CATANIA 9 LUGLIO PRESSO CGIL VIA CROCIFERI 40 il Prof. Vanni Piccolo, Delegato UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali presenta la “Strategia Nazionale per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”

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Giuni Russo notturno dall’Italia-donne partigiane

Gli stupratori della memoria da: liberazione.it

Gli stupratori della memoria

Cari compagni,
della brutta faccenda che denuncio nell’intervento allegato, si è già occupata anni fa, con competenza e grande umanità, Maria Rosa Calderoni. Si tratta di un avventuriero sedicente comunista che alla fine degli anni Venti vende i compagni ai fascisti e dopo una vita ambigua finisce fucilato dai compagni partigiani, che hanno ben ragione di ritenerlo pericoloso. Il solito Pansa ne ha fatto un eroe, vittima della ferocia dei partigiani stalinisti e una fondazione creata apposta per “riabilitare” la spia, infanga la memoria dei partigiani comunisti e dispensa patenti di “bugiardo” a chiunque si azzardi a mettere in dubbio la versione di Pansa. A me, che l’anno scorso accennai alla cosa in un mio saggio sull’antifascismo, hanno chiesto con toni intimidatori di rettificare le “menzogne violente e ripetute”. Una richiesta campata per aria, dal momento che alle prove già raccolte da altri, ho aggiunto un dato inedito e incontestabile: una sentenza del Tribunale Speciale in cui l’eroe di Pansa compare come principale teste a carico di Bordiga e 56 confinati. Sono i giudici fascisti ad attestarne il ruolo di confidente. Sul piano umano, il desiderio dei nipoti di riscattatre la memoria del nonno sarebbe comprensibile; non è inaccettabile, però, che imbroglino le carte, confondano le idee e provino a intimidire i pochi studiosi che ancora non sono saltati sul carro del vincitore, per trasformare la spia in eroe e i partigiani comunisti in volgari killer.
Non faccio pressioni, non pretendo nulla e non vi nascondo nemmeno che “il Manifesto”, col quale collaboro, coinvolto, non mi ha nemmeno risposto. Date uno sguardo, se potete e qualora vi sembri che ne valga la pena, aiutatemi a far circolare la “rettifica” che come vedrete, non è certo quella che mi si chiedeva.
Perdonate se l’ho fatta lunga e grazie comunque.

Giuseppe Aragno

L’ho incontrato per caso, Riccardo Fedel, «eroe» di Pansa che «racconta» il suo autore come non fa nessuno. Seguivo le tracce di Umberto Vanguardia, anarchico napoletano, e scoprii che nell’ottobre del 1927 era stato lui a spedirlo in galera assieme a 56 compagni confinati. Finché puoi, i morti li lasci stare, perciò mi limitai ai fatti, senza ricordare le delazioni scovate in archivio da Davide Spagnoli – nomi, fatti, cifrari – e le carte della Milizia con le «Confidenze dell’ex confinato politico Riccardo Fedel, relative a un complotto comunista organizzato in Ravenna nell’anno 1925». Non accennai nemmeno alla lettera con cui nel marzo 1928 la Milizia accreditava il «sig. Fedel Riccardo […] quale suo informatore fiduciario sul movimento sovversivo». In quanto all’anarchico, l’avevo affidato alla memoria storica collettiva e pazienza se la denuncia gli accorciò la vita col carcere duro, i violenti interrogatori e le sofferenze atroci di una infezione da “manette strette” che lo condusse a un passo dall’amputazione.
E’ passato più di un anno e scopro ora una «Fondazione Fedel», che ricorda il comunista pericoloso, l’antifascista più volte confinato e il garibaldino «ucciso da una fazione di partigiani romagnoli, in circostanze e per motivazioni mai del tutto chiarite». Non so se la «Fondazione», che pretende da me una rettifica, abbia mai cercato i parenti dei confinati traditi per chiedere scusa, ma trovo che sul terreno morale la vicenda sia figlia legittima della «scuola storica» di Pansa, il quale, per suo conto, portando elle estreme conseguenze il disprezzo per quelli che chiama «gendarmi della memoria», si inserisce a pieno titolo tra gli «stupratori della Storia», che possiedono con la verità con la forza e più quella si nega alla violenza, più si eccitano e più ci danno dentro, perché, per dirla con le sue parole, «tutto ciò che contraddice il racconto da loro difeso deve essere smentito. O, meglio ancora, taciuto, ignorato, cancellato». Come capitò a Pansa per i «gendarmi», confesso che anche a me «lì per lì il sostantivo stupratori […] sembrava troppo duro. Poi mi sono convinto che era la parola da usare. Infatti, come si muove lo stupratore?”. Se una donna gli piace e non consente, lui l’acchiappa, la prende e la piega ai suoi lerci desideri. E come accade alla donna, che certo «ha provocato», così va alla Memoria: violata perché, prostituta dei vincitori, osa rifiutarsi alla sacra libidine dei vinti. Nessuno ha affidato agli stupratori il compito di stuprare. L’incarico se lo danno da soli e poiché di questi tempi più peschi nel torbido, più strada poi fai, la pratica s’è diffusa e chi si mette di traverso ha la sorte segnata: è un bugiardo che racconta immotivate e violente menzogne.
La «Fondazione» contesta, corregge i dettagli, s’aggrappa ai particolari, se la prende coi «bugiardi», però va capita. In fondo Pansa s’è inventato un eroe comunista e antistalinista e l’ha chiamato Riccardo Fedel. Non un traditore, ma un innocente fucilato a tradimento da partigiani di osservanza moscovita. Se Mimmo Franzinelli sospende il giudizio su Fedel in attesa di un «biografo in grado di interpretare le fonti d’archivio senza farsi fuorviare da pregiudizi ideologici», se Sergio Luzzatto per poco non laurea Pansa «honoris causa» come «storico serio» e Paolo Mieli lo sostiene, perché dubitare? E’ vero, ammette Pansa, finita la guerra, l’eroe s’è trovato tra le spie dell’Ovra, ma c’è un complotto evidente, insinua ammiccante: fu Togliatti, ministro di Giustizia, che al momento opportuno infilò a tradimento l’odiato nemico nel triste elenco delle spie fasciste. E’ una sciocchezza, fa notare Franzinelli. Fedel non può entrare nell’elenco perché la legge vieta di inserirci i morti – sarà cancellato per questo motivo – ma non ce l’ha messo il ministro ed è stato davvero un confidente. Non serva a nulla. Nella furia della guerra santa condotta in nome dei vinti contro la protervia dei vincitori, Pansa che cancella dalla vita del suo inverosimile eroe comunista l’iscrizione al Partito Fascista e «dimentica» di riferire ciò che di lui scrissero in una sentenza del 19 novembre 1928 Achille Muscara, Claudio Perini e Giuseppe De Rosis, giudici del Tribunale Speciale e rispettivamente Generale di Divisione, Console e Seniore della Milizia. Emessa al termine di un processo a 57 compagni di Fedel, confinati a Ustica e accusati di tramare per una rivolta, la sentenza fa i conti con una così evidente montatura, che i giudici fascisti assolvono tutti gli imputati «per la scarsissima credibilità dei testi di accusa». Tali accuse, aggiungono, formulate «da tre degli stessi confinati [… ] fanno capo a Fedel» e «il processo sorse perché alle stesse ha dato credito il centurione Mammì facendole sue con non molta avvedutezza». Capace «di palesare fatti o addirittura di inventarli, come avvenne a Gorizia, dove simulò un’aggressione in effetti mai patita», Fedel, smentito durante un confronto, non esita a fare nomi, dichiarando che «del progetto di rivolta se ne doveva parlare a Bordiga, Alberti e Ventura, i quali dallo stesso Fedel erano stati denunciati come organizzatori del complotto». Al tirar delle somme, quindi, nella «competizione […] con gli altri confidenti dianzi ricordati, il Fedel era stato più sollecito nella denunzia».
Chi sia l’eroe di Pansa, del resto, lo dice chiaro in un memoriale difensivo del dicembre 1927 il mio povero anarchico, spiegando che il confidente e i suoi complici, «sott’accusa di spie, accompagnati sempre dall’ostilità di tutti i confinati e dannati alla più nera solitudine […] senz’altro accettarono il mostruoso mercato» che assicurava «il certissimo rientro alle loro case». Poi, lapidario, commenta: «l’accusa fatta da Fedel sa d’infamia senza nome». Non sbaglia: è Mussolini in persona, infatti, che ordina di ripagare il delatore con la liberazione e una forte ricompensa economica, ma Fedel delude; pericoloso per i compagni, appare inaffidabile ai fascisti e non riesce a rendere credibile il suo ravvedimento sicché Bocchini, il capo della polizia, irritato, lo manda di nuovo al confino.
Pansa può esultare. L’offensiva contro i partigiani rossi e stalinisti ha sfondato. L’equiparazione fascismo-antifascismo, la Resistenza ridotta a una selvaggia faida tra cosche, gli ideali cancellati, gli errori divisi equamente tra chi si schierò coi nazisti e chi rischiò la vita per l’emancipazione e gli ideali di libertà e giustizia sociale, consentono di modificare la Costituzione nata dalla Resistenza e mentre l’Europa va alla deriva, Jhoan Galtung già lancia l’allarme: «è la reinvenzione del fascismo, il potere che passa nelle mani del nuovo complesso militare-finanziario».
I «vinti» ormai vincitori, avranno quel che vogliono: un Paese di senza storia, consumatori e servi del mercato manipolati nell’intelligenza dal circo mediatico, ridotti a rassegnato bestiame votante e a disciplinati soldatini del capitale. Il trionfo è vicino per Pansa e i suoi estimatori, ma la «Fondazione Fedel» sbaglia indirizzo. Come che abbia vissuto Fedel dopo il processo – sovversivo pentito travolto dal suo passato o avventato doppiogiochista, ucciso da una mossa sbagliata – un punto fermo c’è e non si discute: aveva venduto i compagni. Chi vuole una rettifica, perciò, la chieda ai giudici del Tribunale fascista, che attestarono l’inequivocabile delazione. Io non c’entro, Togliatti non c’entra e non c’entrano nemmeno le immancabili «rese dei conti staliniste». Accadde solo che giovani partigiani furono costretti a difendere vita e libertà dal fondato sospetto di un tradimento. Quei giovani che oggi non possono più tutelare né il loro onore, né la memoria ferocemente violata.

Giuseppe Aragno

in data:03/07/2013

La reinvenzione del fascismo Fonte: Sbilanciamoci.info | Autore: Johan Galtung

 

Se la libertà è quella di utilizzare denaro per guadagnare più denaro, la sicurezza è la possibilità di uccidere i nemici, la democrazia è ridotta al rito delle elezioni, qualcosa di grave sta accadendo. È la reinvenzione del fascismo, il potere che passa nelle mani del nuovo “complesso militare-finanziario”

Le atrocità della Seconda guerra mondiale hanno lasciato dietro di sé danni permanenti, abbassando i nostri standard su quello che è accettabile. La guerra è male; ma se non è una guerra nucleare, non siamo oltre il limite. Il fascismo è male; ma se non è accompagnato dalla dittatura e dall’eliminazione di un’intera categoria di persone, non siamo oltre il limite. Hiroshima, Hitler e Auschwitz sono profondamente radicati nelle nostre menti, deformandole.

La bomba di Hiroshima ci porta a trascurare il terrorismo di stato contro le città tedesche e giapponesi, che ha ucciso cittadini di ogni età e genere. Hitler e Auschwitz ci fanno trascurare il fascismo, inteso come il perseguimento di obiettivi politici attraverso la violenza e la minaccia della violenza. Ci vogliono due soggetti per fare la guerra, di qualunque tipo. Ma ne basta uno per realizzare il fascismo, contro il proprio popolo e/o contro gli altri.

Qual è l’essenza del fascismo? La definizione è il connubio tra il perseguimento di obiettivi politici e l’uso di una violenza smisurata. Proprio per evitare questo abbiamo la democrazia, un gioco politico in cui si perseguono obiettivi politici attraverso mezzi nonviolenti, in particolare attraverso l’ottenimento della maggioranza da parte di un soggetto politico, in elezioni libere e giuste o nei referendum. Un’innovazione meravigliosa, con una conseguenza logica: l’utilizzo della nonviolenza quando la stessa maggioranza oltrepassa i limiti, come è ad esempio scritto nei codici dei diritti umani.

Lo Stato forte, capace e disposto a mostrare la sua forza, anche nella forma della pena di morte, appartiene all’essenza del fascismo. Questo vuol dire un monopolio assoluto del potere, anche quello che non viene dalle armi, incluso il potere nonviolento. E vuol dire una visione della guerra come un’attività ordinaria dello Stato, rendendola normale, eterna addirittura. Vuol dire una profonda contrapposizione con un nemico onnipresente, come gli ariani contro i non ariani, la cristianità contro l’Islam, glorificando il primo e demonizzando il secondo. Ovunque, il fascismo fa del dualismo, del manicheismo e di Armageddon – la battaglia finale – un tutt’uno.

Va da sé che tutto questo vuol dire una sorveglianza illimitata sul proprio popolo e sugli altri; la tecnologia postmoderna rende tutto ciò possibile, o almeno plausibile. Quello che conta è la paura; conta che le persone abbiano timore e si astengano dalla protesta e da azioni nonviolente, per la minaccia di essere individuate per la punizione estrema: l’esecuzione extragiudiziale. Che ci sia davvero un controllo su e-mail, attività su internet e telefonate, è meno importante rispetto al fatto che le persone credano che ciò stia accadendo sul serio.

Il trucco è farlo in maniera indiscriminata, non concentrandosi solo sugli individui sospetti, ma facendo sentire ciascuno un potenziale sospetto; spingendoli a stare al sicuro per la paura, trasformando i potenziali attivisti in cittadini passivi sottomessi al governo. E lasciando così la politica nelle mani dei Big Boys – gli uomini di potere con i muscoli, sia in patria che all’estero.

Il trucco più semplice è rendere il fascismo compatibile con la democrazia. Una recente notizia colpisce: “Ammettendo che le forze inglesi torturarono i kenyoti che combatterono contro il dominio coloniale negli anni ’50, il governo risarcirà 5.228 vittime” (International Herald Tribune, 7 giugno 2013). Un numero drammatico, più di 5.000 – ma sicuramente il numero delle vittime è maggiore. Dov’era la “Madre dei Parlamenti” durante una simile manifestazione di fascismo? Si avverte una formula: “era per la sicurezza degli inglesi in Kenya”, dove sicurezza è la parola-ponte tra fascismo e democrazia, sostenuta da quella paranoia istituzionalizzata a livello accademico che sono gli “studi sulla sicurezza”.

Ci sono anche altri modi. Innanzitutto ridurre la definizione di democrazia alla presenza di elezioni nazionali con più partiti. In secondo luogo, far diventare i partiti praticamente identici sulle questioni della “sicurezza”, pronti all’uso della violenza a livello nazionale o internazionale. Terzo, privatizzare l’economia nel nome della libertà, l’altra parola-ponte, lasciando al potere esecutivo essenzialmente le questioni giudiziarie, militari, e di polizia, sulle quali già esiste un consenso manipolato.

Arrivare a una crisi permanente, con un nemico permanente e pronto a colpire, è utile, ma ci sono anche altri modi. Proprio come una crisi che viene definita “militare” catapulta al potere i militari, una crisi definita “economica” catapulta al potere il capitale. Se la crisi è che l’Occidente ha perso la competizione nell’economia reale, allora al potere arriva l’economia finanziaria, le grandi banche, che gestiscono migliaia di miliardi in nome della libertà. Corrompere alcuni politici finanziando le loro campagne elettorali è roba da niente, e può perfino non essere necessario, dato il consenso generale.

Una via d’uscita c’è, e prima o poi verrà presa. Le persone pagano intorno al 20% di imposte – negli Stati Uniti è la metà – quando acquistano beni o servizi di consumo nell’economia reale. La finanza invece fa ogni pressione con le sue lobby per non pagare l’1%, o neanche lo 0,1%. Un compromesso al 5% (di tassazione della finanza) basterebbe a risolvere il problema dei paesi occidentali: l’economia reale non produce un surplus sufficiente per governare uno Stato se non con la forza.

Se la libertà è definita come la libertà di utilizzare denaro per guadagnare più denaro, e la sicurezza come forza per uccidere il nemico designato ovunque esso sia, allora abbiamo un “complesso militare-finanziario”, il successore del “complesso militare-industriale”, nelle società in via di deindustrializzazione. I movimenti pacifisti e ambientalisti sono i loro nemici: una minaccia alla sicurezza e alla libertà non solo perché mettono in dubbio le uccisioni, la ricchezza e la disuguaglianza, ma perché vedono gli effetti opposti di tutto questo: la produzione di insicurezza e dittatura. I movimenti operano alla luce del sole, sono facilmente infiltrati da spie e provocatori, le voci indispensabili sono facilmente eliminate.

Siamo a questo punto. La tortura come metodo rafforzato per le indagini, i campi di concentramento de facto come a Guantanamo, la cancellazione dell’habeas corpus. E un presidente americano che racconta a chi vuol crederci favole progressiste che non diventano mai realtà che sia un ipocrita o un velo messo da qualcuno su una realtà fascista. Chi quel velo lo strappa, un Ellsberg, un Assange, un Manning o uno Snowden è considerato un criminale. Non coloro che costruiscono il fascismo. Un antico adagio: quando c’è più bisogno di democrazia, aboliscila.

(Transcend Media Service, http://www.transcend.org/tms/?p=30956, Traduzione dall’inglese di Alessandro Castiello D’Antonio)

La Cgil-Fp perde pezzi, tanti dirigenti e iscritti restituiscono le tessere | Fonte: Giornale dell’Umbria

 

Ieri pomeriggio hanno anche salutato con un rinfresco la ex segretaria della Cgi-Fp ternana che, da lunedì, torna in servizio al Comune di Rovereto. Si chiude così una breve e tribolata parentesi, quella che ha segnato la segreteria di Franca Peroni, chiamata a dirigere la funzione pubblica cigiellina ternana in un momento di difficoltà. Lo strappo è stato suggellato da riunioni, scontri e direttivi complicati e da un percorso, ancora in iti- nere, di riconsegna delle tessere della Cgil-Fp da parte di un numero significativo dilavoratori e lavoratrici dei diversi comparti (si parla già di 70-80 riconsegne). Come si legge in una nota del cosiddetto comitato dei dissidenti «la revoca della delega sindacale rappresenta un forte segnale di solidarieta’ verso i propri rappresentanti sindacali, costretti nelle settimane scorse alle dimissioni perche’ ormai impossibilitati a proseguire nei loro incarichi con il profilo di autonomia che li aveva sempre caratterizzati. I fatti successi tra la Camera del lavoro di Terni, la Fp regionale e la Fp di Terni hanno di fatto prodotto l’azzeramento di un intero gruppo dirigente, fortemente radicato nel territorio. Specie sui temi dell’autonomia, oltre che su questioni dimerito sindacale, si sono prodotte fratture che non hanno trovato una composizione, ma anzi, hanno indotto ad una aggressione nei confronti di Franca Peroni ed alla spaccatura del direttivo di categoria con le dimissioni di 23 compagni e compagne. Le disdette interessano i posti di lavoro piu’ importanti (Comune di Terni, Provincia, vari Comuni medi e grandi, il compartodell’igiene am- bientale, della cooperazione sociale, della sanita’). La scelta ha riguardato anche dirigentidella categoria». Ora sipensa alla possibilità di costituire un nuovo sindacato.

Miopia di governo | Fonte: sbilanciamoci | Autore: Alessandro Sterlacchini

 

Il governo Letta ha da poco varato il decreto lavoro preceduto dal decreto “del fare”. Oltre alla pochezza di risorse messe in campo, i due decreti condividono un altro più grave aspetto: quello di accentuare lo stato di arretratezza del nostro sistema economico. Con la scusa dell’emergenza, il governo rinuncia a interventi lungimiranti, incentivando invece le imprese ad assumere lavoratori che costano poco e acquistare macchinari. L’opposto di quello che dovrebbero fare le aziende di un paese avanzato nell’era dell’economia della conoscenza.

L’aspetto sconfortante del decreto lavoro è che le agevolazioni per le assunzioni a tempo indeterminato riguardano i giovani sotto i 30 anni privi, addirittura, del diploma di scuola secondaria superiore. I laureati, infatti, le imprese italiane non li vogliono. D’altro canto, un diplomato costa di più di un giovane senza titolo di studio. L’obiettivo del governo è quindi quello di massimizzare i posti di lavoro con le poche risorse a disposizione. Poco importa che si tratti di mansioni a bassissima qualifica (siamo in emergenza, soprattutto nel Mezzogiorno). Poco importa che il messaggio inviato alle famiglie sia esiziale per il futuro del nostro paese (meno istruzione più opportunità di lavoro per i figli).

Meno scalpore ha destato una misura introdotta nel decreto “del fare” che, a mio avviso, segue la stessa logica miope e retrograda: i finanziamenti a tasso agevolato per l’acquisto di nuovi macchinari, impianti e attrezzature da parte di piccole e medie imprese (Pmi). Si tratta di contributi pubblici in conto interesse, non a fondo perduto: in sostanza, le imprese riceveranno un contributo pari a circa la metà degli interessi richiesti dalle banche che finanzieranno i loro acquisti di macchinari. I finanziamenti agevolati ammonteranno a 2.5 miliardi di euro che potranno (ma non necessariamente) arrivare a 5. Sembrano tanti soldi ma si distribuiscono su otto anni (dal 2014 al 2021). A fronte di questi crediti (debiti per le imprese), i contributi pubblici che abbatteranno gli interessi ammonteranno a circa 190 milioni, sempre distribuiti su otto anni.

Per il 2014, i contributi previsti sono solo 7.5 milioni di euro a cui dovrebbero corrispondere poco più di 100 milioni di finanziamenti. Supponendo un investimento medio per impresa di 200 mila euro (non molto per un macchinario avanzato), nel prossimo anno potranno beneficiare di questo intervento 500 Pmi italiane (solo nell’industria ce ne sono circa 500 mila). Ognuna risparmierà circa 13 mila euro di interessi.

Le banche che concederanno i finanziamenti potranno intascare tassi di interesse alti mentre il credito concesso avrà come garanzia reale il macchinario. Per loro, quindi, si tratta di un altro grande affare a basso rischio e alto rendimento (e potranno anche dire di aver aumentato i crediti al sistema produttivo!).

Per le Pmi in grado di indebitarsi il vantaggio, come abbiamo visto, sarà limitato. Ma per fare cosa? Semplicemente, quello che qualsiasi impresa deve fare a cadenze temporali più o meno lunghe: sostituire gli impianti e macchinari obsoleti o usurati con dei nuovi. Non è quindi pensabile che, in presenza di questi bassi incentivi e a fronte di incerte prospettive, le Pmi italiane anticiperanno il processo di sostituzione o addirittura espanderanno la loro capacità produttiva. I benefici, seppur modesti, andranno alle imprese che questi investimenti li avrebbero fatti comunque. Anche assumendo che i nuovi macchinari non andranno a sostituire lavoro, l’incremento dell’occupazione generato da questi investimenti sarà pressoché nullo.

Si potrebbe obiettare che con questo intervento aumenterà il fatturato e l’occupazione delle imprese italiane che producono macchine, come è avvenuto, in Italia, con la Legge Sabatini. Questa, introdotta nel 1965 e rifinanziata con successo per altri 25 anni e più, introdusse il credito agevolato per l’acquisto di macchinari e diede un grande impulso all’industria meccanica italiana. Tra l’altro, essa prevedeva che gli stessi venditori di macchine potessero scontare, a tassi agevolati, i loro crediti presso le banche.

Ma i tempi sono cambiati, e parecchio!

La legislazione dell’Unione europea non consente più, come avveniva nel passato, di assegnare una corsia preferenziale ai produttori italiani. Ne consegue che, attualmente, i vantaggi indiretti di un intervento simile andrebbero condivisi con molti altri produttori europei i quali, avendo investito di più in ricerca, innovazione e servizi post-vendita, sono in grado di offrire soluzioni sempre più avanzate e appetibili per le Pmi italiane.

Ma ciò che più rileva è un altro elemento. Gli anni Settanta e Ottanta videro l’emersione e lo sviluppo del modello di industrializzazione diffusa nelle regioni del centro e del nord-est. Questo processo determinò un flusso rilevante di investimenti in macchinari e impianti a cui si associavano incrementi occupazionali. Anche negli anni Ottanta le Pmi che investivano di più in capitale tangibile erano quelle che aumentavano gli addetti. Si trattava quindi di investimenti espansivi, non di rimpiazzi. Inoltre, i nuovi macchinari consentivano alle aziende non solo di aumentare la produttività ma anche lo spettro di fasi produttive e prodotti.

Incentivare oggi questa strategia competitiva basata sugli investimenti in capitale fisico è una scelta folle e irresponsabile. La stessa macchina che può acquistare un’impresa italiana può essere utilizzata, in modo altrettanto efficace, da tantissime imprese localizzate in molti e differenti paesi, non solo europei. Attualmente, la competitività delle Pmi italiane risiede nella loro autonoma capacità di innovare soprattutto i prodotti, le modalità organizzative, gestionali e commerciali. Tale capacità dipende dagli investimenti immateriali che le imprese riescono a cumulare e che, una volta raggiunta una soglia consistente, si degradano più lentamente degli investimenti in capitale fisico.

È per questo che in tutti i paesi avanzati le politiche pubbliche sono da tempo rivolte a incentivare gli investimenti delle imprese in ricerca, innovazione, conoscenza e capitale umano. Dovevamo aspettare il governo delle larghe intese per sentirci dire che le aziende italiane, invece, hanno bisogno d’altro: lavoratori con basso livello di istruzione e macchine.

Roma. La destra contro il Sindaco dopo le cariche della polizia Fonte: contropiano.org | Autore: Federico Rucco

 

L’Ugl contro il sindaco Marino per la solidarietà alla ragazza ferita dalle manganellate. Un agente grida “Ti ammazzo!!” ad un manifestante. Questa volta sarà difficile dire che a colpire sia stato un ombrello… a Roma c’era il sole.E’ tensione tra il sindacato di destra di polizia Ugl e il sindaco di Roma, Ignazio Marino dopo le manganellate gratuite degli agenti contro i manifestanti del movimento di lotta per la casa lunedi scorso. “Le dichiarazioni rilasciate dal sindaco di Roma sugli scontri rappresentano l’ennesimo attacco gratuito nei confronti delle forze di Polizia – ha dichiarato in una nota il segretario provinciale dell’Ugl polizia di Stato di Roma, Massimo Nisida – chiamate a fronteggiare tensioni sociali provocate dai vuoti lasciati dalla politica e poi aprioristicamente criticate dalle stesse istituzioni che le hanno investite del difficile ruolo di garantire l’ordine pubblico”. La dinamica dei fatti – documentati da diversi video – non sembra scalfire la posizione del dirigente del sindacato di destra. “Pur essendo a conoscenza del dramma abitativo che interessa in misura crescente la Capitale, riteniamo intollerabile che un esponente delle istituzioni, chiamato a rappresentare tutti i cittadini, abbia dichiarato solidarietà soltanto ai feriti tra i manifestanti e non tra le forze di Polizia – prosegue Nisida -, sempre più spesso chiamate a svolgere il difficile compito di ammortizzatore delle tensioni sociali”. E’ una interpretazione dell’ammortizzazione sociale piuttosto singolare quella esposta dal dirigente della Ugl-polizia di stato.
Non ci sono state solo manganellate gratuite e violente contro una manifestazione autorizzata ma bloccata per tutelare una manifestazione non autorizzata di un gruppo di fascisti. C’è una ragazza con la testa rotta, altri sei manifestanti contusi dalla manganellate e c’è un agente polizia che pronuncia ripetutamente “Ti ammazzo!” diretto ad un manifestante. Nella concitazione c’è scappata anche la contusione ad un funzionario di polizia colpito da una bottiglietta d’acqua.

Guarda il video con l’agente che minaccia il manifestante dicendogli “Ti ammazzo!!”. Nel numeratore temporale guarda da 05.41 a 05.34
http://video.corriere.it/corteo-il-diritto-casa-ferita-ragazza/533ca060-e271-11e2-b962-140e725dd45c

Fabbrica Italia, la Consulta dà ragione alla Fiom. “Non si può escluderla” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Storica sentenza della Consulta che oggi ha dichiarato illegittimo l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, nella parte che consente la rappresentanza sindacale aziendale (Rsa) ai soli sindacati firmatari del contratto applicato nell’unità produttiva. La sentenza, e qui sta il valore doppio del pronunciamento, arriva nell’ambito del ricorso della Fiom, esclusa dalla Rsa, contro la Fiat. Quindi, in poche parole, cade tutta l’impalcatura di Fabbrica Italia e la politica dell’accordo separato messa in atto da Sergio Marchionne. Un vero e proprio colpo al disegno di messa in discussione delle relazioni sindacali che la Fiat ha praticato escludendo la Fiom dal confronto.
Entusiastico il commento dei metalmeccanici della Cgil. “La Costituzione rientra in fabbrica. E’ una vittoria di tutti i lavoratori. Non ci sono piu’ alibi”, ha commentato a caldo il segretario della Fiom Maurizio Landini. “Il Governo convochi immediatamente un tavolo con la Fiat e tutte le organizzazioni sindacali – ha aggiunto – per garantire l’occupazione e un futuro industriale”. Il leader della Fiom, ricorda infine, facendo cadere l’accento sull’ultimo accordo tra sindacati e Confindustria, il nodo della rappresentanza. “E’ ora che il Parlamento approvi una legge sulla rappresentanza”, ha concluso. Non sfugge, infatti, che per estensione andrà considerato “in mora” anche l’accordo sulla rappresentanza raggiunto dai sindacati con Confindustria in quanto basato sulla stessa impronta della firma del contratto.
”Alla lunga la giustizia vince. Adesso chiederemo che ci siano dati gli strumenti per fare attivita’ sindacale nello stabilimento Fiat di Pomigliano”: commenta a caldo il responsabile del settore auto Fiom di Napoli, Francesco Percuoco. ”Già a novembre scorso – ha ricordato Percuoco – quando 19 dei nostri iscritti furono assunti nella newco in seguito alla decisione della Corte d’Appello di Roma, avevamo fatto richiesta di saletta e bacheca sindacale in fabbrica. Adesso ribadiremo le nostre richieste all’azienda”.
La Fiom, a novembre, aveva anche nominato le proprie rsa, non riconosciute dall’azienda proprio per la parte dell’articolo 19 dello statuto dei lavoratori, dichiarata illegittima oggi dalla Consulta. della Consulta rischia di complicare ancora di piu’ le relazioni tra sindacati e imprese e aprire la strada ad una nuova stagione di
ricorsi legali”.