CATANIA 23 aprile Omaggio a Renata Viganò poeta, scrittrice, partigiana della resistenza

Celebrazione del 25 Aprile

Martedì 23 aprile 2013 ore 18,30

Sala Russo CGIL

via Crociferi 40

Omaggio a Renata Viganò

poeta, scrittrice, partigiana della resistenza

introduce Santina Sconza presidente provinciale ANPI Catania

Ricerca e lettura di poesie e  brani a cura di

Carmina Daniele “Città Felice” Catania

Ore 19.30

Proiezione del film

L’Agnese va a morire

di Giuliano Montaldo

durata 135 min

                                                     Seguirà  discussione aperta

Tiziana Pesce: intervista a mia madre Onorina Brambilla1990 25 Aprile al Maurizio Costanzo show

Quel salto mortale nel buio. Recensione al libro di Alberto Bagnai | Fonte: sinistrainrete.info | Autore: Sergio Cesaratto

Nel 1983 il manifesto bucò la notizia della morte di Piero Sraffa, rimediando poi maldestramente con un obituario di Federico Caffè che Sraffa, francamente, non comprendeva molto. Questo non fu un caso. I rapporti del giornale con l’economia critica sono, infatti, sempre stati tiepidi. Gli economisti critici tollerati, più che ricercati. A tutt’oggi le preferenze del giornale vanno più nella direzione della scuola di Caffè o di economisti “light” (“quelli che gli F35..”). Caffè era un valoroso compagno di strada del movimento operaio, ma non precisamente organico alla teoria critica dell’economia politica che pure dovrebbe essere cara alla tradizione intellettuale del giornale. Per Caffè la buona fede degli economisti di qualsiasi persuasione era fuori discussione, mentre per gli economisti “light” c’è sempre un’economia reale sana a cui si contrappone una finanza malvagia. Il lavoro analitico di distinzione fra teoria dominante e teoria critica è guardato con fastidio. Ambedue le visioni sono facilmente criticabili. Tutto questo dovrebbe essere analizzato nell’ambito del tormentato rapporto che la tradizione comunista italiana ha con l’economia politica, tradizione stretta fra il liberismo Amendoliano e la poetica Ingraiana. Sottolineata la distanza di Caffè dalla critica dell’economia politica, non ne va però sottaciuto il suo sforzo di riempire di riformismo pragmatico il vuoto che c’è nel mezzo. Non sappiamo cosa Caffè avrebbe oggi suggerito al Paese a fronte di un’Europa che lo sta trascinando nel baratro. Sui limiti della costruzione europea, sulle tentazioni egemoni della Germania, e sulla necessità di salvaguardare gli interessi dei lavoratori del nostro Paese si veda, tuttavia, il bel saggio di Mario Tiberi “Federico Caffè e l’Unione europea” (scaricabile dai motori di ricerca).Nell’autunno 2012 il manifesto ha bucato il libro di Alberto Bagnai, Il tramonto dell’euro (Imprimatur editore 414 pp, 17€).

Bagnai non è propriamente per storia e formazione un economista critico, ma neppure Keynes (si parva licet) lo era strettamente. E Bagnai è un genuino economista Keynesiano (con qualche piccolo inciampo). Il che significa avere nel cuore: (a) che è la domanda aggregata a determinare il livelli di produzione, nel breve come nel lungo periodo, e (b) che il sostegno alla domanda aggregata per un singolo paese si scontra col vincolo estero, ovvero con la necessità di finanziare un volume crescente di importazioni attraverso un corrispondente aumento delle esportazioni. La crescita implica dunque una espansione coordinata fra i diversi paesi che può svolgersi nel quadro di diversi sistemi monetari internazionali, purché ben congeniati, e l’euro non lo è. Bagnai non ha dubbi che la scelta dell’Italia di aderirvi sia stata sciagurata. Questa adesione e non una imprecisata finanza perversa è alla base della crisi europea (la finanza malvagia può spiegare Cipro, ma non il resto). Che la finanza sia da porre sotto controllo questo Bagnai non nega, ma che ciò sia sufficiente per uscire dalla crisi è una facile ricetta che egli lascia agli economisti “light” (“quelli che la Tobin tax…”). L’analisi dei movimenti di capitale dai paesi europei “core” verso quelli periferici, in linea con altre accreditate analisi della crisi (come quella dell’argentino Roberto Frenkel e, si parva licet, la mia) è invero centrale nell’analisi di Bagnai. Tali flussi hanno consentito uno sviluppo effimero in Spagna, Irlanda e Grecia sostenendo il modello mercantilista tedesco basato su compressione del mercato interno ed esportazioni. Lo scoppio delle bolle immobiliari nella periferia ha generato la crisi. L’economia italiana era già sofferente dalla continua erosione di competitività – i nostri sforzi di ridurre l’inflazione ai livelli target europei sono stati vanificati dal gioco sporco della Germania che li ha tenuti ancor più bassi. La gestione maldestra della crisi da parte delle autorità europee e l’austerità supinamente somministrataci dal governo Monti (e che ora Bersani paga cara) ci hanno ora collocato su un sentiero che dir rovinoso è un eufemismo.

Da genuino keynesiano, l’analisi di Bagnai è impietosa contro i luoghi comuni e il moralismo mal riposto che imperversa nella sinistra italiana a proposito, soprattutto, di debito pubblico ed Europa. Ne sappiamo qualcosa anche noi sin da quando all’inizio della crisi nel predisporre un documento per alcune associazioni denunciammo che in Europa c’era uno scontro fra interessi nazionali. Ci sentimmo tacciare di leso-Europeismo da ben noti collaboratori di questo giornale. Questi, pur non abbandonando le elegie del “più Europa”, come le chiama Bagnai, azzardano ora timide denunce del comportamento tedesco. A differenza di costoro, Bagnai non ha molte speranze in una qualche redenzione dell’Europa, ed ha ragione. Qui il punto è delicato. Dirlo apertamente vuol dire troncare quasi ogni interlocuzione politica a sinistra, anche perché una uscita dall’euro è nel novero delle cose che non si dicono ma si fanno. Ma è pur un bene che se ne parli, e in maniera documentata. Bagnai chiarisce che la rottura dell’euro non sarebbe quel “salto nel buio” che il “luogocomunista” di turno attribuiva su queste colonne (12/3/13) agli economisti di sinistra.

Il volume di Bagnai è ben scritto, documentato, di facile leggibilità e spesso godibile. Come nel caso della lunga citazione del discorso di Napolitano alla camera del 1979 contro l’adesione allo sistema monetario europeo, che è nei fatti una perorazione contro l’euro (suggerita probabilmente da Spaventa che, come spesso gli è accaduto, ha poi cambiato bandiera seguito a quanto pare dal Presidente). Encomiabile è l’assenza di anglicismi (Bagnai parla peraltro molte lingue) che invece flagellano, per esempio, il recente “Piano del lavoro” della CGIL – in cui il tema europea non è affrontato, peraltro, in termini adeguati. Il volume è assai consigliabile per uso didattico all’università, ma anche per lavori di gruppo negli ultimi anni del liceo. Il mio unico appunto riguarda una scivolata anti-keynesiana in cui Bagnai talvolta incorre nel ritenere che i risparmi abbiano una esistenza autonoma rispetto agli investimenti, potendo essere eccessivi rispetto a questi. Per esempio dove sostiene che “E’ l’eccesso di risparmio globale che ha contribuito all’abbassamento del costo del denaro in tutto il mondo”. Questa è precisamente la tesi neoclassica di Bernanke della “congestione da risparmi”, criticata dagli economisti più genuinamente keynesiani i quali le hanno contrapposto la tesi della “congestione di liquidità” creata, peraltro, dal medesimo Presidente della Fed. Bagnai mi ha però detto che si tratta di una concessione al modo di pensare tradizionale a scopo didattico, e che rivedrà il punto in una seconda edizione.

Il volume di Bagnai è una ottima cronistoria degli errori del passato che, dallo SME al “divorzio” fra Banca d’Italia e Tesoro, ci hanno condotto alla Caporetto della moneta unica. I Cadorna sono i presunti eroi della sinistra, Ciampi, Andreatta, Prodi e Padoa-Schioppa. Senza un ripensamento critico di questo passato, riteniamo, essa non potrà maturare ricette efficaci per far uscire il paese da un destino che, al momento, appare, questo sì, buio. Il libro continua dunque a essere quanto mai attuale e una bussola nella presente fase di incertezza politica.

“Le bombe nelle piazze, le bombe nei vagoni, le mettono i fascisti, le pagano i padroni” . Wikileaks conferma Autore: Nando Mainardi da: controlacrisi.org

Wikileaks ha colpito ancora, e questa volta ci consente di conoscere cosa ha combinato la diplomazia americana tra il 1973 e il 1976. I “Cables Kissinger” rivelano, tra le altre cose, trame, manovre e ingerenze del governo americano negli affari italiani. Oggi “La Repubblica” rende nota l’irritazione del dipartimento di Stato statunitense dell’epoca per i passi in avanti della magistratura italiana nella lotta ai neofascisti, ai neonazisti e ai servizi segreti gravemente collusi, che piazzavano bombe e progettavano colpi di stato. Ad esempio, l’ambasciatore Usa a Roma diede giudizi negativi sull’arresto del generale Amos Spiazzi, coinvolto nell’organizzazione golpista “Rosa dei Venti”. Stessa cosa per l’arresto del capo del Sid Vito Miceli. Gli apparati governativi americani parlavano di “caccia alle streghe alimentata per avvantaggiare la sinistra”, di tentativo di “far sterzare a sinistra la politica italiana” e via dicendo. Insomma, la magistratura non doveva indagare su cospirazioni e stragi – questo il ragionamento – perché questo significava stare dalla parte dei comunisti. Questi documenti non devono stupire più di tanto, perché in realtà confermano un quadro generale, alleanze esplicite e sommerse, già noti da tempo, spesso confermati anche nelle aule dei tribunali, seppure dopo insabbiamenti e lunghissimi e contorti iter giudiziari. In Italia, in quegli anni, era all’opera un blocco, costituito da apparati dello stato, uomini di governo, servizi segreti, organizzazioni fasciste e naziste, con l’obiettivo di una svolta autoritaria nel nostro Paese. Tale blocco si muoveva contando su spinte e alleanze internazionali tra cui, in particolare, sostegni significativi nel campo degli apparati governativi statunitensi. La priorità era fermare, ad ogni costo e con ogni mezzo, il consenso crescente dei comunisti, e una lunga e gloriosa stagione di grandi lotte e di mobilitazioni operaie e democratiche. Va detto che la nuova sinistra, la sinistra extraparlamentare, la sinistra rivoluzionaria, insomma la sinistra nata dalla grande spinta del ’68 italiano, fu la prima, e in presa diretta, a denunciare pubblicamente quanto stava avvenendo, a fare nomi e cognomi, a mettere radicalmente in discussione le finte ed artefatte verità diffuse in primis dalle istituzioni. Un esempio su tutti: il primo, vero passo verso la ricostruzione della strage di Piazza Fontana, l’individuazione degli assassini (altro che gli anarchici!!) e dei conniventi, del quadro interno ed internazionale, venne fatto con la pubblicazione del volumetto “La strage di Stato” del 1970, che sancì la nascita della “controinformazione”. Quella sinistra lì avrà sicuramente commesso diversi errori, in quegli anni e negli anni successivi. Ma ha anche dei meriti, come l’aver smascherato cosa stava avvenendo nel Paese. Perciò Wikileaks, oggi, ci dice un po’ di cose che avvennero dietro le quinte in quegli anni. Migliaia di ragazze e di ragazze, che si definivano rivoluzionari, c’erano già arrivati una quarantina d’anni fa, senza conoscere i documenti riservati del governo statunitense, ma con la lotta, la militanza e la voglia di andare oltre le “verità” propinate. Anche per questo, vanno ringraziati.

Risposta del Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini alla lettera di Paolo Ferrero sulla #povertà | Fonte: paoloferrero.it

Caro onorevole Ferrero,

condivido senza alcun dubbio la sua preoccupazione sulla gravità della situazione economica del nostro Paese e soprattutto sulle sofferenze sociali che pesano sulle spalle delle famiglie italiane.

Sono assolutamente convinta del fatto che le istituzioni e le forze politiche debbano prestare maggiore attenzione a questi problemi sapendo che quella dell’improvviso impoverimento di un numero sempre crescente di persone è ormai una vera emergenza nazionale.

Lei propone una seduta della Camera dei deputati sul tema della povertà. Per parte mia, pur cogliendo pienamente il valore della sua proposta, non posso non farle presente che le difficoltà nelle quali si dibatte la situazione politica successivamente alle elezioni di febbraio hanno determinato una condizione del tutto particolare anche per il lavoro del Parlamento. Come lei sa non sono ancora istituite le Commissioni permanenti e, per i provvedimenti governativi più urgenti, abbiamo creato una unica ‘Commissione speciale’. Il Governo attuale è in carica soltanto per l’ordinaria amministrazione e questo non consente neanche di avviare le attività di sindacato ispettivo.

Difficile immaginare, in queste condizioni, qualora vi fosse il consenso dei Gruppi, una seduta della Camera a conclusione della quale i parlamentari possano chiedere impegni risolutivi ad un esecutivo che si accinge ad esaurire definitivamente il suo mandato.

Mi auguro il superamento positivo di questa situazione di stallo e conseguentemente la ripresa a pieno regime dell’attività parlamentare. A quel punto sarà possibile valutare, insieme ai Presidenti dei Gruppi, le modalità più efficaci, compresa quella da lei avanzata, per impegnare le Camere attorno all’emergenza sociale che affligge la vita di migliaia di famiglie italiane.

La ringrazio per gli auguri che ha inteso cortesemente rivolgermi e le invio i più cordiali saluti,

Laura Boldrini, 
Presidente della Camera dei Deputati