Fermiamo la guerra Stop the war Il faut arrêter la guerre وقف الحرب

In questi giorni dal territorio di ogni comitato No Muos e dal Presidio Permanente di Contrada Ulmo, mentre siamo impegnati nella dura lotta contro le 46 antenne NRTF e l’installazione delle parabole del MUOS, ascoltiamo le sirene del “democratico occidente” che sembrano volere annunciare un ennesimo massacro “umanitario” in Siria, malamente mascherato da intervento in difesa dei “diritti umani”.

 

Il movimento No Muos si schiera in modo compatto e unanime contro ogni possibile intervento militare straniero in Siria e a favore della pace.

 

La nostra opposizione ha una duplice valenza: è quella di un popolo in lotta che non vuole che un altro popolo del Mediterraneo soffra e muoia sotto le bombe. Ma è anche quella di chi sa bene, per avere vissuto decenni nell’isola della quale gli Stati Uniti d’America hanno fatto la loro portaerei al centro del Mediterraneo, che quando la macchina militare americana colpisce un qualsiasi paese in una qualsiasi parte del mondo aumenta esponenzialmente la militarizzazione dei “nostri” territori. In nome della falsa giustizia e democrazia del petrolio e dei mercati, assieme ai civili innocenti in Iraq, Libia, Afghanistan e in ogni parte del mondo, siamo stati gravati da innumerevoli servitù militari. Che sia la base US Navy di Niscemi, che sia la “Capitale mondiale dei Droni” di Sigonella, che sia la base navale di Augusta, che sia una delle qualsiasi installazioni di morte diffuse in tutta l’Italia di cui paghiamo carissimo il mantenimento economico e che ci fanno morire per i veleni e la tossicità che emanano. Il tutto in un paese prostrato dalla crisi sociale e i cui governanti continuano impunemente a stanziare e a spendere fiumi di denaro pubblico per macchine di guerra e di morte come gli F35.

 

Di fronte a tutto questo, noi che siamo cresciuti nella pratica delle azioni dirette contro le installazioni militari, siamo consapevoli che non bastano le prese di posizione a fermare le macchine di morte imperialiste. Ci appelliamo, pertanto, a tutti i movimenti antimilitaristi Italiani — pacifisti, non-violenti e contrari al riarmo — e a tutte le realtà sociali di lotta di ogni genere perché, in caso gli Stati Uniti d’America e i loro alleati aggrediscano militarmente la Siria, si dia vita, insieme e in tutta Italia, a una campagna nazionale di War Stopping volta a boicottare ogni attività e logistica bellica di qualsiasi genere si svolga sul territorio del nostro Paese. 

 

http://www.nomuos.info/stop-war/

 

 http://www.nomuos.info/28-settembre-2013-corteo-nazionale-muos-palermo/

 

ANPInews n. 86

anpinews 

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

APPUNTAMENTI

Dal 6 all’8 settembre a Varallo Sesia (VC) “Festa Partigiana” organizzata dal Coordinamento Regionale ANPI del Piemonte. Concluderà il Presidente Nazionale Carlo Smuraglia


 

ARGOMENTI

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

Questestate, anziché i problemi reali del Paese, hanno tenuto banco due temi: l’IMU e Berlusconi. Mi auguro sinceramente che i partiti di sinistra siano coerenti e non solo si pronuncino, ma agiscano in concreto in nome ed a favore della legalità e dell’uguaglianza

In questa lunga estate calda sembrano essere stati messi da parte i problemi reali del Paese, la disoccupazione, la povertà, le difficoltà delle famiglie, le disuguaglianze, per occuparsi di tutt’altre cose. Hanno tenuto banco due temi; l’IMU e i problemi di Berlusconi. Già questo è assai singolare, ma poi il fatto è che tutti e due i temi sono stati oggetto non già di trattazioni serie, ma prevalentemente di minacce e ricatti (…)

Dopo la bella manifestazione del 2 giugno, a Bologna, c’era da stabilire come proseguire la battaglia; a questo fine, avevo proposto, a luglio, incontri preparatori, agli altri organizzatori e promotori di quella manifestazione. Ora francamente vedo, con perplessità, che si sta prendendo una piega diversa: anziché allargare, si pensa di restringere il fronte; anziché tenersi al di sopra della politica, si pensa a nuovi soggetti o movimenti politici

Novità, quest’estate, anche sul fronte delle riforme Costituzionali. Il Senato ha approvato molto rapidamente il progetto di legge costituzionale, che fra l’altro comincia col modificare proprio l’art. 138 della Costituzione, che rappresenta invece un’autentica garanzia, da rafforzare anziché depotenziare. La parola è alla Camera, che presumibilmente si comporterà in modo analogo. Qualche problema c’è nel fronte dell’opposizione a questi progetti di riforma. Dopo la bella manifestazione del 2 giugno, a Bologna, c’era da stabilire come proseguire la battaglia; a questo fine, avevo proposto, a luglio, incontri preparatori, agli altri organizzatori e promotori di quella manifestazione. Nell’attesa, si è profilata una svolta: ha cominciato a girare una petizione rivolta ai parlamentari, con una composizione dei promotori diversa dal passato (più che associazioni, personalità della cultura ed esponenti di un certo settore della politica). Tra mille dubbi e perplessità, ho firmato anch’io, in agosto, pensando che comunque tutto potesse essere utile allo scopo finale (…)

Si preannuncia una riunione internazionale, promossa da Forza Nuova, a Milano, degli esponenti della destra fascista e nazista europea; Casa Pound preannuncia la propria “festa nazionale”, tra il 12 e il 15 settembre, nel trevigiano. Si sta cercando di compiere un altro salto di qualità, con la solita scarsa disponibilità ad intervenire da parte degli organi istituzionali. Spetta alle nostre organizzazioni competenti per territorio di intervenire

Sul fronte  neofascista, ulteriori  novità estive: si preannuncia una riunione internazionale, promossa da Forza Nuova, a Milano, degli esponenti della destra fascista e nazista europea; Casa Pound preannuncia la propria “festa nazionale”, tra il 12 e il 15 settembre, nel trevigiano. Si sta cercando di compiere un altro salto di qualità, con la solita scarsa disponibilità ad intervenire da parte degli organi istituzionali. Spetta alle nostre organizzazioni competenti per territorio di intervenire (come, peraltro, stanno già facendo) per ottenere che queste manifestazioni vengano impedite e per realizzare, comunque, presidi di antifascismo (senza scontri diretti, ma per riaffermare la nostra assoluta contrarietà e rifiuto di manifestazioni del genere, implicitamente negate dalla stessa Carta Costituzionale) (…)

 Il contenzioso che avevamo aperto con la RAI a proposito della infelice trasmissione di Pippo Baudo “Il Viaggio”, a riguardo della strage delle Fosse Ardeatine, si è concluso positivamente.  Come concordato, dopo una paziente ma leale trattativa, è stato letto nel corso del telegiornale di RAI 3 delle ore 19 del 30 luglio un comunicato dell’ANPI, da parte della stessa direttrice Bianca Berlinguer, la quale ha anche espresso con chiarezza il rammarico della RAI  per quanto accaduto. Riporto qui di seguito il comunicato: (…)

 In questa infausta estate, ci hanno lasciato compagni autorevoli, apprezzati e stimati, da Umberto Carpi a Giovanna Marturano ed a Federico Vincenti. Abbiamo espresso la partecipazione e il cordoglio dell’ANPI nazionale, indirizzando messaggi ai compagni ed alle famiglie interessate. Nella prima seduta  della Segreteria e in attesa di farlo nel prossimo Comitato nazionale di ottobre, ricorderò brevemente le tre figure che dolorosamente ci hanno lasciato ed alle quali  rivolgo ancora, con sincero rimpianto, un estremo saluto a nome di tutta la nostra Associazione 

 

Anpinews n. 86

Papa Francesco contro la guerra- Sabato 7 Settembre 2013: Digiuno e Preghiera per la Pace

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Costituzione,” non vogliamo la riforma della P2″ Diffondi lo spot del Fatto Quotidiano

Salvador Allende ( Cile ,11 settembre 1973)

La Siria si prepara all’attacco degli Usa, possibili obiettivi le basi americane in Sicilia Scritto da Emanuele Vincenzo Amodeo da: resapubblica.it

 

A Damasco, in Siria, il regime di Assad si sta preparando per un attacco degli Stati Uniti contro la capitale. Nonostante un probabile ritardo in qualsiasi azione militare, il governo siriano sta sollecitando evacuazioni civili, ha spostato i soldati in appartamenti vuoti ed emesso nuove minacce di ritorsione. Il New York Times descrive così la situazione attuale nel paese.

 

Lunedì un alto funzionario siriano ha dichiarato che sia l’esercito siriano che il suo alleato Hezbollah, il gruppo sciita libanese, in caso di un’offensiva guidata dagli Usa avrebbero reagito attaccando le navi da guerra americane ora nel Mar Mediterraneo.

 

Riferendosi a Hezbollah come alla resistenza, Khaled Abboud, un membro del parlamento e confidente del presidente Bashar al-Assad, ha detto al Wall Street Journal: “La resistenza e le forze armate sono ormai nella mia valutazione un corpo solo, Hezbollah si schiererà con la Siria in alcune operazioni che hanno di mira le navi da guerra nel Mediterraneo”.

 

I preparativi del governo Assad sono continuati, nonostante la mossa dell presidente Barack Obama di chiedere al Congresso l’autorizzazione per attaccare, dopo che Washington ha affermato che Damasco ha ucciso più di 1.400 persone il mese scorso in un attacco chimico.

 

Il governo siriano ha messo in guardia i residenti invitandoli ad abbandonare le basi militari fuori Damasco, mentre le truppe hanno cominciato a posizionarsi per la prima volta nei quartieri residenziali della città che ospitano militari, impianti di sicurezza e uffici governativi.

 

Gli Stati Uniti, nel frattempo, stazionano nel Mediterraneo con cinque cacciatorpedinieri armati con missili da crociera e una nave anfibia con diverse centinaia di marines a bordo, in preparazione per possibili attacchi sulla Siria.

 

Fanno paura anche all’Italia, intanto, le dichiarazioni rilasciate al Tg1 da Hisham Jaber, generale libanese in pensione: “Obama ha parlato di attacco rapido, ma questo dipenderà dalla reazione di Assad.” Riguardo alla possibile reazione del regime siriano, ha poi aggiunto: “Il conflitto potrebbe allargarsi alle basi americane”.

 

E la Sicilia si trova in prima linea, con le sue sedici basi Nato sparse nell’isola. Certo, un attacco sul continente potrebbe avere conseguenze enormi anche per la Siria. Ma se il Papa lancia un appello contro la guerra, “Mai più guerra. Violenza chiama violenza”, questo monito fa intuire che il rischio di un conflitto più ampio del previsto non è un’ipotesi improbabile. Obama avrà tanto da pensare prima di fare ogni piccola mossa.

No all’intervento militare da: ArciReport, 3 settembre 2013

Diplomazia, cooperazione internazionale, tutela della popolazione per la soluzione del dramma siriano

di Carla Cocilova, responsabile internazionali Arci Toscana

La degenerazione del conflitto siriano e l’ipotesi interventista degli Stati Uniti ha riportato i riflettori sulla terribile situazione che la popolazione siriana sta vivendo ormai da tre anni. In un paese come il nostro, attanagliato dalla crisi economica e da una situazione politica instabile, quello che succede al di fuori dei confini nazionali non viene mai considerato prioritario, neppure se la tragedia si svolge vicino a noi.

La Siria è un paese che è stato in larga misura ignorato da coloro che non si occupavano di Medio Oriente, fuori dai circuiti turistici tradizionali come l’Egitto, per anni non coinvolta direttamente nei conflitti, ha invece da sempre giocato un ruolo fondamentale nel determinare gli equilibri nell’area. Proprio per questi motivi la complessità della crisi siriana, fin dal suo inizio, ha determinato che in Occidente non si riuscisse ad avere una lettura chiara di cosa stesse succedendo nel paese.

Già tre anni fa, dopo le prime manifestazioni di Daraa, in Siria si è giocata una guerra dalla grammatica

complessa, che ha visto l’intervento di più realtà, spesso sconosciute ai media o agli analisti più attenti.

Da un lato il governo di Bashar Assad e le forze militari a lui fedeli, una fitta rete di collaboratori che anche negli anni precedenti hanno determinato la stabilità interna del paese limitando la libertà di espressione e ricorrendo spesso ad arresti e torture nei confronti della popolazione, ma anche mantenendo un livello di indipendenza del paese dalle potenze occidentali e un certo livello di benessere per la popolazione.

Dall’altra parte i ribelli, definiti con questo termine in maniera riduttiva e semplicistica. I gruppi armati presenti sono infatti molteplici, ognuno afferente ad interessi e a basi esterne al paese. Alcuni esempi dei gruppi armati più significativi sono: l’Esercito Libero Siriano, la realtà più conosciuta all’estero perché composta dai disertori dell’esercito governativo e dai volontari, unica entità riconosciuta come reale opposizione dalle potenze occidentali, da cui hanno ricevuto armamenti.

Il fronte dei sostenitori per la liberazione della grande Siria (Jabhat al-Nusra), unico gruppo jihadista legittimato da Al-Qaida, il gruppo degli Ahrar ash-Sham composto da salafiti e presente soprattutto nel Nord del paese. Oltre a questi possiamo contare tra i sostenitori di Assad gli Shabbiha, un gruppo di mercenari alawuiti, il Jaysh al-Sha’bi, legati all’Iran e addestrati da Hezbollah e infine l’Unità Curda di protezione popolare, braccio armato del principale partito curdo siriano, che controlla l’area a maggioranza curda sotto il tacito consenso di Assad. In questo panorama complesso e articolato dove Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Iran, Libano giocano un ruolo fondamentale nel fornire risorse e armamenti ai vari gruppi, identificare i buoni e i cattivi diventa un ennesimo gioco delle parti a cui a turno ognuno, secondo i propri interessi, si sottopone. Anche il movimento pacifista in Italia e a livello internazionale, è rimasto spiazzato di fronte alle criticità della situazione siriana e ha dimostrato la sua debolezza non trovando unitarietà di pensiero né di azione. In tutto questo la popolazione inerme e vittima di tante violenze è l’unica a pagare le conseguenze. Oltre 100.000 morti e 2 milioni di profughi: c’è un’emergenza umanitaria nell’intera area che non può più essere ignorata e questo come società civile dobbiamo gridarlo a gran voce. Ribadendo la nostra contrarietà ad interventi militari esterni, come già affermato in un comunicato dell’Arci, dobbiamo richiedere alla comunità internazionale tutti gli strumenti possibili per poter intervenire nei confronti della popolazione, in larga misura donne e bambini, che si trova nei paesi limitrofi o che prova a raggiungere le coste europee e italiane. Su questo, con tutto il rispetto per chi utilizzerà altri mezzi, non servono digiuni o preghiere particolari, serve un’azione di pressione politica europea e internazionale perché vengano garantite le risorse necessarie a fronteggiare l’emergenza. Un ultimo elemento, che come associazione non possiamo non denunciare, è la necessità della messa in sicurezza dell’enorme patrimonio archeologico, storico e architettonico che sta andando distrutto o razziato nel paese. Non sono state trasmesse immagini di forte impatto come quelle dei furti e della distruzione del museo archeologico di Baghdad, ma le condizione delle città, dei siti archeologici e dei beni culturali nel paese è drammatica. La Siria è la culla dell’umanità, un’umanità che l’ha per troppo tempo dimenticata e lasciata sola in un delirio di autodistruzione e indifferenza. Dobbiamo quindi farci promotori presso le reti nazionali e internazionali di una posizione che rompa definitivamente questo muro di indifferenza e che riaffermi come solo attraverso gli strumenti della diplomazia, della cooperazione internazionale e della tutela della popolazione si possa raggiungere una soluzione, che non potrà mai essere un ulteriore intervento ‘umanitario’ portatore di nuove morti e nuove distruzioni.

internazionali.toscana@arci.it

 

 

Sbarchi in Sicilia. Quello che vediamo e non vorremmo vedere da: ArciReport, 3 settembre 2013

di Giuseppe Belluardo, comitato Arci Catania

 

 

 

Una premessa è d’obbligo. Quando parliamo di un fenomeno complesso qual’è quello migratorio non possiamo non tenere presente che la causa madre di tutte le altre (compresa la guerra) è l’elevatissimo divario economico tra paesi ricchi e paesi poveri, tra nord e sud del mondo, che, ancora oggi, nonostante una crisi epocale delle nostre economie, esiste.

 

L’arrivo nel sud Italia di migliaia di migranti – persone adulte e minori – e profughi di guerra in condizioni così precarie è dovuto però alla chiusura delle frontiere che i nostri governi hanno imposto, causando di fatto l’incremento sistematico delle reti criminali del traffico di esseri umani. Senza limitazioni così ostative al diritto di muoversi, un migrante non avrebbe bisogno né di pagare migliaia di dollari per arrivare qui da noi, né di mettersi su un barcone di fortuna per attraversare, a rischio della stessa vita, il Mediterraneo. Non partire da questa premessa significherebbe trattare un fenomeno divenuto ormai sistemico da più di 10 anni come un problema sempre nuovo e sempre ‘emergente’, avallando inconsapevolmente l’assenza istituzionale di politiche serie dell’immigrazione e dell’accoglienza. Dunque sia chiaro: finché il divario tra nord e sud sarà di tale entità le migrazioni di massa ci saranno sempre. Le norme e i dispositivi di chiusura delle frontiere fisiche e giuridiche dell’Europa fortezza potranno solo rendere più precari e pericolosi questi flussi. Mai potranno fermarli! L’arrivo massiccio di flussi migratori direttamente verso le coste siciliane, in particolare nella parte sud-orientale, è però una novità di quest’anno. Questo mutamento è dovuto sia al progressivo ridimensionamento della rotta libico-lampedusana che all’intensificarsi del flusso proveniente dall’Egitto, causato a sua volta dalle crisi politiche e dalle violenze che caratterizzano la situazione in quel paese e in Siria.

 

L’Italia sta fronteggiando in modo contraddittorio l’accoglienza di queste persone. Da una parte, i reparti della guardia costiera, della guardia di finanza e la marina navale stanno facendo tutto il possibile per salvare i migranti anche in prossimità delle acque internazionali e di Malta. E questo è degno di lode. Dall’altra, però, il nostro paese sta dimostrando una incapacità ormai cronica a gestire l’accoglienza nel rispetto non solo dei diritti umani, ma della umana dignità di queste persone.

 

In Sicilia, quello che vediamo e che non ci piace è questa gestione sempre ‘emergenziale’ degli sbarchi. Prima accoglienza approntata nei luoghi più improbabili come palestre, palasport o scuole – a Portopalo di Capo Passero addirittura un mercato ittico! Senza una base giuridica chiara che ne definisca procedure e funzioni, restano luoghi super militarizzati gestiti esclusivamente con misure di ‘ordine pubblico’. Al loro interno girano agenti delle varie forze antisommossa con manganelli, manette e pistole piuttosto che medici, psicologi e mediatori culturali. L’accesso agli enti di tutela è consentito solamente – a discrezione di un funzionario prefettizio, dominus assoluto e incontrastato – alle organizzazioni convenzionate come quelle del progetto Praesidium (Save the Children, OIM, UNHCR e CRI) oppure a quelle ‘amiche’ (perché non disturbano), come la Comunità di Sant’Egidio a Catania. Molto spesso manca un presidio sanitario decente. A parte un primo screening sanitario al momento dello sbarco, per il resto in questi luoghi è garantita solo da Croce Rossa provinciale o Misericordie un’assistenza di primo soccorso senza medici né infermieri.

 

La Regione Sicilia latita ancora, nonostante potrebbe offrire un prezioso contributo definendo un piano regionale per l’asilo come denuncia da tempo il professor Vassallo Paleologo dell’Università di Palermo. Nel concreto, l’accoglienza italiana consiste dunque di trattenimento amministrativo ampiamente oltre il termine delle 48 ore, collocamento in casermoni con materassi a terra, cibo scarso, estrema difficoltà a comunicare sia con le autorità che col mondo esterno che con i parenti (raramente viene rispettato perlomeno il diritto di comunicare alla propria famiglia che si è salvi) e bivacco prolungato nell’attesa che la burocrazia dell’immigrazione eserciti il suo verdetto: accolto o espulso, clandestino o richiedente, minorenne o no. Questi sono solo i problemi di carattere generale che riguardano la non-accoglienza italiana. Ma nello specifico si dovrebbe parlare di carenza di strutture per il collocamento dei minori non accompagnati e della loro mancanza di tutela giuridica, di egiziani adulti rimpatriati per normale prassi sulla base di un accordo bilaterale in contrasto con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che vieta i respingimenti collettivi e di tutti quei problemi che in gran parte sono causati da leggi liberticide, dall’ignoranza e dal non vedere nell’altro che bussa alle nostre porte un essere umano tale e quale a noi.

 

L’Italia sembra un grande braccio steso sul mare Mediterraneo: facciamo tutti in modo che il pugno usato contro il migrante diventi una mano tesa pronta ad accoglierlo!

 

Quel contropotere costituente Fonte: Il Manifesto | Autore: Sandro Mezzadra

 

Si può ben capire che in Italia, ogniqualvolta Grillo o Casaleggio evocano scenari di rivolta e disordine sociale, un brivido di terrore percorra le classi dirigenti. La rivolta, infatti, qui non c’è (ancora) stata. Un’infinità di lotte (sul lavoro e sull’abitare, sulla salute e sul reddito) ha scandito in questi cinque anni il ritmo della crisi, intrecciandosi con il dilagare della povertà e della sofferenza sociale. Non sono mancati momenti di parziale ricomposizione, ad esempio attorno al movimento NoTav, alle lotte universitarie, alla vertenza Fiat. Ma non vi è stato un momento di generalizzazione espansiva della mobilitazione, per molti motivi, tra cui figura senz’altro il sovrapporsi di crisi economica e crisi politica nell’interminabile agonia del berlusconismo. Non è stato così altrove: sia pure in forme diverse Spagna, Portogallo e Grecia, ma anche Slovenia e Bulgaria sono state teatro di formidabili movimenti contro la crisi, capaci di rideterminare complessivamente(secondo una dinamica che abbiamo visto all’opera negli ultimi mesi in Turchia e in Brasile) il quadro politico e sociale, di innovare in profondità la grammatica delle rivendicazioni, la fenomenologia dei comportamenti politici e la composizione soggettiva dei movimenti.
E tuttavia questi pur straordinari movimenti di lotta non sono riusciti a uscire da una dimensione, certo essenziale, di resistenza agli effetti della crisi: anche quando si sono posti con forza sul terreno dell’autogestione e dell’autorganizzazione sociale, come è avvenuto con particolare intensità tanto in Spagna quanto in Grecia, non sono stati in grado di imporre una soluzione di continuità nella gestione neoliberale di una crisi che è anche crisi del neoliberalismo. Il limite di fondo contro cui questi movimenti si sono scontrati consiste nella dimensione nazionale entro cui si sono sviluppati; nell’incapacità – certo radicata all’interno di precise condizioni materiali – di porsi dentro quello spazio europeo in cui agiscono invece i poteri che organizzano la gestione della crisi. Si capisce bene, dunque, come lo spettro della rivolta e del disordine sociale si aggiri anche per i palazzi di Bruxelles e di Francoforte: è lo spettro di una rivolta europea, non certo nel senso di una sollevazione simultanea in tutti i Paesi membri dell’Ue, ma in quello di una combinazione di forze politiche e sociali che, partendo da una pluralità di punti critici, investa direttamente l’architettura della governance finanziaria e politica europea. È questo il filo rosso del seminario «Sovvertire il presente, reinventare l’Europa» che si svolgerà a Passignano sul Trasimeno, dal 5 all’8 settembre.
Istituzioni del comando

Quanto si è detto a proposito dei movimenti e delle mobilitazioni contro la crisi, del resto, ha un valore più generale. A partire dalla crisi del 2007-2008 si è prodotta una trasformazione profonda di quella che si può definire la costituzione materiale della Ue. L’equilibrio tra lo sviluppo progressivo di un diritto europeo (tanto per quel che riguarda il mercato e la concorrenza quando per quel che riguarda i diritti fondamentali) e la negoziazione politica, a cui i giuristi si riferiscono con la formula «integrazione attraverso il diritto», appare definitivamente spezzato. Il ruolo sempre più rilevante della Banca Centrale ha funzionato come motore di un complessivo riallineamento dei poteri e delle istituzioni a livello europeo, finendo per fissare un insieme di principi e dispositivi di comando di rango costituzionale (il pareggio di bilancio ne è l’espressione più plastica, mentre il «governo di coalizione» si pone come forma di governo tendenzialmente privilegiata). Attorno a questi principi e a questi dispositivi di comando si è ridefinito il significato stesso della «politica»: comando finanziario da una parte, mediazione tra interessi e territori attraverso le politiche monetarie dall’altra. È una politica che prescinde ampiamente dalla dimensione rappresentativa, spinta ai margini dell’assemblaggio di poteri della Ue tanto per quel che riguarda il ruolo del Parlamento europeo quanto per quel che riguarda i margini negoziali che rimangono per i governi nazionali all’interno del Consiglio. Si capisce, da questo punto di vista, come la politica, confinata in ambito nazionale, finisca per apparire del tutto svuotata di efficacia, ridotta a un simulacro quando non a pura corruzione. E si capisce perché parlare di Europa significhi parlare immediatamente di una nuova «politica»: di come cioè costruire lotta, conflitto, antagonismo contro la governance finanziaria europea per tornare a parlare la lingua della liberazione, di costruire il comune della libertà e dell’uguaglianza nelle nuove condizioni della cooperazione sociale e produttiva.

Le geografie della crisi
Tutto questo non è altra cosa dalla reinvenzione dello spazio europeo. L’Europa si presenta oggi come uno spazio profondamente eterogeneo. Essa è tale per la molteplicità di storie che contiene, per la diversità dei contesti produttivi, sociali e culturali di cui si compone. Ma sempre più lo sta diventando dentro la crisi: i processi di parziale convergenza che si erano avviati dopo il Trattato di Maastricht si sono bruscamente interrotti, nuove «regioni» all’interno dell’Ue stanno rendendo sempre più complessa ed elusiva la sua geografia, nuovi vettori di comando stanno ridefinendo le relazioni tra centro e periferia al suo interno. La stessa figura del capitalismo europeo si sta scomponendo e frantumando: oltre la crisi (o piuttosto nel suo prolungamento come strategia di comando e disciplinamento sociale) comincia ad emergere un profilo profondamento eterogeneo degli assetti produttivi e delle stesse forme di messa al lavoro delle singolarità e delle popolazioni. Dentro lo sconvolgimento delle coordinate spaziali dell’accumulazione capitalistica a livello mondiale, l’Europa si avvia così a occupare una posizione (certo non più «centrale» ma altrettanto differenziata a seconda dei Paesi) non diversa, se non dal punto di vista politico, da quella di «potenze emergenti» con India, Cina e Brasile, non meno lontane dall’immagine ideale di «omogenee» società ed economie nazionali. La prospettiva di una rottura della dipendenza dagli Usa, nella crisi di egemonia che questi stanno vivendo, è del resto resa chimerica dalle forme stesse del management europeo della crisi, che è anche uno specifico mangement della eterogeneità europea.

Precari e mobili
D’altro canto, a fronte di questa costitutiva eterogeneità, esistono in Europa elementi comuni, che è essenziale sottolineare. Sotto il profilo capitalistico l’elemento di sincronizzazione e messa a valore dei diversi «assemblaggi» produttivi è ormai in modo sempre più chiaro il comando finanziario, che trova a livello europeo la propria immediata rappresentazione nella Banca Centrale e nel governo di una moneta che dispiega i suoi effetti ben al di là dell’area dell’euro. È la dimensione estrattiva del comando finanziario (il suo mettere a valore l’insieme della cooperazione sociale senza organizzarla direttamente) quella che oggi i movimenti si trovano a fronteggiare in Europa: è a fronte di questa dimensione che nuovi dispositivi politici e giuridici vanno inventati, nella prospettiva di imporre e consolidare nuovi rapporti di forza e un nuovo contropotere.

Per quel che riguarda l’aspetto soggettivo, la composizione del lavoro vivo contemporaneo in Europa, almeno due elementi vanno segnalati: dentro la crisi il lavoro e la vita sono diventati più precari e più mobili. Sono due tendenze che si erano già chiaramente delineate negli scorsi decenni, ma su cui la crisi e il suo governo hanno agito da potenti moltiplicatori. Basta guardare alla situazione del Paese più «forte» in Europa, ovvero della Germania, per vedere come a fronte della tenuta di un nucleo centrale di occupazione «stabile» (tanto nell’industria quanto nel settore pubblico) siano dilagati negli scorsi anni i cosiddetti «minijobs», lavori precari da 4-500 euro al mese attorno a cui si è formato un nuovo, ampio strato di proletariato giovanile, ad alto tasso di competenze «cognitive». Per quel che concerne la mobilità, del resto, occasionali flessioni della pressione migratoria su alcuni Paesi (o su alcune aree di alcuni Paesi) sono state ampiamente compensate da programmi di «immigrazione mirata», mentre movimenti migratori «interni» alla Ue hanno profondamente modificato la composizione demografica e del lavoro di intere aree metropolitane.

È del tutto evidente che precarietà e mobilità vengono vissute in modi profondamente diversi a seconda dei luoghi, delle condizioni produttive, dei sistemi nazionali di protezione sociale. E tuttavia sono due delle essenziali condizioni comuni (a cui altre devono essere aggiunte) attorno a cui cominciare a costruire elementi di programma per andare oltre l’afasia e la mancanza di immaginazione politica che caratterizzano oggi la sinistra in Europa: reddito, nuovo welfare, libertà di movimento appaiono immediatamente come terreni essenziali di lotta, di rivendicazione e di sperimentazione politica. Vi è dunque bisogno di una politica costituente a livello europeo. Parlare di politica costituente, del resto, non significa necessariamente parlare di un’«assemblea costituente». È anzi realistico riconoscere che per quest’ultima mancano oggi tutti i presupposti. È dunque il caso di cominciare a ragionare sul «medio periodo» di una politica costituente, e di provare a indicarne alcuni elementi.

L’autonomia che verrà
L’orizzonte di questa politica costituente, del resto, non è necessariamente quello dello «Stato federale europeo». Del federalismo conviene semmai riprendere e radicalizzare l’istanza delle autonomie, da interpretare non tanto in senso giuridico-formale (e neppure meramente territoriale) quanto piuttosto in un senso al tempo stesso sociale e politico, ovvero immediatamente produttivo. Su questo terreno vanno riorganizzate la riflessione e la sperimentazione attorno al tema delle «istituzioni del comune». Secondo la prospettiva delineata da alcuni degli esiti più avanzati del costituzionalismo contemporaneo, l’obiettivo può essere quello della progressiva fissazione a livello europeo di una serie di principi costituzionali che possano rappresentare la base per processi di governo incardinati in reti complesse di poteri e contropoteri. Queste reti sono del resto da intendere come espressione di lotte e di movimenti di riappropriazione e di produzione del comune. A livello europeo si può immaginare che sia la banca a essere investita dalle rivendicazioni che così emergono, entro una dinamica che di volta in volta attraversa e utilizza istituzioni locali, nazionali, europee. Praticare una prospettiva di contropotere, sotto questo profilo, non può che significare sottrarre risorse alle operazioni estrattive del capitale finanziario e indirizzarle verso progetti di costruzione del comune sui terreni della salute e della formazione, della cultura, dell’abitare e dei servizi, del sostegno a una cooperazione produttiva nutrita dalla libertà e dall’uguaglianza. Ovvero su quei terreni su cui già si sviluppano – e sempre più si svilupperanno – in Europa le lotte sociali.

Lo spazio europeo che emerge da questo incrocio tra potenza destituente, costruzione di coalizioni e consolidamento di reti di contropotere non è uno spazio omogeneo, né tantomeno può essere inteso come uno spazio precostituito (coincidente con lo spazio dell’attuale Ue). Esso appare piuttosto come una delle poste in gioco essenziali dello scontro politico, secondo una geometria variabile delle lotte sociali e della potenza costituente che queste ultime sono in grado di dispiegare. L’apertura verso Sud e verso Est, in questa prospettiva, cessa di essere monopolio delle politiche di «vicinato» e «cooperazione» della Ue per divenire, anche in base alla continua spinta dei movimenti migratori, terreno di sperimentazione di nuovi assetti di cooperazione e lotta sociale. In ultima istanza, è soltanto su questo terreno che si può oggi costruire in Europa un nuovo internazionalismo, al di là della retorica astratta della «solidarietà».
IL MEETING SUL TRASIMENO

L’agenda degli incontri a Passignano

L’Europa come spazio di una politica destituente della governance finanziaria delle crisi. È questo il filo rosso del seminario che prenderà il via giovedì 5 settembre a Passignano sul Trasimeno (europassignano2013.wordpress.com; http://www.facebook.com/sovvertireilpresente). Spazio necessario, perché è continentale l’esercizio del comando capitalistico. Questa la premessa. Per gli organizzatori, tuttavia, serve anche misurarsi con la metamorfosi del lavoro vivo, dove la riappropriazione del reddito, della conoscenza, della formazione, del diritto alla salute e alla città è parte integrante di una politica invece costituente della trasformazione sociale.

Il seminario è scandito in tre giorni. «Dalla Turchia al Brasile: per un nuovo discorso su comune e metropoli» è il tema di giovedì (ore 17, relatori: Toni Negri, Giuseppe Cocco e Moira Bernardoni). Venerdì si palerà di «Oltre il limite: strategie e pratiche per il Commonwealth europeo» (Sandro Mezzadra, Lorenzo Marsili, Raul Sanchez, Costanza Margiotta, Francesco Festa). Sabato tocca alle «Pratiche politiche del comune per un nuovo welfare» (Giso Amendola, Maria Rosaria Marella, Luca Nivarra, Laboratorio Smascheramenti, Piero Massarotto). Domenica assemblea plenaria.

IN SIRIA I DRONI ASSASSINI DI OBAMA NON BASTANO | Autore: Ennio Remondino da: controlacrisi.org

Papa Francesco invoca la pace e il Congresso Usa si prepara a litigare sui bombardamenti contro la Siria. Per fortuna l’Usa Foreign Affairs, autorevole rivista statunitense dedicata alle relazioni internazionali ci spiega che sono ormai pronti anche i dettagli militari. «Droni Oltre Damasco», la traduzione un po’ letterale del documento di Audrey Kurth Cronin datato 2 settembre. Una sorta di uovo di Colombo fresco di giornata. Mr. Audrey ci spiega come la Casa Bianca stia ragionando non tanto sulla guerra Sì o No, ma su come limitare il numero di morti americani da riportare a casa.
Ad estrema sintesi. Obama risulta innamorato della tecnologia drone, l’assassino volante a buon mercato e a basso rischio. Armi risultate poco utili in Libia e ora temono, in Siria. Problema tecnico. Nella primavera di quest’anno un rapporto dell’US Air Force piegava che gli aerei senza pilota avevano sparato un quarto di tutti i missili usati in quel periodo in Afghanistan. In altre parole i droni sono un ottimo modo per dare soldati statunitensi un vantaggio azzerando i rischi. Di fatto i droni -spiega Foreign Policy- sono uno strumento di difesa preventiva. Perché ora no?
Oggi in Siria no perché essi sono utili solo a tre precise condizioni, precisa tignosa la rivista. 1) Libero accesso allo spazio aereo. 2) Un bersaglio ben definito. 3) Un obiettivo chiaro. In Siria agli Stati Uniti mancano di tutte e tre le condizioni. Finora, spiega Audrey Kurth Cronin, droni armati sono stati utilizzati sia su paesi che non controllano lo spazio aereo (Somalia, Mali, Afghanistan) o dove il governo ha dato agli Stati Uniti un certo grado di consenso (Yemen, Pakistan). Con Assad l’uso di droni armati costituirebbe di fatto un atto di guerra, l’inizio di un nuovo conflitto.
Soluzione pragmatica all’americana? L’unico vero modo per usarli sarebbe distruggere prima gli aerei siriani e le loro batterie antiaeree. E siamo da capo a dodici. Nulla di diverso da un intervento su vasta scala. Secondo, il bersaglio. Droni armati contro enormi scorte di armi chimiche del governo siriano? E se esplode tutto dando tra l’altro anche ad Assad la possibilità di usarli come e dove vuole dandola colpa a droni Usa impazziti? Altro rischio. Colpisci il trasporto dei gas e di fatto rischi che quelle armi micidiali finiscano nelle mani di ribelli jihaddisti collegati con al Qaeda.
Terzo, l’obiettivo. Gli Stati Uniti vogliono punire il regime di Assad per l’utilizzo di armi chimiche contro il popolo siriano e per impedire che siano utilizzati di nuovo. E cinicamente, affermano gli specialisti, i droni non sono in grado di fare abbastanza male, tanto da scoraggiare altri tiranni dal seguire l’esempio di Assad. Quindi missili e bombe a guida laser sulla Siria come fu sulla Libia e prima ancora sul Kosovo. Sperando non siano soltanto ordigni volanti a muoversi e non eserciti o gruppi terroristici votati alla vendetta. E che i risultati del dopo tiranno non lo facciano rimpiangere.