Ilva Taranto, licenziato l’operaio che aveva denunciato le irregolarità della fabbrica da: il fatto quotidiano

E’ un atto “vile e infame”. Così l’Unione sindacale di base ha definito la cacciata di Marco Zanframundo, uno dei dipendenti attivisti del sindacato che da mesi attaccava l’azienda per le carenze sulla sicurezza

Ilva Taranto, licenziato l’operaio che aveva denunciato le irregolarità della fabbrica

E’ un atto “vile e infame”. Così l’Unione sindacale di base (Usb) ha definito il licenziamento disposto dai vertici dell’Ilva di Taranto di Marco Zanframundo, uno degli operai attivisti del sindacato che da mesi denunciava le numerose irregolarità in fabbrica. Dopo la morte del collega e amico Claudio Marsella, 29enne morto il 30 ottobre schiacciato da un locomotore nel reparto Movimento ferroviario (Mof) dell’Ilva, Zanframundo e i suoi compagni avevano immediatamente dato vita a uno sciopero a oltranza e nove mesi più tardi, dinanzi alle telecamenre del Fatto Tv avevano denunciato come le condizioni di lavoro nel reparto non erano cambiate.

Con altri colleghi avevano presentato un esposto alla magistratura per denunciare le anomalie della fabbrica, e tra queste anche la presenza dei fiduciari finiti in manette pochi giorni fa. Forse troppo per l’azienda, che lo ha ripagato con la stessa moneta contestando una serie di violazioni alle norme di sicurezza che avrebbero messo in pericolo lui e i suoi colleghi. Una contestazione disciplinare dietro l’altra che si sono concluse con il suo licenziamento.

“Me l’aspettavo – racconta l’operaio a ilfattoquotidiano.it – Le nostre denunce e i nostri comunicati hanno fatto troppo rumore e così hanno voluto punire uno di noi. Inoltre dicevamo da tempo che senza un intervento qualcuno di noi avrebbe pagato: è toccato a me. Pensa che nei bagni era scritto: qualcuno chiedeva a un mio compagno di ‘andare a piangere’ perché ritirassero il mio licenziamento e io non avevo ricevuto ancora nessuna lettera. E poi – prosegue il dirigente Usb – oramai in reparto ero isolato: alcuni colleghi evitavano anche il mio sguardo”.

Dopo la morte di Claudio Marsella, Marco aveva chiesto anche di cambiare reparto. “Il mio capo reparto mi disse che per me non era il momento, mentre per lui potrebbe addirittura essere scattare la promozione a capo area. Io sono stato quello che ha sofferto di più la morte di Claudio: noi non eravamo solo colleghi. Qualche giorno fa ho ritrovato una sua foto mentre tiene in braccio mio figlio”. I sindacati confederali non hanno detto una parola: “E che ti aspettavi? Abbiamo denunciato le loro complicità con l’azienda, figurati se venivano in mio aiuto”.

Per Francesco Rizzo, compagno del sindacato Usb, “la colpa di Marco è aver difeso il diritto alla vita, alla sicurezza aver protestato insieme ai colleghi del Mof per chiedere giustizia per il caro Claudio, essere diventato un dirigente Usb, il sindacato che ha denunciato gli abusi e le collusioni”. Il sindacato ha proclamato per i dipendenti dello stabilimento Ilva di Taranto e per i lavoratori dell’appalto uno sciopero con presidio a oltranza a partire dalle 7 di domani davanti alla portineria A dello stabilimento non solo contro il licenziamento di Marco, ma anche il licenziamento di 50 lavoratori della ditta Emmerre, messi alla porta dopo l’incidente del 28 febbraio scorso in cui morì l’operaio Ciro Moccia.

Insomma mentre la magistratura inchioda l’azienda dei Riva, ne arresta i fiduciari che per anni nell’ombra hanno spinto al massimo i vecchi impianti dell’Ilva, limitato al minimo i costi e gli investimenti e taciuto le lamentele degli operai, questi vengono licenziati. Mentre fiduciari, impiegati, tecnici, capiturno, capireparto e capi area puntano alla produzione per ottenere il ricco premio elargito dai Riva, i lavoratori “il cui apporto era ed è determinante per il raggiungimento della miglior produzione” devono smettere di denunciare. Anche quando è in ballo la loro sicurezza.

Il partigiano Johnny nella notte di Allende | Fonte: la Repubblica | Autore: Luis Sepulveda

Il giorno più nero della storia del Cile spuntò coperto di nuvole. La primavera alle porte, atterrita dall’orrore che si avvicinava, aveva deciso di negarci i primi tepori. Alle sei del mattino Salvador Allende, il Compagno Presidente, ricevette le prime informazioni sul golpe imminente e diede ordine alla scorta, al Gap, di lasciare la residenza di calle Tomás Moro per raggiungere il palazzo de La Moneda.

Un contingente del Gap – Gruppo di Amici Personali – rimase a garantire la sicurezza della residenza e il resto si mise in marcia armato di kalashnikov. Fra i Gap che uscirono insieme al Compagno Presidente c’erano tre ragazzi molto giovani: Juan Alejandro Vargas Contreras, ventitré anni, studente; Julio Hernán Moreno Pulgar, ventiquattro anni, studente e dipendente del palazzo presidenziale e Óscar Reinaldo Lagos Ríos, ventun anni, studente e operaio in un’azienda agroalimentare. Tutti e tre erano militanti della Federación Juvenil Socialista. E oggi, a quarant’anni dal colpo di stato che ha messo fine al più bel sogno collettivo, voglio parlare di uno di loro, di Óscar, un ragazzo cileno pieno di coraggio e generosità.

Óscar era più giovane di me, ci separavano solo due anni, ma visto quanto era intenso il nostro impegno per la Rivoluzione cilena, visti la dedizione totale e il rigore con cui affrontavamo i mille compiti del Governo Popolare, quei due anni scarsi di differenza mi conferivano una certa anzianità. Anch’io avevo avuto l’onore — il più grande onore che mi sia stato concesso in vita — di far parte del GAP, ma dopo aver trascorso quattro mesi nella scorta del Compagno Presidente ero stato chiamato a maggiori responsabilità. Così, a ventidue anni, mi ero ritrovato supervisore di un’azienda agroalimentare a sud di Santiago. Là avevo conosciuto un giovane socialista che si chiamava Óscar Reinaldo Lagos Ríos e che combinava il suo lavoro di meccanico nell’azienda agroalimentare con gli studi in un istituto industriale e con la militanza socialista. Óscar amava il tornio e la fresatrice. Tra i suoi progetti c’era quello di diventare un buon tornitore, un operaio specializzato. Fin dal primo momento si trasformò nel mio braccio destro e più volte respingemmo insieme gli attacchi del gruppo fascista Patria y Libertad, che voleva assassinare i dirigenti sindacali e incendiare i nostri posti di lavoro.

Spesso Óscar portava a passeggio mio figlio Carlos Lenin, che cominciava allora a camminare, e ogni due o tre giorni prendeva in prestito un libro, un romanzo, una raccolta di poesie, qualche saggio sociopolitico. Un pomeriggio, mentre facevamo il nostro turno di guardia, lo vidi leggere e piangere senza nascondere le lacrime. Stava leggendo La sangre y la esperanzadi uno scrittore cileno ormai dimenticato, Nicomedes Guzmán. All’improvviso chiuse il libro, si asciugò gli occhi ed esclamò: «Compagno, ora sì che ho capito perché facciamo la rivoluzione».

Óscar si era sempre distinto come lavoratore, per il senso dell’umorismo che traspariva dalle canzoni degli Iracundos che cantava mentre riparava i macchinari e per l’esemplare solidarietà (era sempre l’ultimo al momento di comprare gli alimenti che trattavamo e che la borghesia si accaparrava per far mancare i rifornimenti), ma si distingueva anche come militante, acuto nelle sue analisi e convincente grazie ad argomenti ancora più acuti. E poiché il GAP era formato dai militanti migliori, un giorno parlai di lui raccomandandolo e ricevetti l’ordine di addestrarlo. Così Óscar imparò a usare un’arma, a pulirla, ricevette i primi rudimenti di difesa personale e di procedure di sicurezza. Quando entrò a far parte del GAP, il più grande onore per un militante, festeggiammo a casa sua, con la sua famiglia umile e generosa. Poi ci perdemmo di vista perché i tanti compiti della Rivoluzione Cilena ci tenevano molto occupati e la giornata era sempre troppo breve, dormivamo poco, ma non perdevamo mai di vista l’importanza di quel che facevamo. Non avevamo diritto né alla stanchezza né allo scoramento. Stavamo costruendo un Paese giusto, fraterno, solidale, seguendo una via cilena, rispettando tutte le libertà e i diritti. E per di più avevamo un leader che ci dava un grande esempio con la sua statura morale.

Un giorno incontrai Óscar a El Cañaveral, una residenza di campagna sulle pendici della cordigliera delle Ande dove il Compagno Presidente andava a riposare. Insieme ad altri due GAP sorvegliava l’ala nord. Ci abbracciammo e quando gli chiesi il nome di battaglia — io ero e continuo a essere Iván per i GAP sopravvissuti — lui rispose: «“Johny”, è quello il mio nome di battaglia, Johny, ma non l’ho scelto io: me l’ha dato il dottor Allende un giorno che mi ha sentito cantare».

Quell’11 settembre 1973, poco prima delle sette di mattina, Salvador Allende e la sua scorta formata da tredici membri del GAP entrarono alla Moneda. Il golpe fascista era iniziato, truppe e carri armati accerchiarono il palazzo, riecheggiarono i primi spari tra difensori e golpisti, le forze aeree bombardarono le antenne delle radio finché ne rimase soltanto una, quella di radio Magallanes, grazie alla quale ascoltammo e avremmo ascoltato le ultime parole del compagno presidente, quel «metallo tranquillo della mia voce».

Con la Moneda assediata, Allende diede ordine di far uscire chiunque lo desiderasse, lui sarebbe rimasto a baluardo della Costituzione e della legalità democratica. In mezzo ai colpi d’arma da fuoco e ai proiettili esplosivi del-l’artiglieria, un pugno di poliziotti socialisti decise di restare, e anche i GAP dissero chiaramente che la guardia non si arrendeva né abbandonava il Compagno Presidente. Fra Allende, i poliziotti rimasti fedeli, il medico del presidente, il giornalista Augusto Olivares e i tredici GAP non erano più di ventidue, ma affrontarono migliaia di soldati golpisti.

Quando era quasi mezzogiorno, le forze aeree bombardarono la Moneda, le fiamme cominciarono a divampare nel palazzo ma il GAP non mollò. Rimane per sempre un’immagine di quel momento: il GAP Antonio Aguirre Vásquez, un patagone eroico, che spara dal balcone principale con la sua mitragliatrice calibro 30 finché le bombe non cancellano completamente la facciata della Moneda. Il simbolo della democrazia cilena, la cosiddetta casa di Toesca bruciava, Allende era morto e Óscar Lagos Ríos, Johny, era stato colpito da due pallottole, ma era ancora vivo. Alle due del pomeriggio, ormai senza più artiglieria, con le munizioni esaurite, i sopravvissuti di quel pugno dipoliziotti e uomini del GAP uscirono dalle macerie e furono immediatamente fatti salire su un camion militare con destinazione ignota. I poliziotti riuscirono a salvarsi la vita, passarono attraverso atroci torture ma sopravvissero. I tredici GAP scomparvero.

In Cile, tuttavia, la terra parla e così è stata scoperta una fossa comune clandestina in un campo militare abbandonato, Fuerte Arteaga, e in quella fossa c’erano più di quattrocento pezzi di ossa umane, alcuni lunghi meno di un centimetro, e quei pezzetti minuscoli hanno raccontato che i tredici GAP erano stati torturati, mutilati, assassinati dalla soldataglia in un’orgia di sangue, durata vari giorni, a cui avevano partecipato ufficiali e truppa del reggimento Tacna. I GAP erano stati sepolti nella caserma, ma quando alcuni testimoni avevano dichiarato di poter indicare il luogo dell’occultamento, i resti degli eroici combattenti della Moneda erano stati trasferiti a Fuerte Arteaga, gettati in una buca profonda dieci metri, fatti saltare in aria con la dinamite e infine coperti di terra.

È impossibile ridurre al silenzio la voce dei combattenti e le loro ossa minuscole hanno rivelato i loro nomi, hanno detto: «Io sono ciò che resta di Óscar Reinaldo Lagos Ríos, ventun anni, nome di battaglia Johny, GAP, assassinato il 13 settembre 1973». Una mattina del 2010, un corteo con in testa tre carri funebri è passato davanti al palazzo della Moneda. A scortarli c’erano uomini e donne di oltre sessant’anni che al braccio sinistro esibivano con orgoglio un nastro rosso con la sigla GAP. Scortavamo Juan Alejandro Vargas Contreras, ventitré anni, Julio Hernán Moreno Pulgar, ventiquattro anni e Óscar, quel Johny che aveva preso il fucile quando bisognava farlo.

nostri compagni oggi riposano nel mausoleo degli eroi, accanto alla tomba del Compagno Presidente. Il GAP non si arrende.Onore e gloria ai combattenti della Moneda. Viva i compagni!

Traduzione di Ilide Carmignani

Sciopero Ilva: USB sfida Vendola e Stefano, qui si discrimina, voi dove siete? da: controlacrisi.org

 

I lavoratori scioperano e protestano contro i licenziamenti e le discriminazioni, ma quello che succede all’Ilva di Taranto non fa notizia.  Gli operai dell’Ilva “Scioperano e salgono sul tetto dello stabilimento e dimostrano con i fatti che un’azienda la cui proprietà ha gravi problemi con la legge e che è formalmente commissariata, continua a fare i suoi comodi, a rispondere alle stesse logiche di ieri ed a colpire il dissenso e chi denuncia le inadempienze commesse”,  Fabrizio Tomaselli dell’Esecutivo nazionale di USB usa parole durissime che descrivono il clima di repressione antioperaia nel quale sono inseriti questi lavoratori. Ma Tommaselli non se la prende solo con i padroni dell’Ilva ma anche con l’assenza delle istituzioni: “Dove sono le istituzioni ? Dove è il Vescovo di Taranto che nel recente passato è intervenuto per dare solidarietà ai lavoratori? Dove è il Prefetto che rappresenta lo Stato, dove sono le istituzioni locali, il Sindaco e il Presidente della regione? E’ possibile che sia rimasta soltanto la magistratura a garantire la legalità?” L’USB chiede un intervento urgente delle istituzioni in questo nuovo capitolo di una tragedia che ha messo in ginocchio i cittadini di Taranto e i lavoratori dell’ILVA”.
“Noi chiediamo il ripristino di condizioni democratiche dentro l’azienda, chiediamo il reintegro del nostro rappresentante licenziato e di tutti i lavoratori ai quali è stato ingiustamente sottratto il lavoro” – conclude il rappresentante nazionale dell’USB.

Irisbus: Avvisi di garanzia per gli operai licenziati, la rabbia del PRC da: controlacrisi.org

“Gli avvisi di garanzia inviato dal Sostituto Procuratore della Repubblica d’Ariano Irpino, a coloro che il 15 ottobre di due anni fa presidiavano i cancelli dell’Irisbus per difendere l’insediamento produttivo,il diritto al lavoro e il futuro dell’intera Valle Ufita, sono un’ingiustizia che va respinta, anche nel suo valore simbolico, con gran determinazione.” Con queste parole il segretario avellinese del PRC Tony della Pia interviene sulla vicenda che vede intervenire la magistratura con avvisi di garanzia verso i lavoratori. “Gli operai in seguito a quel legittimo atto di resistenza civile e non violenta – dice Della Pia – già furono colpiti da provvedimenti disciplinari inflitti dalla FIAT con l’intento ricattatorio di intimorire il Movimento, e spianare la strada all’accordo di chiusura in seguito sottoscritto.

“La Procura della Repubblica d’Ariano Irpino, nel cercare giustizia dovrebbe indagare i veri responsabili di questa vicenda – continua ancora il segretariodel PRC –  i vertici FIAT e l’A.D. Sergio Marchionne,ideatori di una scellerata politica industriale che sta causando desertificazione produttiva e povertà per centinaia di famiglie, in seguito alla chiusura di stabilimenti utili e realizzati con finanziamenti pubblici, tutto ciò mentre lorsignori si arricchiscono con le speculazioni finanziarie e delocalizzazioni finalizzate a sfruttare mano d’opera a basso costo.

I lavoratori e le lavoratrici, le donne e gli uomini della Valle Ufita meritano rispetto. Non praticano violenza, ma rivendicando il sacrosanto diritto costituzionale al lavoro, alzano la testa e contrastano il devastante progetto di de industrializzazione della Valle, incarnano la classe operaia che buttato il cuore oltre l’ostacolo, lotta contro la mercificazione della vita,rifiutando le barbare regole di questo capitalismo selvaggio, disposto a creare una macelleria sociale pur di sopravvivere. Rifondazione Comunista attraversata da una profonda rabbia invita il Popolo Irpino ad indignarsi di fronte a tale ingiustizia, e annuncia fin d’ora lotta e disponibilità ad offrire assistenza legale gratuita agli incolpevoli destinatari”