Scrisse Elsa Morante

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‘Basta trucchetti, Berlusconi è indegno’ di Susanna Turco da: l’espresso

«Commutare la pena in una sanzione pecuniaria? Un’ipotesi lunare. La Costituzione, la legge e i precedenti non lasciano dubbi: la collettività ha diritto di tutelarsi escludendo chi delinque dalle Camere». Parla Felice Casson

(12 settembre 2013) Senatore Pd Felice Casson, facciamo un’ipotesi. Uno arriva dalla luna e sente dire che la questione dell’agibilità politica di Berlusconi si può risolvere con una bella commutazione della pena: invece di scontare la condanna inflittagli in via definitiva per frode fiscale, il Cavaliere paga. Cosa penserebbe?
“Guardi, se uno arriva dalla Luna e sente fare un’ipotesi del genere fa solo una cosa: si gira e torna indietro, sulla Luna. E’ l’unica, perché è roba dell’altro mondo”.

Mica tanto: lo dicono e ne lambiccano, nel Pdl.
“Comunque non risolverebbe il problema della decadenza”

Ah no? Taluni pensano di sì.

“E invece la decadenza rimane. Perché non è una sanzione né penale né amministrativa. Ci sono plurime sentenze che lo dicono: la Cassazione, il Consiglio di Stato, la Corte Costituzionale almeno in tre casi. E’ un istituto giuridico che interviene sui requisiti per potere essere candidati. Presupposti che, come ha scritto in sentenza la Corte europea di Strasburgo, ogni Stato ha diritto di stabilire: ad esempio, ci possono essere la sanità mentale, o l’indegnità morale. La Costituzione, e poi la legge Severino, dicono che chi riceva una condanna superiore ai due anni è un caso di indegnità morale. E renderlo incandidabile è un presupposto a tutela dei cittadini: è questo l’interesse costituzionalmente protetto, quello della collettività”.

Ma lei poi, anche solo come effetto culturale, se lo immagina il presidente della Repubblica che commuta in pecuniaria una pena inflitta a un miliardario?

“Se il capo dello Stato lo facesse mi sorprenderei molto: dal punto di vista culturale, sociale, politico, costituzionale. Peraltro Berlusconi non dà segni di ravvedimento e soprattutto ha pendenze: un qualsiasi intervento sarebbe provvisorio”.

In che senso?
“Se poi arrivano altre condanne che si fa?”

Potrebbe funzionare come per i matrimoni davanti alla Sacra Rota: come una stessa persona può venire annullata anche venti volte, così Berlusconi potrebbe essere ripetutamente commutato.
“Mi pare difficile”.

Eppure nel Pdl sembrano speranzosi.
“Perché per citare Foscolo “la speme ultima dea” fugge giusto dai Sepolcri”.

Cile 40 anni dopo: parla jorge Coulon ,leader storico degli Inti Illimani e oggi candidato del PCC

http://www.libera.tv/videos/4809/cile-40-anni-dopo–parla-jorge-coulon-leader-storico-degli-inti-illimani-e-oggi-candidato-del-pcc

Attacco alla Costituzione: alla Camera vince il sì da: antimafia duemila

camera-governo-webdi Aaron Pettinari – 11 settembre 2013
L’estate è finita. Il mondo è appeso ad un filo in attesa di conoscere l’ultima decisione sulla “questione siriana”. Stati Uniti d’America, Francia e Gran Bretagna hanno “a parole” accettato la proposta di risoluzione della Russia, che più di ogni altro si è spesa in difesa del Governo di Assad, mentre nei fatti continuano a soffiare sulle braci di fuoco affinché si scateni un nuovo conflitto. L’Italia in merito sta a guardare, scodinzolando ai richiami del “padrone” americano, più preoccupata a risolvere le proprie questioni interne. E di problemi sul tavolo ce ne sono tanti. Da un ex presidente del Consiglio, pregiudicato, che in tutti i modi cerca di farla franca minacciando continuamente la caduta del Governo nel caso in cui passasse il voto sulla decadenza al Senato, ai vertici del Pd, che già si preparano alla corsa per le prossime elezioni, facendo credere che la nuova proposta di Renzi sia diversa da quanto messo in atto fino ad oggi. E nel silenzio più assoluto, anziché discutere le riforme necessarie come una nuova legge elettorale, ecco che dagli scranni del potere va in scena l’attentato alla Costituzione. Ieri la Camera ha approvato il ddl che istituisce il Comitato parlamentare dei 40 per le riforme costituzionali. Un ddl costituzionale, che prevede una deroga all’articolo 138, già approvato una prima volta dal Senato, e che tra tre mesi dovrà passare per la seconda lettura in entrambi i rami del Parlamento.

E oggi sui giornali anziché parlare della devastante potenza che potrebbe avere un effetto simile, a trovare spazio sono soltanto le bagarre in aula tra chi questa riforma la vuole e chi ha almeno avuto il coraggio di opporsi. Al “Movimento 5 stelle” va dato atto di aver fatto il suo dovere in Aula. Nei giorni scorsi i grillini erano saliti sui tetti di Montecitorio per manifestare la propria indignazione, quindi ieri, prima della votazione, tutti i deputati hanno esposto nell’Aula della Camera dei manifestini tricolori con la scritta «No deroga art 138». E mentre la presidente Laura Boldrini ha chiesto ai commessi di rimuoverli i deputati di M5s sono rimasti ai loro posti, con le mani in alto, costringendo alla sospensione della seduta. E anche durante il voto le mani non si sono abbassate.
Ma la battaglia non può essere affidata solo a quei pochi che sono presenti in Parlamento. La Carta Costituzione va difesa ad ogni livello e per farlo si deve comprendere il rischio che si nasconde dietro a questa riforma voluta da chi oggi detiene il potere.
La modifica dell’art.138 è il preludio alla distruzione della democrazia. Un articolo che così come ha spiegato di recente il leader di Azione Civile, Antonio Ingroia, impegnato in prima fila assieme ad altre grandi firme a difesa della Costituzione (Salvatore Borsellino, Gian Carlo Caselli, Don Luigi Ciotti, Paolo Flores D’Arcais, Gustavo Zagrebelsky, Gino Strada, solo per citarne alcuni ndr) è un testo “apparentemente anonimo, ma che è invece l’architrave dell’impianto costituzionale, che fa della nostra Carta una costituzione rigida, forte, una vera cassaforte. E l’art. 138 è il chiavistello della cassaforte, saltato il quale la Costituzione diventa debole, esposta a scorribande e atti di pirateria. E Dio sa quanti pirati sono approdati in Parlamento grazie a una legge elettorale anch’essa incostituzionale… L’art. 138 prevede una serie di meccanismi che irrigidiscono la procedura di revisione della Costituzione per obbligare al più ampio dibattito, parlamentare e nel Paese, prima di ogni modifica. E perciò prevede la doppia lettura, e cioè che lo stesso testo di modifica debba essere approvato per ben due volte da ciascun ramo del Parlamento, e a distanza di almeno tre mesi fra la prima e la seconda votazione, e con in più l’obbligo di un referendum confermativo, tranne il caso in cui la maggioranza parlamentare sia qualificata dal voto favorevole dei 2/3 dei componenti le Camere”.
Ciò significa che, se il testo dovesse passare definitivamente, si metterebbe in serio pericolo la nostra Costituzione ed anche la stessa Repubblica che diventerebbe in un amen presidenziale arrivando a quel progetto che lo stesso pregiudicato Silvio Berlusconi, e prima ancora Licio Gelli, aveva da tempo in mente.
L’Italia è in pericolo e, come troppo spesso accade (basti pensare che nonostante i referendum vinti ancora si parla di energia nucleare per il Paese e di privatizzazione dell’acqua), viene ignorato il risultato del referendum popolare del 2006 che bocciò a grande maggioranza la proposta di mettere tutto il potere nelle mani di un “Premier assoluto” con il rischio che l’intero popolo venga ancora una volta preso in giro.
Ma adesso è il momento di dire basta, di ribellarsi con tutti i mezzi a nostra disposizione. Dalla raccolta firme a difesa della Carta proposto dal Fatto Quotidiano all’adesione ai comitati “Viva la Costituzione”, che in coordinamento con le altre associazioni, movimenti e comitati sorti in questi anni a difesa della Carta, si impegnino nella sottoscrizione dell’appello. Perché potrebbe davvero essere questa l’ultima battaglia a difesa del nostro futuro e della democrazia contro quella politica volutamente sorda e cieca, o peggio criminale e corrotta, che vuole mettere un gran bavaglio al Popolo e all’informazione libera

El Golpe Fascista del 11 septiembre de 1973

Allende,l’ultimo discorso all’ONU

http://www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=35909

Giustizia, norma “anti Esposito”: ok in commissione al Senato. No di Pd e M5S da: il fatto quotidiano

La norma è stata proposta da Nitto Palma ed è passata con i voti del Pdl insieme a Lega e Scelta Civica: se fosse stata già in vigore il presidente della Cassazione che ha pronunciato la sentenza su Berlusconi sarebbe oggetto di un’azione disciplinare

Giustizia, norma “anti Esposito”: ok in commissione al Senato. No di Pd e M5S

 

La commissione Giustizia del Senato ha approvato la cosiddetta norma “anti-Esposito”, dal nome del magistrato che ha giudicato Silvio Berlusconi sul caso Mediaset. Se questa misura fosse già stata in vigore, per l’intervista a Il Mattino Antonio Esposito sarebbe stato oggetto di un’azione disciplinare. Il testo è passato con il no del M5s e Pd. Con questo disegno di legge, che porta la firma del presidente della commissione Francesco Nitto Palma (Pdl), diventa un illecito disciplinare anche il “rendere dichiarazioni che per il contesto sociale, politico o istituzionale in cui sono rese, rivelano l’assenza dell’indipendenza, della terzietà e dell’imparzialità richieste per il corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali”. Ma diventa illecito disciplinare anche “ogni altro comportamento idoneo a compromettere gravemente l’indipendenza, la terzietà e l’imparzialità del magistrato, anche sotto il profilo dell’apparenza, nel contesto sociale o nell’ufficio giudiziario in cui il magistrato esercita le proprie funzioni”.

Nel provvedimento si dice che tutti i procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore della legge “sono rimessi al ministro della Giustizia e al procuratore generale della Corte di Cassazione per le proprie determinazioni in ordine all’eventuale esercizio dell’azione disciplinare e restano, conseguentemente, sospesi per sei mesi”. Nel testo si dice anche che il magistrato può essere trasferito d’ufficio nel caso in cui “per qualsiasi situazione non riconducibile ad un comportamento volontario del magistrato”, non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità. Si sostituiscono cioè le parole “per qualsiasi causa indipendente dal loro colpa” (previste nella legge attualmente in vigore), con le seguenti: “per qualsiasi situazione non riconducibile ad un comportamento volontario del magistrato”.

Il disegno di legge è stato approvato in Commissione mentre era riunito l’ufficio di presidenza della Giunta del quale fanno parte diversi esponenti della Commissione Giustizia del Pd tra cui Felice Casson e Stefania Pezzopane. Il presidente Nitto Palma, primo e unico firmatario del testo, non avrebbe votato. “Una nuova legge vergogna contro la magistratura. Ma in aula sarà battaglia totale e la affosseremo” dichiara Enrico Cappelletti, capogruppo in commissione Giustizia del Movimento 5 Stelle.

Sulle prime due norme che rendono tra l’altro un illecito disciplinare anche il rilasciare dichiarazioni da parte del magistrato, ci sono stati 9 voti contrari e 9 a favore e “come prevede il regolamento – aggiunge Cappelletti – in caso di parità l’emendamento abrogativo non viene accolto”. Il disegno di legge 112, prosegue, “introduce vaghe e discrezionali fattispecie di ‘illeciti disciplinari’ ai quali fa seguire il trasferimento arbitrario ad altra sede dei giudici”. “Continua l’attacco spregiudicato da parte del Pdl alla magistratura. Sono sorpreso, ma fino ad un certo punto…. che in questo caso vi sia stato anche il sostegno decisivo della Lega – commenta caustico Cappelletti – dopo i comizi tenuti da ministri del governo Letta contro i magistrati in piazza a Brescia, dopo l’irruzione di un gruppo di parlamentari Pdl nel Tribunale di Milano e come se non bastasse dopo aver sospeso i lavori del Parlamento a causa delle vicende giudiziarie del pregiudicato Berlusconi, arriva l’ennesimo attacco verso la magistratura”. “Per la nostra Costituzione il giudice è soggetto soltanto alla legge. Per questo non deve essere oggetto né di premi né di punizioni – conclude – mi aspetto che in Aula il provvedimento venga bloccato con forza, il Movimento 5 Stelle darà battaglia senza se e senza ma”

Vauro inferocito: “Napolitano connivente di un pregiudicato da cacciare a calci in culo” da. articolo tre

Intervenuto a Coffee break su La7, il vignettista ha attaccato duramente il mondo politico e, in particolare, Berlusconi e Napolitano.

 

Vauro inferocito: "Napolitano connivente di un pregiudicato da cacciare a calci in culo"Redazione– –11 settembre 2013-. Il vignettista de Il Fatto, intervenuto a Coffee break su La 7, non è andato per il sottile e si è scatenato riguardo la situazione politica italiana, in special modo attaccando Napolitano e Berlusconi.

 

“Mentre nel mondo c’è il rischio di guerra da noi in Italia parliamo di Berlusconi”, ha infatti chiosato il fumettista, dimenticando qualsiasi finezza e definendo l’ex premier “uno che dopo tre gradi di giudizio è condannato per aver sottratto soldi al fisco” e che “dovrebbe essere cacciato a calci nel culo. Uno che è adesso un pregiudicato.” “È una schifezza, una merda“, ha aggiunto, riferendosi alla situazione.

 

Su Napolitano le cose non sono andate meglio. “Ha detto una cosa che non mi piace”, ha spiegato Vauro. “Ha parlato di convivenza. Ma io credo che in questo caso si tratti di connivenza”.
Ha aggiunto Vauro, illustrando la situazione in cui versa l’Italia: “Un pregiudicato può dare gli ultimatum al governo. Il Parlamento è ostaggio di un pregiudicato, il Quirinale è connivente con un pregiudicato tant’è che riceve i suoi complici. Confalonieri, Letta, persone che non hanno nemmeno una carica istituzionale.” “Un Capo dello Stato che dovrebbe essere garante della Costituzione la sta mandando a quel paese“, ha continuato. “C’è un colpo di Stato mentre cercano di cambiare la Costituzione. Quello che conta sono gli interessi delle banche, dei centri di potere”, sottolineando poi come si faccia tutto questo poiché si teme che “il governo Bilderberg di Letta possa cadere per colpa di un pregiudicato”.

“La malagiustizia sono i Cucchi e gli Aldrovandi”, ha concluso il vignettista. “È indecente. I problemi della giustizia sono la povera gente, non i problemi di un miliardario. Riappropriamoci della politica, partecipiamo

11 settembre 1973, a 40 anni dal Golpe in Cile: in memoria di Allende e di 1200 desaparecidos e delle vittime della dittatura da: controlacrisi.org

 

Sono un migliaio le persone radunate al centro di Santiago del cile per ricordare i 1200 “desaparecidos” scomparse durante gli anni dell regime di Pinochet. L’iniziativa è stata organizzata sulle reti sociali e chiamata “Voler non vedere”.

La manifestazione è stata promossa proprio in occasione della ricorrenza del golpe militare dell’11 settembre del 1973 che ha portato alla morte del presidente socialista Salvador Allende, che la versione ufficiale vuole morto per suicido con una scarica di mitragliatrice.

Un anno prima di morire durante un intervento tenuto alla conferenza dell’Organizzazioni delle Nazioni Unite proprio allende denunciò il pericolo delle multinazionali: “Ci troviamo davanti a un vero scontro frontale tra le grandi corporazioni internazionali e gli Stati – dichiaraò – Questi subiscono interferenze nelle decisioni fondamentali, politiche, economiche e militari da parte di organizzazioni mondiali che non dipendono da nessuno Stato. Per le loro attività non rispondono a nessun governo e non sono sottoposte al controllo di nessun Parlamento e di nessuna istituzione che rappresenti l’interesse collettivo. In poche parole, la struttura politica del mondo sta per essere sconvolta. Le grandi imprese multinazionali non solo attentano agli interessi dei Paesi in via di sviluppo, ma la loro azione incontrollata e dominatrice agisce anche nei Paesi industrializzati in cui hanno sede. La fiducia in noi stessi, che incrementa la nostra fede nei grandi valori dell’umanità, ci dà la certezza che questi valori dovranno prevalere e non potranno essere distrutti“.

A Villa Grimaldi di Santiago del Cile, il luogo di detenzione e anche di tortura all’epoca della dittatura, si è svolta la cerimonia di commemorazione del 40esimo anniversario dell morte di Allende ma anche in ricordo delle vittime: tra i presenti anche Michelle Bachelet Jeira, l’ex capo di Stato cileno (2006-2010) e candidata socialista alle presidenziali in programma a novembre.

La stessa Bachelet, nel 1975 è stata vittima in persona del rastrellamento della dittatura militare. Dal 1973 al 1990, verranno messe in detenzione illegalmente o torturate 38.254 persone, più di 3200 persone sono state uccise dalla polizia segreta cilena.

1200 vittime  restano ancora desaparecidos.

“Verità e giustizia sono necessarie per la pace e la riconciliazione. Ecco perché dovremmo continuare a migliorare la verità e migliorare la giustizia. E coloro che sono in possesso di informazioni rilevanti hanno l’obbligo morale di rivelarle”, ha dichiarato l’attuale capo di Stato, Sebastián Piñera.

262 persone, a d oggi, sono state dichiarate colpevoli di violazione dei diritti umani, oltre 1000 invece sono ancora sotto processo.

Stragi in Bangladesh, Benetton e Piazza Italia ignorano richiesta di risarcimento da: il fatto quotidiano

Le due aziende italiane che si rifornivano nei laboratori tessili in cui sono morti oltre 1300 operai non hanno risposto all’invito delle organizzazioni a sedere ad un tavolo e parlare dei rimborsi alle famiglie delle vittime. “La persona che si occupa della questione è in viaggio ed è difficile contattarla” fanno sapere dalla griffe veneta

Bangladesh crollo Dhaka

Non hanno risposto. Questa mattina a Ginevra si è cominciato a discutere dei risarcimenti per le vittime delle due stragi sul lavoro che hanno sconvolto il Bangladesh nell’ultimo anno: il rogo nella fabbrica tessile della Tazreen Fashion Limited e il crollo del complesso manifatturiero del Rana Plaza, entrambi nella capitale Dacca. Loro, Benetton Group e Piazza Italia, le due aziende italiane che si rifornivano in quei laboratori in cui la manodopera costa poco, le t-shirt niente e la vita umana ancora meno non hanno risposto all’invito delle organizzazioni a sedere ad un tavolo e parlare dei risarcimenti per le famiglie degli operai morti. Oggi e domani a Ginevra, sotto la supervisione dell’International Labour Organization, incrociano gli sguardi il sindacato internazionale IndustriALL Global Union e i rappresentanti delle 12 aziende che hanno deciso di assumersi le loro responsabilità: dalla britannica Primark alla francese Camaieu, dalla tedesca Kik Textilien alla canadese Loblaw. Dodici sulle 41 cui il sindacato e la Clean Clothes Campaign avevano lanciato l’appello. Per discutere dei 58 milioni di euro che dovrebbero risarcire le famiglie delle oltre 1.200 vite perse nelle due tragedie.

In Italia gli inviti erano arrivati a due società: Benetton e Piazza Italia. Capi con l’etichetta verde acceso della multinazionale veneta erano stati rinvenuti tra le macerie del Rana Plaza, il palazzo di 8 piani sede di decine di laboratori tessili che il 24 aprile si era sbriciolato a Savar, 25 km a nord est di Dacca, uccidendo almeno 1.133 lavoratori, morti per uno stipendio medio di 410 dollari l’anno. E Piazza Italia era tra gli acquirenti dei capi cuciti nella Tazreen Fashion Limited, fabbrica tessile distrutta il 24 novembre 2012 da un incendio che causò 112 vittime. Gli inviti erano partiti settimane fa. Ai marchi era stato chiesto di confermare la propria presenza entro venerdì 6 settembre. Benetton e Piazza Italia hanno risposto con il silenzio e non sono sulla lista dei partecipanti. Perché la griffe degli United Colors non ha aderito all’invito? “Guardi – la risposta che arriva da Ponzano Veneto, quartier generale della multinazionale – la persona che si occupa della questione è in viaggio ed è difficile contattarla. Le faremo sapere al più presto”.

Di solito, però, Benetton ci mette un po’. Nei giorni successivi alla tragedia il gruppo veneto fornì 4 versioni diverse sui propri rapporti con i laboratori crollati. Il 24 aprile, giorno in cui il Rana Plaza si sbriciolò, Ponzano Veneto smentiva con una nota le prime voci sulla presenza di suoi capi tra le macerie: “Nessuna delle manifatture è fornitrice di Benetton”. Pochi giorni dopo, il 29 aprile, di fronte alle foto dell’Associated Press che mostravano al mondo come Benetton si rifornisse in quelle fabbriche, arrivavano le prime ammissioni: “Un ordine è stato completato e spedito da uno dei produttori coinvolti diverse settimane prima dell’incidente”. Il 30 aprile il numero degli ordini era già salito di un’unità: “Abbiamo verificato che quantomeno un ordine in passato c’è stato, forse due”. Il 7 maggio arrivava la quarta versione: “Un fornitore estero dell’azienda aveva occasionalmente subappaltato ordini a uno di questi laboratori”.

Ora ignora chi chiede giusti risarcimenti per le vittime, eppure il 15 maggio il gruppo italiano aveva firmato l’Accordo per la sicurezza degli edifici e la prevenzione degli incendi in Banglades. Promosso da Clean Clothes Campaign, ong con sede ad Amsterdam, l’intesa prevede “ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori sui loro diritti, informazione pubblica, l’obbligo di revisione strutturale degli edifici e obbligo per i marchi internazionali di sostenere i costi e interrompere le relazioni con le aziende che rifiuteranno di adeguarsi”. H&M, Inditex, PVH, Tchibo, Primark, Tesco, C&A, Hess Natur erano stati tra i primi a firmare il protocollo prima della multinazionale veneta. Che questa volta ha deciso di chiudere occhi e orecchie, nonostante 54 milioni di dollari da dividere tra 41 aziende siano davvero poca cosa per una un impero che va dalle t-shirt, alle autostrade e agli aeroporti e che ha chiuso l’anno fiscale 2011 a quota 2 miliardi di euro di fatturato.

Perché le aziende italiane non sono a Ginevra? “E’ sconcertante – spiega Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti, branca italiana della Clean Clothes Campaign – Non capisco come Benetton, che ha capito l’importanza della questione firmando l’accordo, ora si sottragga alla costituzione del fondo. A differenza di Piazza Italia, che non ha nemmeno firmato”. E’ possibile che i due marchi risarciscano le famiglie delle vittime attraverso altre procedure? “Sarebbe un’occasione persa: sì, potrebbero decidere di farsi appoggiare da una ong e proporre dei risarcimenti. Ma non sarebbe la stessa cosa: i risarcimenti sarebbero beneficenza, non frutto di una conquista sociale, del riconoscimento di un diritto“.