Il gesto coraggioso di Amina: si scopre il capo davanti al giudice da: la repubblica

22

Il gesto coraggioso di Amina:  si scopre il capo davanti al giudice
Amina Tyler (foto di Cristina Mastrandrea) 

Il processo di appello contro la giovane, 18 anni, accusata di detenzione di gas paralizzante, si è svolto oggi. La sentenza tra una settimana. Ma lei non si è fatta mancare l’occasione di rivendicare la sua libertà di CRISTINA MASTRANDREA

Amina sfida ancora, con coraggio, le tradizioni. Oggi in occasione del processo d’appello in cui è imputata, Amina entra in aula di Tribunale e, davanti alla Corte, si sfila dal capo il “sefseri”, il velo che viene fornito dal carcere a tutte le donne e che rappresenta la tradizione tunisina. Da diversi decenni viene indossato dalla prigioniere quando si presentano in Tribunale come forma di protezione dagli sguardi del pubblico. Il velo non è obbligatorio e Amina con orgoglio se lo toglie appena entra in aula, quasi come per dire simbolicamente che lei è sempre libera. Sorride, mostra il pugno chiuso e fa il gesto di vittoria.

Il processo d’appello ad Amina Tyler, 18 anni, per detenzione di gas paralizzante, accusa per la quale è stata condannata in prima istanza a 300 dinari di ammenda, si è svolto oggi al Tribunale di Sousse. Nessuna protesta da parte dei gruppi islamici piu radicali, come invece era accaduto a Kairouan lo scorso 30 maggio. La sentenza arriverà l’11 luglio.

Presenti a Sousse numerosi sostenitori del Comitato FreeAmina ma anche diversi rappresentanti di associazioni come Amnesty International, Organizzazione Mondiale Contro la Tortura, l’Associazione delle donne democratiche tunisine.

“Sono molto fiero – dice il padre di Amina, al termine del processo – i giovani hanno iniziato a sostenere Amina, hanno capito che ha subito un processo politico, che non ha fatto niente, non si è svestita, non ha profanato alcun cimitero, è andata Kairouan per dire che la ‘Tunisia è uno Stato civile dove le donne sono libere'”.

Gli avvocati in aula hanno chiesto la non applicazione del testo di legge sulla detenzione di esplosivi,  che verrebbe applicata nel caso specifico, al possesso dello spray paralizzante. Hanno ribadito l’innocenza di Amina e la richiesta di scarcerazione. “La detenzione di Amina è una detenzione arbitraria – spiega Radhia Nasraoui, una delle piu conosciute avvocatesse tunisine, militante contro la tortura e per la difesa dei diritti dell’uomo  –  non doveva essere arrestata non ha commesso alcun crimine e alcuna infrazione alla legge. Il dossier che è attualmente dal giudice Istruttore, al Tribunale di prima istanza di Kairouan, è vuoto. Ma, nonostante questo, vede tre capi di imputazione: attentato al pudore, che non è vero perché Amina non si è svestita; profanazione di cimitero, anche questo non è vero; ma la cosa più rivoltante è l’accusa di appartenenza ad un’associazione di ‘malfattori’ che ha come obiettivi di portare a termine delitti contro cose o persone. Trovo che questa ultima accusa sia scandalosa. Amina è sola in questo dossier, non appartiene ad alcun gruppo, nemmeno a Femen, ha detto che non appartiene a quel movimento. Tuttavia anche se appartenesse al movimento Femen, non è un movimento che ha l’obiettivo di danneggiare persone o cose. E’ un dossier che mi ricorda il periodo Ben Ali, quando venivano creati dei processi e delle cause ad hoc solo per gli oppositori politici”

Stessa posizione per l’avvocato Halim Meddeb, attivista militante nelle associazione per i diritti dell’uomo e dell’Associazione mondiale contro la tortura: “Non c’è una prova sola contro Amina. Dov’è l’a presunta associazione di malfattori? Ho detto al giudice istruttore ‘a chi dovrebbe essere associata Amina? Al diavolo? Lei è sola, il dossier e l’accusa sono vuoti inesistenti”.

“Lei è in detenzione preventiva – continua Halim – misura eccezionale quando c’è il pericolo che gli imputati facciano un altro crimine e che sono pericolose per la comunità. Qui non abbiamo alcun crimine pericoloso. Amina è in prigione per un’opinione politica, come è stata arrestata per istruzioni dall’alto, andrà ad essere liberata da decisioni dall’alto. La giustizia  ha dimostrato in questo affare che non è indipendente”.

Poi Halim si lascia andare a qualche nota ‘privata’, su Amina: “Qualche settimana fa sono andato a trovarla, non l’avevo mai conosciuta. Ho scoperto una ragazza incredibile, adora leggere, scrivere, è molto intelligente, motivata, ama leggere libri di storia, sulla Tunisia contemporanea, ha una forte volontà di cambiare le cose in Tunisia, mi ha parlato delle donne prigioniere e quello che subiscono. Amina parla della sua situazione ma anche di quella degli altri. Le hanno confiscato dei libri, ha chiesto di portargliene altri. Lei chiede solo di tornare a scuola. È molto forte, pazienta, il suo morale è alto”.

L’F35 bombarda la Costituzione di Gianluca Di Feo da: l’espresso

Il nuovo supercaccia, sul quale il nostro Paese compie un enorme azzardo economico, ha già compiuto la sua prima missione: aprire uno scontro tra le Camere e il consiglio Supremo di Difesa. Con un interrogativo per i cittadini: sugli armamenti, e sui loro costi esorbitanti, chi deve decidere? Il parlamento eletto dai cittadini o i ministri o il capo dello Stato?

(03 luglio 2013)

Prima ancora di entrare in servizio, il supercaccia si sta dimostrando capace di compiere incursioni incredibili. L’F-35 è riuscito già a penetrare nelle zone grigie della nostra Costituzione, aprendo uno scontro senza precedenti. Il pronunciamento del Consiglio Supremo della Difesa è come una bomba a grappolo, che apre una serie di questioni sul rapporto tra capo dello Stato, governo e Parlamento. Chi deve decidere riguardo alle questioni fondamentali sugli armamenti?

Un anno fa i parlamentari con una legge hanno cercato di riportare il peso delle scelte nell’ambito delle Camere. Una volontà ribadita con l’istituzione della Commissione conoscitiva sui grandi contratti per i programmi militari. L’obiettivo di quel provvedimento è chiaro: dare a chi è eletto dai cittadini l’ultima parola su investimenti che condizionano in modo determinante i conti del Paese e il destino delle sue industrie a più alto contenuto di tecnologia.

Invece l’organismo presieduto dal capo dello Stato ha sancito che non esiste un potere di veto delle Camere. Lo ha fatto sulla base della legge del 1950, nata per definire il ruolo di questo organo di rilevanza costituzionale che “esamina i problemi generali politici e tecnici attinenti alla difesa nazionale e determina i criteri e fissa le direttive per l’organizzazione e il coordinamento delle attività che comunque la riguardano”. Finora il Consiglio Supremo è sempre stato uno strumento consultivo: ha espresso le linee strategiche, che poi governi, parlamento e Stato maggiore dovevano concretizzare. Invece nell’interpretazione odierna le direttive si sono trasformate in decisioni. Rendendolo di fatto veramente Supremo.

L’Italia e il mondo nel 1950 erano molto diversi. La Guerra Fredda stava nascendo, caldissima sui campi di battaglia della Corea. Il blocco di Berlino aveva aperto la prima crisi tra Stati Uniti e Urss rendendo tesissimo il confronto tra blocco occidentale e potenze comuniste. Al Consiglio Supremo spettava soprattutto indicare la rotta per le alleanze, sancendo l’adesione al Patto Atlantico della Nato.

In quell’epoca i programmi per l’acquisto di armamenti avevano costi tutto sommato limitati. In Italia i caccia erano ancora ad elica e la sconfitta nella guerra mondiale relegava le nostre forze armate a un ruolo assolutamente secondario, con mezzi e organici ridotti. Una situazione lontana anni luce da quella attuale. Paradossalmente, dal 1991 in poi i nostri militari hanno combattuto una lunga serie di conflitti, ipocritamente presentati come “missioni di pace”. I bombardamenti sull’Iraq di Desert Storm, le battaglie in Somalia, i raid su Bosnia e Kosovo, la sanguinosa operazione a Nassiriya, l’offensiva aerea sulla Libia, il lungo impegno armato in Afghanistan. Decine di migliaia di soldati italiani, centinaia di aerei e decine di navi sono state mandate al fronte. Ed è cambiata la natura dei programmi per costruire e acquistare armamenti.

La scelta di un aereo implica investimenti colossali, alleanze internazionali, ricadute tecnologiche per le industrie: in pratica ogni grande progetto condiziona il futuro del Paese. Il cacciabombardiere Tornado ci ha resi protagonisti nell’Europa della ricerca aerospaziale e l’intercettore Eurofighter ha proseguito questa rotta, mobilitando risorse pari a molte decine di miliardi di euro. L’alleanza con Lockheed per l’F-35 ci ha riportati sull’altra sponda dell’Atlantico, inseguendo la prospettiva di un velivolo più moderno e sperando che desse una scossa ai monopoli di Finmeccanica.

Tutti questi programmi hanno una durata di diversi decenni. Il consorzio Eurofighter è stato creato nel 1983, con premier Amintore Fanfani, ma il jet è entrato in servizio solo nel 2004. Lo stesso sta accadendo con l’F-35: l’adesione iniziale risale al 1998 con il primo governo Prodi, l’ultimo aereo dovrebbe essere consegnato nel 2027. Ed è questa scansione cronologica che fa emergere i dubbi più grandi sul pronunciamento arrivato dal Quirinale. Come può il Consiglio Supremo della Difesa avere il pieno controllo di programmi così prolungati nel tempo?

Diritti: la Boldrini dice no a Marchionne da: globalist.it

 

La presidente della Camera declina l’invito dell’Ad della Fiat: non sarà certo una gara a ribasso su diritti e costo del lavoro ad avviare la ripresa.

 


Desk3
giovedì 4 luglio 2013 19:21

 

 

Nei giorni scorsi, dopo l’incontro con una delegazione di lavoratori della Fiat e dell’indotto, guidata dal Segretario generale della Fiom-Cgil Maurizio Landini, la presidente della Camera Laura Boldrini ha ricevuto, dall’Amministratore Delegato della Fiat, Sergio Marchionne, una lettera con l’invito a visitare uno degli impianti dell’azienda, ma Boldrini ha declinato l’invito: “ci saranno altre occasioni”.

Ecco il testo della sua risposta a Marchionne:

“Gentile dott. Marchionne, La ringrazio per la sua cortese lettera del 28 Giugno e per l’invito che mi ha rivolto.

Lei ha giustamente notato il mio interessamento ai temi del lavoro, in questa particolare fase di crisi economica. Non si tratta soltanto di sensibilità personale. Ritengo un dovere per chi rappresenta le istituzioni dedicare il massimo impegno al tema del lavoro in tutte le sue declinazioni: la disoccupazione giovanile, la precarietà, la perdita del posto per persone non più giovani e con famiglia. Così come il lavoro da reinventare e ripensare sotto nuove forme e in chiave di innovazione e di produttività. Cerco, per questa ragione, di sollecitare, per quanto è nelle mie facoltà, l’esame di proposte di legge di iniziativa governativa o parlamentare che si propongono di stimolare e incoraggiare nuova occupazione. E cerco quanto più possibile di incontrare sia le delegazioni di lavoratori che vengono a Roma per far sentire la loro voce al Governo e al Parlamento, sia i piccoli e medi imprenditori che tentano una via di uscita dalla crisi. Sarebbe grave se in un momento così difficile per le famiglie italiane i Palazzi della politica si chiudessero in se stessi e non si mostrassero aperti a tali istanze.

Questi incontri, e i tanti che svolgo nelle città italiane, insieme alle decine di migliaia di lettere e messaggi che ho ricevuto finora, mi danno il senso dello stato di salute della nostra economia e dei suoi numerosi punti di criticità. In particolare emerge la portata del processo di deindustrializzazione che colpisce aree sempre più vaste del nostro Paese. Per ogni fabbrica che chiude e per ogni impresa che trasferisce la produzione all’estero, centinaia di famiglie precipitano nel disagio sociale e il nostro sistema economico diventa più povero e più debole nella competizione internazionale.
Siamo consapevoli che bisogna invertire quanto prima questa tendenza e ognuno di noi può fare qualcosa di utile. La politica, certamente, ma anche il mondo sindacale e quello imprenditoriale. Tutti siamo chiamati a sfide nuove. La mia esperienza di vita e di lavoro mi ha spinto a guardare tutto questo in un’ottica globale e a rendermi conto che non servono soluzioni di corto respiro. Il livello e l’impatto della crisi sono tali da imporre un progetto del tutto nuovo, una politica industriale che consenta una crescita reale, basata su modelli di sviluppo sostenibile tanto a livello economico, quanto sociale e ambientale.

Lei concorderà che le vecchie ricette hanno fallito e che ne servono di nuove. Affinché il nostro Paese possa tornare competitivo è necessario percorrere la via della ricerca, della cultura e dell’innovazione, tanto dei prodotti quanto dei processi. Una via che non è affatto in contraddizione con il dialogo sociale e con costruttive relazioni industriali: non sarà certo nella gara al ribasso sui diritti e sul costo del lavoro che potremo avviare la ripresa. Tutto questo mi porta a guardare con particolare interesse alla condizione e al ruolo della Fiat, sia in Italia sia all’estero, e ascoltare le ragioni di quanti partecipano attivamente a una realtà così importante.

Impegni istituzionali già in agenda purtroppo non mi consentono di accogliere l’invito alla cerimonia del 9 Luglio in Val di Sangro. Certa che non mancheranno ulteriori occasioni di confronto, Le invio i più cordiali saluti.”

No Aerei F35,mp4

Lettera aperta a Epifani sulla 194 da: se non ora quando? factory

194--258x258Gentile Segretario Epifani,

le parliamo per quello che siamo: un gruppo di donne che appartiene al movimento Senonoraquando? Altri concetti: destra, sinistra, emergenza, centro, larghe intese, democrazia, crisi, li mastichiamo abbastanza bene anche noi. Nessuno di essi, però, ci definisce.

Dunque non scriviamo a Lei per una scelta d’elezione. Lo faremmo con qualsiasi altro segretario di partito che si prepara a un congresso.

Abbiamo riflettuto a lungo su quello che è accaduto alla Camera dei deputati l’11 giugno scorso e ci preoccupa. Il problema è così serio che preferiamo un dialogo meditato a una reazione impulsiva. Il suo partito si è astenuto su tutte le mozioni tranne la propria, negando il proprio voto anche a dispositivi che rendessero più vincolanti gli impegni di cliniche ed enti ospedalieri per l’attuazione della legge 194 senza essere paralizzati dall’obiezione di coscienza.

Non ci accontentiamo più di sentirci dire, come alcuni deputati del suo partito hanno fatto nel recente dibattito parlamentare, “la 194 non si tocca”. La 194 si tocca, eccome. Da 35 anni, dal 1978, l’anno in cui è entrata in vigore. Siamo sincere e sinceri, una volta per tutte. Quella legge è figlia di un’epoca, di un Paese, di un comprensibile compromesso. In alcune regioni, anche dove governa il suo partito, l’articolo 2 è stato interpretato a maglie larghe e si sono stipulate convenzioni con associazioni di volontariato che si sono comportate da veri e propri dissuasori. E hanno chiamato questa forzatura “piena attuazione della legge”. Noi non escludiamo affatto che una donna possa essere tormentata e attraversata da dubbi di fronte a una scelta così profonda, ma pensiamo che in questi momenti occorrono l’amicizia, gli affetti, i rapporti di fiducia. Non lo Stato o il suo braccio convenzionato.

In maniera uguale e contraria, l’articolo 9 è stato interpretato a capriccio degli enti ospedalieri. Oggi l’obiezione di coscienza ha raggiunto l’80 per cento in media, ha superato il 90 per cento in alcune zone del meridione e spesso le regioni si sono ben guardate dal “garantire e controllare l’attuazione della legge anche attraverso la mobilità del personale”, come recita il testo della 194.

Vede, a nostro parere, questa legge si tira e si allenta come un elastico a seconda degli equilibri di potere che in quel momento soddisfano il ceto politico e le sue tattiche.

Di questo ne abbiamo abbastanza. Alcune di noi sono credenti, altre no. Nessuna di noi è per l’aborto, tutte siamo per  la scelta libera e responsabile di ciascuna donna. Finchè l’uno non si fa due, uno solo è il corpo, una sola è la coscienza, uno solo è il percorso di responsabilità. Le donne hanno sufficiente immaginazione e senso etico per aprire lo sguardo sull’ embione, rappresentarsene la vita potenziale, e decidere di se stesse.

Ognuna di noi è felice se la propria amica o la propria figlia sono state così sagge da prevenire l’aborto. Consideriamo un dono e un privilegio non essere passate attraverso questa esperienza.

Del resto le cifre parlano da sole. Secondo gli epidemiologi dal 1980 ad oggi, rispetto all’abortività stimata prima della legge, sono stati evitati tre milioni e 300 mila aborti. E sarebbero anche di più se, sul tasso di abortività, non incidessero, per il 34%, le donne straniere che di doni e privilegi ne hanno assai pochi.

Vorremmo discutere con Lei di tutto questo. Distinguendo l’etica dalla tattica che, come Lei sa benissimo, sono due cose molto diverse.

Con cordialtità,

Se Non Ora Quando FACTORY

“Nel mediterraneo c’è un potenziale rivoluzionario sfruttato dalla reazione”. Intervista a Fabio Amato | Autore: fabio sebastiani

 

Il mediterraneo torna ad infiammarsi. C’entra la crisi economica dell’occidente?
Le rivolte che stanno sconvolgendo tutto il mondo arabo nascono da ragioni strutturali. A cominciare dalla crisi economica, ovviamente, e poi per passare alle speculazioni sui futures del petrolio. Ed e’ questo in fondo che ha unito un pezzo di rivolta urbana, della parte più colta della società, le cui aspettative erano soffocate dal sistema clientelare e nepotistico, al peggioramento elle condizioni di vita di masse operaie e dei contadini stessi. Questo viene sempre sottostimato, ma voglio ricordare che i sindacati hanno avuto un ruolo sia in Tunisia che in Egitto.

Siamo di fronte a un buco nell’analisi degli Usa che invece hanno puntato la loro strategia sul ruolo di Morsi.
Gli Usa credevano al patto non scritto filtrato dal Quatar e dall’Arabia Saudita con la Fratellanza islamica. Un patto che avrebbe dovuto garantire un cambiamento soft dal punto di vista geopolitico. Questo è avvenuto sia in Tunisia che in Egitto. Oggi, pero’, il fatto che i Fratelli musulmani di fatto non abbiano toccato nessuna della cause strutturali della crisi e non abbiano implementato nessuna riforma sociale, anzi si sono affrettati ad occupare tutte le leve del potere e i posti chiave imitando i regimi precedenti in chiave islamica per mantenere la coesione del loro blocco, ci dice che quella fase e’ chiusa.

Cosa ci sta dicendo la mobilitazione in Egitto?
In Egitto la mobilitazione è trasversale. I militari, è evidente che sono parte del patto per la transizione. In Egitto esistono delle soggettività politiche, come in Tunisia dove esiste una sinistra. Però da un punto di vista di forza e di alleanze internazionali i militari e i musulmani sono i soggetti determinanti in questa fase. Nel Fronte di salvezza nazionale ci sono dai liberali alla sinistra.

Cosa lega questa ondata di rivolte alla crisi economica?
Al fondo si tratta di una rivolta rispetto ad una crisi che non ha più confini. Il problema è che non c’è abbastanza consapevolezza di questo legame. Turchia e Egitto sono i paesi della delocalizzazione verso Sud da parte delle aziende e delle multinazionali che operano in Europa e negli Stati Uniti. Le privatizzazioni ovunque applicate comportano la cancellazione dei diritti sociali. La dissoluzione di qualsiasi forma che esisteva prima di Stato sociale ha finito per accendere la miccia. Anche in Turchia tra le forze che hanno animato le proteste ci sono le forze della sinistra radicale per quanto frammentata. Il problema è che se da una parte ci sono le condizioni oggettivamente rivoluzionarie, per adesso i benefici le hanno colte le forze controrivoluzionarie. Il problema è la costruzione di soggettività politiche in grado di proporre la rottura del modello sociale.

Insisto su questo aspetto della crisi, perche’ intanto il potenziale esplosivo dell’Europa potrebbe investire anche le sponde del mediterraneo alla ricerca di una soluzione nuova…
E’ in fondo il nodo della Mesoregione mediterranea. Sarebbe anche una ipotesi naturale e storica. L’Unione europea aveva investito nel processo di Barcellona ma poi si è tradotto in accordi di libero commercio e sfruttamento del lavoro. Oggi, l’Unione europea guarda all’atlantico anche se con la vicenda del Datagate ci saranno non pochi problemi. O si battono quell’ipotesi lì ugualmente in Europa oppure si devono mettere in discussione i trattati così come sono. Il mediterraneo l’Europa l’ha intercettato solo rispetto al tema della delocalizzazione. Quindi, per fare il primo passo va rotta la gabbia neoliberista.

Qual è la situazione del dialogo tra i movimenti delle due sponde?
Si stanno costruendo le reti. E qualche cosa è stato fatto con il Forum mondiale sociale in Tunisia. Ad ottobre a Palermo c’è stata la prima conferenza euromediterranea della sinistra europea. E il prossimo ottobre ci sarà un incontro tra la sinistra europea, il forum di San Paolo e la sinistra del Mediterraneo. E’ chiaro però che i rapporti di forza sono più complessi.

Che vuoi dire?
Ci sono interessi geopolitici enormi e in campo ci sono gli stati nazionali. Noi, di contro, abbiamo reti informali. La ricostruzione di un immaginario tra neoliberismo e movimenti religiosi ci può essere, per esempio, a partire da un panarabismo socialista. In Egitto ha presa, così come in Tunisia. Il fronte della sinistra dimostra che una opzione progressista c’è. Del resto, è proprio agendo su questo elemento dell’immaginario che in Amercia latina sono riusciti a battere il neoliberismo, ovvero grazie al fatto che hanno ripreso un ideale umanista come il socialismo del xxi secolo.

Mi pare che Chavez avesse anche proposto un percorso che portasse ad una nuova internazionale…
Il tema della ricostruzione di una forma permanente e di una nuova internazionale secondo me rispetto a quello che sta accadendo è chiaro che si pone come urgente. Noi avevamo sostenuto quella proposta. Chavez non fu capito.

Alleva: “Con la Consulta la Costituzione rientra nei luoghi di lavoro. Antisindacale chi esclude”Fonte: www.liberazione.it | Autore: vittorio bonanni

 

Piergiovanni Alleva, giuslavorista, già responsabile giuridico della Cgil e uno degli avvocati del pool che difende la Fiom durante le vertenze, è felicissimo dopo la decisione della Consulta che ha dichiarato incostituzionale l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, nella parte che consente la rappresentanza sindacale aziendale (Rsa) ai soli sindacati firmatari del contratto applicato nell’unità produttiva. La decisione, che certamente è anche un successo di Alleva come degli altri legali impegnati in quella sede, è stata adottata nell’ambito del ricorso della Fiom, esclusa dalla Rsa, contro la Fiat.
“Si tratta di una sentenza di svolta – dice il giurista – che la fa finita in sostanza con i contratti separati. Perché i contratti separati non servono soltanto a far passare i bidoni contrattuali ma, dopo l’elezione di Marchionne, servivano fondamentalmente a buttare fuori i sindacati antagonisti. Che poteva essere appunto la Fiom, potevano essere i Cub (Comitati unitari di base) e potevano essere anche altri. Questa è stata la perfida invenzione, non faccio il nome, del mio principale avversario giurista (l’avvocato Raffaele De Luca Tamajo, ndr), che aveva capito che a questo amo poteva attaccare tutto. Il fatto che soltanto il sindacato che aveva firmato non si sa come un contratto collettivo, magari a pranzo o a cena con il datore di lavoro, avesse diritto di cittadinanza in fabbrica, era importante, come ho detto ieri in Corte, non per far entrare lui, di soppiatto, ma per far entrare lui e cacciare gli altri contemporaneamente. Perché nel momento in cui cambia il contratto, scade il vecchio ed entra in vigore il nuovo, o noi riusciamo a sostenere che il vecchio però non muore comunque, cosa che abbiamo appunto sostenuto senza molto successo, oppure nel momento in cui c’è il cambio del contratto chi firma il nuovo non solo si accredita lui ma appunto caccia gli altri”.Una modalità escludente insomma….
Assolutamente escludente. Io alla Corte ho chiesto se avevano visto i delegati Fiom con gli scatoloni in mano uscire dalla Weber, impresa dove avevano il 75% degli iscritti. Questo ha portato la Corte a questa interpretazione.

Che sviluppi ci possono essere ora?
Si ripropongono oggi le condizioni per realizzare la democrazia sindacale, in quanto se tutti i sindacati che hanno partecipato ad una negoziazione e che il datore di lavoro non può escludere pena essere accusato di comportamento antisindacale, vanno al tavolo e poi per ragioni di merito non firmano, possono fare comunque le Rsa. Ma se fanno le Rsa poi di fatto partecipano anche alle Rsu con conseguenti nuove elezioni. Diciamo che la Costituzione è rientrata per la seconda volta in fabbrica con questa sentenza. Questo è il significato vero. Il meccanismo perfido con il contrattino bidone dove io sindacato giallo mi faccio la Rsa e nel frattempo caccio gli altri, non vale più. Per fortuna.

In rotta con la Costituzione Fonte: il manifesto | Autore: Giulio Marcon

24430-giorgio-napolitano

Con l’avallo del Presidente Napolitano, il Consiglio supremo di difesa – esaltato, sembra, dalle gesta dei militari in Egitto – ha detto al Parlamento: sui sistemi d’arma, e in particolare sugli F35, non provate a mettere bocca. Cacciabombardieri, portaerei, carri armati: è tutta roba nostra, dicono i militari. Il Parlamento se ne stia tranquillo e non prenda decisioni (cioè non ponga “veti”), anche se fa quello che normalmente un Parlamento mette in opera per le sue ordinarie funzioni: approva leggi e vota atti di indirizzo politico (mozioni e risoluzioni) e ispettivo (interrogazioni e risoluzioni).
La settimana scorsa la Camera dei deputati ha votato due mozioni sugli F35. La prima (promossa da deputati Sel, Movimento 5 Stelle e alcuni del Pd e di Scelta Civica) chiedeva lo stop definitivo agli F35 ed è stata bocciata. La seconda, promossa dalla maggioranza di governo e approvata, ha di fatto rinviato la decisione e ha comunque bloccato nuove acquisizioni di cacciabombardieri, in attesa di una nuova decisione parlamentare.
Il fatto che il Parlamento se ne sia occupato e che sia stata approvata una timidissima mozione che comunque sospende temporaneamente gli acquisti degli F35 ha fatto infuriare i militari. Si tratta di una posizione inaccettabile, soprattutto in una democrazia che non accetta di stare sotto tutela. Non siamo né in Egitto, né in Turchia. In una democrazia matura i militari non sono al di sopra degli altri poteri e della legge e sicuramente sono soggetti al potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Come tutti.
In più – sul finire della scorsa legislatura – è stata approvata una discutibilissima legge delega sulla difesa (che garantirà più risorse per le armi alle Forze Armate) che comunque prevede che il Parlamento (articolo 4 della legge 244 del 2012) si esprima sui sistemi d’arma e ne autorizzi o blocchi investimenti e stanziamenti annuali. Il Consiglio supremo della difesa sembra dimenticarsi di questa legge, che deve rispettare e alla quale deve sottomettersi.
Tra l’altro il ministro della Difesa Mario Mauro ha provocatoriamente affermato che il Parlamento avrebbe pure potuto decidere di riportare gli F35 da 90 a 131. Ma allora perché il Parlamento può decidere di aumentare il numero di F35 ma gli è vietato discutere se interromperne la produzione?
Lo stesso ministro Mauro, che – in sintonia con il Consiglio supremo della difesa – ha seguito con sufficienza e fastidio il dibattito parlamentare sugli F35, ha definito in modo spericolato e demagogico i cacciabombardieri come «strumenti di pace» e poi, suscitando un po’ di ilarità, ha detto che per «amare la pace, bisogna armare la pace».
Se vuoi la pace, prenditi gli F35, sembra dire il ministro. E il Consiglio supremo di difesa si incarica di dirci che la democrazia va bene, ma non troppo, per favore, soprattutto se interferisce con i privilegi della casta dei militari. Si tratta di affermazioni gravi e inaccettabili per un paese democratico e che ha una Costituzione che con l’articolo 11 (l’Italia ripudia la guerra) ci dice chiaramente che aerei come gli F35 sono incompatibili con la pace.
Un occasione per ribadirlo c’è: tra 10 giorni il Senato voterà altre mozioni sugli F35. Ci sono quelle di Sel e dei 18 senatori del Pd guidati fa Felice Casson che chiedono la sospensione del programma F35. Il Parlamento non si faccia intimidire dai militari e voti l’11 luglio al Senato lo stop agli F35 destinando le risorse al lavoro. La democrazia è più importante dei cacciabombardieri.

Morto l’acese che aveva tentato il suicidio All’origine del gesto problemi economici da: live sicilia

 

 

Non ce l’ha fatta l’imprenditore di 61 anni che martedì mattina aveva tentato di togliersi la vita cospargendosi di alcol e facendosi avvolgere dalle fiamme. È deceduto nel tardo pomeriggio di ieri all’ospedale Cannizzaro, dove era ricoverato in gravi condizioni a causa delle ustioni. Nella sua auto era stato ritrovato un biglietto di scuse alla famiglia

acicastello_dentro

È morto nel tardo pomeriggio di ieri l’imprenditore in pensione di 61 anni che martedì mattina aveva tentato di togliersi la vita dandosi fuoco nella sua auto, a pochi passi dalla riva del lungomare Scardamiano, ad Acicastello. L’uomo è deceduto nel reparto di rianimazione dell’ospedale Cannizzaro dove era stato ricoverato in gravi condizioni a causa delle ustioni riportate sull’85 per cento del corpo, a cui non è riuscito a sopravvivere. Pare fosse intenzionato a suicidarsi per non meglio specificati problemi economici. Nella sua auto, danneggiata dalle fiamme, è stato infatti ritrovato un biglietto di scuse alla famiglia, in cui spiegava anche le origini del gesto.

Il 61enne si era cosparso di alcol nella sua auto per poi darsi fuoco. Avvolto dalle fiamme, si era poi diretto verso la spiaggia, forse pentito, per tentare di raggiungere la riva e gettarsi in acqua, senza però riuscirci. L’uomo, che si era accasciato sugli scogli, era stato inizialmente aiutato da alcuni presenti – come ha raccontanto un testimone a CTzen – in attesa dei soccorsi, che però sono arrivati con estrema lentezza. L’autobotte dei vigili del fuoco di Catania che avrebbe dovuto intervenire, infatti, è rimasta coinvolta in un incidente autonomo nel quale il caposquadra ha riportato diverse contusioni.

[Foto di Daniele Muscetta]

Cosa sta succedendo in Turchia: il punto di vista curdo da: rete Kurdistan Italia

Cosa sta succedendo in Turchia: il punto di vista curdo
4 Luglio 2013

Quello che sta succedendo in Turchia in questi giorni è ormai noto a tutti. Le proteste dei cittadini sono puntualmente represse dalla polizia con modalità brutali, in alcuni casi fatali. Noi ci siamo chiesti cosa ne pensino i curdi, che abitano prevalentemente in zone molto distanti da Istanbul e che, nella loro lotta per l’individuazione, incontrano l’opposizione anche delle forze politiche che in questi giorni guidano le proteste. Tuttavia il popolo curdo della Turchia conosce benissimo la repressione di Stato. Abbiamo chiesto un’opinione a Hevi Dilara, rifugiata politica curda in Italia, direttrice del Festival del Cinema Curdo.

Chiaramente, la Turchia sta attraversando una fase delicata. Ci sono dialoghi tra lo Stato turco, membri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) e Abdullah Ocalan, al fine di risolvere un conflitto che va avanti da decenni. Le forze della guerriglia si ritirano verso i monti Qandil nel Kurdistan Meridionale. Tuttavia, migliaia di prigionieri politici sono ancora detenuti nelle carceri turche o sono in procinto di essere condannati.

Il Movimento Nazionalista dei lupi grigi (MHP) di orientamento fascista e il Partito Repubblicano del Popolo – CHP, principale partito d’opposizione e tra gli organizzatori delle proteste di Gezi Park – [ndr] stanno continuamente sabotando i negoziati di pace. I curdi nutrono profonda sfiducia verso Erdogan, ricordando i suoi appelli non sinceri al dialogo, effettuati solo per assicurarsi la sua base di potere nella Turchia orientale prima delle elezioni del 2011.

Da allora vi è stata un’ondata di arresti senza precedenti (peggio che durante il periodo del colpo di stato militare). L’obiettivo era distruggere l’opposizione filo-curda. Solo dopo una mobilitazione di massa del movimento curdo per la libertà, è stato costretto a tornare al tavolo dei negoziati.

Cosa dice un curdo riguardo questa fase che sta attraversando la Turchia?

Murat Karayılan, presidente del comitato esecutivo dell’Unione delle Comunità Curde (KCK), in un’intervista con l’agenzia Firat (ANF) ha formulato una valutazione sugli ultimi sviluppi in Turchia e in Kurdistan e sull’attuale processo di pace. Ha sottolineato tra l’altro che, nonostante il ritiro dei guerriglieri, in Kurdistan si sono rafforzate le azioni militari dello stato turco e che è anche stata accelerata la costruzione delle postazioni militari nei territori curdi.

Con queste premesse si sta tentando il possibile per sabotare il processo di pace. È evidente che lo Stato si sta preparando alla guerra, ha dichiarato Karayılan, che ha poi parlato anche dei processi contro il KCK e della prigionia di donne e uomini politici curdi: «Coloro che devono fare politica restano in carcere e la guerriglia si ritira.

.Qual è il progetto? Se inizia una nuova fase, una fase di soluzione democratica e la soluzione politica è all’ordine del giorno, le donne e gli uomini politici curdi devono essere liberati». Se questo non dovesse succedere, potrebbero esserci pericoli rispetto al processo di pace, ha spiegato Karayılan.

Il 29 maggio, quando un gruppo ambientalista – tra cui Sirri Süreyya Önder, deputato del Partito per la Libertà e la Democrazia (BDP), di origine curda [ndr] – si è riunito a Gezi Park, nessuno avrebbe potuto prevedere che impatto avrebbe avuto tale manifestazione. Il motivo della protesta è stata la pianificata riqualificazione di Gezi Park, il taglio degli alberi per far posto a un centro commerciale. Nel 2011, questa decisione è stata presa all’unanimità dal consiglio comunale, con i voti anche del CHP. Ne è seguito un violento giro di vite della polizia e molti manifestanti sono stati arrestati.

La risposta violenta della polizia è stata chiaramente del tutto sproporzionata. Numerose persone sono rimaste ferite; immagini delle vittime hanno fatto il giro dei social network. Le immagini degli idranti sparati sulla schiena della gente o le persone colpite dai gas lacrimogeni, sono state accompagnate da dichiarazioni provocatorie di politici di alto livello come il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, che ha dichiarato che i «tentativi di interruzione ad opera di elementi radicali non potevano fermare i lavori di costruzione».

Dopo tre giorni le proteste hanno raggiunto livelli senza precedenti: il primo giugno, centinaia di migliaia di persone hanno manifestato in piazza Taksim, e molti altri hanno preso parte a dimostrazioni in tutta la Turchia. I manifestanti a Istanbul resistono agli attacchi da parte della polizia. Le forze dell’ordine hanno ucciso almeno tre persone e ne hanno ferito molti di più, alcuni di loro versano in condizioni molto gravi. Ancora oggi l’attacco di polizia continua in piazza Taksim.

I più recenti eventi della piazza di Taksim, la retorica usata da Erdoğan, la spietatezza della violenza della polizia, hanno dimostrato che lo stato turco segue ancora gli stessi paradigmi come ha fatto prima il partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) quando ha preso il potere. L’obiettivo principale dello stato è ancora di esercitare il potere assoluto sulla società. La stessa violenza di Stato è stata utilizzata da fascisti per opporsi alle richieste di maggiore democrazia ed è ancora in uso da parte dell’AKP oggi.

È ancora più ironico che pseudo-manifestanti del CHP e MHP si presentino come i guardiani della democrazia. Quindi, il problema non è la persona che è al potere, ma la natura autoritaria dello Stato stesso. È per questo che abbiamo bisogno di continuare e ampliare la nostra lotta contro lo Stato.

La resistenza che si è sviluppata attorno a Gezi-Park rappresenta una tappa importante nella storia della democrazia in Turchia. Penso che questa sia una situazione nuova e che avrà un ruolo importante per il futuro.

Come curda e difensore dei diritti umani continuerò a lavorare verso la creazione di una società ecologica e democratica. Condanno le azioni violente dello Stato turco e faccio appello a tutti di mostrare la loro solidarietà organizzando proteste. Chiedo a tutte le organizzazioni democratiche e alle persone consapevoli che vogliono una vera democrazia in Turchia, di superare le divisioni siano esse religiose, etniche, nazionali, di sesso, età, cultura o classe per agire insieme e fermare gli ultra-nazionalisti del CHP e del MHP per capitalizzare queste proteste democratiche e usarle come piattaforma contro la loro odiosa propaganda nazionalista.

Fonte: ArciSolidarietà