Inti Illimani-Venceremos 1973

Inti-Illimani : El pueblo unido jamas serà vencido

Anpi e Pd contro Casa Pound Tensioni per la festa sul lago da: corriere del veneto

 

I deputati veneti ad Alfano: «Intervenga, è fascismo»

 

REVINE (Treviso) — Festa nazionale di Casa Pound, associazione di ispirazione neofascista, a Revine Lago, il caso finisce in Parlamento. I deputati veneti del Pd hanno depositato un’interrogazione al ministro dell’Interno, Angelino Alfano, per chiedere quali provvedimenti intenda adottare per evitare il diffondersi dell’ideologia neofascista e per garantire l’ordine pubblico. A sollevare la questione è stato Umberto Lorenzoni, presidente dell’Anpi (l’associazione partigiani) di Treviso, che lunedì ha chiesto al prefetto vicario Pietro Signoriello la revoca del permesso per la manifestazione. Programmata dal 12 al 15 settembre sulle sponde del lago di Revine, nell’area dell’ex albergo «Riva d’Oro». Il prefetto vicario, assicurando che qualsiasi reato verrà perseguito, ha dichiarato di non poter soddisfare la richiesta dell’Anpi, perché l’iniziativa di Casa Pound, che dovrebbe iniziare con la presentazione del libro «Il corporativismo del terzo millennio» e con un confronto con il giornalista e scrittore Massimo Fini sulla guerra democratica, avrà luogo in una zona privata e sarà riservata agli invitati.

 

«Casa Pound — attacca l’Anpi—è un’associazione dichiaratamente e programmaticamente neofascista e razzista. Revine Lago e tutta la vallata sono state al centro, nel periodo 1943/’45, di una sanguinosa repressione da parte dei nazifascisti, cui Casa Pound si ispira. Sono stati uccisi decine di partigiani e civili, bruciate abitazioni e casere per rappresaglia. Non possiamo tollerare la kermesse annunciata. Ieri mattina in questura e in prefettura a Treviso si sono svolti due vertici tra le forze dell’ordine, durante i quali è stato pianificato il servizio d’ordine per la tre giorni. Il timore è che la tensione possa salire alle stelle sabato pomeriggio, giorno in cui l’associazione dei partigiani ha organizzato un corteo-fiaccolata contro il fascismo, con partenza da Vittorio Veneto e arrivo a Revine.

 

«E’ grave che a un movimento di chiara ispirazione neofascista, portatore di messaggi razzisti e xenofobi, sia consentito di diffondere l’ideologia fascista in violazione della nostra Costituzione — attacca l’onorevole Simonetta Rubinato, firmataria dell’interrogazione —. Abbiamo voluto dare voce alla protesta dell’Anpi e alle preoccupazioni già espresse in sede locale dalla capogruppo in consiglio comunale della lista Progetto Futuro, Doris Carlet, con un’interrogazione al sindaco e una comunicazione al prefetto. C’è il rischio concreto, vista la conformazione del luogo privato in cui si terrà la festa di Casa Pound e per la concomitanza con altre manifestazioni già da tempo programmate sul territorio, che si possano verificare problemi di ordine pubblico». In occasione di un precedente raduno del movimento «Veneto Fronte Skinhead», il parroco di Revine, don Ezio Segat, aveva ricevuto minacce via web da parte di un gruppo neonazista. Anche a livello regionale, sia i consiglieri del Pd sia Pietrangelo Pettenò della Federazione della Sinistra Veneta hanno presentato una mozione, chiedendo al presidente Luca Zaia di condannare il raduno di Casa Pound.

 

«Revine Lago durante la Resistenza—ricorda Pettenò — subì ad opera dei nazifascisti incendi che distrussero intere borgate. Furono uccisi numerosi partigiani, civili vennero deportati nei campi di prigionia e di sterminio, intere famiglie furono razziate di ogni proprietà e quindi la presenza di iniziative promosse da coloro che si considerano eredi della Repubblica Sociale alleata dei nazisti suonano come un insulto ed una provocazione intollerabile». «Credo che i sindaci della vallata— aggiunge l’onorevole Floriana Casellato (Pd) — insieme agli amministratori dell’intera provincia debbano vigilare e riflettere su questa grande provocazione lanciata dai giovani fascisti. Lo ritengo un attacco alla nostra storia e una profonda offesa a tutti i giovani morti per la libertà, la democrazia e la Costituzione».

Alberto Beltrame
11 settembre 2013

Cantù, al via il raduno nazi. Antifascisti in rivolta, ma il sindaco: “E’ loro diritto da: il fatto quotidiano

Dal 12 al 14 settembre in provincia di Como la seconda edizione del Festival Boreal, organizzato quest’anno da Forza Nuova. Anpi e Pd chiedono l’annullamento, ma il primo cittadino difende la scelta: “Nessun rischio sicurezza”. In arrivo i neofascisti di mezza Europa

Cantù, al via il raduno nazi. Antifascisti in rivolta, ma il sindaco: “E’ loro diritto”

Neofascisti e neonazisti di mezza Europa si incontreranno per due giorni a Cantù, dal 12 al 14 settembre, per la seconda edizione del Festival Boreal, organizzato quest’anno da Forza Nuova (nel 2012 venne ospitato in Ungheria). La location non è stata ufficializzata fino all’ultimo, anche se già negli scorsi giorni era trapelata qualche indiscrezione che dava la cittadina brianzola come probabile ripiego dopo il gran rifiuto di Milano, memore del recente raduno naziskin che a giugno ha portato centinaia di teste rasate a Rogoredo, nella periferia del capoluogo lombardo. Così, dopo le polemiche di agosto, nei giorni scorsi il sindaco di Milano Giuliano Pisapia ha ufficialmente posto il veto all’iniziativa targata Forza Nuova, costringendo Fiore e i suoi a ripiegare su Cantù. Martedì mattina, nel corso della presentazione del festival dell’ultradestra, il segretario provinciale di FN Marco Mantovani, ha denunciato il “linciaggio mediatico” patito dal Festival Boreal, puntualizzando inoltre che l’evento è sempre stato previsto in quel di Cantù.

Si tratta del terzo evento di matrice nera organizzato in Lombardia nell’arco di pochi mesi (dopo quello dello scorso aprile a Malnate e quello di Rogoredo a giugno). Una frequenza preoccupante, soprattutto alla luce della portata di questi eventi, che richiamano ogni volta centinaia di persone da tutto il continente. La mobilitazione del mondo antifascista è stata tempestiva. Per giovedì sera alle 18 l’Anpi ha organizzato un presidio a Como, davanti al monumento alla Resistenza. Una manifestazione a cui hanno già annunciato la presenza molti esponenti del mondo politico e sindacale. Dopo l’adesione di Fiom Lombardia, il coordinatore del Pd lombardo e capogruppo in Regione, Alessandro Alfieri, ha annunciato la presenza di una delegazione del Partito Democratico. Il Pd ha anche presentato un’interrogazione per chiedere al governatore Roberto Maroni di convocare, assieme al Prefetto comasco, un tavolo sull’ordine pubblico per fermare l’evento di Forza Nuova. L’assessore regionale alla sicurezza, Simona Bordonali, ha risposto negativamente.

“Quella manifestazione – ha detto Alfieri – è contraria ai principi della nostra Costituzione. Non è un problema il soggetto che la convoca, ma i temi su cui è convocata, oltre al fatto che rischiamo di avere in Lombardia la crema dell’intolleranza e della xenofobia di tutta Europa. E’ davvero incredibile che la giunta regionale non ritenga possa esserci un problema di ordine pubblico”. Secondo Alfieri ha sbagliato anche il sindaco di Cantù a concedere l’autorizzazione: “L’incontro va fermato, lo chiediamo direttamente al Prefetto, purtroppo senza il sostegno dell’amministrazione Maroni. Siamo seriamente preoccupati, anche perché bisogna rendersi conto che quel raduno è convocato in un luogo pubblico all’interno di un centro abitato”.

Il sindaco di Cantù, Claudio Bizzozero, lo stesso che solo poche settimane fa aveva invitato il ministro Cecile Kyenge ad intervenire in consiglio comunale sollevando un vespaio di polemiche da parte della Lega Nord, nei giorni scorsi ha acconsentito all’organizzazione del Festival Boreal sul proprio territorio comunale: “Il primo compito e dovere di un sindaco è di applicare la Costituzione della nostra Repubblica”, appellandosi agli articoli 21 e 17, in difesa del “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero” e del “diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi”. Inoltre, secondo quanto affermato dal primo cittadino canturino, “la Questura ha effettuato per tempo i necessari ed opportuni sopralluoghi verificando l’idoneità del luogo”. Bizzozero, inoltre, ha puntualizzato che “non sussiste al momento alcun comprovato rischio per la sicurezza o l’ordine pubblico, non sarebbe lecito, da parte di alcuna autorità competente e men che meno del sindaco, alcun diniego di autorizzazione, soprattutto in ragione del fatto che Forza Nuova è un movimento politico legalmente costituito e che partecipa normalmente alle elezioni nazionali, regionali (e a Cantù persino comunali) ed in quanto tale, va conseguentemente trattata esattamente come ogni altra forza politica legalmente costituita ed operante nel nostro paese”.

Il sindaco si è detto poi sorpreso dalla posizione del Pd: “Se il Pd ritiene che Forza Nuova sia un partito la cui esistenza deve essere vietata, non ha che da approvare una legge che ne vieti l’esistenza, cosa non difficile da fare per un partito che al momento è al governo del Paese”. Poi conclude con un’annotazione personale sulla “singolare” cultura democratica “di chi vorrebbe che ad esprimere il proprio pensiero fossero solo quelli che esprimono idee uguali a quelle di chi governa”. Il raduno che verrà ospitato a Cantù può contare sull’adesione, oltre ai neofascisti nostrani, anche di quella del British National Party, della Renoveau Francaise, di Democracia Nacional e degli equivalenti svedesi, ucraini, polacchi, croati e ungheresi. Assieme parleranno di omofobia e matrimoni gay, di immigrazione e di guerra, tutto condito da serate al ritmo della musica cara al mondo skinhead.

Muos, le puntualizzazioni tardive dell’Iss Il legale: «Si cautelano dopo la denuncia» Di Salvo Catalano | 9 settembre 2013 da: ctzen

Quattro giorni fa l’Istituto superiore di sanità ha pubblicato sul suo sito la relazione finale sui rischi legati alle parabole Usa di Niscemi. Nel comunicato si sottolinea «la necessità della sorveglianza sanitaria, così come la natura teorica delle valutazioni effettuate». Precisazioni che arrivano due mesi dopo la chiusura del procedimento amministrativo e che, secondo Goffredo D’Antona, avvocato dell’associazione Rita Atria servono a «mettere le mani avanti dopo la nostra denuncia nei confronti del dirigente regionale che ha firmato la revoca della revoca». Nel frattempo i legali degli attivisti studiano una nuova azione legale

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Il 5 settembre l’Istituto superiore di sanità pubblicava sul suo sito la relazione finale sulla pericolosità del Muos. Il documento veniva presentato da una sintetica nota in cui si ribadiva, seppur in forma condizionale, che il sistema di antenne satellitari «non impatterebbe negativamente sulla salute della popolazione». Allo stesso tempo, tuttavia, in quelle poche righe veniva sottolineato, per la prima volta in maniera così chiara da parte dell’Iss, «la necessità di un’attenta e costante sorveglianza sanitaria della popolazione delle aree interessate, oltre che dell’attuazione di un monitoraggio dei livelli di campo elettromagnetico successivamente alla messa in funzione delle antenne Muos, anche in considerazione della natura necessariamente teorica delle valutazioni effettuate su queste specifiche antenne».

Parole che arrivano a distanza di quasi due mesi dalla prima fuga di notizie sul parere dell’Iss e dal definitivo via libera all’installazione dato dal governatore Rosario Crocetta. Molti attivisti hanno creduto per un attimo che si trattasse di una nuova relazione, di una novità. In realtà non è cambiato nulla, almeno dal punto di vista dei pareri. Solo che negli ultimi mesi i canali giudiziari legati al Muos si sono moltiplicati e tra questi è arrivata la denuncia da parte dell’associazione Rita Atria nei confronti del dirigente regionale Gaetano Gullo, colui che materialmente ha firmato la revoca della revoca. Sarebbe proprio questa denuncia, secondo il legale dell’associazione Goffredo D’Antona, il vero motivo della tardiva e strana pubblicazione da parte dell’Iss. «Si sono voluti tirare fuori, hanno messo le mani avanti. Non vedo altri motivi, visto il tempo trascorso e il fatto che il procedimento amministrativo è stato chiuso», denuncia l’avvocato.

L’accusa rivolta nella denuncia dall’associazione Rita Atria al dirigente era proprio quella di aver riportato, a sostegno del provvedimento da lui firmato e voluto dalla giunta Crocetta, solo una parte della relazione dell’Iss. «Estrapola il testo da cui si evincerebbe la certezza che le parabole non fanno male alla salute, omettendo le conclusioni, dove l’Iss sottolinea che si tratta di pura teoria, da verificare in concreto e che, infine, quanto affermato non può essere usato a fini autorizzativi». Questo sostiene l’associazione. E questo, in buona sostanza, ricorda il comunicato di quattro giorni fa dell’Istituto di sanità, dando spazio alle conclusioni, ai distinguo, alle raccomandazioni sul monitoraggio costante delle condizioni di salute dei cittadini di Niscemi.

«L’Iss dice tutto e il contrario di tutto – commenta l’avvocato D’Antona –  Perché intervengono così tardi? Perché non si sono fatti avanti quando il professor Zucchetti si è lamentato che l’iniziale fuga di notizie era parziale e che mancavano dati importanti? Compaiono invece adesso per focalizzare proprio quell’aspetto della relazione trascurato dal dirigente che abbiamo denunciato. Mi sembra la condotta tipica di chi non è coinvolto direttamente da un’azione penale, ma vuole mettersi al riparo».

La denuncia al vaglio della Procura di Palermo non è, come dicevamo, l’unico canale giudiziario attraverso il quale i comitati No Muos e una parte della società civile continuano i tentativi di ostacolare l’installazione delle parabole. Rimane in piedi l’esposto presentato sempre dall’associazione Rita Atria alla procura di Caltagirone per accertare se i lavori nella base di Niscemi siano iniziati già tre anni prima del rilascio delle autorizzazioni da parte della Regione. E infine c’è il primo ricorso, risalente al 2011, del Comune di Niscemi contro le autorizzazioni concesse dall’allora governo Lombardo e alla fine confermate da Crocetta. Proprio su questo punto, l’amministrazione guidata dal sindaco Francesco La Rosa ha chiesto la sospensiva dei lavori, come provvedimento cautelare di immediata applicazione. Sarà il Tar di Palermo ad esprimersi nei prossimi giorni. «Potrebbe farlo con un decreto presidenziale – spiega Nello Papandrea, legale dei comitati No Muos – che andrebbe poi al vaglio della Camera di Consiglio, la prossima udienza è fissata per il 24 settembre». C’è infine una nuova possibilità. Gli avvocati del coordinamento, insieme a quelli di Legambiente, stanno valutando se impugnare la revoca della revoca voluta dal governo regionale. All’impugnativa potrebbe seguire anche un’ulteriore denuncia.

G8, Cassazione: “A Bolzaneto accantonati i principi-cardine dello stato di diritto” da: la repubblica genova.it

 

Rese note le motivazioni della sentenza di condanna per i fatti del luglio 2001. Un “trattamento” dei detenuti “gravemente lesivo della dignità delle persone” costrette a non mangiare e bere, ad inneggiare al fascismo, a cui fu vietato anche di andare in bagno. “Un’atmosfera di soverchiante ostilità e di vess

Nella caserma di Bolzaneto, nei giorni successivi al G8 di Genova del 2001, il “clima” fu quello di un “completo accantonamento dei principi-cardine dello Stato di diritto”. La Cassazione motiva così la sentenza emessa il 14 giugno scorso, a carico degli agenti imputati per le violenze sui no global.

“Furono negati cibo e acqua” ai giovani fermati. “Fu vietato loro anche di andare in bagno e dovettero urinarsi addosso”. Un “trattamento gravemente lesivo della dignità delle persone”. Accuse pesanti quelle scritte di giudici della Cassazione.

“Vessazioni continue e diffuse in tutta la struttura” quelle a cui vennero sottoposti i no global reclusi. Non si trattò di “momenti di violenza che si alternavano a periodi di tranquillità – osservano gli ‘ermellini’ – ma dell’esatto contrario”. Un clima violento che sfociò nella costrizione rivolta ai fermati di inneggiare al fascismo.

In quei giorni caldi di luglio, la caserma di Polizia di Bolzaneto si trasformò in un “carcere provvisiorio” dove lo Stato di diritto fu soffocato da “un’atmosfera di soverchiante ostilità” a cui tutti, o quasi tutti, gli agenti contribuirono distribuendo violenza fisica e psicologica su ogni recluso: “Non c’erano celle dove non volassero calci e pugni e schiaffi” al minimo tentativo di protesta.

La Cassazione punta il dito contro chi era preposto al comando: “Non è da dubitarsi – scrivono i magistrati della Suprema corte – che ciascuno dei comandanti dei sottogruppi, avendo preso conoscenza di quanto accadeva, fosse soggetto all’obbligo di impedere l’ulteriore protrarsi delle consumazioni dei reati”. Cosa che non avvenne in quell’isola senza diritto in cui era stata trasformata la caserma di Bolzaneto.

(10 settembre 2013)

Cremaschi scrive a Rodotà e Landini: facciamo dialogare radicalità sociale e civile da: controlacrisi.org

 

LETTERA APERTA A RODOTA, LANDINI E AI PROMOTORI DELL’APPELLO ‘LA VIA MAESTRA’Mi rivolgo a tutti i promotori dell’appello per una mobilitazione a difesa della Costituzione, sperando di essere ascoltato.
La Via Maestra, come titola l’appello, ci propone un percorso che va subito illuminato dalla luce del rigore, per allontanare quelle ombre di incertezza e ambiguità che proprio nel nostro campo, come voi avete ben detto, sono sinora state corresponsabili del degrado della nostra democrazia.
È giusto scendere in piazza per provare a fermare la controriforma costituzionale con la quale lo schieramento delle larghe intese vuol cambiare le stesse regole che presidiano i cambiamenti costituzionali.
Cambiare le regole cambiando le stesse regole per cambiare è da sempre il motivo dominante del berlusconismo. È gravissimo quindi che si voglia scardinare l’articolo 138 della Costituzione, per di più da parte di una maggioranza parlamentare che oggi si divide sul ruolo di un pregiudicato per reati fiscali, al quale però si è chiesto di sostenere in ogni caso il governo.
Questo è già un attentato alle nostre libertà e ai nostri diritti E per questo è giusto manifestare, anche sui tetti di Montecitorio.
Ma l’ appello va oltre, propone la costruzione di un nuovo spazio politico e qui bisogna proprio chiarire.
La ricerca di un nuovo spazio politico è qualcosa di più di una mobilitazione, vuol dire che si pensa che lo spazio attuale è coperto da altro, per capirci dal sistema PD-PDl. Vuol dire, come sosteniamo noi che siamo scesi in piazza contro Monti e ora vogliamo farlo contro Letta e le larghe intese, che si vuol rompere la gabbia che imprigiona la politica italiana tra due schieramenti che confliggono tantissimo, ma condividono le scelte di fondo.
La controriforma costituzionale non nasce oggi. E non nasce solo dalla destra berlusconiana, oggi impegnata a cercare di salvare il suo leader più di qualsiasi altra cosa.
Diciamo la verità: la controriforma costituzionale avanza anche nelle intenzioni e nelle opere del Partito Democratico e del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Se si mette in ombra questo dato di fatto si inciampa presto, quale che sia la via che si voglia percorrere.
Due sono i fattori che fanno sì che i principali esponenti politici ed istituzionali del centrosinistra siano attori della controriforma.
Il primo è il cosiddetto vincolo europeo. I trattati che impongono e regolano l’austerità liberista, il fiscal compact e tutti i patti ad esso connessi, sono un attentato permanente alla nostra Costituzione. Il pareggio di bilancio come obbligo costituzionale recepisce ed aggrava questi vincoli mettendo fuori legge, come ha detto il primo ministro britannico Cameron, il keynesismo.
Se si accettano e sostengono questi vincoli e trattati, come fanno PD e Napolitano, diventa inevitabile cambiare la Costituzione per adattarla a ciò che quei patti impongono. Se invece si vuol difendere la Costituzione quei patti vanno stracciati. In mezzo a queste due scelte non c’è nessuna terza via.
La seconda ragione sta invece tutta nella crisi italiana. Dall’epoca di Craxi rafforzare la governabilità, cioè il potere di chi comanda, è diventato il motivo fondante del confronto politico. Il sistema elettorale maggioritario, al posto di quello proporzionale voluto dai costituenti, ha progressivamente accentuato questa spinta.
Ora voi oggi giustamente denunciate i rischi autoritari del presidenzialismo o del premierato assoluto, che sono le due alternative su cui Pd e PDL stanno discutendo. Ma il percorso che porta a questi sbocchi è cominciato più di venti anni fa, quando si affermava come innovazione finalmente democratica la possibilità che i cittadini potessero eleggere il sindaco d’Italia. Che ora rischia di essere il suo podestà.
L’attuale attacco alla Costituzione viene da lontano, e riguarda sia la democrazia rappresentativa sia i diritti sociali.
Il parlamento è stato svuotato dai suoi poteri decisionali attraverso l’uso smodato dei decreti leggi omnibus, mentre il Patto di Stabilità e poi il Semestre Europeo e il Fiscal compact hanno trasferito nelle mani della troika europea le decisioni sulle politiche pubbliche.
I diritti sociali sono stati messi in discussione dalle leggi che hanno introdotto e legittimato la precarietà del lavoro, dalle privatizzazioni dei beni comuni, dallo smantellamento dello stato sociale, sanità e pensioni pubbliche in primo luogo, dalla aziendalizzazione della scuola e della università. E le leggi e le decisioni che hanno prodotto o agevolato tutto questo sono del centrosinistra come del centrodestra.
E d’altra parte forse che la violazione ripetuta dell’articolo 11, dall’Afghanistan al Kosovo, non è stata bipartisan?
E non è bipartisan oggi lo scempio del territorio e della democrazia che si sta facendo in Valle Susa, con la criminalizzazione di una lotta civile e popolare di valore straordinario, con l’accostamento vergognoso della protesta al terrorismo?
E la distruzione della democrazia sindacale, del diritto dei lavoratori a scegliere liberamente i propri rappresentanti avviene solo nella Fiat di quel Marchionne a lungo amato da tanto centrosinistra, oppure si legittima anche con la cosiddetta concertazione sindacale, il cui ultimo accordo il 31 maggio lega il diritto alla rappresentanza alla rinuncia allo sciopero?
Per questo impegnarsi a difendere la Costituzione dalle aggressioni delle controriforme liberiste e autoritarie, richiede verità nell’analisi per individuare avversari e sostenitori della Costituzione.
Sia ben chiaro, avete totalmente ragione quando affermate di non voler riproporre soluzioni abborracciate e per questo fallite, come l’Arcobaleno o Rivoluzione Civile. Ma questo non vuol dire rassegnarsi ad essere l’anima buona del centrosinistra.
Bisogna stare fuori e contro i due poli che han guidato il paese in questi venti anni. Con tutto ciò che ha portato alla crisi democratica attuale bisogna rompere, per costruire un’alternativa nella quale si collochi l’attuazione della Costituzione.
E bisogna unire le forze che lottano davvero contro l’austerità autoritaria e la sua costituzionalizzazione. Basta davvero con la politica del male minore che ci sta precipitando nei danni maggiori.
Sarebbe così un segnale positivo se la manifestazione che avete convocato il 12 ottobre dialogasse con le mobilitazioni che movimenti sociali e le forze del sindacalismo critico e di base intraprenderanno proprio a partire da quella data. Sarebbe un segnale positivo e nuovo se il 12 ottobre dialogasse con le mobilitazioni sui beni comuni, con le iniziative di sciopero del 18 ottobre, con la manifestazione nazionale del 19 ottobre dei movimenti e delle sinistre sindacali.
Sarebbe un segnale positivo e nuovo se radicalità civile e radicalità sociale si dessero la mano.
Sarebbe davvero un segnale positivo se tutte e tutti coloro che vogliono costruire uno spazio politico fuori e contro il sistema attuale, discutessero e si riconoscessero senza voler imporre egemonie o nuove scorciatoie mediatiche.
Spero sinceramente che queste mie riflessioni ricevano attenzione e magari anche risposta.

“La verità sull’11 settembre in Cile. Il golpe e la resistenza di Allende”. Intervento di Gennaro Carotenuto | Fonte: www.gennarocarotenuto.it | Autore: gennaro carotenuto

Mercoledì è il quarantesimo anniversario del colpo di Stato in Cile dell’11 settembre 1973, un evento fondativo del mondo contemporaneo. Come studioso di storia del Cile, di Salvador Allende e nello specifico di quel golpe (in particolare intervistando la gran parte dei sopravvissuti della battaglia della Moneda per lavori pubblicati o in corso di pubblicazione), sento il bisogno di una serie di puntualizzazioni apparentemente banali eppure decisive nella narrazione e interpretazione di quei fatti. Ovviamente non mi illudo di essere creduto o dato credito e sono convinto che in questi giorni continueremo a sentir dire che Allende non si è suicidato o che il Cile era sull’orlo del caos, che non è provato il ruolo della CIA, eccetera. Pace.

 

1) Salvador Allende indiscutibilmente si suicidò. I testimoni diretti, persone al di sopra di ogni sospetto, tra i quali il dottor Jirón e il GAP Pablo Zepeda, non lo mettono mai in dubbio. La leggenda dell’assassinio fu inventata e diffusa innanzitutto da Radio Mosca per motivi di propaganda. Buona parte dei motivi del successo di tale versione furono dovuti: a) a motivi culturali rispetto alla valenza del suicidio interpretabile come atto di vigliaccheria; b) al fatto che l’assassinio appariva come perfetta allegoria dell’infamia del golpe e della morte della democrazia; c) al dato che i testimoni diretti di parte democratica (che hanno sempre parlato del suicidio) furono uccisi o messi a lungo a tacere dalla dittatura. L’intero campo democratico, a partire da un famoso articolo molto romanzato di Gabriel García Márquez, preferì a lungo non credere al suicidio, forse uno dei pochi dettagli sul quale i golpisti non mentirono. Si veda in particolare il mio saggio su «Passato e Presente» in nota.

 

2) Il golpe (preceduto da un primo tentativo il 29 giugno) fu reso possibile da uno stratagemma. Il governo Allende si stava rafforzando nel paese, aveva vinto bene le amministrative di febbraio, stava realizzando il proprio programma e i dati macroeconomici erano in forte miglioramento. Tuttavia, di fronte alla polarizzazione della politica cilena e alle manovre di destabilizzazione il Presidente aveva deciso di annunciare un referendum sul suo governo, rendendosi disponibile a rinunciare a metà mandato in caso di risultato avverso. Al di là del possibile risultato il semplice annuncio del referendum avrebbe delegittimato il golpe rendendolo impossibile. L’annuncio, in una trasmissione a reti unificate, doveva essere dato il 10 settembre 1973. Solo dopo le enormi insistenze di Augusto Pinochet, da pochissimo nuovo Capo di Stato Maggiore, Allende aveva accettato di rinviare al 12 settembre, ventiquattro ore dopo la data già prevista per il Colpo di Stato.

 

3) Il golpe non fu la conseguenza del caos (come in Argentina) o della sconfitta della guerriglia (come in Uruguay). Avvenne in un paese polarizzato ma ordinato, governato nel rispetto della Costituzione e sostanzialmente in pace. A partire dal 1961 (presidente John F. Kennedy) la Casa Bianca aveva iniziato a lavorare per impedire che Allende arrivasse alla presidenza. La cosa era riuscita nel 1964, fallì nel 1970. Da quel momento, il governo degli Stati Uniti lavorò per sovvertire le istituzioni democratiche in Cile. La ricerca di interlocutori golpisti nell’esercito e nell’aristocrazia cilena da parte del governo e dei servizi degli Stati Uniti, la «guerra psicologica», il soffiare sul fuoco del golpe, istigarlo e poi difenderlo con ogni mezzo, è altrettanto indiscutibile e attestato in innumerevoli documenti cominciati a pubblicare a Washington fin dal 1975. Continuare a instillare il dubbio è insensato o in malafede. Al contrario:

 

4) Non è mai esistito un golpe da parte di Unidad Popular e Salvador Allende, quest’ultimo scrupoloso e irriducibile nel rispetto delle istituzioni fino al sacrificio finale. Tutta la propaganda sulla presenza di 35.000 (sic!) addestratori cubani, un arsenale di 45.000 pistole, 12.000 kalashnikov e 500 bazooka e il fantomatico Plan Zeta (il golpe di Allende) erano pure invenzioni costruite a tavolino per destabilizzare prima e giustificare poi il golpe contro un governo di matrice marxista che, pur andando avanti in mille campi, mai smantellò le istituzioni liberaldemocratiche o violò la costituzione vigente. A partire dal 1984 il generale pinochetista Gustavo Leigh si vantava pubblicamente di quanto fosse stato facile inventare tutto di sana pianta trovando media compiacenti in patria e fuori. La memoria è breve: identiche fandonie, migliaia di cubani armati fino ai denti e l’autogolpe in arrivo, furono usate in altre occasioni, come in Venezuela per giustificare il fallito golpe contro Hugo Chávez l’11 aprile 2002.

 

5) Non era stata preparata una resistenza armata al golpe (Allende voleva innanzitutto evitare una guerra civile avendo in mente quella di Spagna). Lo testimonia il fatto che esistessero solo piccoli apparati militari di tutti i partiti di UP, Partito Socialista, Partito Comunista, Sinistra Cristiana oltre al MIR (Movimento Sinistra Rivoluzionaria), che fino a quel momento aveva realizzato piccole azioni di propaganda armata. Ognuno di questi apparati possedeva non più di 100-150 kalashnikov e aveva inviato poche decine di militanti in paesi socialisti (soprattutto la Cecoslovacchia e Cuba) per ottenere addestramento militare. L’11 settembre i partiti mancarono completamente agli obiettivi limitati ai quali quegli uomini erano destinati: difesa della Moneda e scorta dei dirigenti verso rifugi sicuri. Lasciarono così Allende ed un pugno di uomini nella Moneda senza alcun appoggio esterno, mentre la popolazione (ancora il 4 settembre milioni di militanti avevano riempito le piazze in appoggio al governo) fu invitata a restare a casa. La mancata difesa della Moneda è uno dei segreti sui quali più alta si alza la cortina di fumo dei partiti eredi di UP, in particolare del Partito Socialista.

 

6) L’esistenza di un esercito liberatore al comando del Generale costituzionalista Carlos Prats (assassinato nel 1974 dalla CIA e dalla DINA) nei giorni successivi al golpe è un’invenzione di Radio Mosca, costata molte vite di militanti di Unidad Popular, indotti a credere che fosse in atto una resistenza organizzata al golpe che invece fu immediatamente soffocata anche dai responsabili degli apparati militari rivelatisi non all’altezza della situazione. Tale dettaglio, di provenienza comunista, è figlio di una politica (soprattutto socialista) che molto millantò ma non preparò affatto la resistenza al golpe imminente contribuendo a spaventare le classi medie e della quale Allende molto si lamentò.

 

7) Salvador Allende non entrò però suicida nella Moneda. Entrò deciso a difendersi e credendo nella lealtà di Augusto Pinochet. Erano state organizzate anche delle vie di fuga dal Palazzo, in parte ostruite e impraticabili, che probabilmente dovevano nascondere Allende nel quartiere popolare de La Legua. Prevalse però nel presidente l’idea del suicidio come “atto di coerenza politica”.

 

8) Nelle oltre sei ore di resistenza, Allende partecipò attivamente alla battaglia, sparando contro il nemico con l’AK47 regalatogli da Fidel Castro e col quale si toglierà la vita. Tali dettagli, confermati dai sopravvissuti, sono spesso negati dai partiti, in particolare quello socialista, che ha preferito edulcorare meticolosamente la figura di Allende in molti punti, rappresentandolo come una sorta di agnello sacrificale, buono come padre nobile per la stagione della Concertazione solo se spogliato della propria radicalità di marxista che credeva fermamente si potesse arrivare al socialismo in pace e democrazia. In particolare viene oscurata l’amicizia con Cuba e con Fidel Castro e la relazione con la guerriglia marxista argentina dell’ERP. Le foto di Allende che spara dal secondo piano della Moneda sono di fatto introvabili.

 

9) Nella Moneda si trovavano poche decine di collaboratori stretti di Allende, dei quali meno di una ventina erano combattenti dei GAP (Gruppo Amici del Presidente), in grado di tenere in scacco l’esercito meglio addestrato del Continente per molte ore. Nella “battaglia della Moneda”, nonostante la pesantezza del fuoco nemico, gli unici due morti di parte democratica furono due suicidi, Augusto Olivares e Salvador Allende. Dopo la resa e il suicidio del presidente, tutti i GAP (foto), salvo per motivi casuali tre di loro, furono legati con filo spinato, torturati e assassinati nelle ore successive. Erano tutti o quasi di estrazione popolare. Agli altri sopravvissuti andò meglio. Erano ministri, consiglieri, stretti collaboratori, persone di grande valore ma in genere di estrazione borghese. La dittatura ritenne di risparmiare loro la vita.

10) Augusto Pinochet ha sulla coscienza l’assassinio e spesso la sparizione di circa 3.500 persone, due terzi delle quali nei primi mesi dopo il golpe. Pinochet stuprò un intero paese in molti modi, ma non c’è alcun bisogno di arrotondare a 10.000, 30.000, un milione. In un paese dove non era in corso alcuna guerra, l’assassinio di 3.500 persone inermi resta una barbarie inemendabi

Il 12 ottobre a Roma per difendere la Costituzione (e non solo) Pubblicato il 10 set 2013 di Alfonso Gianni –

 

Mentre da Cernobbio il premier Letta mandava a dire che tutti coloro che difendono il testo costituzionale sono dei conservatori, si teneva a Roma un’affollatissima assemblea per denunciare il carattere anticostituzionale delle modalità con le quali la maggioranza di governo si appresta a modificare la Costituzione in punti delicatissimi.

 

Letta dice che chi non vuole modificare nulla è contro la riduzione dei parlamentari e la revisione del bicameralismo perfetto. Bugia grossolana. Le forze che hanno organizzato l’assemblea romana da tempo si sono pronunciate a favore di quello che un famoso costituzionalista definì “una manutenzione intelligente della Costituzione”.

 

Fanno testo dichiarazioni e atti parlamentari da almeno trenta anni a questa parte. Personalmente feci parte della commissione diretta da Aldo Bozzi agli inizi degli anni Ottanta (gli atti sono a disposizione di tutti): si possono trovare miei interventi e di altri ben più autorevoli parlamentari a favore del monocameralismo e quindi della riduzione del numero dei parlamentari.

 

In realtà oggi la posta in gioco è tutt’altra, come Letta ben sa. L’attuale maggioranza vuole una svolta in senso presidenzialista della forma di stato e quindi intende procedere in fretta e furia, calpestando i tempi previsti dall’attuale articolo 138. Si tratta del più grave e ambizioso attacco ai fondamenti della nostra Costituzione. Non è vero che non verrebbero toccati i principi fondamentali contenuti nella prima parte. Non solo il Partito democratico si è dimostrato già disponibile in questa direzione, ma in ogni caso è inevitabile che i diritti contenuti nella prima parte vengano compressi o del tutto pregiudicati da modifiche degli istituti previsti nella seconda parte, che li dovrebbero attuare.

 

Per questo l’appuntamento che l’assemblea si è data – una grande manifestazione popolare a Roma il 12 ottobre – diventa un punto di riferimento per tutte le forze democratiche. Nelle sue conclusioni Landini ha fatto una dichiarazione impegnativa: la manifestazione si terrà in ogni caso. In altri termini non saranno eventuali crisi di governo o altre vicende connesse all’attuale quadro politico a fermare l’iniziativa.

 

Comincia a prendere corpo nel nostro paese un vero e proprio sommovimento democratico che fa della difesa della Costituzione il proprio perno. Non è la prima volta. Già nel 2006 i cittadini italiani, superando persino un quorum che in quel caso non è richiesto, bocciarono il premierato voluto dalle destre sul finire della legislatura. Ma la cosa rimase lì, anche perché ci si illuse che la risicata vittoria elettorale di Prodi potesse seppellire ogni tentativo di quel tipo.

 

Non è stato così, anche per l’attiva partecipazione del Partito democratico a modifiche regressive del testo costituzionale, come si è già visto nel caso della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio ottenuta durante il governo Monti con la modifica dell’articolo 81 della Costituzione.

 

Né si può pensare che la attuale Presidenza della Repubblica, come hanno detto diversi interventi nell’assemblea, possa essere considerata un valido baluardo contro modifiche negative del testo costituzionale. La parola torna ai cittadini quindi.

 

Tra il 2 giugno, giorno della riuscita manifestazione bolognese e la grande assemblea odierna, sono apparsi diversi articoli e prese di posizione. Ne voglio ricordare in particolare uno di Stefano Rodotà comparso su Repubblica. In quell’articolo agostano il giurista inseriva un elemento nuovo e importante nella discussione. Pur respingendo l’interpretazione che l’insieme delle forze che hanno dato vita a quegli appuntamenti vogliano creare un nuovo partito – semplificazione giornalistica molto in voga – affermava che bisogna dare vita a un nuovo spazio politico.

 

Il che implica, in primo luogo, che gli spazi politici finora esistenti sono o chiusi o insufficienti ad accogliere istanze di cambiamento nelle politiche istituzionali e sociali che si inseriscano nel solco costituzionale. Conseguentemente, e in secondo luogo, non si può ridurre la discussione a una cassa di risonanza del congresso del Partito democratico. In terzo luogo che non basta pensare di unire i movimenti che si sviluppano nel sociale, anche perché questi sono spesso giustamente gelosi della loro parzialità, ma che la dimensione politica è indispensabile.

 

Su queste tematiche c’è molto da lavorare a sinistra. Non basta qualche autocritica sul passato da parte di gruppi dirigenti della sinistra antagonista. Né la corsa a salire sul carro del vincitore Renzi da parte di altri (il trasformismo in un partito o in una coalizione sola, si potrebbe dire rubando l’efficace definizione a Marco Revelli). Bisogna invece dare voce e forza a quella sinistra diffusa che, oltre a essere protagonista quotidiana di tante lotte sul piano sociale e democratico, è anche produttrice di un pensiero alternativo a quello dominante su come affrontare da ogni versante la grave crisi che l’Italia e l’Europa stanno vivendo. Il 12 ottobre significherà anche questo.

La via maestra di Giovanni Russo Spena – liberazione.it –

 

Riflessioni sull’assemblea di domenica promossa da Rodotà, Landini, Ciotti

 

Molto importante l’assemblea di domenica. Mi sembra sul serio “la via maestra”. Ritengo infatti essenziale la costruzione di uno spazio pubblico partecipato. Esperienze e conflitti sociali e territoriali non sono certo mancati in questi anni, con coinvolgimenti di massa (non penso solo al referendum sulla ripubblicizzazione dell’acqua, tradito sia dal Pdl che dal Pd, ma a lotte di comunità come No Tav, No Dal Molin, No Muos, o a conflitti sindacali come alla Fiat e all’Irisbus, alle lotte contro l’Ilva, gli inceneritori, ecc.). Sono state lotte spesso autogestite, aspre, non prive di radicalità, arricchite da azioni dirette (come occupazioni di case e picchetti antisfratto), da disobbedienza civile, da capacità di danneggiare l’avversario, il potere militarizzato, come in Val Susa. Sono tuttavia mancati i nessi unitari di lotta, le priorità programmatiche unificanti. Soprattutto è mancata l’opposizione politica, il centrosinistra ingabbiato nelle larghe intese (e sempre più nuovo partito centrista doroteo, pronto all’arrivo di Renzi, non certo un bolscevico, a cui si aggrega, con un discorso politicista,Vendola facendo evaporare anche un punto di vista critico all’interno delle istituzioni). Non si può ricostruire blocco sociale, fare uscire le persone che soffrono dalla disperante sindrome dell’isolamento se non costruisci un sistema di valori alternativi, un punto di vista “altro” sul tema dell’Europa, della Moneta, del Fiscal Compact, della legge di stabilità, della politica industriale e del lavoro, ecc. E il governo “delle larghe intese”riconnette la sua politica antipopolare ad un crescente autoritarismo ed all’attacco frontale alla Costituzione, con una torsione presidenzialista e di sovversivismo padronale. Per questo è importante il documento di domenica che indica “la via maestra” nella mobilitazione e partecipazione intorno all’attuazione della Costituzione a partire dai suoi principi fondativi (lavoro, stato sociale, dignità delle esistenze, ruolo sociale della produzione, pace). Non è un richiamo accademico, nemmeno solo una passione democratica; è il grumo forte di un programma di opposizione, in direzione ostinata e contraria.

 

La manifestazione del 12 ottobre può diventare un decisivo accumulo di potenza sociale, anche simbolicamente. Ci impegneremo a fondo per la sua riuscita e perchè sia punto di passaggio, ponte verso l’articolazione territoriale. Molto dipenderà dalla capacità che avremo, in queste settimane, di aggregare luoghi di discussione, speranze, fuoriuscite dall’isolamento, di riconoscimento di sè in un progetto comune e plurale. Noi ci staremo, con il fardello delle negative esperienze della Sinistra Arcobaleno e di Rivoluzione Civile, ma anche con la determinazione di una militanza, di una passione collettiva, di un’intelligenza analitica che non abbiamo abbandonato, pur tra mille difficoltà. Penso che il nostro orizzonte, per l’Italia e l’Europa, sia chiaro: non è possibile che, in Italia (unico paese europeo, per non parlare delle esperienze latinoamericane), oltre il centrismo renziano e il grillismo, vi sia dispersione e disincanto. Vi sono le condizioni per costruire una soggettività organizzata. Il nostro congresso è già cominciato domenica, in piena autonomia ed indipendenza dal centrosinistra.