Aligrup, Villari: “Centro Sicilia rispetti i contratti di lavoro” Venerdì 13 Settembre 2013 – 08:46 di Roberta Fuschi da: live sicilia

Il segretario provinciale della Cgil Angelo Villari fa il punto sulla vertenza Aligrup. E rilancia un appello alla Regione.

 

Catania. Aligrup: le acquisizioni di sei punti vendita da parte di Coop (con annessa riassunzione di 356 persone) sono una boccata d’ossigeno ma non bastano. Angelo Villari, segretario generale della Cgil Catania, intervistato da Live Sicilia Catania fa il punto sulla vertenza infinita che ha visto per mesi centinaia di lavoratori fuori dalle trattative. Se le acquisizioni di Coop hanno permesso di ricollocare 356 lavoratori, tiene tuttora banco il futuro di tre categorie: i lavoratori Jolly, gli amministrativi e gli addetti alla logistica (legati alla Global Service). Sotto la lente di ingrandimento del sindacato, inoltre, c’è la situazione dei lavoratori di Centro Sicilia che hanno sottoscritto contratti con Spaccio Alimentare ma spesso si trovano a svolgere carichi di lavoro extra. Il segretario della Cgil chiede a gran voce un intervento dell’assessore alle attività produttive Lidia Vancheri e suggerisce una strada percorribile: trovare nuove realtà imprenditoriali della grande distribuzione interessate ad acquisire altri punti vendita e provare a chiedere a realtà che hanno già fatto delle acquisizioni, Conad e Arena in testa, di tentarne di nuove.

Vertenza Aligrup. A che punto siamo?

Si è data risposta a circa il 50% dei lavoratori. Questi dipendenti sono stati ricollocati. C’è un grosso problema con Centro Sicilia che non sta rispettando i contratti sottoscritti con i lavoratori. Mi riferisco alla condizione dei dipendenti legati a contratti, con Spaccio Alimentare, che prevedevano dalle quattro alle sei ore lavorative. Pare che lì utilizzino il personale per molte ora in più di quelle previste. Non si stanno garantendo i diritti contrattuali: su questo va fatta subito chiarezza. Comprendiamo che una fase di avvio è difficile da gestire ma i contratti di lavoro (salario e orario in testa) vanno rispettati. Spaccio Alimentare deve puntare ad assumere tutti i lavoratori, quelli assunti per tre mesi, circa una cinquantina, vanno assunti a tempo indeterminato.

Quale sarà la sorte dei lavoratori della Global Service?

C’è una trattativa in corso. Un’azienda legata alla Coop è interessata a rilevare la Global Service. Noi dobbiamo in primo luogo puntare a fare assumere il numero più ampio possibile di lavoratori. Non si discute invece del problema legato alla sorte dei jolly e degli amministrativi. Circa duecento dipendenti che nell’accordo con Coop risultano prioritari nell’eventualità che l’azienda faccia altre assunzioni ma non c’è nessun progetto. Nulla di concreto relativamente ai lavoratori rimasti fuori dalle trattative.

Cosa farete a tal proposito?

Chiederemo un maggiore protagonismo alla Regione e al Comune. Il governo regionale aveva manifestato la volontà di sciogliere il nodo Aligrup ,ma non si è più fatto sentire. La Regione deve coinvolgere altre realtà imprenditoriali della grande distribuzione.

Quali saranno i vostri Interlocutori?

L’assessore regionale alle attività produttive Lidia Vancheri deve diventare un interlocutore privilegiato. Serve un’attenzione maggiore alla vicenda. È chiaro che la disperazione di questi lavoratori non può restare individuale. Dobbiamo fare di tutto perché quella preoccupazione si metta in campo per chiedere una soluzione del problema. Dobbiamo tentare di coinvolgere le aziende più note nel campo della grande distribuzione. Questo è prioritario ma è necessario chiamare in causa anche soggetti minori, che hanno fatto già alcuni sforzi, per allargare l’impegno assunto mi riferisco a Conad e Arena.

Ultima modifica: 13 Settembre ore 08:47

Droni pensati per uccidere: verso la robotizzazione della guerra da: agora vox di Antonio Mazzeo

Vengono definiti con il termine “LAR” (Lethal Autonomous Robotics). Si tratta dei sistemi d’arma robotizzati che, una volta attivati, possono selezionare e colpire un obiettivo in piena autonomia, esautorando l’operatore umano da ogni intervento. Droni killer e spia, siluri e minisommergibili, fanti-robot che fulminano con raggi laser. Marchingegni infernali che segnano l’ultima frontiera delle tecnologie di guerra: la mente e la coscienza umana che lasciano il passo alle intelligenze artificiali di processori e terminali. Il potere di decretare la vita e la morte in mano a computer, teleobiettivi e satelliti.

 

 

“Se utilizzati, i LAR possono avere conseguenze di vasta portata sui valori della società, soprattutto quelli riguardanti la protezione della vita, e sulla stabilità e la sicurezza internazionale”.

 

A richiamare l’attenzione della comunità internazionale sui nuovi sistemi di distruzione di massa automatizzati è il Consiglio per i Diritti Umani dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che il 9 aprile 2013 ha pubblicato uno specifico rapporto. “Raccomandiamo agli Stati membri di stabilire una moratoria nazionale sulla sperimentazione, produzione, assemblaggio, trasferimento, acquisizione, installazione e uso dei LAR, perlomeno sino a quando non venga concordato internazionalmente un quadro di riferimento giuridico sul loro futuro”, scrive il relatore Christof Heyns. “Essi non possono essere programmati per rispettare le leggi umanitarie internazionali e gli standard di protezione della vita previsti dalle norme sui diritti umani. La loro installazione non comporta solo il potenziamento dei tipi di armi usate, ma anche un cambio nell’identità di quelli che li usano. Con i LAR, la distinzione tra armi e combattenti rischia di divenire indistinto”.

 

Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite spiega come l’odierna proliferazione di guerre asimmetriche e conflitti armati non-internazionali, anche in ambienti urbani, è un ulteriore elemento che dovrebbe scoraggiare l’uso di armi-robot, proprio perché è ancora più difficile in questi scenari la distinzione tra “non combattenti” (bambini, donne, anziani, ecc.) e obiettivi “legali”. Ciononostante si progettano e sperimentano LAR sempre più indipendenti dal controllo umano, mentre le ultime dottrine strategiche prefigurano la totale estromissione dei militari in carne ed ossa dalle catene decisionali in tempo di guerra. Un vicolo cieco che non potrà che condurre all’esplosione di conflitti sempre più disumanizzati e disumanizzanti, sancendo una cesura irreversibile con la Storia dell’umanità e la visione cosmica della responsabilità, della concezione stessa della pace e della guerra, della vita e della morte.

 

Il processo di transizione dall’uomo agli automi nella gestione dei conflitti è sempre più facilitato dalla riduzione dei tempi di risposta e dalla velocizzazione delle informazione e dei comandi trasmessi dai sistemi militari (computer, satelliti ecc.). In effetti il confine tra guerra pienamente automatizzata e guerra sotto il potenziale comando e controllo umano è già labilissimo, impercettibile. Alcuni sistemi d’arma sono già in grado ad esempio di individuare i sistemi bellici “nemici” in avvicinamento e di rispondere automaticamente per “neutralizzare” la minaccia. E quando è prevista la possibilità di un intervento umano per modificare i piani di azione dei computer esso può essere esercitato solo in una manciata di secondi.

 

Secondo alcuni esperti, la ricerca nel campo dei LAR è talmente avanzata che i “killer robot” (armi che sceglieranno in piena autonomia gli obiettivi ordinando la loro distruzione senza alcun apporto dell’uomo) potrebbero essere sviluppati entro 20-30 anni. Il Dipartimento della difesa spende annualmente non meno di 6 miliardi di dollari per finanziare la sperimentazione e la produzione di sistemi da guerra senza pilota. La Unmanned Systems Integrated Roadmap FY2011-2036, il documento di politica militare che delinea il cronogramma per la “progressiva riduzione del livello di controllo umano” parallelamente allo sviluppo delle “assunzioni decisionali” da parte “della porzione automatizzata della struttura armata”, punta ad acquisire un’ampissima gamma di sistemi senza pilota da utilizzare nelle operazioni terrestri, aeree, navali e subacquee.

 

In ambito aeronautico è stato elaborato l’USAF Unmanned Aircraft Systems Flight Plan 2009-2047, il piano che definisce gli obiettivi strategici da perseguire entro metà secolo. Tre le tappe chiave: la prima, fissata per il 2020, vede la progressiva sostituzione dei cacciabombardieri con gli aerei senza pilota. La seconda, nel 2030, in cui i droni saranno i padroni assoluti dei cieli, teleguidati in “sciami” da un manipolo di superefficienti tecnici militari. L’ultima data, quella che celebrerà la follia dell’apocalisse bellica, nel 2047, quando gli attacchi convenzionali, chimici, batteriologici e nucleari saranno decisi in assoluta autonomia da sofisticati computer che riprodurranno artificialmente l’intelligenza umana.

 

La “rivoluzione strategica” nelle guerre aeree ha un suo primo protagonista, l’MQ-1 Predator, il drone da ricognizione e attacco missilistico che l’US Air Force e la CIA utilizzano quotidianamente nei principali scacchieri di guerra internazionali (Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, regione dei Grandi Laghi, Mali, Niger, ecc.) con un crescente sacrificio di vite umane. Nonostante sia dotato di sofisticatissime tecnologie d’intelligence e telerilevamento, il Predator non è in grado di distinguere i “combattenti” nemici dalla popolazione inerme e così è oggi uno dei sistemi bellici più stigmatizzati dalle organizzazioni non governative umanitarie e dallo stesso Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

 

Mentre cresce internazionalmente il dibattito sulla legittimità dei droni a livello giuridico, sociale, culturale, religioso, ecc., in Italia il tema è quasi del tutto ignorato da media, forze politiche e associazioni. Eppure proprio i famigerati droni-killer delle forze armate Usa vengono ospitati dallo scorso autunno nella stazione aeronavale siciliana di Sigonella. “La presenza temporanea di sei MQ-1 Predator è stata autorizzata dal Ministero della difesa italiano e ha fondamentalmente lo scopo di permettere alle autorità americane il loro dispiegamento qualora si presentassero delle situazioni di crisi nell’area nordafricana e del Sahel”, spiega l’Osservatorio di Politica Internazionale, un progetto di collaborazione tra il CeSI (Centro Studi Internazionali), il Senato della Repubblica, la Camera dei Deputati e il Ministero degli Affari Esteri.

 

Nei piani delle forze armate Usa e Nato la base siciliana è però destinata a fare da capitale mondiale dei droni, cioè in centro d’eccellenza per il comando, il controllo, la manutenzione delle flotte di velivoli senza pilota chiamati a condurre i futuri conflitti globali. Oltre ai Predator, dall’ottobre 2010 Sigonella ospita pure non meno di tre aeromobili teleguidati da osservazione e sorveglianza RQ-4B Global Hawk dell’US Air Force. Lunghi 14,5 metri e con un’apertura alare di 40, questi droni possono volare in qualsiasi condizione meteorologica per 32 ore sino a 18,3 km d’altezza e a migliaia di km dalla loro base operativa. Un modello più avanzato degli aerei-spia è in via di acquisizione da parte della Marina militare statunitense che, ovviamente, utilizzerà prevalentemente Sigonella per il loro schieramento avanzato.

 

Alla iperdronizzazione delle guerre si preparano pure i paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Entro il 2017 sarà pienamente operativo il programma denominato Alliance Ground Surveillance (AGS) che punta a potenziare le capacità d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento della Nato. L’AGS fornirà informazioni in tempo reale per compiti di vigilanza aria-terra a supporto dell’intero spettro delle operazioni nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio oriente. Il sistema AGS si articolerà in stazioni di terra fisse, mobili e trasportabili per la pianificazione e il supporto operativo alle missioni e da una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto RQ-4 “Global Hawk” Block 40 che verranno installati anch’essi a Sigonella. Conti alla mano, entro un quinquennio i grandi aerei-spia in Sicilia saranno non meno di una ventina a cui si aggiungeranno “stormi” di Predator armati di missili aria-terra e aria-nave.

 

L’Italia non intende però limitarsi a fornire un mero supporto alle azioni di first strike dei partner Usa. Così, dopo aver acquistato per 70 milioni di dollari sei velivoli-spia versione “RQ-1B” e due “MQ-9”, l’Aeronautica militare ha chiesto al Congresso degli Stati Uniti l’autorizzazione ad armare i Predator con missili e bombe a guida laser. I droni killer saranno consegnati agli avieri del 28° Gruppo Velivoli Teleguidati “Le Streghe” di Amendola (Foggia), il primo reparto militare in Europa ad avere utilizzato sistemi di guerra a pilotaggio remoto.

 

 

 

Foto: Best of Marine Corps/Flickr

India, stuprano in gruppo studentessa: 4 condannati a morte

Il tribunale speciale di Nuova Delhi ha deciso di punire con l’impiccaggione quattro ventenni che a dicembre scorso hanno violentato una ragazza di 23 anni. Si tratta del primo caso di pena capitale per reati sessuali inflitta dopo l’inasprimento delle pene in seguito all’ondata di brutali violenze nel Paese

India

Condanna a morte. E’ la sentenza pronunciata da un tribunale speciale di Nuova Delhi, in India, nei confronti di 4 imputati dello stupro di gruppo avvenuto nel dicembre scorso ai danni di una studentessa di 23 anni, poi deceduta in un ospedale di Singapore per la gravità delle ferite riportate. I 4 condannati a morte per impiccagione sono Mukesh Singh, 26 anni, Vinay Sharma, 20 anni, Pawan Gupta, 19 anni, e Akshay Thakur, 28 anni. Si tratta del primo caso di condanna capitale per reati sessuali inflitta dopo l’inasprimento delle pene decisa in seguito all’ondata di brutali violenze nel Paese.

Un quinto imputato, minorenne al momento dei fatti, è stato condannato il 31 agosto a tre anni di riformatorio, pena massima prevista dal codice penale indiano per i minori di 18 anni. In marzo, infine, Ram Singh di 33 anni, autista dell’autobus su cui fu commesso lo stupro di gruppo e considerato l’ideatore dell’assalto, si è apparentemente suicidato nella sua cella del carcere.

Dopo la lettura della sentenza di condanna a morte, il 20enne Vinay Sharma è scoppiato a piangere. L’uomo era assistente in una palestra e l’unico dei quattro diplomato alle scuole superiori. Leggendo la sentenza, il giudice Yogesh Khanna ha affermato che “i tribunali non possono chiudere un occhio” su questi crimini. “Sono molto felice che la nostra ragazza abbia avuto giustizia”. Queste sono le parole del padre della studentessa vittima dello stupro dopo la sentenza di condanna a morte dei quattro imputati. Ha ringraziato “le forze dell’ordine, i media e la gente che ci ha accompagnato in questi difficili momenti”.   La madre della vittima ha detto che “sono in parte sollevata da questa tragedia, perché sento che giustizia è stata fatta”.

L’avvocato A.P. Singh, difensore di due dei quattro imputati ha reso noto oggi che intende fare ricorso nei confronti della sentenza. Parlando con i giornalisti all’esterno del tribunale di Saket, ha detto che farà ricorso presso l’Alta Corte di Delhi. Anche i condannati dai tribunali speciali indiani hanno diritto di ricorrere all’Alta Corte e alla Corte Suprema.

I fatti risalgono al 16 dicembre 2012 quando una giovane studentessa del settore paramedico, ribattezzata dai media “Nirbhaya” (“Colei che non ha paura”), dopo essere andata al cinema in un quartiere a sud di Nuova Delhi, accettò di salire con il fidanzato su un autobus privato per tornare a casa. A bordo dell’automezzo si trovavano i 6 imputati che dopo aver immobilizzato e malmenato l’uomo, si abbandonarono in modo selvaggio ad inenarrabili violenze nei confronti della giovane, utilizzando fra l’altro anche una sbarra di ferro. I due furono poi abbandonati seminudi al margine di una strada. “Nirbhaya” morì quasi due settimane dopo in un ospedale di Singapore per la gravità delle ferite riportate. Il caso ha scosso la società indiana ed internazionale ed ha contribuito a infrangere il muro di omertà esistente in India sul tema della violenza sessuale contro le donne, comprese bambine in tenera età.

Siracusa, alla Esso maxiliquidazione agli operai in cambio del silenzio sulle malattie da: lincksicilia

 

 

 

LA DENUNCIA E’ SUL QUOTIDIANO LA REPUBBLICA. LA SICILIA AL PRIMO POSTO IN ITALIA PER DECESSI PROVOCATI DALL’INQUINAMENTO NEI POSTI DI LAVORO

 

Pagati per tacere. Sulle malattie che si sono beccati al lavoro. Parliamo di tumori e altre gravi patologie. Parliamo del polo petrolchimico, in provincia di Siracusa, emblema, insieme con Gela, di una industrializzazione selvaggia che depreda le risorse del territorio devastando salute e ambiente.

 

La notizia di oggi conferma la storia macabra di questi siti. Entro gennaio, 30 operai della Esso andranno in pensione con una maxi-liquidazione. Una decina sono affetti da gravi malattie contratte sul lavoro.  Una volta incassati i soldi non potranno mai più pretendere nulla all’azienda.

 

Il quotidiano la Repubblica, stamattina, rende noto il contenuto del documento che gli operai dovrebbero firmare per andare in pensione:
“Al punto 6 l’operaio «dichiara di rinunciare, in via sostanziale e definitiva… a qualsiasi risarcimento danni nei confronti dell’azienda… a qualunque titolo, anche biologico». Insomma, prendi i soldi e poi sono fatti tuoi se stai male.

 

«Non vogliono che si sappia che stiamo morendo», dice al quotidiano il signor Giuseppe  che per la Esso ha lavorato per più di 30 anni.  Oggi ne ha 52 e una grave forma di tumore all’esofago causato, lo scrivono i medici, dalle esalazioni dello stabilimento. I certificati sono in azienda. Sono anche nella sede dell’Inps e in quella dell’Inail. Ma nel contratto non vengono mai menzionati.

 

«La Esso è a conoscenza della mia situazione medica  sa che sono malato. Lo sa perché ho presentato in sede una ricca documentazione al riguardo. Così come gli altri miei colleghi. Ma ufficialmente mi mandano a casa come un soggetto sano».

 

«Se ne stanno sbarazzando – aggiunge Pippo Giaquinta, responsabile di Legambiente a Priolo -. Gli operai affetti da gravi patologie sono un peso troppo pericoloso per le aziende. Immaginate le conseguenze di una richiesta di risarcimento di massa. Avrebbe delle ripercussioni insanabili per i loro affari».

 

Un rapporto di Legambiente-ricorda la Repubblica- stima a Priolo un aumento netto di patologie oncologiche tra il 1999 ed il 2006 del 2,2 per cento tra i maschi di età compresa tra i 45 ed i 65 anni e del 1,5 per cento tra le donne nello stesso periodo di età.

 

Secondo il Renam, il registro nazionale dei mesoteliomi, la Sicilia, con in testa Augusta, Gela, Priolo e Melilli, è stata tra il 1993 ed il 2008 la prima regione nel Meridione per decessi provocati proprio da questa patologia con 521 casi riscontrati davanti ai 497 casi della Campania e i 478 della Puglia.

Sequestrata la ‘nave madre’, è la prova del business da: argo catania

 

Riceviamo dalla Procura di Catania e pubblichiamo il Comunicato Stampa con il quale si forniscono informazioni precise e complete a proposito del sequestro, in acque internazionali, della nave che era stata usata in appoggio ai gommoni che trasportavano i migranti poi sbarcati a Catania lo scorso 10 agosto.

 

L’operazione, realizzata grazie alla collaborazione fra diversi organi di polizia, anche di differenti nazionalità, ed eseguita in acque internazionali applicando un’apposita Convenzione rivolta alla repressione di crimini transnazionali, dimostra che una positiva volontà di contrasto ai gruppi criminali che speculano sulle vite umane, se sostenuta da un uso razionale delle risorse e da un’adeguata legislazione, riesce a colpire con efficacia e tempestività.

 

Rimangono tuttavia aperte alcune domande: un business di così grandi dimensioni, gestito da organizzazioni criminali transnazionali, può essere bloccato da interventi come questi? L’Italia e l’Europa tutta non dovrebbero piuttosto aprire -come richiesto da più parti- un ‘corridoio umanitario‘ per i migranti che fuggono da situazioni durissime, di guerra e di povertà, considerandoli non ‘clandestini’ ma potenziali richiedenti asilo?

 

Ecco il Comunicato della Procura

 

PROCURA DISTRETTUALE DELLA REPUBBLICA

 

DIREZIONE DISTRETTUALE ANTIMAFIA

 

PRESSO IL TRIBUNALE DI CATANIA

 

COMUNICATO STAMPA

 

La Guardia di Finanza, su provvedimento emesso d’urgenza da questa Procura Distrettuale, ha sequestrato un’imbarcazione di 30 metri utilizzata come “nave madre” impiegata nel traffico di clandestini.

 

Il provvedimento si inserisce nelle attività di indagine relative al tragico sbarco del decorso 10 agosto, che portò alla morte di sei migranti. Le complesse attività investigative, coordinate dalla Procura, sono state effettuate dalla Polizia di Stato e dall’Arma dei Carabinieri, oltre che dalla Guardia di Finanza. La Guardia Costiera di Catania ha fornito anch’essa un rilevante contributo.

 

Si tratta del primo sequestro effettuato in acque internazionali anche in applicazione delle Convenzioni internazionali in materia di diritto di Alto Mare e sul crimine transnazionale, riguardanti anche la potestà di fermare ed ispezionare una nave priva di nazionalità – o assimilata – sospettata di essere coinvolta nel traffico di migranti.

 

Sono stati utilizzati elementi di prova relativi all’impiego della nave quale mezzo per il trasferimento dei migranti clandestini, nel contesto di un’associazione operante in Italia e in Egitto.

 

L’operazione è iniziata nel pomeriggio di ieri a 107 miglia sud di Capo Passero (SR) quando il pattugliatore rumeno impiegato nel dispositivo internazionale coordinato dall’Agenzia Europea “Frontex” ha avvistato l’imbarcazione “madre” carica di persone e con al traino un’unità “figlia” più piccola.

 

Sono immediatamente usciti i mezzi aeronavali di FRONTEX che, dopo aver assistito a distanza al trasbordo dei clandestini sull’imbarcazione a rimorchio, sono intervenuti per soccorrere i 199 migranti e catturare la nave madre che, nel frattempo, aveva invertito la rotta per darsi alla fuga.

 

Le unità Rumene e della Guardia di Finanza, operanti sotto l’egida del FRONTEX, avvalendosi di unità di supporto aeree, hanno proceduto all’abbordaggio in acque internazionali della predetta nave priva di bandiera, eseguendo il decreto di sequestro preventivo emesso da questa A.G.. Un’unità della Guardia di Finanza, con a rimorchio quella sottoposta a sequestro, si dirige verso il porto di Catania, con arrivo previsto nella mattinata di oggi.

 

I migranti, 199 persone, di cui 85 uomini, 50 donne e 64 minori di dichiarata nazionalità siriana, sono stati trasbordati su un altro guardacoste della Guardia di Finanza e su un’unità della Capitaneria di Porto, nel frattempo attivata per concorrere ai soccorsi. Le unità navali si sono dirette verso il Porto di Siracusa ove sono giunte alle 22,30 di ieri sera.

 

Le indagini proseguono in collaborazione con la Procura della Repubblica di Siracusa.

 

Il “modus operandi” adottato per eludere i controlli ed impedire azioni di contrasto, nelle ultime settimane aveva consentito alle organizzazioni transnazionali operanti sia in Egitto che in Italia di porre in essere più condotte di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

 

La D.D.A. ha dato applicazione alle predette Convenzioni internazionali considerando che il reato, alla luce delle risultanze investigative, è commesso anche nel territorio dello Stato poiché in esso era programmato l’ingresso e la facilitazione della condotta incriminata e perché all’interno del nostro territorio opera l’organizzazione transnazionale.

 

Si tratta di un’operazione di contrasto all’immigrazione clandestina – condotta da unità interforze e quindi con il determinante apporto delle investigazioni della Polizia di Stato – efficacemente portata a termine dalla Guardia di Finanza grazie al suo comparto aeronavale, che permette di coniugare attività di presidio del mare con quelle di polizia giudiziaria e di soccorso.

 

Catania, 12.09.2013

MARINA BOSCAINO – La scuola democratica in piazza per la Costituzione da: micromega

 

mboscaino“Maestra” è una bella parola. Significa più o meno “colei che vale di più [culturalmente] in un gruppo”. Può essere un sostantivo: l’insegnante dei più piccoli. Può essere un aggettivo, che indica un principio, una direzione, una finalità dominante. Non è un caso, credo, che il documento in difesa della Costituzione firmato da Lorenza Carlassare, Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky si intitoli “La via maestra”. Sempre poche donne, sia detto tra parentesi, in prima posizione, a dire parole che – invece e certamente – tante donne condividono, pronunciano, sottoscrivono. Ma questa è una storia antica.

 

Quello che è nuovo, paradossalmente, è invece l’affermazione, semplice e fresca, rivoluzionaria per la sua immediatezza – c’è bisogno di Costituzione, di questa Costituzione – contenuta nel documento. Il disvelamento tenace e disarmante dell’inganno perpetrato dal pensiero dominante, quello che vorrebbe la Costituzione “ostacolo” per la piena realizzazione della “crescita”: “Si è fatta strada, non per caso e non innocentemente, l’idea che questa Costituzione sia superata; che essa impedisca l’ammodernamento del nostro Paese; che i diritti individuali e collettivi siano un freno allo sviluppo economico; che la solidarietà sia parola vuota; che i drammi e la disperazione di individui e famiglie siano un prezzo inevitabile da pagare; che la partecipazione politica e il Parlamento siano ostacoli; che il governo debba essere solo efficienza della politica economica al servizio degli investitori; che la vera costituzione sia, dunque, un’altra: sia il Diktat dei mercati al quale tutto il resto deve subordinarsi. In una parola: s’è fatta strada l’idea che la democrazia abbia fatto il suo tempo e che si sia ormai in un tempo post-democratico: il tempo della sostituzione del governo della “tecnica” economico-finanziaria al governo della “politica” democratica”. La difesa della Costituzione, oggi, configura, insomma, la rappresentazione di un modello di società divergente rispetto a quella esistente, alla quale molti (troppi) non sono riusciti – nel corso degli ultimi decenni – ad assuefarsi. Lo dimostra il fatto che “mentre lo spazio pubblico ufficiale si perdeva in un gioco di potere sempre più insensato e si svuotava di senso costituzionale, ad esso è venuto affiancandosi uno spazio pubblico informale più largo, occupato da forze spontanee”. Si sono (ci siamo) incontrati nelle piazze, nelle tante occasioni di riconoscimento reciproco.

 

La scuola ha avuto ed ha una funzione strategica nell’accompagnare la piena assunzione di un significato concreto e non manierato a quella che non è semplice evocazione della Costituzione, ma esigenza politica, umana, civile di ribadire intransigentemente la modernità e la vitalità dei principi che in essa sono contenuti. “La via maestra” fa appello a quella grande forza, pulsante nella società reale, che in questi anni si è dispersa in mille rivoli, proponendosi di coordinare e potenziare il diffuso bisogno – quasi un’urgenza – di Costituzione che in molti avvertono. La scuola è stata profondamente colpita (ed intaccata) dalle insidie di una modernità (che ha significato teoricamente rinuncia alla laicità e alla centralità dell’aggettivo “pubblico”; concretamente fondi alle scuole private e dismissione della scuola dell’art. 3 della Costituzione (quella che “rimuove gli ostacoli”) nella determinazione di un sistema scolastico, che – in contrasto con quanto affermato dalla Carta- ribadisce differenze sociali e foraggia le scuole paritarie che ne fanno parte, rinunciando programmaticamente a porre tutti i cittadini nelle medesime condizioni) che si è configurata, non casualmente, come continua distrazione dal dettato costituzionale, ora più ora meno clamorosa.

 

È dunque compito, responsabilità e onore della scuola contribuire a ricompattare quella parte vitale, sensibile e democratica della nostra società che non individua il progresso sociale nell’abbandono dei principi costituzionali di dignità delle persone, giustizia sociale e solidarietà verso deboli ed emarginati, legalità ed abolizione dei privilegi, equità nella distribuzione dei pesi e dei sacrifici imposti dalla crisi economica, speranza di libertà, lavoro e cultura per le giovani generazioni, giustizia e democrazia in Europa, pace.

 

Dopo l’assemblea, partecipatissima, dell’8 settembre, sarebbe un segno importante vedere centinaia di migliaia di cittadini nelle strade di Roma il 12 ottobre. La scuola democratica ci sarà certamente, per sostenere questa straordinaria opportunità: un fronte aperto per applicare la Costituzione.

 

Marina Boscaino

Lupi sbatte la porta in faccia ai sindaci e la spara grossa | Fonte: notav.info

I sindaci della Valle di Susa, con un documento firmato da 22 amministratori e dal presidente della Comunità Montana Sandro Plano, invocando la calma e lo stop alle violenze in Valle di Susa, chiede al governo di riaprire, con urgenza, un “confronto tecnico e istituzionale anche con gli Enti locali che hanno espresso critiche all’opera”, e vi inseriscono un invito al mondo dell’informazione al dare “un’informazione corretta sulla vicenda”.Insomma la quasi totalità dei sindaci della Valle fanno una richiesta di apertura al governo che per bocca del ministro Lupi, sbatte subito loro la porta in faccia, e nel nome di una fantomatica risposta ai violenti di turno, dice loro di far realizzare l’opera, stare bravi e a posto e così tutto torna come deve stare.

Il Ministro ha anche coraggio di parlare dell’Osservatorio Tecnico (usando le stesse parole che il suo presidente, Virano, e buona parte del Pd, recitano a memoria), affermando che quello è il luogo del dialogo ed ha già dialogato. Balle! Chi non era d’accordo è stato escluso e persino il parlamentino della Valle, ovvero la Comunità Montana, quando ha cambiato presidenza e ha visto Sandro Plano succedere all’ex Antonio Ferrentino, è stata giudicata non idonea al compito di rappresentare i comuni su quel tavolo.

Anche l’ex notav Ferrentino ha qualcosa da dire: “mi dissocio dal documento perchè arriva tardi ecc… ecc…”, testimoniando che da quando frequenta Esposito ha perso ulteriormente colpi.

Altra comunicazione del ministro riguarda la gara che tutti gli esponenti del governo stanno facendo, cioè quella a promettere risarcimenti, fondi e soldi alle ditte che partecipano alla devastazione della Valle. Tutto così pour parler, oggi ad esempio i fondi saranno quelli delle aziende vittime del racket (quello vero), tanto con i problemi che ha questo governo a breve nessuna dichiarazione vale qualcosa ed ognuno la spara più grossa! Lupi, Alfano, Fassina e chi più ne ha più ne metta!

I problemi del governo nel breve si chiamano debito pubblico, aumento Iva, e crisi del governo…quindi venire qui a spararla grossa, non costa niente eallora dai: avanti il prossimo!

No Tav, altro attentato in Valsusa. A fuoco un container da: controlacrisi.org

 

Presso la cava dell’Italcoge di Susa attentato: è stato bruciato un cassone che conteneva materiale plastico e hanno tentato anche di incendiare le gomme di una pala meccanica, davanti alla quale poi sono stati lasciati bossoli e lacrimogeni.
Sulla pala meccanica una scritta: ‘No Tav’.Dopo gli scontri con le forze dell’ordine e l’incendio dei mezzi di diverse imprese che lavorano nel cantiere della Tav, in campo arrivano gli amministratori della Comunità montana Valsusa e Valsangone.

“Gli amministratori della Valle di Susa – si legge in un documento – condannano ogni atto di violenza, intimidazione e vandalismo, rivolgono un appello affinche’ questi non si ripetano piu’ e che la protesta contro la costruzione di una nuova linea ferroviaria ad alta velocita’ si svolga nei limiti e nelle forme consentite dalla legge, chiedono che sia data un’informazione corretta su queste vicende e al Governo di riaprire, con urgenza, un confronto tecnico e istituzionale anche con gli Enti locali che hanno espresso critiche all’opera”.

Il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Maurizio Lupi, commenta questo attentato No Tav.

“Delinquenti che compiono azioni terroristiche”. “Stiamo collaborando con la Procura di Torino e con il procuratore Caselli perché queste minoranze violente vengano isolate. Il loro ricorso alla violenza è il segno che sono già sconfitti”.

Ai sindaci della Valle che sono contrari alla Tav e chiedono la riapertura di un “confronto tecnico” il ministro dice: “Il luogo di questo confronto c’è già, l’Osservatorio sulla Torino-Lione, che ha fatto 208 incontri e audizioni. Grazie a questo confronto il tracciato venne modificato radicalmente nel 2006. Ora la vera condanna della violenza, la migliore risposta ai violenti è la realizzazione dell’opera”.

Riguardo le azioni del governo per le imprese che subiscono danni economici cospicui da questi attentati, Lupi ha detto anche altro: “Ho incontrato questi imprenditori domenica scorsa a Torino e la cosa più grave che ho ascoltato è che per fare un lavoro che è loro chiesto dallo Stato queste persone mettono a rischio la famiglia, gli operai e i beni delle loro aziende”.

“Lo Stato non può stare fermo. D’intesa con il ministro dell’Interno Angelino Alfano – ha aggiunto ancora Lupi – abbiamo proposto di allargare alle imprese che lavorano per opere di interesse nazionale e subiscono danni il fondo risarcimenti già previsto per le ditte vittime di attentati della criminalità organizzata”.

Riforme, Spinelli: “I poteri il Presidente se li è già presi forzando la Costituzione”| Fonte: Il Fatto Quotidiano | Autore: Silvia Truzzi

 

Che l’attuale situazione italiana sia “istituzionalmente anomala”, lo si capisce benissimo a metà dell’intervista. Quando Barbara Spinelli, editorialista di Repubblica e scrittrice, si ferma un secondo e dice: “Stavo parlando del presidente della Repubblica. Cioè del presidente del Consiglio”. 

Il presidenzialismo non è certo la priorità dell’Italia. Pare che questa fretta sia un tentativo di ufficializzare una situazione già esistente de facto. D’accordo?

Non solo sono d’accordo: i poteri aggiuntivi che si vogliono dare al presidente, il presidente se li è già presi, forzando non poco la Costituzione. Ma c’è qualcosa di più: il presidenzialismo occulta e rinvia quel che urge davvero. E non voglio dire che l’unica e massima urgenza sia l’economia (è la teologia delle Grandi Intese). L’urgenza è come i valori: ce ne sono di supremi, e il resto è relativo. L’urgenza, in Italia, sono i partiti totalmente inaffidabili e moralmente devastati; e la politica rintanata in oligarchie chiuse, che nemmeno ascoltano il responso delle urne. Se sopra tale marasma metti il cappello del capo forte, non solo congeli lo strapotere presidenziale, ma cronicizzi le malattie stesse che il presidenzialismo – ma attenzione: è un inganno – pretende di guarire. Il presidenzialismo dilata ovunque le oligarchie: ergo in Italia dilata la corruzione.

Il capo dello Stato ha messo una data di scadenza al governo, una cosa mai vista. Grillo ha obiettato: “A che titolo dice queste cose?”. Lei che ne pensa? 

Grillo ha perfettamente ragione: dove sta scritto che il presidente determina in anticipo, ignorando le Camere, la durata dei governi? Perfino a Parigi, dove tale prerogativa esiste – ed è grave che esista – l’Eliseo si guarda da dichiarazioni simili. In Francia il presidente è contemporaneamente presidente del Consiglio dei ministri. La stessa cosa ormai avviene in Italia: il presidenzialismo nei fatti c’è già. Questo governo è un Monti bis, con i politici dentro. E alla presidenza c’è Napolitano. Intendo presidenza del Consiglio, non della Repubblica.

Così si sfalda il sistema delle garanzie e dei contrappesi costituzionali.

Salta completamente. E prefigura già la Repubblica presidenziale. Inoltre abbiamo un presidente della Repubblica-presidente del Consiglio che gode di privilegi extra-ordinari , che nessun premier può avere. Tanto più perniciosa diventa la storia delle telefonate tra Colle e Mancino sul processo Stato-mafia. Esiste dunque un potere che ha speciali prerogative e immunità, senza essere controllabile. La democrazia è governo e controllo. Perché Grillo dà fastidio? Perché è sul controllo che insiste.

Il professor Cordero parlando di Berlusconi ha evocato spesso il “golpe al ralenti”. Gli strappi di questi mesi suggeriscono la stessa idea: eppure l’informazione non ha quasi reagito.

Sul presidenzialismo, Repubblica e il Fatto hanno in realtà reagito con forza. Ma sulle derive oligarchiche della democrazia, e sul tradimento degli elettori avvenuto con le larghe intese, stampa e tv sembrano intontite, se non ammaliate. Io insisto sempre molto sulla questione morale, intesa come dovere di non tradire la parola data. Ma son pochi a insistere. Perfino Fabrizio Barca, il più cosciente del naufragio del Pd, ha tenuto a precisare, interrogato su Berlusconi: “Teniamo separati il piano dell’etica e della politica”. Ma da quando in qua?

Il tesoriere del Pdl Bianconi ha detto “Stella e Rizzo sono i tumori della democrazia”. Chiaramente i tumori sono tutti quelli denunciati dai due giornalisti. Sono anni che parliamo di Casta, per i privilegi e la gestione familistica del potere, e il risultato è un governicchio delle oligarchie.

La politica è del tutto sorda. Mi ha colpito il caso di Anna Finocchiaro. Gli elettori erano in rivolta contro i 101 traditori, e sono stati apostrofati così: “Non so cosa vogliano questi signori!”. Poco dopo ha recidivato, quando i deputati Pd hanno prima firmato e dopo poche ore respinto la mozione Giachetti che aboliva subito il Porcellum: “La mozione è intempestiva e prepotente!”. Intempestiva? Fuori c’è la rivoluzione, la gente chiede pane, e a Versailles Maria Antonietta stupisce: “Hanno fame? Dategli le brioches!”. La cecità dell’Ancien Régime somiglia ominosamente alla nostra.

In relazione al presidenzialismo, il professor Zagrebelsky sul Corriere ha parlato di sindrome di Stoccolma del Pd.

Siamo nella continuità di un progetto che nella sostanza non è mai stato meditato né condannato. Tanto che quasi abbiamo realizzato il Piano di rinascita nazionale della P2 di Gelli. Siamo prigionieri di un’idea malata che incolpa la Costituzione d’ogni nostra stortura. Non si vuol vedere che invece siamo prigionieri di una cosiddetta classe dirigente prima compromessa col fascismo, poi coi clericali, poi con l’America, poi con la mafia, poi con Berlusconi. È quest’ultimo oggi a dettare le condizioni.

E il Pd?

Il Pd non esiste, è una nostra invenzione. O un rimorso, a seconda. È fatto di persone dietro cui c’è il nulla. Puoi trovare uno, Civati o Barca, ma anche quando vai nel deserto trovi oasi che non sono miraggi. Il Pd pare vivo e di sinistra, ma le due cose sono un trompe l’oeil.

Andrea Camilleri al Fatto ha detto: “Dal momento della rielezione di Napolitano, tutto il fatto costituzionale è andato a vacca”.

Napolitano ha consultato anche il M5s. Non so se Grillo abbia fatto nomi. Presumo, però, che Napolitano gli abbia fatto capire che le candidature di rinnovamento non erano gradite. Inoltre non ha nemmeno mandato Bersani a verificare la fiducia in Parlamento. Questo vuol dire che il piano era molto chiaro. Il governo Monti doveva continuare con innesti politici, la democrazia intesa come tribunale dei governanti andava, senza dirlo, sospesa. Se questo è sanare i mali dell’Italia c’è da scappare.

Ilva, Municipio e vescovo vicini agli operai licenziati. Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

L’arrampicata sui tetti contro i licenziamenti all’Ilva qualcosa produce. Dal Municipio e dalla Curia vescovile arrivano segnali positivi. Ieri il Consiglio comunale di Taranto ha votato all’unanimita’ una delibera in cui si censura l’atteggiamento dell’Ilva a proposito del licenziamento di Marco Zanframundo, operaio del reparto Mof e dirigente dell’Usb (Unione sindacale di base), che aveva presentato una serie di denunce in merito alla sicurezza nello stabilimento.

Municipio: “Ripristino delle libertà sindacali”
Il Consiglio sollecita il Prefetto, essendo l’azienda commissariata, a intervenire sia sul licenziamento di Zanframundo sia sulla vicenda dei lavoratori della ditta ‘Emmerre’ estromessa all’indomani dell’incidente in cui ha perso la vita l’operaio Ciro Moccia. E chiede ”il ripristino delle condizioni democratiche e delle liberta’ sindacali all’interno dell’Ilva”. In una nota, il coordinatore provinciale dell’Usb Francesco Rizzo esprime soddisfazione per la delibera e si augura ”che questa rilevante presa di posizione, volta a tutelare lavoratori e cittadini, trovi riscontro presso Prefettura e Governo”. Anche l’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, e’ intervenuto sulla vicenda manifestando ”la mia vicinanza e la mia solidarieta’ a Marco Zanframundo e ai suoi amici, per la difficile situazione in cui si trovano insieme con le loro famiglie”. ”Come vescovo e pastore non volendo entrare nel merito di questioni politiche e sindacali – scrive nella missiva inviata a Zanframundo – sono convinto della necessita’ che sia salvaguardato il posto di lavoro e che siano migliorate le condizioni in cui il lavoro si svolge”. ”E’ indispensabile – aggiunge Santoro – che soprattutto sia garantita la sicurezza sul lavoro, perche’ incidenti come quelli accaduti a Claudio Marsella e a tutte le altre vittime del lavoro, non abbiano a ripetersi, stroncando vite umane preziose per le loro famiglie e per tutta la societa”’.

“Manifesteremo davanti a Letta”
Usb, intanto, fa sapere che la lotta va avanti. Attenderanno il premier Letta a Bari, in occasione della Fiera del Levante. Secondo Rizzo ”l’operaio Zanframundo ha pagato le sue denunce per la mancanza delle condizioni di sicurezza nel reparto Mof, dove il 30 ottobre scorso mori’ Claudio Marsella. Le sanzioni disciplinari nei suoi confronti erano pretestuose e finalizzate al licenziamento”. L’azienda, invece, ”ha premiato – sostiene Rizzo – chi e’ coinvolto nell’inchiesta sulla morte del lavoratore. Questa situazione e’ scandalosa e l’Ilva non e’ affatto cambiata con l’avvento del commissario Enrico Bondi. Noi non ci fermeremo: dobbiamo contrastare il sistema Ilva che licenzia e ammazza”