lunedì 22 alle ore 18.00 presso la cgil di via crociferi si riunusce il comitato provinciale dell’ANPI

anpi

con il seguente OdG:

1 valutazione dell’attività svolta e programmazione autunno.

2  concerto

3 vari

Santina Sconza

«Celebrato lo Sbarco in Sicilia tacendo sul nazi-fascismo» da “La SICILIA”


L’importante anniversario dello sbarco degli Alleati in Sicilia del 10 luglio 1943, primo atto operativo diretto in Europa contro il potere liberticida assassino nazi-fascismo, ha avuto ampia attenzione da parte degli organi di informazione siciliani. Parecchi i resoconti dedicati agli eventi organizzati in diverse località, specie nella Sicilia orientale. Il riferimento principale è stato rivolto ad una struttura organizzativa che ha come unico ragguaglio di nominazione l’indirizzo di un sito della rete internet. La divulgazione delle iniziative – Convegno del 10 luglio, Mostra fotografica ” Phil Stern Sicily 1943″, Mostra internazionale di modellismo storico, Concorso internazionale di modellismo storico – a partire da una brochure con otto facce, ha come “etichetta”, il titolo: “Lo sbarco in Sicilia 1943/2013″. Spiccano in primo piano i loghi istituzionali di: Regione Siciliana, Assemblea Regionale Siciliana, Provincia Regionale di Catania, Comune di Catania. Seguono, poi, i loghi di altri Soggetti, essenzialmente privati. Conseguentemente, par di capire che il progetto, la scelta delle tematiche, la gestione operativa e quant’altro di necessario, compreso il piano delle risorse economiche necessarie, abbiano piena e chiara connotazione pubblica. Anche la nostra struttura regionale dell’Anpi ha ricevuto la comunicazione (con brochure), inviata a firma di ” On. Salvo Pogliese, Vice Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana”.
Ebbene, stupisce che nella richiamata stampa di accompagnamento non vengano assolutamente ricordati il contesto e gli eventi complessivi correlati nello scenario generale della guerra mondiale scatenata dal fascismo e dal nazismo fedele alleato. Nulla si ricorda dello stato dittatoriale, razzista, di Mussolini, vigente con la forza in Italia, che aveva cancellato, con la violenza, tutte le libertà civili e sociali; della ferrea alleanza ideologica e militare con la Germania nazista di Hitler che voleva imporre in Europa e nel mondo la “razza eletta”; delle aggressioni, a partire dal giugno 1940, comandate dal regime fascista, contro tutti i popoli europei; della scientifica eliminazione, a milioni, negli appositi luoghi allestiti ed attrezzati, degli oppositori e di tutti i “diversi”, a partire dagli ebrei. Nulla viene evidenziato sullo stato di distruzione materiale ed umano che il nazi-fascismo, specie con la guerra d’aggressione, aveva spietatamente apportato all’Italia e all’Europa. Sono le ragioni che determinarono l’impegno degli Alleati per arrivare in Italia e quindi in Europa, mandando i loro figli a morire nei nostri territori.
Eppure si ricorda lo sbarco degli Alleati in Sicilia solo come asettico fatto storiografico, senza evidenziare lo stato di schiavitù imposto dal nazi-fascismo agli italiani e ai popoli europei, senza nessuno elemento per onorare e rivalutare i valori dell’antifascismo, determinanti per costruire la nuova Europa, libera e democratica. Puntando, invece, sul piano operativo, al “modellismo” e al turismo del segmento storico; con l’indirizzo, di fatto, di dare stura ad un’operazione di vero e proprio revisionismo storico, nascondendo e soverchiando, le motivazioni del primo atto della Liberazione alla “fortezza nazifascista europea”, con l’assoluta amplificazione di alcuni tragici ed inconsulti eventi operati dagli Alleati durante i primi giorni dello scontro, anche contro civili. Infatti, il contenuto generale di tutti gli interventi del Convegno ” Sicilia 1943, operazione Hushy”, svoltosi a Catania il 10 luglio svoltosi presso le “Ciminiere” (di proprietà della Provincia Regionale), ha riprodotto questo indirizzo di fondo…. quasi, quasi, siamo stati occupati. In più all’ingresso della sala, incredibilmente, è stato installato un tavolo con molti libri di chiaro riferimento neofascista. Chi ha autorizzato? E’ questo il reale pensiero delle pubbliche democratiche Istituzioni siciliane – Regione (Presidente, Rosario Crocetta), Provincia (Commissario Straordinario, Antonina Liotta) e Comune di Catania Sindaco, Enzo Bianco) – figlie della nostra Costituzione, nate, come tutte, dalla riconquista della democrazia e delle libertà, dalla sconfitta del nazifascismo, con il diretto sacrificio di tanti cittadini siciliani? A leggere e sentire gli atti sembrerebbe di sì.
Questo ci sgomenta! Come ufficialmente dichiarato dagli organizzatori la brochure è stata inviata a decine di migliaia di referenti a carattere nazionale ed internazionale. Gli Alleati si interrogheranno: “perché venimmo”? Inoltre, molte pagine pubblicitarie di giornali regionali e organi di informazione nazionali (riviste e quant’altro) sono state direttamente impegnate. Ci chiediamo: qual è stato il ruolo propositivo ed organizzativo delle strutture istituzionali richiamate? Perché non è stata costituita un’ apposita Commissione scientifica/storica per la definizione e la preparazione delle iniziative che riguardano la celebrazione del 70° Anniversario dello sbarco degli Alleati in Sicilia? Perché non sono stati coinvolti gli Istituti storici, le strutture universitarie, e le Associazioni – come l’Anpi – che rappresentano la Memoria dell’antifascismo e della Liberazione? Chi ha scelto i relatori del convegno? Quanti e quali fondi economici di natura pubblica sono stati stanziati e spesi a supporto delle iniziative organizzate? Una risposta di merito, ai cittadini, è d’obbligo.
Ottavio Terranova
coordinatore regionale ANPI Sicilia


18/07/2013

Patria-Periodico dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

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San Lorenzo-Francesco De Gregori

Parla Zagrebelsky: “F35, giustizia e Kazakistan, è l’umiliazione dello Stato” da: il fatto quotidiano

Intervista al presidente emerito della Corte costituzionale, secondo cui nel nostro Paese “grave un ‘non detto’ che spiegherebbe molte cose”: “Si fa finta di vivere nella normalità della vita democratica, ma non è così. Su tutto domina la difesa dello status quo, in questa maniera la democrazia muore”

Parla Zagrebelsky: “F35, giustizia e Kazakistan, è l’umiliazione dello Stato”

Siccome i “maltrattamenti” alla Carta continuano, ci tocca disturbare di nuovo – a poche settimane dall’ultima volta – Gustavo Zagrebelsky.

Professore, negli ultimi tempi abbiamo assistito a numerosi episodi di natura politica e costituzionale che hanno suscitato discussioni e polemiche. Lei che ne pensa?
Prima che dagli episodi, iniziamo da un dubbio, da un interrogativo di portata generale, di cui vorremmo non si dovesse parlare. E, invece, dobbiamo.

Cosa intende?
Una cosa angosciante. Si tratta solo di singoli episodi, oppure di manifestazioni di qualcosa di più profondo, che non riusciamo a vedere e definire con chiarezza, ma avvertiamo come incombente e minaccioso? Qualcosa in cui quelli che altrimenti sarebbero appunto solo episodi isolati, assumono un significato comune. Li dobbiamo trattare isolatamente o come sintomi d’un generale e pericoloso malessere?

Dica lei.
Guardi: può darsi ch’io pecchi in pessimismo. Mi sembra che sulla vita politica, nel nostro Paese, in questo momento, gravi un “non detto” che spiegherebbe molte cose. Si fa finta di vivere nella normalità della vita democratica, ma non è così. È come se una rete invisibile avvolgesse le istituzioni politiche fossilizzandole; imponesse agli attori politici azioni e omissioni altrimenti assurdi e inspiegabili; mirasse a impedire che qualunque cosa nuova avvenga. Questa è stasi, situazione pericolosa. Se qualche episodio, anche grave o gravissimo, sfugge alla rete, l’imperativo è sopire, normalizzare. Ciò che accade sulla scena politica sembra una messinscena. Ci si agita per nulla concludere. Ma la democrazia, così, muore. Lo spettacolo cui assistiamo sembra un gioco delle parti, oltretutto di livello infimo. Il numero degli appassionati sta diminuendo velocemente. L’umore è sempre più cupo. Bastava guardare i volti e udire il tono di alcuni che hanno preso la parola nel dibattito sulla vicenda della “rendition” kazaka. Sembravano tanti “cavalieri dalla trista figura”. Non si respirava il “fresco profumo della libertà”, di cui ha scritto ieri Barbara Spinelli. Né v’era traccia di quella “felicità” che è l’humus della democrazia, di cui abbiamo ragionato Ezio Mauro e io, in contrasto con l’atmosfera stagnante dei regimi del sospetto, dell’intrigo, della libertà negata.

Si riferisce alla maggioranza modello “larghe intese”?
Innanzitutto: è una maggioranza contro natura; contraria alle promesse elettorali e quindi democraticamente illegittima, anche se legale; che pretende di fare cose per le quali non ha ricevuto alcun mandato. Ricorderà che è stata formata pensando a poche e chiare misure da prendere insieme: governo “di scopo” (come se possa esistere un governo senza scopi!), “di servizio” (come se ci possa essere un governo per i fatti suoi!) e, poi, “di necessità”. Ora, sembra un governo marmorizzato il cui scopo necessario sia durare, irretito in un gioco più grande di lui. La riforma elettorale, bando alle ciance, non si fa, perché in fondo, oltre che essere nell’interesse di molti, nel frattempo, con l’attuale, non si può tornare a votare. Perfino l’abnorme procedimento di revisione della Costituzione è stato pensato a questo scopo, come si ammette anche da diversi “saggi” che pur si sono lasciati coinvolgere. E, in attesa che la si cambi, la si viola.

Così arriviamo agli episodi. Il caso F-35?
Incominciamo da qui. Il Parlamento è stato esautorato quando il Consiglio supremo di difesa ha scritto che i “provvedimenti tecnici e le decisioni operative, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’esecutivo”, sottintendendo: “responsabilità esclusive”. Chissà chi sono i consulenti giuridici che hanno avallato queste affermazioni, che svuotano i compiti del Parlamento in materia di sicurezza e politica estera? Un regresso di due secoli, a quando tali questioni erano prerogativa regia. Del resto, lei sa che cosa è questo Consiglio? Qualcuno si è ricordato che la sua natura è stata definita nel 1988 da una relazione della Commissione presieduta da un grande giurista, Livio Paladin, istituita dal presidente Cossiga per fare chiarezza su un organo ambiguo (ministri, generali, presidente della Repubblica)? Fu chiarito allora che si tratta di un organo di consulenza e informazione del presidente, senza poteri di direttiva. D’altra parte, chi stabilisce se certi provvedimenti e certe decisioni sono solo tecniche e operative, e non hanno carattere politico? I sistemi d’arma, l’uso di certi mezzi o di altri non sono questioni politiche? Chi decide? Il Parlamento, in un regime parlamentare. Forse che si sia entrati in un altro regime?

L’affaire kazako è una “brutta figura internazionale” o una violazione dei diritti umani?
Una cosa e l’altra. Ma non solo: è l’umiliazione dello Stato. Ammettiamo che nessun ministro ne sapesse qualcosa. Sarebbe per questo meno grave? Lo sarebbe perfino di più. Vorrebbe dire che le istituzioni non controllano quello che accade nel retrobottega e che il nostro Paese è terreno di scorribande di apparati dello Stato collusi con altri apparati, come già avvenuto nel caso simile di Abu Omar, rapito dai “servizi” americani con la collaborazione di quelli italiani e trasportato in Egitto: un caso in cui s’è fatta valere pesantemente la “ragion di Stato”. Non basta, in questi casi, la responsabilità dei funzionari. L’art. 95 della Carta dice che i ministri, ciascuno personalmente, portano la responsabilità degli atti dei loro dicasteri. Se, sotto di loro, si formano gruppi che agiscono in segreto, per conto loro o in combutta con poteri estranei o stranieri, il ministro non risponderà penalmente di quello che gli passa sotto il naso senza che se ne accorga. Ma politicamente ne è pienamente responsabile. Troppo comodo il “non sapevo”. Chi ci governa, per prima cosa, “deve sapere”. Se no, dove va a finire la nostra sovranità? Chi, dovendola difendere, in questa circostanza, non l’ha difesa?

Che dire del blocco del Parlamento decretato per protesta contro l’Autorità giudiziaria?
Che, anche questa, come la manifestazione di decine di parlamentari scalpitanti dentro e fuori il Tribunale di Milano, è una vicenda inconcepibile. Altrettanto inconcepibile è che l’una e l’altra non siano state oggetto di puntuale e precisa condanna. Anche qui: ammettiamo per carità di Patria che l’una sia stata una normale sospensione tecnica e l’altra una visita guidata a un palazzo pubblico. Non basta, però, averli “derubricati”, per poter dire che non è successo nulla. La questione è che non s’è detto autorevolmente che l’intento e i mezzi immaginati sono, sempre e comunque, inammissibili perché contro lo Stato di diritto.

C’è una logica che spiega i singoli episodi?
Potrei sbagliare, ma a me pare che su tutto domini la difesa dello status quo e del governo che lo garantisce. In stato di necessità, si passa sopra a tutto il resto. L’impressione, poi, è che in quella rete invisibile di connivenze, di cui parlavo all’inizio, si finisca per attribuire a un partito e al suo leader un plusvalore che non corrisponde al loro consenso elettorale e alla rappresentanza in Parlamento. Come se toccarne gli interessi possa determinare una catastrofe generale. Sembra che tutti siano utili, ma qualcuno sia necessario e, per questo, si debbano tollerare da lui cose che, altrimenti, sarebbero intollerabili.

Così si è corrivi nei confronti di una parte politica, anche se c’è di mezzo la Costituzione. A chi spetta difenderla?
In democrazia, a tutti i cittadini, che nella Costituzione si riconoscono. Poi, a chi occupa posti nelle istituzioni, subordinatamente a un giuramento di fedeltà. Infine, salendo più su, a colui che ricopre il ruolo comprensivamente detto di “garante della Costituzione”, il presidente della Repubblica.

Twitter: @SilviaTruzzi1

Da Il Fatto Quotidiano del 18 luglio 2013

Partigiani meridionali in Piemonte. Un’indagine che brucia un pregiudizio Il contributo di molti meridionali nella lotta di liberazione dal nazifascismo 17/07/2013 | Chiara Fera | Calabriaonweb.it

TORINO – Meridionali e Resistenza, un ossimoro? Risponde Roberto Placido, vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte. Fu, la Resistenza (1943-1945), un grandioso fatto  storico consumatosi nel triangolo industriale e nel centro del Paese con drammatiche fiammate di violenza che hanno avuto come scenario Roma (l’attacco di via Rasella e l’eccidio delle fosse Ardeatine)? Roberto Placido, vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte

 

Per rispondere a questa domanda e gettare alle ortiche un insulso luogo comune secondo cui i meridionali sarebbero stati a guardare, il Consiglio regionale del Piemonte, auspice il suo vicepresidente Roberto Placido, di concerto con Claudio Dellavalle, presidente dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della Società contemporanea “Giorgio Agosti”, ha dato alle stampe un volume prezioso. Titolo dell’accurata ricerca, realizzata con il contributo di tutti gli Istituti della Resistenza del Piemonte e con l’obiettivo di  promuovere un’indagine  sull’apporto di quei giovani e meno giovani dell’Italia del Sud che fecero parte, con ruoli e responsabilità diverse del movimento di Liberazione: “ Il contributo del Sud alla lotta di Liberazione in Piemonte 1943-1945”. Per fare il punto sulla documentata ricerca che nel Nord indica seimila partigiani meridionali (di cui mille calabresi) ed illustrata a in un  convegno  su “Resistenza e meridionali” svoltosi a Torino, ma anche per tentare di chiarire meglio una delle questioni laterali (l’apporto dei meridionali alla Resistenza) ma cruciale per il processo unitario del Paese  che ormai, nonostante quale voce stonata, è più che consolidato, abbiamo interpellato il  vicepresidente del Consiglio regionale  Roberto Placido.

 

 

Sul ruolo del meridionali nella Resistenza non mancano pubblicazioni anche significative, né sono  mancati i riferimenti a personaggi di primo rilievo sia per l’attività politica, sia per l’attività militare. In che cosa la ricerca in questione può essere considerata originale?

La ricerca intende affrontare la partecipazione e il ruolo avuto da migliaia di giovani meridionali nella resistenza nella nostra regione non come un contributo aggiuntivo,  ma come un elemento costitutivo della lotta di liberazione. Quindi, come un dato che costringe a ripensare l’insieme del movimento e il suo significato generale,  nazionale. La Resistenza è stata sempre vista come fenomeno circoscritto al Centro-Nord del Paese. Le generazioni di origine meridionale che negli anni, in Piemonte e nelle altre regioni, hanno partecipato alle manifestazioni celebrative sono sempre state mosse da motivazioni politico-idelogiche  più che da un sentimento dovuto alla partecipazione attiva alla lotta di Liberazione. Oggi, questa ricerca ed il convegno organizzato a Torino , riconducono a un orizzonte di insieme, integrando lo sguardo da Sud con quello da Nord, così che l’approfondimento delle conoscenze possa portare ad una giusta valorizzazione di quell’esperienza. D’ ora in avanti, anche i discendenti di chi ha partecipato a quella straordinaria esperienza, potranno sapere, con orgoglio, di essere stati protagonisti della costruzione della democrazia italiana. Di qui la necessità non solo di un rapporto integrato tra i ricercatori, ma in primo luogo delle istituzioni, nazionali e locali, per creare le condizioni per poter procedere in modo unitario. Il convegno tenutosi a Torino il 16 giugno scorso, in cui erano presenti oltre alla Regione Piemonte, le sei Regioni meridionali e la vice Presidente del Senato, senatrice  Fedeli, hanno rappresentato bene questa esigenza unitaria. Lo straordinario successo del convegno, successo di pubblico e di presenze istituzionali,  fa ben sperare  sulla possibilità di realizzare la ricerca, attivando sia gli Istituti storici della resistenza, sia associazioni e singoli ricercatori interessati su obiettivi comuni.

 

Può citare eventi specifici o nomi di meridionali che, partecipando alla Resistenza in Piemonte, hanno pagato prezzi elevati per quelle scelte e verso i quali la sua regione ma direi il Paese hanno  un enorme debito di riconoscenza?

Non c’è che l’imbarazzo della scelta, perché nelle formazioni piemontesi entrarono molti giovani meridionali, di diversa estrazione sociale, di diversa formazione: in altre parole una parte significativa della migliore gioventù meridionale. In appendice al volume, che  si è voluto preparare per dare risalto e concretezza alla proposta di ricerca e che è stato presentato al convegno del 16 giugno, sono riportati centinaia, migliaia di nomi di partigiani meridionali. Rispetto ai dati di cui oggi si disponiamo, ad esempio sono circa un migliaio i partigiani di origine calabrese.  Per altro nella prima parte del volume sono riportati alcuni storie e profili di singoli combattenti  per far cogliere, a puro titolo di esempio, le molte articolazioni con cui quella presenza si è manifestata. Il profilo della singola persona, del singolo partigiano va assolutamente riconosciuto e valorizzato. Però è anche vero che quando si supera una certa soglia quantitativa i comportamenti individuali producono effetti collettivi complessi, che richiedono per essere compresi di essere collocati nelle vicende degli anni 1943-45.

 

 

Com’è avvenuta l’aggregazione dei meridionali nel movimento di liberazione piemontese? Quali sono state le ragioni e le dinamiche fondamentali?

Si possono riconoscere due percorsi: il primo è costituito da quei meridionali che vengono sorpresi dall’8 settembre mentre stanno svolgendo il servizio militare in Piemonte. Se riescono a sfuggire ai tentativi di cattura da parte dei tedeschi, hanno due scelte: nascondersi o aggregarsi alle formazioni partigiane che si vanno costituendo. Un secondo percorso riguarda i meridionali che sono già in Piemonte, o perché immigrati negli anni precedenti o perché nati in Piemonte da famiglie di meridionali immigrate a partire dagli anni del primo dopoguerra. Malgrado gli ostacoli frapposti dal regime fascista, i flussi immigratori non si fermarono e portarono, soprattutto nei centri industriali, soprattutto a Torino, quote consistenti di immigrati da Sud, un’anticipazione del massiccio esodo che si produrrà negli anni Cinquanta. L’aggregazione fra meridionali segue percorsi diversi: può derivare dal fatto di essere militari nella stesso reparto o nella stessa caserma, o di essere relativamente vicini alle basi delle formazioni partigiane. La scelta può essere immediata oppure essere il risultato di una valutazione più meditata e quindi dilazionata di qualche mese. A volte dipende molto dall’ esigenza di mantenere un rapporto tra “paesani”,  come espressione di una solidarietà regionale che l’uso del dialetto rendeva immediatamente evidente.

 

 

Nella ricerca sono inserite mirabilmente due storie esemplari di partigiani meridionali, quella di Nunziato di Francesco che  nasce a Linguaglossa (Catania)  e di Michele Ficco di  Cerignola (Foggia)… Vuole ricordare qualche storia tra i  mille calabresi che hanno combattuto fascisti e nazisti?

Tra i calabresi a puro titolo esemplificativo si possono ricordare i fratelli Nicoletta, originari di Crotone, che ebbero un ruolo notevole fin dalle prime battute nell’organizzazione del movimento partigiano nelle valli a ovest di Torino, in un’area che conobbe scontri durissimi e continuamente rinnovati tra tedeschi e fascisti e formazioni partigiane di diversa ispirazione. Giulio Nicoletta interpretò in questo contesto un ruolo originale di comandante-mediatore riconosciuto da tutte le  formazioni presenti in quelle valli. Oppure,  si può citare il nucleo di ufficiali di origine calabrese che divennero una parte importante delle strutture di comando delle formazioni garibaldine nel Biellese orientale o le decine di giovani calabresi, che caddero in quei mesi e per i quali la ricerca dovrebbe aiutarci a rinnovare ricordo e gratitudine.

 

 

Si può asserire, senza nulla togliere a nessuno, che probabilmente i meridionali che hanno aderito alle lotte partigiane in Piemonte ma in generale nel Nord del Paese, correvano rischi anche più grossi?

Certamente i giovani di origine meridionale che operarono nelle fila della resistenza piemontese si trovavano obiettivamente in una condizione di maggiore difficoltà rispetto ai loro coetanei piemontesi,  perché la loro condizione di sbandati non era compensata da nessun retroterra ( familiare, di comunità) su cui contare per sfuggire alla minaccia della cattura, della deportazione o dell’uccisione. Erano cioè più esposti al rischio. Nei contesti rurali, questo rischio poteva essere contenuto da atteggiamenti diffusi nella popolazione di protezione nei confronti di giovani che il più delle volte condividevano con i locali una comune cultura contadina.

 

 

La presenza di tantissimi meridionali in Piemonte nel triangolo industriale, molti dei quali sono stati partigiani,   non ritiene sia dovuta anche ai flussi migratori provocati subito dopo l’Unità  dal modello squilibrato di sviluppo che è stato imposto all’Italia: il Mezzogiorno come bacino di  forza lavoro da utilizzare per l’industrializzazione del Nord?

Come si è accennato prima,  l’approfondimento di quella componente meridionale della resistenza, che deriva dai flussi migratori degli anni Venti e Trenta, è certamente un obiettivo della ricerca, che non sarà facile cogliere fino in fondo per la difficoltà di disporre di una adeguata documentazione. Tuttavia,  è un percorso da tentare per due ragioni principali: la prima deriva dal fatto che abbiamo esempi particolarmente significativi della rilevanza del problema ( vedi ad esempio la figura di Dante Di Nanni); la seconda che questa dimensione ci apre un territorio poco frequentato che riguarda la partecipazione alla lotta di resistenza nelle realtà urbane, in cui lo scontro ha un tasso di pericolosità spesso più elevato rispetto alle formazioni che operano nelle valli e comunque in un ambiente contadino. Questo tipo di partecipazione alla lotta,  richiede motivazioni politiche più definite, soprattutto in rapporto ai movimenti di lotta che si manifestano nelle fabbriche in parallelo con la lotta armata delle formazioni partigiane.

 

 

Quando diciamo che sono stati  tantissimi i  meridionali tra i partigiani in Piemonte, possiamo andare oltre e fornire qualche numero  preciso, magari spiegando come si è giunti alla determinazione del dato? 

I numeri che sono stati forniti derivano da un grosso lavoro compiuto in occasione delle celebrazioni del cinquantesimo della Liberazione dagli Istituti piemontesi. Venne allora costruito un data base che ha reso disponibili i dati su ogni singolo partigiano che aveva richiesto dopo la fine della guerra il riconoscimento dell’attività svolta. I dati sui partigiani meridionali derivano da   questo data base, che è una fonte preziosa, ma che richiede oggi alcuni interventi di affinamento e completamento.

 

 

Si può anche individuare, grosso modo, l’orientamento politico dei meridionali che aderirono al movimento di liberazione?

Salvo qualche caso si può avere solo un’indicazione indiretta sull’orientamento politico delle formazioni di cui i partigiani meridionali fecero parte. Va tenuto presente che si tratta di un indicatore di massima, perché non c’è un rapporto diretto tra il colore della formazione e la scelta politica dei partigiani che in essa militano. Sulla fedeltà politica prevale quella di appartenenza e, quindi,  di rapporto personale con il comandante o con i compagni. La banda partigiana, rispetto ad una formazione militare tradizionale, ha un tasso elevato di autonomia che dipende dal rapporto tra i comandanti e i singoli partigiani. Inoltre, gran parte dei partigiani sanno poco o nulla di politica; salvo il caso di una minoranza che viene dall’antifascismo storico, la prima maturazione politica per molti di loro avviene nel corso di quell’esperienza eccezionale che fu la lotta di liberazione. Da questo punto di vista, diventa interessante riuscire a seguire le vicende dei partigiani nel dopo liberazione, per cercare di capire come quell’esperienza poté incidere sugli orientamenti successivi e sulle loro scelte di cittadini.

 

 

Per lo più sono stati gregari o si individuano tra  meridionali personalità di spicco? 

Questa è una domanda da verificare con la ricerca. Per ora,  possiamo dire che furono di origine meridionale comandanti tra i più prestigiosi e amati del movimento partigiano piemontese. Possiamo citare Pompeo Colajanni o il già ricordato Giulio Nicoletta. Così come tra i cosiddetti gregari possiamo citare figure splendide di protagonisti che seppero dare un’impronta precisa al loro impegno fino alla prova estrema. La ricerca su questo piano ci potrà riservare interessanti sorprese e forse a scoprire una forte omogeneità di comportamenti tra partigiani che pure provenivano da contesti lontanissimi.

Caso Ablyazov, Civati: “Per Franceschini chi vota contro Alfano è fuori dal Pd” da: il fatto quotidiano

“Finalmente è arrivata la prima riforma del governo Letta: il presidenzialismo” ha detto l’esponente democratico, che poi attacca il ministro per i Rapporti col Parlamento, che replica: “Falsità”. Serve una nota ufficale del partito per placare gli animi. Movimento 5 Stelle: “Capo dello Stato blinda il governo e nasconde i conti sotto il tappeto”

Caso Ablyazov, Civati: “Per Franceschini chi vota contro Alfano è fuori dal Pd”

Presidenzialismo. Commissariamento. Usa un’ironia amara Pippo Civati per esprimere il suo parere sull’intervento di Giorgio Napolitano circa la mozione di sfiducia nei confronti di Angelino Alfano e sulle conseguenze politiche delle parole del Capo dello Stato. Una presa di posizione a cui è seguito anche un attacco a Dario Franceschini, che per Civati minaccia espulsioni per chi non si allinea alla linea del partito. Apriti cielo. Tra repliche piccate e controrepliche al vetriolo, serve addirittura una nota ufficiale del Pd per placare gli animi. Ma la tensione interna resta.

Le accuse di Civati e la replica di Franceschini
“Finalmente è arrivata la prima riforma del governo Letta: il presidenzialismo” ha detto l’esponente democratico, secondo cui è necessario “riconoscere di avere oltre ad un presidente del consiglio legittimamente votato dal Parlamento, anche un Presidente della Repubblica che interviene nelle scelte quotidiane e settimanali ormai di questo esecutivo”. Per Civati, inoltre, l’intervento del Colle sta precludendo la dialettica democratica nel Pd e nel Pdl. “Napolitano quando interviene – ha detto a Radio Radicale – lo fa con tutta l’autorità che gli è riconosciuta ma forse precludendo la possibilità al Pd e al Pdl di avere una dialettica democratica compiuta”. Per quanto riguarda la situazione del Pd in relazione alle mosse del titolare del Viminale, per Civati “se Alfano si dovesse dimettere farebbe semplicemente bene a se stesso e al governo Letta, non al congresso del Pd, come ha detto oggi Brunetta nel solito sproloquio”. Ma se il ministro dell’Interno si facesse da parte, le conseguenze per il governo sarebbero drammatiche: lo ha detto il Presidente della Repubblica, lo ha sostenuto il Pdl. Non la pensa così Civati. “Non vedo sovrapposizioni, chi come me e come Cuperlo ha chiesto le dimissioni di Alfano, lo ha fatto senza pensare alla caduta del governo delle larghe intese ma, al contrario, alla possibilità di fare bella figura in un momento così delicato”. Poi l’attacco al Colle. Diretto e con parole nette: “Siamo non da oggi al commissariamento, noi non abbiamo mai discusso nemmeno di come si componeva questo governo, per cui è anche difficile discutere come si scompone, mettiamola così”. Poi, però, Civati sul suo blog aggiunge anche altre cose. Nella fattispecie rivela un retroscena sul comportamento del ministro Dario Franceschini: “Il ministro per i rapporti con il Parlamento ha detto che chi non voterà a favore di Alfano deve andarsene dal Pd. Sapevatelo. Se alla Camera si votasse, mi espellerebbero, dunque”. A stretto giro di posta, però, la replica del diretto interessato: “Adesso sono stanco di falsità e discredito interessato. Alla riunione dei senatori Civati non c’era e mi accusa di avere minacciato espulsioni – ha detto Franceschini – Cosa falsa che non ho detto né pensato. Mi aspetto rettifica e scuse immediate da Civati”.

La nota ufficiale del Pd: “Accuse pretestuose”
L’ex rottamatore non ha perso tempo, ma non si è scusato. Anzi. “Franceschini dice di non avere detto quanto ho scritto qui sotto. Dice che sono scorretto – ha fatto sapere Civati dal suo blog – Siccome non lo sono, gli ho chiesto se aveva detto questo: ‘E’ ora di smetterla che quelli che non si allineano alle decisioni del partito fanno la figura delle anime belle mentre gli altri, quelli che ci mettono la faccia, sono i cattivi. Questo non è più tollerabile’. Lui ha confermato”. Poi, però, ha cercato di buttare acqua sul fuoco: “A me sembra la stessa cosa, ma se mi sono sbagliato, e si è sbagliato chi l’ha letta così, giudicate voi. Non c’è motivo di fare ulteriore polemica. La realtà è sotto gli occhi di tutti”. “Questa sera – ha proseguito Civati – non parteciperò alla riunione del gruppo alla Camera, in cui Epifani viene a riferire di una decisione già presa. Non ha senso discuterne. L’ho comunicato al capogruppo, Roberto Speranza. Buon voto domani ai senatori, i deputati non dovranno votare, perché la mozione è solo al Senato. Resta da capire dove siano andati a finire tutti quelli che nei giorni scorsi avevano detto che non avrebbero votato la fiducia ad Alfano. Chissà”. Altro che polemica chiusa, quindi. Sulla questione interviene anche il capogruppo al Senato Luigi Zanda. “L’affermazione secondo la quale il ministro Franceschini, nel corso del suo intervento di oggi pomeriggio all’assemblea dei senatori, avrebbe dichiarato che chi domani non voterà la fiducia al governo deve andarsene dal Pd è totalmente infondata” dice Zanda, la cui presa di posizione è seguita da quella della segreteria nazionale, costretta a intervenire con una nota ufficiale a difesa di Franceschini: “L’accusa dell’onorevole Civati al ministro non ha alcun fondamento e risulta francamente pretestuosa” si legge nel documento.

M5S: “Napolitano blinda il governo e nasconde i conti sotto il tappeto”
Molto critico con le parole di Napolitano anche il Movimento 5 Stelle, che utilizza toni assai diversi da quelli di Civati. “Napolitano blinda il governo e nasconde i conti sotto il tappeto” scrivono su Facebook alcuni deputati grillini, secondo cui “per la prima volta nel suo mandato, il Presidente della Repubblica ha incontrato il ragioniere generale dello Stato. Perché?”. I Cinque Stelle, tra cui il capogruppo alla Camera Riccardo Nuti e il presidente della Commissione Vigilanza Rai Roberto Fico, elencano una serie di dati sulla situazione economica italiana. Tra questi quelli sul debito pubblico e aggregato: il primo è a livelli “record a 2.074 miliardi, veleggiamo verso il 130% del Pil” mentre quello aggregato di Stato, famiglie, imprese e banche è al “400% del Pil, circa 6mila miliardi”.

L’autunno sarà caldo, anzi bollente. Parola dell’Usb che lancia lo sciopero generale -Comunicato stampa Usb

 

Riportiamo il comunicato dell’Usb con cui lancia lo sciopero generale del 18 ottobre:

Contro le politiche di austerità, per il rinnovo dei contratti, l’aumento di salari e pensioni
L’ampliamento della flessibilità, annunciato dal governo con l’alibi dell’Expò 2015, insieme alla riprogrammazione dei fondi europei hanno la chiara finalità di aumentare la ricattabilità dei lavoratori e la libertà di agire delle imprese. La pressione fiscale, in particolare quella operata dagli enti locali, è arrivata oltre ogni limite ed ha posto l’Italia al top in Europa per livelli di tassazione diretta ed indiretta.

Il governo sostenuto dal Presidente Napolitano conferma l’acquisto degli F35, costosissimi cacciabombardieri da guerra mentre sottrae fiumi di denaro alla scuola e alla ricerca pubblica, alla sanità, alla previdenza.

La disoccupazione non scenderà, né quella giovanile né quella generale, e cresceranno invece l’indignazione e il desiderio di rivolta.
Contro queste politiche la Confederazione USB, la Confederazione Cobas e la CUB proclamano lo sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private per l’intera giornata del 18 ottobre 2013.

Lo sciopero generale è indetto: per il rinnovo dei contratti, l’aumento di salari e pensioni e la riduzione dell’orario di lavoro; contro le politiche di austerità in Italia ed in Europa e contro il governo italiano delle larghe intese che quelle politiche gestisce; per la scuola e l’istruzione pubbliche, per la sanità e i beni comuni pubblici e per la costruzione di un diverso modello sociale e ambientale; per la nazionalizzazione di imprese in difficoltà o di interesse strategico per il Paese; per il diritto ad una vera democrazia fondata sulla partecipazione, che rifiuti deleghe autoritarie nei luoghi di lavoro e per una legge democratica sui diritti dei lavoratori e sulla rappresentanza sindacale.

Cgil, la Rete 28 aprile si attrezza per il congresso: “Assemblea ad ottobre di tutte le opposizioni”| Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Un appello a tutte le compagne i compagni “che non accettano questo stato della CGIL”, per costruire un documento e una battaglia congressuale comune. E’ la “Rete 28 aprile” a dissotterrare l’ascia di guerra in vista dell’avvio della fase congressuale dal prossimo autunno. Un passaggio cruciale, considerato che si preannuncia una stagione davvero molto calda. La “Rete 28 aprile”, guidata da Giorgio Cremaschi, intende cogliere l’occasione e portare le contraddizioni direttamente all’interno della Cgil che, con la costituzione di una “nuova maggioranza” con dentro la ex-minoranza di “La Cgil che vogliamo” (Gianni Rinaldini). La “Rete 28 aprile”, che nei giorni scorsi ha tenuto l’esecutivo, dà appuntamento indicativamente per la fine di ottobre per una grande assemblea di tutte le opposizioni in CGIL che vari il documento congressuale alternativo. “Prima di quella scadenza in tutti territori e nelle categorie dovrà essere concretamente organizzata l’opposizione già a partire da settembre e per allora l’esecutivo produrrà una prima traccia di temi e rivendicazioni”. La battaglia congressuale in Cgil sembra consegnare alla Rete “una grande responsabilità, quella di dare voce all’enorme malessere e dissenso che sicuramente c è in CGIL, ma che oggi rifluisce nella rassegnazione e nella sfiducia anche perché le vecchie minoranze ora sono schierate con la maggioranza”. Una situazione resa più acuta dal fatto che nel sindacato di Susanna Camusso non si respira un clima di “grande democrazia”.

“La diplomazia del passacarte di Bonino, che ancora non si scusa con Morales”Fonte: www.gennarocarotenuto.it | Autore: gennaro carotenuto

 

Mentre l’affaire kazako, con l’ambasciatore di quel paese dell’Asia centrale che tratta la titolare della Farnesina come una sottoposta, è nelle prime pagine dei giornali, ha da noi perso rilevanza un caso diplomatico altrettanto grave che ha messo addirittura a rischio la vita del presidente boliviano Evo Morales, aggredito e umiliato da alcuni paesi europei, tra i quali il nostro, e che ancora ieri era in prima pagina in molti giornali europei e americani.Violando alcune decine di convenzioni internazionali, mettendosi in quel posto il diritto internazionale e mostrando di scattare sull’attenti a qualunque volere statunitense, per quanto balzano, i governi di Francia, Portogallo, Spagna e Italia avevano chiuso il loro spazio aereo al passaggio del presidente di uno stato amico quale quello boliviano nella supposizione che a bordo con Evo viaggiasse Osama Bin Snowden che invece era ospite di Putin.

Morales, persona retta e cosciente che il ristabilimento della sovranità boliviana e latinoamericana passa innanzitutto dal saper far rispettare la propria dignità, era stato indebitamente trattenuto (sequestrato) per ore in Austria, l’unico paese che almeno aveva accettato di farlo atterrare. Un episodio da piena guerra fredda che, ritengo, più che dal caso Datagate sia stato originato, come un avvertimento mafioso, dal fatto che Evo avesse partecipato a Mosca ad un vertice di paesi grandi produttori di gas.

Convocata d’urgenza una riunione di Unasur, questa organizzazione aveva ribadito l’attitudine dell’America latina integrazionista: non potete più trattarci dall’alto in basso e, se d’uopo, siamo in grado di farvi pagare le conseguenze del vostro disprezzo, diplomaticamente e commercialmente.

Di fronte alla schiena dritta latinoamericana la Francia di François Hollande aveva immediatamente capito che non restava che scusarsi, e lo ha fatto quanto prima e senza infingimenti. La Spagna di Rajoy e del Borbone, che hanno più volte dimostrato rancore personale verso l’indio non sottomesso boliviano, in grado di denunciare infamie presenti e passate del paese iberico, si sono prima negate -non abbiamo nulla di cui scusarci- ma ieri infine si sono cosparse il capo di cenere, utilizzando parole chiare che ammettono pienamente quanto imperdonabile sia stato l’episodio, almeno per minimizzare le conseguenze di una violazione che testimonia tutto il colonialismo mentale nel quale affonda l’Europa.

E l’Italia? Dovendo rispondere la settimana scorsa ad un’interrogazione presentata da SEL, il ministro degli Esteri Emma Bonino s’è arrampicata sugli specchi evocando un coinvolgimento marginale del nostro paese e il suo non essere stata informata (aridaje con il “sua insaputa”). In sintesi secondo Emma Bonino (per definizione mainstream sempre “bravissima” anche quando fa finta di non vedere) avremmo chiuso lo spazio aereo al Dassault Falcon 900 di Evo senza entrare nel merito ma solo perché Parigi lo aveva chiuso e lo abbiamo riaperto non appena Parigi lo ha riaperto. Pertanto né lei né il suo dicastero avrebbe alcuna responsabilità.

La Farnesina di Emma Bonino esercita la diplomazia del passacarte e rivendica (senza capirne la vergogna) di aver copiato pedissequamente quanto fatto da Parigi senza agire autonomamente. Stendiamo un velo pietoso su di un ministro che non viene disturbato nel suo sonno per un affare che coinvolge un capo di stato e che finge di non sapere che lei è sempre responsabile politicamente di qualunque questione diplomatica. L’agenda politica internazionale non è fatta solo di photo opportunity, grandi vertici e grandi direttive ma anche di crisi che si sviluppano in pochi minuti e nelle quali una decisione politica è indispensabile. Prendiamo atto che tali decisioni le lasciamo prendere da Parigi, o meglio reagiamo pavlovianamente ai voleri USA usando Parigi come scusa. Tanto vale dare l’interim degli esteri al Quai d’Orsay.

Supina in tutto a Washington, così impreparata da copiare Parigi come un alunno ripetente che aspetta il compito dal compagno più bravo, c’è solo una cosa che non quadra. Perché se Parigi (e Madrid) hanno ritenuto necessario scusarsi rispetto a una vicenda gravissima, solo Roma ancora tace? Perché continuiamo a mancare di rispetto ad un paese amico? Ma se avessero sequestrato Obama a Vienna, cosa avrebbe detto Emma?