Quando lo spettro si aggirava al Sud da: popoff

La storia della Cgl, il sindacato rosso che operò nel ’43, dopo lo sbarco degli Alleati. Una ricerca di Francesco Giliani [Marco Zerbino]


Redazione
giovedì 18 aprile 2013 02:10

di Marco Zerbino

Nel 1943, all’indomani della caduta del fascismo e dopo lo sbarco alleato in Sicilia, rinasce in Italia la Confederazione Generale del Lavoro. Ma a vedere la luce nell’autunno di quell’anno, in un Meridione provato dalla guerra, occupato dagli angloamericani e attraversato da fortissimi conflitti sociali, è la Cgl, senza la “i”, che rinasce a Napoli come sindacato “rosso” e la cui influenza si estenderà nei mesi successivi a tutto il Sud Italia. Un sindacato “di classe”, che intendeva riprendere il testimone della Cgdl del periodo prefascista e la sua tradizionale contrapposizione alle leghe bianche. Un sindacato che, lungi dal poter essere derubricato a semplice gruppo o “frangia”, seppe radicarsi, nei mesi successivi, nei bastioni storici della classe operaia meridionale e costituì di fatto, per tutta una fase, un’alternativa alla linea di collaborazione di classe avanzata dal Pci a partire dal settimo congresso dell’Internazionale Comunista (1935) e poi importata nella penisola con la “svolta di Salerno”.

Ora di quell’esperienza – per anni considerata dalla maggior parte degli storici della Resistenza un episodio “minore” e trascurabile lungo il percorso che, con il Patto di Roma del giugno ’44, porterà alla confluenza dei due filoni sindacali socialcomunista e cattolico nella Cgil unitaria – un documentato studio ricostruisce la parabola, intrecciandola da un lato con lo studio delle lotte operaie che si svilupparono dopo la caduta del fascismo nel Meridione occupato dagli angloamericani e, dall’altro, con l’analisi delle politiche messe in atto dai comandi alleati nel tentativo di scongiurare lo spettro di una lotta antifascista in grado di trasformarsi in rivoluzione sociale. Fedeli alla classe. La Cgl rossa tra occupazione alleata del Sud e “svolta di Salerno” (1943-45), il volume di Francesco Giliani da poco pubblicato per i tipi di AC Editoriale (Milano, 2013, 13 €) ha l’ambizione di contribuire a rimettere in discussione il mito patriottico della Resistenza come secondo Risorgimento. Un mito di cui, secondo Giliani, la storiografia dominante «è stata ed è ancella».

«Una situazione rivoluzionaria nell’Italia del ’43? Lo ‘spettro del comunismo’ che si incarna in milioni di proletari? E per giunta nel Meridione? Favole buone per storici ‘militanti’ o per spie anglo-americane afflitte da isteria anticomunista, sostiene la voce eternamente ragionevole e cauta dell’accademico italiano, progressisti e compagni di strada dell’ex Pci inclusi». Il lavoro di Giliani, invece «è partito proprio da lì. Dallo studio di una conflittualità proletaria, attestata da centinaia di documenti in buona parte inediti, che talora scompaginò la politica degli Alleati ma anche i piani del CLN e del ‘partito nuovo’ togliattiano, impegnato ad imporre anche ai suoi una transizione che eliminasse il fascismo senza rovesciare il capitalismo».

La ricerca di Giliani, che è anche il prodotto di un lungo lavoro sulle fonti condotto nei National Archives di Washington DC, dimostra come gli analisti dell’Office of Strategic Services, i servizi segreti Usa dell’epoca, considerassero la rivoluzione in Italia uno «spettro assai concreto, una forza materiale generata dal dissolversi dell’obbedienza verso il potere costituito, e dalla volontà di regolare i conti con i propri padroni, da parte di milioni di operai e contadini». Eppure, rarissimi sono gli storici che hanno preso sul serio queste “insospettabili” analisi degli Alleati. La storia della Cgl rossa, delle sue iniziali fortune e della sua considerevole capacità di radicamento fra i lavoratori meridionali, vengono così utilizzate dall’autore per rimettere in discussione almeno tre capisaldi della vulgata resistenziale: la visione di un Meridione «terra di masse dormienti o in preda a un ribellismo immaturo», «l’immagine di un Pci compatto dietro a Togliatti nell’alleanza con la monarchia in nome della democrazia progressiva» e, infine, «l’idea di un esercito alleato sbarcato in Sicilia animato da una sincera volontà antifascista», una monolitica «macchina da guerra decisiva militarmente contro i tedeschi e pronta a schiacciare un’insurrezione rivoluzionaria di massa senza nemmeno batter ciglio».

Al contrario, che la prospettiva della rivoluzione sociale, nell’Italia del ’43-’44, fosse concreta e rischiasse di trovare nella Cgl rossa uno strumento a propria disposizione, è dimostrato secondo Giliani dal fatto che gli stessi comandi militari alleati finirono per considerare la partita sindacale assolutamente centrale. Il “necessario” passaggio dalla Cgl alla Cgil, assunse così un’importanza fondamentale nel quadro della costruzione di quell’unità nazionale che doveva servire a depurare la lotta antifascista delle sue connotazioni sociali e rivoluzionarie. Gli stessi attacchi frontali di Palmiro Togliatti, non appena tornato in Italia, nei confronti di coloro che criticavano da sinistra l’unità nazionale dimostrano quanto il prevalere della linea della “svolta di Salerno” fosse inizialmente incerto e obbligato a confrontarsi con l’insubordinazione operaia e contadina delle masse meridionali che la Cgl ed il suo gruppo dirigente stavano dimostrando di saper organizzare. Centrale, nella vicenda della rinascita del sindacalismo “rosso” nel Meridione all’indomani della caduta del fascismo, fu la figura di Enrico Russo che della Cgl fu segretario generale e principale dirigente. Napoletano, operaio metallurgico fra i fondatori del Pcd’I nel capoluogo campano, in seguito vicino alle posizioni di Amadeo Bordiga e capo di una milizia internazionale del Poum durante la guerra civile spagnola, Russo era un uomo che «portava tutte le cicatrici di una generazione di operai rivoluzionari». La sua storia, e quella della Cgl rossa, è anche quella di una sconfitta. Che tuttavia, finora, pochi si sono presi la briga di raccontare.

Per richiedere il volume, scrivere a: fedeliallaclasse@libero.it

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Cattura

Intervista al giornalista Antonio Mazzeo, esponente del Comitato NO MUOS da: nogeoingegneria.com

 

FERMARE IL MUOS UNA VOLTA PER TUTTE. LA REGIONE HA DECRETATO IL BLOCCO, MA I LAVORI CONTINUANO.

 

a cura della Redazione di nogeoingegneria.com
18/04/2013

 

A Niscemi (Sicilia) i lavori per l’ultimazione dell’apparato militare MUOS sono stati bloccati a fine marzo da un decreto della Regione. Nell’attuale base di comunicazione militare, già sospettata di inquinamento elettromagnetico,  dovrebbero essere installate  tre nuove antenne alte 150 metri,  in grado di sparare onde fino a 31 Ghz. Ignorando il blocco, le autorità militari statunitensi hanno provato a continuare i lavori, ma si sono trovati di fronte il presidio permanente dei comitati, decisi a contrastare l’installazione  del mega impianto di antenne, ritenuto altamente nocivo per la salute, l’ambiente e lo sviluppo economico-turistico dell’area.  Ma la battaglia dei comitati va oltre, chiedendo che l’isola sia liberata dalle numerose servitù militari che oggi la vedono al centro dei programmi del governo statunitense, con  Sigonella che si appresta a diventare la capitale dei droni e Niscemi, che vorrebbero trasformare in  un nodo nevralgico a livello globale per le comunicazioni militari e la guerra ambientale.  Se la sovranità è stata fino ad oggi un tabù per i governi che si sono succeduti in Italia, potrebbe crearsi, in questa fase politica, convulsa e incerta, uno spiraglio sull’onda della battaglia contro il MUOS?

 

 

 

Il decreto della Regione Sicilia ha imposto il blocco dei lavori, ma i lavori continuano. E così?

 

Sì, perlomeno sino a venerdì 12 aprile la situazione era questa.  Però all’inizio di questa settimana gli operai non si sono per il momento presentati al cantiere.

 

Lo stato di avanzamento dei lavori a che punto è?  Sono già state installate le antenne?

 

Non ancora. Sono però ormai pronti i tralicci e le antenne sono già completate. A questo punto ciò che manca è innalzarle sui piedistalli e connetterle.

 

Se i lavori dovessero continuare, nonostante il decreto che impone lo stop,   quali altri strumenti legali sono possibili per far rispettare il blocco?

 

Nei giorni scorsi sono stati presentati degli esposti alla Procura della Repubblica di Caltagirone sulla prosecuzione dei lavori. Bisogna vedere cosa farà adesso al Procura. Tuttavia ci appare grave che l’esposto non sia stato fatto dalla Regione  stessa che aveva la piena titolarità per farlo, coerentemente a quanto aveva disposto nel decreto.

 

E quindi l’esposto da chi è stato fatto?

 

Dai rappresentanti dei Comitati No MUOS.

 

Avete chiesto spiegazioni a qualche rappresentante della Regione? Avete avuto qualche incontro o comunque qualche contatto?

 

Nei giorni scorsi no, ma i filmati e le foto con gli operai nei cantieri sono stati trasmessi all’Assessore regionale all’ambiente. Ampio risalto ne hanno dato anche la stampa e le TV siciliane.

 

Il movimento di protesta contro il MUOS sembra cresciuto in questi ultimi mesi? Quali sono le iniziative in campo in questo momento?

 

La crescita è stata enorme sia quantitativamente che qualitativamente. Penso in particolare al radicamento ormai presente in ogni angolo della Sicilia.

 

C’è la presa di coscienza che si tratta di un sistema di distruzione di massa planetario e non solo di un impianto militare che inquina e fa ammalare le persone. Il presidio di 24 ore al giorno della base e i blocchi continuano. Dal 21 al 28 aprile ci sarà una settimana di mobilitazione nell’isola con dibattiti, eventi culturali e spettacoli No MUOS. Il 25 aprile 2013 (data in cui si celebra La Liberazione ndr) ci sarà una giornata di mobilitazione a Niscemi per liberarsi dalle basi. Appena tutti gli eventi saranno definiti sarà pubblicato il programma.

 

Quando sei intervenuto alla conferenza “La guerra ambientale è in atto” tenutasi a Firenze nell’ottobre 2012 (1) , avevi evidenziato il fatto che c’è un disinteresse a livello nazionale verso la questione. E’ cambiato qualcosa? A livello parlamentare intravedete qualche nuova possibilità di avere ascolto?

 

Beh, è cambiato tanto. Sono sorti comitati d’appoggio ai NO MUOS in Emilia, Veneto, Lombardia, e poi a Torino, Roma, Napoli. Sono stati organizzati incontri e dibattiti in tutto il paese e diverse testate nazionali e televisive ne hanno parlato. A livello parlamentare puntiamo a che venga presentata e approvata una mozione che dichiari il fermo e incondizionato No all’installazione del MUOS nel territorio italiano, e imponga al governo il cambio di rotta e la revoca agli USA del permesso di installazione.

 

Questo potrebbe creare più di un problema in termini di rapporti Italia-Usa. Vi siete posti il problema?

 

Molti altri paesi in ambito NATO ed extra NATO hanno rifondato le loro relazioni con gli Stati Uniti, imponendo lo smantellamento di basi, testate nucleari e altri apparati militari. Perché l’Italia non dovrebbe seguire questa strada?

 

A tal proposito a che punto sono i lavori delle altre 3 basi a terra (Virginia, Hawai, Australia) che dovrebbero  completare, assieme ai quattro satelliti in orbita, il sistema che comprende il MUOS di Niscemi ? Ci sono stati dei movimenti di protesta in questi paesi?

 

Alle Hawai sono stati completati da tempo, in Australia e in Virginia (Stati Uniti) continuano. No, purtroppo non ci sono stati movimenti. In Australia e alle Hawai hanno scoperto del MUOS  e delle problematiche ambientali  e sanitarie connesse dalle lotte in Sicilia. Però ci sono stati piccoli eventi di solidarietà negli Stati Uniti.

 

E’ necessario costruire delle relazioni con i movimenti d’oltreoceano: guardo in questo senso con favore al movimento che si sta sviluppando negli USA contro i droni. E la Sicilia, con Sigonella, sarà la capitale mondiale dei droni.

 

Tornando alla situazione parlamentare, intravedete qualche possibilità in più dopo le ultime elezioni che, in termini di risultati, hanno ricalcato ciò che si è verificato in Sicilia qualche mese prima?

 

Sì, paradossalmente sì, nonostante la gravissima crisi politico-istituzionale. Oggi ci sono i numeri per votare una mozione NO MUOS, ma anche contro le basi Usa e NATO, le missioni internazionali delle forze armate italiane, le spese militari, i nuovi sistemi d’arma come gli F35, ecc

 

E i numeri dovrebbero venire da Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle?

 

Certo, da M5S, SEL e PD.  Mi chiedo poi come potrebbero  giustificare i parlamentari del PDL un orientamento diverso da quello espresso dai loro colleghi di partito in Sicilia nelle amministrazioni regionali, provinciali e comunali.

 

Non è la prima volta però che a livello locale succedono delle cose e a livello nazionale delle altre? La TAV per esempio. Anche se in quel caso la Regione si è espressa a favore.

 

Ci sono molte differenze tra MUOS e TAV, tra la Val di Susa e Niscemi, tra gli interessi politici ed economici in gioco nelle due realtà e, ovviamente, nell’atteggiamento di enti locali e partiti. Ma c’è un grande filo comune: la volontà popolare di liberare i territori, di difenderli, di appropriarsene, di amarli e farli amare.

 

Di recente sei stato invitato a una conferenza presso il Parlamento Europeo a  Bruxelles in cui si parlava di geoingegneria , guerra ambientale ecc. Del resto la stessa conferenza di Firenze trattava lo stesso argomento.  Quale ruolo potrebbe giocare il sistema di cui fa parte il MUOS in questo senso?

 

Ho cercato di delinearlo nella relazione che ho presentato (2). I legami potenziali ad esempio tra il sistema HAARP e il MUOS sono evidenti. La potenza elettromagnetica del MUOS e il range di trasmissione delle micro-onde (sino a 31Ghz) ci lascia assai perplessi rispetto all’impiego esclusivo dell’apparato in campi solo legati alle comunicazioni. D’altronde la base militare di Niscemi, che contava già un importante apparato di antenne, è stata già utilizzata nell’ambito di “studi” militari sulla ionosfera e sulle attività solari.

 

Vi siete fatti un’idea alla luce anche della battaglia contro il Muos di cosa sarà la guerra nel prossimo futuro ? Il Muos, come tante altre apparecchiature sparse per il mondo, sembra studiato per garantire un maggiore controllo sulla popolazione e una rapidità di intervento che rende sempre più simile la guerra ad un’operazione di polizia internazionale. E’ così?

 

E’ così e molto di più. E’ un ulteriore tassello verso una totale disumanizzazione delle guerre: le macchine, i computer, i satelliti non solo dirigeranno gli attacchi, ma decideranno sempre più quando, come e dove farli,  by-passando qualsivoglia controllo umano. Questo è il passo ulteriore, direi epocale,  verso il baratro e l’olocausto.

 

Quanto ha pesato nel rendere più accettabili questi passaggi la questione della lotta al terrorismo internazionale?

 

L’11 settembre 2001 e la cosiddetta guerra globale al terrorismo hanno facilitato il processo e hanno contribuito a creare artificialmente il consenso generale alle guerre e alla loro ulteriore tecnolocizzazione. Oggi i droni e la delega totale della guerra alle macchine sono la nuova e ultima frontiera

 

Quindi,  a parte la questione rilevante sul chi ha architettato l’11 settembre, per chi sta alla guida di questi processi di militarizzazione e di sfruttamento economico degli stessi, l’11/9  si è rivelato un grande investimento di lungo periodo, contribuendo di fatto a tacitare quei movimenti critici che anche in Occidente avevano preso forza alla fine degli anni ’90?

 

Non solo in funzione di controllo sociale e di contrasto dei movimenti, ma anche di affermazione del neoliberismo a livello planetario e di rafforzamento del blocco politico-militare-finanziario e industriale dominante.

 

 Un bell’investimento, che di fatto ha ricreato consenso intorno ad un’idea che mostrava tutti i suoi limiti (penso a Seattle, Genova, ai movimenti in Sud America, ecc.), ma forse più che consenso ha creato un clima di paura che ha spinto le persone a piegare la testa, a nascondere le proprie idee, a subire un sistema di controllo sociale sempre  più pervasivo.

 

Lo definirei un consenso artificiale, condizionato dai timori e dalle fobie create artificialmente dall’establishment militare e dai media alleati.

 

Vuoi aggiungere qualcosa sul Muos?

 

Che non è solo uno strumento di guerra globale per affermare la superiorità politico-militare degli Stati Uniti a livello planetario e uno strumento per condurre le guerre ambientali, nonché  un crimine contro l’ambiente e la salute dell’uomo, ma che si tratta anche dell’ennesimo business a uso e consumo della numero uno del complesso militare-industriale mondiale,  la Lockheed Martin, che nonostante le gravissime pecche progettuali e i ritardi accumulati nel programma, ha visto quadruplicare i profitti per la costruzione del MUOS.  Dai 2 miliardi di dollari preventivati nel 2000 agli 8 miliardi che si prevede di spendere entro il 2016. Insomma prima delle guerre e dei crimini ci sono gli affari, che si fanno col drenaggio di immense risorse pubbliche a favore degli speculatori privati.

Israele, Issawi in pericolo di vita. L’Anp scrive all’Ue: “Fate passi concreti” | Autore: fabrizio salvatori

 

Peggiorano le condizioni di salute del detenuto palestinese Samer al-Issawi, 32 anni, da 250 giorni in sciopero della fame. L’uomo, la cui protesta ha generato diverse manifestazioni di solidarieta’ a livello locale e internazionale, riceve ora alcuni nutrienti per via endovenosa, ma continua a rifiutare il cibo. E il rallentamento del suo battito cardiaco fa si’ che potrebbe morire da un momento all’altro, come denuncia il suo avvocato. L’autorità palestinese ha sollecitato l’Unione europea (Ue) a fare “passi immediati e concreti” per ottenere il suo rilascio.

“Il destino di Issawi viene seguito molto da vicino da milioni di palestinesi, arabi e sostenitori della giustizia in tutto il mondo – si legge nella missiva, riportata oggi dal Guardian – la situazione è potenzialmente esplosiva e qualsiasi cosa gli succeda porterà senza dubbio a una grave esplosione di violenza che renderebbe improbabile qualsiasi progresso del processo politico”. La scorsa settimana Issawi ha invitato attivisti e intellettuali israeliani a mobilitarsi a suo favore. Il suo appello, lanciato su Facebook, è stato raccolto, tra gli altri, dagli scrittori Amos Oz e A.B. Yehoshua, che lo hanno invitato a mettere fine allo sciopero della fame: “Per favore, Samer Issawi, non aggiungere ulteriore disperazione alla disperazione già esistente. Concediti la speranza, così da rafforzare la speranza in tutti noi”. In un articolo pubblicato il mese scorso sempre sul Guardian, Issawi ha scritto che lo sciopero della fame è “la mia ultima pietra da scagliare contro i tiranni e i carcerieri a dispetto dell’occupazione razzista che umilia il nostro popolo… Se muoio, sarà una vittoria; se mi libereranno, sarà una vittoria, perchè in entrambi i casi mi sono rifiutato di arrendermi all’occupazione israeliana, alla sua tirannia e arroganza”. Oggi si celebra la ‘Giornata del prigioniero’, comemmorazione annuale dei detenuti palestinesi che attualmente sono 4.800. Le forze di sicurezza israeliane hanno alzato il livello di guardia per possibili proteste.

Tremila palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane hanno rifiutato la colazione nell’ambito delle 24 ore di sciopero della fame indetto nell’ambito delle celebrazioni. Le iniziative di protesta non si sono limitate alle prigioni israeliane: in Cisgiordania, 600 familiari dei carcerati hanno tenuto un sit-in a Piazza Arafat a Ramallah e un altro si e’ tenuto a Nablus. Intanto, a Gaza centinaia di persone hanno preso parte a una marcia dal centro citta’ fino agli uffici della Croce Rossa nella Striscia, mentre nel pomeriggio e’ stato organizzato un raduno di protesta presso la Porta di Damasco a Gerusalemme Est.

VECCHIA STORIA | Fonte: il manifesto | Autore: Andrea Fabozzi

 

«Come nei lavori sotterranei per la metropolitana di Roma, la marcia di avvicinamento al Quirinale avviene a foro cieco. Ciascuno con la sua “talpa” si apre pazientemente una galleria che spera sia stagna, e poiché i minatori presidenziali sono molti, i cunicoli sotto il colle romano si incrociano e si intricano sempre di più, facendo pensare al labirinto che nel sottosuolo di Parigi percorse Jean Valjean, protagonista dei Miserabili di Victor Hugo».
Miserabile è parola che avrà un posto nella storia dell’elezione del dodicesimo presidente della Repubblica, che inizia ufficialmente oggi. Ma che è partita da settimane, da quando le talpe di cui scriveva Vittorio Gorresio in uno dei magistrali articoli della serie «Come si fa un presidente» del 1971, su La Stampa, hanno cominciato a scavare. L’affondo di Matteo Renzi contro Anna Finocchiaro, e la di lei furiosa risposta – «miserabile», appunto – sono serviti a rendere evidente la trama di queste elezioni. È stata una corsa giocata in gran parte dentro il perimetro del partito democratico, se non esclusivamente. Questa volta gli eredi della tradizione comunista si sono trovati nella condizione di non poter giocare di rimessa. E nell’affrontare la fatica di chi deve fare la prima proposta, hanno messo in scena tutte le loro contraddizioni. Al punto di decidere di non abbracciare un’ottima candidatura, di certo la migliore tra quelle sul tappeto, Stefano Rodotà, che oggi raccoglierà comunque i suoi voti grazie ai grandi elettori di Grillo. E che vincerebbe qualsiasi primaria e qualsiasi sondaggio, online e offline, tra gli elettori di centrosinistra, soprattutto se messo a confronto con i nomi della «rosa» che Bersani ha offerto a Berlusconi.
Un accordo, si dirà, era indispensabile. Ma non si è trattato di questo, perché accordo sarebbe stato anche quello con il Movimento 5 stelle, bensì piuttosto di un riconoscimento tra simili. E un disconoscimento che qualcosa è irrimediabilmente cambiato dopo il 25 febbraio scorso, come se le scorrettezze di Grillo bastassero a far dimenticare quello che gli elettori hanno mandato a dire. Il Pd avrebbe potuto dare un primo segnale all’altezza delle novità attese, invece si appresta a perpetuare il rito dell’elevazione al Colle nella più stanca continuità.
Non è un’inedito che le divisioni all’interno del gruppo più numeroso di grandi elettori consentano agli avversari di scegliere fior da fiore tra i pretendenti di maggioranza. Elezione dopo elezione, le correnti della Dc hanno offerto il fianco a socialisti e comunisti, oggi a trarre beneficio dalla convivenza forzata nel Pd è il Pdl. E non è insolito che nella partita per l’elezione del presidente della Repubblica si consumi una leadership di partito; Bersani pare avviato su quella strada. Ed è uno sgradito ritorno la regola dell’alternanza tra un presidente laico e uno cattolico: la politica che procede con lo sguardo a terra ne chiede il rispetto senza accorgersi che anche la chiesa è cambiata.
È una storia cominciata il 18 aprile di 65 anni fa. Ed è sempre un 18 aprile, quello di 20 anni fa, il giorno indicato come la data di partenza della cosiddetta «seconda Repubblica». Allora (1993) infatti un referendum mise la basi per l’addio al sistema elettorale proporzionale – aprendo la strada a una legge chiamata Mattarellum. Che Marini resista come prima scelta, che tornino a salire le quotazioni di D’Alema o Amato o Mattarella tenuti in seconda linea per indirizzare le fughe dei franchi tiratori, questo 18 aprile non si annuncia come un giorno di svolta.
L’ultima parola però può scriverla solo l’aula sovraffollata della camera. Le resistenze nel Pd, meno o più interessate come quella del sindaco di Firenze, non mancano. E se si scivola fino alla quarta votazione, domani sera, se i grandi elettori vengono liberati dall’abbraccio con il Pdl, qualcosa di positivo può ancora succedere. Malgrado il modo in cui Grillo è entrato nella partita: perfetto dal punto di vista di chi vuole innanzitutto mettere in difficoltà e far implodere il partito democratico, ma assai sbagliato a voler mettere in cima ai pensieri l’opportunità di eleggere un buon presidente della Repubblica.
Al Pd infatti la candidatura di Rodotà è stata lanciata tra i denti. È l’opportunità migliore, ma Bersani per coglierla deve destreggiarsi tra gli insulti e accettare di fare sua la terza scelta dei militanti a 5 stelle. Che hanno votato, poi, in un modo che resta misterioso, e stranamente ideale per il dispiegarsi delle strategie grillesche. Il buio più totale sui votanti e sui voti delle «quirinarie», la mancata trasparenza di chi si atteggia a trasparente è forse un prezzo da pagare al «nuovo che avanza?». Niente affatto ed è ancora Gorresio a raccontarlo, a proposito del modo in cui i democristiani scelsero Antonio Segni. I gruppi parlamentari si riunirono e fu deciso che «a evitare inconvenienti – di natura diversa, ma comunque spiacevoli – si era convenuto che gli scrutatori avrebbero dovuto proclamare soltanto il nome del primo in classifica, senza indicare il numero dei voti che egli avesse raccolto, né la sua percentuale, né la distanza dal secondo, né alcuna graduatoria: e poi bruciare le schede in un forno». Era il 1962.

Aborto: oltre il paternalismo e la mistificazione da Adista on line

 

Dell’aborto non si deve parlare. Quando se ne parla, lo si fa generalmente attraverso luoghi comuni, come quello che afferma che tutte le donne che hanno abortito riportano gravi conseguenze psicopatologiche. La supposta ineluttabilità della sindrome post-abortiva viene ora affrontata da Chiara Lalli, insieme a molti altri aspetti dell’interruzione volontaria di gravidanza, nel volume “A. La verità vi prego sull’aborto”.

intervista a Chiara Lalli di Ingrid Colanicchia, da Adista online

«Di aborto non si parla quasi mai. Quando succede si abbassa lo sguardo e il tono della voce. A meno che non sia un dibattito pubblico, e allora i toni si infuocano. Anche chi è a favore della legalità dell’aborto e della possibilità di scelta della donna difficilmente è a proprio agio. Spesso ci si affretta a compilare un elenco di attenuanti per la decisione di abortire, per poi aggiungere: “È comunque un trauma”. Come se si volesse giustificare l’aborto indicando quella cicatrice indelebile. Ma è davvero così? E lo è necessariamente?».

È a partire da questo interrogativo che la filosofa e giornalista Chiara Lalli (già autrice di Dilemmi della bioetica, Liguori, e di C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza, Il Saggiatore), scandaglia, nel suo ultimo libro, A. La verità vi prego sull’aborto (Fandango libri, 2013, pp. 280, euro 18), ogni aspetto legato all’interruzione volontaria di gravidanza. Dall’obiezione di coscienza, che nel nostro Paese raggiunge cifre da capogiro (nel 2009, a livello nazionale, il 70,7% dei ginecologi e il 51,7% degli anestesisti è obiettore) alla cosiddetta sindrome post-abortiva in base alla quale ogni donna che ha abortito riporterebbe gravi conseguenze psicopatologiche, Chiara Lalli non tralascia niente, gettando così un fascio di luce sul cono d’ombra in cui è relegato il dibattito sull’aborto. Un libro-inchiesta quanto mai necessario, perché intorno all’aborto, come scrive Lalli, «si concentrano molte questioni: la natura, il dolore, la concezione della donna, la moralità delle manipolazioni (contraccezione e aborto come manipolazione della “natura”), l’inesauribile discussione sullo statuto dell’embrione, la maternità come destino o come unico vero possibile desiderio delle donne, di ogni donna».

Un dibattito che non solo manca di serenità, ma che è amputato di una sua parte. «Voglio esplorare una possibilità teorica», spiega Lalli: «Che si possa scegliere di abortire, che lo si possa fare perché non si vuole un figlio o non se ne vuole un altro, che si possa decidere senza covare conflitti e sensi di colpa». «Vorrei cercare di separare i desideri indotti da quelli genuini, di distinguere un dolore preconfezionato da uno determinato dalla frustrazione di un desiderio. Non sto dicendo che non si soffra mai per una interruzione volontaria di gravidanza – puntualizza – ma che in assenza di coercizione, di conflitti insanabili e in presenza della volontà di non portare avanti la gravidanza, ci si possa sottrarre a un destino scritto da altri».
Adista le ha rivolto qualche domanda.

Cosa l’ha indotta ad affrontare un tema tanto “spinoso” come l’aborto?
Credo che sia più “spinoso” il silenzio che opprime l’aborto e spinge in un angolo le questioni connesse: come la difficoltà d’accesso a un servizio che sulla carta è garantito dalla legge 194, ma di fatto è sempre più fragile a causa dell’altissimo numero di obiettori di coscienza (la Relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 segnala una media nazionale di ginecologi obiettori del 70%, con punte di oltre il 90%). Nessun servizio potrebbe funzionare bene in queste condizioni. Inoltre sembra che solo l’aborto sia un argomento su cui è consigliabile tacere. Il consiglio è preso tanto sul serio che nonostante molte delle donne che conosciamo abbiano verosimilmente abortito, non lo sappiamo. Perché, appunto, di aborto non si deve parlare. Fatico a trovare altri esempi, soprattutto se e quando è implicata la sofferenza (arma usata paternalisticamente contro la possibilità di abortire): si consiglia sempre di parlare nel caso tu stia male, ma se il tuo dolore riguarda l’aborto allora devi tenertelo per te.

Nel suo volume dedica ampio spazio alla cosiddetta Sindrome post-abortiva. Che cosa si intende con questa dicitura? A suo avviso ha un qualche fondamento?
La cosiddetta Sindrome post abortiva (Spa) sarebbe una sindrome che insorgerebbe necessariamente dopo una interruzione volontaria di gravidanza. Ogni donna, sempre e comunque, riporterebbe gravi conseguenze psicopatologiche. Il primo segnale che qualcosa non torna sta nel constatare che nessuno sostiene che se vai in guerra tornerai con una sindrome post traumatica da stress, dominio in cui si inscrive la Spa. Come mai invece il 100% delle donne riporterebbe segni indelebili? Questo non significa che abortire non comporti sofferenze, dubbi, difficoltà. Ma soltanto che intrinsecamente una interruzione di gravidanza non è psicologicamente maligna, e che il vissuto successivo dipende molto dalle circostanze e dalle ragioni che portano una donna a scegliere di abortire. Quando l’aborto non è una scelta, ovviamente, entriamo in un altro dominio. Ridurre tutte le storie delle donne che abortiscono ad un unica narrazione di colpa, vergogna e dolore è tuttavia impreciso e ingiusto.

Sono in pochi tra i cosiddetti “prolife” a sostenere l’immoralità (e l’illegalità) di un aborto dopo uno stupro. Lei scrive che questa eccezione costituisce un indebolimento delle loro posizioni. Può spiegarci perché?
Qual è la ragione per cui si condanna moralmente l’aborto e si vuole renderlo illegale (o, in alcuni Paesi, la ragione per cui è illegale)? Perché l’embrione avrebbe diritti fondamentali tali che abortire sarebbe sempre sbagliato e equivalente a un omicidio di un essere umano innocente. Questa è la premessa di chi combatte la legalità dell’interruzione di gravidanza. Tuttavia moltissimi ammettono la possibilità di abortire se il concepimento è avvenuto in seguito a uno stupro. E molte leggi restrittive concedono alle donne questa possibilità. Ricordiamoci la premessa di questa posizione: sopprimere un embrione sarebbe un omicidio. Può uno stupro modificare ontologicamente l’embrione? Può togliergli dei diritti? No. Anche l’embrione formatosi in seguito a uno stupro dovrebbe essere protetto, ma l’eccezione viene ammessa contraddittoriamente perché sarebbe troppo impopolare negarla. Sarebbe troppo impopolare – ma coerente – sostenere che è immorale abortire dopo uno stupro e che la legge non dovrebbe permettere di compiere un omicidio. E allora si sceglie la strada contraddittoria sperando che nessuno se ne accorga. Si continua a dire che abortire non è mai ammesso e mai ammissibile, ma in caso di stupro si può fare. Quando qualcuno prova a dire che non si deve abortire dopo uno stupro, è assalito da critiche e feroci reazioni. Ecco perché la strategia prolife (che sarebbe meglio definire nochoice) in genere rimane in bilico su questa antinomia, scegliendo la strada più comoda e ipocrita.

Sia in questo volume che nel suo precedente “C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza”, lei pone sotto la lente d’ingrandimento la questione dell’obiezione di coscienza alla legge 194 nel nostro Paese. Qual è la situazione?
Come dicevo all’inizio la situazione è molto difficile. I numeri ci raccontano di una percentuale sempre più esigua di operatori sanitari disposti a eseguire le interruzioni di gravidanza. Questo significa che le liste di attesa si allungano, le donne incontrano difficoltà logistiche che a volte si trasformano in incubi veri e propri (si va dagli insulti ai tempi dettati non dalle necessità mediche, ma da quelle “di coscienza”), dai reparti IVG che non ci sono più alla fatica per quei medici che garantiscono il servizio della IVG e finiscono per non poter fare altro. A nessuno sembra importare. Non è molto più “spinosa” questa distrazione di qualsiasi discorso sull’aborto?

(16 aprile 2013)

Cefop, Flc Sicilia: 620 posti di lavoro a rischio | LAVORO – SICILIA da: controlacrisi.org

Irregolarità e atti illegittimi sono stati compiuti dall’assessorato alla formazione professionale, e metterebbero così a rischio il futuro del Cefop, l’ente in amministrazione straordinaria, e anche i suoi 620 dipendenti.

Questo è quanto è emerso da un’audizione dei commissari straordinari dell’ente nella II e V commissione dell’Ars. A riferirlo è la Flc Cgil, che ha partecipato all’incontro annunciando sia iniziative che la tutela di questi lavoratori.

“I commissari del Cefop – dichiara Giusto Scozzaro, segretario generale della Flc Sicilia – hanno avviato un processo di risanamento che ha già comportato il licenziamento di 340 persone e che, secondo la legge Prodi, dovrà concludersi entro quattro mesi con la vendita con avviso pubblico dell’ente. Questo processo ora rischia di saltare, a causa dell’azzeramento dei finanziamenti del piano triennale, che non tiene conto della particolare situazione di questo ente commissariato, per cui è stato avviato un processo in accordo con lo Stato che va comunque garantito”.

La regione dunque secondola denuncia Flc, per quanto riguarda il Cefop non sta rispettando le regole del gioco. “Ci chiediamo – aggiunge Scozzaro – chi comprerebbe il Cefop in questa situazione e alle condizioni della legge Prodi, che impediscono ad esempio i licenziamenti per due anni. Il licenziamento di altre 620 persone sarebbe insostenibile ed è inammissibile, alla luce degli sforzi fatti dai commissari e dalle organizzazioni sindacali per trovare vie d’uscita e risanare l’ente. Da parte nostra, ci riserviamo di mettere in campo tutte le iniziative che si renderanno necessarie a tutela di questi lavoratori

Pensioni a terra, e aumentano i suicidi | Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Sciotto

 

Due ricerche distinte segnalano l’allarme crisi. I sindacati: «Rivalutare gli assegni medio-bassi»

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Quasi un pensionato su due vive percepisce un assegno sotto i mille euro al mese: si tratta del 44% del totale, ovvero 7,4 milioni di persone, secondo il rapporto (relativo al 2011) diffuso ieri dall’Istat. Per 2,2 milioni di pensionati (il 13,3%) la vita è ancora più dura, perché per loro le prestazioni non superano i 500 euro. Ma un altro dato è uscito ieri, non collegato a quello che riguarda i pensionati, ma che sicuramente dà, a sua volta, un ritratto della crisi che stiamo attraversando: sono – o meglio sarebbero (sul tema è sempre meglio essere cauti) – già 32 in Italia i suicidi per ragioni economiche da inizio 2013: lo studio è stato realizzato da «Link Lab», laboratorio di ricerca socio-economica della «Link Campus University». Istituto che non ha lo status istituzionale dell’Istat, ovviamente, ma che comunque punta i riflettori su un tema delicatissimo e certamente da approfondire ed esplorare.
Concentriamoci prima sul rapporto Istat. Compaiono infatti cifre ancora più pesanti, rispetto a quelle che abbiamo già fornito, se si va a guardare il campo delle pensioni sociali e di invalidità: oltre i tre quarti (il 76,9%) dei titolari di pensioni sociali percepiscono redditi mensili inferiori ai 1.000 euro, e il 39,1% non supera i 500 euro. La quota scende a meno della metà tra i pensionati di invalidità, anche civile (47,4% e 40% rispettivamente), con ben il 26,6% di invalidi civili sotto i 500 euro.
Nelle pensioni c’è anche una netta differenza – una sorta di discriminazione sociale di fatto – tra uomini e donne: queste ultime rappresentano il 52,9% dei pensionati e percepiscono assegni di importo medio pari a 13.228 euro, inferiori del 30,5% rispetto a quelli degli uomini (19.022 euro). Oltre la metà delle donne (53,4%), poi, riceve meno di mille euro al mese, a fronte di circa un terzo (33,6%) degli uomini.
Ma non basta: a commento dei dati Istat arrivano quelli di Coldiretti e Cia, che segnalano a loro volta la condizione ancora più precaria dei pensionati agricoli: ben il 70% sarebbe sotto la soglia di povertà, secondo le due associazioni, con ben 800 mila persone con pensioni inferiori o integrate al minimo di 480 euro.
I sindacati, come i partiti del centro sinistra, sono concordi nel chiedere un intervento urgente, che adegui gli assegni al costo della vita: Per Carla Cantone, segretaria generale dello Spi Cgil, «la condizione dei pensionati purtroppo è destinata a peggiorare ulteriormente, perché su di loro pesano il fortissimo prelievo fiscale e l’iniquo blocco della rivalutazione annuale introdotto con la riforma Fornero». E chiedono di rimuovere il blocco anche Cisl, Uil, Ugl, Pd e Prc. Paolo Ferrero (Prc), chiede «una tassa sui grandi patrimoni e un tetto a 5 mila euro per gli assegni “d’oro” e i cumuli pensionistici». Cesare Damiano (Pd) segnala poi il nodo degli esodati e dei licenziati a causa della crisi: con il combinato della riforma Fornero, sono «circa 1 milione di persone senza reddito, per cui si pone il problema di una revisione del sistema previdenziale».
Tornando ai dati sui suicidi per motivi economici, Link Lab nota che nel primo trimestre del 2013 la media è stata di un suicidio ogni 3 giorni, ma che pericolosamente questo numero si è elevato a uno ogni 2 giorni nel mese di marzo. Ancora, rispetto al primo trimestre del 2012, si sarebbe segnato quest’anno un aumento del 40% dei casi. Si abbassa l’età media: la fascia più interessata resta quella che va dai 45 ai 54 anni (incidenza del 34,4%); segue quella dei 35-44 anni (31,2%). Dato «ribaltato» rispetto al primo trimestre 2012, quando il numero più elevato di suicidi si registrava, dopo i 45-54 enni, nella fascia tra i 55 e i 64 anni.

“Il Pd a Roma dovrà spostarsi verso lidi più rassicuranti per lui”. Intervista al candidato sindaco Sandro Medici | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Te l’aspettavi che alle primarie passasse Marino?

E’ stato un fatto positivo questa vittoria di Marino alle primarie del Pd, perché è stato battuto il tappo di oligarchie messe insieme da correnti varie che sostenevano altri candidati.

Certo, ma l’interrogativo è sarà sul grado effettivo di tenuta. Non credi che il percorso sia molto difficile?

Sarà un percorso molto tormentato, certo. Sarà costretto a fare cose di destra, come imbarcare Croppi, che si sta scaldando ai bordi del campo. Dovrà spostare l’immagine verso approdi più rassicuranti. E quello che sta accadendo alla Camera in queste ore con il Pd che candida Marini lo testimonia ampiamente.

Insomma, è chiaro che da una parte il fallimento di Alemanno e, dall’altra, la mancanza di una figura importante per il centro libera uno spazio che non può non far gola al Pd.

La candidatura di Alfio Marchini risponde a questo ragionamento a proposito della geografia politica di queste elezioni. C’è tutta un’area did elettori delusa da questi cinque anni di Alemanno che di fatto ci consegna una forte articolazione del voto. Il punto è che non ci sono figure omnicomprensive. E’ questo in fondo il grande nodo.

A tre settimane dalla tua presentazione pubblica che bilancio puoi fare del contatto con la città?

C’è una realtà viva, nonostante la crisi. Anzi, proprio perché c’è un pezzo di questa città che non si fa ricattare. Del resto è la nostra ipotesi di partenza. Ci siamo inventati Repubblica Romana proprio perché immaginavamo che in città ci fossero tanti globuli rossi come prima linea di combattimento contro i poteri forti, contro chi sulla crisi ci sta campando. Parliamo di realtà più o meno organizzate e diffuse che non hanno nessuna intenzione di subire il ricatto della subalternità. Ecco, pensiamo che si possano trovare via via sempre maggiori punti di contatto. E nell’autonomia e nell’indipendenza possa venir fuori una forza in grado di autorappresentarsi. Repubblica Romana è un pezzo di questo magma cittadino che si muove.

Ma questo è anche un pezzo del ragionamento del movimento 5S…

Diciamo che nel M5S hanno trovato un approdo ingannevole. Però vorrei far notare che il trasferimento dall’ambito nazionale a quello locale non è così automatico. E’ accaduto così già nel corso dell’ultima tornata elettorale.

Una chiave delle elezioni capitoline saranno le periferie. Cosa avete in mente di fare?

Le periferie hanno deciso il sindaco precedente, non ci sono dubbi. Sento di poter contare su una esperienza lunga in un territorio che è collocato in gran parte in periferia. E’ chiaro che c’è tanto disincanto e collera anche, perché in quelle zone non ci va nessuno. E quindi, il primo punto è riuscire a ristabilire una comunicazione basata su proposte che vanno incontro ai loro bisogni fondamentali come la casa, i servizi sociali e i trasporti. E su questo i partiti storici della sinistra hanno una possibilità a patto che la pratichino realmente. Forse la cosa che non si percepisce con nettezza, parlo dei mass media, è che molta gente ormai vive nell’automobile. Quelli che non ci vivono è perché stanno facendo una occupazione di casa.

Credi che nel rush finale sarà ancora la proposta della cancellazione del debito a dare visibilità alla tua candidatura?

Sì, assolutamente. E’ una proposta non facile da comunicare. Va sostanziata da esempi precisi. L’altro giorno ne abbiamo incontrato uno a Montesacro dove c’è una scuola abbandonata mentre gli edifici vicini sono sovraffollati di alunnij. E’ il taglio dei fondi e il patto di stabilità a provocare questo. Sono le politiche assassine che strangolano i poteri locali. E questo discorso vale per tutto, dai servizi sociali al territorio. Siamo al punto che non ci sono soldi per riparare le buche stradali. A Roma tra luglio ed agosto finiranno i soldi dei servizi sociali. Occorre rovesciare il tavolo e disobbedire ai vincoli che di fatto ci mettono in condizione di non governare.

Quello che dovrebbe fare l’Anci invece di reiterare ogni volta la solita lamentela.

Nella storia gloriosa degli enti locali c’è l’idea che i sindaci sono l’espressione diretta del popolo. Queste anime morte dell’Anci devono andare a palazzo Chigi e dire le cose come stanno, rovesciare i tavoli appunto. E’ ridicolo mettersi la fascia tricolore e fare l’ennesimo corteo. Finirà che la gente si stufa e prende i forconi.

L’evoluzione presidenzialista ha schiantato il PD Autore: Francesco Piobbichi da: controlacrisi.org

A La Spezia tra poco la base del PD occuperà la sede del partito contro l’inciucio, in rete si vedono foto con i militanti del PD che bruciano le tessere. Davanti Montecitorio i cartelli dei Giovani Democratici che chiedono al PD  di non fare l’accordo con Berlusconi si mescolano a quelli con la scritta “PD – Traditori”. In rete un’onda indignata denuncia l’inciucio e invoca Rodotà. C’è nel Paese una voglia di cambiamento che non trova sbocco e che la crisi alimenta. Per ora tutto questo è ancora ordinato, ma molto presto si tradurrà in rabbia crescente. Questa modalità di contestazione, rispetto alla forma di elezioni del Presidente della Repubblica, ha al suo interno anche il germe del presidenzialismo, l’elezione diretta della figura che ha il compito di salvare la nazione dalla crisi, e conferma quanto anche a sinistra sia profondamente mutata l’antropologia ed il senso comune. E’ innegabile che la figura del Presidente della Repubblica si sia spostata in questi ultimi mesi da figura di garanzia della Costituzione a quella di chi fa politica attiva e sceglie per il paese, avere Rodotà anzichè Amato vuol dire avviare o meno un possibile cambiamento. Del resto il PD è il maggior responsabile ed artefice di tutto questo, ha prima favorito il maggioritario, le primarie, il Governo Monti nominato da Napolitano ed ora si trova esso stesso schiantato dalla stessa forma della politica che ha contribuito a creare. Certo, contro l’inciucio infame tra PD e PDL questa mobilitazione è utile e necessaria, ma le cose vanno lette per quello che sono, nel paese oramai il ruolo del Presidente della Repubblica è diventato un ruolo politico di prima grandezza e la sua scelta non può essere frutto di accordi sottobanco tra una casta politica che ha imboccato il viale del tramonto. Il popolo del PD -e non solo quello- ha capito benissimo questo aspetto e quindi scalpita, minaccia e si strappa le vesti. Tutti sanno infatti che l’inciucio del PD con Berlusconi vuol dire avere una figura di garanzia per l’Europa delle banche, per i mercati e per l’austerity. Vuol dire tenersi l’ingiustizia sociale sulle spalle mentre non si arriva a fine mese. In qualche modo Napolitano ha vinto, duole ammetterlo ma è così, ha creato dentro la cornice costituzionale la figura del principato che ben si adatta all’architettura autoritaria che impone l’Europa ai paesi periferici. Bersani e le alte cariche del PD non hanno capito la portata degli eventi che essi stessi hanno contribuito a determinare, ed ora si trovano travolti da quella “partecipazione democratica” dal basso che vuole sì il cambiamento, ma che al tempo stesso ha metabolizzato l’evoluzione del sistema parlamentare verso una nuova forma di presidenzialismo . Del resto chi l’avrebbe mai detto  che il casino nel PD scoppiasse per il Presidente della Repubblica invece che per il Presidente del Consiglio? A leggere bene il processo degli eventi in atto, è proprio questo passaggio che segna la fine del centro sinistra in Italia