Maria Carta-Per i morti di Reggio Emilia

Costituzione Italiana( canto sui primi 11 articoli)

Fabbriche scomparse, il silenzioso furto del lavoro di Furio Colombo | 1 settembre 2013 da: il fatto quotidiano.it

 

Qualcuno ricorda l’abigeato? Voleva dire rubare a un contadino e a tutta la sua famiglia il bestiame, cioè la vita. Le pene erano severe, e la sanzione sociale durissima: espulsione dalla comunità, perché in quel reato si coglieva disprezzo e crudeltà: intaccavano il legame umano e i doveri fondamentali del vivere accanto. Il furto della fabbrica è più grave. Lo è perché è fondato sull’inganno e perpetrato da persone che restano rispettabili. Torni dalle ferie e trovi un lucchetto ai cancelli, non c’è più il nome della ditta o della persona. Se riesci a entrare, trovi i capannoni vuoti. Tutte le macchine sono state portate via. A volte accade che qualcuno si trovi a passare davanti alla sua fabbrica mentre dovrebbe essere “in ferie”, e scopra il furto in corso, veda con stupore incredulo che stanno caricando le macchine del suo lavoro su camion senza identificazione, forse vendute, forse in trasferta, per un altrove sconosciuto. Succede che si possano radunare altri operai e bloccare il trasloco, ma quando te ne accorgi non sei mai in tempo.

Per questo furto, più grande del furto rubricato dai codici, non esiste “flagranza di reato”. Qualcuno, che tu credevi il tuo “principale” ha venduto, e qualcuno ha comprato, e poi qualcun altro, e nessuno si farà vivo per spiegare la storia. È una storia macabra con tre vergognose spiegazioni; liberarsi della fabbrica senza tante storie sindacali, vendendo il macchinario; cedere la fabbrica a qualcuno che la rivende a qualche altro finché non si trova più il padrone (e intanto nessuno paga i dipendenti, persino se il lavoro continua e l’organizzazione del lavoro rimane intatta); delocalizzare l’impianto, che vuol dire che io continuo a produrre, ma con altri operai, in un altro Paese, dove non esistono leggi del lavoro. C’è anche l’imprenditore del tutto persuaso di avere diritti medievali che dice agli ex dipendenti che protestano: “Se volete, io vi riassumo in Polonia. Qui costa troppo”. E così si torna alle due superstizioni che umiliano sia chi le dice sia chi se le sente dire (e inutilmente due premi Nobel come Amartya Sen e Joseph Stiglitz le hanno confutate da anni): “Il lavoro si salva solo se ha più flessibilità” (vuol dire che, se l’avesse, non ci sarebbe bisogno di andare in Polonia, basterebbe licenziare e poi riassumere pagando la metà dei salari). E: “Il nostro vero problema è il costo del lavoro”. La frase è falsa fin dall’inizio (i salari italiani sono sempre stati i più bassi in Europa).

Ma c’è di peggio dello scarico di responsabilità dai padroni ai dipendenti, dai dirigenti ai lavoratori di una fabbrica, dove l’incapacità di amministrare e di vendere viene gettata addosso a chi scrupolosamente provvede a produrre. Il furto della fabbrica, infatti, avviene quasi sempre mentre non solo i lavoratori, ma anche i fornitori e i clienti non hanno alcuna ragione di sospettare, e infatti, inizia regolarmente per tutti il periodo di “ferie”. Nessuno ne parla in anticipo perché si tratta di una azione ovviamente vergognosa, che però non trova nella vita sociale alcuna censura e in quella giuridica alcuna condanna, benché vi siano varie evidenti violazioni di natura penale e civile. Il fatto è che rispettati economisti spiegano la delocalizzazione come inevitabile effetto della globalizzazione, che consente – e anzi suggerisce – di spostare la propria fabbrica dovunque sia più conveniente per le buste paga. E infatti si sono creati nuovi luoghi di schiavitù, come i centri di produzione di Taiwan e molte fabbriche cinesi, in cui i suicidi degli operai sono molto frequenti, quando i lavoratori riescono a raggiungere i piani alti delle loro prigioni di lavoro. Spiego in che senso ho detto “prigioni”. Dovunque si uniscono, con una ferrea e assurda alleanza Stato e impresa, impegnati ad abbassare drasticamente le paghe con un dirigismo che è l’opposto del libero mercato, le condizioni di chi lavora diventano lavoro forzato e il legame con il posto di lavoro, pagato una miseria per un numero sproporzionato di ore, diventa una caienna.

La catena delle vendite false (ovvero di cessioni di fabbriche in sequenza per far perdere le tracce di un responsabile), è l’altro problema che ha coinvolto anche aziende con intatta reputazione e capacità produttiva, e senza alcuna perdita di quote di mercato. Si tratta di un irresponsabile progetto di abbandono di impegno imprenditoriale e di rapida e clandestina capitalizzazione di valori ben più grandi (per non parlare delle persone). Moralmente è un fenomeno spregevole, molto simile a quello dell’abbandono dei cani in autostrada. Legalmente, la clandestinità o semi clandestinità dell’operazione, solo in apparenza ammissibile, dovrebbe essere intercettata da norme civili e penali che costringano alla continua identificazione pubblica dei passaggi, delle responsabilità, degli intenti.

Lo svuotamento estivo di uno stabilimento a cui vengono segretamente asportate le macchine dovrebbe essere considerato un vero furto ai cittadini e non solo al lavoratori, se si pensa al reticolato di impegni e doveri che una impresa stabilisce con il luogo e le persone del luogo in cui si è insediata, compresa l’apertura di negozi e di altre imprese. Non credo che politica, Stato e governi locali debbano osservare a distanza, come se si trattasse della forza brutale del “mercato”: si tratta di furto.

Il Fatto Quotidiano, 1 settembre 2013

 

Siria: le prime vittime di ogni guerra sono verità e umanità Fonte: www.peacelink.it | Autore: Alessio Di Florio

 

Menzogne, mezze verità, fatti manipolati, carneficina di civili. Mentre il mondo attende il passaggio in Siria dalla guerra per procura all’attacco diretto USA, i media proseguono la loro opera di disinformazione, distrazione, manipolazione di massa…

I tamburi dei signori della guerra rullano sul destino della Siria. Mentre sullo schermo di un pc in Italia quest’articolo sta prendendo forma, mentre miliardi di persone nel mondo stanno proseguendo (lì dove la miseria, l’impoverimento, le guerre e i tantissimi altri frutti della barbarie umana lo permettono) la loro vita quotidiana, nelle loro chiuse stanze i Signori della Guerra stanno elaborando strategie, meditando azioni belliche, disegnando traccianti e segnando punti sulle mappe. Discutono di numeri, bombe, aerei, su una mappa che appare la pista del monopoli o un plastico di Bruno Vespa. Ma non è così. Perché sotto quei punti, dietro quegli asettici numeri, son nascosti la vita e il destino di migliaia, forse milioni, di persone. La prima vittima di ogni guerra, qualsiasi guerra, è l’umanità, la vita assassinata. Possiamo nasconderci dietro tutte le retoriche perifrasi dell’immensa ricchezza semantica delle lingue occidentali, ma il significato è sempre quello: le guerre sono solo un immenso genocidio, le armi assassinano. I signori della guerra, e il main stream in servizio permanente, potranno alzare alta qualsiasi propaganda, ma non riusciranno mai a rispondere ad una domanda immediata, semplice e lineare: come si può “difendere i civili”, “esportare la democrazia” o colpire un “tiranno” massacrando un popolo? Ogni nuova, crudele, macchina da guerra ancora una volta ci svela il vero volto delle nostre “democrazia”, della nostra “civiltà”. Se ancora una volta si ricorre ad una follia al di fuori della ragione (alienum est a ratione, come detto decenni fa), l’umanità non ha ancora compiuto alcun passo. Quale altra specie animale ha ideato qualcosa anche solo lontanamente paragonabile alla guerra? E’ inutile invocare il progresso, la civiltà, lo sviluppo, la democrazia, la libertà. Sono tutte parole che suonano false se si pensa ancora che sia utile massacrare, uccidere, spargere sangue.

Ci stanno raccontando che la guerra civile è una fatalità, un mostro che non è stato possibile fermare prima e che nessun altro mezzo esiste oltre l’intervento bellico esterno. Le forniture di armi ai ribelli, gli affari dei mercanti di morte dimostrano esattamente il contrario: la guerra è stata fomentata, permessa, favorita da chi oggi afferma di essere costretto ad intervenire per fermarla. Continuano a raccontarci (esattamente come già ai tempi della Somalia, della Serbia, dell’Afghanistan, dell’Iraq e della Libia) che non ci sarebbe alternativa ad un intervento armato. Ed infatti non hanno mai speso nessuna parola, mai sostenuto in alcuna maniera Mussalah (“riconciliazione” in arabo), che da mesi tenta di costruire un’opzione nonviolenta alla guerra civile in corso.

 

Intanto, passano gli anni (e le guerre) e nessuno si prende la briga di andare a leggere cosa realmente dice il diritto internazionale (a partire dalla Carta di San Francisco, che esordisce con le parole “Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra”, e i “Covenants” del 1966 sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali dove leggiamo che “la guerra è vietata, anzi proscritta”) , dove non esiste alcuna legittimità alla pretesa degli Stati Uniti di ergersi a gendarme e poliziotto del mondo con il potere di attaccare, bombardare, invadere altri Stati. Le uniche risposte le hanno fornite la “democratica”(esattamente come il mito dei progressisti europei Barack Obama) Madeleine Albright, quando considerò accettabile il quotidiano massacro di migliaia di iracheni per colpa dell’embargo, e l’Amministrazione Bush quando affermò che la guerra “contro il terrorismo” non si sarebbe fermata fin quando il resto del mondo non avesse accettato che gli USA potessero continuare a vivere secondo la loro volontà (quindi, fin quando tutto il resto del mondo non avesse accettato l’autorità imperiale a stelle e strisce e di fornire petrolio, altre fonti energetiche e tutto quello che l’Impero chiedeva a coloro che considera meno che sudditi).

 

La seconda vittima di ogni guerra è la verità, è la nuda realtà dei fatti. La guerra non accetta obiezioni, la macchina bellica non contempla nulla che non sia propaganda, yes-men, yes-women, collaborazionismo. Tutto dev’essere piegato ai suoi obiettivi, tutto quel che non è funzionale ai carri armati dei signori della guerra dev’essere manipolato, piegato, adattato, cancellato.

 

L’OPZIONE KOSOVO, LE BUFALE DI BUSH E BLAIR

 

In questi giorni ci stanno raccontando che Obama starebbe studiando un’opzione Kossovo per la Siria, la ripetizione del bombardamento su Belgrado del 1999. John Pilger in un articolo recente ( http://www.globalist.ch/Detail_News_Display?ID=48191&typeb=0&Venti-di-guerra-ricordando-le-bufale-del-Kosovo- ) ha ripercorso tutte le tappe di quell’azione Nato, a partire dalle tante menzogne. La prima delle quali fu addossare alla delegazione serba la colpa della fine dei negoziati di Rambouillet, “dimenticandosi” che Madeleine Albright (quando ormai l’accordo era praticamente raggiunto) tentò di imporre l’occupazione militare di tutta la Jugoslavia da parte della NATO e degli USA. Blair e Clinton “giustificarono” il bombardamento di Belgrado (così chirurgico che, per bombardare 14 carrarmati, furono colpiti 372 centri industriali, la sede della televisione, ponti ed altri luoghi civili) con il massacro da parte delle milizie di Milosevic di almeno “225.000 uomini di etnia albanese di età compresa tra i 14 e i 59 anni”. Dopo la fine dell’intervento armato l’FBI rimase diverse settimane in Kossovo senza trovare alcuna traccia di fosse comuni e di stermini di massa. Mentre, un anno dopo, il Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra (un ente di fatto istituito dalla Nato) affermò che il numero definitivo di corpi trovati nelle “fosse comuni” in Kosovo era 2.788, compresi i combattenti di entrambe le parti e i serbi e i rom uccisi dall’Esercito di Liberazione Albanese del Kosovo(KLA). Pilger sottolinea che “il Kosovo è oggi un criminoso e violento libero mercato di droga e prostituzione amministrato dalle Nazione Unite. Più di 200.000 serbi, rom, bosniaci, turchi, croati ed ebrei sono stati purificati etnicamente dal KLA mentre le forze della Nato rimanevano in attesa. Gli squadroni della morte della KLA hanno bruciato, saccheggiato o demolito 85 tra chiese ortodosse e monasteri, secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite.”

 

IL SOSTEGNO “INTERNAZIONALE” AI COMBATTENTI ANTI-ASSAD E LE FORNITURE DI ARMI EUROPEE

 

In Siria sta per scoppiare una nuova guerra. Nossignori, in Siria è già guerra da oltre due anni. Il Paese è già insanguinato dalla morte di migliaia di persone, vittime di un’atroce guerra civile. Una guerra civile dove le “Grandi Potenze” non arriveranno nelle prossime ore ma sono già presenti dall’inizio. Già un anno fa l’ottimo portale Sirialibia(http://www.sibialiria.org) ha redatto un elenco di tutti gli attori internazionali che stanno partecipando alla guerra civile in Siria. “Turchia e Libano del Nord (Tripoli e Akkar): offrono ospitalità a combattenti, servizi logistici e contrabbando di armi, spie e uomini; inoltre ospitano le famiglie dei combattenti siriani come rifugiati e le utilizzano presso i media; Qatar: finanzia sia l’approvvigionamento in armi che la disinformazione attraverso la sua tivù satellitare Al-Jazeera e altri canali (Al Jadeed in Libano, On Tv in Egitto, Orient Tv ospitata in Egitto e in altri paesi); Giordania: lavoro di intelligence, contrabbando di combattenti, ospitalità per le loro famiglie come rifugiati, e loro uso presso i media; Egitto, Tunisia, Libia, Afghanistan, Pakistan, Cecenia: forniscono combattenti jihadisti (fra gli altri il giornalista britannico Robert Fisk ne ha incontrati molti ad Aleppo); Francia e Gran Bretagna: lavoro di intelligence, telecomunicazioni high-tech e spionaggio”. Il 28 Maggio di quest’anno la Rete Italiana per il Disarmo ha denunciato che i Paesi dell’Unione Europea hanno deciso di “cancellare l’embargo di armi verso la Siria” così da dare “la possibilità ai paesi membri di fornire armamenti ai ribelli in lotta con il regime di Assad”.

 

A questo elenco andrebbe poi aggiunto il Sudan che, come denunciato dal Washington Post e dal settimanale Sud Sudanese The New Nation, fornisce armi ai “ribelli”: armi automatiche, munizioni, fucili di precisione per i cecchini, missili anti carri armati, missili anti aerei FN-6 a ricerca automatica di calore, prodotti a Khartoum, acquistati dal Qatar e spedite in Siria tramite la Turchia.

 

L’Italia non è esente da questa partecipazione alla guerra civile siriana. Il 1° Agosto di due anni fa Giorgio Beretta denunciò su Unimondo ( http://www.unimondo.org/Notizie/Siria-ministro-Frattini-quei-carro-armati-sparano-italiano-sui-civili-di-Hama-131207 ) che sui “carri armati T72 di fabbricazione sovietica” in dotazione all’esercito di Assad (e accusati di aver sparato sulla folla ad Hama nelle settimane precedenti) “sono da anni installati i sistemi di puntamento e di controllo del tiro TURMS-T” prodotti da Selex Galileo, ex Galileo Avionica, una controllata di Finmeccanica. Il 28 Agosto OPAL, l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa di Brescia, ha documentato che “Tranne quelle verso la Giordania e il Libano, le esportazioni dei paesi dell’Unione Europea di fucili, carabine, pistole e mitragliatrici sia automatiche che semiautomatiche verso le nazioni confinanti con la Siria sono raddoppiate o addirittura triplicate tra il 2010 e il 2011. Lo documentano i rapporti ufficiali dell’Unione Europea: la Turchia è passata dai poco più di 2,1 milioni di euro di importazioni di armi leggere europee del 2010 agli oltre 7,3 milioni del 2011; Israele da 6,6 milioni di euro ad oltre 11 milioni di euro e addirittura l’Iraq da meno 3,9 milioni di euro del 2010 a quasi 15 milioni nel 2011”.

 

I MASSACRI E GLI STUPRI DEI “RIBELLI”

 

Ci hanno raccontato in questi mesi, e ancor più nelle ultime settimane e giorni, uno scontro tra il Male e il Bene, con i “ribelli” (sostenuti e fomentati dalle armi occidentali e delle petro-monarchie del Golfo Persico) civili, democratici, bastioni di civiltà. Nel luglio scorso sono nati in Siria i primi figli del jihad al nikah, il matrimonio ad ore che in alcuni casi rende lecito anche lo stupro. Nei mesi scorsi lo Sceicco wahabita Mohammed al-Arifi ha fatto un appello per l’arruolamento delle donne per la jihad in Siria ed emanato una fatwa per il jihad al nikah, un matrimonio che – dopo averlo “consumato” – i miliziani possono sciogliere (anche dopo poche ore appunto) ripetendo per tre volte la formula rituale del ripudio per annullare le nozze, così che queste vere e proprie “schiave del sesso” possano essere sposate da un altro miliziano. In tutto questo la volontà della donna non viene minimamente contemplata e, anzi, il jihad al nikah rende lecito al “marito temporaneo” lo stupro della donna che non volesse acconsentire. Nella notte tra il 22 e il 23 luglio a Khan al-Asal, un villaggio a maggioranza sciita e alawita a sud-ovest di Aleppo, è stato teatro di una terribile strage criminale. Secondo alcune dettagliate ricostruzioni (riportate al link http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1821 ) affiliati allo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, Jabhat al-Nusra e sostenitori del califfato islamico hanno dapprima attaccato e poi invaso il villaggio e, dopo aver massacrato i militari siriani, hanno ucciso tutti quelli che si trovavano per le strade, fatto irruzione nelle abitazioni e ucciso i giovani sparando alle loro teste, decapitato gli anziani e bruciato decine di donne, completando l’orrore criminale accanendosi sui corpi dei morti prima di gettarli in una fossa comune alla periferia del villaggio. Il quotidiano britannico Telegraph ha denunciato che a Deir Ezzor e Hassaké molti sono stati costretti a fuggire altrove, a convertirsi forzatamente o a “pagare per la rivoluzione”. Un’altra strage (fonte: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1835 ) è stata compiuta da Jabhat al-Nusra, Liberi del Levante, Brigate dei Mouhajirin, Aquile del Levante, Aquile della dignità e Brigata dei libici in 10 villaggi abitati prevalentemente da alawiti tra Kafrayya, Talla, Barmasse, Anbaté e Beit Shokouhi. A Balluta la popolazione è stata radunata fuori dalle case e sono stati uccisi tutti i giovani e i bambini con coltelli di fronte alle loro famiglie. Ad Abu Mecca sono stati sgozzati tutti gli abitanti, così come ad Istarba.

 

LE ARMI CHIMICHE

 

I media main-stream, ripetendo quando affermato da Obama, Cameron, Hollande e Letta, ci hanno raccontato in queste ore che non è più possibile attendere e che la Siria ha varcato la “linea rossa” utilizzando armi chimiche per massacrare la propria popolazione. La “linea rossa” sarebbe stata attraversata con l’attacco del 21 Agosto alle 3 del mattino. Il video che da giorni le televisioni italiane ci stanno mostrando a tutte le ore è stato caricato su youtube il 20 agosto. Alcuni esperti di armi non convenzionali hanno notato che le persone riprese nel video non mostrano i sintomi di intossicazione da gas sarin e i soccorritori “non hanno protezioni, quindi la tossicità del prodotto è più bassa” (Gwyn Winfiled intervistato da Repubblica per esempio il 22 Agosto). Secondo Jean Pascal Zanders, esperto in armi chimiche e biologiche per l’istituto dell’Unione europea per la sicurezza, i soccorritori (equipaggiati e non protetti come vediamo nel video) sarebbero dovuti morire all’istante a loro volta. Medici Senza Frontiere, nel suo comunicato (http://medicisenzafrontiere.it/msfinforma/comunicati_stampa.asp?id=3220&ref=listaHomepage) del 24 Agosto riferisce semplicemente di aver avuto notizie (che non ha avuto modo di verificare, in quanto ” il personale di MSF non è stato in grado di accedere alle strutture”) di “un gran numero di pazienti giunti con sintomi quali convulsioni, eccesso di salivazione, pupille ristrette, visione offuscata e difficoltà respiratorie” sottolineando che “MSF non può né confermare scientificamente la causa di questi sintomi, né stabilire chi è responsabile per l’attacco”. Ben diverso dalla conferma dell’uso di gas sarin da parte di Assad, come vorrebbero farci credere. Secondo Jean Pascal Zanders, esperto in armi chimiche e biologiche per l’istituto dell’Unione europea per la sicurezza, i soccorritori sarebbero dovuti morire all’istante a loro volta. SyriaTruth (un sito di oppositori ad Assad non armati, coordinato da un esule) riferisce di progetti organizzati dalle “brigate turkmene” di Latakia e Damasco, in particolare “la bandiera dell’Islam” e “le brigate dei discendenti del Profeta”, e che i villaggi di Zamalka e Ein Tarma (dove si sarebbe verificata la strage) sono poco distanti dalle zone residenziali principali della capitale, abitate per lo più da siriani filogovernativi, e dall’aeroporto militare di Mezzeh. Su youtube si trova anche questo video http://www.youtube.com/watch?v=XPXwGKDrMQw&feature=share , nella cui didascalia leggiamo “Da una conversazione tra dirigenti della società di mercenari britannica “Britam Defence”, pubblicata dal Daily Mail di Londra, viene la prova che gli Usa hanno sollecitato il Qatar a fornire armi chimiche ai “ribelli”, in modo che gli Usa possano accusare il governo di Assad di ricorrere a tali armi, La fonte sono messaggi email tra i dirigenti di cui sopra scoperti da un hacker malesiano.” Il rappresentante ufficiale del Ministero degli Affari Esteri della Russia presso l’ONU ha fornito foto scattate da satelliti russi che documentano che è stato lanciato un razzo che conteneva sostanze chimiche tossiche sulle zone orientali nei pressi di Damasco dalle aree occupate dai ribelli. Carla Del Ponte (ex procuratore capo del Tribunale penale internazionale) già nel maggio scorso dichiarava in un’intervista alla Radio Svizzera Italiana “Abbiamo potuto raccogliere alcune testimonianze sull’utilizzo di armi chimiche, e in particolare di gas nervino, ma non da parte delle autorità governative, bensì da parte degli oppositori, dei resistenti”. All’inizio di giugno in Turchia sono stati arrestati alcuni guerriglieri appartenenti al Fronte al-Nusra (la principale formazione jihadista attiva in Siria) nelle cui abitazioni sono state rinvenute sostanze chimiche come il sarin.

 

IL MUOS E IL RISCHIO CHE LA SICILIA DIVENTI UNA BASE USA

L’ultima manipolazione da parte del Governo Italiano (il Ministro Bonino sono giorni che ripete “senza l’ONU l’Italia non partecipa”) e dei media main stream è sulla partecipazione italiana. Tutti “dimenticano” che in Italia sono presenti diverse basi USA (che quindi rispondono al governo statunitense e non al Parlamento italiano). E ovviamente (dopo aver trasformato la straordinaria manifestazione del 9 Agosto scorso in una giornata di scontri violenti) senza minimamente citare il MUOS, la cui costruzione ha subito una fortissima accelerazione nei giorni scorsi ( http://www.nomuos.info/ricominciano-lavori-teniamo-alto-la-guardia/ ), dopo il precedente violento sgombero del presidio No Muos (https://www.youtube.com/watch?v=1iwa1Smd7MM&feature=youtube_gdata_player). L’accellerazione nella costruzione nel MUOS, la presenza di basi militari USA (attrezzate anche per i droni, gli aerei senza pilota) fanno temere che la Sicilia non sarà assolutamente estranea alla mobilitazione militare.E, anzi, così come avvenuto con la guerra in Libia (quando dall’isola partirono quasi tutte le operazioni) potrebbe essere una delle basi più importanti della “nuova” guerra USA. Si considerano i baluardi della civiltà e della democrazia nel mondo, proclamano altissima la bandiera della libertà, dei diritti umani e della libertà. La Sicilia mostra la realtà: violentano l’ambiente, mettono a rischio la salute, s’impongono manu militari sulle popolazioni. Rullano i tamburi di guerra e le infowar dominano il mondo dell’informazione

La polveriera Fonte: il manifesto | Autore: Giuliana Sgrena

 

 

A Syrian rebel standing near a burning army tank

Lo scenario sembra quello già visto nel 2003 ma in piazza contro i pericoli di guerra non c’è la «seconda potenza mondiale» (come furono definiti i pacifisti dal New York times). A spegnere l’ardore dei «volonterosi» sono invece i parlamenti. O almeno lo è stato quello britannico che ha bocciato la proposta di Cameron. Temendo un simile risultato, il francese Hollande ha deciso di non aspettare il voto per far valere la sua «grandeur». Obama, che dovrebbe essere il leader della coalizione, tentenna, forse è il più consapevole dei rischi che corre, ma per questo viene accusato di essere un codardo dai suoi amici. Lui che aveva votato contro la guerra in Iraq potrebbe fare la fine di Bush, dopo aver ricevuto il Nobel per la pace. Mentre la ministra degli esteri italiana Bonino mette in guardia dal rischio di «una deflagrazione mondiale».
Gli ispettori Onu stanno finendo il loro “inutile” lavoro in Siria: l’impressione è che il risultato non inciderà sulle decisioni dell’intervento militare, proprio come era successo in Iraq. Il disastroso esito di quell’intervento e di altri – dalla Somalia all’Afghanistan – non induce a valutare i pericoli di una nuova guerra, in Siria, dagli esiti prevedibilmente molto più gravi e incalcolabili.
Il motivo scatenante è l’uso di armi chimiche vietato dalle convenzioni internazionali. Armi chimiche usate da chi? Riusciranno gli ispettori a stabilirlo? Poco importa, la colpa è di Assad. Intendiamoci: Assad ha moltissime colpe, come le hanno alcuni dei gruppi che si oppongono al suo regime (e che potrebbero persino disporre di armi chimiche). Da quando è iniziata la guerra civile il numero dei morti è incalcolabile, sicuramente decine di migliaia (la stragrande maggioranza civili), eppure si cercava ancora il pretesto per intervenire: l’uso esecrabile di armi chimiche. Le stesse per cui si è intervenuti in Iraq anche se Saddam le armi chimiche non le aveva più e a usarle contro la popolazione civile sono stati invece gli americani.
Ma la situazione che si presenta in Siria è molto diversa. Per l’intervento in Iraq vi era un piano, anche se sgangherato: occupazione del paese, eliminazione di Saddam e al suo posto un governo «amico». Un piano fallito perché non teneva conto della realtà di quel paese, che si trova ancora in una situazione di precarietà e di guerra civile e religiosa. Ma l’eliminazione di Saddam e la riduzione della potenza irachena faceva comodo ai paesi vicini, innanzitutto all’Iran, che invece nel caso di un attacco alla Siria minaccia di intervenire. Non solo l’Iran, ma anche il governo sciita di Baghdad e gli Hezbollah libanesi sostengono Assad. Senza parlare della contiguità al teatro di guerra della mina israeliana.
Quali saranno allora le conseguenze di un attacco alla Siria? Gli esperti parlano di un attacco limitato. Ma non esiste un limite quando si scatena una guerra: la guerra è guerra, è morte, è distruzione e soprattutto si sa come comincia ma è molto difficile sapere come e quando finirà.
L’attacco potrebbe incendiare tutto il Medioriente con conseguenze globali perché, come si è dimostrato con l’Afghanistan, la guerra non ferma il terrorismo ma lo alimenta, soprattutto quando si vanno ad aiutare i jihadisti che stanno combattendo in Siria la loro «guerra santa» contro Assad. Molti jihadisti sono arrivati in Siria dopo aver combattuto in Libia contro Gheddafi (con l’appoggio dell’occidente). E la Libia non ha trovato stabilità ed è diventata il punto di smistamento di armi e jihadisti verso tutto il nord Africa.
C’è qualcuno tanto pazzo che vuole fare il bis? L’unica strada possibile per evitare la catastrofe è riprendere un faticoso percorso diplomatico

G20 di guerra, l’economia dopo il “bazooka” Fed | Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Tricarico*

 

Con i venti di guerra in Siria i capi di stato e di governo del G20 si incontreranno giovedì prossimo a San Pietroburgo per il loro vertice annuale. Quest’anno la presidenza spetta alla Russia di Vladimir Putin, come mai negli ultimi anni ai ferri corti con gli Usa e gran parte dei paesi occidentali.

Dopo il caso dell’asilo politico concesso alla spia Snowden contro il volere della Casa Bianca, la mina della guerra in Siria, ormai difficile da disinnescare, inevitabilmente finirà tra le portate del vertice.

Ma in realtà i motivi di conflitto non mancano anche nella sfera economica, finanziaria e monetaria, da sempre al centro dei negoziati del G20.

Cinque anni fa, subito dopo il crollo della Lehman Brothers, il Presidente americano uscente Bush junior convocava per la prima volta a Washington i leader dei 20 paesi più influenti al mondo per discutere come evitare il tracollo dell’economia mondiale. Si disse di essere giunti a un passo dal baratro e le parole altisonanti non mancarono, così come al G20 di Londra dell’aprile 2009 quando i leader adottarono un ambizioso piano di riforme dei mercati per imporre una nuova e più stringente regolamentazione della finanza globale fuori controllo. A cinque anni di distanza, i negoziatori del G20 proclamano che finalmente si prepara un vertice con la casa economica non in fiamme, ma il bilancio dell’azione del gruppo sulla finanza globale è più che deludente: poche misure concordate, delle quali molte inefficaci e non attuate ancora, oppure solamente a livello nazionale, lasciando così irrisolto il problema di come imbrigliare i mercati globali e le loro razzie speculative.

Quando la crisi finanziaria si è trasferita sui bilanci dei paesi avanzati ed il mantra dell’austerità ha preso il sopravvento soprattutto in Europa, le distanze nel G20 si sono acuite ancora di più.

La risposta americana, come sempre unilaterale, è stata quella di dare nel medio termine un ruolo interventista mai testato prima alla potente banca centrale, la Fed: il cosiddetto «alleggerimento quantitativo» che di fatto crea base monetaria per i mercati di capitale privati e il governo. Il G20 si è diviso: il Giappone ha finito per seguire l’approccio di Washington e la finanza europea ne ha indirettamente beneficiato, in silenzio. Di contro feroci le critiche in particolare dei paesi Brics, timorosi che l’immensa liquidità di dollari creata dalla Fed riscaldasse in maniera speculativa le proprie economie. E così in parte è stato.
Ma in fin dei conti ancora di più ha pesato la recessione nel ricco Nord ed il conseguente rallentamento dell’economia mondiale, e in particolare del commercio globalizzato. Cosicché anche il «dragone» cinese alla fine ha rallentato e a cascata tutti i paesi emergenti sempre più collegati a Pechino. Si pensi al Brasile dipendente fortemente dall’export, e scosso recentemente anche dalle proteste della classe media interna al paese. Anche al Sud Africa, sempre più connesso con l’Asia, non basta più l’egemonia sub-imperiale sul resto dell’Africa australe.

Ma è in Asia che i rischi sono sempre più forti. A fronte di un ingigantirsi delle piazze finanziarie di Singapore ed Hong Kong – anche dopo le tensioni nella nuova stella finanziaria di Dubai – i problemi interni all’economia indiana ed a quella cinese si moltiplicano. Per la prima iniziano a mancare sufficienti capitali da investire nel lungo termine nelle infinite opere infrastrutturali da realizzare, incluse le nuove mega zone franche sulla costa. Per la Cina il problema è ancora più serio e puramente finanziario, con un sistema bancario ombra sempre più grande e frutto di speculazione capace di far crollare la seconda super potenza.

Per questo le parti al G20 iniziano ad invertirsi. In maniera impensabile solo qualche anno fa. Sul tema dell’evasione ed elusione fiscale anche i paesi Brics vedono la necessità di fare qualcosa: in breve le proprie multinazionali hanno imparato subito da quelle del Nord come fare trucchi finanziari e contabili ai danni degli stati. Persino la Cina ha dato il via libera ad un ambizioso piano promosso dall’Ocse al riguardo, pur se il diavolo è nei dettagli dell’accordo. E di fronte alla possibilità che la Fed riduca il suo “alleggerimento quantitativo”, i rappresentanti dei paesi emergenti aggiungono la loro voce a quella dei mercati finanziari globali che temono una diminuzione dei loro extra-profitti.

Soprattutto per paesi come l’India, il rischio è quello di avere ancora più difficoltà a racimolare a prezzi vantaggiosi investitori globali. Da qui l’iniziativa sul «finanziamento per gli investimenti» e in particolare nelle mega-infrastrutture e nel modello di sviluppo alquanto discutibile loro collegato, su cui tutti i paesi del G20 si ritrovano sotto la spinta della presidenza russa.

Questa avrebbe voluto in realtà discutere solo di energia e di come gestire il transito in nuovi e vecchi oleodotti e gasdotti anche ridurre la speculazione sul prezzo del greggio. Poi il tema si è spostato su questioni su cui un consenso sembra più semplice da raggiungere, come le infrastrutture. Ma per mantenere viva la tensione, il Cremlino, con la sua prospettiva di investitore estero dei mega-profitti del petrolio – che ben poco sono usati per fini sociali interni – ha messo in agenda il tema della sostenibilità del debito pubblico dei singoli paesi, avanzati o emergenti che siano. Una mina che potrebbe deflagrare nelle ore del vertice – si pensi solo al caso del Giappone o dell’Europa del Sud – proprio come la guerra in Siria.

* Re:Common

“Obama, giù le mani dalla Siria”, il no alla guerra dal centro dell’impero Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Mentre aumentano i segnali di “ripiegamento” del fronte guerrafondaio sulla Siria, le coscienze pacifiste dell’occidente cominciano piano piano e timidamente ad uscire dal letargo. Iniziative contro l’intervento si sono avute a Washington e in tutti gli Usa. Non sono mancate sortite a Londra, mentre i sondaggi comincia a mostrare percentuali consistenti di opinioni contrarie.

“Barack Obama, giu’ le mani dala Siria”: le urla di un centinaio di manifestanti hanno fatto da sfondo nel giardino delle Rose della Casa Bianca mentre il presidente degli Stati Uniti aggiornava dal podio il Paese sulla crisi provocata dai gas di Damasco chiedendo il voto del congresso. I manifestanti si erano radunati fuori dai cancelli di 1600 Pennsylvania Avenue per proclamare con slogan e cartelli l’opposizione all’azione militare con cui l’amministrazione americana intenderebbe punire Damasco. La protesta di Washington è stata la piu’ clamorosa tra le tante organizzate negli Stati Uniti, dove in base ai sondaggi più del 50% della popolazione è contraria all’intervento in Siria, e altrove. A Londra oltre mille persone che portavano bandiere siriane hanno marciato su Downing Street e si sono radunate a Trafalgar Square. Una manifestazione pacifista si e’ svolta anche a Francoforte con 700 persone, secondo le stime della polizia: “Solo una Siria sovrana, indipendente e libera da ingerenze straniere” fara’ si’ che i siriani potranno finalmente dar corpo al futuro del Paese, hanno dichiarato gli organizzatori. Altri raduni sono in programma in citta’ americane tra cui Houston con due proteste contrapposte, una a favore e una contro i raid. Contro lo strike minacciato dagli Stati Uniti si sono espressi anche cittadini a Boston dopo che a New york ieri sera alcune centinaia di pacifisti avevano gridato contro la guerra nella “piazza del mondo”, a Times Square, dove si trova un centro di reclutamento della Us Army. Per i manifestanti di Londra il voto del parlamento britannico e’ stato una vittoria contro la partecipazione del Regno Unito all’attacco a guida Usa. “Oggi e’ una vittoria delll’opinione pubblica britannica che non vuole la guerra”, ha detto l’ex parlamentare laburista Tony Benn: “Le armi chimiche sono una cosa terribile ma quando pensi alle migliaia di persone che sono state uccise da truppe americane e britanniche in Afghanistan e in Iraq capisci che non e’ una nuova guerra che risolvera’ il problema”.
Maggioranza di contrari ancora più schiacciante in Francia, l’altro paese pronto a far piovere sulla Siria i missimi. Il 64% dei francesi, infatti, non vuole la partecipazione del Paese a un intervento armato in Siria. Di questi, il 58% non si fida di come il presidente Francois Hollande potrebbe gestirlo e un 35% teme che l’attacco potrebbe avere conseguenze disastrose su tutta l’area. Il sondaggio è stato pubblicato da Le Parisien e Aujourd’hui en France prima che il Parlamento si pronunci mercoledi’ prossimo in una sessione completamente dedicata alla situazione in Siria. Hollande, la cui popolarita’ e’ a picco, ha mostrato un inatteso piglio interventista gia’ in occasione della guerra in Mali. Ieri in una telefonata con Obama Hollande aveva fatto sapere che anche la Francia era favorevole a “un segnale forte” ad Assad.

A parlare di colloqui di pace per risolvere il caos in Siria è la Caritas internationalis. In una nota inviata all’Agenzia Fides, il segretario generale di Caritas Internationalis, il francese Michel Roy, ha spiegato che “il popolo siriano non ha bisogno di ulteriori spargimenti di sangue, ma di una rapida fine del conflitto. Ha bisogno di una tregua immediata. Un intervento militare da parte di potenze straniere non fara’ che approfondire la guerra e aumentare la sofferenza”.La Caritas ricorda “le tragiche conseguenze degli interventi militari in Iraq, Afghanistan e Libia”. Per questo, la Caritas ritiene che “l’unica soluzione umanitaria sia il negoziato. Il dialogo puo’ porre fine alla guerra in Siria, salvaguardare la vita delle persone e costruire un futuro sostenibile per tutti. La priorita’ deve essere quella di rilanciare i colloqui a Ginevra come il primo passo verso un cessate il fuoco e un accordo di pace”. La Caritas afferma che “il presunto uso di armi chimiche a Damasco ha evidenziato come la situazione umanitaria sia diventata catastrofica per milioni di persone in Siria. L’uso di armi chimiche e’ un crimine orribile”. Caritas condanna tutti gli attacchi contro i civili: “Secondo il diritto internazionale, i combattenti hanno il dovere di proteggere le vite dei civili”. La comunita’ internazionale, aggiunge la Caritas, “ha l’obbligo di trovare una fine alle sofferenze del popolo siriano, e questo si puo’ realizzare solo attraverso un ampio dialogo”. Intanto Caritas Siria e altri partner della Chiesa continuano a fornire assistenza umanitaria a migliaia di cittadini e rifugiati siriani, senza alcuna discriminazione per etnia, credo religioso o politico. “Ci auguriamo – ha affermato monsignor Antoine Audo, arcivescovo caldeo di Aleppo e presidente di Caritas Siria – che l’appello di Papa Francesco per un autentico dialogo tra le parti in conflitto possa essere un primo passo per fermare i combattimenti”. Infine, la nota del portavoce del Prc Paolo Ferrero. “Obama sa benissimo che l’intervento militare in Siria aggravera’ la situazione della Siria e aprira’ un conflitto destinato ad allargarsi. Lo fa per ragioni puramente geopolitiche: per distruggere lo stato siriano e per avere la posizione di forza che gli permetta di dettare legge in Siria”. Ferrero aggiunge: “Obama sta ripetendo il disastro della Libia. Non e’ un lungimirante e responsabile governante ma il pupazzo che guida una potenza imperiale che agisce al di fuori di qualsiasi legalita’ internazionale. Rifondazione comunista e’ contro la guerra, senza se e senza ma”.

Cobas contro il piano del governo sul precariato. “Sciopero generale il 18 ottobre” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Il piano del Governo sul precariato? Fortemente negativo. E non è vero che è un passo in avanti come dicono i sindacati confederali. Pollice verso dei Cobas, quindi, che si preparano, insieme all’Usb ad organizzare lo sciopero del 18 ottobre. Lunga la lista delle cose che non vanno nel provvedimento di Letta & co, a partire dal fatto che la platea interessata è molto meno consistente di quella reale. “Solo una minima, ripetiamo minima parte – si legge in un documento dei Cobas del Pubblico impiego – potrà sperare in un concorso pubblico per la tanto attesa stabilizzazione”. Inoltre, secondo i Cobas, si riduce del 10% la spesa per le consulenze al posto delle quali sarebbe stato logico prevedere contratti a tempo indeterminato e un principio guida non clientelare per la scelta del personale. Il quadro dell’assunzione dei pochi precari conteggiati dalla pubblica amministrazione è controverso perché il Governo prevede sì procedure selettive per assumere, fino al 31 dicembre 2015, attraverso concorso, il personale non dirigenziale con contratto a tempo determinato che abbia maturato, negli ultimi cinque anni, almeno tre anni di servizio alle dipendenze dell’amministrazione, “ma l’imput dato alle amministrazioni pubbliche è stato quello di bloccare gran parte dei contratti in essere prima del raggiungimento di questo requisito”. Senza contare che i concorsi poi dovranno fare i conti “con la riduzione della spesa per il personale e i tetti dei patti di stabilità che contribuiranno non poco ad una ulteriore riduzione dei processi di stabilizzazione”. Per i Cobas, una delle poche note positive è rappresentata dalla notizia di assumere circa 35.000 persone tra medici, personale infermieristico, tecnici e altre figure professionali, un numero per altro largamente insufficiente in un settore che da anni è alle prese con croniche carenze di organico. Anche in questo caso la situazione debitoria di molte asl non giocherà a favore delle assunzioni. Di contro “sono confermati i tagli e gli esuberi previsti dalla spending review e le assunzioni saranno vincolate alla presentazione di un quadro di eccedenze (con un gioco di prestigio i posti di lavoro creati saranno vanificati dagli esuberi). Infine, si rafforza il potere dell’Aran “che già in agosto ha dettato le linee guida in materia di contrattazione decentrata negli enti locali riducendo ulteriormente gli spazi di contrattazione e agibilità sindacali”