altre parole: dà a quest’ultimo il primato, e pesa sulla Giunta ricordandole che essenziale è non abbattere i “pilastri della convivenza nazionale” con una rottura tra Pd e Pdl. L’intervento è pericoloso, e anche singolare: se è vero che le sentenze vanno rispettate, e Napolitano lo ribadisce con forza, come evitare uno scontro fra Pd e Pdl? Nella sostanza, siamo a un bivio: se vuole ritrovare identità ed elettori, il Pd deve interrompere questa venerazione di Napolitano, che va ben al di là del rispetto istituzionale. È l’adesione a una visione emergenziale della democrazia italiana, fatta propria dal Quirinale: da anni siamo “sull’orlo del precipizio”, “a un passo dal baratro”, dunque in stato di eccezione. Nulla deve muoversi. La democrazia è sospesa. Io non ritengo affatto pericolosa la caduta di un governo. Ne abbiamo avute tante e l’economia ne ha risentito poco.

Napolitano è stato rieletto, per la prima volta nella storia repubblicana, al sesto scrutinio. Ma ci sono stati presidenti eletti al 21esimo. E così ora una possibile caduta del governo cui seguissero nuove consultazioni ed eventualmente un nuovo esecutivo sembra un strappo. Che fine ha fatto la fisiologia istituzionale?
L’ideologia emergenziale permette a oligarchie chiuse di governare aggirando il normale funzionamento delle istituzioni, e anche gli esiti elettorali. È un ricatto sotto il quale viviamo da tempo. Ci ha anestetizzati. Il terrore del tracollo si è insinuato nelle menti, tanto ossessivamente viene ripetuto. Ci sono poi parole assassine: “governo di scopo”, “governo di servizio” trasmettono un’unica immagine: qualunque altro governo nato da elezioni non sarà “di servizio”. Nella migliore delle ipotesi sarà “senza scopo”, nella peggiore sarà in mano a populisti e malfattori.

Paolo Mieli ha detto: “Il ricatto di Berlusconi sulla caduta del governo è una pistola scarica”. Non è che tutto questo urlare alla catastrofe in caso di caduta del governo, carica quest’arma?
Berlusconi si è sempre nutrito della retorica emergenziale. La sua idea del capo legibus solutus, non ostacolato da nessuno, è coerente all’idea, valida in tempi di guerra, dello stato di necessità.

Perché si sono consegnati mani e piedi a un uomo che stava per essere condannato?
Nel 2009, a proposito del lodo Alfano, Ghedini disse che il premier non è un primus inter pares, ma un primus super pares. Che la “legge è uguale per tutti, non la sua applicazione”. Sono controverità entrate negli usi e costumi della Repubblica. Nella dichiarazione del 13 agosto, Napolitano ha preso atto della condanna di Berlusconi, ma al tempo stesso ha considerato “legittimi” gli attacchi e le rimostranze del Pdl contro i magistrati e la sentenza. Contrapporre la legittimità alla legalità è materia incandescente. È uno iato di cui s’è nutrita la cultura antilegalitaria delle destre e sinistre estreme, nella storia d’Europa.

Il capo dello Stato ha ricevuto il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, che secondo il Corriere della Sera, è salito al Colle in veste di ambasciatore di Berlusconi.
Il fatto in sé non mi scompone. Ma era il caso di riceverlo proprio in questi giorni? È il momento prescelto che inquieta. Come le telefonate di Nicola Mancino. Telefonare con Mancino è del tutto normale, tranne nel momento in cui l’ex ministro è indagato sulla trattativa Stato-mafia.

(12 settembre 2013)

Intervista al Presidente del Venezuela, Nicolas Maduro: Un governo di strada | Fonte: il manifesto | Autore: Ignacio Ramonet

 

Intervista al Presidente del Venezuela, Nicolas Maduro

Venezuelan acting president Nicolás Maduro

Dopo aver fallito nel tentativo di delegittimare il presidente del Venezuela democraticamente eletto, Nicolas Maduro, l’opposizione già prepara le elezioni comunali dell’8 dicembre. In questa prospettiva, circola di recente la frottola – alimentata da alcuni media internazionali – che Maduro non sarebbe nato in Venezuela e pertanto, come previsto dalla Costituzione, la sua elezione non sarebbe valida. Su questa nuova campagna di «intossicazione» e su vari altri argomenti abbiamo conversato con Nicolás Maduro – a bordo di un elicottero che ci portava da Caracas a Tiguanes (nello stato venezuelano di Guárico) – il giorno stesso in cui si compivano i suoi primi cento giorni di governo come presidente della Repubblica Bolivariana.

Presidente, l’opposizione venezuelana ha lanciato una campagna per affermare che lei non è nato in Venezuela, ma a Cucuta, in Colombia, ed è in possesso della doppia cittadinanza, ciò che, secondo la Costituzione, la invaliderebbe come presidente. Come commenta questa accusa?
Lo scopo di questa follia lanciata da un demente dell’ultradestra panamense è di creare le condizioni per una destabilizzazione politica. Cercano di ottenere ciò che non hanno ottenuto né con le elezioni, né con colpi di stato, né con sabotaggi economici. Sono disperati. E si basano su un’ideologia anticolombiana che la borghesia e la destra venezuelane hanno sempre avuto contro il popolo della Colombia. A questo proposito, se io fossi nato a Cúcuta o Bogotá, mi sentirei felice di essere colombiano. È una nazione fondata da Bolívar. Se fossi nato a Quito o a Guayaquil, mi sentirei parimenti orgoglioso di essere ecuadoriano, perché è una terra liberata da Bolívar, o a Lima, Potosí o La Paz o a Cochabamba, sarei felice di essere peruviano e boliviano; e se fossi nato a Panama, terra di Omar Torrijos, terra di dignità che faceva parte della Gran Colombia di Bolívar, mi sentirei allo stesso modo orgoglioso di essere panamense. Ma io sono nato e cresciuto a Caracas, luogo di nascita del Libertador, in quella Caracas sempre turbolenta, ribelle, rivoluzionaria. Ed eccomi qui come presidente. Queste follie verranno ricordate come parte della crisi di disperazione schizofrenica in cui a volte precipita la destra internazionale per farla finita con questo faro di luce che è la rivoluzione bolivariana.

Per altro verso, il presidente della Assemblea nazionale, Diosdado Cabello, ha detto di recente che sono stati scoperti complotti contro di lei, con l’intenzione di assassinarla.
Sì, con il ministro dell’interno, Rodríguez Torres, e il presidente della Assemblea nazionale, Diosdado Cabello, abbiamo rivelato uno dei piani di omicidio che si stavano preparando per il 24 luglio, anniversario della nascita di Simón Bolívar, e la commemorazione dei 190 anni della battaglia navale di Maracaibo. Erano in possesso di un insieme di piani che abbiamo potuto neutralizzare e che hanno sempre la loro origine nella destra internazionale. Vi appare, per esempio, il nome di Álvaro Uribe (ex presidente della Colombia, nda), che ha un’ossessione contro il Venezuela e contro i figli di Chávez. Vi appare anche la vecchia mafia di Miami, quella di Posada Carriles, che ha il sostegno di importanti organi di potere negli Stati uniti. L’amministrazione Obama non ha voluto smantellare la mafia di Posada Carriles, un terrorista condannato e confesso, perseguito dalle leggi del nostro paese perché ha fatto saltare in aria un aereo della Cubana de Aviación nell’ottobre del 1976… Posso assicurarle che continueremo a difenderci, neutralizzando tali piani… e prevalendo. Se raggiungessero il loro obiettivo si creerebbe una situazione a cui non voglio nemmeno pensare. A chi meno conviene che capiti qualcosa del genere è la destra venezuelana. Scomparirebbe dalla mappa politica del nostro paese per 300 anni… Perché la rivoluzione prenderebbe un altro carattere, senza dubbio, molto più profondo, molto più socialista, molto più anti-imperialista. Speriamo che questi piani non abbiano mai successo, perché a loro andrebbe molto male. E io lo vedrei dal cielo…

Pensa che il fallimento del tentativo di destabilizzazione si debba alla politica che lei ha promosso, o a un cambiamento di atteggiamento della stessa opposizione in vista delle comunali dell’8 dicembre?
Si deve soprattutto alla forza istituzionale della democrazia venezuelana, e alla decisione che ho preso, appoggiandomi su quella forza, di sconfiggere tempestivamente il tentativo insurrezionale e la violenza. Non lasciare che si diffondesse. Non dimentichiamo che lo scorso aprile hanno tentato una sorta di insurrezione nelle principali città del paese.

Qual è il grado di violenza che è stato raggiunto?
Hanno ucciso undici persone, persone umili, tra cui una bambina e un bambino. E hanno causato quasi cento feriti, dei quali poco si parla. L’opposizione ha svelato il suo vero volto golpista. Mostrava buone maniere democratiche ma quando (il 5 marzo, nda) è morto il Comandante Chávez, ha deciso di disconoscere i risultati delle elezioni e di cercare di imporre con la forza – con il presunto supporto internazionale degli Stati Uniti e di altri governi di destra – un’operazione per destabilizzare la Rivoluzione. Siamo riusciti a sconfiggerli. Ora non hanno altro modo che riprovare, attraverso le elezioni, a occupare spazio nei comuni. Li abbiamo costretti a questo. Se non fosse stato per la nostra decisione di far rispettare la Costituzione, avrebbero spinto il paese in una situazione guerra civile.

Lei però ha lanciato l’allarme su possibili crepe nell’unità della Rivoluzione. Teme divisioni nel chavismo?
Le forze della divisione hanno sempre minacciato qualunque rivoluzione. Le aspirazioni al potere di gruppi e di individui sono la negazione del progetto stesso della Rivoluzione Bolivariana, che ha un carattere socialista, ed esige abnegazione e sacrificio. (…) Io sono il presidente, non per ambizione individuale o perché rappresento un gruppo economico o politico, no, io sono presidente perché il Comandante Chávez mi ha preparato, mi ha designato e il popolo venezuelano mi ha confermato in elezioni libere e democratiche. Quindi tutte queste forze dissolutrici esistono sempre. Ma la Rivoluzione ha la capacità morale, politica e ideologica per superare ogni tentativo di dividere le sue forze. Ho detto queste cose nel Llano venezuelano (una regione del paese, ndt), perché stavo vedendo lì, proprio di fronte a me, una persona che afferma di essere chavista ma, sotto sotto, è finanziato dai latifondisti, e che fa un discorso chavista per dividere. Non è impossibile che, quando questo individuo constati di non essere designato dalla Rivoluzione come candidato a sindaco del comune, si lanci per proprio conto… Siamo però nelle condizioni di presentare candidati unitari in quasi tutti i comuni del paese; e ci toccherà fare un grande sforzo per sconfiggere le forze disgregatrici di chi si dice chavista ma alla fine è alleato della controrivoluzione.

Rispetto alla prassi del precedente governo lei ha introdotto diversi cambiamenti: critica dell’insicurezza, denuncia della corruzione e, soprattutto, ciò che lei chiama il «governo della strada». Perché ha sentito il bisogno di insistere su questi temi? E qual è il suo bilancio del «governo della strada»?
In primo luogo, il «governo della strada» è un metodo perché vi sia una direzione collettiva della Rivoluzione. In secondo luogo, si è creato un sistema di governo in cui non ci sono intermediari tra il potere popolare locale e il governo nazionale. Questo fornisce una soluzione a problemi specifici ma soprattutto contribuisce alla costruzione del socialismo, delle comuni, di un’economia socialista, e al consolidamento di un sistema di salute pubblica integrale, gratuito, di qualità, e di un sistema educativo pubblico e gratuito di qualità… «Il governo della strada» è una rivoluzione nella rivoluzione.

Se l’opposizione vincesse le elezioni comunali di dicembre è probabile che chiederà un referendum per revocarla nel 2015. Come si prepara?
Siamo preparati a tutti gli scenari. Al popolo stiamo dicendo sempre la verità. Se l’opposizione dovesse prendere molti voti, cercherà di intensificare la destabilizzazione per disgregare la nostra patria, porre fine all’indipendenza e cancellare la Rivoluzione del Comandante Chávez e il concetto di Repubblica bolivariana. Imporrebbero scenari di destabilizzazione violenta, per prima cosa, e gli Stati uniti cercheranno di annullare i livelli di indipendenza e di unità che l’America Latina ha oggi. Abbiamo una grande responsabilità, perché noi difendiamo un progetto che può rendere possibile un altro mondo nella nostra regione e può contribuire a creare un mondo multipolare, senza egemonie economiche e militari né politiche dell’imperialismo statunitense. Un altro mondo, che rispetti i diritti dei popoli del Sud- e anche dei popoli d’Europa, perché l’Europa si scuota di dosso il neoliberismo – dipende da questo: che in America latina trionfino definitivamente i progetti per costruire un blocco di forze tali da consolidare l’idea che non siamo più un «cortile» degli Stati Uniti. Tutto questo però dipende in gran parte da quel che accade qui in Venezuela.

Come pensa di vincere alle comunali del prossimo 8 dicembre?
C’è un elettorato che ha sempre votato per l’opposizione. (…) e chi non ha votato per noi lo ha fatto perché scontento, per le cose fatte male, i problemi accumulati… Tuttavia, questi elettori non hanno mai sostenuto le avventure golpiste e antibolivariane della destra. A quei venezuelani e a quelle venezuelane noi, in modo permanente, diciamo che stiamo lavorando per la strada a migliorare le cose. Sanno che non è stato facile. E che l’epopea più grande è stata, alla vigilia del 14 aprile, superare la tragedia storica della morte del Comandante Hugo Chávez. Superare il lutto collettivo. Quando una persona entra in lutto può perdere la speranza, non credere più in nulla. E buona parte del popolo venezuelano è entrata in un profondo lutto. (…) Perciò la nostra vittoria del 14 aprile è stata veramente eroica. Quello che stiamo facendo – il «governo della strada», la ripresa dell’economia, l’attenzione a problemi improrogabili come l’insicurezza cittadina, la corruzione… – ci darà la forza per una grande vittoria l’8 dicembre. (…)

Fin dove pensa di arrivare nella sua lotta contro la corruzione?
Fino alle estreme conseguenze. Ci serviremo di tutto. Siamo di fronte a una destra molto corrotta. (…) Ma siamo anche di fronte alla corruzione annidata all’interno del campo rivoluzionario o all’interno dello stato. Non ci sarà tregua! Ho costituito una squadra segreta di ricercatori incorruttibili che hanno già scoperto casi enormi. Abbiamo già arrestato persone al più alto livello e continueremo ad attaccare duramente. Tutti saranno giudicati e andranno dove devono andare: in galera.

Come vede la situazione economica? Diverse analisi mettono in guardia circa l’alto livello di inflazione.
L’economia del Venezuela è in transizione verso un nuovo modello di produzione, diversificato e «socialista del XXI secolo», nell’ambito della costruzione di un nuovo quadro economico costituito dall’integrazione sudamericana e latinoamericana. Non si deve dimenticare che ora siamo membri del Mercosur (…), membri di Alba (Alleanza Bolivariana per i popoli della nostra América, ndt) e guidiamo Petrocaribe. Si tratta di un blocco di 24 paesi del continente che potrebbe rappresentare – mettendo insieme Mercosur, Alba e Petrocaribe – quasi la quarta economia mondiale… Perciò dobbiamo trasformare l’economia venezuelana e collegarla con lo sviluppo di questo nuovo quadro economico, e a nostra volta integrarci nell’economia mondiale in una situazione di vantaggio. Non di dipendenza. Per questo dico che siamo in fase di transizione. Sull’inflazione le dirò che abbiamo subito un attacco molto duro, speculativo, contro la nostra moneta, e lo stiamo superando. C’è anche un sabotaggio sulla fornitura di vari prodotti. Tutto questo produce inflazione. Ma abbiamo cominciato a controllare, a equilibrare, e sono sicuro che supereremo questa situazione nel resto del secondo semestre. Stabilizzeremo la moneta. Già abbiamo iniziato a stabilizzare l’approvvigionamento, ma la chiave principale per uscire da questo modello di rendita, dipendente, è di diversificare la nostra produzione. Stiamo realizzando grandi investimenti in settori chiave della produzione alimentare, dell’agro-industria e dell’industria pesante. (…) Recentemente abbiamo fatto un giro in Europa e siamo molto ottimisti sul fatto che il capitale arrivi da Francia, Italia, Portogallo… Desideriamo che arrivi capitale anche da Brasile, India, Cina, con la loro tecnologia, per sviluppare l’industria intermedia in Venezuela, e diversificare. Affinché il Venezuela non faccia più affidamento solo sul petrolio, (…) anche se non dimentichiamo che qui abbiamo le maggiori riserve del mondo e la quarta più grande riserva di gas. Il Venezuela è un’economia con molto potere economico e finanziario. A partire dal 2014 sono sicuro che torneremo a crescere.

Come si spiega però la carenza di merci?
Fa parte della «guerra silenziosa» di attori politici ed economici, nazionali e internazionali, iniziata nel dicembre dell’anno scorso quando le condizioni del Comandante Chávez hanno cominciato ad aggravarsi. In più, ci sono stati errori nel sistema di cambio delle valute, errori che abbiamo corretto. Queste forze antibolivariane hanno cominciato a colpire la fornitura dei prodotti che importiamo. Inoltre, per spiegare la scarsità di alcuni prodotti, si deve rilevare che il potere d’acquisto dei venezuelani ha continuato a salire. Abbiamo solo un 6 per cento di disoccupazione e il salario minimo urbano qui è il più alto dell’America latina. Un altro punto importante riconosciuto dalla Fao è che siamo il paese che ha fatto di più per combattere la fame. Tutto questo – è molto importante tenerlo in conto – ha generato un aumento della capacità di consumo della popolazione, che sta crescendo ogni anno di oltre il 10 per cento. I consumi crescono a un ritmo superiore alla capacità produttiva del paese e della capacità che abbiamo di rifornirci con le importazioni. Il Comandante Chávez, l’ultima volta che ho parlato con lui personalmente, il 22 febbraio scorso, quando valutammo la situazione economica e parlammo della penuria, disse: «Si è scatenata una ‘guerra economica’ per approfittare della mia malattia nella speranza di arrivare a un’elezione presidenziale». Ma oggi stiamo uscendo da questi problemi. Al popolo venezuelano non è mai mancato il cibo. Mai. Vada in qualunque quartiere popolare, di quelli che ho conosciuto negli anni Ottanta, dove i bambini morivano di fame, dove la gente mangiava una volta al giorno e qualche volta era cibo buono per i cani … Vada nel quartiere più umile che può trovare, non importa dove, si metta lì, apra la dispensa, e vedrà carne, riso, olio, latte… Il popolo ha la garanzia del cibo, e l’ha avuta nelle peggiori circostanze della «guerra economica» che ci hanno fatto. (…) Per questo abbiamo la stabilità sociale e politica. Oggi questa guerra è molto diversa da quella di undici anni fa. (…) È tutto morbido, nascosto, e la destra fascistoide arriva sorridendo: «Questo governo è incapace perché non può rifornirsi di prodotti». (…) Ma lo stiamo superando e ci stiamo vaccinando (…).

In economia quale ruolo vede per il settore privato?
Storicamente, il settore privato è poco sviluppato in Venezuela. Non c’è mai stata una borghesia nazionale. Il settore privato, in via principale, si è sviluppato quando si è scoperto come fattore molto legato all’appropriazione dei proventi petroliferi. Quasi tutte le grandi ricchezze della borghesia venezuelana sono legate alla manipolazione del dollaro, sia per importare i prodotti (la borghesia commerciale) che per appropriarsi della rendita e collocarla nei conti delle grandi banche all’estero. Quindi, in cento anni, non abbiamo avuto una borghesia produttiva come l’ha avuta il Brasile, per esempio, o l’Argentina. Ora è il momento in cui stiamo vedendo sorgere settori privati legati alla vera produzione di ricchezza per il paese. Nel modello socialista venezuelano, il settore privato ha un ruolo da giocare nella diversificazione dell’economia. Da sempre il Comandante Hugo Chávez ha favorito i rapporti con il settore privato, sia nella piccola come nella media o grande impresa. Ha favorito lo sviluppo di imprese miste e l’arrivo di capitale straniero. Il Venezuela ha una politica economica: per selezionare in quale area sono necessari investimenti esteri e che capitale può venire e a quali condizioni. Per esempio, benché il nostro petrolio sia nazionalizzato, ci sono modi diversi che permettono investimenti nella Cintura dell’Orinoco da parte di tutto il capitale mondiale; là ci sono aziende di tutto il mondo, imprese miste: il 40% capitale internazionale, il 60% Venezuela. Facciamo pagare le tasse dovute – in precedenza si pagava l’1 per cento, oggi il 33. Il Venezuela offre tutte le garanzie costituzionali per ricevere il capitale internazionale.

Come vanno i rapporti con Washington?
Vorrei dire, innanzitutto, che l’elezione di Obama a presidente è l’effetto di alcune circostanze. Si tratta di una circostanza all’interno della classe dirigente degli Stati uniti. Perché Obama arriva alla presidenza? Perché conveniva agli interessi degli complesso militare-finanziario e delle comunicazioni che dirige gli Stati uniti con un progetto imperiale. Chi conosce a fondo la storia della fondazione degli Usa e del loro espansionismo riconoscerà che è il più potente impero che sia esistito, con un progetto di dominazione mondiale. Le élites degli Usa hanno eletto Obama in funzione dei loro interessi. E hanno raggiunto parte dell’obiettivo che si proponevano: far sì che un paese isolato e screditato, ossia gli Stati uniti nell’era di George W. Bush, si trasformasse, grazie a Obama, in una potenza che possiede di nuovo capacità di influenza e di dominio. Vediamo il caso dell’Europa, soggetta ai dettami di Washington come mai prima. Quel che è successo al presidente della Bolivia Evo Morales quando quattro stati europei gli hanno negato il proprio spazio aereo, è una dimostrazione gravissima di come, da Washington, vengono diretti i governi europei. È davvero molto sconcertante. Non so se i popoli europei lo sanno, perché a volte, con il controllo della comunicazione che c’è, queste notizie vengono banalizzate e lasciate ai margini. Ma è molto grave. Obama è riuscito a far sì che l’Impero cresca in influenza politica. Gli Stati Uniti si stanno preparando per una nuova fase, che consiste nella crescita del dominio militare ed economico. In America latina, il loro progetto è rovesciare i processi progressisti di cambiamento per farci tornare a essere il loro cortile. Perciò stanno tornando – con un altro nome – al progetto dell’Alca (Area di Libero Commercio delle Americhe): per dominarci economicamente e riprendere gli stessi metodi del passato. Guardi cosa è successo sotto la presidenza Obama: colpo di stato in Honduras diretto dal Pentagono; tentato colpo di stato contro il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, teleguidato dalla Cia; colpo di stato in Paraguay gestito da Washington per rimuovere il presidente Fernando Lugo… Che nessuno si illuda, se gli Stati uniti vedono che ci sono condizioni favorevoli tornerebbero subito a riempire di oscurità e morte l’America Latina. Perciò il rapporto dell’amministrazione Obama con noi è schizofrenico. Pensano di poterci ingannare con la «diplomazia soft», che ci lasceremo dare il «bacio della morte». Ma noi lo abbiamo sempre detto molto chiaramente: voi là con il vostro progetto imperialista, noi qui con il nostro progetto di liberazione. L’unico modo per instaurare una relazione stabile e permanente è che ci rispettino. Perciò ho detto: «Tolleranza zero verso la mancanza di rispetto gringa e delle sue élites. Non lo tollereremo più». Se continuano ad attaccarci, risponderemo a ogni aggressione con maggiore forza. È il tempo della tolleranza zero.

Traduzione dallo spagnolo a cura di www.democraziakmzero.org

La Costituzione è una cosa sola Fonte: Il Manifesto | Autore: Sandra Bonsanti

 

Mancava soltanto quella dichiarazione del presidente del Consiglio, quelle parole di puro e semplice disprezzo per la seconda parte della Costituzione, a mettere il sigillo sul sentimento e sul rispetto col quale il governo delle larghe intese si appresta a cancellare la Carta approvata dall’assemblea Costituente il 22 dicembre del 1947.

Per capire lo spirito di allora, ricordo i titoli di un paio di quotidiani. l’Unità: «La Costituzione antifascista e repubblicana approvata in una storica seduta alla Costituente». il Popolo: «Approvata la carta Costituzionale del nuovo Risorgimento italiano».

Un altro secolo, un’altra politica. Oggi il capo del governo precisa che bella è soltanto la prima parte, quella dei principi. Tutto il resto no. Come se fosse separabile, come se grandi maestri, a cominciare da Leopoldo Elia, non avessero passato la vita a spiegare che la Costituzione è una cosa sola. Una cosa che può essere aggiornata, secondo le procedure dell’articolo 138, ma non stravolta. Cambiare totalmente la seconda parte, modificando almeno 60 articoli come spiega Alessandro Pace, significa scrivere e far approvare un’altra Costituzione, che avrà alla fine altre firme. Meglio non pensare quali. Almeno Enrico Letta ha avuto il coraggio di dichiararlo. Gli altri fingono di ignorare dove si andrà a parare, avendo imboccato la strada della violazione dell’articolo 138. La risposta a questo progetto la daranno il 12 ottobre a Roma tutti quegli italiani che si riconoscono nel manifesto “la via maestra” sottoscritto da Lorenza Carlassare, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, don Luigi Ciotti e Maurizio Landini. Associazioni e cittadini insieme, migliaia di adesioni sotto quelle cinque firme. Dopo la grande manifestazione del 2 giugno scorso a Bologna, dopo la raccolta di firme del Fatto . Molte iniziative che confluiranno in una sola piazza pacifica e decisa. Nel rivendicare tutti i diritti calpestati in questa fase politica, a partire dal diritto alla Costituzione del ’47-’48 che non siamo disposti a vederci scippare. Mi provoca un certo fastidio pensare che mentre scrivo queste poche righe i “saggi” del comitato presieduto da Luciano Violante stano facendo la valigia per esser trasportati nell’albergo di Francavilla per trovare, in un dorato “ritiro”, quello che una volta si chiamava lo “spirito costituente”. Il che significa sostanzialmente per trovare fra loro l’accordo fra premierato e presidenzialismo. Oggi Il Sole 24 Or e ci informa che la scelta è già stata fatta, sarà “soltanto” un rafforzamento dei poteri del premier, la trasformazione del Senato in Camera delle autonomie (non sarà chiamato nemmeno a dare o togliere la fiducia al governo), la diminuzione dei deputati (da 630 a 480). Basta dunque con il Bicameralismo, tanto vituperato (anche se il dubbio che alle volte la seconda lettura possa averci risparmiato oscenità e porcate mi pare legittimo, dato il livello dei politici che scrivevano le leggi). Pochi deputati, scelti accuratamente dai dirigenti politici. E un premier forte, che possa prender decisioni in fretta e in solitudine, senza le “catene” del Parlamento. Un salto nel buio. E nessuna certezza che invece, alla fine, sia con questa che con una prossima maggioranza non si imbocchi la via del presidenzialismo. In mezzo alla tempesta, noi abbiamo scelto di distruggere le basi del patto che ci ha tenuto insieme. Invece di aggiornare punti specifici della Carta, abbiamo scelto di stravolgerla. Da qui, dalla protesta per questo “furto” storico di democrazia, la manifestazione del 12 ottobre. Da li, la “Via maestra” ci indicherà come riempire di contenuti il vuoto in cui ci ha lasciato il fallimento della politica. Non nasceranno né un nuovo governo, né un nuovo partito. Ma, spero, un comune sentire e una comune cultura dei diritti e dei doveri che dovrebbero essere la base di ogni politica futura che abbia a cuore la solidarietà, la legalità e la giustizia. Che si fondi sulla prima parte e sulla seconda parte della Costituzione: un patrimonio che non deve essere nella disponibilità di nessun governo e di nessuna istituzione