Qualche appunto sulla Costituzione – di Alberto Lucarelli da: azione civile

Il professor Alberto Lucarelli, ordinario di diritto pubblico all’università Federico II di Napoli e presidente del comitato nazionale “Viva la Costituzione”, di cui Azione Civile è tra i promotori, ci ha inviato un prezioso contributo sulle criticità della riforma costituzionale in atto e, soprattutto, sui punti che in essa andrebbero modificati o attuati. Molti sono i riferimenti ad articoli della Costituzione. Per comodità potete ricercarli facilmente a questo link.

Maurizio Sansone – responsabile Comunicazione Azione Civile

Mi soffermerò velocemente su tre punti potrei affrontarne tanti altri: parlo ovviamente di attacchi alla Costituzione (presidenzialismo di fatto, violazione dell’art. 138 Cost, conflitto di interessi, sistema elettorale, violazione dei diritti dei lavoratori ed emarginazione di tutti i soggetti deboli donne, migranti, giovani, studenti, anziani) ma mi soffermerò su:

1. Sovranità statuale vs. sovranità popolare (artt. 1, 49, 50, 71 II comma 75). Parlo ovviamente dell’odioso monopolio della rappresentanza a danno delle altre forme di democrazia. Mi riferisco ovviamente alla democrazia partecipativa, alla democrazia diretta, alla democrazia locale, alla democrazia di prossimità.
2. Funzione sociale della proprietà; ruolo e funzioni della proprietà pubblica e quindi sul tema delle privatizzazioni, della nozione giuridica di beni comuni e loro relativa gestione (artt. 42 e 43 Cost.)
3. Pareggio di bilancio. Dimostrare come con la rapidissima e silenziosa approvazione della legge costituzionale di modifica dell’art. 81 C. – mi riferisco ovviamente all’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio – la rappresentanza politica abbia mostrato la sua lontananza dai rappresentati.

1. La nostra Costituzione pur essendo incentrata principalmente sulla democrazia della rappresentanza lascia ampi margini attuativi ad altre dimensioni della democrazia che tuttavia negli anni sono state progressivamente frustrate e ridimensionate.
Mi riferisco alla democrazia partecipativa, diretta e locale.

Il concetto di sovranità popolare oltre a non essere stato assorbito dai nostri costituenti, nel monopolio della rappresentanza – mi riferisco in particolare agli artt. 1 e 2 Cost., si basa su un protagonismo delle comunità che non possono e non devono, secondo il superato (strumentalizzato) concetto di società civile, trovare spazio e soddisfazione soltanto all’interno dei partiti (proiezione appunto di una visione chiusa e corporativistica della società civile).

E qui, lasciatemi dire, da troppo tempo, è necessario riempire di contenuti la nozione “metodo democratico” di cui all’art. 49 – per arrestare le degenerazioni interne ed esterne del sistema partitocratico – ed è necessaria una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale, così come vuole- implicitamente- la nostra Costituzione, al di là della strumentale dicotomia tra democrazia governante e democrazia di indirizzo.

Non immagino una contrapposizione tra democrazia della rappresentanza e democrazia della partecipazione ma la rappresentanza si può soltanto migliorare, dal punto di vista qualitativo, se lascerà spazio alla partecipazione.

Alcune proposte immediate:
a. Riforma della legge del 1970 attuativa dell’art. 75 Cost. che abbassi i quorum di validità (50% più uno degli aventi diritto) ed elimini troppi limiti contenutistici posti dalla giurisprudenza della Corte costituzionale.
b. Modifica dei regolamenti parlamentari. Dare piena effettività all’art. 71 comma 2 Cost., precedendo un percorso privilegiato per le proposte popolari nell’iter legislativo;
c. Dare effettività all’istituto della petizione nell’iter legislativo, anche attraverso la modifica dei regolamenti parlamentari;
d. Implementare gli istituti referendari a livello di democrazia locale: penso a referendum approvativi, abrogativi e non soltanto consultivi e propositivi.
e. Vigilare che la Convenzione di Aarhus in materia ambientale e di gestione del territorio sia rispettata in tutte le sue forme da parte dello Stato, regione ed enti locali, annullando tutte le procedure difformi. Informazione-trasparenza, partecipazione ed accesso alla giustizia devono costituire, tra l’altro i principi ispiratori di tutte le politiche pubbliche e dell’azione amministrativa.

2. Dopo i processi di privatizzazione selvaggia e forzati, si è posta sempre con maggior forza la necessità di introdurre nell’ordinamento giuridico la nozione di bene comune, anche in attuazione degli artt. 42 Cost e 43 Cost.

Beni estranei alle logiche del mercato e del profitto. Beni inalienabili, inusucapibili ed inespropiabili – si pensi al patrimonio naturale e culturale ma non solo, anche alle infrastrutture ed a tutto il sistema delle reti

Beni prevalentemente pubblici – ma non solo- per i quali piuttosto che il rapporto tra dominus e bene, prevale il rapporto tra bene e fasce di utilità, tra bene e diritto di accesso e godimento.

Beni di appartenenza collettiva, per i quali il dominus pubblico viene limitato del suo potere di disponibilità in quanto ne deve garantire soltanto l’accessibilità e la fruizione, attraverso la costruzione di un governo pubblico partecipato; nel pieno rispetto ed attuazione dell’art. 43 Cost che appunto parla di gestione di servizi pubblici essenziali affidati per l’appunto a comunità di lavoratori e di utenti.

In questo senso occorre uscire dalla logica individualistica, escludente ed egoistica della proprietà. Lo si sta facendo, e non solo, con la Costituente dei beni comuni.
3. Terzo punto e chiudo, anche se bisognerebbe parlare di Europa ma lo faremo in altre occasioni, il pareggio di bilancio in Costituzione.

Costituzionalizzare il pareggio di bilancio ha significato limitare le decisioni di spesa del Parlamento e del governo, ma anche delle autonomie locali, soprattutto dei Comuni.
Un vero e proprio attacco allo Stato sociale. Con tagli di circa 50 mld annui per 20 anni.

I diritti sociali e i diritti civili dei cittadini non potranno essere garantiti: il funzionamento della scuola, degli ospedali, della giustizia, della sicurezza sono subordinati al vincolo del pareggio.

Nella nostra Costituzione, prima della modifica dell`art. 81 C. il fine ultimo dell’ordinamento giuridico era lo Stato sociale in cui all’uguaglianza formale si affiancava quella sostanziale.

Tale principio è stato il vero elemento caratterizzante la democrazia del nostro Paese nel dopoguerra, principio da considerare tra quelli supremi che la Corte costituzionale ha sottratto alla stessa funzione di revisione costituzionale nonché alla prevalenza del diritto comunitario sull`ordinamento interno.

Se si modifica tale principio si modifica il sistema costituzionale: si esercita potere costituente che però è del popolo e non del Parlamento.

Ciò è quanto si è verificato con la modifica costituzionale e prima ancora con la subordinazione delle politiche economiche ai principi comunitari attraverso la legislazione ordinaria.

La proposta è la seguente: da subito presentare in Parlamento un disegno di legge ad iniziativa popolare per la modifica dell’art. 81 Cost.: eliminare il pareggio di bilancio e dire che almeno il 50% della spesa pubblica deve essere riservata a finanziare i diritti sociali.
Reagire alla forte compressione della capacità delle autonomie locali, rese di fatto incapaci a far fronte alle funzioni che la Costituzione assegna loro (art. 118 C.), e che prevede che siano integralmente finanziate con le risorse indicate nello stesso testo dell’art. 119 C.

Ciò, in particolare, ha determinato una violazione del principio autonomistico degli enti locali, di cui all’art. 5 C., ripreso anche dall’art. 114 C.

La legge costituzionale che modifica l’art. 81, accogliendo con le tipiche ambiguità italiane i vincoli comunitari per gli Stati, parallelamente modifica anche l’art. 119 C., ove il comma 1 è così sostituito: «I Comuni, le province, le città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea».

In sostanza, si costituzionalizza il patto di stabilità interno, che Napoli di recente ha derogato e la Corte de conti gli ha dato ragione.

Reagire con l’istituto dell’obbedienza civile, ogni qualvolta norme ragioneristiche impediscano il soddisfacimento di diritti fondamentali.
Alberto Lucarelli – Presidente del comitato nazionale “Viva la Costituzione” e docente di diritto pubblico all’università Federico II di Napoli

Anteprima dvd Memoria diun eccidio ( strage nazista di San Polo Arezzo)

L’ambulatorio del medico neonazista con il busto di Hitler e i libri antisemiti da: repubblica milano.it

Gianantonio Valli, medico di base a Cuveglio, nel Varesotto, riceve i pazienti fra testi a articoli contro il ‘flagello delle immigrazioni’ e le ‘lobby giudaiche’. E le riviste con i suoi articoli che negano l’Olocausto

dal nostro inviato PAOLO BERIZZI

CUVEGLIO (Varese) – Diceva Ippocrate che «è dovere del medico analizzare attentamente le cose sgradevoli e avere a che fare con le cose ripugnanti». E fin qui ci siamo. Ma può un medico di base (o di famiglia), e cioè l’ufficiale sanitario di primo livello del Servizio sanitario nazionale, andare fiero del suo busto di Hitler e sottoporre i pazienti in ambulatorio alla visione di testi e articoli contro il «flagello delle immigrazioni», le «invasioni terzomondiali», il «mondialismo capitanato dalle lobby giudaiche», e ancora scritti su Benito Mussolini e i pilastri del nazionalsocialismo hitleriano? Il tutto condito da periodici (con i quali collabora) che irridono o smentiscono l’Olocausto. Benvenuti nello studio del dottor Gianantonio Valli, medico chirurgo di Cuveglio, 3.400 anime nella varesotta Valcuvia.

Per i cuvegliesi, Valli, 64 anni, origini valtellinesi, è il camice bianco “di fiducia”- termine con il quale si indica il medico di medicina generale che, per conto della sanità pubblica garantita dallo Stato, presta il primo livello di assistenza sul territorio. Per i camerati nazionalsocialisti e antisemiti Valli è invece e prima di tutto una camicia nera, e molto di più: è un autore (e pensatore) di riferimento. Uno degli ideologi, come ama definirsi lui, più prolifici nell’ambito della polemistica antisemita. Titoli di alcuni volumi al suo attivo: Colori e immagini del nazionalsocialismo, Holocaustica

religio, La razza nel nazionalsocialismo, Note sui campi di sterminio, L’ambigua evidenza, l’identità ebraica tra razza e nazione, Invasione – giudaismo e immigrazione.

Quando non è alle prese con visite, diagnosi e ricette, Valli dedica il suo tempo alla diffusione delle sue idee razziste e revisioniste. Collabora, fra le altre, con l’associazione Thule Italia e Olodogma (una biblioteca di testi revisionisti sulla ‘Menzogna di Auschwitz’), scrive saggi e partecipa a convegni. Nell’estate 2012 è protagonista di un’aspra polemica con Stefano Gatti (rappresentante del Centro di documentazione ebraica contemporanea), polemica nata in seguito all’intervento dello stesso Valli a una manifestazione (14 luglio) in largo Cairoli a Milano in solidarietà con il popolo siriano. «Un comizio neonazista», scrisse Gatti su romaebraica.it. «Sono stato in Siria con la delegazione del governo italiano», raccontò al microfono Valli snocciolando le sue tesi contro il mondialismo e il potere politico-finanziario giudaico.

A chi lo accusa di essere nazista, offre una risposta che richiede come minimo una poltrona: «Sono compiutamente fascista, ovvero nazionalsocialista. Mi riconosco nel solco del realismo pagano (visione del mondo elleno-romana, machiavellico-vichiana, nietzscheana e infine compiutamente fascista)… e sono in radicale opposizione a ogni allucinazione filosofico-religiosa giudaica e giudaicodiscesa…». Questo è il Valli studioso. Poi c’è il dottor Valli, il medico. Come tutti i medici di famiglia riceve cinque giorni la settimana. Milletrecento pazienti in carico.  Due locali in via Vidoletti, nel centro di Cuveglio. Ma il luogo di lavoro di Valli non è anonimo. Riflette le idee del medico.

E’ tutto lì, in bella mostra, incorniciato in sala d’aspetto e in sala visite. Il programma del Fronte nazionale di Franco Freda (movimento politico sciolto nel 2000 per decreto del ministero dell’Interno i cui componenti furono arrestati e condannati per ricostituzione del partito fascista e incitamento all’odio e alla discriminazione razziale); una collezione di articoli contro le invasioni degli immigrati che mettono a rischio la «razza europea»; un poster del Pd di Ravenna con «quattro negri» – sempre parole di Valli – e la scritta “l’Italia siamo noi”; una medaglia d’argento per la commemorazione di un combattente repubblichino di Cuveglio.

In sala d’aspetto, una bella pila di riviste “d’area” nazionalsocialista sono “a disposizione” dei pazienti malati. Alcune: Thoule Italia, un’associazione revisionista che diffonde «idee scomode»; Olodogma, «biblioteca di testi revisionisti sulla ‘Menzogna di Auschwitz’» dove trovano spazio pagine tipo “Auschwitz spa, industria dell’Olocausto dal 1945” corredata dalla foto di una nave rovesciata su un fianco e la scritta “affondata”.

E poi i busti: alcuni pazienti giurano che Valli ha sempre fatto bella mostra di quello di Mussolini, lui nega e dice che «ho solo quello di Hitler e adesso l’ho messo al piano sopra, in biblioteca». Che cosa tutto questo ci azzecchi con la medicina generale e con il Servizio sanitario nazionale è ancora da scoprire. Qualcuno  si è lamentato per gli arredi dello studio del medico antisemita e per la sfacciata ostentazione delle sue idee razziste e xenofobe. Gennaro Gatto, Osservatorio democratico sulle Nuove destre di Varese, ha segnalato il caso.

Lui, Valli, non sembra preoccupato. «Non mi sono mai nascosto, ho le mie idee». Uno abituato a risultare “scomodo”. Prima ancora dello scambio di accuse con Stefano Gatti (Centro di documentazione ebraica contemporanea), le cronache locali lo avevano visto contrapporsi a Romeo Ciglia, ex sindaco di Cuveglio. Anche qui tutto era partito dall’esuberanza cameratesca di Valli. Forse aveva ragione Ippocrate: «E’ dovere del medico analizzare attentamente le cose sgradevoli e avere a che fare con le cose ripugnanti».

(13 luglio 2013)

Zagrebelsky: questa oligarchia manipola la Costituzione da: libre

 

 

Scavalcata dal Trattato di Lisbona, già compromessa dal Trattato di Maastricht che revoca la sovranità finanziaria nazionale senza offrire contropartite. E infine umiliata dal Fiscal Compact, che col pareggio di bilancio affonda la Repubblica “fondata sul lavoro”, cancellando diritti con la pretesa secondo la quale “non ci sono più soldi”. Quel che resta dell’ultimo argine a difesa dell’integrità italiana, la Costituzione democratica nata dalla Resistenza antifascista, viene ora minacciato dalla Convenzione bipartisan attraverso cui Pd e Pdl intendono smantellare le residue quote di democrazia nel paese. Timori che non si nasconde il giurista Gustavo Zagrebelsky, che si prepara alla manifestazione indetta il 2 giugno a Bologna, insieme a Stefano Rodotà: giù le mani dalla Costituzione. Il pericolo? Evidente: accentrare ulteriormente il potere decisionale e confiscare quel che rimane di ancora democratico, nell’Italia che l’Eurozona sta letteralmente rottamando. 

 

«Si sta giocando una partita politica e la posta è elevatissima», avverte Zagrebelsky. «È in atto un tentativo di spoliticizzazione, una sorta di Zagrebelskymascheramento», dove le “maschere” «sono i tecnici, i saggi, gli esperti». Va bene migliorare l’efficienza del sistema politico, ammette il costituzionalista conversando con Carmelo Lopapa della “Repubblica”, ma non al prezzo di svendere la libertà dei cittadini. «A me pare piuttosto evidente che sia in atto un disegno di razionalizzazione d’un potere oligarchico», dichiara Zagrebelsky. «In Italia non si è forse radicato un sistema di giri di potere, sempre gli stessi, che si riproducono per connivenze e clientele? Parlando di oligarchie, non si pensi solo alla politica, ma al complesso d’interessi nazionali e internazionali, che nella politica trovano la loro garanzia di perpetuità». Riferimento esplicito: in cabina di regia, il potere occulto delle élite che negli ultimi vent’anni si sono arricchite in modo vertiginoso con la privatizzazione dello Stato, in accordo coi super-poteri neoliberali che attraverso le lobby planetarie manovrano Bruxelles.

 

«Quel complesso d’interessi è sovraccarico e non riesce più a trovare un equilibrio, rischia l’implosione e s’inceppa: la rielezione del Presidente della Repubblica – impensabile in un sistema di governo anche solo minimamente dinamico – è rivelatrice». Per Zagrebelsky, il segno dell’impasse è rappresentato dall’applauso «grato e commosso» che «una maggioranza impotente» ha tributato a Napolitano. «Per il futuro ci vogliono riforme», ma quelle in programma «dal punto di vista democratico sono in realtà controriforme». Una su tutte: l’avvento di un sistema presidenziale. Quale ne sia il modello, dice Zagrebelsky, il presidenzialismo «è un modo di concentrare in alto la politica e di ridurre dei cittadini a “micro-investitori” del loro voto, a favore d’un gestore d’affari nel cerchio stretto delle oligarchie». In breve: «E’ il protettorato d’un sistema di potere chiuso. Altro Napolitanoche più potere al popolo! Anzi, il popolo deve non sapere – o sapere il meno possibile».

 

Infatti, è recentemente ripresa la discussione sul “riequilibrio dei poteri” a danno dell’indipendenza della magistratura, e anche sui limiti al giornalismo d’inchiesta (vedi la questione delle intercettazioni). E poi, a preoccupare il giurista è anche «quel che non si intende fare: vedi il silenzio calato sul conflitto d’interessi e sull’inasprimento delle misure contro l’illegalità». Nessuna sorpresa: «Le oligarchie, del resto, sono regimi dei privilegi. Hanno bisogno di compiacenze e illegalità». Invito esplicito: “maneggiare con cura” qualsiasi riforma costituzionale, anche nel caso di un’ipotesi semi-presidenziale. «Una cosa è l’espansione dell’azione presidenziale a tutela delle istituzioni parlamentari previste dalla Costituzione, altro è l’azione che prelude a una nuova normalità: questa seconda cosa contraddirebbe l’obbligo di fedeltà alla Costituzione».

 

I partiti dell’inciucio accampano nobili motivazioni e parlano di pacificazione nazionale? Il professor Zagrebelsky sente puzza di bruciato: «Chi di noi non è per la pace e per la pacificazione? Ma la pace è esigente, molto esigente. Non può esistere senza condizioni. La pace è la conseguenza della verità e della giustizia. Altrimenti, pacificare significa solo “normalizzare”». Preoccupazioni confermate dal dispositivo adottato per sviluppare la riforma istituzionale, la Convenzione bipartisan. «Perché dovrebbe essere affiancata da “esperti”, cioè da persone al fuori dei contrasti politici? Gli esperti sono a loro volta portatori di visioni politiche e saranno messi lì dai partiti in quanto corrispondano ai loro progetti. Saranno “maschere”. Mi auguro che in pochi accettino di assumere questo ruolo». Tanto più che l’attuale Costituzione, all’articolo 138, prevede già un procedimento lineare per mutare la Carta. Qui invece si vuole una procedura “blindata”: prima la Convenzione, poi il voto bloccato delle RodotàCamere – o sì, o no, senza emendamenti. «Mi chiedo come possano i parlamentari accettare una simile umiliazione».

 

Una procedura complicata ma anche totalmente estranea alla nostra Costituzione: «Per questo, si prevede – solo dopo – una ratifica con legge costituzionale, che è essa stessa la confessione che si agisce contro la Costituzione», accusa Zagrebelsky. Che rinnova domande imbarazzanti: «I nostri politici “costituenti” hanno un mandato? Chi li ha autorizzati? Sono stati eletti per questo? Basta la retorica delle riforme per legittimarli?». Il 2 giugno, Rodotà e Zagrebelsky diranno la loro. Ovvero: «Non solo che i contenuti della controriforma non ci piacciono, ma anche che il metodo è sospetto». Anche perché «sono in gioco nodi cruciali della nostra vita, non fredde operazioni di ingegneria costituzionale, come si vuol far credere». Lavoro, uguaglianza, giustizia sociale, diritti di tutti, cultura, salute, legalità e trasparenza: «Cose possibili in democrazia, quando la si espande. Difficili o impossibili, quando la si restringe».

Pisa, dopo le denunce dei lavoratori ora la magistratura indaga su Misericordia Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Sulla vertenza alla Misericorda di Pisa, la denuncia dei lavoratori e dei Cobas ha avuto almeno un risultato, quello di far aprire una inchiesta alla Procura della Repubblica Pisana che ha ordinato un blitz della guardia di Finanzia nei giorni scorsi nelle case dei dirigenti della Confraternita e una lunga ispezione nella sede con il sequestro del sistema informatico. Ad oggi un solo indagato, l’ex direttore Dringoli figlio di un noto manager (deceduto da alcuni anni) che è stato negli anni novanta rappresentante per Forza Italia nel consiglio comunale pisano. I reati contestati sono numerosi (peculato, appropriazione indebita, truffa). I giornali regionali e provinciali parlano di soldi destinati a Misericordia per le grandi calamità “e indirizzati ad altro uso”. Insomma, le denunce dei lavoratori che parlavano di marcio nella misericordia sembrano essere tutt’altro che illazioni o provocazioni. Intanto, l’arcivescovo di Pisa preferisce chiudersi nel più stretto riserbo, mentre la Misericordia toscana per mesi assente ha manifestato fiducia verso l’operato della magistratura e degli attuali vertici della Misericordia. “Gli attuali vertici regionali e pisani della Misericordia non sono titolati a decidere sul futuro dei servizi e del personale – scrivono i Cobas – e quindi chiediamo alle istituzioni locali di mettere attorno a un tavolo le cordate imprenditoriali che hanno presentato offerte e proposte con salvaguardia di posti di lavoro e servizi”.  I cobas lunedi’ si recheranno in Provincia e Comune per sollecitare questo tavolo e nel frattempo la mobilitazione continua.

”L’intervento della Guardia di finanza su mandato della Procura aiutera’ sicuramente a far luce su eventuali irregolarita’ nella gestione della Misericordia”, si legge in una nota congiunta firmata dai segretari pisani di Cgil, Cisl e Uil. I sindacati esprimono ”piena fiducia nell’operato della magistratura” e sottolineano che ”adesso ancor piu’ che in passato deve essere premura di tutti operare per salvaguardare tutti i posti di lavoro”. ”Per questo – concludono – in Regione, chiederemo di condividere la richiesta di non escludere l’utilizzo dei contratti di solidarieta’ per gestire questa delicatissima fase”.

“Expò, la vetrina mondiale della precarietà”. Intervento di Giorgio Cremaschi Autore: giorgio cremaschi da; controlacrisi.org

 

La Confindustria, la Rete delle piccole imprese, l’Associazione delle Banche, l’Alleanza delle Cooperative, praticamente tutte le organizzazioni imprenditoriali italiane hanno chiesto al Parlamento la precarizzazione totale dei rapporti di lavoro fino al 31 dicembre 2016.

Fino a a quella data le imprese vorrebbero poter assumere con contratti a termine senza vincoli e quindi con la libertà assoluta di fare quel che si vuole dei lavoratori e i loro diritti. Va aggiunto che contemporaneamente l’Assolombarda ha chiesto che per lo stesso periodo sia possibile applicare con deroghe, cioè non rispettare nei punti fondamentali, i contratti nazionali.

Tutto questo è giustificato con l’appuntamento dell’EXPO 2015 a Milano. L’ Italia, secondo il sistema delle imprese, dovrebbe sfruttare al meglio quell’evento mondiale per creare occupazione al più basso costo possibile.

Questa campagna di concorrenza sleale al lavoro nero è l’ultimo frutto marcio di diverse piante cattive, da trenta anni amorosamente coltivate.

La prima è la tesi che più il lavoro è flessibile e precario e più si crea occupazione. È questo il punto di vista classico della destra liberista in tutto il mondo.

Secondo questa ideologia, se le aziende non assumono è perché la merce lavoro costa troppo. Se non si vuole che questa merce resti invenduta bisogna allora abbassarne il prezzo in salario e diritti, fino a che che sia di nuovo conveniente acquistarla.

Questo punto di vista ha orientato da trenta anni tutte le politiche del lavoro dei principali governi, compresi i nostri, ed è una delle cause fondamentali, assieme alla speculazione finanziaria, del perdurare e dell’aggravarsi della crisi.

Infatti il lavoro precario non si aggiunge al lavoro più tutelato, ma lo sostituisce. Così si creano dei margini di guadagno per le imprese che però durano e producono poco; perché sono accompagnati da un impoverimento generale dei lavoratori, con la conseguente caduta depressiva del potere d’acquisto e da una caduta generale della produttività, perché le imprese preferiscono assumere lavoratori low cost piuttosto che investire un innovazione.

Alla fine del ciclo economico drogato dalla precarietà la situazione è peggiore che al suo inizio. Ma nonostante questo le classi dirigenti educate nei dogmi e negli interessi liberisti vanno avanti a coltivare la mala pianta della flessibilità. E se questa non produce frutti è perché non la si è ancora coltivata a sufficienza . E così ogni deregulation sul lavoro apre la via a quella successiva, e tutte non bastano mai.

La seconda pianta velenosa è il sistema economico delle grandi opere e dei grandi eventi.

Dalle Olimpiadi di Torino, con il loro lascito di rovine materiali, debiti pubblici e disoccupazione di ritorno, alla Tav, al ponte di Messina, agli F35 e ora all’EXPO 2015 è sempre la stessa storia.

Grandi investimenti per grandi opere civili o militari, giustificati nel nome dello sviluppo, dell’occupazione e dell’immagine internazionale del paese, che in realtà portano solo danni.

Perché si fanno allora, perché non si cercano altre strade? Perché come la precarietà del lavoro, le grandi opere producono lauti profitti a breve sia per gli imprenditori che ci investono, sia per i politici che le sostengono. Profitti materiali e di immagine che sono sempre sempre pagati da tutto il paese.

E qui troviamo la terza mala pianta.

La campagna delle imprese per la precarizzazione del lavoro segue la scia di una conferenza congiunta del governo, del sindaco di Milano e del presidente della Lombardia, che assieme hanno esaltato la grande occasione della fiera del 2015. E il Presidente della Repubblica si è subito affrettato a benedire, come con gli F 35.

Ancora una volta di fronte ad una scelta vera si manifesta il pensiero unico di gran parte della classe dirigente politica, in tutte le sue articolazioni comprese le opposizioni di sua maestà della Lega e di SEL. Tutti d’accordo proprio là dove invece sarebbe indispensabile ricercare e costruire delle alternative, ma questo non è solo un male dei politici.

Quante volte in questi mesi abbiamo sentito le imprese manifatturiere accusare le banche, le piccole aziende litigare con le grandi, l’imprenditoria privata recriminare contro la cooperazione. Ora i loro rappresentanti sono tutti assieme a chiedere piena libertà di sfruttamento del lavoro.

CGIL CISL UIL oggi criticano, più o meno, la proposta delle imprese, ma sostanzialmente chiedono solo un tavolo dove evitare le esagerazioni. Ma se flessibilità e grandi opere sono cose buone perché limitarle, e se invece sono cattive perché continuare con esse?

La questione di fondo sta tutta qui, sta nella subalternità e nell’obbedienza della classe dirigente politica, imprenditoriale e sindacale verso un modello liberista che viene presentato senza alternative, quanto più invece trovare un’alternativa ad esso diventa indispensabile.

Flessibilità del lavoro a tutti i costi, politica delle grandi opere, classe dirigente incapace di qualsiasi vera rottura con il liberismo, questi sono tre mali profondi del paese, mali che aggravano la crisi e si manifestano ad ogni evento.

Così l’EXPO 2015, dedicata ad uno sviluppo sostenibile, diventa la fiera dello sfruttamento insostenibile del lavoro, diventa la vetrina mondiale della precarietà.

Proviamo a farla fallire.

Ilva, Peacelink consegna il dossier sui veleni alla Commissione europea Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Il presidente del Fondo Antidiossina, Fabio Matacchiera, e il presidente di Peacelink Taranto, Alessandro Marescotti, si sono recati a Bruxelles per presentare alla Commissione europea un dossier sull’inquinamento prodotto dallo stabilimento Ilva. ”Abbiamo avuto – spiegano in una nota – nuovi incontri, tra i quali quello con il direttore generale dell’Ambiente Karl Falkenberg, nel corso dei quali abbiamo portato dentro i palazzi della Commissione Europea le immagini impressionanti delle emissioni notturne e diurne e degli scarichi in mare dell’Ilva, abbiamo mostrato le foto raccapriccianti dei necrofori che, nel cimitero di Taranto, sono costretti a proteggersi dalle sostanze inquinanti che hanno intriso i terreni, indossando le tute di protezione integrale”.

”Inaccettabile”: cosi’ – raccontano Matacchiera e Marescotti – il direttore generale Falkenberg ha commentando le immagini. ”Abbiamo evidenziato – proseguono – la grottesca situazione per cui le autorita’ italiane non hanno ancora attuato il principio di ”chi inquina paga” previsto dalla direttiva 35 del 2004 e richiamato dalla direttiva 75 del 2010” e ”la grave azione del governo che, invece di imporre il rispetto delle prescrizioni ad un’azienda inadempiente, pensa al contrario di modificarle, tramite una nuova legge per garantire all’azienda di inquinare come prima”. Secondo i due ambientalisti, la cifra del piano industriale da 1,8 miliardi di euro e’ ”assolutamente insufficiente” perche’ ”la sola copertura dei parchi minerali costa 1 miliardo di euro cui va aggiunta l’impermeabilizzazione e la bonifica del terreno sottostante e della messa in sicurezza della falda”.

Intanto, centoquaranta proprietari immobiliari del rione Tamburi – il quartiere di Taranto piu’ esposto all’inquinamento dell’Ilva – hanno intentato causa all’ex presidente dell’Ilva, Emilio Riva – lo e’ stato sino al 2010 -, e all’ex direttore dello stabilimento siderurgico di Taranto, Luigi Capogrosso – lo e’ stato sino all’anno scorso -, per rivalersi dei danni e del deprezzamento subito dai loro appartamenti a causa delle emissioni inquinanti dell’acciaieria. Il riferimento e’ soprattutto alle polveri minerali.

Aggrediti a pugni, calci e cinghiate perché gay | Fonte: il manifesto

 

È successo nella notte tra domenica e lunedì, al parco del Valentino. Quattro ragazzi presi a pugni e cinghiate, perché gay, da altri quattro ragazzi, di Nichelino, che volevano «fargliela pagare». Gli aggressori sono passati davanti a un locale e si sono accorti che era in corso una serata gay allora hanno cominciato a insultare, a lanciare bottiglie, rovesciare tavoli per poi passare alle botte, uno di loro anche con la cinta dei pantaloni e poi calci e pugni.

«Un episodio gravissimo», ha commentato il sindaco di Torino Piero Fassino, che si è detto sorpreso che un episodio simile sia accaduto in una città «che nella sua cultura e nel suo costume non ha mai avuto tensioni omofobe o intolleranti». Tra le forze politiche c’è chi torna a chiedere che sia varata in fretta una legge sull’omofobia, «la politica davanti a tutto questo non può chiudere gli occhi», dice Monica Cerutti di Sel, che ha presentato un’interrogazione al presidente del consiglio Enrico Letta, per sollecitare l’approvazione della legge «nel giro di una settimana». Sollecita la legge anche Sergio Lo Giudice, senatore Pd: «Quello che è successo a Torino è sconvolgente – commenta -. L’Italia continua a tollerare l’intollerabile, a dare legittimazione culturale a comportamenti che in Europa sono oltraggi alla civiltà». «Non riesco ad accettare quanto è successo – dice sconvolto uno dei ragazzi aggrediti – qualcosa deve cambiare».

Microsoft assoldata dai servizi segreti Usa. Mail e Skype spiati | Fonte: il manifesto | Autore: Benedetto Vecchi

 

Ogni giorno ha la sua rivelazione. Quella delle ultime quarantotto ore riguarda la Microsoft. A pubblicarla è stato il quotidiano inglese «The Guardian», che ha raccontato, sia su carta che sul suo sito Internet, la collaborazione della società di Redmond con il programma Prism della National Security Agency (Nsa) nelle intercettazioni della corrispondenza telematica degli utenti che usavano e usano il servizio di posta elettronica Hotmail o il portale Outlook.com e, più recentemente, le telefonate via web attraverso Skype, società acquistata nel 2011 da Microsoft. Immediata la replica da parte di Microsoft, che ha ricordato come il rispetto della privacy sia uno dei suoi obiettivi strategici. Ma quando il quotidiano inglese ha reso pubblici alcuni documenti che attestavano la sua piena «collaborazione» con la Nsa, la posizione da Redmond è diventata molto più sfumata, ricordando che la privacy è sì un obiettivo strategico, ma che anche la difesa della sicurezza nazionale è una delle sue priorità. La vicenda ha inizio, sostiene «The Guardian», tra il 2008 e il 2009. Alcuni manager della società di Redmond vengono contattati sia dalla Nsa che dal Fbi. Viene chiesto loro di poter accedere alle mail degli utenti di Hotmail, cosa che ottengono. Quando Microsoft lancia il portale Outlook. com, la richiesta viene rinnovata, ottenendo sempre una risposta positiva. Infine, Microsoft acquista Skype, già stata presa di mira dalla Nsa, che ha infatti tentato più volte, riuscendovi parzialmente, di «decrittare» le telefonate via web. Una volta diventata di proprietà della Micrsoft, la Nsa torna alla carica, chiedendo e ottenendo le «chiavi» di decrittazione dei messaggi vocali. Che la Nsa abbia più volte cercato di coinvolgere le major americane della Rete non è una novità. Quello che però descrive il «Guardian» è che il controllo e il monitoraggio della Rete non vede coinvolti solo i servizi segreti, ma anche l’Fbi, che negli anni passati ha più volte contattato Microsoft, Google, Facebook, Twitter e molte altre imprese dot-com per avere accesso alla corrispondenza elettronica dei loro utenti. La sequenza è sempre la stessa: la sicurezza nazionale deve essere garantita e quindi c’è bisogno di entrate «secondarie, ma certe» nei messaggi, caselle postali, account degli utenti del web. E se in passato, quando cioè fu resa pubblica l’esistenza del programma Echelon, la reazione delle società operanti sul web fu all’impronta del rifiuto della collaborazione, dal 2001 le cose sono molto cambiate. L’attacco alle Torri Gemelle ha costituito, infatti, una svolta nelle relazioni tra servizi di intelligence statunitensi e società come Google, Facebook, Microsoft: da allora maggiore disponibilità a collaborare, rendendo in molti casi carta straccia le policy aziendali sulla difesa della privacy. Un altro punto di svolta c’è stato durante le rivelazioni di Wikileaks. In quel caso la collaborazione è stata con il Pentagono e a fornirla sono state le società che gestivano le donazioni via web al sito fondato da Julian Assange. Quello che però attestano le rivelazioni del «Guardian» è molto di più: è la piena adesione alle operazioni della Nsa. Sarà difficile nel futuro per gli Stati Uniti lanciare accuse contro le pretese di controllare la Rete da parte di governi «stranieri». In fondo, le rivelazioni sul programma Prism da parte di Edward Snowden mettono in evidenza una costante intercettazione di massa da parte del governo degli Stati Uniti della Rete.

Lucia Uva in Cassazione: «Giustizia per tutti, anche se non si tratta di Berlusconi» | Fonte: liberazione.it | Autore: Checchino Antonini

 

Lucia, Ilaria, Claudia, Grazia erano là, sotto al Palazzaccio, per capire una cosa fondamentale: se è vero che la giustizia può essere rapida e puntuale, come dimostra lo scatto d’orgoglio della Cassazione a proposito della faccenda Berlusconi, perché non è per tutti in virtù di quella scritta leggibile in tutte le Aule che «la legge è uguale per tutti»?

Ilaria è la sorella di Stefano Cucchi, Claudia di Dino Budroni, Grazia è la nipote di Francesco Mastrogiovanni e Lucia, infine, è la sorella di Giuseppe Uva. Ciascuna di loro ha una storia di malapolizia da raccontare, di omicidi da parte di rappresentanti dello Stato contro persone che erano nelle loro mani. Lucia sta rischiando di passare dal ruolo atroce di parte civile a quello perfino grottesco di imputata. Lo ha scritto sullo striscione con cui è scesa dal treno che l’ha portata a Roma. Con le altre “sorelle” ha dato vita a un sit-in sullo scalone di Piazza Cavour, davanti alla sede della Suprema Corte per chiedere “una giustizia più rapida e giusta per tutti”, anche «quando non si tratta di Silvio Berlusconi».

Dopo aver incontrato i giornalisti le quattro donne hanno chiesto di essere ricevute dal procuratore generale di Cassazione e, dopo alcuni minuti di attesa, sono state ricevute. «Il nostro fascicolo era sul suo tavolo», dice all’uscita Lucia relativamente rincuorata dall’essere stata ascoltata da Gianfranco Ciani, il pg della Suprema corte. «Ci ha detto che stanno seguendo il caso e che valuteranno l’operato del pm Abate. Quest’ultimo da cinque anni ha considerato – smentito da tutti i processi – il caso Uva come una questione di malasanità. Una volta assolti tutti i medici coinvolti avrebbe dovuto indagare sui carabinieri che arrestarono illegittimamente Giuseppe visto che un giudice gli aveva rispedito gli atti con questa precisa disposizione. Ma lui ha chiesto il rinvio a giudizio di Lucia e di alcuni giornalisti, tra cui Adriano Chiarelli, che hanno seguito la vicenda osservandola con i dubbi di una dona che s’è visto restituire il cadavere del fratello pieno di segni e di sangue.

«Abbiamo chiesto considerazione e rispetto. Per noi, per le nostre istanze di giustizia che sono quelle di persone normali. Per noi e per i nostri morti – hanno scritto Ilaria, Lucia e Claudia dopo l’incontro – Noi crediamo che l’indipendenza ed autonomia della magistratura siano valori sacri per la nostra Costituzione ma non debbano mai essere invocate a paravento di abusi e veri propri arbitrii. Le nostre vicende giudiziarie sono sotto gli occhi di tutti. Tutti devono essere uguali di fronte alla legge. Chiunque e diciamo proprio chiunque sbagli deve essere chiamato ad assumersi le proprie responsabilità. Anche se è un magistrato».

«Grandissime Claudia Ilaria e Lucia!!! Siamo con voi! Siamo mamme sorelle figlie di vittime dello Stato – rispondono sulla rete Patrizia e Domenica, rispettivamente madre di Federico Aldrovandi e figlia di Michele Ferrulli – Prima di essere travolte dalle nostre terribili tragedie, pensavamo che quanto successo a Federico , Stefano, Giuseppe, Michele e Dino non fosse nemmeno immaginabile.

Che non fosse possibile che lo Stato potesse uccidere in modo tanto stupido quanto crudele. Ma quel che ci accomuna è che prima di perdere i nostri cari mai avevamo avuto a che fare con la Giustizia. Abbiamo , nostro malgrado , dovuto fare i conti con un mondo nuovo, difficile, spesso ostile. Meccanismi incomprensibili, talvolta disumani ma mai a misura d’uomo. Un mondo, quello della Giustizia, dove le vittime dei crimini sono considerate le vere persone da processare, insieme ai loro cari morti. La Giustizia deve farsi carico dei problemi della gente comune, dei cosiddetti ultimi. Se si occupa soltanto dei potenti si riduce a solo mero esercizio di potere perdendo ogni legittimazione. È ora che si impedisca che autonomia ed indipendenza della magistratura servano da scudo all’arbitrio di taluni che disonorano la toga ritenendosi intoccabili. Lo Stato dia segnali concreti di trasparenza e legalità a 360 gradi senza sconti per nessuno.

Sia da esempio per i suoi cittadini . Oggi apprendiamo che la Corte dei Conti ha avviato la procedura di recupero di tutti i danni anche di immagine che i responsabili della morte di Federico ,hanno arrecato allo Stato. È già un inizio».