Inaugurazione piazzale donne partigiane a Milano 18 maggio 2013

Pesca, male la prima. Imbarazzante uscita europea della ministra De Girolamo da: greenreport.it

 

Le associazioni ambientaliste contestano la prima uscita europea della ministra italiana delle Politiche agricole e forestali

 

[ 14 maggio 2013 ]

 

 

A Bruxelles è in corso la riunione del Consiglio Europeo per decidere sul futuro della pesca europea e la neo ministra italiana delle Politiche agricole e forestali, quella Nunzia De Girolamo che solo pochi giorni fa era convinta che la lontra fosse un uccello, alla sua prima uscita internazionale non ha trovato di meglio che sconfessare la proposta della presidenza di turno irlandese dell’Ue nell’ambito del negoziato sulla riforma della Politica Comune della pesca con il Parlamento Europeo, nonostante il sostegno e le rassicurazioni espresse in una nota diffusa dall’Ansa.

 

«Nello specifico – spiegano in un allibito comunicato congiunto Legambiente Marevivo e Wwf –  allontanandosi dalla posizione molto più collaborativa mantenuta dall’Italia fino ad oggi, la ministra De Girolamo ha ridimensionato la  tiepida proposta per la ricostituzione degli stock europei avanzata dalla presidenza e ha richiesto una deroga sui limiti di espansione della capacità di pesca per le flotte soggette a concessioni trasferibili, come quelle di cui dispone la flotta industriale Italiana della pesca al tonno rosso. Inoltre, ha criticato l’introduzione di sanzioni per quegli stati membri che non sono in grado di controllare ed eliminare la sovraccapacità di pesca».

 

Le tre associazioni ambientaliste  contestano senza mezzi termini il voltafaccia della neo-ministra del governo Letta: «In un mare come il Mediterraneo che registra la più alta percentuale di stock soggetti a una cattura eccessiva in tutta Europa, tra cui quella del tonno rosso che grazie alla sconsiderata espansione della capacità di pesca ha rischiato di collassare, l’intervento del Ministro italiano indica la totale mancanza di volontà politica di combattere con misure incisive la profonda crisi che attanaglia il settore della pesca e le risorse ittiche. Arroccarsi su una posizione di difesa dello status quo è deprecabile, e rischia di far saltare il processo di riforma».

 

Ecco cosa dice sul sito del ministero, ufficialmente e in maniera palesemente contraddittoria, la De Girolamo: «L’Italia sostiene le linee guida della riforma già individuate dalla Commissione e ribadite nell’orientamento generale in merito alla riforma della Politica comune della pesca. Si tratta di una priorità per l’Italia e il nostro auspicio è di poter adottare la Riforma entro la fine del 2013. Nell’ambito della gestione delle attività di pesca riteniamo importante il raggiungimento di un buono stato ecologico, in linea con le previsioni normative europee. Il Rendimento massimo sostenibile è un parametro importante, ma deve essere applicato in maniera realistica e con attenzione agli aspetti socio economici dell’attività di pesca. Siamo al momento complessivamente soddisfatti dei risultati finora raggiunti in sede di Consiglio e della impostazione generale propostaci dalla Presidenza. Tuttavia, va valutata l’opportunità di una riformulazione del linguaggio su alcune questioni, al fine di evitare ambiguità e difficoltà in corso di applicazione. In primo luogo, la “gestione della capacità di pesca”  è una attività complessa e di non semplice attuazione. L’impostazione originaria formulata in merito dalla Commissione ci ha trovati favorevoli sin dal primo momento per la concretezza e il realismo contenuti. Per contro, le posizioni del Parlamento, specie sul piano delle sanzioni, devono tenere maggiormente conto delle esigenze reali di una buona gestione finalizzata ad una attività di pesca sostenibile. Un altro tema importante è la necessità di preservare la specificità di quei bacini che per le loro caratteristiche non si prestano ad una gestione attraverso sistemi tipo ‘Tac e quote’; alcuni elementi dell’orientamento generale parziale – fra cui la soluzione trovata per la questione dei rigetti – rispecchiano in maniera soddisfacente questa nostra esigenza. Tuttavia, la possibilità di esonerare dall’obbligo di sbarco – in maniera diretta e simultanea alla sua entrata in vigore – quelle imbarcazioni che pescano soltanto una piccola quantità inevitabile e fisiologica di giovanili, è una proposta per noi condivisibile, e riteniamo importante il mantenimento di una soglia “de minimis” fra il 7 e il 9%».

 

La De Girolamo irrompe come un elefante poco accorto in un delicato dibattito sulla riforma della Politica comune della pesca (Pcp), frutto di un dibattito pubblico avviato dal Consiglio sui risultati delle discussioni trilaterale in corso con Parlamento europeo e la Commissione Ue su due proposte: il nuovo regolamento della Pcp  che sostituisce le disposizioni di base della Pcp (Regolamento di base); il regolamento del Consiglio relativo all’Organizzazione comune dei mercati (Ocm) nel settore della pesca e dei prodotti, che si concentra sulle  questioni della politica di mercato (regolamentazione del mercato) l’acquacoltura;

 

Le 6 tornate di consultazioni a tre l’8 maggio avevano portato ad un accordo globale tra il Parlamento europeo e il Consiglio, mentre la Commissione mantiene ancora una riserva su alcune questioni, tra cui l’utilizzo di atti delegati per le norme di commercializzazione.

 

Sul principale problema in sospeso, l’informazione obbligatoria dei consumatori sula marcatura e l’etichettatura dei prodotti, è  stato raggiunto un accordo provvisorio per allargare il campo di applicazione obbligatoria delle informazioni sul tipo di attrezzi utilizzati nella pesca e per richiedere più dettagliate indicazione della zona di cattura. Un elenco dei tipi di attrezzi deve ancora essere stabilito a livello tecnico.

 

Per quanto riguarda la designazione della zona di cattura, una descrizione più ampia sarà applicata anche per le flotte pescherecce che operano anche molto lontane dai mari europei, come nel Pacifico e nell’Oceano Indiano. La Commissione non potrebbe sostenere anche un compromesso, non mantenendo la “catch date” obbligatoria e le informazioni più dettagliate sui prodotti conservati proposte dalla Commissione.

L’altra principale questione in sospeso riguardava i delegated and implementing acts. La presidenza irlandese dice che «È stato raggiunto un accordo, basato sul lavoro dei servizi giuridici del Parlamento e del Consiglio. Il compromesso conserva un certo numero di rafforzamenti della Commissione per gli implementing acts, ma non per i delegated acts. Invece, si prevede di fornire più dettagli nel regolamento per quanto riguarda il riconoscimento delle organizzazioni di produttori e per quanto riguarda i piani di produzione e di commercializzazione. Il compromesso potrebbe mantenere le norme di commercializzazione esistentifino alla loro sostituzione con gli standard successivi, utilizzando la procedura legislativa. La Commissione ha mantenuto la sua posizione, in quanto richiede un potenziamento degli atti delegati sul contenuto di produzione e i piani di marketing. Dopo una ulteriore revisione tecnica e legale, il compromesso sarà presentata al Coreper per approvazione

Non possiamo più aspettare-FIOM- Intervento di Fiorella Mannoia 18 maggio 2013

Mille palestinesi bloccati da giorni al valico Rafah da: globalist

L’Egitto ribadisce che la frontiera non riaprira’ fino alla liberazione dei poliziotti rapiti nel Sinai. Il Cairo denuncia il possibile coinvolgimento di salafiti di Gaza


adminSito
domenica 19 maggio 2013 09:12

di Michele Giorgio

Gerusalemme, 19 maggio 2013, Nena News – Erano un migliaio ieri i palestinesi della Striscia di Gaza bloccati al valico di Rafah chiuso venerdì dalla polizia egiziana per protestare contro il rapimento di sette agenti catturati mercoledì a Wadi al Akhdar (Sinai) da un gruppo armato. Quattro degli agenti sequestrati lavorano proprio al terminal di frontiera.

Le autorità egiziane ieri hanno inviato nella zona altri reparti di sicurezza per impedire, ha spiegato il Cairo, che i poliziotti siano portati dentro Gaza attraverso i tunnel sotterranei tra il Sinai e la Striscia. I palestinesi da parte loro chiedono che siano fatti rientrare a Gaza i civili rimasti bloccati, non pochi dei quali erano andati in Egitto a curarsi per gravi malattie. Ma un funzionario egiziano della sicurezza ha ribadito che la frontiera non sarà riaperta fino alla liberazione di quattro agenti. I rapitori, con ogni probabilità beduini legati a qualche gruppo salafita radicale, chiedono la scarcerazione dei loro compagni arrestati nei mesi scorsi.

E’ solo l’ultimo atto di un conflitto che si combatte da nove mesi tra le forze di sicurezza egiziane e vari gruppi islamisti radicali, che hanno fatto del Sinai la loro roccaforte, e che vedrebbe il coinvolgimento anche di palestinesi di Gaza. Su questo punto l’Egitto insiste dallo scorso agosto, dall’attacco sanguinoso ad una stazione di polizia a Rafah (gli uccisi furono 16) da parte di una cellula jihadista che, dopo aver catturato un blindato, riuscì a sfondare le barriere di frontiera e a penetrare per diverse centinaia di metri all’interno del territorio israeliano prima di essere fermato da un razzo sganciato da un elicottero.

Un episodio che costrinse il presidente islamista egiziano Mohammed Morsi ad adottare misure punitive nei confronti di Gaza su pressione dell’Esercito e dei servizi segreti, a cominciare dalla chiusura (avvenuta però parzialmente) dei tunnel sotterranei. Proprio nel momento in cui si erano fatti più stretti i rapporti con il governo di Hamas a Gaza, nel quadro dell’alleanza tra i movimenti e partiti che si ispirano ai Fratelli Musulmani, emersi come forze maggioritarie nei Paesi teatro della cosiddetta «primavera araba». Morsi, come lo scorso anno, è contrario a provvedimenti che prendono di mira indirettamente i «cugini» di Hamas al potere a Gaza. Anche questa volta però non ha potuto opporsi ai comandi militari e all’intelligence che insistono sulla collaborazione in corso tra salafiti del Sinai e palestinesi sui quali, dicono, Hamas chiude un occhio, anzi tutti e due.

L’accaduto rischia di affondare l’intenzione di Morsi di visitare di Gaza, all’inizio di giugno, assieme al premier turco Erdogan che giovedì ha confermato che si recherà nella Striscia. Qualche settimana fa il Segretario di Stato John Kerry aveva “suggerito” all’alleato Erdogan di ripensare al suo annunciato viaggio a Gaza, su evidente pressione di Israele – e, pare, anche dell’Autorità nazionale del presidente palestinese Abu Mazen – che guarda con diffidenza al riconoscimento dell’autorità di Hamas giunto da diversi Paesi del Golfo (Qatar in testa) e dalla Turchia.

Erdogan ha taciuto per giorni poi ha trovato il compromesso tra le sue intenzioni e i “suggerimenti” di Washington. Erdogan non visiterà solo Gaza ma si recherà anche a Ramallah, in Cisgiordania, per colloqui con Abu Mazen. E’ probabile inoltre che usi il suo viaggio in Palestina per “promuovere” il tentativo di Kerry di rilanciare, forse con un conferenza regionale a giugno, il negoziato israelo-palestinese fermo da anni. Nena News

Fonte: il manifesto | Autore: Claudio De Fiores L’irragionevole «porcellum»

 

La Cassazione ha rinviato alla Consulta la decisione sulla legittimità costituzionale della legge elettorale Calderoli. Due i dubbi di costituzionalità espressi dalla Corte nell’ordinanza. Il primo è l’irragionevolezza del premio di maggioranza, con il rischio di «una alterazione degli equilibri istituzionali» poiché la maggioranza beneficiaria del premio può eleggere il Capo dello Stato e parte dei giudici della Corte, le cui cariche hanno una durata più lunga della stessa legislatura. Di qui la manifesta “irragionevolezza” della legge (ex art. 3 della Costituzione) e la conseguente lesione dei “principi di uguaglianza del voto” (art. 48). Una situazione destinata a rivelarsi paradossale qualora la coalizione, dopo aver acceduto al premio, si sciolga. Ipotesi, quest’ultima, oggi sotto i nostri occhi. A ciò si aggiunga che per il Senato il premio di maggioranza viene assegnato su base regionale. Una soluzione, questa, che oltre a non assicurare un coerente esito elettorale nei due rami del Parlamento, tende a “pregiudicare” il peso politico delle Regioni più popolose. La Cassazione avanza poi dei “dubbi” di costituzionalità anche sull’introduzione delle cosiddette liste bloccate, evidenziandone le gravi ripercussioni sulla libertà del voto, dal momento che all’elettore verrebbe sottratta la possibilità di poter scegliere il candidato da votare. Vi è quindi da chiedersi se «possa ritenersi realmente libero il voto quando all’elettore è sottratta la facoltà di scegliere l’eletto e se possa ritenersi personale un voto che è invece spersonalizzato».
Relativamente alle modalità di accesso, vi è da sottolineare l’estrema difficoltà di far pervenire la legge elettorale al giudizio della Corte. Siamo in presenza di una zona d’ombra del giudizio costituzionale. Probabilmente un’occasione persa è stata la mancata autorimessione da parte della Corte costituzionale a ridosso del giudizio sull’ammissibilità di alcune richieste referendarie concernenti l’attuale legge elettorale. Proprio le difficoltà di consentire alla Corte di pronunciarsi su questo tipo di leggi avrebbe dovuto indurre il giudice delle leggi a sollevare la questione di costituzionalità davanti a se stessa. A tale riguardo, l’ordinanza della Cassazione pone però un’obiezione tecnica: può la questione di costituzionalità provenire in via incidentale nel caso in cui la questione principale sia sostanzialmente coincidente con il sospetto di incostituzionalità (vale a dire, quando la questione di costituzionalità costituisce l’unico motivo di ricorso al giudice ordinario)? Il rischio è di palesare un malcelato caso di accesso diretto alla Corte costituzionale, non ammissibile nel nostro ordinamento.
La Cassazione ritiene tuttavia che in questo caso la questione di legittimità costituzionale non esaurisca la controversia di merito, essendo quest’ultima più ampia, in quanto diretta al riconoscimento di una domanda di accertamento costitutiva. Ci muoveremmo, in definitiva, in una di quelle ipotesi in cui la strada dell’accertamento giudiziale sarebbe l’unica via per ottenere la tutela giurisdizionale di diritti fondamentali. Diversamente il filtro per l’accesso alla Corte, in situazioni del genere, diventerebbe una chiusura.

| Fonte: il manifesto | Autore: Andrea Colombo Cig e Imu, Letta non risolve

 

È solo una tregua, la battaglia vera la si combatterà sotto il sole d’agosto. L’Imu su prima casa, alloggi popolari, terreni agricoli e fabbricati rurali è congelata sino al 16 settembre, ma se entro il 31 agosto non sarà varata la nuova legge la tassa dovrà essere pagata per intero. Restano fuori dalla sospensione i capannoni industriali, il che, in soldoni, vuol dire che quanto a incentivi per la produzione reale la situazione resta quasi identica. Non del tutto, perché sono previste possibili deducibilità per le «attività produttive». Un po’ come fronteggiare una polmonite con l’aspirina.
Sulla cassa integrazione in deroga, il travagliato parto del governo è andato un po’ meglio di quanto apparisse alla vigilia: il rifinanziamento è di un miliardo e non di 496 milioni come da prime bozze. È una cifra ancora insufficiente, non basta a coprire tutte le richieste di cig e lascia inalterata la situazione disperata degli esodati. Ultimo capitolo, l’abolizione dello stipendio da ministro per i Parlamentari. Propaganda pura.
La guerra dell’Imu è ancora tutta da combattersi, ma la parola d’ordine è far finta che il rinvio sia una grande e coraggiosa decisione. I due principali partiti dell’assurda maggioranza, Pd e Pdl, non si sottraggono all’obbligo. Il più stentoreo è Silvio Berlusconi. Non che sia davvero contento, ma tiene salda la barra nella direzione anticipata a Brescia: rivendicare a suo eterno merito la per ora inesistente cancellazione dell’Imu e allo stesso tempo fissare i punti fermi per quando non si giocherà più e si farà sul serio. «L’Imu è il nostro primo successo e la sinistra deve fare i conti con il nostro programma», giubila trionfante. Poi passa a squadernare i primi ed essenziali punti del succitato programma: riforma di Equitalia, stop all’aumento dell’Iva, detassazione delle nuove assunzioni.
Tutto il suo partito disciplinatamente applaude, ma i battimani dei falchi sono tiepidi e guardinghi, quelli delle colombe sperticati. C’è chi esulta per «il goal» come Alfano, chi canta le lodi di Silvio il vincitore come l’impagabile Bondi, chi sobriamente gioisce per il «positivo debutto del governo Letta» e chi invece mantiene un significativo silenzio o, come Renata Polverini, non va oltre la soddisfazione per quello «un primo passo».
Sobrio anche il Pd. Nessuno si allarga più che tanto. Dal capo dei senatori Zanda alla vicepresidente della camera Sereni è tutto un esaltare le «prime ma importanti risposte» e le «piccole cose buone». Non è una tardiva scoperta del senso della misura. È che il Pd barcolla su una fune pericolante. Deve esalatare l’azione del governo, ma senza esagerare perché un eventuale consenso popolare rischia di rimpinguare solo i forzieri elettorali di Berlusconi.
Tutt’altra musica sul fronte delle opposizioni. E se persino la Lega, che è opposizione per modo di dire, mitraglia la sospensione della tassa trattandola da «pesce d’aprile» (Calderoli) o da «grande bluff» (Maroni), ci si può figurare il Movimento 5 stelle. Grillo carica a testa bassa: «Governo di cialtroni e dilettanti, non sanno nemmeno quel che fanno. La prima tranche dell’Imu la hanno data al Monte Paschi». E i deputati pentastellati ironizzano sul «decreto dei miracoli» preannunciato da Letta : «Decreto degli struzzi», casomai: «Il governo infila la testa sotto la sabbia e rinvia la decisione a data da destinarsi».
Sel concentra le critiche sul capitolo Cig ed esodati. «Sono misure insufficienti», attacca il capogruppo Migliore. «Per gli esodati – spiega – serviranno misure strutturali e siamo perplessi anche sulle coperture, sottratte ad altre fonti ».
Per il governo Letta quello di ieri è stato il vero battesimo del fuoco. In tre settimane e passa, sinora, non aveva fatto niente, e anche alla prima prova, in realtà, ha fatto ben poco. Il parziale rifinanziamento della cassa integrazione era dovuto, pena l’esplosione sociale. Ma dove l’esecutivo avrebbe dovuto dar prova delle sue capacità, nel reperimento delle coperture, l’esito è più che deludente. «Ci pare che permanga la scelta di prendere le risorse di nuovo dal lavoro – critica infatti la segretaria della Cgil Camusso – e di sottrarle ad altre fonti essenziali. Non si possono cercare risorse nella formazione professionale, che è uno strumento per le politihe attive del lavoro».
Di questo passo, sarà difficile per Letta recuperare un crollo di popolarità che in poche settimane lo ha già portato al livello del più basso indice di gradimento registrato dalla squadra di brocchi di Mario Monti.

Rodotà: Questo Governo mette a rischio il dialogo a sinistra da: controlacrisi.org

La sinistra «ha bisogno di un dialogo serio» oggi però «messo a rischio dall’attuale maggioranza di governo». Stefano Rodotà appena giunto a Piazza S.Giovanni a Roma, lascia aperta la porta al dialogo con il PD. Per Rodotà infatti la presenza di alcuni esponenti del Pd alla manifestazione «è una cosa buona» perchè, ha spiegato, si tratta di una piazza che «difendendo il lavoro difende la democrazia, e quindi la Costituzione»