Inno dei Lavoratori-di Filippo Turati

Intervista a Francesca Rolla,(1915-2010) partigiana della Brigata Garibaldi di “Gino Menconi” e donna della rivolta di piazza delle Erbe a Carrara del 7 luglio1944

In un piccolo paese del ragusano nasce un comitato per dire no ai rifugiati. da: sicilia migranti

sabato 6 luglio 2013

Il 26 Giugno scorso, alcuni giornali locali riportavano la notizia della nascita del comitato NO SPRAR, creato da alcuni cittadini di Giarratana, in provincia di Ragusa,  in seguito all’adozione di una delibera comunale che autorizzava l’attivazione di un progetto SPRAR per 6 rifugiati politici (3 donne e 3 bambini), all’interno di una struttura comunale, che in precedenza era stata individuata come sede per la nascita di un asilo nido.
 La notizia della volontà della Giunta di ospitare i rifugiati, affidando la gestione alla  Cooperativa  sociale “ IL DONO”, già ente gestore  di  diversi centri SPRAR  nelle zone di Ragusa, Modica e Acate, ha suscitato la reazione della cittadinanza che sotto la spinta del Presidente del Consiglio comunale della città, ha raccolto- tramite la diffusione di una petizione porta a porta dai toni alquanto allarmistici- all’incirca un migliaio di firme contro il progetto e dato vita al comitato NO SPRAR.
Sorprendente ai nostri occhi e agli occhi di diverse realtà che di diritti umani e migrazioni si occupano, il fatto che siano state raccolte ben 1000 firme a fronte di una popolazione residente di circa 3300 persone. Sorprendente anche agli occhi della Giunta comunale, che in seguito alla costituzione del comitato e la raccolta firme, ha pubblicato in data 10 Giugno sulla pagina web del municipio un comunicato stampa : http://www.comunegiarratana.gov.it/index.php?option=com_content&view=article&id=176:comunicazioni-del-sindaco-relativa-ai-centri-sprar&catid=9:in-evidenza&Itemid=101
Lo stesso comunicato appare sulla pagina Facebook del gruppo “Insiemepergiarratana Concretezza e Partecipazione “ dove  molti commenti  esprimono preoccupazione e alcuni hanno anche un tono xenofobo nel manifestare il rifiuto dell’accoglienza.
Ancora nel comunicato  si afferma che la comunicazione riguardante il progetto non è stata presentata in modo adeguato e ha causato un allarme ingiustificato per i cittadini. Il sindaco Bartolo Giaquinta ha sentito l’esigenza di spiegare alla comunità che cosa siano i progetti SPRAR e chiarire inoltre che aldilà del valore umano dell’accoglienza e aldilà delle possibilità anche economiche che potrebbero derivare dall’attivazione di progetti SPRAR sul territorio, ed ha sottolineato come ciò non lederebbe in modo assoluto la cittadinanza che anzi ne guadagnerebbe un grosso valore culturale.
La nascita del comitato ha dato vita ad un’aspra polemica che ancora una volta si nutre di scarsa informazione e di una probabile volontà politica volta a screditare il sistema di accoglienza e a creare facili allarmismi, cavalcando come troppo spesso in Italia accade, la paura per i migranti.
Nei giorni il clima di tensione è aumentato e la notte del 1 Luglio il sindaco subisce il lancio di una bottiglia incendiaria ai danni della sua automobile. Non è sicuro se i due fatti siano collegati,  ma di certo la tensione è palpabile.
Di fronte a quello che accade a Giarratana, alcune realtà intervengono, come quella del coordinamento regionale dei comitati No MUOS, che diffonde un comunicato stampa http://www.nomuos.info/migranti-sono-esseri-umani-rifiuti-da-differenziare/
Anche la Diocesi di Ragusa interviene poco dopo con un altro comunicato stampa rivolto alla cittadinanza di Giarratana,
(http://www.diocesidiragusa.it/attivita/uffici/caritas/436-comunicato-stampa-della-caritas-sulla-costituzione/)
La Diocesi, che è attiva nella gestione di alcuni progetti SPRAR affidati alla Fondazione San Giovanni Battista, invita i membri del comitato e coloro i quali non fossero d’accordo con le posizioni della giunta a visitare i centri SPRAR e a fugare ogni paura ingiustificata.
In fine è stata indetta per la serata di ieri, un’assemblea cittadina a cui hanno preso parte anche i sindaci di diversi paesi della provincia ragusana, già coinvolti in progetti SPRAR (tra i quali Santa Croce Camerina, Chiaramonte Gulfi e Comiso), che hanno contribuito a restituire un’immagine più chiara del sistema SPRAR e degli effetti di tali strutture  sul territorio e sui rifugiati accolti. Presenti anche diversi membri del comitato NO SPRAR che non sono intervenuti all’interno del dibattito e non hanno  riconfermato le proprie posizioni. L’effetto sortito dall’assemblea è stato sicuramente quello di gettare luce su una situazione di ingiustificato allarmismo diffusosi in seguito alla poca conoscenza del sistema di protezione e delle realtà SPRAR già esistenti sul territorio, ignoranza strumentalizzata da qualcuno che ha invece interesse a diffondere idee e atteggiamenti razzisti.
Redazione Borderline Sicilia

Solenne STOP della Sapienza al MUOS di Niscemi

 

di Antonio Mazzeo

 

 

“Il campo elettromagnetico (EM) irradiato dal MUOS può produrre effetti biologici sulle persone esposte; interferenze elettromagnetiche in apparecchiature elettroniche, strutture aeroportuali e aeromobili; effetti sulla biocenosi e sulla fauna del Sito d’Importanza Comunitaria (SIC) Sughereta di Niscemi”. Ad affermarlo il docente universitario Marcello D’Amore, perito nominato dal Tribunale amministrativo di Palermo che il 9 luglio dovrà decidere sul ricorso presentato dal Ministero della difesa contro la revoca delle autorizzazioni ai lavori d’installazione del nuovo sistema di telecomunicazioni Usa, firmata dalla Regione Siciliana il 30 marzo scorso.

 

Già ordinario di Elettrotecnica presso la facoltà d’Ingegneria civile e industriale dell’Università “Sapienza” di Roma ed ex direttore del Centro interuniversitario di ricerca di compatibilità elettromagnetica, il prof. D’Amore è stato responsabile di numerosi progetti finanziati dal Ministero dell’istruzione e da holding italiane come ENEL e Trenitalia e dall’azienda costruttrice di velivoli civili e militari Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica). Un anno fa era stato individuato dal Tar quale “verificatore” dei possibili effetti elettromagnetici del MUOS e degli impianti della stazione di telecomunicazione (NRTF) della Marina militare Usa che esiste a Niscemi dal 1991. Lo scorso 24 giugno il perito ha consegnato la relazione finale che conferma pienamente i rilievi e le considerazioni d’insostenibilità ambientale del MUOS e della base NRTF a cui sono giunti i due studiosi del Politecnico di Torino, i professori Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu, consulenti a titolo gratuito del Comune di Niscemi.

 

Il rapporto del prof. Marcello D’Amore si apre con la valutazione dell’indagine di conformità del sito MUOS di Niscemi in relazione alle problematiche di compatibilità elettromagnetica prodotta nel febbraio 2006 dal Naval Warfare System Center (NWSC) della US Navy con sede a Charleston (Carolina del Sud). Nello specifico, la Marina statunitense aveva affermato che i valori di campo elettrico del sistema “sono al di sotto dei limiti di legge nelle zone accessibili”. Inoltre il rischio di esposizione al fascio principale delle emissioni veniva ritenuto “minimo” e comunque “legato all’improbabile evento che il personale venga meccanicamente sollevato all’altezza e all’interno dei fasci principali dell’antenna”. Analoghe valutazioni compaiono nello Studio di incidenza ambientale presentato nell’aprile 2008 dal consorzio MUOS Team Niscemi che cura i lavori di realizzazione del terminale terrestre satellitare all’interno della riserva naturale Sughereta. L’esperto della facoltà d’Ingegneria di Roma non è però per nulla d’accordo.

 

“L’analisi di conformità di NWSC è priva del rigore e della completezza necessari a garantire la piena validità dei risultati i quali, pertanto, non consentono di verificare il rispetto dei limiti di campo EM previsti dalla legge”, scrive D’Amore. “E si deve rilevare la non attendibilità delle analisi di conformità presentate per quanto riguarda l’esposizione delle persone ai campi elettromagnetici irradiate dalle antenne paraboliche del MUOS”.

 

Il docente universitario spiega come i tecnici della Marina militare statunitense non abbiano considerato con la “dovuta attenzione” le varie articolate normative italiane in tema di insediamento di nuovi impianti di comunicazione a radio frequenza. I militari non hanno inoltre stimato né il campo elettrico, né il campo magnetico, né la densità di potenza del MUOS nel territorio di interesse ed in particolare nel Comune di Niscemi che dista appena 5 km dalla base NRTF di Niscemi. “A tale riguardo si rileva che il riflettore parabolico, di diametro 18,4 m, emette il campo EM alla frequenza di 31 GHz, pertanto il campo vicino radiativo si estende lungo la direzione di massima radiazione dalla regione di campo reattivo fino alla distanza di 67,7 km”, spiega D’Amore.

 

Anche nel caso della due antenne elicoidali che completano il sistema di trasmissione satellitare e che trasmettono alla frequenza di 315 MHz, i progettisti non hanno calcolato la mappa del campo EM nel territorio, né sono state trattate ai fini dell’esposizione le correlazioni con l’irradiamento delle tre grandi antenne paraboliche. “Nessuna stima di campo EM è stata fatta infine considerando il contemporaneo funzionamento di più antenne”, scrive il docente, particolare tutt’altro che irrilevante dato che a Niscemi sono presenti 46 antenne nella stazione NRTF (45 operanti nella banda di alta frequenza a 3-30 MHz e una in bassa frequenza a 46 kHz). La Marina militare Usa non ha presentato inoltre i riscontri tecnici per provare l’inesistenza di conflitti con le emissioni elettromagnetiche in arrivo o in partenza dall’installazione niscemese, imputabili ai trasmettitori MUOS in banda Ka o a quelli di tipo elicoidali UHF. “La problematica EM è trattata dal Naval Warfare System Center soltanto in relazioni a possibili effetti su apparecchiature elettroniche o su dispositivi impiantati su persone”, prosegue la relazione consegnata al Tar di Palermo. “L’analisi è svolta in maniera qualitativa senza analitiche correlazioni con il campo EM generato dall’impianto. Semplicistica l’assunzione di 1 V/m quale livello di immunità a radio frequenze delle apparecchiature commerciali, ove si pensi alla numerosità e varietà delle problematiche e delle norme CEI in tema di compatibilità elettromagnetica”.

 

Il prof. D’Amore boccia pure lo studio del 2011 dei professori Luigi Zanforlin e Patrizia Livreri della facoltà d’Ingegneria dell’Università di Palermo (consulenti dell’allora Presidente della Regione Raffaele Lombardo), secondo cui il sistema di trasmissione MUOS non comporterebbe condizioni di rischio per la salute dell’uomo. “Tale conclusione – scrive D’Amore – basata su motivazioni analoghe a quelle riportate dal NWSC e dal Team MUOS Niscemi, non può essere condivisa in quanto il rapporto di conformità si limita al calcolo di livelli di campo lontano e non in campo vicino come si dovrebbe, trascurando di simulare la mappa del campo EM in vicinanza del terreno”.

 

La simulazione del campo EM irradiato dalle antenne del MUOS è stata successivamente effettuata dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPA Sicilia), ma – a giudizio del perito – in modo del tutto errato. “I calcoli effettuati con il codice WinEDT – modulo VICREM della Vector Srl (attualmente confluita in Se.Di.Com. Srl) avrebbero richiesto la completa conoscenza delle sorgenti irradianti distribuite sulla superficie d’antenna”, scrive D’Amore. “Poiché tale informazione non sembra fosse nota all’ARPA, si può ritenere che i livelli di campo presentati siano basati sul modello di calcolo in campo lontano in base al quale l’antenna è rappresentata come sorgente puntiforme. Pertanto i risultati delle simulazioni non sono riferibili alla regione di campo vicino e dunque non consentono un’attendibile verifica di conformità”.     

 

Il perito della Sapienza esprime pure forti perplessità sui risultati della campagna di misurazione e monitoraggio del campo elettromagnetico nella stazione NRTF di Niscemi, avviata dall’ARPA Sicilia a fine 2008. La veridicità dei risultati sarebbe stata infatti pregiudicata dal comportamento omissivo e/o scarsamente collaborativo delle autorità militari statunitensi e dalla non disponibilità di adeguate informazioni sulle caratteristiche e sulle modalità di funzionamento dei trasmettitori. Per il prof. D’Amore “le configurazioni di antenne definite dal Comandante della base sono di difficile lettura, né sono illustrate nella stesa istruttoria al fine di fornire informazioni sulle ragioni che giustificherebbero le condizioni di emissione delle antenne alla massima potenza”. Nonostante l’ARPA Sicilia abbia poi fornito giudizi abbastanza tranquillizzanti sulle emissioni EM della base, l’esperto di Roma sottolinea come le scarse informazioni in mano all’Agenzia non hanno consentito di attuare come disposto dallo specifico decreto regionale del 27 agosto 2008 sui campi elettromagnetici. In particolare il decreto prevede che le misurazioni siano effettuate in banda larga con strumentazioni idonee indicate dalle norme tecniche, conoscendo pienamente i dati relativi alla “modalità di irradiazione (modulazione, tipologia della gestione della potenza, del traffico, ecc.)”. Cosa che invece non è avvenuto a Niscemi per la resistenza del Comando Usa a fornire i dati richiesti. Non sarebbe stata pienamente rispettata pure la norma che impone a ripetizione delle misure del campo EM “con catena strumentale in banda stretta” quando il valore precedentemente misurato in banda larga è risultato superiore al 75% del limite più basso. “La misura in bassa stretta è prevista anche quando siano presenti più sorgenti che emettono in intervalli di frequenza su cui devono essere applicati differenti valore limite”, spiega il prof. D’Amore. “Questa condizione è però di difficile applicazione per ARPA Sicilia a causa della mancanza delle necessarie informazioni”.

 

“Non è pertanto condivisibile l’affermazione dell’Agenzia regionale per l’ambiente che i valori del campo EM rientrano nei limiti della normativa italiana vigenti, perché diversi valori misurati, in particolare in località Ulmo, superano l’obiettivo di qualità di 6 V/m”, aggiunge D’Amore. “Inoltre le modalità di misura solo in parte sono conformi a quanto previste dalle norme CEI 211-7 e 211-7A”.

 

Nelle conclusioni del suo rapporto al Tar di Palermo, il prof. D’Amore lamenta come nelle analisi del rischio EM sino ad oggi prodotte non si faccia alcun riferimento alle cautele progettuali antisismiche “idonee ad evitare allarmanti impatti elettromagnetici nel territorio”, nonostante il Comune di Niscemi sia stato classificato dalla Regione siciliana come “zona 2” cioè ad elevata pericolosità sismica. Nessuno studio è stato inoltre presentato in relazione ai possibili effetti dell’interazione del campo EM del MUOS su strutture aeroportuali ed aeromobili, anche se nelle vicinanze della stazione di Niscemi sono presenti ben tre scali aerei: Comiso, distante 25,48 km; Sigonella a 55,34 Km; Catania-Fontanarossa a 69,97 km. “Tra i vari argomenti di studio che la problematica suggerisce, particolare attenzione dovrebbe essere rivolta ai possibili effetti EM su un aeromobile che attraversi il volume sotteso del fascio irradiato da una parabola del MUOS, soprattutto nelle fasi di decollo e atterraggio”, scrive D’Amore. Da qui l’esigenza per evitare gravi incidenti al traffico aereo che si effettuino le indagini sulla penetrazione del campo EM nella struttura di un aeromobile e la sua distribuzione all’interno, sui fenomeni di “accoppiamento” con il wiring system di bordo e sulla verifica dei limiti di tensione e corrente all’ingresso degli apparati critici per la sicurezza del volo e dei sensori che ricevono i segnali.

 

“Per la verifica di conformità dell’impianto MUOS si rende necessario lo sviluppo di una nuova rigorosa procedura di simulazione del campo elettromagnetico irradiato, corredata da una piena e documentata informazione sul codice di simulazione che viene utilizzato, sull’algoritmo alla base di tale codice, sui dati d’ingresso del codice, sulle caratteristiche del segnale emesso, sulle proprietà riflettenti del terreno e di eventuali superficie interessate, sulle ipotesi esemplificative eventualmente adottate”, conclude D’Amore. In modo analogo, sempre secondo l’esperto, si dovrebbe procedere nella valutazione dei possibili effetti elettromagnetici negli aeroporti interessati, in particolare di quello di Comiso. Ora la parola passa al Tar di Palermo che ha tutte le carte in mano per respingere le richieste del governo e impedire la riapertura dei cantieri del terminale terrestre dell’EcoMUOStro di Niscemi.

Acqua, nel “decreto del fare” la libertà di inquinare. Il Forum pronto alla mobilitazione. FATE GIRARE!!! Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Chi inquina le falde acquifere non pagherà più. Tra le tante sorprese del cosiddetto ‘Decreto del Fare’ c’è anche la “epifania degli inquinatori” ovvero la subordinazione del disinquinamento alle cosiddette compatibilità economiche di chi ha commesso il reato. Detto in altre parole, chi inquina non paga. Si stenta a crederlo ma è proprio così. E il Forum dei movimenti per l’acqua lancia giustamente l’allarme, affermando che ”viene messa a rischio la salute dei cittadini e la qualita’ dell’acqua delle falde; un patrimonio comune di straordinaria importanza per la vita del Paese”. Per questo il Forum si appella al ministro dell’Ambiente affinché ”il Governo riveda profondamente una posizione del tutto inaccettabile su un bene comune come l’acqua”. Il governo e le lobby industriali hanno introdotto ”nel cosiddetto ‘Decreto del Fare’ una norma di modifica del testo unico sull’ambiente (D.lgs. 152/2006) che fa ritornare all’anno zero il settore delle bonifiche: nel testo si legge che ‘nei casi in cui le acque di falda determinano una situazione di rischio sanitario, oltre all’eliminazione della fonte di contaminazione ove possibile ed economicamente sostenibile, devono essere adottate misure di attenuazione della diffusione della contaminazione”’.
La deduzione del Forum: ”La qualita’ dell’acqua è subordinata alle logiche economiche, da oggi se chi inquina è d’accordo, si attenuerà l’inquinamento senza eliminare le sue fonti. E’ assolutamente grave che venga inserito il principio della sola ‘attenuazione”’. Secondo Enzo Di Salvatore, docente di diritto costituzionale all’università di Teramo, ”ciò viola anche il diritto dell’Unione europea e segnatamente il principio chi inquina paga”. Il Forum chiede ai parlamentari di tutti i gruppi di intervenire ”per stralciare o almeno modificare profondamente le norme” in questione. Infine il Forum metterà in campo ”una serie di iniziative per contrastare quest’attacco all’accesso all’acqua potabile che l’ONU stesso ha sancito essere un diritto umano’

Egitto, almeno 26 morti negli scontri dopo la destituzione di Morsi | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

E’ di almeno 26 morti e centinaia di feriti il bilancio degli scontri in Egitto nel “venerdì della rabbia” dei Fratelli musulmani per la deposizione del presidente, Mohamed Morsi. Nella notte l’Alleanza nazionale a sostegno della legittimità, un cartello di partiti e movimenti islamici di cui fa parte anche la Fratellanza, ha annunciato nuove proteste “pacifiche” per chiedere che venga reinsediato Morsi. Nelle stesse ore la polizia ha arrestato Khairat al-Shater, uno dei più influenti collaboratori di Morsi. Almeno 12 morti si sono registrati ad Alessandra nella battaglia per le strade tra sostenitori e oppositori del Fratelli musulmani. Al Cairo due persone sono state uccise a Piazza Tahrir in uno scontro a fuoco tra islamici e i loro oppositori e altri quattro morti si sono registrati nei pressi del quartier generale della Guardia repubblicana dopo che alcuni militanti islamici hanno tentato di raggiungere l’ingresso.
Nel nord della penisola del Sinai militanti pro-Morsi hanno assaltato la sede dell’autorità provinciale ad al-Arish e hanno issato una bandiera nera qaedista.

Il presidente ad interim, Adly Mansour ha emesso il suo primo decreto presidenziale per sciogliere la camera alta del parlamento, con poteri legislativi dopo lo scioglimento della camera bassa, e per licenziare il capo dell’intelligence.

 

Gli islamisti hanno fatto appello nella notte a mantenere la mobilitazione in Egitto. “Il partito resterà al fianco dei suoi membri e dei suoi simpatizzanti sulle piazze egiziane fin quando il presidente non sarà riabilitato alle sue funzioni”, afferma un comunicato del Partito liberta’ e giustizia, la forza politica di Mohamed Morsi e legata i Fratelli musulmani. “Il partito saluta i milioni di egiziani che si sono mobilitati in tutte le province d’Egitto per enormi manifestazioni pacifiche, per esprimere il loro rifiuto del brutale colpo di Stato militare e per il ritorno del
presidente Mohamed Morsi alle sue funzioni costituzionali”, prosegue la nota. “Rispettate il carattere pacifico delle manifestazioni e non cedete alle violenze”, chiede infine il partito ai suoi
sostenitori.

Su quanto sta accadendo in Egitto è intervenuto il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, che ha messo in guardia gli egiziani dal ricorrere a vendette e dall’escludere partiti e comunità dalla vita politica. Ban ha spiegato di seguire “con crescente preoccupazione” gli sviluppi della crisi egiziana, da cui arrivano “inquietanti notizie” di arresti e restrizioni della libertà di espressione e “orribili racconti di violenze sessuali

La crisi europea – Cercasi Utopia Fonte: sbilanciamoci | Autore: Lelio Demichelis

 

Che fine ha fatto il sogno europeista? Il nichilismo tecno-capitalista ha prodotto forme di eteronomia e assoggettamento, privando gli individui di ogni idea di futuro, di autonomia e di responsabilità. Per uscire da questa “sedazione sociale” urge ritrovare le mappe dell’Utopia. Ma cercandole senza ricorrere al navigatore satellitare e senza confidare nei motori di ricerca

Ventisei milioni e mezzo di disoccupati in Europa. La disoccupazione giovanile al 23,8% come media europea ma in Italia al 38,5%. Sempre n Italia, disoccupazione al 12,2%, il massimo dal 1977, mentre anche Confindustria rivede al ribasso – da meno 1,1 a meno 1,9% – le stime sul pil del 2013. Pochi dati, per fotografare una realtà drammatica.

Ovvero: un impoverimento di massa in Europa imposto in nome di una pura astrazione numerica (pareggio di bilancio, parametri debito/deficit-pil), ma ugualmente ideologica, ovvero inattaccabile dai dati di realtà e dalle confutazioni della storia, anche l’ideologia neoliberista vivendo in una propria surrealtà immaginata ma poi soprattutto imposta come vera. Conseguenza di tale ideologia (o di tale religione capitalistica secondo Benjamin, contro la quale servirebbe un sano laicismo e una sana laicità): il portarsi a niente dell’Europa: di se stessa, del sogno europeista, dell’economia europea da troppo tempo in recessione; uno scendere, deliberatamente e ostinatamente lungo un piano inclinato nichilista, pesantissimo sia in termini sociali che di democrazia sostanziale (meno diritti, potere oligarchico) – rimuovendo dall’orizzonte culturale e politico il fatto che si potesse (ma si può ancora) fare diversamente e meglio se solo si rileggesse la storia della crisi del 1929 e del new deal rooseveltiano. Eppure, questa realtà drammatica e socialmente perversa sembra non riuscire a smuovere la società europea, incapace di re-agire avendo ormai interiorizzato il proprio ruolo di vittima (sacrificale) della crisi.

Questa società – ma esiste ancora una società? – non produce alcuna rivoluzione (ormai cancellata dall’immaginario politico), ma neppure la rivendicazione di un riformismo radicale e quindi doverosamente opposto a quelle riforme strutturali (liberalizzazioni, privatizzazioni, soprattutto flessibilizzazione del mercato del lavoro, riduzione dei diritti sociali e quindi anche politici), invocate come un mantra dall’Europa merkeliana, draghiana e barrosiana, ma che sono in verità solo la prosecuzione del neoliberismo con altro nome e in altre forme. Servirebbe invece un riformismo radicale per creare un diverso rapporto (diverso, ma soprattutto radicalmente rovesciato ) tra capitale e lavoro, tra mercato e ambiente, tra algoritmi e vita , tra economia (che deve tornare ad essere un mezzo al servizio della società – come scritto in Costituzione) e politica (la tecnica regia secondo Platone che deve tornare urgentemente ad orientare in termini di senso e di scopo le altre tecniche , soprattutto l’economia – mentre da almeno tre decenni (in realtà da molto di più) l’unica tecnica regia che tutte le altre governa è proprio l’economia).

No, nulla di tutto questo accade. La società è come annichilita, implosa su se stessa. Balbetta qualcosa. Cerca di sopravvivere tra lavoro precario, discount, riduzione dei consumi, ma in questo modo – perdendosi nell’oggi, incapace di re-agire e soprattutto di immaginare – non fa che assoggettarsi ancora di più alla biopolitica neoliberista e alla sua strutturale e continua espropriazione di futuro. A quel neoliberismo di oggi , fatto di austerità, impoverimento, disoccupazione, colpa e penitenza per avere vissuto al di sopra dei propri mezzi, come ieri si era adattata alla precedente fase (in verità davvero molto seduttiva, cui era quasi-impossibile resistere) del neoliberismo del godimento fatto di consumismo, vivere al di sopra dei propri mezzi, edonismo e narcisismo, irresponsabilità per il futuro. Neppure le sinistre osano il cambiamento. Il Presidente Napolitano poi lo teme sopra ogni altra cosa. Neppure il sindacato riesce nell’intento; neppure i movimenti che nascono (ma muoiono in fretta) un po’ ovunque. Questo mentre il vertice europeo del 27 e 28 giugno ha mancato un’altra occasione per pensare in grande , avendo destinato alle vittime giovani della crisi briciole di euro (appena 8), mentre per salvare le banche (la causa della crisi) sono stati spesi migliaia di miliardi. E mentre il governo Letta approva un piano per il lavoro davvero piccolo piccolo . Siamo cioè in presenza di frammenti di indignazione e di impegno : gli scioperi, le manifestazioni, le proteste di nicchia. Ma nulla di più. L’ impegno si scontra contro il muro di gomma delle oligarchie. Perché dunque non si produce cambiamento, né riforma?

Prima ipotesi, forse virtuosa ma minoritaria. È un solitario passare nel bosco di molti singoli, come il ribelle di Jünger, rivendicando la libertà di dire no , perché il ribelle è “deciso a opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata”. Oppure – seconda ipotesi, la più praticata e la più facile – ci si limita a cadere nella regressione populista e qualunquista (Grillo in Italia, altri in Europa), tra rassegnazione e antipolitica, tra rancore da bar e autocompiacimento da blog.

In realtà vi sarebbe una terza ipotesi da considerare, questa sì politicamente virtuosa: quella di immaginare il cambiamento e poi cercare di realizzarlo partendo da una rivolta del pensiero come invocata ad esempio dall’ultimo (e intrigante) saggio di Mario Galzigna, appunto Rivolte del pensiero (Bollati Boringhieri); per uscire dalla disperanza , da quell’atmosfera collettiva fatta non solo di scoramento quanto (e peggio) di assuefazione alla sottrazione di futuro . Una sottrazione contro cui tuttavia un pensiero in rivolta – insorgente, libertario e spaesante rispetto alla realtà e sovvertitore di questa stessa realtà – “può preparare il terreno per il cambiamento”, perché solo “un pensiero costruito sulle rivolte e sugli antagonismi – anche se disseminati, eterogenei, dispersi e molecolari – può riaprire il tempo e restituirci il futuro”. Convinti, come osservava l’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro, che “è meglio sbagliare ed esplodere che prepararsi al nulla”. Al nulla, o a questo – aggiungiamo – meta-nichilismo tecno-capitalista ormai egemone e al suo sotto-nichilismo europeo.

Ma praticare questo pensiero , positivo e innovativo perché radicale – che cioè rivendica una differenza dai non-pensieri omologanti e produttori di indifferenza – e riprendersi l’idea di futuro è difficile se capitalismo & apparati tecnici li hanno sottratti da tempo a individui e società. E non per un’imposizione di legge ma per la modifica – sovversiva ed etero-diretta, soft e impercettibile (quindi difficile da riconoscere: riconoscimento che è invece la necessaria premessa per poter poi contrastare la sua guerra di posizione dentro e contro la società e gli individui attuata dal tecno-capitalismo per la conquista dell’egemonia) – dei saperi di organizzazione della vita individuale e collettiva. Bisognerebbe allora e per prima cosa diventare consapevoli – con un processo illuministico di rischiaramento e insieme parresiastico – dei meccanismi che ci condizionano e ci assoggettano in modo quindi etero-diretto, delle forme di biopolitica dominanti che governano la vita intera di individui e società, dei soft power secondo Nye – soft power (”la capacità di ottenere ciò che si vuole mediante l’impostazione di un programma d’azione, la persuasione e l’attrazione positiva”), che in realtà non sono altro (basterebbe rileggere Propaganda , di Edward Bernays) che le vecchie pratiche di propaganda e di manipolazione del consenso, ma con un nuovo nome. Detto altrimenti, bisognerebbe prendere finalmente atto che è il capitalismo come sapere/potere e come biopolitica che ci ha espropriati del futuro avendo fatto con-fondere mercato e società, mercato e democrazia e soprattutto avendo addestrato a dover consumare tutto sempre più in fretta: prima le merci poi, tracimando dall’economia alla società, anche i valori, la cultura, il tempo e lo spazio, le relazioni e gli affetti umani, il senso della durata e del costruire e quindi: il futuro ; mentre la rete – ultima forma tecnica in ordine di tempo divenuta forma sociale e per di più ormai globale (il richiamo è ad Anders e alla sua critica della tecnica come apparato) – ci porta a vivere nello stesso solco nichilista del capitalismo, con saperi simili e congrui fatti di brevità, istantaneità, tempo irreale, simultaneità, ma soprattutto individualizzando e isolando gli individui per poi totalizzare meglio in sé le parti prima separate, per cui dobbiamo essere soli ma connessi (e individualizzazione e totalizzazione sono l’essenza del potere moderno, non tanto politico quanto economico e tecnico). Producendo persino, per favorire questa totalizzazione mediante individualizzazione , un nuovo feticismo di massa, quello appunto del dover essere connessi .

Ne è uscita una nuova forma di etero-nomia e di assoggettamento, certo diversa da quelle religiose o ideologiche del passato ma anch’essa negatrice, forse più di quelle, di ogni auto-nomia individuale e sociale. Contro questa etero-nomia occorre dunque recuperare quella cosa che permetta l’auto-nomia e che si chiama immaginazione pro-gettuale e magari la vecchia utopia , possibile solo “fuori dai vincoli della ripetizione”, cercando “una nuova proliferazione di significati e di eccedenza di senso” (ancora Galzigna), per rimettere insieme gli antagonismi molecolari pure esistenti ma ancora sterili culturalmente e politicamente. Utopia il cui desiderio e la cui ricerca nascono solo se vi è la compresenza (Bauman, da ultimo) di due condizioni : la prima, l’insoddisfazione per la realtà esistente (e questa c’è); e poi, la convinzione di potercela fare a cambiare la realtà (e questa invece manca).

Gli uomini in rivolta si limitano ancora a dire no , dimenticando (Camus) che un uomo in rivolta deve soprattutto dire e lo deve dire “fin dal suo primo muoversi”. In questa Europa è possibile solo la logica dello scontro che non deve diventare conflitto & pro-getto , l’unico meccanismo di azione sociale per il cambiamento invece capace di trasformare quegli uomini senza qualità tanto amati dal potere in uomini con molte qualità e quindi capaci finalmente di dire .

Nulla di quello che dovrebbe accadere – il rovesciamento delle politiche neoliberiste e dei saperi/poteri tecno-capitalistici – sta dunque accadendo . E la causa – prima che nelle oligarchie, nei governi tecnici e nelle larghe intese – è nell’azione biopolitica e nelle discipline (in senso foucaultiano) dello stesso tecno-capitalismo, nel loro avere agito in profondità nella società in quanto saperi/poteri di relazione e integrazione, nell’avere infine vinto anche la lotta di classe contro il proletariato. Il dover essere sempre connessi ; la velocizzazione/intensificazione del tempo e del lavoro; il lavorare come un dover collaborare con l’impresa; la cancellazione delle differenze (sinistra/destra, bene/male, giusto/ingiusto, lavoratore/imprenditore, consumatore/brand) e del dialogo , privilegiando il monologo collettivo (ancora Anders) con tutti che ripetono le stesse cose di tutti senza saper davvero immaginare in auto-nomia il nuovo e il diverso; la perdita della privacy, con la morte della soggettività ; la precarizzazione del lavoro e della vita : tutte pedagogie e discipline che hanno svuotato di senso e di futuro l’individuo (isolandolo, falsamente individualizzandolo ) perché fosse invece possibile una sua crescente integrazione (appunto: la totalizzazione ) con l’apparato di cui deve fare parte (mercato, impresa, rete, stato), con la società sempre meno aperta e sempre più sedotta dalla chiusura comunitaria (i localismi, il comunitarismo di rete d’impresa e di brand, il comunitarismo nazionalistico), dove le metafore ‘biologiche’ (il corpo sociale) e ‘tecniche’ (l’ apparato, la rete ) si confondono – ed ecco le pedagogie della condivisione e del fare sciame in rete, della community , del siamo tutti sulla stessa barca , della wikinomics), imposte da un pilota automatico (se si crede nella tecnica o nel mercato o in Mario Draghi o in Giorgio Napolitano) o dall’ istinto . Comunque e sempre: etero-nomia.

È stata una grande opera di sedazione sociale mediante incorporazione di ognuno nell’organizzazione tecno-capitalista. Che per funzionare al meglio deve eliminare ogni possibile resistenza e ogni possibile conflitto interno. Per questo era necessario che gli individui perdessero ogni idea di futuro e di utopia, di autonomia (nel senso di Kant) e di responsabilità (nel senso di Hans Jonas). E questo è accaduto. Urge allora ritrovare le mappe dell’Utopia (e se è vero che le utopie hanno prodotto disastri, un disastro ancora maggiore lo sta producendo la loro assenza).

Ma cercandole – queste utopie e queste mappe – senza ricorrere al navigatore satellitare. E senza confidare nei motori di ricerca.

Aumentato del 36,5% lo stock del debito presso le famiglie Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Dall’inizio della crisi l’indebitamento delle famiglie del nostro Paese e’ aumentato del 36,5%, anche se nell’ultimo anno è in calo. Secondo un’analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia, l’indebitamento delle famiglie italiane e’ cresciuto di 134 miliardi, pari ad un aumento percentuale del 36,5:in termini assoluti ha toccato quota 501,58 miliardi di euro, anche se va evidenziato che la punta massima registrata in questi ultimi anni è stata raggiunta alla fine del 2011, con 506,2 miliardi di euro .Dalla Cgia sottolineano che tra il 2007 ed il 2012 l’inflazione è aumentata dell’11,2%.L’indebitamento medio delle famiglie italiane, rileva la Cgia, e’ di 19.387 euro, mentre le province piu’ esposte con il sistema bancario sono quelle lombarde: al primo posto troviamo Lodi, con un dato medio per famiglia pari a 27.831 euro, seguono Monza-Brianza, con 27.628 euro, Milano, con 27.407 euro e Varese, con 25.968 euro. Niente a che vedere con gli importi che caratterizzano le realta’ provinciali meno esposte con il sistema bancario: Vibo Valentia, con 9.094 euro, Enna, con 8.551 euro e l’Ogliastra, con 8.408 euro.

Per indebitamento medio delle famiglie consumatrici italiane si e’ inteso, spiega la Cgia, quello originato dall’accensione di mutui per l’acquisto di una abitazione, dai prestiti per l’acquisto di auto-moto e in generale di beni mobili, dal credito al consumo, dai finanziamenti per la ristrutturazione di beni immobili. Ma come mai lefamiglie italiane nell’ultimo anno hanno ridotto lo stock di debito?
“Ho l’impressione -sottolinea Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia- che nell’ultimo anno molte famiglie abbiano deciso di saldare i propri creditori a scapito dei risparmi e dei consumi”.

“L’insicurezza legata alla crisi economica, al timore di una impennata dei tassi di interesse e, in particolar modo, alla paura di perdere il posto di lavoro -continua Bortolussi- ha indotto moltissime persone a concentrare le proprie entrate e una parte consistente dei risparmi al pagamento dei debiti”. Questo comportamento, legato anche agli aumenti delle tasse e del numero dei senza lavoro avvenuti negli ultimi anni, ha concorso a contrarre il reddito disponibile delle famiglie che, nel 2012, ha provocato un vero e proprio tracollo dei consumi: -4,3%. Niente a che vedere, dice la Cgia, con quanto era successo negli anni precedenti: +0,1% nel 2011; +1,5% nel 2010 e -1,5% toccato nel 2009.

Un presidente per tutti i gusti? Fonte: il manifesto | Autore: Sarantis Thanopulos

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Il libro di Paolo Franchi su Napolitano è un’efficace sintesi della storia della sinistra italiana dalla svolta di Salerno di Togliatti (settant’anni fa) ad oggi. Franchi fa scorrere davanti al lettore le testimonianze di un’epoca con un’attenzione selettiva che privilegia la ricostruzione di un clima, di un’atmosfera. Fa così tornare viva quell’eccezione, culturale e politica, che il P.C.I è stato, con tutte le sue ambiguità, velleità e contraddizioni. La scelta di Napolitano come personaggio politico di riferimento non è un pretesto: il presidente incarna più di ogni altro il compromesso tra la diversità comunista e l’”altra” Italia, che questa diversità l’ha segretamente ammirata e apertamente temuta e odiata. L’antico esponente comunista è come mai al centro della vita politica italiana, e ad onor del vero, senza tradire il suo pensiero di fondo, senza cedimenti dettati dall’opportunismo.

La sua presidenza è, in parte, la riprova del fatto che perfino nell’Italia di oggi che vive alla giornata, alla ricerca di salvatori improbabili (dai quali si salvi chi può), l’esigenza di un minimo di decenza, di un’attenzione, anche solo consolatoria, al comune interesse resta in qualche modo viva. L’ampio consenso di cui tuttora Napolitano gode rappresenta indirettamente un inconsapevole omaggio all’anomalia comunista italiana (che, forte della sua posizione eccentrica in un mondo diviso in due, ha saputo costruire un consenso di massa in difesa di valori solidali).

Questo omaggio (la rivincita della storia sull’oblio) è di natura psicologica. La fuga antidepressiva dai problemi, la ricerca di soluzioni che tamponano le falle senza ripararle, il lasciarsi trascinare dalle emozioni del momento che servono solo a scaricare la tensione psichica crea un senso di precarietà destabilizzante che esige un bilanciamento. Il riconoscimento nei comuni valori sanciti dalla costituzione, la percezione del rinnovamento come processo che guarda al futuro tenendo conto delle lezioni del passato, la protezione dei più deboli dall’egoismo dei più forti (cose di cui il presidente si è fatto portavoce) fanno da contenimento a un senso diffuso di smarrimento (foriero di tentazioni autoritarie). Senonché questo contenimento mostra limiti evidenti e sfiora il pericolo di funzionare come specchietto per le allodole. C’entra in parte un tratto della personalità di Napolitano che secondo Martelli (citato da Franchi) “ha sempre l’aria di considerare il mondo che lo circonda, con le sue passioni, le sue tensioni e le sue miserie, come scolaresca riottosa da tenere sotto controllo”. La fede nella possibilità di mettere d’accordo tutti a prescindere dalle divisioni profonde che ci attraversano, favorisce un meccanismo psichico di “scissione” (che rappresenta il più grande ostacolo a una unità vera): dimorare nell’egoismo del proprio interesse e professare, al tempo stesso, la fede al bene comune.

La schizofrenia che le larghe intese incentivano rischia di far apparire Napolitano (suo malgrado) non come il presidente di tutti ma come il presidente per tutti i gusti.