Muos, attivisti si arrampicano sulle antenne Tra di loro Turi Vaccaro, storico pacifista Di Redazione | 22 aprile 2013 da: ctzen

 

Alcuni militanti che si battono contro la costruzione dell’impianto statunitense stamattina sono saliti sul traliccio di una delle 46 antenne che si trovano nella base militare. Tra loro anche il santone buddista cacciato dalle forze dell’ordine dalla Val di Susa per le sue proteste contro la Tav. E’ subito scattato il passa parola sui social network, mentre dall’Assemblea Regionale il capogruppo del M5s, Giancarlo Cancelleri chiede di essere informato «per poter fare qualcosa di incisivo»

muos antenne arrampicati giusta_interna

Alcuni attivisti No Muos, quattro o cinque, stamattina hanno tagliato la rete della base militare americana di Niscemi e si sono arrampicati su una delle 46 antenne contro cui il movimento si batte. Tra di loro c’è anche Turi Vaccaro, storico pacifista di religione buddista che da diverse settimane si è stabilito al presidio permanente dicontrada Ulmo dopo aver ricevuto un foglio di via per le sue battaglie contro la Tav della Val di Susa. La polizia, insieme ai vigili del fuoco e al 118, è presente sul posto e sta tentando di convincere i militanti a scendere dal traliccio. Ma per ora gli attivisti non intendono cedere. «C’è un po’ di confusione», si limitano a precisare dal commissariato di polizia di Niscemi.

 

Sin dall’inizio delle proteste contro la costruzione dell’impianto satellitare per le telecomunicazioni della marina militare statunitense, l’obiettivo delle manifestazioni dei comitati No Muos ha sempre riguardato anche le 46 antenne che dal 1991 sono ospitate nella base. Subito dopo l’azione di stamattina, è scattato il passaparola tra gli attivisti attraverso i social network. E’ intervenuto anche il Movimento cinque stelle, attraverso il capogruppo all’Ars Giancarlo Cancelleri che sulla sua pagina Facebook lancia un appello: «Sono ore delicate, noi siamo in regione per il bilancio. Prego a chi può di mandarci informazioni dettagliate degli avvenimenti, vi prego dettagliate, senza sentito dire. Se dobbiamo fare qualcosa di incisivo dobbiamo essere bene informati».

Vaccaro non è nuovo a queste azioni. Circa un anno fa, in val Susa, si era arrampicato sullo stesso traliccio da cui cadde il militante No Tav Luca Abba, e vi era rimasto per una notte intera.

[Foto di Gabriella Sentina]

Giorgio Gaber-Qualcuno era comunista

Le bugie del governo Monti sul MUOS di Niscemi di Antonio Mazzeo

Un “disguido”. Cioè un mero errore d’interpretazione o di valutazione degli atti predisposti dalla Regione Siciliana che ha consentito al Pentagono di fare un piccolo passo avanti nella costruzione del terminale terrestre del MUOS di Niscemi. Così, in barba al decreto di revoca delle autorizzazioni ai lavori d’installazione delle tre mega-antenne del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari all’interno della riserva naturale “Sughereta”, firmato a Palermo lo scorso 29 marzo, tecnici ed operai hanno ottenuto l’Ok a completare pure il terzo traliccio dell’impianto di morte della Marina militare Usa.

Secondo il viceministro degli Esteri Staffan de Mistura e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà, si è trattato però di un semplice malinteso. “I due uomini di governo che abbiamo incontrato a Roma lunedì 15 aprile ci hanno comunicato che c’è stato un disguido con la revoca dei lavori del MUOS”, spiega il sindaco di Niscemi Francesco La Rosa. “Ci hanno però assicurato che i lavori sono stati bloccati almeno fino al prossimo 31 maggio, quando sarà depositato lo studio sull’impatto elettromagnetico delle antenne che è stato commissionato all’Istituto Superiore della Sanità. Sino ad allora verranno garantite solo le attività di manutenzione della stazione di telecomunicazione e gli unici ingressi nella base saranno quelli dei militari statunitensi preposti al suo funzionamento”.

Con o senza revoca, i lavori del MUOS potranno ripartire dunque l’1 giugno se l’ISS darà il suo star bene all’impianto. L’ipotesi di assegnare a quest’organismo l’ultima parola sull’installazione del sistema satellitare è stata fortemente caldeggiata proprio dalla giunta Crocetta, nonostante in tanti avessero espresso dubbi sull’effettiva “indipendenza” dell’istituto noto per le sue posizioni negazioniste in tema di rischio elettromagnetico. I giornalisti Alessio Ramaccioni e Pablo Castellani ricordano nel volume Onde Anomale (Editori Riuniti, Roma, 2012) come Radio Vaticana per difendersi dalle accuse d’inquinamento ambientale nel procedimento penale che l’ha vista poi condannata, si sia affidata alla consulenza tecnica della dottoressa Susanna Lagorio dell’Istituto Superiore di Sanità. Né Rosario Crocetta né il governo Monti hanno poi tenuto conto delle richieste dei No MUOS e del Movimento 5 Stelle di far partecipare ai lavori della commissione il professore Massimo Zucchetti del Politecnico di Torino che insieme al fisico Massimo Coraddu ha provato l’insostenibilità ambientale del MUOS. “Anche se non ne farò parte perché non mi hanno voluto vi scrivo io già ora le conclusioni a cui giungerà la Commissione dell’Istituto Superiore di Sanità”, ironizza il docente del Politecnico. “Allo stato dell’arte, non risulta in letteratura alcuna prova di correlazione dimostrabile fra campi elettromagnetici ed effetti sulla salute. Quindi non vi è il minimo rischio per la popolazione. I rappresentanti istituzionali a livello territoriale si accorgeranno così come da Roma li hanno beffati…”.      

L’impegno dell’esecutivo a congelare l’affaire MUOS sino a fine maggio contrasta poi con quanto dichiarato il 10 aprile scorso dal Ministero della Difesa in un comunicato stampa. Dopo aver ribadito che l’installazione delle parabole “potrà iniziare soltanto quando saranno resi noti i risultati dello studio indipendente”, il dicastero retto da Giampaolo Di Paola ha inteso far sapere che a Niscemi proseguiranno comunque i “lavori di predisposizione” del MUOS. Un gioco di parole per mascherare la violazione dello stop alle attività del cantiere concordato a metà marzo da Mario Monti e il presidente Crocetta, violazione documentata con foto e filmati dai militanti e dalle Mamme No MUOS. Con la conseguenza che il Movimento che si oppone al progetto ha dovuto riprendere le azioni di blocco della base militare di contrada Ulmo per impedire l’ingresso degli automezzi delle aziende contractor. “Il successo della grande manifestazione nazionale del 30 marzo a Niscemi ed il provvedimento di revoca delle autorizzazioni da parte della Regione Sicilia non hanno fermato, ma anzi ringalluzzito l’arroganza della Marina militare statunitense nella prosecuzione dei lavori di costruzione del MUOS, umiliando ancora una volta la sovranità popolare e l’ARS”, commenta Alfonso Di Stefano del Comitato No MUOS – No droni di Catania. “Vista l’inefficacia pratica dei provvedimenti istituzionali e giuridici è solo grazie alla vigilanza e alla prosecuzione dei blocchi che è stato impedito in questi giorni il transito dei mezzi, praticando così dal basso la revoca dei lavori”.

La resistenza non violenta dei giovani e delle donne No MUOS ha ridato ancora una volta i suoi frutti. Da alcuni giorni i cantieri sono tornati ad essere deserti. Scortati da decine di volanti della polizia e dei carabinieri solo i furgoni che trasportano i militari hanno fatto ingresso nella Naval Radio Transmitter Facility di Niscemi. Gli attivisti lamentano però la prosecuzione delle azioni di provocazione da parte dei tutori dell’ordine con spintonamenti, identificazioni, schedature di massa e finanche un placcaggio da rugby per bloccare un attivista diretto ai cancelli della base.

“Il fatto che la polizia italiana scorti gli operai che entrano al cantiere, ci fa capire purtroppo che le direttive che partono da Roma vanno nella direzione opposta a quella dell’atto di revoca della Regione Siciliana”, commenta Paola Ottaviano del Comitato No MUOS di Modica. “Quello che davvero ci ha stupito è stato però il silenzio assordante da parte delle istituzioni regionali di fronte alle palesi violazioni del governo. L’assessore all’Ambiente, Maria Lo Bello, anziché spiegare in che modo la Regione avrebbe garantito l’efficacia e la messa in atto della revoca, rivolgendosi  alla magistratura dopo aver constatato l’avanzamento dei lavori, si è limitata a chiedere un chiarimento al ministero della difesa. E per supplire per l’ennesima volta alle mancanze degli organi istituzionali, cittadini e attivisti hanno presentato diversi esposti alla Procura di Caltagirone”. Le illegalità verificatesi nei cantieri del MUOS ad aprile sono state stigmatizzate dall’avvocato catanese Sebastiano Papandrea. “I provvedimenti di revoca, pur essendo soggetti all’ordinario termine di impugnazione di 60 giorni, hanno efficacia immediata sin dalla loro notificazione e pertanto, ove essi siano stati regolarmente notificati, appare illegittima la prosecuzione dei lavori che avrebbero dovuto essere immediatamente arrestati”.

Il Movimento No MUOS s’interroga intanto su come rilanciare la lotta contro l’installazione del nuovo sistema di guerra planetario Usa, consapevole che i giri di valzer e le ipocrisie del governo continuano anche per sfiancare le proteste e rafforzare i dispositivi di repressione. Per superare l’empasse e imporre il cambio di rotta sul MUOS è necessario che il Parlamento, prima possibile, si pronunci apertamente sul sistema satellitare e approvi una mozione che dica chiaramente “No” alla sua installazione nel territorio italiano, vincolando l’esecutivo a revocare tutte le autorizzazioni alle forze armate statunitensi. Un pronunciamento dal rilevante valore storico che consentirebbe di riaprire il dibattito politico generale sulla presenza delle installazioni militari Usa e Nato in Italia e sulla loro chiara incostituzionalità.

Non a caso per lanciare la campagna di primavera No MUOS è stata scelta la data simbolica del 25 aprile, giornata di Liberazione dalle basi di guerra. Il Presidio permanente di contrada Ulmo sarà la sede-laboratorio di dibattiti, iniziative ecologiche, artistiche e culturali per valorizzare la riserva orientata protetta, praticare e socializzare il rispetto di un ambiente unico nel Mediterraneo e rendere permanente la mobilitazione popolare contro la militarizzazione e i conflitti che insanguinano il pianeta. La partita è apertissima a condizione di mantenere la massima unità attorno agli obiettivi strategici comuni.

Al comando una oligarchia politico economica per far rispettare il fiscal compact. Intervento di Giorgio CremaschiFonte: micromega | Autore: giorgio cremaschi

 

Quando un Presidente della Repubblica che dura sette anni viene rieletto per altri sette, siamo in un sistema più simile all’antica monarchia elettiva polacca che a quello delineato dalla nostra Costituzione.Quando questo stesso Presidente ha di fatto governato per quasi un anno e mezzo attraverso un Presidente del Consiglio da lui nominato senatore a vita, che ha ricevuto la fiducia delle Camere sotto la pressione incostituzionale dello spread; siamo in un sistema più simile alle repubbliche presidenziali che a quella parlamentare costituzionale.

Quando questo Presidente nomina una commissione di saggi che prepara un programma che probabilmente sarà adottato dal nuovo governo di emanazione presidenziale, al cui sostegno nessuna delle forze che lo hanno rieletto potrà ovviamente sottrarsi, questo somiglia ad una repubblica presidenziale senza neanche il voto del popolo.

Quando tutto questo avviene nel quadro di un accordo, frutto della disperazione ma non per questo meno sostanziale, tra i partiti che si sono alternati a governare in questi venti anni, usare la parola regime non è certo un errore. Inciucio è solo la sua definizione gergale.

Quando questo regime a sua volta è espressione di una sovranità totalmente limitata dal pareggio di bilancio costituzionale, dal fiscal compact, dalla Troika e da tutti i trattati liberisti europei, per cui gran parte delle decisioni economiche vanno in automatico, come ha affermato Draghi, tutto questo con una vera democrazia ha ben pochi rapporti. La forma della nostra democrazia è forse salva, ma la sostanza no.

E che la democrazia costituzionale sia oramai un simulacro lo dimostrerà ancora di più il futuro. Infatti quando il prossimo governo di emanazione presidenziale continuerà le politiche di austerità, l’opposizione ad esso sarà inevitabilmente e oggettivamente opposizione al Presidente della Repubblica.

D’altra parte questo è ciò che hanno voluto, non solo subìto, PD e PDL. Che al momento buono hanno deciso ancora una volta di stare assieme. Come hanno fatto quando hanno portato la pensione a settanta anni, cancellato l’articolo 18, imposto l’Imu.

PD e PDL sono oramai parte integrante della oligarchia politico economica del paese, oligarchia che al momento buono decide e basta.

Poche storie, sono usciti dalla Costituzione Repubblicana e bisogna prenderne atto. Le prossime lotte contro le politiche di austerità e contro il massacro sociale saranno anche contro il Presidente Giorgio Napolitano. Non facciano gli ipocriti, è questo ciò che hanno voluto e fatto.

Don Tonino il pacifista Fonte: il manifesto | Autore: Luca Kocci

 

Il 20 aprile del ’93 moriva don Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi. Antimilitarista e dalla parte degli oppressi, si scontrò con il mondo della politica e con le gerarchie ecclesiastiche, che lo consideravano «estremista». Ma divenne un punto di riferimento per il pacifismo non violento italiano. La sua era la «Chiesa del grembiule», opposta a quella della stola
Nel dicembre del 1992 a Sarajevo, sotto assedio dal mese di aprile, cadono le bombe. Cinquecento pacifisti, il 7 dicembre, si imbarcano ad Ancona e, dopo una traversata burrascosa con mare forza 8, raggiungono Spalato e poi la capitale bosniaca, la sera dell’11 dicembre, per una marcia della pace attraverso la città promossa dai Beati i costruttori di pace. Ci sono militanti nonviolenti e dei partiti della sinistra, i sindaci, qualche parlamentare e diversi preti. C’è anche don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, che racconterà i momenti salienti di quell’esperienza sulle colonne del manifesto , con cui collaborava dal 1990.
La marcia di Sarajevo sarà una delle sue ultime azioni: morirà pochi mesi dopo, il 20 aprile del 1993, sconfitto da un tumore che lo affliggeva già da molti mesi. La strada per la pace è la «nonviolenza attiva, gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati», disse in un cinema di Sarajevo illuminato da fiaccole e candele perché mancava l’elettricità. Un discorso che ricorda molto bene Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, anche lui presente alla marcia: «Don Tonino prese la parola per dire che eravamo giunti fin lì per comunicare ai nostri fratelli che eravamo loro vicini e che il mondo non li aveva dimenticati. In secondo luogo che volevamo richiamare le nostre responsabilità nel conflitto, di europei e di italiani. In terzo luogo, per ribadire che in mezzo a quella violenza e a quella ferocia l’unica risposta possibile era la nonviolenza».
La pace, l’antimilitarismo, il disarmo, la giustizia sociale e la scelta di schierarsi accanto agli oppressi sono state le stelle polari dell’azione pastorale e sociale di don Tonino Bello. Battaglie condotte con una radicalità che più volte lo hanno fatto scontrare duramente con alcuni settori del mondo politico – sulle questioni della guerra, degli armamenti, dell’obiezione di coscienza al servizio militare, degli immigrati che all’inizio degli anni ’90 iniziavano ad arrivare sulle coste italiane e pugliesi in particolare – e delle gerarchie ecclesiastiche, che non condividevano le sue posizioni “estreme”, in realtà solo profondamente fedeli al Vangelo e al Concilio Vaticano II.
Quando interviene alle assemblee della Cei, gli altri vescovi lo ascoltano con sorrisetti di compiacenza e mormorii di dissenso. Ma arrivano anche i richiami formali. «Mi dicono che sei stato rimproverato», gli scrive in una lettera padre David Turoldo, «a maggior ragione intervieni, intervieni sempre di più, e insieme di’ che sei stato richiamato, dillo pubblicamente, perché di questo hanno paura». Salentino di Alessano, dove nasce nel 1935, Tonino Bello viene ordinato prete nel 1957. Negli anni ’60 accompagna spesso a Roma il suo vescovo, impegnato nei lavori del Concilio Vaticano II, partecipando con entusiasmo alle istanze di rinnovamento e di aggiornamento radicale della vita della Chiesa. Diventa parroco, prima ad Ugento, poi a Tricase, dove il suo impegno comincia a delinearsi: fonda la Caritas, promuove l’Osservatorio sulle povertà, organizza incontri sul Concilio e sui temi della giustizia e della pace. Nel 1982 viene ordinato vescovo della diocesi di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi, il paese di Nichi Vendola, che sarà sempre molto vicino a Bello. «La bellezza e la scandalosità delle sue parole rispetto al perbenismo piccolo-borghese che impacchettava la vita del clero in un cattolicesimo pacificato, pronto a fare sconti soprattutto ai potenti, fu un’illuminazione», spiega Vendola in un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno di venerdì. «Ci insegnò non a consolare gli afflitti, ma ad affliggere i consolati. Ci spiegò che i poveri non vanno aiutati con l’ottica neocoloniale e che bisogna dividere con loro non solo il pane».
È la «Chiesa del grembiule», una delle immagini più efficaci coniate da don Bello, insieme a quella della «convivialità delle differenze». «L’accostamento della stola con il grembiule a qualcuno potrà apparire un sacrilegio», scriveva. «Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato nel Vangelo che, per la “messa solenne” celebrata da Gesù nella notte del giovedì santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il maestro si cinse ai fianchi» per lavare i piedi ai discepoli. È la traduzione plastica della «Chiesa povera e dei poveri» sognata dal Concilio e da Giovanni XXIII. Il vescovo di Molfetta sceglie la pace e il disarmo, diventa presto uno dei punti di riferimento del movimento pacifista italiano, sia della componente cattolica – nel 1985 viene nominato presidente di Pax Christi al posto di Bettazzi, che ha concluso il suo mandato – che laica: interviene contro la militarizzazione della Puglia – dal mega poligono di tiro che avrebbe sottratto migliaia di ettari di terra a contadini e allevatori della Murgia barese, all’installazione degli F16 a Gioia del Colle, convincendo gli altri vescovi pugliesi a scrivere un documento contro i cacciabombardieri – e marcia a Comiso contro gli euromissili; attacca le politiche di riarmo del governo Craxi (incassando un severo richiamo da parte del presidente della Cei, il cardinal Poletti) e sostiene la campagna “Contro i mercanti di morte” che porterà all’approvazione nel ’90 della legge 185 che regola il commercio di armi; difende pubblicamente monsignor Bettazzi, oggetto di una dura campagna del Giornale , diretto allora da Indro Montanelli, che lo accusa di scarso senso dello Stato per aver sostenuto la campagna di obiezione di coscienza alle spese militari; nella sua diocesi accompagna le lotte dei cassintegrati, dei disoccupati e degli sfrattati, che spesso accoglie nel palazzo vescovile. Nel 1991 l’Iraq di Saddam Hussein invade il Kuwait e gli Usa, insieme agli alleati occidentali, bombardano Baghdad, in diretta televisiva.
Tonino Bello scrive ai parlamentari perché non approvino l’intervento armato e – come fece dieci anni prima mons. Romero invitando i militari a disobbedire agli ordini ingiusti dei generali – paventa la possibilità di «dover esortare direttamente i soldati, nel caso deprecabile di guerra, a riconsiderare secondo la propria coscienza l’enorme gravità morale dell’uso delle armi». Ripeterà l’appello davanti alle telecamere di Samarcanda , e Michele Santoro lo invita a moderare i toni e a non incitare alla diserzione. Nei giorni successivi arrivano puntuali i rimproveri – ma anche gli attestati di solidarietà – da parte della gerarchia ecclesiastica militarista e dei politici patriottici. Ma tira dritto e anzi l’anno dopo polemizza con il presidente della Repubblica Cossiga che, il giorno prima di sciogliere il Parlamento, rinvia alle Camere la nuova legge sull’obiezione di coscienza (un nuovo testo verrà approvato solo nel 1998). Intanto in Puglia approdano le prime navi con migliaia di albanesi, che il governo rinchiude nello stato di Bari, e don Tonino è in prima linea, sui moli, ad organizzare l’accoglienza. Ma arriva anche il cancro, allo stomaco. Operazioni e terapie non riescono a vincere il male. C’è solo il tempo di andare a Sarajevo, sotto le bombe, e poi di morire.

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PAX CHRISTI Un congresso per cambiare marcia

Pax Christi si riunirà in Congresso a Roma il prossimo 26-28 aprile. All’ordine del giorno il futuro del movimento e l’elezione dei nuovi organi dirigenti. «Occorre decidere se Pax Christi debba esistere o possa estinguersi lasciando fare agli eventi», è la domanda provocatoria del documento congressuale che verrà dibattuto in assemblea. «Dobbiamo continuare come ora con qualche miglioramento per resistere e sopravvivere o dobbiamo rinnovarci radicalmente?». Non è in discussione l’eutanasia della sezione italiana del movimento, nata nel 1954, ma un robusto cambio di marcia, per rilanciarlo nella sua doppia azione all’interno della Chiesa – dove la teologia della pace non è ancora patrimonio condiviso – e nei confronti di una società sempre più militarizzata, che continua ad investire in armamenti, come i cacciabombardieri F35. Il Congresso eleggerà democraticamente anche il nuovo Consiglio nazionale, che poi al suo interno sceglierà i coordinatori territoriali, il vicepresidente e il coordinatore nazionale che succederà a don Nandino Capovilla, il cui mandato è in scadenza. Invece il presidente, attualmente è monsignor Giovanni Giudici, vescovo di Pavia, verrà nominato dalla Cei fra due anni, anche sulla base di una terna di nomi proposta dal Consiglio nazionale.

Il G20 demolisce l’austerity: «Politica elastica» Fonte: il manifesto | Autore: Anna Maria Merlo

 

Braccio di Ferro era forte perché mangiava tanti spinaci. Peccato però che il padre di Popeye, Crisler Segar, si fosse basato su una teoria sbagliata, dovuta a un errore tipografico del chimico tedesco von Wolf, che per aver mal collocato una virgola aveva attribuito agli spinaci nel 1870 un tenore in ferro dieci volte superiore alla realtà (la smentita è arrivata con un articolo del chimico T.J.Hamblin, pubblicata cent’anni dopo, nel 1981, sul British Medical Journal ). Un errore – o una serie di errori – sarebbero oggi all’origine della Bibbia della teoria dominante, che sostiene che quando il debito pubblico di un paese oltrepassa il 90% del Pil, si produce un crollo della crescita: la tesi degli economisti di Harvard Carmen Reinhard e Kenneth Rogoff non è riproducibile ed è stata smentita dai lavori di Robert Pollin e Michael Ash dell’università del Massachusetts. In base a questa teoria del 90% è stata imposta l’austerità, in particolare in Europa, considerata zona corrosa dal debito pubblico.

La Commissione europea ha reagito con un’alzata di spalle alla confutazione della teoria di Reinhard-Rogoff. Il commissario agli Affari economici, Olli Rehn, ha affermato che la zona euro non cambierà certo politica in base a qualche critica. Ma la convinzione che sia controproducente aggiungere austerità a delle economie già in recessione sta facendo passi avanti. Una nuova prova viene dal comunicato finale del G20, che si è chiuso nel fine settimana a Washington. Il ministro russo Anton Siluanov, che presiede il G20, ha raccontato che alla riunione c’è stato «un lungo dibattito sulla questione se bisognasse precisare degli obiettivi» sul debito massimo e ha commentato: «bisogna mantenere una politica elastica», che permetta di poter rilanciare la crescita e l’occupazione.

Gli Usa, che con Giappone e Corea del Sud (cioè tre paesi che non hanno scelto l’austerità) ha ricevuto i complimenti del G20, hanno impedito che nel comunicato finale fosse contenuta l’incitazione ad abbassare la proporzione tra debito e Pil. Già il Fmi si era inquietato di recente per la persistente crisi della zona euro e aveva invitato Bruxelles ad allungare le redini del rigore.

Lo stesso Fmi ha esortato la zona euro a non imporre più degli obiettivi precisi – 3% di deficit, 60% di debito – per lasciare spazio agli stabilizzatori automatici. Molti economisti hanno messo in luce negli ultimi tempi gli errori di fondo fatti sui moltiplicatori: in un periodo di crisi, una stretta nella spesa pubblica avrebbe un più grande impatto sull’economia di quanto si creda. Il suggerimento è di alleggerire la mano e di allungare i tempi per un rientro dei deficit, visto che, in un periodo di recessione, l’austerità ha l’effetto contrario di quello per cui è stata imposta (cioè il debito aumenta invece di diminuire, come dimostrano i paesi della periferia della zona euro e adesso anche la Francia). Il G20, con maggiore reticenza, si è anche occupato dell’altro argomento al centro del dibattito internazionale: l’evasione e i paradisi fiscali. Sulla carta, l’obiettivo è di arrivare a scambi automatici di informazioni, per evitare la fuga di capitali. Ma non c’è solo la Svizzera a frenare. La Cina, per esempio, continua a proteggere Hong Kong.

Non è un golpe, è una resa Fonte: il manifesto | Autore: Marco Revelli

 

PRESIDENZIALISMO DI FATTO. Da oggi l’Italia non è più una democrazia parlamentare. Non c’è altro modo di leggere il voto di ieri se non come una resa. Una clamorosa, esplicita e trasversale abdicazione del parlamento. Per la seconda volta in poco più di un anno una composizione parlamentare maggioritaria si è messa attivamente in disparte. Ha dichiarato la propria impotenza, incompetenza e irrilevanza, offrendo il capo e il collo a un potere altro, chiamato a svolgere un ruolo di supplenza e, in prospettiva, di comando.  E se la prima volta poteva apparire ancora “umana”, la seconda volta – con un nuovo parlamento, dopo un voto popolare dal significato inconfutabile nella sua domanda di discontinuità – è senz’altro diabolica, per lo meno nei suoi effetti. C’è, in quella triste processione di capi partito col cappello in mano, in fila al Quirinale per implorare un capo dello stato ormai scaduto di rimediare alla loro congiunta e collegiale incapacità di decisione, il segno di una malattia mortale della nostra democrazia. La conferma che la crisi di sistema è giunta a erodere lo stesso assetto costituzionale fino a renderlo irriconoscibile. Forse non è, in senso tecnico, un colpo di stato. Possiamo chiamarlo come vogliamo: un mutamento della costituzione materiale.
Una cronicizzazione dello stato d’eccezione. Una sospensione della forma di governo… Certo è che questo presidenzialismo di fatto, affidato a un presidente fuori corso per un mandato tendenzialmente fulmineo, stravolge tutti gli equilibri di potere. Produce una lesione gravissima al principio di rappresentanza. Soprattutto fa scomparire la tradizionale forma di mediazione tra istituzioni e società che era incarnata dal parlamento, tanto più se questo venisse occupato e bloccato da una maggioranza ibrida e bipartisan, contro-natura e contrapposta al volere della stragrande maggioranza degli elettori.
D’ora in poi – e in un momento socialmente drammatico – Governo e Piazza verranno a confrontarsi direttamente e frontalmente, senza diaframmi in mezzo, senza corpi intermedi per la banale ragione che il principale strumento di mediazione, il partito politico, si è estinto in diretta, travolto dalla propria incapacità di mediare non più, ormai, gli interessi e le domande di una società abbandonata da tempo ma le proprie stesse tensioni interne, le contraddizioni tra le sue disarticolate componenti. Di questo è morto il partito democratico: della sua incapacità a contenere la spinta centrifuga dei propri interiori furori, degli odii covati per anni, delle idiosincrasie personali (rispetto a cui, diciamolo sinceramente, un voto per Rodotà avrebbe costituito uno straordinario antidoto e il segno di una possibilità di cura). Né si può dire che il Pdl sia mai esistito come partito, incentrato com’è sulla esclusiva figura del suo leader e sulla difesa dai suoi guai giudiziari.
Dopo questa ostentazione pubblica di dissennatezza e incapacità non basterà nessun accanimento terapeutico, nessun appuntamento tardivo o attesa di una figura salvifica per rimediare al rogo simbolico della residua capacità operativa del Pd e in generale del centro-sinistra. Così come non sarà sufficiente un’estemporanea cooptazione nei giochi di potere del Pdl con relativi cespugli per assicurargli una qualche capacità di «controllo sociale». Anzi, lo vedremo sempre più spesso soffiare sul fuoco. Il rischio che la crisi italiana, contenuta finora entro le sponde imprevedibilmente solide della dialettica elettorale, entri in una fase esplosiva è terribilmente alto. E non si riduce proclamando coprifuoco tardivi. Né maldestri tentativi di abbassare la pressione con betabloccanti predicatori, ma con un surplus di partecipazione. Favorendo, con tutti i mezzi legali disponibili, una collettiva presa di parola capace di surrogare in basso il vuoto di senso generatosi in alto.

Verso il governo del presidente con il programma della Bce e il teatrino dei dieci saggi Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

“Un colpo disperato delle due principali coalizioni politiche del Paese per evitare di andare a elezioni di nuovo nonostante la loro incapacita’ di formare un governo dopo le elezioni di febbraio”. Il Wall Street Journal riassume abbastanza bene il quadro della situazione politica italiana, che da ieri è passata dal gruppo delle cosiddette democrazie occidentali al caudillismo stile latinoamerica. Un caudillismo di risulta ma non certo meno pericoloso. Davanti c’è la prospettiva del ”governo del presidente” sia nel profilo che nella scelta dei suoi componenti, ed anche nel programma che ha nel Documento dei ”saggi” diversi elementi, tanto per l’immediato quanto a medio-lungo termine. La finzione dei saggi determinerà anche la scelta degli uomini, poi. E’questo l’esecutivo che potrebbe nascere gia’ la prossima settimana. Un esecutivo con un segno politico che va nella direzione esattamente contraria del risultato elettorale. Giorgio Napolitano nell’accettare la richiesta di restare al Quirinale ha posto come condizioni ai partiti quella di dar vita ad un governo, nei termini che egli proporra’ e le cui linee saranno anticipate lunedi’ nel discorso alle Camere. Chiamarlo “governassimo” quindi non ha senso. I partiti sono completamente esautorati in qualsiasi formula si presentino in parlamento. Il Parlamento, poi, una mera formalità in cui verrà praticata la sistematica umiliazione del voto e della rappresentanza politica. E’ su questo che l’ex leader del Pd Bersani dovrebbe versare le lacrime. I due Documenti dei Saggi, su economia e su riforme, saranno la base del programma con alcuni punti da mettere subito in cantiere come il finanziamento per un miliardo della Cig in deroga. Una “gentile concessione” a Cgil, Cisl e Uil che vedranno naufragare da qui a breve ogni loro fantasia a proposito della teoria della “sponda politica”. Non è nemmeno sicuro a questo punto che si potrà giungere a una legge sulla rappresentanza. L’unico dato certo, infatti, è che il presidente della Bce Mario Draghi, che si sente spesso con Napolitano al telefono, ha messo come prioritaria tra le riforme quella sui diritti del lavoro. Solo a questo prezzo, infatti, la Bce potrà pensare di allargare i cordoni della borsa per un non meglio precisato sistema di ammortizzatori sociali. Proprio per quanto riguarda le riforme, si lavorera’ sia a quelle ordinarie, come la legge elettorale, che ha quelle Costituzionali, con la riduzione del numero dei parlamentari e la trasformazione del Senato in Camera delle regioni. Non certo robetta da niente. E in totale assenza di un ragionamento politico. Senza dimenticare che Monti ha intanto preparato la manovra, basata su un piano di tagli alla spesa. L’importo per il momento varia tra i sette e i dieci miliardi. “L’agenda Monti e’ quella giusta. Il prossimo governo da li’ dovra’ partire”, urla il ministro dell’Economia Vittorio Grilli da Washington. “Tutto”, dice nel corso di una conferenza stampa, “e’ migliorabile, ma la prudenza fiscale e le riforme strutturali gia’ messe in opera sono la base per il futuro. Per quanto difficile, per quanto provochi sacrifici importanti”, conclude Grilli, “alternative radicali a questa strategia non ne vedo”.

I Rifugiati politici , Cittadini del Nulla da: controlacrisi.org

 

Spett.le redazione, siamo Razi e Soheila Moebi due registi rifugiati politici e da cinque anni residenti in trentino. Vi chiediamo cortesemente di poter leggere questa lettera aperta che vi inviamo in allegato e che è stata contestualmente spedita ai rappresentanti delle istituzioni e a diversi attori della società civile a livello locale e nazionale. Vorremmo con questa lettera porre l’attenzione sul tema dei rifugiati politici e della loro situazione in Italia. Vi saremmo grati e onorati se poteste pubblicare la presente lettera.

I Rifugiati politici , Cittadini del Nulla

I nodi ciechi e le porte chiuse.

Cosa significa essere rifugiato politico in Italia.

Quando non puoi cambiare la situazione lancia un sasso in mare e osserva la moltiplicazione dei cerchi sull’acqua, forse quel movimento porterà il tuo sussurro fino agli oceani.

“Lo vedevo spesso nei vicoli del centro storico di Trento e in via Roma, nella biblioteca centrale della città. La mattina andava lì, lavava la sua faccia nel bagno, cercava un po’ di calore nel profumo del caffè e delle brioche del bar.

Gli chiedevo: “Come stai?”. Diceva: “Dalla mattina fino alla sera cerco lavoro senza trovare nulla, passo le notti in strada vicino alla stazione sopra i tombini dell’areazione per non congelarmi. Pranzo alla Caritas se arrivo in tempo”.

Poi si è perso. Chiedevamo a chiunque, ma nessuno sapeva nulla di lui. Un giorno abbiamo saputo che aveva richiesto asilo politico alla Svezia. Ancora mesi di silenzio, fino a quando ci dissero che volevano rimandarlo a Trento e che lui, per rimanere là, aveva tentato per tre volte il suicidio nel campo rifugiati. Alla fine l’ufficio competente svedese aveva accettato di prendere in considerazione il suo caso”.

Scriviamo questa lettera affinché il grido di sofferenza di un uomo sia di invito per i nostri concittadini a pensare alla situazione di decine di migliaia di altri esseri umani e più in generale alla condizione del rapporto fra gli uomini del nostro tempo. Come rifugiati politici che vivono in Italia da oltre cinque anni, siamo giunti alla conclusione di dover impugnare la penna e raccontare di quell’uomo indefinito: “Chi è il rifugiato politico? Cos’è l’asilo politico? Cosa significa chiedere quest’asilo all’Italia? Che significa per l’Italia dare questo asilo?”. Il rifugiato politico è l’emblema di tutte delle contraddizioni del mondo globale. Prigioniero di due stati, quello da cui è fuggito e quello che lo ha accolto, e di nessuna cittadinanza.

Un uomo costretto a vivere senza volto. Un fantasma che nel migliore dei casi trova di fronte a sé tre grandi porte chiuse. Infatti, ammesso che il suo corpo riesca a non diventare mangime per i pesci, o a non venir schiacciato dai camion cui si aggrappa per superare la frontiera, o che riesca ad affrontare tutti i confini visibili e invisibili fino ad arrivare in questa terra, una volta ottenuto l’asilo politico trova comunque di fronte a sé tre grandi porte chiuse.

La prima porta. Questa porta riguarda l’impossibilità in Italia di poter dare continuità a quell’attività politica e sociale per la quale il rifugiato ha rischiato la propria vita e per la quale è stato costretto ad abbandonare la terra d’origine, gli affetti e le sue proprietà. Chi entra a far parte della categoria di rifugiato politico non ha infatti la possibilità di continuare un’attività che mantenga le reti create precedentemente o che gli permetta di attivarne di nuove nel paese ospitante. Questo è il caso di giornalisti, attivisti, avvocati, registi e studenti che non hanno abbandonato il proprio paese alla ricerca di un miglioramento economico, ma con l’obiettivo di perseverare nelle loro attività politiche, sociali e culturali. Non potendo fare ciò, il loro sacrificio, e quello degli ex colleghi, dei familiari e degli amici rimasti nel paese d’origine, perde qualsiasi senso.

In un paese come l’Italia, privo di una legge organica in materia, nei migliori dei casi il rifugiato si vede costretto a vivere di piccoli sussidi che ne permettono la sopravvivenza ma non ne favoriscono la realizzazione personale. Si permette al corpo di sopravvivere mentre l’anima avvizzisce. Stiamo parlando di uomini e donne che hanno elevati titoli di studio, specializzazioni, spirito imprenditoriale, desiderio di restituire il favore dell’accoglienza arricchendo la società che li ospita. Persone dotate del carisma necessario per contrapporsi a regimi dittatoriali e sanguinari e che spesso hanno una tale forza d’animo da poter dare certamente un prezioso contributo a qualsiasi società. Eppure ogni loro intenzione, ogni loro energia propositiva e vitale è spenta dalla totale insensatezza del meccanismo burocratico che “gestisce” la loro nuova vita di non-cittadini. Un meccanismo che preferisce elargire sussidi, trovare lavori poco decorasi ma “controllati”, rinchiudere in alloggi “protetti” o superaffollati al permettere un’attiva realizzazione delle proprie aspirazioni.

La seconda porta. Questa porta è sbarrata dalla “Convenzione di Dublino” cui aderiscono 24 paesi europei e in cui si obbliga il primo paese ricevente a registrare le impronte digitali del richiedente e limitarne entro i propri confini la residenza, la circolazione e il lavoro: questo rende la condizione di asilo politico un esilio di fatto. Un regolamento criticato fortemente sia dal Consiglio Europeo per i rifugiati e gli esuli che dall’UNHCR in quanto incapace di tutelare i diritti fondamentali dei rifugiati. Ed è paradossale che in una società globale in cui tutto sembra potersi muovere liberamente (merci, notizie, stili di vita, contenuti culturali e mediali) le persone non abbiamo gli stessi “diritti di movimento”. Si sente spesso dire che in questo tempo le persone sono trattate come merci. Ma nel caso dei rifugiati politici lo status di “persona” sembra addirittura inferiore a quello di qualsiasi prodotto commerciale.

La terza porta. Questa porta è chiusa dall’impossibilità del ritorno in patria. I rifugiati si trovano costretti, così, ad ondeggiare in un limbo. Un limbo che più che una questione sociale o di dignità personale sta sempre più diventando un metro di civiltà. Secondo recenti dati Istat negli ultimi due anni, sul solco della crisi economica che ha colpito l’Italia, già 800.000 immigrati hanno deciso di lasciare il Paese per rientrare nei loro stati d’origine. E’ bene ricordare, anche se può sembrare tautologico, che il rifugiato politico a differenza degli immigrati non ha la possibilità di tornare nel proprio paese di origine nemmeno quando il paese “ospitante”, come nel caso di un’Italia in profonda crisi, versa in situazioni economiche e sociali che non ne permettono una vita dignitosa. Ed è soprattutto utile ribadire che sul limbo in cui fluttuano i rifugianti politici pende una duplice condanna sancita dalle mancanze dei governi dell’Unione Europea (Premio Nobel per la Pace 2012). Perché duplice condanna? In primis perché fuggono da conflitti o regimi dittatoriali direttamente o indirettamente sostenuti dagli stessi governi europei che, in secondo luogo, non hanno attuato politiche condivise ed efficaci per la loro accoglienza, inserimento e valorizzazione e per il rispetto della loro dignità. Fatto drammaticamente rilevante per l’Italia che, ad oggi, non ha ancora espresso una benché minima legge in materia. Attualmente l’Italia sta ospitando solo 58.000 rifugiati politici a fronte dei 570.000 ospitati dalla Germania. Eppure sembra solo quello italiano ad essere un caso emergenziale, sebbene i numeri ne smentiscano l’intensità.

Queste tre porte, serrate con l’efficacia del ferro e del cemento, sono tuttavia invisibili e non servono né pugni né baionette per aprirle. Solo poche parole d’ordine ne possono permettere magicamente l’apertura. Parole che però possono sciogliere questo incantesimo inumano solo se pronunciate a gran voce da tutta la società.

Queste parole d’ordine, che vorremmo sentire urlate a gran voce dalla società civile e dai mezzi di informazione, altro non sono che tre semplici provvedimenti: una legge organica per i rifugiati politici, l’abolizione della Convenzione di Dublino e l’accelerazione dei tempi burocratici per il diritto di cittadinanza. Senza queste tre parole d’ordine il rifugiato politico non potrà mai trovare un posto all’interno della società, non potrà mai conoscere i propri diritti doveri, non potrà mai essere un attore sociale attivo, non potrà contribuire ad arricchire la società che lo ha accolto e di cui fa parte. Ma rimarrà un cittadino del nulla. Senza cittadinanza altro non è che un “fantasma burocratico” in balia del semplice e puro assistenzialismo. Come un bambino intelligente e dotato costretto a rimanere tutta la vita in una culla. Sempre accudito, mai adulto.

Non potendo varcare le tre porte il rifugiato politico cade nel vuoto dei “tombini” lasciati aperti nelle strade. Viene risucchiato dai loro gorghi e scompare fra i rifiuti senza nemmeno passare per la raccolta differenziata.

La caduta passa attraverso quattro diversi gironi danteschi in cui il rifugiato si trova ad essere risucchiato in un movimento lento, graduale e inesorabile.

Il primo girone è rappresentato dagli enti locali – nel caso del Trentino dal Cinformi. Senza una legge organica il rifugiato politico percepisce subito gli enti locali come strutture imbalsamate e inermi di cui non è chiaro il ruolo né le direttive. Passata la fase emergenziale dell’accoglienza immediata (fase che può durare anche alcuni anni), il rifugiato politico viene poi spinto dagli enti locali nella bocca del secondo girone: quello delle agenzie per il lavoro.

In questo girone – quello in cui i condannati sono costretti a cercare un lavoro che non avranno mai – l’assenza della cittadinanza e l’impossibilità di potersi muovere liberamente nei diversi stati alla ricerca di un lavoro che corrisponda alle proprie inclinazioni crea il più grande dei circoli viziosi: la mancanza di offerte di lavoro dovuta alla crisi economica, infatti, obbliga all’assistenzialismo continuo, ultima via verso il margine della società.

Il terzo girone passa per le infinite vie degli assistenti sociali e dei loro tentativi di trovare alloggi protetti, case famiglia e lavori scartati dagli italiani.

L’ultimo girone, esaurite tutte le possibilità di inserimento, passa per il semplice meccanismo di soddisfare i bisogni primari di sopravvivenza presso enti legati alla Chiesa, come ad esempio Caritas.

Il rifugiato entra così in una serie di circoli viziosi in cui ogni emergenza ne produce un’altra peggiore. Intendiamoci, nessuno dei livelli ha delle colpe o semplicemente delle mancanze specifiche. E’ l’intera impalcatura che non regge e che fa si che tutti navighino a vista e nessuno sappia realmente cosa fare. Sembra infatti sempre più evidente che nessuno dei livelli istituzionali (i gironi) sia realmente preparato ad intervenire nella gestione di questo fenomeno con strumenti adeguati e specificatamente studiati per i rifugiati politici. L’intervento generico e approssimativo in realtà ne facilita la caduta o crea nei migliori dei casi un sistema assistenzialistico a ciclo continuo che attraverso fondi europei, o quelli stanziati ad hoc per i casi emergenziali, arricchisce i gironi ma non redime le anime dannate.

Alla fine e nel fondo dei quattro gironi c’è la pace dei sensi (per le istituzioni) e l’inferno (per i rifugiati), ovvero: l’assenza di qualsiasi responsabilità.

Al di là della precarietà economica, la vera caduta nel vuoto è la fragilità mentale che consegue a tale trattamento e che, se non conduce necessariamente alla morte fisica, ne comporta di certo una psicologica: il rifugiato diventa un’anima morta in un corpo mobile e la società subisce il progressivo ingrandimento di un cimitero di corpi senza nome che camminano nella città, mangiano in chiesa e dormono per strada. Morti viventi cui è tolta la possibilità di creare rete e lavoro e che diventano così un pericolo per la società, oltre che per sé stessi. Il tombino va dunque chiuso dipingendo aperture sulle pareti. Solo attraverso una legge organica, e quindi istituzioni adeguate, si possono rompere questi circoli viziosi e creare uno spazio in cui l’asilo politico sia ponte tra i beni culturali e sociali di due paesi differenti.

Per quanto riguarda il nostro caso specifico di rifugiati politici, dopo più di cinque anni vissuti in Trentino abbiamo iniziato ad amare questa terra e a tessere con essa dei legami profondi. Una terra in cui abbiamo cresciuto nostro figlio che parla e si sente in tutto e per tutto italiano. Per lui il Trentino è il suo pianeta, la sua famiglia allargata e la sua infanzia. E’ una parte inseparabile del suo Sé sulla quale sta costruendo l’uomo che sarà un domani.

Una terra che inoltre abbiamo provato a vivere intensamente a livello sociale e culturale attraverso molteplici progetti: innanzitutto il “Progetto Afghanistan 2014” realizzato con la collaborazione del Forum per la Pace del Trentino, di Filmwork Trento e delle Fondazioni Fontana e Mehregan. Un progetto dai molti risvolti politici, sociali ed economici che coinvolge importanti attori esteri e locali e che si propone di fare del Trentino il centro internazionale di un profondo dialogo interculturale sul futuro dell’Afghanistan ma soprattutto su un futuro comune basato sulla cultura della pace. Altri progetti hanno invece riguardato più strettamente la nostra attività di registi. In questi anni abbiamo infatti prodotto e realizzato in Trentino diversi film e portato con orgoglio il nome della Provincia Autonoma di Trento alle oltre cinquanta proiezioni presentate all’estero e in altre regioni d’Italia anche in occasione di importanti kermesse e festival internazionali. Infine, da tre anni a questa parte abbiamo dato vita all’Associazione Sociocinema, nata in collaborazione con alcuni studenti della facoltà di sociologia dell’Università di Trento. Un’associazione che attraverso un workshop di cinematografia digitale, da noi tenuto, promuove l’uso di strumenti digitali per raccontare la realtà sociale.

Nonostante tutto ciò, nonostante i nostri sforzi per integrarci ed essere parte attiva del tessuto sociale che ci ha accolti, ci troviamo però nella situazione di dover continuamente scontrarci con gli innumerevoli ostacoli e le difficoltà che, come sopra descritto, ogni rifugiato si trova a dover affrontare in questo paese. Difficoltà che limitano la nostra capacità di agire in modo indipendente e di fronte alle quali tutte le istituzioni sembrano essere impotenti. Ed è proprio vista la mancanza di responsabilità manifestata a qualsiasi livello dalle istituzioni e data la situazione paradossale in cui ci troviamo, ad esempio quella di disporre di finanziamenti in Paesi esteri cui non possiamo accedere per il semplice motivo di non possedere una cittadinanza (finanziamenti che se sbloccati ci permetterebbero di generare progetti e ricchezza anche per la terra che ci sta ospitando) chiediamo la cittadinanza immediata. Una richiesta che non deve essere intesa nell’ottica dello scontro, ma come forma di resistenza non violenta e come strumento per poter diventare autonomi e indipendenti rinunciando a qualsiasi forma di assistenza. Chiediamo la cittadinanza immediata come atto d’amore totale verso il territorio e le persone che ci hanno accolto e in cui abbiamo investito molto, affettivamente e professionalmente. Vogliamo continuare a farlo, con ancora maggior trasporto e sentimento, ma da cittadini italiani.

Razi Mohebi

Soheila Mohebi

11 Aprile 2013

Un milione di famiglie senza redditi da lavoro Fonte: controlacrisi.org

 

Quasi un milione di famiglie è senza reddito da lavoro. Tutti i componenti ‘attivi’ che partecipano al mercato del lavoro sono disoccupati. E’ la fotografia allarmante che emerge dai dati Istat sul 2012. Nel dettaglio sono 955 mila le famiglie con tutti i membri appartenenti alle forze lavoro in cerca di occupazione, in rialzo del 32,3% sul 2011.

Questo significa che in un solo anno le famiglie ‘senza lavoro’ sono aumentate di ben 233 mila. Se andiamo ad osservare la composizione registriamo che 234 mila sono single, 183 mila monogenitore, 74 mila coppie senza figli e 419 mila coppie con ‘prole’ a cui se ne aggiungono 45 mila che l’Istat definisce di ”altre tipologie”. Per quanto riguarda la distribuzione territoriale, si conferma la sofferenza nel Sud Italia. Infatti, oltre la metà (51,8%), 495 mila, si trova nel Mezzogiorno, seguono il Nord (303 mila) e il Centro (157 mila). Queste famiglie presentano seri problemi di disoccupazione e un forte disagio economico. Alcune si reggono grazie ad aiuti di amici o parenti, altre hanno entrate minime provenienti da pensione o altre provvidenze sociali.

Il numero è lievitato durante gli anni della crisi, nel 2007 erano solo 466 mila. In cinque anni la loro cifra è più che raddoppiata (+104,9%).