Afghanistan, la sposa bambina torturata dal marito diventa un simbolo dei diritti umani di Monica Ricci Sargentini da: corriere della sera .it

Afghanistan Womens Rights

Sahar Gul è una ragazzina afghana di 15 anni che ha quasi rischiato di essere uccisa dal marito perché non voleva prostituirsi. La scorsa settimana è arrivata in un ospedale di Kabul nelle condizioni che vedete nella foto qui sopra. Gli occhi talmente gonfi di botte da essere semi-chiusi, il collo tumefatto, un orecchio bruciato da un ferro da stiro, il corpo così debilitato da essere costretto su una sedia a rotelle, le mani ricoperte di croste nere al posto delle unghie strappate dai suoi torturatori. Sahar era stata data in sposa sette mesi fa al soldato Gulam Sakhi che, con la complicità della sua famiglia, ha reso la sua vita un inferno.  Quattro mesi fa la sposa-bambina era riuscita a fuggire ed aveva chiesto aiuto a dei vicini di casa: “Se siete dei musulmani dovete dire alle autorità quello che mi sta succedendo – aveva detto disperata -, vogliono farmi prostituire”. La polizia di Puli Khumri, la città nella provincia di Baghlan dove è avvenuto il fatto, è stata avvisata ma non ha fatto altro che restituire la povera ragazza alla famiglia torturatrice dietro la promessa che gli abusi non sarebbero più continuati. Invece, come da copione, è accaduto l’esatto contrario. Sahar è stata chiusa in un seminterrato dove è stata picchiata e affamata per altri tre mesi finché un parente lontano arrivato a far visita non ha fatto scoppiare lo scandalo. Ma anche allora le autorità  hanno cercato di trovare un accordo con il marito per evitare che la vicenda finisse sulla stampa. Un comportamento che, purtroppo, non è una novità in Afghanistan dove, come avevamo già raccontato in questo post,  secondo un rapporto delle Nazioni Unite, le donne  sono trattate come bestiame. E chi si rivolge alla polizia spesso subisce ulteriori abusi, tra cui lo stupro e le molestie, prima di essere riconsegnata alla famiglia e dimenticata.

Questa volta però il volto gonfio di botte della piccola coraggiosa Sahar Gul ha fatto il giro del mondo destando condanna o orrore unanime. Tanto che il presidente afghano Hamid Karzai ha ordinato una commissione d’inchiesta  e il ministro della Sanità è corso in ospedale per portare la sua solidarietà alla giovane.  Il marito torturatore è ora ricercato e il resto della famiglia è agli arresti. Le orribili immagini di Sahar sono, dunque, servite a rendere visibile il tragico destino delle donne nel nuovo Afghanistan, dieci anni dopo la caduta dei Talebani. “Rompiamo il silenzio mortale sullo stato delle donne” titolava qualche giorno fa l’Afghanistan Times. Nonostante la recente ‘approvazione di una legge che per la prima volta punisce la violenza domestica  le tradizioni più bieche sono dure a morire e Kabul è al sesto posto nella classifica dei Paesi in cui le diseguaglianze tra i generi sono più accentuate.  Ma forse qualcosa si sta muovendo. Soltanto qualche anno fa un caso come quello di Sahar non sarebbe venuto alla luce. Ne è convinta Fawzia Kofi, deputata e capo della commissione parlamentare sulle questioni delle donne: “Penso che ora ci sia un maggiore senso di consapevolezza dei diritti delle donne – ha detto all’Associated Press -. La gente sembra voler cambiare e parla di questi temi”. Ma fermare gli abusi è una sfida  grandissima in una società patriarcale dove l’altra metà del cielo viene considerata ancora merce di scambio e il delitto d’onore è una prassi consolidata.  E le associazioni dei diritti umani temono che anche i piccoli progressi fatti sin qui possano sparire con il ritiro delle truppe internazionali. “Se i Talebani torneranno nella società tutto questo non ci sarà più” dice all’Ap l’attivista Sima Natiq.

Noi tifiamo per Sahar Gul e per tutte le ragazzine come lei che hanno subito abusi pesantissimi. Il ministero della Sanità ha fatto sapere che la giovane “si sta riprendendo fisicamente ma siamo molto preoccupati – ha aggiunto – per le sue condizioni mentali perché è stata torturata per un periodo molto lungo”. Speriamo che il suo caso spinga il governo a intervenire più prontamente in futuro

Comunicato Stampa sulla vicenda Pippo Baudo- Via Rasella

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Avanti Popolo-Bandiera Rossa

Azione Civile: l’informazione negata da: azione civile.net di Maurizio Sansone

11 luglio 2013
Sono stato giornalista parlamentare per qualche anno, ho poi lavorato in uffici stampa di partiti politici. Posso dire, quindi, di conoscere abbastanza bene tutti i meccanismi che regolano l’informazione politica e parlamentare.
L’altro giorno ho avuto l’ennesima dimostrazione di quanto il sistema dell’informazione sia distorto. In un paese civile, magari uno di quelli ai primi posti nelle classifiche internazionali che misurano l’indice della libertà di stampa, il tentativo di rendere flessibile una Costituzione rigida avrebbe aperto un’ampia discussione, sarebbe stato accompagnato da riflessioni molto serie di esperti, opinionisti, costituzionalisti. Si badi bene: cambiare la Carta Costituzionale non è tabù, è stata scritta nel ’46, in alcune parti può anche essere svecchiata, penso, ad esempio, al ruolo tradizionalmente inteso della famiglia basata sul matrimonio o al bicameralismo perfetto, che aveva un senso nel dopoguerra ma che oggi forse può essere modificato. Quello che non è accettabile è che si voglia letteralmente stravolgere la Costituzione e che lo si voglia fare di nascosto, senza alcun tipo di confronto, senza coinvolgere i primi interessati, cioè i cittadini.
Ma torniamo a martedì. Abbiamo preparato la conferenza stampa di Antonio Ingroia come facciamo di solito, con un annuncio attraverso un comunicato stampa e con telefonate a molte testate per informarle del contenuto della conferenza. Nonostante le rassicurazioni, però, i giornalisti presenti erano soltanto quattro e solo il Fatto Quotidiano, l’unico tra i principali giornali davvero sensibile al tema, ha ritenuto di dover scrivere un articolo.
Mi viene da pensare che il Fatto sia più libero di scrivere davvero ciò che pensa perché è l’unico giornale che ha rinunciato al finanziamento pubblico. Tutte le altre testate sanno di dipendere economicamente dalla maggioranza parlamentare che può tagliare le sovvenzioni in qualsiasi momento. La stessa maggioranza parlamentare che sta stravolgendo la Costituzione.
Ma il problema è anche culturale. Ho già vissuto personalmente, in passato, la difficoltà di dare voce a forze politiche non presenti in Parlamento. Rivoluzione Civile ha ottenuto circa 800.000 voti alle ultime elezioni. Quel popolo ha il diritto di essere informato ma questo diritto gli viene negato ogni giorno dai media tradizionali. Questo ai colleghi della stampa scritta e parlata non interessa. Se sei fuori non hai diritto di parola. Sono stato alla sala stampa della Camera, proprio affianco alla saletta delle conferenze stampa, e i giornalisti c’erano ma non erano interessati. Ingroia avrebbe potuto anche confessare un omicidio in diretta, loro avrebbero “bucato” la notizia. Se non sei in Parlamento per loro NON ESISTI.
E le televisioni? Di solito alla Camera (e al Senato) sono tutte ammucchiate in un’altra saletta, pronte a registrare le dichiarazioni di chiunque senza uno straccio di domanda. Nella sala delle tv, lo so per l’esperienza accumulata negli ultimi anni, ci sono solo i cameramen. I giornalisti, quelli che dovrebbero fare le domande, non ci sono. Il politico arriva, dichiara quel che vuole e va via. In dieci secondi esprime un concetto sotto forma di slogan (immaginate con quale profondità di pensiero), e non c’è nessuno che formula domande. Quelle dichiarazioni sono le stesse che vedete nei pastoni dei tg. E’ questo lo stato dell’informazione in Italia, figuratevi se a qualcuno può venire in mente di andare a seguire una conferenza stampa di una forza non rappresentata in Parlamento su un tema evidentemente ritenuto noioso come la Costituzione.
Che fare allora? Finché vigerà questo stato di cose, e temo che la lobby dell’informazione che sta distruggendo questo mestiere bellissimo sia troppo potente per essere scalfita, non abbiamo speranze. Azione Civile non potrà contare sui media tradizionali per far sentire la propria voce, e i più distratti tra gli 800.000 elettori che a febbraio gli hanno dato fiducia, tra un paio di anni ci diranno che non abbiamo fatto nulla, che abbiamo perso tempo, semplicemente perché quel che facciamo non ha alcun tipo di risalto su tv e giornali.
Per questo abbiamo la necessità di strutturarci al meglio sul territorio, di girare i mercati, le piazze e le strade e far sapere che esistiamo. Contestualmente dobbiamo essere vigili sul web, far girare i nostri documenti e le nostre idee, dialogare con tutti, essere inclusivi. Sapendo fin d’ora che qualsiasi cosa faremo, anche la più eclatante, non avrà alcun tipo di risalto sui media tradizionali che hanno propri padroni da servire.

Maurizio Sansone – Responsabile comunicazione Azione Civile

Tratto da: azionecivile.net

Carlassare: mi dimetto, per rispetto delle Istituzioni da: libertà e giustizia

Lorenza Carlassare

Con questo messaggio al ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello, Lorenza Carlassare annuncia le sue dimissioni dalla commissione dei saggi.

Al prof. Gaetano Quagliariello
Ministro per le Riforme Istituzionali

Caro Ministro,
con dispiacere ti annuncio le mie dimissioni dalla Commissione. Le ragioni non riguardano i nostri lavori: si procedeva bene, il clima era buono. Le ragioni sono altre, per me insormontabili.
Forte era la mia riluttanza ad entrare in una Commissione ‘governativa’, data l’opinione  negativa  che ho di questo  Governo non per le persone che lo compongono o il suo Presidente che stimo e rispetto, ma per l’innaturale maggioranza che lo sostiene. E’ una questione politico-costituzionale: già il percorso che ha condotto alla sua formazione mi è parso costituzionalmente  dubbio. Poi, vista la qualità dei colleghi e l’orientamento di molti, sono rimasta volentieri. Ora non  è più possibile.
La maggioranza, con il comportamento di ieri, ha mostrato in pieno la sua assoluta estraneità ai valori dello Stato di diritto, il disprezzo per  il costituzionalismo liberale e i suoi più elementari principi. Se il Parlamento ferma i lavori perché la data di una sentenza non consente a un imputato  eccellente di fruire della prescrizione, per rispetto delle istituzioni e della democrazia costituzionale non posso certamente continuare a far parte della Commissione di un Governo sostenuto da una simile maggioranza.
Grazie per la tua costante cortesia

Lorenza Carlassare
Padova 11 luglio 2013

Considerazioni e domande del Coordinatore Regionale ANPI Sicilia Ottavio Terranova sugli aspetti organizzativi del 70° Anniversario dello sbarco degli Alleati in Sicilia.

L’importante anniversario, sbarco degli Alleati in Sicilia del 10 luglio 1943, primo atto operativo diretto in Europa contro il potere liberticida assassino nazi-fascismo, ha avuto ampia attenzione da parte degli organi di informazione siciliani.  Parecchi i resoconti dedicati agli eventi organizzati in diverse località, specie nella Sicilia orientale.

Il riferimento principale è stato rivolto ad una struttura organizzativa che ha come unico ragguaglio di nominazione l’indirizzo di un sito della rete internet. La divulgazione delle iniziative – Convegno del 10 luglio, Mostra fotografica “ Phil Stern Sicily 1943”, Mostra internazionale di modellismo storico, Concorso internazionale di modellismo storico – a partire da una brochure con otto facce, ha come “etichetta”, il titolo:  “ Lo sbarco in Sicilia 1943/2013”. 

Spiccano in primo piano i loghi istituzionali di: Regione Siciliana, Assemblea Regionale Siciliana, Provincia Regionale di Catania, Comune di Catania. Seguono, poi, i loghi di altri Soggetti, essenzialmente privati.

Conseguentemente, par di capire che il progetto, la scelta delle tematiche, la gestione operativa e quant’altro di necessario, compreso il piano delle risorse economiche necessarie,  abbiano piena e chiara connotazione pubblica.

Anche la nostra struttura regionale dell’ANPI ha ricevuto la comunicazione (con brochure), inviata a firma di “ On. Salvo Pogliese, Vice Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana”.

Ebbene, stupisce che  nella richiamata stampa di accompagnamento non vengano assolutamente ricordati il contesto e gli eventi complessivi correlati nello scenario generale della guerra mondiale scatenata dal fascismo e dal nazismo fedele alleato.

Nulla si ricorda dello stato dittatoriale, razzista, di Mussolini, vigente con la forza in Italia, che aveva cancellato, con la violenza, tutte le libertà civili e sociali; della ferrea alleanza ideologica e militare con la Germania nazista di Hitler che voleva imporre in Europa e nel mondo la “razza eletta”;  delle aggressioni, a partire dal giugno 1940, comandate dal regime fascista, contro tutti i popoli europei; della scientifica eliminazione, a milioni, negli appositi luoghi allestiti ed attrezzati, degli oppositori e di tutti i “diversi”, a partire dagli ebrei.

Nulla viene evidenziato sullo stato di distruzione materiale ed umano che il nazi-fascismo, specie con la guerra d’aggressione, aveva spietatamente apportato all’Italia e all’Europa tutta.

 

Sono le ragioni che determinarono l’impegno degli Alleati per arrivare in Italia e quindi in Europa, mandando i loro figli a morire nei nostri territori.

Eppure si ricorda lo sbarco degli Alleati in Sicilia solo come asettico fatto storiografico, senza evidenziare lo stato di schiavitù imposto dal nazi-fascismo agli italiani e ai popoli europei, senza nessuno elemento per onorare e rivalutare i valori dell’antifascismo, determinanti per costruire la nuova Europa, libera e democratica. Puntando, invece, sul piano operativo, al “modellismo” e al turismo del segmento storico; con l’indirizzo, di fatto, di dare stura ad un’operazione di vero e proprio  revisionismo storico, nascondendo e soverchiando, le motivazioni del primo atto della Liberazione alla “fortezza nazifascista europea”, con l’assoluta amplificazione di alcuni tragici ed inconsulti eventi  operati dagli Alleati durante i primi giorni dello scontro, anche contro civili.

 

Infatti, il contenuto generale di tutti gli interventi del Convegno “ Sicilia 1943, operazione Hushy”, svoltosi a Catania il 10 luglio svoltosi presso le “Ciminiere” ( di proprietà della Provincia Regionale), ha riprodotto questo indirizzo di fondo….quasi, quasi, siamo stati occupati. In più all’ingresso della sala, incredibilmente, è stato installato un tavolo  con molti libri di chiaro riferimento neofascista. Chi ha autorizzato?

 

E’ questo il reale pensiero delle pubbliche democratiche Istituzioni siciliane – Regione ( Presidente, Rosario Crocetta), Provincia ( Commissario Straordinario, Antonina Liotta) e Comune di Catania Sindaco, Enzo Bianco) – figlie della nostra Costituzione, nate, come tutte,  dalla riconquista della democrazia e delle libertà, dalla sconfitta del nazifascismo, con il diretto sacrificio di tanti cittadini siciliani?

A leggere e sentire gli atti sembrerebbe di sì.

Questo ci sgomenta!

Come ufficialmente dichiarato dagli organizzatori la brochure è stata inviata a decine di migliaia di referenti a carattere nazionale ed internazionale.

Gli Alleati si interrogheranno: “perché venimmo”?

Inoltre, molte pagine pubblicitarie di giornali regionali e organi di informazione nazionali ( riviste e quant’altro) sono state direttamente impegnate. 

 

Ci chiediamo:

 

·        Qual è stato il ruolo propositivo ed organizzativo delle strutture istituzionali richiamate?

·        Perché non è stata costituita un’ apposita Commissione scientifica/storica per la definizione e la preparazione delle iniziative che riguardano la celebrazione del 70° Anniversario dello sbarco degli Alleati in Sicilia?

·        Perché non sono stati coinvolti gli Istituti storici, le strutture universitarie, e le Associazioni – come l’Anpi – che rappresentano la Memoria dell’antifascismo e della Liberazione?

·        Chi ha scelto i relatori del convegno?

·        Quanti e quali fondi economici di natura pubblica sono stati stanziati e spesi a supporto delle iniziative organizzate?

 

Una risposta di merito, ai cittadini, è d’obbligo.

Rispunta l’ipotesi di una manovra in autunno “per non sforare il 3%” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Una manovra ad ottobre. E’ cominciata con un po’ di anticipo la campagna dei mass media per l’ennesiva fase di austerity. Per il momento sono soltanto indiscrezioni che corrono tra Roma e Bruxelles, ma i vari articoli largheggiano in analisi e argomenti. La situazione è che da una parte la recessione e, dall’altra, le nuove regole di bilancio europee non permettono di “stare tranquilli”. Una manovra di bilancio “non di grandi dimensioni. Ma pur sempre una correzione in corso d’anno, per garantire anche quest’anno all’Italia un disavanzo entro il 3% del prodotto lordo e escludere il rischio delle sanzioni nel nuovo Patto di stabilità Ue” spunta all’orizzonte.

Il peso della recessione
La valutazione è che al netto di Iva e Imu il rapporto tra deficit e pil, soprattutto per l’ulteriore contrazione del secondo, rischia di sforare di tre decimi di punto. E così, mentre i mercati, nonostante il declassamento dell’Italia, sembrano sopiti e lo spread stabilizzarsi, la dittatura dell’euro è sempre vigile. Del resto sia Draghi che la Merkel hanno il compito di garantire alle banche una sopravvivenza non stentata perché con l’arrivo dei controlli unificati qualche vittima ci scapperà sicuramente ma certo non potrà scorrere il sangue. Con la Grecia sono arrivati all’ultimatum e alla rappresaglia. Con l’Italia cosa si inventeranno? Già in primavera il Tesoro e la Commissione prevedevano un disavanzo italiano sul filo del 3 per cento, sulla base di previsioni per l’economia meno negative di quanto sta emergendo nella realtà. A marzo sia il governo che Bruxelles pensavano che la caduta del Pil nel 2013 sarebbe stata dell’1,3%. Adesso invece Fmi, Banca d’Italia e la stessa Standard & Poor’s segnalano che, ancora una volta, si è più vicini a una contrazione del due per cento.

Barroso soft ma quello che conta è la Germania
Il presidente della Commissione europa Manuel Barroso lascia trapelare un atteggiamento più soft prospettando una partita tutta politica. Ma c’è da dire che la vera partita sui numeri si è sempre giocata al chiuso delle stanze e non con annunci pubblici. “Sarà molto importante per il governo mantenere nel futuro a breve il ritmo di riduzione del deficit e delle riforme – ha detto poche ore fa – per ragioni di credibilità, un elemento cruciale per la sostenibilità del debito. La credibilità è ciò che mantiene i tassi d’interesse a livelli ragionevoli. Finora i progressi del governo sono stati premianti in termini di ritorno della fiducia dei mercati e di finanze pubbliche più solide”.

Il pericolo delle multe
Niente è già deciso, ovviamente. La parte del calendario più fitta di appuntamenti arriverà fra ottobre e novembre, ma la successione degli eventi è chiara a chi segue da vicino le vicende della finanza pubblica italiana. Da quest’anno infatti il “Two Pack” e il “Six Pack”, gli strani nomi delle nuove regole europee, sono entrambi in vigore. Il “Two pack” prevede che entro metà ottobre l’Italia, come gli altri paesi, presenti alla Commissione europea la propria bozza di finanziaria per il 2014. I tecnici di Bruxelles esamineranno il provvedimento e entro un mese manderanno all’Eurogruppo, che riunisce i ministri finanziari, la loro “opinione” in proposito. Se l’Italia tornasse in deficit eccessivo, in base al “Six pack” la Commissione potrebbe chiedere che il governo versi un deposito infruttifero di circa tre miliardi a Bruxelles. Sarebbe il ritorno delle multe europee per chi infrange le regole di finanza pubblica.

Tassare le rendite
A parlare di nuova manovra, stavolta in termini più drammatici è stato anche Beppe Grillo, ieri, nel corso della conferenza stampa a seguito dell’incontro con il presidente della Repubblica. Ma non è solo Grillo a lanciare l’allarme sulla condizione di criticità dell’Italia. Secondo quanto emerge da un rapporto di Mediobanca securities ‘L’Italia ha sei mesi di tempo per evitare di dovere bussare alla porta dell’Europa e chiedere un piano di salvataggio’. Per riprendere la strada della crescita e colmare il buco da oltre 2000 miliardi di debito pubblico, secondo l’analista Antonio Guglielmi, il bisognerà reperire fino a 75 miliardi senza danneggiare i consumi, e considerando un innalzamento delle aliquote sulle rendite finanziarie, con esclusione dei titoli di Stato; un prelievo una tantum al 10% più ricco della popolazione , cioè coloro titolari di un patrimonio superiore a 1,3 milioni di euro, da cui si potrebbe ottenere fino a 43 miliardi di euro; altri 20 miliardi potrebbero essere recuperati dai capitali nascosti in svizzera; e due miliardi da un condono edilizio

Crisi, dai capannoni dismessi del Sulcis la musica per “Combattere” degli Intreccio Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Dalle canzoni sdolcinate al rock di protesta e lotta. Quella che parte dal Sulcis Iglesiente alle prese con mobilitazioni quotidiane per difendere fabbriche che chiudono e lavoratori che finiscono in cassa integrazione o licenziati. Si intitola “Combattere” ed e’ il nuovo video che il gruppo musicale Intreccio, nato a Gonnesa 30 anni fa e formato da Marino Usai, basso, voce e leader della band, Roberto Pala, chitarrista, e Pino Biggio, batterista, ha realizzato all’interno dell’ex capannone che ospitava negli anni ’70 e ’80 la Metallotecnica, azienda che produceva componentistica per le imprese del polo industriale, in particolare celle elettrolitiche, ed effettuava interventi di manutenzione sugli impianti.

“In quel capannone oggi chiuso sono iniziate le prime grosse mobilitazioni operaie di Portovesme – ricorda Marino Usai – e da li’ siamo voluti ripartire con una canzone che invita a non arrendersi”. Nel brano e nella musica del gruppo – famoso negli anni Ottanta per aver aperto diversi concerti dei Dik Dik, Equipe 84 e Camaleonti – c’e’ la rabbia ma anche la voglia di riscattare il Sulcis. “Il batterista ha perso il lavoro poco tempo fa – dice il leader della band – anche l’azienda del chitarrista sente le contrazioni della crisi, io lavoro in Comune ma la crisi e gli effetti di questa disperazione li vivo sulla pelle dei miei figli”. Nel video c’e’ la svolta dei tre musicisti over 50 che guardano quanto succede da un’angolazione precisa. “La nostra e’ la visione e la preoccupazione dei padri per quello che capiterà ai propri figli – sottolinea Usai – Io ne ho due, una ragazza che lavora fuori e un ragazzo che deve fare i conti con la crisi che qui non risparmia nessuno. E’ chiaro non ci vogliamo rassegnare, siamo convinti che unendo le forze, come fanno i tre musicisti quando alla fine del video escono assieme dall’ex fabbrica, ce la possiamo fare. E la canzone è il modo per dire che siamo al loro fianco”. Tutta la band sente il peso del declino industriale del Sulcis. “La nostra sala prove è da trent’anni una casetta situata sotto i nastri dell’Eurallumina, da li’ dentro abbiamo sentito spegnersi progressivamente tutti i rumori delle fabbriche e del lavoro. Un aspetto – confessa il leader degli Intreccio – che davvero ci addolora”.

La rivoluzione parte da Niscemi Fonte: il manifesto | Autore: Massimo Zucchetti

 

Io non sono un politico. Non detengo potere. Ma se fossi fra i “grandi” ai vertici dello Stato, gli avvenimenti di Niscemi e del Muos, culminati ieri con la sentenza del Tar che sanziona l’idea di costruire il Muos a Niscemi come la peggiore mai avuta dagli americani in Italia, mi renderebbero pensoso. Se fossi in loro volgerei lo sguardo in Turchia, a piazza Taksim, dove la satrapia locale – così forte di violenza e polizia – ha vacillato partendo da un Parco cittadino che la popolazione non voleva cementizzato.
Ogni politico, per quanto inciuciato, bildenberg, esperto e scafato per tradizioni familiari e partitiche, dovrebbe essere conscio che “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” e che non si può mai prevedere da che parte arriverà la ventata che ti sbalzerà dalla sella del potere. Certo, sembrava – e sembra – impossibile che la Rivoluzione potesse partire da Niscemi e dal No-Muos. Che improbabile masnada, questi rivoluzionari. C’è Rosario, che fa il presidente di Regione, odiato e amato, che ha imparato a mettersi di traverso per essere visto. Ci sono Mariella e Maria, assessori, che subiscono pressioni irricevibili e vanno comunque avanti, mentre una, ed è l’unico cognome che farò, si chiama Borsellino. Giampiero è l’anima politica del No-Muos, sta all’Assemblea regionale siciliana: è del 5 Stelle, ma ha lavorato fianco a fianco con Giuseppe e Fabrizio, che sono del Pd: un malum signum, così come – nel parlamento nazionale – Erasmo, di Sel, è disponibile a collaborare con Stefano e Marco del 5 Stelle e Corradino e altri del Pd. Francesco fa il sindaco, e si fida dei suoi consulenti, Massimo e Massimo, due professori occhialuti e un po’ estremisti, cosa che lui non è. Scienziati e medici lavorano gratis per contrastare le pseudo affermazioni scientifiche con le quali si cerca di giustificare a posteriori qualcosa di già deciso a priori e ingiustificabile: Angelo detto Gino, Eugenio e Alberto, Cirino detto Rino e Marino, diversi ideologicamente ma che lottano insieme. Brutto segno.
Ma il peggio non è questo: è la nascita di un Movimento spontaneo, che dalle decine è passato alle decine di migliaia, con Antonio che fa il giornalista ed è serio e coraggioso, e con la gente: con Alfonso, Peppe, Astrid, Samanta, Manolo, Concetta, Gisella, Nadia, Filippo, Salvatore, Gaetano, Turi e mille altri. Tutto questo è, in una parola, bellezza. Ma da ieri anche storia, quando leggiamo la sentenza del Tar: «Ritenuta per contro la priorità e l’assoluta prevalenza in subiecta materia del principio di precauzione (art. 3 dlg. 3.4.2006 n. 152) nonché dell’indispensabile presidio del diritto alla salute della Comunità di Niscemi, non assoggettabile a misure anche strumentali che la compromettano seriamente…».
Questo fa nascere due considerazioni: per costruire il Muos, gli americani e i loro manutengoli dovranno trovare un luogo dove non valga il Principio di Precauzione: una notevole spinta, direi, al rilancio dei voli spaziali perché forse la Luna è l’unico posto che rimane loro. Poi, se il Principio vale per il Muos – che è secondo gli americani un forno a microonde da 200 Watt – perché non dovrebbe valere per il petrolchimico di Gela, per l’Ilva di Taranto, per il Tav e per tutti gli ecoassurdi che mettono in pericolo la salute della popolazione?
Un brutto colpo, davvero. Gentili signori al Governo, potete anche provare a costruire il Muos imponendolo con la sopraffazione dello Stato e arrampicandovi sui vetri di una legalità che da ieri non vi appartiene più. Avete perso, dinanzi alla Storia. Da Niscemi: chi l’avrebbe mai detto?

Papa Francesco abolisce l’ergastolo e introduce il reato di tortura. Prc: il Vaticano fa quello che l’Italia non fa!Fonte: liberazione.it

Il Pontefice ha altresì rafforzato il sistema penale vaticano sui delitti riguardanti i minori e introdotto una specifica punizione di delitti contro il genocidio e l’apartheid

Con una iniziativa personale di grande valore Papa Francesco ha preso l’importante decisione di abolire l’ergastolo all’interno della legislazione penale vaticana, prevedendo come massimo della pena 35 anni di detenzione. La decisione è stata presa anche per recepire alcune importanti convenzioni internazionali. La riforma varata da Papa Francesco ha valenza storica, visto che la giustizia penale vaticana fino ad oggi era ferma – per molti aspetti – al Codice Zanardelli, adottato nel 1929 all’indomani dei Patti Lateranensi che istituirono appunto la Città del Vaticano. Il Pontefice ha altresì rafforzato il sistema penale vaticano sui delitti sui minori: vendita di minori, prostituzione minorile, violenza sessuale su minori atti sessuali su minore, pedopornografia, detenzione di materiale pornografico, arruolamento di minore. Le norme riguardano delitti commessi nella Città del Vaticano o uffici di Curia. Inoltre sono state introdotte anche figure criminose relative ai delitti contro l’umanità, cui è stato dedicato un titolo a parte: si sono previste, tra l’altro, la specifica punizione di delitti come il genocidio e l’apartheid, sulla falsariga delle disposizioni dello Statuto della Corte penale internazionale del 1998. Infine – in conformità con quanto stabilito dal diritto internazionale – è stato esplicitamente previsto il delitto di tortura differentemente da quanto non è riuscito a fare il nostro Parlamento.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, e Giovanni Russo Spena, responsabile nazionale Giustizia di Rifondazione comunista, dichiarano: «Il Papa abolisce l’ergastolo e adotta il reato di tortura: il Vaticano fa meglio dell’Italia! È vergognoso che nel nostro Paese non si sia fatto ancora nulla di concreto per svuotare le nostre carceri, dove le persone vivono in condizioni vergognose, come ha sancito anche l’Europa. Chiediamo per l’ennesima volta l’istituzione del reato di tortura e di cancellare due leggi che contribuiscono a questa drammatica situazione, criminalizzando in maniera del tutto insensata le persone, la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi»