8/14 luglio:prima settimana dell’estate di lotta contro la militarizzazione della Sicilia Ora liberateci dal MUOS

 

Dal 10 al 13 luglio verrà celebrato il 70° anniversario dello sbarco in Sicilia. Siccome gli anniversari non sono date mummificate, ma percorsi nel tempo, noi non possiamo assistere a questa celebrazione senza prendere in considerazione cosa, con lo sbarco e a partire dallo sbarco, è accaduto nella nostra isola.

Le forze alleate, sbarcando in Sicilia il 10 luglio del 1943 iniziarono, col concorso di numerosi nuclei di antifascisti siciliani, che già si erano ribellati al fascismo e all’occupazione tedesca, quel processo di progressiva sconfitta del regime e dell’alleanza nazifascista.
Ma gli Stati Uniti pianificarono l’occupazione della Sicilia facendo leva sui principali boss di Cosa Nostra sia qui che negli USA:  Vito Genovese, Lucky Luciano, Joe Adonis, Frank Costello, Giuseppe Genco Russo, Calogero Vizzini e altri 850 nomi “sicuri”; nominarono sindaci noti mafiosi, di cui 62 su 76 comuni nella sola provincia di Palermo. In una parola, strinsero un patto con la mafia, cui diedero in cambio legittimazione politica. Nel corso della loro avanzata gli alleati si comportarono non come una forza di liberazione ma come un esercito di occupazione, tanto è vero che disseminarono il loro cammino di stragi, fra le quali ricordiamo nel nostro territorio quelle di Biscari e di Piano Stella, nei pressi di Acate, di cui furono vittime contadini innocenti e militari italiani fatti prigionieri e poi trucidati.
Dal luglio 1943 all’aprile 1945 in Sicilia non c’è stata nessuna epurazione dei fascisti dai posti pubblici né dall’esercito, tranne poche eccezioni; i siciliani capirono ben presto che la liberazione non aveva cambiato la loro condizione di miseria; e quando, alla fine del 1944, vennero richiamati per l’arruolamento obbligatorio nel nuovo esercito italiano, comandato dagli stessi generali del ventennio fascista e sotto il nome di Vittorio Emanuele di Savoia e di Badoglio, essi scelsero la via della rivolta, anche armata, dando vita ai moti del “non si parte”; questa insurrezione generale non va confusa con un tentativo di ritorno al fascismo, ma fu solo l’esplosione del protagonismo del popolo siciliano affamato di cambiamento vero e di libertà, e stanco delle guerre e del militarismo. Cessata finalmente la guerra, il governo degli Stati Uniti impose all’Italia rigide condizioni di subalternità politica ed economica; condizionò, in combutta con il Vaticano, lo sviluppo di una vera democrazia, e riempì il territorio nazionale, e siciliano in modo particolare, di basi militari sia statunitensi che della Nato. La Sicilia divenne una portaerei Usa-Nato nel centro del Mediterraneo, sia in funzione antisovietica, fino al 1989, che per il controllo delle rotte del petrolio.
Tutti i regimi dittatoriali, golpisti e fascisti instaurati dal dopoguerra ad oggi in Portogallo, Grecia, Spagna, e nel Nord Africa, così come i tentativi di colpo di Stato e la strategia delle stragi in Italia, hanno avuto una regia statunitense, partita dalle ambasciate, dai consolati e dalle basi militari. Gli anni ’60 iniziarono con il governo Tambroni, nato con iol sostetgno dei fascisti del MSI, ma che fu travolto dalle mobilitazioni popolari; solo in Sicilia, a Palermo,Licata e Catania 7 lavoratori pagarono con la vita il loro antifascismo. Oggi in Sicilia ci ritroviamo Sigonella, la più importante struttura militare d’Europa e del Mediterraneo, capitale mondiale dei droni(cacciabombardieri senza pilota), cuore degli attacchi USA in Afghanistan, Iraq, Corno d’Africa, Yemen, ecc.; Birgi, struttura dell’aeronautica Nato-Usa; Augusta, base per sommergibili a propulsione nucleare, la base di comunicazioni NRTF n. 8 di Niscemi, le cui potentissime onde elettromagnetiche da 22 anni colpiscono la popolazione; e decine di depositi, basi radar, campi di addestramento. Impianti costruiti col concorso di imprese legate alla mafia. Il territorio siciliano è luogo di esercitazioni belliche dei marines, che si preparano per le loro imprese ora in Libia, ora in Afghanistan, oppure in Siria ecc.
A Niscemi hanno deciso di installare il quarto impianto mondiale del sistema MUOS, potente macchina di telecomunicazioni satellitari delle forze armate USA, fondamentale per la gestione dei conflitti, per il comando dei droni, per lo spionaggio internazionale, e fortemente pericolosa per la popolazione siciliana
e per l’ambiente. Nonostante in Sicilia nessuno lo voglia.
Se dobbiamo ricordare il 70° dello sbarco alleato, è indispensabile ricordare le sue conseguenze.
Oggi al governo Usa e a quanti festeggiano nella nostra terra, che vuole essere isola di pace, possiamo solo dire:
Liberateci di Voi! Liberateci dal MUOS!

 

8 Luglio: Conferenza sullo sbarco a Gela alle ore 18 al vico san Rocco (nei pressi di piazza Umberto I) – interverrà Natale Musarra

 

9 luglio: ore 12 conferenza stampa del coordinamento regionale e dei suoi legali a Palermo sul ricorso al TAR; a Gela dalle 18,30 alle 20,30 in piazza Umberto, dalle 21,30 alle 23,30 a Macchitella interventi degli artisti NoMuos sulla controcultura negli Usa

 

10 luglio: in mattinata iniziative NoMuos a Gela – concentramento alle ore 9 al Museo Archeologico Regionale (corso Vittorio Emanuele, 1)

 

12 luglio: proiezione a Niscemi alle ore 20,30 in piazza V.Emanuele del film “Bimba a pugno chiuso” ed intervento del partigiano niscemese Ursus con esposizione di una mostra fotografica sul luglio ’60

 

13 luglio: iniziative NoMuos a Catania

 

14 luglio: ore 20,30 assemblea a Niscemi in piazza V.Emanuele con i legali , i comitati e gli attivisti NoMuos sul ricorso al TAR e sulla repressione contro i NoMuos

Coordinamento regionale dei comitati NoMuos (www.nomuos.info)

L’imprenditore calabrese De Masi, dopo aver denunciato i mafiosi, proseguito nel suo lavoro anche di fronte ad uno Stato che non pagava i fondi antiusura ed alle banche che non lo aiutavano, ha deciso di gettare la spugna e “chiudere”, con effetti negativi anche per l’occupazione.

anpinews

E’ un fatto doloroso sul piano umano e
gravissimo dal punto di vista politico, perché ancora una volta non si tratta della
resa di un uomo, ma della sconfitta dello Stato e della società
Una notizia che mi ha profondamente colpito è quella dell’imprenditore calabrese De Masi,
che dopo aver denunciato i mafiosi, proseguito nel suo lavoro anche di fronte ad uno Stato
che non pagava i fondi antiusura ed alle banche che non lo aiutavano, ha deciso di gettare la
spugna e “chiudere”, con effetti negativi anche per l’occupazione.
E’ un fatto doloroso sul piano umano e gravissimo dal punto di vista politico, perché ancora
una volta non si tratta della resa di un uomo, ma della sconfitta dello Stato e della società.
Uno Stato che consente che si arrivi a tanto, è uno Stato che non sa combattere la
mafia, che non capisce il significato simbolico di vicende come questa, che
sostanzialmente si arrende davanti ai “poteri forti” (quelli forti davvero, quelli
della criminalità organizzata).
Quando diciamo che di mafia si parla troppo poco, negli atti e nelle dichiarazioni di governo,
quando riscontriamo un ritardo incomprensibile perfino nella nomina del Capo della Direzione
nazionale antimafia, al posto di un predecessore che è stato eletto Presidente del Senato,
quando esprimiamo recriminazioni per i troppi, colpevoli, silenzi, diciamo e facciamo ancora
troppo poco, anche se mettiamo almeno in luce delle tristi verità. Nella sostanza, se è vero
che la criminalità mafiosa realizza il più alto fatturato rispetto alle normali imprese, tutte le
Istituzioni e tutto lo Stato dovrebbero essere in prima linea, per combattere a oltranza un
fenomeno di tanta gravità ben conoscendo non solo gli effetti distorsivi che questo strapotere
illegale determina sull’economia “sana”, ma anche gli effetti sulla sicurezza, sulla dignità e
sulla libertà dei cittadini. Invece, si lascia che un imprenditore capace e onesto sia costretto
ad arrendersi e non si capisce che la sua resa pesa su tutti noi, sulla nostra coscienza
col

L’ANPI ricorda il 70° dello sbarco Alleato e le sollevazioni popolari sull’Etna

 

L’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) di Catania vuole ricordare, insieme alla CGIL catanese, i 70 anni dello sbarco degli Alleati, avvenuto proprio il 10 luglio del 1943 nella Sicilia sud-orientale e le sollevazioni popolari sul versante sud dell’Etna (in particolare a Mascalucia e a Pedara) e la strage di 16 civili inermi compiuta dai tedeschi a Castiglione, (la prima in Italia compiuta dai tedeschi quando ancora formalmente erano alleati degli italiani). La cura di questa memoria è stato proposto anche dalla Presidenza Nazionale dell’ANPI, la quale appunto raccomandava con una lettera circolare all’inizio dell’anno di far memoria e ricordare, oltre alle date ricorrenti del 25 aprile, del 2 giugno e del 4 novembre, anche la data del 10 marzo (inizio degli scioperi nelle fabbriche FIAT di Torino), il 25 luglio giorno della caduta del fascismo e ovviamente l’8 settembre.

Il territorio compreso all’interno della Etnastellung (la cosiddetta Linea dell’Etna, che partiva da San Fratello sul Mar Tirreno e si chiudeva alla Plaja di Catania inglobando l’intero massiccio dell’Etna e buona parte della provincia di Messina compresa tra i Nebrodi e i Peloritani) è stato il primo in Italia a vivere i tratti di quella tragedia nazionale che fu la seconda guerra mondiale, un territorio non trascurabile ne per estensione geografica ne per consistenza di popolazione investito con eccezionale violenza da un conflitto di dimensioni mondiali in cui la popolazione si trovò stretta tra due fuochi coinvolta «nelle due guerre contro i civili» e cioè le stragi naziste e i bombardamenti alleati, oltre alle stragi compiute dagli americani nel ragusano e nel calatino.

Un pezzo d’Italia che sin dall’impresa dei Mille del 1860 non aveva conosciuto gli orrori della guerra, degli eccidi e delle morti violente. Gli ultimi eventi politico-sociali di un certo rilievo erano stati i cosiddetti “Fatti di Bronte” sempre del 1860 e il Movimento dei Fasci Siciliani, capeggiati e diretti nella zona etnea da Giuseppe De Felice Giuffrida tra il 1891 e il 1894. A Bronte una colonna di garibaldini al comando del luogotenente di Garibaldi, Nino Bixio, fucilò diversi brontesi solo perché, al pari degli altri siciliani, avevano chiesto un loro diritto e cioè l’abolizione delle servitù feudali e la conseguente spartizione delle terre del latifondo della Ducea di Nelson. Ottantatre anni dopo, a pochi chilometri di distanza si consumò il primo eccidio, ingiustificato, dei nazisti nei confronti degli abitanti di Castiglione di Sicilia con la morte di sedici civili e il ferimento di altre decine di ostaggi.

Così come l’incendio del Comune di Catania nel 1944[1] causato dalla popolazione inferocita dal carovita e dalla mancanza di cibo, trova un parallelismo nel Movimento dei Fasci di fine Ottocento.

La popolazione etnea tra la fine di luglio e l’inizio di agosto del 1943 vive una spaventosa concentrazione di accadimenti traumatici, sperimentando sulla propria pelle tutti gli orrori e tutte le contraddizioni di una guerra combattuta, dall’una e dall’altra parte, senza alcun riguardo per le popolazioni civili.

I continui bombardamenti erano il preludio allo sbarco che poi avvenne il 10 luglio 1943. I bombardamenti subiti dalla Sicilia non portarono a nessun risultato da un punto di vista militare, causarono solo lutti e distruzioni. Nella zona etnea, un esempio per tutti è quello di Paternò dove nel corso della giornata del 14 luglio 1943 furono sganciate 35 tonnellate di bombe uccidendo più di 400 persone e ferendone circa mille per questo la città di Paternò ottenne la Medaglia d’Oro al valor militare. Stesso dramma a Catania, con la terribile incursione aerea del 16 aprile 1943 che causò 150 morti e 300 feriti (terribile fu la morte di oltre 60 tra bambini e suore del reparto maternità dell’Ospedale Vittorio Emanuele in Via Plebiscito) e i continui bombardamenti dal 13 al 24 maggio 1943 (furono sganciate sul centro storico di Catania 113 tonnellate di bombe causando la morte di 216 persone e il ferimento di altre 303)[2].

Sulla “Campagna di Sicilia” e sulla battaglia della Piana di Catania, in particolare sui durissimi scontri sul Ponte di Primosole, si è scritto abbastanza e quello che si vuole sottolineare è la percezione del conflitto da parte della popolazione etnea e il comportamento dei militari visto attraverso i loro occhi, con l’uso della storia orale e con frammenti di memorie individuali che fanno emergere una giusta percezione di una parallela “guerra ai civili”, accanto a quella combattuta tra gli eserciti nemici: i soldati belligeranti stravolsero infatti le certezze morali del tempo di pace, costringendo, con i loro comportamenti, le donne e gli uomini comuni a difendere innanzitutto il proprio diritto all’esistenza, attraverso una resistenza “ordinaria”, non armata, priva di rigidi riferimenti ideologici, una forma di micro-resistenza dell’uomo ordinario contro un prevaricatore a cui non può opporsi in modo aperto.

In questo quadro la zona etnea ha un posto di tutto rilievo, infatti attorno all’Etna le truppe tedesche organizzarono la loro linea di difesa dopo essersi ritirate dalla maggior parte della Sicilia, dando moltissimo filo da torcere agli Alleati, soprattutto nel già ricordato Ponte di Primosole e a Troina, definita la “Stalingrado della Sicilia”.

All’interno della Etnastellung, i tedeschi, diedero un’anticipazione di quella che sarà la loro strategia durante l’intera “Campagna d’Italia”, una strategia fatta di ruberie (soprattutto di muli e viveri), di sopraffazione e di rappresaglia nei confronti della popolazione civile, un esempio per tutti fu l’eccidio di Castiglione di Sicilia. Di contro la reazione della gente etnea fu tenace e costante, con alcune punte molto esaltanti come il caso di Mascalucia e comunque nella continuità di quella tradizione che fu dei Brontesi nel 1860, dei Biancavillesi nel 1923 durante la cosiddetta “Rivolta della Paglia” e in genere in tutti gli abitanti dell’Etna durante la Rivolta dei Fasci di fine Ottocento.

Ed è proprio questo l’intento dell’ANPI di Catania, ricordare e fare memoria di quei giorni, in questo senso l’iniziativa della sez. ANPI di Nicolosi che ha voluto ricordare lo scorso 10 marzo l’inizio della Resistenza nelle fabbriche del Lingotto a Torino con una conferenza, ricordando i suoi due figli partigiani (Alfio Ragonesi e Filippo Mazzaglia) caduti in Piemonte e gli altri cinque partigiani tre dei quali (Nunzio Longo, Salvatore Laudani e Gaetano Carbonaro) combatterono col partito d’azione nelle Langhe, uno (Alfio Gemmellaro) in Grecia con i partigiani dell’Ellas e uno (Giuseppe Navarria, carabiniere) in Montenegro e in Bosnia con i partigiani di Tito. L’ANPI di Nicolosi in quell’occasione ha voluto ricordare anche i 22 IMI (Internati Militari Italiani) nicolositi due dei quali (Salvatore Scuderi e Santo Mazzaglia) morti in Germania i quali dissero “NO” all’arruolamento nell’esercito repubblichino di Salò nato dopo l’8 settembre 1943 e infine sono stati ricordati i 13 morti civili caduti a Nicolosi (dieci dei quali sfollati) la mattina del 7 agosto 1943, vittime delle cannonate inglesi e tedesche che si incrociavano. Altre manifestazioni simili sono state fatte a cura dell’ANPI a Fiumefreddo e a Giarre.

La “Campagna di Sicilia” che in questi giorni tanti enti ne ricordano il 70° anniversario, la rappresentano come qualcosa che in fondo sfiorò appena la Sicilia e la sua popolazione, mentre fu una guerra totale che durò dal 10 luglio al 17 agosto 1943 e coinvolse l’intera popolazione siciliana, non fu una passeggiata, ma una guerra che causò decine di migliaia di vittime e tanta sofferenza e non bisogna dimenticare che tutto ciò era il risultato della scellerata politica della dittatura fascista del cosiddetto “Imperialismo straccione” di Mussolini, spalleggiato e approvato dai Savoia, alleato dei nazisti con i quali aveva condiviso le infami leggi razziali del 1938. E 70 anni fa gli Alleati vennero ad occuparci giustamente in quanto l’Italia fascista li aveva aggrediti e la loro politica di occupazione fu ammorbidita solo dalle loro tradizioni democratiche e civiche, dalla forte presenza italo-americana negli Stati Uniti e dalle circostanze politiche che fecero capire loro che era meglio collaborare con le popolazioni locali piuttosto che sottometterle ciò era anche il frutto dell’esperienza coloniale dei britannici nel creare buoni rapporti con le popolazioni sottomesse e sconfitte. Gli inglesi avevano sin dallo scoppio della guerra intessuto una rete di spie, formate anche da ex prigionieri italiani catturati in Africa paracadutati in Sicilia e il più delle volte catturate e fucilate dagli italiani, che permise loro di preparare lo sbarco e qualcuno sostiene che coordinarono qualche azione di sabotaggio come quella dell’aeroporto di Gerbini, ma non certamente le rivolte sul versante sud dell’Etna tra tedeschi in ritirata e popolazioni locali, queste possono essere paragonate all’atteggiamento delle truppe e della popolazione sul continente dopo l’8 settembre. Sbandamento, frustrazione, desiderio di uscire dalla guerra considerata come una inutile prova. Il crollo del fascismo (avvenuto il 25 luglio) e l’avvento di Badoglio avrebbero trovato già un esercito smembrato e un comando italiano esautorato dal comando tedesco che ad esso si sostituiva sempre di più e in modo pressante nella direzione delle operazioni in Sicilia. Nonostante il proclama di Badoglio alle truppe e al Paese recitasse un rassicurante «la guerra continua» i tedeschi ben consci che quella era l’anticamera dell’armistizio o comunque di un collasso dell’apparato statuale italiano attuarono un inasprimento nei rapporti italo-tedeshi. All’atteggiamento sprezzante dei comandi tedeschi fece subito riscontro l’analogo atteggiamento delle truppe nei confronti della popolazione e delle residue truppe italiane. Tutta l’area etnea fu punteggiata da episodi di furti, assassini, malversazioni ai danni della popolazione civile e talvolta degli stessi soldati italiani. Le truppe tedesche in ritirata coglievano ogni occasione per appropriarsi di mezzi di trasporto di qualsiasi genere che facilitassero la marcia verso Messina. Erano infatti impegnati in una ordinata ritirata verso lo Stretto nel tentativo (riuscito) di traghettare sul continente la maggior quantità possibile di uomini e mezzi.[3] Qui i tedeschi ben più organizzati, nei giorni dell’armistizio di inizio settembre, riuscirono a bloccare e catturare l’intero esercito italiano e a deportarlo, mentre parte della popolazione aiutate dai neonati partiti politici (soprattutto il partito comunista) organizzò le prime bande partigiane ed ebbe così inizio la Resistenza. Nelle bande partigiane erano massicciamente presenti i meridionali (40%) e fra questi i siciliani (20%) e dal loro sacrificio è nata la nuova Italia Repubblicana e Democratica il cui frutto più bello è stata la Costituzione del 1948.

                                                                                     Giuseppe Mazzaglia


[1] L’incendio di Palazzo degli Elefanti del 14 dicembre 1944, causò la perdita dell’archivio comunale, compreso quello storico contenente documenti del Cinquecento.

[2] S. Nicolosi. “La Guerra a Catania” Tringale Editore, Catania, 1984, pag. 209 e ss.

[3] R. Mangiameli, Le stragi americane e tedesche in Sicilia nel 1943, POLOSUD semestrale di Studi Storici anno primo (n. 2) 2012.