L’Anpi: “Il nuovo presidente della Repubblica sia un provato antifascista”

“Il nuovo Presidente della Repubblica sia un provato antifascista, e sul Governo nessun compromesso indecente”: questo in sintesi la posizione dell’Anpi emersa al termine dell’ultimo comitato nazionale.

Questo il testo del documento approvato.

“Il Comitato Nazionale dell’ANPI, sentita ed approvata la relazione del Presidente Nazionale sulla situazione politica, premesso che l’ANPI esprime seria preoccupazione per la grave situazione politica e sociale del Paese e per i rischi che il protrarsi della stessa può comportare;

considerato
che l’ANPI, pur non entrando nel merito delle operazioni che si stanno svolgendo, col concorso di tutti i partiti e sotto la guida del Presidente della Repubblica, non può restare neutrale e indifferente rispetto alle grandi questioni che si propongono (dalla formazione di un Governo fino alla funzionalità del Parlamento ed alla elezione del nuovo Presidente della Repubblica) e dunque esprime con forza la necessità che ogni scelta sia ispirata ai principi ed ai valori della Costituzione ed alla esigenza di moralità e di correttezza da tante parti sollecitata;

formula
l’auspicio che si riesca, in tempi brevi, ad ottenere la formazione di un Governo stabile e democratico, che riscuota la fiducia sia del Parlamento, sia dei cittadini e delle cittadine, corrisponda, nel complesso, all’esito del voto espresso dal popolo e sia in grado di fare fronte alle gravi difficoltà che il Paese sta attraversando, alla vera e propria emergenza sociale in atto, ai problemi del lavoro e della mancanza di occupazione e della stessa dignità nel lavoro, adottando – nel contempo – le misure necessarie per ricostruire un vero rapporto di fiducia col Paese;

chiede
che si metta mano con serietà, efficienza e celerità ai provvedimenti diretti a superare la grave degenerazione politica, sociale e morale in cui il Paese è caduto, a partire dalla legge elettorale, adottando anche le misure occorrenti per rafforzare le istituzioni e la democrazia, nel contesto di una Europa unita, politica, sociale e interamente democratica;

manifesta
la volontà e la pretesa che, in ogni campo, vengano privilegiati il bene comune e l’interesse collettivo e che pertanto qualunque intesa o accordo politico siano ispirati ai criteri della trasparenza e della coerenza, al di là di ogni operazione che rimandi all’immagine di un sistema partitocratico obsoleto e al di fuori da ogni compromesso “indecente”, che non farebbe altro che alimentare il clima di sfiducia che percorre largamente il Paese;

ribadisce
la necessità che l’elezione del Presidente della Repubblica avvenga nella più netta e trasparente chiarezza, conducendo alla scelta della persona più adatta ad esercitare un ruolo di garanzia così delicato, non solo per la sua  personale storia ma anche per un’autorevolezza che fondi le sue radici nella nostra storia e nei valori fondamentali espressi dalla Costituzione nata dalla Resistenza. Un Presidente, insomma, che dia piena garanzia  di sobrietà ed imparzialità e prima di tutto di piena rappresentanza dell’unità nazionale, dell’antifascismo e della democrazia”.

Luca, un astrofisico catanese a Pechino «Ma non chiamatemi cervello in fuga» da: ctzen

Una laurea in Fisica a Catania, poi contratti trimestrali fino alla grande occasione: un anno all’Osservatorio astronomico della capitale cinese. Luca Naso, a 32 anni, ha coronato il suo sogno ed ha anche trovato l’amore nell’estremo Oriente. Che per alcuni versi, non sembra poi così diverso dalla Sicilia. «Stesso attaccamento alla famiglia, stesso approccio alla politica – spiega – Ma quando ho pronunciato la mia prima frase nella nuova lingua, ero contento come un bambino»

Luca Naso astrofisico in cina_interna

Luca Naso ha 32 anni, una laurea in Fisica conseguita presso l’Università di Catania e un un dottorato di ricerca in Astrofisica rilasciato dalla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste. Nonostante la giovane età, vanta collaborazioni scientifiche con i dipartimenti di Fisica delle università di Padova, Varsavia e Oxford. Dietro ogni esperienza, un minimo comune denominatore: l’amore per la scienza e la ricerca che lo ha condotto fino in Cina.

Luca Naso (1)«Per essere un ricercatore è necessario laurearsi, conseguire un dottorato di ricerca e ottenere borse di studio postdottorato.  Io non ho fatto né più né meno di questo, nel miglior modo possibile e non ponendo limiti spaziali ai miei movimenti». Colpisce l’umiltà con cui Luca si racconta, nonostante il curriculum importante, ricco di collaborazioni d’eccellenza, specialmente sull’interazione tra campi magnetici e materia nelle proto-stelle di neutroni e nei dischi di accrescimento attorno a stelle di neutroni.

Dopo il raggiungimento del dottorato di ricerca in astrofisica e un breve ma intenso viaggio in India che ne segna la sensibilità, inizia il periodo più instabile della sua vita lavorativa. In un primo momento Luca tenta l’iter che molti giovani laureati percorrono: non avendo agganci lavorativi, invia circa sessanta domande di assunzione, sperando di riuscire a portare avanti i propri progetti di ricerca. Dalla sua caparbietà nascono brevi contratti trimestrali per collaborazioni a Trieste, Padova, Oxford e Varsavia. Nel giro di un anno si ritrova a vivere in quattro città, instabile ma felice di poter conoscere realtà culturali diverse grazie alla scienza:  «Avevo deciso che, se non avessi avuto un contratto di lavoro, sarei partito come volontario per la Tanzania», precisa. Ma quando sta per dire addio alla ricerca per dedicarsi all’imprenditoria, arriva la svolta: il tanto agognato contratto viene proposto dalla Cina.

«Mi sembrava infinito – ammette Luca – Passare da collaborazioni di due o tre mesi in Europa ad una di ventiquattro era un incredibile salto di qualità, oltre che un salto nel buio, visto che chi me lo proponeva era dall’altra parte del mondo. Non mi ero mai Luca Naso (2)interessato alla cultura millenaria cinese. Tuttavia la curiosità e la sete di conoscenza era troppo forte e decisi di partire». Alla necessità del lavoro si aggiunge, per il giovane astrofisico, anche il desiderio di fare una scelta non convenzionale, di rischiare pur di vedere realizzato il suo sogno. «Non mi piace essere etichettato come un cervello in fuga; sono molto critico nei confronti della ricerca in accademia e ho sempre avuto la consapevolezza di poter cambiare strada da un momento all’altro, come poi è accaduto». Scaduto il contratto con l’Osservatorio astronomico di Pechino per l’Accademia cinese delle scienze, Luca torna in Italia. Decide di accantonare per un po’ la ricerca – pur sentendosi «sempre uno scienziato»-  e di dedicarsi al lavoro in azienda per Edisonweb, una software house che sviluppa soluzioni di digital signage nell’ambito della comunicazione digitale.

La Cina però resta nel suo cuore. «Una delle prime cose che ho fatto, arrivato dall’altra parte del mondo,  è stata seguire un corso di cinese. Quando ho pronunciato la mia prima frase nella nuova lingua, ero contento come un bambino». «Ho corso anche una maratona di 42 chilometri per beneficenza – ricorda – e ho imparato molte cose: i cinesi sono un popolo estremamente gentile e disponibile, i loro valori e alcune abitudini mi hanno ricordato molto quelli della Sicilia di un tempo: l’attaccamento alla famiglia, l’idea che i panni sporchi si lavino in casa, l’approccio alla politica del tipo non possiamo cambiare nulla».

Luca Naso (4)Luca a breve partirà per un nuovo viaggio che toccherà due continenti diversi. Sarà negli Stati Uniti d’America per motivi  professionali e nuovamente in Cina, ma stavolta per ragioni di cuore. «Ho comprato l’anello di fidanzamento per la mia fidanzata, una ragazza cinese», ci confida. All’orizzonte anche una collaborazione con l’università di Catania per conto di Edisonweb. «Un viaggio di mille miglia comincia con un solo passo», è uno dei proverbi cinesi preferiti di Luca, che dalle parole è passato ai fatti.

[Foto di Luca Naso]

IL Treno che Bucò il Fronte.mov

Vittorio Arrigoni Bella ciao

Rodotà battezza la Costituente dei beni comuni | Fonte: il manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

All’assemblea centinaia di realtà di base. Primo atto: sei proposte di legge per i parlamentari

 

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«Ho lottato tutta la mia vita contro la censura e adesso non posso certo impedire che si faccia il mio nome sui giornali». Passeggiando in direzione del teatro Valle, dov’è atteso per iniziare i lavori della «costituente dei beni comuni», Stefano Rodotà commenta il titolo de il Manifesto di ieri («Un bene comune») che riporta la notizia della petizione promossa da Ugo Mattei e Carlo Freccero per chiederne l’elezione alla presidenza della Repubblica.
Tra strette di mani, e l’affetto di chi fa la fila per sedersi in uno dei 666 posti del Valle, Rodotà continua: «Sono sempre stato contrario alla personalizzazione – spiega – parliamo di azione sociale. Ho appena saputo che vogliono privatizzare il teatro di Marcello a Roma, chiuderlo e imporre il biglietto ai turisti. È una nuova sottrazione di un bene comune alla cittadinanza. Ecco la cosa che mi interessa in questo momento: spersonalizzare la battaglia per i beni comuni come facemmo nel 2007 insieme a Ugo Mattei, Eligio Resta, Salvatore Settis nella commissione per la riforma del terzo libro del codice civile. Oggi lo possiamo fare con la costituente dei beni comuni». La costituente intende riprendere i lavori della «commissione Rodotà» che pose le basi giuridiche del vittorioso referendum sull’acqua nel 2011. Da allora si sono moltiplicate le occupazioni dei teatri, cinema o atelier da Milano (Macao) a Roma (Valle, Nuovo Cinema Palazzo, Cinema America), da Pisa (Municipio dei beni comuni e teatro Rossi) a Napoli (ex Asilo Filangieri) a Palermo, Messina e Catania. Oltre al Sale Docks di Venezia, alla costituente parteciperanno anche i movimenti che si battono per la ricostruzione de L’Aquila, oltre alla rete di associazioni che difendono il territorio toscano rappresentati da Alberto Asor Rosa.

Quella proposta al Valle è un’inedita alleanza tra giuristi e i movimenti. Ai parlamentari la costituente ha inviato un pacchetto di sei proposte di legge di cui chiede l’approvazione. Tra l’altro, il pacchetto contiene la proposta di legge popolare sull’acqua votata da 400 mila persone ed è rimasta lettera morta; quella sul reddito minimo che ha raccolto 50 mila firme, una proposta di legge sul fine vita e la riforma dei regolamenti parlamentari per rendere i referendum, le petizioni e le iniziative di leggi popolari un «potere dello stato». L’obiettivo è di formularne altrettante, a stretto contatto con i movimenti territoriali che si muovono sui temi dei beni comuni, dei diritti fondamentali della persona, e dei diritti sociali. L’alleanza tra i movimenti e i giuristi vuole essere un lavoro in presa diretta sulle istituzioni, ma che non si chiude nelle istituzioni. Ugo Mattei e Maria Rosaria Marella, il vicepresidente emerito della Corte costituzionale Paolo Maddalena e il giurista Gaetano Azzariti, sostengono che i beni comuni hanno una portata rivoluzionaria. Mettono in discussione la divisione tra diritto privato e pubblico e la primazia della proprietà privata nell’ordinamento giuridico vigente. «In quanto formula di successo i beni comuni rischiano di slabbrarsi e diventare altro da sé – ha detto Azzariti – non credo che l’intera Italia sia un bene comune, altrimenti il bene comune non è nulla». L’idea della «costituente» è invece quella di un diritto vivente, espressione di ciò che si muove nella società e rompe i confini della legalità per imporre un nuovo criterio di legittimità. «I movimenti sui beni comuni si muovono su un piano di riconosciuta legittimità – afferma Guido, un attivista del Valle – Noi crediamo che il nuovo diritto sia generato dai conflitti in atto, come dimostrano le occupazioni e la mobilitazione permanente dei cittadini che difendono i loro territori e propongono nuovi modelli di sviluppo e di socialità. I beni comuni devono essere finanziati in funzione di questa utilità sociale».

Una sfida ambiziosa, al tempo del grillismo come forma telematica della democrazia diretta, condotta nel rispetto della costituzione che, all’articolo 46 che permette a lavoratori e utenti di diventare gestori di servizi. «Oggi è nato un nuovo rapporto tra cittadini, politica e diritto, che bisogna valorizzare», ha concluso Rodotà.

I lavori proseguiranno anche con tavoli di lavoro tematici. Si pensa ad una piattaforma online dove elaborare le proposte. «Non pensiamo più ad una politica dei due tempi: ci sono i movimenti e poi vengono le istituzioni – ha detto Daniela, attivista del Nuovo Cinema Palazzo di Roma – Pensiamo invece ad un nuovo principio, quello dell’autogoverno, per creare nuove istituzioni”. Prossimo appuntamento in Sicilia, dove ci sono tre teatri occupati

Due anni senza Vittorio. La commemorazione a Bulciago Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Centinaia di persone hanno partecipato oggi a Bulciago (Lecco) alla commemorazione di Vittorio Arrigoni, sequestrato e ucciso due anni fa a Gaza.
La riunione, avvenuta in una palestra troppo piccola per contenere tutti gli intervenuti, e’ stata aperta dalla ”Ballata per Vik” composta dal gruppo ”I Luf” con Egidia Beretta, la mamma di Vittorio, sindaco di Bulciago. In sala era presente anche la delegazione dei giovani palestinesi che compongono il convoglio impegnato in numerose tappe in Italia per presentare un altro volto della Striscia: quello degli studenti e dei creativi impegnati in una resistenza non violenta contro l’oppressione israeliana e politica.
La mamma di Vittorio, che recentemente ha anche scritto un libro dal titolo ”Il viaggio di Vittorio” per ricordare il figlio, tra l’altro ha detto: ”Sappiamo chi e’ stato, non chi ha dato l’ordine che puo’ essere anche partito da Gaza. Ma sapere questa verita’ non e’ la mia ragione di vita. La ricerca mi sfinirebbe senza ridarmi mio figlio – ha aggiunto -. Preferisco andare avanti parlando di Vittorio com’era da vivo e di come puo’ restare vivo dentro di me e di tutti coloro ai quali ha saputo risvegliare la coscienza”

Allarme ammortizzatori sociali, sindacati scendono in piazza | Fonte: rassegna

 

In Italia è allarme ammortizzatori sociali . E’ esplosa la richiesta di cig a marzo: con poco meno di 100 milioni di ore registrate, la cassa integrazione è cresciuta in tutti i suoi segmenti su base mensile e annua . Nel frattempo è arrivato l’allarme del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso: “I fondi sono in esaurimento”, ha detto a Sky, c’è il  rischio che 500mila lavoratori possano restare scoperti. “In qualche Regione siamo già arrivati all’esaurimento dei fondi della cig. Non è neanche detto che in alcune Regioni si arrivi fino a giugno”. Al governo, ha aggiunto “lo avevamo detto a dicembre: non riducete la spesa sulla cig in deroga perché ne avremo bisogno”.

Proprio per chiedere di finanziare gli ammortizzatori Cgil, Cisl e Uil scendono in piazza insieme, martedì 16 aprile: appuntamento alle 9.30 a Roma a piazza Montecitorio “per rivendicare adeguati finanziamenti per gli ammortizzatori sociali in deroga”.

I sindacati confederali terranno un sit-in per chiede al governo il rifinanziamento. E hanno scelto di farlo insieme. “La crisi sta peggiorando – si legge nel volantino unitario -, e le condizioni delle persone che lavorano stanno diventando insostenibili. Alla crisi sta per aggiungersi un ulteriore dramma: le risorse per finanziare gli ammortizzatori in deroga stanno per finire. La legge di stabilità per il 2013, infatti, ha stanziato risorse palesemente insufficienti”. Per questo bisogna “intervenire subito” con lo scopo di “evitare il disastro” di mezzo milione di persone senza ammortizzatori.

Serve almeno un miliardo di euro. Le Confederazioni “chiedono al Governo di istituire entro aprile una cabina di crisi presso la presidenza del Consiglio per  condividere l’entità della cifra da stanziare, in modo da sottoporla senza indugio al Parlamento, e chiedono ai gruppi parlamentari presenti nel nuovo Parlamento di sostenere questa giusta richiesta. Al contempo la cabina di crisi – concludono – potrà utilmente elaborare previsioni per le risorse necessarie per gli anni prossimi, al fine di evitare il ripetersi dei drammi attuali”.

Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha convocato i sindacati nello stesso giorno (16 aprile), alle 16.15 nella sede del dicastero. Al centro c’è proprio il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga. Fornero si è fatta precedere da alcune dichiarazioni: “Se riuscissi a destinare al finanziamento della cassa integrazione un altro miliardo di euro potrei dirmi soddisfatta, anche se c’e’ il rischio che possa non essere ancora sufficiente”. Il ministro assicura comunque che ha iniziato a “predisporre un piano”.

Risorse non rimandabili – dunque – perché gli ultimi dati lanciano un allarme rosso. A marzo la cig in tutte le forme (ordinaria, straordinaria e deroga), sia sul mese che sull’anno. Le 96.973.927 ore registrate a marzo segnano infatti un incremento consistente su febbraio (pari ad un +22,44%), mentre da inizio anno il monte ore complessivo è pari a 265.043.645 per un +11,98% sul primo trimestre del 2012. Dall’inizio dell’anno sono coinvolti circa 520mila lavoratori, che hanno subito un taglio del reddito per 1 miliardo di euro, pari a 1.900 euro netti in meno per ogni singolo lavoratore. I dati emergono dalle elaborazioni delle rilevazioni Inps, da parte dell’Osservatorio sulla cig della Cgil Nazionale nel rapporto di marzo.

A partire dal gennaio 2009 ad oggi – secondo i numeri – le ore di cassa integrazione autorizzate siano state stabilmente intorno alle 80 milioni di ore per mese. Un trend che al momento prevede anche il per il 2013 un totale di ore di cassa integrazione oltre il miliardo. “Il sistema produttivo, e l’intero mondo del lavoro, sta letteralmente precipitando, trascinando dietro di sé l’intero paese, travolto com’è da una valanga che non trova davanti a sé alcun argine”, ha osservato il segretario confederale della Cgil, Elena Lattuada. Servono “risposte con urgenza che mettano al centro il lavoro”, a cominciare proprio dalle risorse per la cig in deroga. Per questo i sindacati saranno vanno in piazza nella manifestazione unitaria del 16 che, ha concluso Lattuada, “potrebbe rappresentare l’avvio di un percorso di iniziativa sui temi del lavoro”.

Maurizio Landini: “Nessun patto tra sindacato e imprese” | Fonte: Globalist.it | Autore: red

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”Un patto con la Confindustria sarebbe una scelta dettata dalla paura, una fuga dalla realtà. Bisognerebbe avere coraggio: non fare patti senza senso bensì accordi innovativi trovando mediazioni e scambi possibili”. Parola del leader della Fiom Maurizio Landini, che boccia l’ipotesi di patto tra sindacati e imprese perché ”i patti firmati nel passato, anche senza la Cgil, hanno portato al governo Berlusconi e poi al governo Monti. E chi ha pagato le loro politiche? I lavoratori. Loro fanno i patti e i lavoratori pagano”.

”Bisognerebbe cominciare a dire – attacca Landini – che c’è una responsabilità anche delle imprese e della Confindustria per la situazione in cui ci troviamo. Confindustria ha sempre sostenuto i governi Berlusconi e dopo quello Monti, ha approvato i tagli alle pensioni, ha voluto la modifica dell’articolo 18, ha sostenuto le scelte di Marchionne e la decisione della Fiat di andarsene dall’Italia”.

Landini al patto preferisce ”gli accordi” in cui ”si possono realizzare gli scambi. Per esempio: si bloccano o no i licenziamenti in Italia? E poi: anziché defiscalizzare gli straordinari perché non chiedere sgravi fiscali per i contratti di solidariet°?”. Le parole di Squinzi, aggiunge, ”mi fanno venire in mente il Titanic. Sì, certo, stavano tutti sulla stessa barca ma quelli che si trovavano nella sala macchine non si sono salvati”.

Scorie nucleari, l’emergenza dimenticata Fonte: sbilanciamoci da<<<<<. controlacrisi.org

 

La gestione delle scorie e l’eliminazione dei rifiuti nucleari presenti nel nostro paese potrebbe costare in complesso 6,7 miliardi di euro. A portare l’attenzione su un tema largamente ignorato in Italia è stata la conferenza stampa dell’11 aprile del Comitato “Sì alle energie rinnovabili, No al nucleare”.

Sono passati 25 anni dal primo referendum sul nucleare del 1987 e due anni dal referendum del 2011; entrambi hanno respinto i progetti nucleari italiani. Quando gli italiani decisero per la prima volta di abbandonare il nucleare, in Italia c’erano otto impianti: le centrali di Latina, Garigliano, Trino Vercellese e Caorso, e i centri di ricerca nucleare di Saluggia, Trisaia, Casaccia e Bosco Marengo. Se si esclude quest’ultimo, tutti questi impianti sono ancora lì, nei siti. Ad essi vanno aggiunti almeno una ventina di impianti e depositi di minore consistenza.

In termini di scorie nucleari, le quantità erano significative, anche se non enormi e quindi potevano essere gestite se si fosse affrontato il tema con un minimo di lungimiranza. Si parlava di 2.000 tonnellate di uranio utilizzato come combustibile e stoccato nelle centrali e di una quantità dai 50.000 ai 100.000 metri cubi di rifiuti radioattivi, che potrebbero derivare dallo smantellamento degli impianti. L’ampio campo di variazione delle quantità da smantellamento deriva dal fatto che, a tutt’oggi, non è stata effettuata una esaustiva caratterizzazione degli impianti. Va inoltre trovato un adeguato trattamento e stoccaggio dei rifiuti radioattivi derivanti dagli impianti nucleari minori e di quelli di origine industriale e ospedaliera.

Nel 2001 si decise di affrontare la parte più rilevante, quella degli otto impianti sopra richiamati: le centrali e i centri di ricerca nucleare. Essi vennero affidati a una società per azioni, Sogin, controllata dal Ministero dell’Economia, facendo valere sulla tariffa elettrica i costi di dismissione degli impianti e del conseguente stoccaggio delle scorie e dei rifiuti prodotti. Il controllo della congruità dei costi venne, di conseguenza, attribuito all’Autorità per l’energia elettrica e il gas. Il programma di smantellamento è stato avviato nel 2001 e prevedeva il rilascio “a prato verde” dei siti nel 2020, a fronte di un costo previsto di 4,5 miliardi di euro. Nei costi non erano contemplati gli oneri per la costruzione del così detto deposito geologico, previsto per il combustibile esaurito, ossia per le barre di uranio presenti nelle centrali al momento della sospensione del programma nucleare nel 1987. Il termine “geologico” si riferisce al fatto che il decadimento della radioattività di questo materiale è previsto in oltre 1.000 anni. Inoltre, non era stato individuato il deposito dove stoccare i rifiuti da smantellamento (300 anni di vita prevista!) creando l’assurdità di avviare un programma di dismissione senza sapere dove mettere le scorie nucleari e i rifiuti radioattivi.

Non è facile avere una visione della situazione attuale, in quanto non esiste un unico documento che dia lo stato di avanzamento del programma e soprattutto la previsione delle attività, con i relativi costi e tempi, per arrivare ad una soluzione definitiva del problema delle scorie e dei rifiuti radioattivi. Sulla base delle informazioni reperibili da differenti fonti (Delibere Autorità, Relazione 2009 di Sogin alla Commissione Rifiuti, Piano Industriale Sogin del 2010, Comunicati stampa disponibili su sito Sogin), si può ricavare il seguente quadro d’insieme.

La data di rilascio “a prato verde” è slittata dal 2020 al 2035 (l’ultimo impianto sarebbe Latina). La previsione dei costi a finire è cresciuta da 4,5 a 6,7 miliardi di euro, di cui 1,8 già consuntivati nel 2011 e il restante a sostenere per concludere il programma. Mancano totalmente previsioni di costo in merito alla costruzione dei depositi. Non si è ancora data una soluzione definitiva al problema delle scorie nucleari. Le 2.000 tonnellate di combustibile esaurito sono state inviate in Gran Bretagna e in Francia in impianti di lavorazione, che ne trarranno plutonio e rifiuti vetrificati ad alta radioattività. Si tratta di materiale che verrà poi consegnato all’Italia, che dovrà trovarne una destinazione definitiva. Per quanto riguarda i rifiuti da smantellamento si prevede di stoccarli provvisoriamente nei siti stessi.

Il programma avviato nel 2001 è stato così un fallimento, sotto il profilo dei costi, dei tempi e dei risultati in termini di trattamento delle scorie. Questo clamoroso insuccesso viene fatto pagare al contribuente italiano, ma soprattutto al territorio dove sono localizzati i siti, che si trovano ancora con gli impianti presenti e rischiano di trovarsi con lo stoccaggio dei rifiuti, con l’eufemistica dicitura di “provvisorio”. A oggi, infatti, si è in alto mare nell’individuazione di una località dove collocare un unico deposito per i rifiuti da smantellamento, per cui è probabile, se non certo, che i depositi provvisori sui territori diventeranno definitivi.

Quali sono le ragioni di questo fallimento? È dalla loro identificazione che hanno origine le proposte del Comitato, presentate nella conferenza stampa dell’11 aprile. Manca, innanzitutto la trasparenza. Il Comitato ha presentato un esposto alle autorità competenti perché venga fornito un quadro esauriente della situazione e del programma a lungo termine. Soprattutto deve essere chiarita la destinazione finale delle scorie nucleari, sia di quelle inviate all’estero ma che ritorneranno un giorno, che dei rifiuti che si prevede di lasciare in deposito sui siti. Esiste il rischio, o meglio la certezza, che invece di un deposito il nostro paese si trovi ad avere 7 depositi e tutto senza coinvolgere i territori interessati.

Non esiste un’autorità tecnica di controllo. Lo smantellamento (questo celermente realizzato) delle competenze nucleari dell’Enea ha creato un “vuoto” nel presidio tecnico del problema. Va costituita rapidamente un’autorità indipendente in grado di monitorare e verificare la gestione dei rifiuti nucleari. A questa Autorità va affidato con urgenza il compito di individuare il sito dove localizzare il deposito dei rifiuti da smantellamento e la soluzione, anche a livello europeo, del deposito del materiale nucleare proveniente dagli impianti francesi ed inglesi. Si deve ricordare che si tratterà di plutonio e ciò comporterà anche problemi di sicurezza militare.

Si è di fronte ad un approccio privatistico. L’idea, a dir poco singolare, che una società per azioni gestisca il tema nucleare con soldi pubblici (la tariffa elettrica) ha sommato il peggio del pubblico (inefficienze, una sede romana elefantiaca, carente presidio delle competenze nucleari) con il peggio del privato (ricerca di business limitrofi alla missione fondamentale, perseguimento dell’utile, problemi di assetto patrimoniale). Inoltre, ha generato una costante tensione tra l’Autorità per l’energia elettrica ed il gas, che controlla i costi, il Ministero dello Sviluppo Economico, che dovrebbe dare gli indirizzi strategici, e il Ministero dell’Economia che vorrebbe ricavare un utile dal “business nucleare”. In particolare, a fronte della latitanza del Ministero dello Sviluppo Economico, il presidio del programma è venuto a ricadere sostanzialmente sull’Autorità, che deve autorizzare i preventivi e i consuntivi di Sogin. Ciò ha indebolito l’intero governo del problema, favorendo l’autonomia della Sogin, che ha perseguito proprie politiche. La gestione delle scorie nucleari e dei rifiuti è un problema legato al bene comune dell’ambiente e come tale va gestito da un soggetto totalmente pubblico, la cui missione deve essere innanzitutto la salvaguardia della salute, dell’ambiente e un corretto rapporto con il territorio. In particolare, va prevista una revisione profonda dell’assetto di Sogin, non scartando anche l’idea di un suo smantellamento, per poter ripartire da zero.

L’iniziativa del Comitato è di grande importanza perché affronta un’emergenza ambientale e democratica. Sarebbe necessario avviare una discussione pubblica in Parlamento e presso gli enti locali coinvolti dal nucleare.