Chi dubitava, chi pensava che esagerassimo, chi credeva alle “buone intenzioni”, è servito. Un emendamento di alcuni esponenti del PDL, al Senato, dimostra con chiarezza che tra gli obiettivi del percorso di riforme costituzionali, c’era – eccome – anche la giustizia. Anzi, per qualcuno, è addirittura uno degli obiettivi fondamentali

 

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Oplà. Chi dubitava, chi pensava che esagerassimo, chi credeva alle “buone intenzioni”, è
servito. Un emendamento di alcuni esponenti del PDL, al Senato, dimostra con chiarezza che
tra gli obiettivi del percorso di riforme costituzionali, c’era – eccome – anche la giustizia. Anzi,
per qualcuno, è addirittura uno degli obiettivi fondamentali.
Si tratterebbe, secondo l’emendamento, di inserire nella legge costituzionale che si sta
esaminando in Parlamento, tra i temi da discutere, oltre alle indicazioni già note, anche
quelle relative alle tematiche inerenti alla giustizia, cioè di un tema che non compariva nel
quadro degli accordi di governo e che, finora, sembrava da tutti ignorato.
Non c’è neppure da stupirsi, perché di fatto qualcosa di analogo è già accaduto, diversi anni
fa, all’epoca della Bicamerale. Si era giurato che non si sarebbe parlato di giustizia e poi, un
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giorno venne fuori che di giustizia bisogna occuparsi, a fondo; fu nominato un relatore a fu
poi predisposto un testo, che per fortuna è finito nel nulla ed ivi è bene che resti.
Naturalmente, il primo firmatario dell’emendamento ha dato spiegazioni, quasi sorpreso del
clamore suscitato: l’obiettivo è un altro, ha detto; è solo quello di adeguare anche alcune
disposizioni che riguardano la giustizia nel caso venga mutata la forma di governo e – magari
– la figura e i poteri del Presidente della Repubblica. Vogliamo credergli? E’ un po’ difficile,
ma diamo pure per scontata la buona fede; in tal caso, però, si sarebbe aperta, comunque,
una porta entro la quale potrebbe infilarsi chiunque, e con più ampi e pericolosi obiettivi.
Da ciò la viva preoccupazione di molti. Non perché la giustizia non abbia bisogno di
interventi, ma perché quelli che necessitano non sono di natura costituzionale; dunque, se si
volesse inserire il tema della giustizia nel processo delle riforme costituzionali, non sarebbe
certo per occuparsi della durata dei processi, dell’organizzazione strutturale della giustizia o
altro.
In realtà, se si entra nel terreno costituzionale, si finisce sempre per mettere in discussione
l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, cioè un tema che non riguarda tanto
l’organizzazione materiale di un servizio importante, quanto princìpi e valori di fondo della
nostra Costituzione, sia desumibili della prima parte che ricavabili dalla seconda.
Bisogna dire, allora, con forza, che sotto questo profilo “la giustizia non si tocca”, perché
autonomia e indipendenza sono una garanzia per i cittadini, imprescindibile e non trattabile.
Anche coloro che nutrono diffidenza nei confronti dei Magistrati, dovrebbero convincersi
facilmente che il problema non è degli errori (sempre possibili), e neppure delle condotte
arroganti e perfino degli abusi, perché questi mali sono tutti eliminabili, là dove sussistano,
con rimedi ordinari, senza alcun bisogno di disturbare la Costituzione.
Chiediamoci, insomma, di che cosa ha bisogno il Paese, sotto questo profilo. Ebbene, l’elenco
è presto fatto: di una giustizia celere, uguale per tutti, ispirata all’esigenza di rispetto delle
leggi, ma anche capace di includere le ragioni dell’equità e del buon senso; di Magistrati che
facciano il loro dovere, secondo i normali canoni (vedi l’art. 97 della Costituzione), nella piena
consapevolezza di essere a quel posto per rendere un importante servizio ai cittadini ed alla
collettività; di una giustizia moderna, funzionante secondo i più avanzati sistemi organizzativi,
ma al tempo stesso in piena indipendenza ed autonomia rispetto agli altri poteri; di una
giustizia che ubbidisca alla legge, sapendo peraltro che a fondamento dell’intero sistema
legislativo è la Costituzione, anche come canone interpretativo di tutta la normativa; infine, di
una giustizia imparziale.
Bene, per molti di questi aspetti, non c’è problema, perché io sono convinto che,
mediamente, la nostra è una giustizia imparziale, che tende a rispettare il principio di
uguaglianza (anche se, talora, con qualche difficoltà). E sono convinto che la media dei
Magistrati è intimamente indipendente e sufficientemente acculturata. D’altronde, c’è un
organo di autogoverno (il CSM) che presiede a tutto questo e che ha bisogno di funzionare
meglio, piuttosto che di essere riformato. E per migliore funzionalità si intende quella di un
Consiglio più libero dal peso delle correnti, per quanto riguarda la componente dei Magistrati,
ma anche più libero dal peso delle provenienze, per quanto riguarda la componente di
nomina parlamentare. Sono due problemi, questi, che difficilmente possono essere oggetto di
riforma; invece, richiedono un rinnovamento della cultura politica e della cultura della
giurisdizione. Il resto, ed è la parte più saliente ed evidente, chiaramente non va: le cause
civili durano secoli, ma anche i processi penali, nonostante il principio della giusta durata,
non sono da meno, tant’è che altissima è la percentuale delle prescrizioni, cioè di giustizia
denegata per il solo decorso del tempo. Questo significa che occorrono interventi di tipo
organizzativo, misure per snellire le procedure e favorire le conciliazioni; e soprattutto
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significa estendere a tutta la giustizia l’informatizzazione, che già in alcuni uffici giudiziari è
stata adottata, fornendo ottima prova.
Ma sono proprio questi gli interventi che vengono invocati da anni e mai realizzati, perché si
preferisce parlare di altro e lasciare che imperversi sui giornali le vicende giudiziarie di
Berlusconi, che costituiscono di per sé un’anomalia, sia perché non si è mai visto un simile
cumulo di nefandezze ascrivibile ad un importante uomo politico, sia perché si è visto come i
potenti riescano spesso ad inceppare il cammino della giustizia (cosa che ai “deboli”, invece,
non riesce mai).
Un Governo efficiente dovrebbe mettere in campo i rimedi ormai noti, dovrebbe fare in modo
che tutto sia accelerato e informatizzato, dovrebbe proporre misure di semplificazione degli
eccessivi adempimenti formali, riordinare il sistema dei Tribunali, sul territorio (come si sta
facendo, ma incontrando difficoltà enormi per il prevalere di spinte localistiche sulle esigenze
funzionali). Dovrebbe, insomma, colpire al cuore – d’intesa col Parlamento – quella che da
decenni viene definita “la crisi della giustizia”.
Ma tutto questo non c’entra nulla con la Costituzione e non esige riforme. Questo dev’essere
ben chiaro e soprattutto dev’essere spiegato ai tanti cittadini che, ignorando come stanno
davvero le cose, scaricano le colpe e le responsabilità sui Magistrati o si fanno convincere
dalle teorie “complottiste”.
Ho sentito, qualche sera fa, in un luogo pubblico, un gruppetto di persone che parlava male
dei Magistrati, dei loro errori, delle “persecuzioni” da loro messe in atto. Ciò che colpiva era
l’assoluta ignoranza, accompagnata da una enorme sicumera e arroganza. A questi, se
possibile, bisogna chiarire che noi abbiamo tre gradi di giurisdizione, funzionali proprio ad
ovviare o rimediare a possibili errori (la giustizia è fatta da uomini, non da macchine); e
bisognerebbe anche far capire che i processi, prima di sproloquiare, bisogna conoscerli. Io ho
fatto e faccio l’avvocato da più di cinquant’anni; e mi sono sempre attenuto alla regola della
rigorosa preparazione e del puntuale studio dei processi, specialmente se di una certa
complessità; e difficilmente ho espresso un giudizio senza aver prima letto, e riletto, magari
centinaia (in qualche caso, migliaia) di pagine. Mi colpiva, dunque, l’altra sera, sentir dire con
sicurezza che dare a Berlusconi sette anni di galera, per fatti irrilevanti e per di più senza
prove, è un fatto colossale e inaccettabile.
Costoro non conoscevano una riga del processo per cui Berlusconi è stato condannato, ma
erano sicuri che non ci fossero prove; e non conoscevano le imputazioni, o le sottovalutavano
perché corruzione di minorenni e concussione sono reati molto gravi ed è addirittura
inconcepibile che possano essere commessi da un Presidente del Consiglio; così come l’abuso
della condizione di una minorenne è un fatto gravissimo che non consente di dire (come ha
fatto un giornalista, qualche sera fa, in televisione, che non c’è nulla di male se ad un uno
piacciono le donne e perfino se è un “puttaniere” (la parola “garbata” è del giornalista, ma
merita di essere riportata tale quale). E’ contro questa ignoranza, e questa sicurezza e che
occorre reagire, per chiedere una giustizia più celere e più “giusta” (dunque forte non solo
con i deboli, ma anche con i potenti), una giustizia, cioè, corrispondente appieno a quanto
dispone la Costituzione, che – dunque – potrebbe essere modificata solo in peggio; ed è
proprio questo che non vogliamo; semmai, ancora una volta, ove occorra, è il caso di
attuarla, questa Costituzione, finalmente e completamente

Un messaggio dall’Egitto al mondo da: sinistra critica

 

di Jacques Chastaing (1° luglio 2013)

CairoC’erano ieri, 30 giugno, in quasi tutte le città egiziane, piccole e grandi, tra i 14 milioni di manifestanti anti Morsi (secondo l’agenzia Reuters, che cita fonti militari) e 33 milioni (secondo la  CNN o la BBC). In ogni caso ce ne erano molti di più di quanti scesero in piazza nei 18 giorni della rivoluzione del gennaio 2011 che fece cadere Mubarak. E’ Si è trattato della più grande manifestazione della storia dell’Egitto e, probabilmente, della storia dell’umanità.

Manifestazioni festose

Le manifestazioni, veri fiumi umani, non hanno conosciuto violenze. Ci sono stati 5 morti e 613 feriti secondo il ministero della Sanità (a causa delle provocazioni dei Fratelli musulmani), cosa che va deplorata, ma che comunque è esigua in rapporto all’ampiezza enorme del numero delle persone scese in piazza. Le manifestazioni sono state soprattutto caratterizzate da un’immensa atmosfera festosa. La gente era semplicemente felice di vedersi così numerosa, cantava, rideva, lanciava fuochi d’artificio. Per molti, malgrado i due anni e mezzo di proteste e di lotte, si trattava della prima manifestazione. Sono venute famiglie intere, con bambini e genitori, Si sono visti villaggi interi svotarsi per muoversi a piedi e raggiungere i cortei nelle città più vicine.

C’erano anche centinaia di migliaia di persone alle finestre che applaudivano i manifestanti, gridavano, cantavano con loro o agitavano bandiere. Molti anziani, che non potevano sfilare hanno voluto comunque manifestare restando ai piedi della propria casa, soli o a gruppi, sempre con bandiere e cartelli. Centinaia di barche di pescatori hanno “manifestato” sull’acqua a Damietta (sul Mediterraneo) o con battelli per turisti a Luxor. Vari poliziotti, perfino delle Forze Speciali (quelle antisommossa) hanno manifestato contro la dittatura!

Lo slogan principale gridato da questi milioni di manifestanti verso Morsi era unanime da un capo all’altro del paese: “Vattene!” Così come sui cartoni rossi sorretti da milioni di questi stessi manifestanti dove era scritta la stessa parola: “Vattene!”

Ma si potevano ascoltare anche molte altre cose: “Vogliamo donne a tutti i posti di governo”, “Musulmani e cristiani insieme fanno la rivoluzione”, “Le donne sono l’orgoglio dell’Egitto”.

Manifestazioni di rabbia

All’atmosfera festosa si mescolava ovunque la rabbia.

In primo luogo sul piano sociale: la domenica è un giorno di lavoro in Egitto, dove si riposa il venerdì. La maggior parte delle fabbriche, degli uffici, dei negozi invece era chiusa. Cosa che approfondisce l’ampiezza della manifestazione. Un sindacalista riferiva della presenza di non più del 10% di manodopera nella più grande fabbrica egiziana, quella tessile Misr a Mahalla al Kubra. La stragrande maggioranza dei manifestanti ci teneva a dire di essere là perché non ne potevano più di non avere lavoro, di essere senza soldi, delle continue interruzioni dell’acqua o dell’elettricità, della penuria di benzina… La manifestazione ha cristallizzato e unito le migliaia di proteste di carattere economico e sociale che hanno attraversato il paese dall’inizio dell’anno e che, anche in questo, hanno raggiunto un record nella storia mondiale.

Poi sul piano politico: tanti cartelli e striscioni volevano denunciare il sostegno di Obama ai Fratelli musulmani, ai terroristi islamisti che dichiara di combattere. Si sentiva gridare: “Svegliati, America, Obama appoggia un regime fascista in Egitto”. E la stessa cosa valeva per tutti i regimi occidentali e per i mass media che hanno riconosciuto il regime dei Fratelli musulmani e lo aiutano o sono compiacenti al suo riguardo.

Era un avvertimento chiaro anche per tutte le dittature islamiste del mondo arabo e, più in generale, per tutte le dittature. Molte persone gridavano verso di loro: “Guardate e tremate!”

Manifestazioni di sfiducia

Alla festosità e alla rabbia occorre aggiungere un’atmosfera di sfiducia verso tutti i partiti e verso le istituzioni.

I manifestanti egiziani vogliono imporre un tipo di democrazia diretta in cui i dirigenti, quando non mantengono le promesse, quale che sia il loro ruolo e come che sia avvenuta la loro elezione, debbano essere rimossi dalle loro funzioni senza attendere la fine del mandato.

Molti hanno segnalato che molti manifestanti applaudivano i militari nelle strade e gli elicotteri militari che volteggiavano sui cortei. Occorre dire che molti erano alla loro prima esperienza di manifestazione e che non si erano ancora risvegliati alla politica durante il periodo del potere del Consiglio Superiore delle Forze armate. Molti altri, più esperti, gridavano: “Né Fratelli né esercito!” e portavano immense bandiere con le foto delle vittime uccise durante le manifestazioni o nelle carceri quando l’esercito era al potere dopo la caduta di Mubarak. La Rivoluzione, alla ricerca del proprio percorso, aveva ritenuto intelligentemente che il 30 giugno non avrebbe potuto affrontare di petto i suoi due avversari, i Fratelli musulmani e l’esercito, e ha deciso di utilizzare le divisioni. Così, se nei prossimi giorni vedremo l’esercito giocare ancora un ruolo politico, occorre comprendere che i margini di manovra saranno ancora più esigui e che una folla di egiziani si fa sempre meno illusioni sull’esercito di quanto fosse due anni fa.

E ora?

L’insieme dei partiti, dal Fratelli musulmani all’opposizione del FSN (Fronte di Salvezza Nazionale), passando per l’esercito, sono rimasti completamente spiazzati da questa discesa in piazza degli egiziani, così massiccia da superare ogni previsione. Tutti appaiono sconcertati, muti, quasi “interdetti”, nei due sensi che ha questa parola. I soli che hanno osato parlare sono stati ridicolizzati. Morsi ha dichiarato di essere aperto al dialogo. La piazza ha risposto di non volere il dialogo ma di volere che se ne vada, Hamdeen Sabbahi, dirigente dei socialisti nasseriani, che si vede già come possibile vincitore di eventuali nuove elezioni presidenziali, ha chiesto all’esercito di prendere provvisoriamente il potere prima delle presidenziali anticipate, nel caso in cui Morsi non se ne andasse di propria volontà.

Il movimento Tamarod (Ribellione), che ha dato inizio a questa manifestazione gigantesca dopo una sua petizione che ha raccolto 22 milioni di firme per chiedere che Morsi se ne vada, ha risposto lanciando un ultimatum al potere: o Morsi se ne va prima di martedì 2 luglio alle 17,00 o si farà appello ad uno sciopero generale illimitato e a un movimento di disobbedienza civile fino alla sua caduta. Mentre il “Fronte del 30 giugno” che ha organizzato la manifestazione e che potrebbe prendere il posto quanto a notorietà e ad autorità dell’opposizione istituzionale del FSN, ha voluto dichiarare che non voleva né il potere dell’esercito né quello dei Fratelli musulmani e ha fatto appello a continuare ad occupare strade e piazze fino alla partenza di Morsi. E, infatti, durante tutta la notte manifestazioni e sit-in sono continuati un po’ ovunque, con tanti villaggi e tende di fortuna costruiti qua e là.

Non si può prevedere che cosa accadrà, ma già da ora si può dire che il messaggio del popolo egiziano contro tutti i poteri oppressivi del pianeta sarà ancora più forte che due anni fa, perché ora, dal Brasile alla Turchia, dalla Grecia al Bangladesh, dal Cile alla Bulgaria o alla Bosnia, i popoli hanno iniziato a risollevarsi dal giogo che li opprime.

La rivoluzione non è che all’inizio.

Jacques Chastaing

Comunicato stampa:arrestato in provincia di Pisa Mehmet Filiz da: rete kurdistan Italia

Comunicato stampa:arrestato in provincia di Pisa Mehmet Filiz
30 Giugno 2013

Arrestato in provincia di Pisa l’attivista Kurdo Mehmet Filiz. Mehmet , 36 anni , è nato in Turchia dove ha vissuto fino al 1993, anno in cui il suo villaggio è stato raso al suolo dai bombardamenti dell’esercito turco che negli ultimi 30 anni ha ucciso centinaia\migliaia di civili di etnia Kuda. La famiglia di Mehmet si è trasferita in Iraq dove è rimasta fino al 2004 costretta a fuggire sotto i bombardamenti della Nato.

Mehmet si è trasferito in Svezia dove è rimasto fino al 2012 in attesa di quell’asilo politico che non è mai arrivato, In questi anni Mehemet ha partecipato a numerose iniziative a sostegno del popolo Kurdo, muovendosi nei paesi del Nord Europa . Le sue attività non sono sfuggite al governo Turco che ha chiesto il suo arresto tramite l’Organizzazione Internazionale della Polizia Criminale – INTERPOL, che persegue e contrasta il crimine internazionale.

In realtà Mehmet ha una sola colpa, quella di essere un militante Kurdo attivo in difesa dei diritti umani e un oppositore del Governo Turco.
Dall’inizio delle manifestazioni in Turchia, lo scorso 31 maggio, 5 persone sono rimaste uccise: tre manifestanti, un poliziotto e un fotografo di nazionalità americana. Secondo l’ultimo bilancio diffuso dall’organizzazione dei medici turchi i feriti superano 8.000, alcuni dei quali ricoveratin negli ospedali con gravi ferite invalidanti. Secondo l’edizione online del quotidiano turco Hurriyet che cita un rapporto della ong Gundem Cocuk, circa 300 minori sono stati arrestati dalla polizia turca durante le proteste contro il premier Recep Tayyip Erdogan mentre centinaia sono gli arrestati , molti dei quali sottoposti a violenze e torture.

La Turchia utilizza i mandati di cattura internazionale per chiedere ai paesi europei la estradizione dei militanti kurdi e turchi contrari al foverno Erdogan, la richiesta è sempre legata a reati di terrorismo . Ma terroristi in Turchia sono anche i semplici partecipanti a iniziative sociali, a cortei, a manifestazioni culturali Kurde visto che la lingua Kurda è severamente proibita in Turchia.

Mehmet , detenuto nel carcere Don Bosco di Pisa, sarà portato al tribunale di Firenze che si pronuncerà sulla estradizione in Turchia dove lo attendono anni di carcere solo per la sua militanza civile e politica a fianco del popolo Kurdo.

Asilo politico per Filiz e no alla estradizione in Turchi

Mobilitiamoci a fianco di Mehmet, del popolo kurdo e di quanti da settimane manifestano contro il governo Erdogan

Confederazione Cobas di Pisa

Manifestazione Gay Pride: sabato 29 Luglio 2013 Catania foto di Benedetto Di Raimondo

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MCR-Oltre il ponte- Italo Calvino e Sergio Liberovici

F35, una mozione insufficiente | Fonte: sbilanciamoci | Autore: Giulio Marcon

 

Con 381 sì e 149 no, la Camera ha approvato la mozione di maggioranza sugli F35 che impegna il governo a non procedere a “nuove acquisizioni”. Il Parlamento tornerà ad esprimersi al termine di una indagine conoscitiva che durerà 6 mesi. Bocciata invece la mozione di Sel e M5S che chiedeva la cancellazione della partecipazione italiana al programma. Qui, il discorso di Giulio Marcon.

Gentile Presidente, signori del governo, colleghi deputati, la mozione che vi proponiamo di votare oggi chiede al governo di interrompere un inutile e costoso sistema d’arma – la costruzione di 90 cacciabombardieri F35 – che non serve al paese. Voglio ringraziare i tanti deputati di SEL, di M5S e anche diversi deputati del PD e di Scelta Civica che hanno scelto di sostenere questa mozione. Vorrei ringraziare anche i senatori di SEL, di M5S e i 18 senatori del PD guidati dal Sen. Casson che hanno presentato al Senato una mozione analoga alla nostra.

Voglio ricordare anche a qualche collega male informato che questa mozione è stata decisa prima dell’insediamento del governo Letta (addirittura la sua prima versione è del 18 marzo) e che non vogliamo mettere in difficoltà nessuno, ma solo dare risposta alla richiesta di stop agli F35 che ci viene oltre 80mila cittadini e da centinaia di associazioni e gruppi raccolti con la Campagna Taglia le Ali alle Armi nella Rete Disarmo, nella Tavola della Pace e nella campagna Sbilanciamoci.

Il programma F35 non serve alle persone che sono senza lavoro, ai lavoratori precari, alle famiglie impoverite, ai giovani.

E non serve nemmeno ad una politica estera di pace, come vuole l’articolo 11 della nostra Costituzione.

Spendere tanti miliardi di euro per dei cacciabombardieri che servono a fare la guerra, mentre invece non abbiamo i i soldi per bloccare l’aumento dell’Iva e sufficienti risorse per il lavoro, è uno schiaffo all’Italia, alle sue sofferenze.

Non è serio dire una cosa in campagna elettorale e poi una volta eletti, fare il contrario.

Lo dico con tutto rispetto.

In campagna elettorale il leader di “Italia, bene comune” Pierluigi Bersani ha detto che “le nostre priorità non sono i cacciabombardieri, ma il lavoro” e il suo concorrente alle primarie, Matteo Renzi, ha detto che non capisce perchè bisogna buttare via una dozzina di miliardi per gli F35”. Il portavoce di Scelta Civica, Andrea Olivero – a sostegno della campagna Taglia le ali alle armi – si è fatto fotografare sorridente esponendo un cartello “No F35” e persino il presidente del Pdl, Silvio Berlusconi ha affermato che “gli F35 servono all’Italia a fare aerei da turismo. Io sono sempre stato contrario agli F35 e anche alle portaerei”.

Tutto questo in campagna elettorale. La politica perde credibilità quando si dice una cosa per chiedere i voti e poi dopo tre mesi se ne fa un’altra.

Sono state dette tante bugie sugli F35. Si è detto che non possiamo uscire dal programma, perchè dovremmo pagare le penali. Falso, non dobbiamo pagare nessuna penale. Si è detto che hanno un ritorno economico superiore all’investimento. Falso, il ritorno economico non supera il 20%. Si è detto che potrebbero creare più di 10mila posti di lavoro. Falso, daranno vita al massimo a 5-600 posti per lavoratori che già lavorano alla linea Eurofighter (tra parentesi: quante migliaia di posti di lavoro si potrebbero creare investendo 14 miliardi nelle piccole opere?). È stato detto che nessun paese è uscito dal programma. Falso, Canada, Olanda, Australia e Norvegia hanno rinviato, sospeso e poste dure condizioni al programma e nessuno si è stracciato le vesti. È stato detto che non abbiamo alternative. Falso, abbiamo già i Tornado, gli Harrier e gli Eurofighter, che possono essere adeguati alle nuove esigenze. È stato detto che gli F35 sono dei sistemi d’arma tecnologicamente sopraffini. Falso, basta un temporale per farli atterrare. È stato detto – come ha fatto il Presidente della Commissione Bilancio, On. Boccia – che quest’anno sugli F35 ci sono “0 di 0” euro. Falso, On. Boccia. Ci sono 500,4 milioni di euro. O lei non ha letto la nota aggiuntiva della Difesa o il governo l’ha informata male e l’ha sviata.

Vorrei poi dire in tutta amicizia e stima una cosa al capogruppo del Pd, Roberto Speranza. Nel suo discorso sulla fiducia al governo di larghe intese lei ha citato una frase di Don Lorenzo Milani: “È inutile avere le mani pulite per poi tenersele in tasca”. Io mi permetto di consigliarle di non scomodare in un modo un po’ azzardato Don Milani per giustificare la scelta di stare al governo con Berlusconi, ma di ascoltare più saggiamente le parole di Don Milani contro gli armamenti, contro le spese militari, per il rispetto delle leggi della coscienza di fronte alle scelte ingiuste dello Stato. Di sicuro Don Milani non si sarebbe mai sporcato le mani per dei cacciabombardieri, avrebbe preferito tenersele – pulite, quelle mani – in tasca.

Io dico ai colleghi deputati: ascoltate la vostra coscienza, fidatevi di ciò che sentite giusto. In certi momenti, ricordava ancora Don Milani, bisogna obbedire solo alla propria coscienza. E la vostra coscienza – se la ascoltate sinceramente – non può dirvi che è giusto spendere 14 miliardi di euro per degli aerei da guerra mentre il paese è in ginocchio. La vostra coscienza non può dirvi che degli aerei capaci di sganciare degli ordigni nucleari sono “strumenti di pace”. La vostra coscienza non può dirvi che si tratta di una scelta necessaria, quando è necessario salvare milioni italiani dalla disoccupazione e dalla povertà.

Con molti di voi ci ritroveremo a marciare alle prossime marce per la pace da Perugia ad Assisi. Ma cosa direte agli operatori di pace, ai volontari, ai boy scout, ai tanti preti di strada – a don Luigi Ciotti, ai frati di Assisi – che marceranno insieme a voi e che vi chiederanno cosa avete fatto per porre fine all’avventura degli F35, come le ultime edizioni della marcia hanno chiesto? Potete forse pensare che saranno soddisfatti quando sentiranno che il parlamento ha deciso di fare un’indagine conoscitiva che non sospende il programma F35, ma solo gli acquisti per pochi mesi?

Proprio per questo la mozione del Pd – pur essendo una timida apertura e un mezzo passo in avanti e risultato della mobilitazione pacifista di questi mesi – è insufficiente. Dopo aver rinviato le decisioni prima sull’Imu e poi quelle sull’Iva, adesso rinviate anche la decisione sugli F35. Siete il governo del rinvio .

E mentre rinviate tra 6 mesi la decisione sugli F35 rivendicate l’importanza che il parlamento possa dare il suo giudizio in base al dispositivo dell’articolo 4 della legge 244. A parte che quel dispositivo non è in grado di bloccare i programmi pluriennali ma solo le decisioni dell’anno in corso, quello che non capiamo è perchè date tanta importanza a quello che il parlamento potrà decidere tra 6 mesi, quando noi oggi siamo qui riuniti e oggi possiamo prendere una decisione. Senza aspettare i risultati di un’indagine conoscitiva che sugli F35 – dopo 4 anni di audizioni parlamentari, di approfondimenti e dossier di ogni genere – non ci aggiungerà niente di nuovo.

Cari colleghi, non nascondiamoci dietro l’ipocrisia. Anche per gli F35 vale l’adagio evangelico: sia sì il sì; sia no il no. E a questo proposito vorrei ricordare che dire no agli F35 non è solo questione di buon senso di fronte alla crisi che stiamo attraversando, ma è anche un sì ad un sistema di difesa e sicurezza fondato sulla prevenzione e la cooperazione.

Ministro Mauro, lei accusa di demagogia chi ragionevolemente e con il buon senso dice che con i soldi di un solo F35 si possono fare 80 asili nido. Ma è invece proprio lei a fare della demagogia – pelosa e farisea – quando definisce gli F35 uno strumento di pace.

Gli F35, Ministro Mauro, non sono uno strumento di pace, ma uno strumento di guerra.

Cari colleghi, se ascoltate la voce della ragionevolezza politica e di un paese in ginocchio, ma anche la voce della coscienza e del vostro cuore non potete allora dire sì agli F35 buttando dalla finestra altri 14 miliardi di euro. Quei soldi usiamoli per il paese e i cittadini. Per questo vi invitiamo a votare la nostra mozione.

La frattura tra mercato e democrazia | Fonte: liberazione.it | Autore: Nicola Melloni

Il rapporto di JP Morgan che prende di mira le Costituzioni Europee troppo democratiche ed antifasciste e troppo basate su sistemi politici ed economici del secolo scorso è stato ben descritto dal Fatto Quotidiano ed ampiamento commentato su Repubblica da Barbara Spinelli e su Liberazione da Dino Greco. Mi pare però che ci sia un elemento mancante in questi ragionamenti, e cioè che JP Morgan ha sostanzialmente ragione. Attenzione! Non sto dicendo che la via indicata dalla banca d’affari sia quella giusta, tutt’altro. Ma il rapporto dice a chiare lettere che nel dopo-crisi questo tipo di mercato è irriconciliabile con la democrazia come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 60 anni circa.

Facciamo un rapido excursus storico per capire come si è evoluto nel tempo il rapporto tra democrazia e mercato, per renderci conto in che situazione ci troviamo ora. Tenendo ben presente che democrazia e mercato non sono due soggetti totalmente scissi uno dall’altro, ma sono invece due elementi in continua interazione, che si spingono, si uniscono ed a volte si respingono vicendevolmente. La loro unione, o scissione, è quella che ha creato i moderni sistemi politici occidentali. Il capitalismo si è sviluppato in un contesto non democratico, quando non proprio autoritario, in società inique in cui il diritto di voto era concesso solo ai ricchi ed in sistemi economici in cui l’accumulazione del capitale era l’unica variabile di rilievo. E con un regime internazionale imperniato intorno al libero scambio ed al gold standard, un sistema che risolveva gli squilibri economici con disoccupazione di massa e recessioni. Le cose cambiarono dopo la prima ed in particolare dopo la seconda guerra mondiale. Il trauma del conflitto, del fascismo, la minaccia socialista portarono ad una trasformazione fondamentale: le dinamiche interne – occupazione, crescita – divennero tutto d’un tratto, e per la prima volta, più importanti di quelle internazionali – cioè equilibrio dei conti. In parole povere, il nuovo sistema democratico portava ad un nuovo contratto sociale basato su redistribuzione del reddito dal capitale al lavoro, restrizione alla libertà movimento dei capitali, diritti non solo politici ma sociali. Un aumento dei diritti di cittadinanza, una diminuzione delle cosiddette “libertà” del mercato. D’altronde la democrazia, una novità del XX secolo, ha bisogno di voti e i voti si ottengono soprattutto con lavoro, reddito, qualità della vita.

Come ben sappiamo, però, a fine anni 70 le cose cambiarono nuovamente, il nuovo corso della globalizzazione neo-liberista riportò al libero movimento dei capitali, all’accumulazione dei profitti, allo schiacciamento dei salari. Nuovamente il pendolo si spostava a favore del capitale e contro il lavoro, in un trend, in maniera minore o maggiore, presente in tutto il mondo occidentale. Che non portò a drastici cambiamenti del sistema politico, capace di convivere con un capitalismo rampante soprattutto grazie al sistema del debito. Debito che cominciò ad esplodere proprio dagli anni 80 in avanti. Debito pubblico in Europa, debito privato nei paesi anglosassoni, perché in qualche maniera bisognava garantire degli standard di vita decenti agli elettori. Ma la crisi del 2007 ha portato alla fine di questo sistema, di questo tentativo di far convivere il capitalismo mondializzato con la democrazia nazionale. Come spiegato in maniera accurata da Dani Rodrik nel suo saggio sui limiti della globalizzazione, i mercati liberi e senza regole non sono compatibili con la democrazia e con la sopravvivenza dello stato nazionale. Ed è qui che entra in campo il rapporto di JP Morgan. Escludendo la soluzione utopica di un governo (democratico) mondiale, le soluzioni sono due: o un freno ai mercati e dunque alle opportunità di profitto e accumulazione del capitale; o un inesorabile riduzione dei contenuti democratici nei Paesi occidentali, e non solo. Che è in fondo quello che stiamo vivendo oggi nell’Unione Europea dove si è deciso che le crisi si curano a colpi di tagli di welfare, disoccupazione e diminuzione dei salari, esattamente come nel vecchio Gold Standard. Ma che è anche il modello di quei paesi come Brasile o Turchia dove la democrazia elettorale esiste, ma dove il governo prende decisioni sempre e comunque in favore dei grandi interessi economici. E che dunque, nonostante la diminuzione della povertà e il miglioramento delle condizioni di vita, scatenano rivolte popolari che nessuno aveva previsto e che chiedono un ruolo centrale per la democrazia e un freno al potere del capitale e del governo che lo rappresenta.

Insomma, siamo ad un bivio cruciale. La crisi ha sentenziato che il modello del capitalismo a debito, della democrazia finanziaria non è sostenibile. Il capitale ha riorganizzato in fretta i suoi interessi, la politica europea ha legato le mani agli Stati col fiscal compact e sta imponendo una colossale ristrutturazione dei rapporti economici, a cui seguirà inevitabilmente una riscrittura del dettato politico-costituzionale, esattamente come chiedono le grandi banche d’affari, ormai portavoce della nuova “razza padrona”. Non vi sono dubbi che un’organizzazione istituzionale di tipo Novecentesco non sia compatibile con disoccupazione di massa, salari bassi, peggioramento drastico delle condizioni di vita – quelle stesse condizioni che portarono a guerra e dittature nella prima metà del secolo scorso.

L’alternativa è una riscossa democratica, del tipo di quelle che seguirono al disastro economico-politico-militare della Grande Crisi e della Guerra. Quella che portò al Welfare State britannico, alle Costituzioni democratiche europee, agli accordi di Bretton Woods che contenevano il mercato nelle maglie della democrazia e, dunque, del bene comune.

Come sempre si tratta dell’eterno conflitto lavoro contro capitale: salario contro profitto, oligarchia contro democrazia, ineguaglianza contro welfare, queste sono le scelte strutturali cui ci troviamo davanti. Le banche, i governi conservatori, i tecnocrati hanno già scelto il loro modello, mentre gran parte della sinistra europea brancola nel buio, incapace di comprendere i grandi problemi del post-crisi. Col rischio di svegliarsi un giorno nel mondo della post-democrazia

La fine dell’età dell’abbondanza | Fonte: Sbilanciamoci.info | Autore: Paolo Cacciari

 

Il sistema capitalista si basa sulla disposizione psicologica all’insaziabilità. Secondo Robert e Edward Skidelsky se può uscire solo riscoprendo l’idea antica di “eudaimonia”

Siamo abituati ad ascoltare molte critiche alla crescita e allo sviluppo economico (come bene in sé, come “fine senza fine”) che provengono da considerazioni d’ordine scientifico circa l’insostenibilità degli impatti ambientali sugli ecosistemi naturali (il riscaldamento globale antropogenico, la perdita di biodiversità e via dicendo), oppure d’ordine politico-morale circa le insopportabili ingiustizie nella distribuzione dei benefici sociali ricavati dal sistema produttivo globalizzato. Non che queste non siano considerazioni drammaticamente vere, ma secondo Robert e Edward Skidelsky, (Quanto è abbastanza. Di quanto denaro abbiamo davvero bisogno per essere felici? (meno di quello che pensi), Mondadori, 2013, pp305, Euro17,50) si tratta di argomenti deboli, che non colgono il nocciolo del problema: l’essere il nostro un sistema economico e sociale “privo di senso” [p.15] e un “progresso senza scopo” [p.62]. Inoltre gli argomenti che potremmo definire di tipo eco-socialista non riescono a “presentare una visione della vita buona come qualche cosa da perseguire non per senso di colpa o per paura di un castigo, ma con felicità e speranza” [p.167]. Serve quindi recuperare una “visione dello scopo della ricchezza” [p.287] a partire da una idea di “vita buona” (attingendo senza vergogna anche dal pensiero preillumistico e premoderno) ben diversa da quella su cui si fonda il capitalismo che fa dipendere la stessa “felicità” dalla accumulazione e dal possesso di denaro da giocare sulla sfera dei consumi.

A dirci queste cose sono un economista, Robert Skidelsky, uno dei massimi conoscitori di J.M. Keynes, e suo figlio Edward, filosofo, che insegnano nelle università inglesi. Hanno messo assieme le loro discipline perché pensano che “abbiano bisogno l’una dell’altra” e perché dichiarano di voler “ridare slancio alla vecchia idea dell’economia come scienza morale” [p.13]. Una impresa non da poco se si pensa che tutta la “scienza economica” moderna, per dirla con Gilbert Rist, ha mirato a creare una “ethics-free zone”, dove, cioè, le preferenze del consumatore (quanto un individuo è disposto a pagare per ottenere una merce) vengono considerate una manifestazione insindacabile di libertà e la molla stessa del progresso. Per riuscire a incrinare simili trionfanti credenze liberiste (“l’economia è la teologia della nostra era” [p.124]), evitando di cadere sotto i colpi dei pensatori liberali e “neutralisti”, secondo i quali ogni prospettiva etica è manifestazione di oscurantismo, neo-medievalismo, dispotismo e via di seguito, i nostri autori hanno dovuto ricostruire le fonti prime del pensiero economico; da Aristotele ai giorni nostri, passando per le grandi religioni e i grandi pensatori John Locke, Bernard Mandeville, Carl Marx, John Kenneth Galbrait e, soprattutto, Keynes. Il libro degli Skidelsky infatti non è un trattato asettico sulla storia delle teorie economiche. Interviene a cuore aperto sul principale paradosso irrisolto del nostro tempo, che Keynes, come Gandhi e moltissimi altri attenti osservatori, avevano ben presente: come può essere accettabile che nel mondo vi siano le condizioni, le conoscenze e le risorse materiarli per poter estendere a tutti una “vita buona” ed invece miseria, violenza e disparità intollerabili continuano a caratterizzare le nostre società?

Gli Skidelsky vogliono indagare “sulle ragioni del fallimento della profezia di Keynes”, che, come noto, calcolava, nel saggio Prospettive economiche per i nostri nipoti, pubblicato nel 1930, che nel giro di cento anni, lo sviluppo tecnologico avrebbe consentito di raggiungere un livello di “abbondanza” tale da soddisfare le necessità di base (vitto, alloggio, vestiario, salute, istruzione…) impegnando ogni abitante della Terra a lavorare non più di tre ore al giorno. Se pensiamo che spostando solo una quota parte delle spese militari (ad esempio) sarebbe possibile risolvere domani mattina il problema della fame e della sete del mondo, è evidente che l’errore di Keynes non sta nell’aver sopravalutato l’enorme aumento delle capacità produttive che si è davvero verificato dal secondo dopoguerra. Nemmeno la cattiva distribuzione dei frutti della produzione e della ricchezza è la ragione primaria della mancata realizzazione dell’utopia keynesiana (si pensi ai tragici fallimenti dei tentativi di pianificazione centralizzate). Il difetto deve essere ricercato ancora più in profondità, nel non aver capito che il sistema economico e sociale capitalista ha eretto a proprio fondamento la “disposizione psicologica all’insaziabilità” propria del “tipo umano medio”. Secondo i nostri autori: “Il capitalismo è un’arma a doppio taglio: da un lato ha reso possibili grandi miglioramenti delle condizioni materiali dell’esistenza, dall’altro ha esaltato alcune delle caratteristiche umane più deplorevoli, come l’avidità, l’invidia e l’avarizia” [p.10]. In altri termini: “un’economia competitiva monetizzata esercita su di noi continue pressioni a voler sempre di più” [p.23]. E ancora: “il capitalismo si fonda sulla inesauribile crescita dei bisogni” [p.94]. Nella nostra società non è possibile separare “bisogni assoluti” predeterminabili e “bisogni relativi” inesauribili. “I bisogni non conoscono limiti naturali, possono espandersi all’infinito almeno che non li conteniamo in maniera consapevole (…) La consapevolezza di avere quanto basta” [p.95].

Se le cose stanno così, allora è evidente che il raggiungimento dell’“età dell’abbondanza” pronosticata da Keynes verrà continuamente posticipata, travolta nel vortice della spirale produzione-consumo.

Come uscirne? Tornando a chiederci “cosa vogliamo dalla vita”. Quali sono i requisiti oggettivi di una buona e comoda vita. Scopriremmo allora che non di merci da comprare al supermercato si tratta, ma di “beni primari fondamentali” non commercializzabili, non quantificabili in termini monetari. Gli Skidelski ne propongono sette: la salute, la sicurezza, il rispetto, l’amicizia (rapporti di fiducia e relazioni affettive), la personalità (la capacità di realizzare progetti di vita autonomi), l’armonia con la natura, il tempo libero (l’attività volontaria autogestita e condivisa).Come si vede si tratta di beni del corpo, della mente e delle relazioni, costitutivi dell’umano, che “non escludono l’altro, ma lo includono” (Luigi Lombardi Vallauri in La Società dei beni comuni, Ediesse, 2010).

In definitiva, se vogliamo davvero realizzare il mondo della sufficienza immaginato da Keynes, dovremmo abbandonare il progetto di felicità che gli economisti hanno imposto e che si basa sulla creazione continua di “un surplus di piacere”, riscoprendo invece l’idea antica di “eudaimonia”, una condizione esistenziale che introietta la nozione di sazietà, il senso del limite, la necessità della condivisione e quindi della giustizia sociale.

Che queste cose comincino a dircele degli economisti che non hanno letto Latouche e nemmeno Gilbert Rist, confermano che la crisi di sistema in corso sta aprendo profonde crepe nelle teorie economiche dominanti.

Piergiovanni Alleva: «Il pacchetto lavoro moltiplicherà i precari» | Fonte: il manifesto | Autore: Roberto Ceccarelli

 

Piergiovanni Alleva, giurista del lavoro, già responsabile della consulta giuridica della Cgil, è carico come una pila. Il decreto Letta sul lavoro che riforma i contratti a termine, sui quali era intervenuta appena un anno fa l’ex ministro Elsa Fornero, proprio non riesce a digerirlo. Per lui «è un monumento equestre all’ipocrisia nazionale». La sua indignazione l’ha esposta in una lettera aperta al segretario del Pd Guglielmo Epifani, che conosce bene dopo anni di collaborazione in Cgil, quando Epifani faceva il segretario generale. Per Alleva, appoggiando il governo Letta, il Pd avrebbe «mascherato il più micidiale attacco mai portato ai diritti dei lavoratori come semplice misura di supporto all’occupazione giovanile».

Professor Alleva, come mai trova così «ipocrita» questo decreto?
Nell’articolo 2 si parla del contratto a termine come una misura temporanea valida fino al 2016. Si prevede che solo il 5% di questi contratti possa essere «acausale», cioè che il termine automatico di scadenza potrebbe essere apposto al contratto anche senza una ragione specifica o causa. Inoltre si prevede che il primo contratto duri non più 12 ma 18 mesi.

Viene considerata una misura temporanea per aumentare l’occupazione.
L’articolo 6 cancella però il divieto di proroga a questo contratto. In sostanza, il primo contratto può essere prorogato fino a 24 mesi e dopo l’azienda può prendere un altro lavoratore e fargli fare la stessa trafila. Cosi si resta precari a vita. Poi arriva la misura davvero ipocrita: l’acausalità generale viene ammessa purché sia stabilita in contratti collettivi, firmati dai sindacati rappresentativi, a qualsiasi livello, compreso quello aziendale.

Che cosa significa?
Lo scopo è rendere i contratti a termine acausali. In un paese dove è stato modificato l’articolo 18, dove il 90% dei nuovi assunti sono precari, si stabilisce che i contratti a termine possano essere usati in alternativa al contratto a tempo indeterminato. Immagini le conseguenze di questo. Il governo vuol far fare ai sindacati ciò che ipocritamente non ha voluto fare direttamente Letta e Giovannini assicurano che daranno i soldi alle aziende che assumono a tempo indeterminato… Stanno dicendo alle aziende che se trasformano il contratto a termine gli daranno soldi. Questi incentivi sono in realtà finanziamenti a pioggia. Il problema è che in Italia non c’è domanda di lavoro. Questi incentivi non faranno assumere nessuno e si presteranno a fenomeni speculativi da parte delle aziende.

Perché la Cgil approva questa iniziativa?
Spera di poterla bloccare. Piuttosto che avere l’acausalità per legge, useranno l’acausalità nella contrattazione aziendale e così sperano di potere tamponarne gli effetti. È una strada rischiosa. Non credo che una piccola Rsu possa rifiutare un accordo dove, in cambio di 50 contratti a termine, l’azienda assume 4 o 5 persone.Spero che i sindacati resistano a questa tentazione. Martedì ci sarà l’udienza sul ricorso Fiom contro l’esclusione dalle Rsa di New Holland e Maserati.

Come andrà a finire?
Se dovesse valere il principio per cui la Fiat si sceglie i sindacati con cui contrattare, allora Marchionne ci metterà tre giorni per imporre l’acausalità dei contratti a termine. Figuriamoci se gli altri sindacati non glielo faranno fare. Il decreto Letta gli ha steso un tappeto rosso.

Professore, Epifani le ha risposto?
No, se non indirettamente e in maniera non molto piacevole. Lasciamo stare, non mi sono offeso. La mia lettera è un affettuoso strappone alla giacca. Epifani sa cosa deve fare: una legge sulla rappresentanza, abolire l’articolo 8, garantire la presenza dei sindacati nelle fabbriche. Poi magari mi potrà anche denunciare per stalking.

Muos a Niscemi, il 9 luglio si pronuncia il Tar. Per l’Iss non ci sono le condizioni per l’autorizzazione Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Non c’erano le condizioni per concedere le autorizzazioni per la realizzazione del Muos di Niscemi, il sistema satellitare di difesa Usa, al centro di un braccio di ferro tra la Regione siciliana che ha revocato il precedente via libera, e il ministero della Difesa su cui
deciderà il Tar di Palermo il prossimo 9 luglio. Gli esperti de La Sapienza di Roma, incaricati proprio dal Tar siciliano di effettuare uno studio sulla pericolosita’ del Muos di Niscemi, hanno concluso l’indagine di conformità con finalità di approvazione per gli effetti ambientali elettromagnetici dell’installazione del sistema Muos, descritta nel rapporto finale del NWSC (Space and Naval Warfare System Center) – si legge tra l’altro nella relazione di 31 pagine firmata dall’ingegnere Marcello D’Amore, ex docente di Elettrotecnica nella facolta’ di Ingegneria Civile de La Sapienza – e’ priva di rigore e completezza necessari a garantire la validita’ dei risultati, indispensabile requisito di uno studio che riguarda un sistema complesso nel Sito di Interesse Comunitario Sughereta di Niscemi, in vicinanza del Comune di Niscemi, classificato in zona sismica ad elevata pericolosita’ e di tre aeroporti”.
Nella relazione, pubblicata da LinkSicilia, si legge ancora: Per quanto riguarda gli effetti biologici sulle persone esposte, secondo l’attuale normativa per la protezione delle persone “si richiede che i livelli di campo elettrico, di campo magnetico e di densità di potenza, calcolati e/o misurati nella regione di possibile esposizione, non devono superare i limiti previsti dalla legge. ”Per la verifica – prosegue la relazione – di conformita’ dell’impianto Muos si rende necessario lo sviluppo di una nuova rigorosa procedura di simulazione del campo elettromagnetico irradiato, corredata da una piena e documentata informazione sul codice di simulazione che viene utilizzato, sull’algoritmo alla base di tale codice. In modo analogo si dovrebbe procedere nella valutazione dei possibili effetti elettromagnetici negli aeroporti interessati, in particolare in quello di Comiso, e in aeromobili che attraversino il fascio elettromagnetico irradiato dai riflettori parabolici”.