Tutta la notte ci cantano i Grillo | Fonte: sbilanciamoci.info | Autore: Piergiorgio Giacchè

Era il 2007 quando Beppe Grillo lanciò il suo “Vaffa day”. Quest’analisi di allora, pubblicata sulla rivista “Lo Straniero” appare profetica. Anticipazione dal libro “Ci fu una volta la sinistra”

Proviamo a considerare il fenomeno Grillo dal punto di vista della storia del teatro o, se è eccessivo parlare di storia, della sua cronaca. La proposta può fare un certo effetto ma magari dà qualche risultato, il primo dei quali è ricordarsi che appunto di teatro si tratta, e che la politica è soltanto il mare davvero magnum che rischia di divorare tutto e tutti e di farci capire troppo poco. Invece Beppe Grillo è un comico, come lui stesso più volte ricorda e rimprovera. Forse comico è una parola grossa, meglio sarebbe dire un attore buffo, un intrattenitore abile, un agitatore divertente, ma in ogni caso fa teatro ed è inutile polemizzare con le sue qualità artistiche e cercare di misurare il suo talento. Lo sappiamo e lo vediamo: con tutti i suoi alti di una voce acida e i bassi di un linguaggio basico, con una gestualità affannata che si dibatte fra limiti invalicabili, con una mimica che alterna occhi spalancati a occhi sbarrati, non è certo padrone di un’arte raffinata, ma infine la fissità di una maschera ha anche i suoi vantaggi. Da quando Benigni ha voluto mettersi a recitare e perfino fare il verso a Dante gli è caduta la maschera ma non gli è venuta una faccia, e da quando Dario Fo s’è messo a rubare il mestiere a Sgarbi funziona sempre meno.

Beppe Grillo ha fatto uno spettacolo che si potrebbe intitolare Comizio. In effetti sono anni che Grillo fa spettacoli con questo sottotitolo sempre meno segreto, ma stavolta ha avuto più del solito successo, irrompendo nel succedere dei fatti reali. O così è se vi pare. Sarà stato favorito dal clima politico o dalla mutazione di un pubblico che sempre più si confonde con la pubblica opinione, ma – per quanto attiene alla cronaca teatrale – non si possono ignorare i decisivi cambiamenti di scena. Stavolta la sua performance si è aperta come un’installazione di piazza, il suo soliloquio isterico si è trasferito in platea trasformandosi in capillare e tormentosa animazione, il suo calendario si è esteso oltre le date delle rappresentazioni programmando una coda festiva e una questua di firme che in un solo giorno ha coinvolto più di trecentomila spettatori, che hanno così sottoscritto, come coautori. il testo del suo spettacolo. Sono cioè passati da spettatori passivi di teatro ad attori di una “festa del vaffanculo” che ha prolungato il gioco comico ben oltre l’appuntamento spettacolare, e ha fatto debordare anche il pubblico dalla piazza della finzione alla televisione della realtà. E così è, se ai politici e ai giornalisti così pare. E in effetti così gli è parso.

Grazie a loro e a loro soltanto un atto serioso di un carnevale fuori stagione, coda agitata ma festosa di uno spettacolo in forma di comizio, ha finito di essere “politica in teatro” passando direttamente e finalmente nel “teatro della politica”. Di norma gli stessi protagonisti lo chiamano per la verità “teatrino” e con ragione, poiché più di un teatrum del pensiero e dell’azione politica, è appena la scena dei loro battibecchi. Ed è proprio lì che s’è intromesso il Grillo ed è dunque qui il primo equivoco da chiarire. Non si può continuare a chiamare e scomunicare come antipolitica ogni gesto e pensiero contro i politici (già politicanti). Nel caso di Grillo e del suo spettacolo la cosa è addirittura lampante: perfino le proposte di legge controfirmate riguardano i politici e soltanto loro, la loro fedina penale e la durata del loro privilegio civile. Non c’è nessun dubbio che nel chiedere di limitare a due legislature il regno degli eletti, ogni firmatario abbia anche voluto rendere più veloce e quindi più accessibile una delle due lotterie preferite dagli italiani: quella parlamentare del “saranno potenti”, appena appena diversa dall’altra televisiva del “saranno famosi”, probabile obiettivo del prossimo spettacolo e festa del Grillo nazionale. Non c’è nessun dubbio che gli spettatori del teatro e gli elettori della politica pensino che diventare “politici” sia una pacchia e perfino una gloria, e che – in democrazia – questa carriera dovrebbe diventare un’opportunità per molti e non rimanere appannaggio dei soliti noti, anche quando colpiti da condanne da soliti ignoti. C’è dell’ovvio in Danimarca, ma non è questo che deve scandalizzarci. Quello che invece deve colpirci è la reazione degli attori politici dei teatri stabili del potere e sottopotere. Le loro repliche sul “grillismo” sono durate almeno un mese in tutti i palcoscenici e i palinsesti possibili, spostando nel foyer il discusso matrimonio del partito democratico e nel fumoir il faticoso parto della finanziaria. Inutile fare dei nomi: dai padri rifondatori della patria ai guardiasigilli della famiglia di bufala, dai direttori della repubblica ai sartori della costituzione, giù giù fino ai vecchi nani e alle ballerine, ai nuovi gnomi e alle mussolini, non c’è stato un politico che non abbia parlato a favore della politica vilipesa. Grillo è stato scambiato per un termometro, per un megafono, per un ferro da stiro…

È stato invitato a tutte le ore e a tutte le trasmissioni e perfino a casa di Mastella, ma solo quest’ultimo invito sembra – al momento in cui scriviamo – essere stato accettato. È stato tacciato di populismo e di qualunquismo da chi continua a voler ignorare il passato e il senso di questi movimenti politici, ma soprattutto da chi non sa che in teatro questi termini andrebbero tradotti con “volgarismo” e “qualunqueria”. Se da solo aveva già migliaia di spettatori e centinaia di migliaia di firme, la ferma reazione progressista dei politici italiani ha dato a Grillo, al suo spettacolo, alle sue proposte di legge e perfino al suo blog (fra i primi dieci del mondo!) una pubblicità che Berlusconi e Veltroni se la sognano (per tacer di Bossi).

Insomma l’effetto Grillo è diventato cento volte più grande del difetto. Non vale discutere sul merito o sulla colpa, ma rendersi conto che non era mai successo un incontro ravvicinato di questo tipo tra teatro e politica. Nei tempi andati si sono visti ben più efficaci teatri politici sconfinati in manifestazioni di piazza; nei tempi recenti ci sono state censure politiche che hanno esiliato attori e sospeso programmi televisivi, ma fin qui l’autorità del reale e la creatività del teatrale avevano ancora confini. Come è possibile che sia toccato a un povero grillo parlante il destino di passare il Rubicone? Come si spiega se non completando la metafora e riscoprendo per l’ennesima volta che il nostro e il suo è il paese dei balocchi, abitato e governato da comici In competizione tra loro?
Può sembrare un’offesa gratuita ma invece – a forza di telegiornali e di gossip, di talk show e di cento altre variazioni pubblicitarie – si è compiuta per l’intera classe politica e dirigente un’effettiva equazione fra l’immagine pubblica e la maschera teatrale. In questo siamo leggermente più avanti di tutti gli altri politici degli altri paesi. Quel leggermente che confonde definitivamente i ruoli e i linguaggi, le parti e le arti delle fin qui divise retoriche della scena e della vita pubblica. Quel leggermente che ci fa pensare che non sia stato Grillo a scavalcare la liminarità del teatro e della festa per entrare nella quaresima dei quotidiani, ma prima di lui sono stati i nostri politici a occupare e governare quei carnevale apparente e appariscente che dura tutto l’anno.

L’effetto Grillo allora si può leggere al contrario. Non come rivelazione ma come rivitalizzazione delle maschere ufficiali e delle scene istituzionali. Non è stato lui il primo ma l’ultimo che ha fatto l’inganno (teatrale) e ha trovato la legge (politica). Se questa tardiva scopiazzatura può aver irritato i veri protagonisti del nostro mondo alla rovescia, ha fornito loro anche il pretesto per riprendere toni e volumi da primi attori. Qualcuno riscoprendosi vene drammatiche e d’impegno civile, qualcun altro rivendicando per sé l’autentica comicità. Tutti infine chiedendo a Grillo di raggiungerli senz’altro nella loro scena, che è l’unica finta e che è l’ultima vera che c’è.
Hanno per l’ennesima volta ragione loro. Non è il teatro di Grillo a tener piazza, è il teatrino della politica che si è dilatato e innalzato fino al primo comandamento. “Non avrai altro teatro al di fuori di me”, come ai tempi dei Neroni o dei Berlusconi e compagnia cantante.

La democrazia diretta non basta | Fonte: il manifesto | Autore: Roberto Biorcio

MOVIMENTO 5STELLE. Il Movimento 5 Stelle si trova prima del previsto a confrontarsi con il problema del governo nazionale e con le inevitabili divergenze di opinioni e di atteggiamenti fra i suoi 163 eletti alla prima esperienza parlamentare. Divergenze raccolte, amplificate e spesso manipolate da giornalisti e di mezzi di comunicazione. Il M5S affronta, a un livello molto più impegnativo, gli stessi problemi incontrati a Parma un anno fa.

Una forte accelerazione del passaggio da movimento di cittadini attivi sul territorio a responsabilità per amministrare un importante capoluogo di provincia. A livello nazionale, il passaggio è più difficile: l’approdo in parlamento crea problemi a altre forze politiche ma anche allo stesso movimento. L’esperienza del M5S ricorda per molti aspetti lo tsunami al Bundestag tedesco provocato dai Verdi trenta anni fa. I Grünen non erano solo portatori di contenuti ecologisti e pacifisti. Il rifiuto della tradizionale forma partito e il tentativo di sperimentare nuove pratiche politiche e organizzative aveva creato notevoli difficoltà al nuovo soggetto politico, lacerato a lungo dal conflitto fra le posizioni pragmatiche e quelle più radicali (i realo e i fundi ). Solo gradualmente è stata superata la diffidenza ad allearsi con le altre forze politiche, arrivando nel 1998 alla partecipazione al governo con i socialdemocratici. Anche la Lega Nord, che era stata costruita come movimento alternativo, aveva impiegato cinque anni prima di allearsi, con Berlusconi nel 1994. Il M5S deve affrontare gli stessi problemi in tempi molto più ridotti: per il peso assunto nella rappresentanza nazionale non può più limitarsi ad essere un semplice “strumento” di protesta e partecipazione.

La democrazia diretta può essere sufficiente in aree territoriali limitate o nella comunità on-line. Ma è difficile da praticare nella fase in cui l’impegno si sposta a livello nazionale e diventano necessarie definire strutture e responsabilità organizzative del movimento, al di là delle rete dei collegamenti fra i Meetup. I problemi del M5S sono diventati più complessi per i rapporti di forza fra le principali coalizioni politiche dopo le elezioni. Appare definitivamente in crisi lo schema bipolare fra centrodestra e centrosinistra. Berlusconi ha avuto per la prima volta un forte ridimensionamento dei consensi elettorali e parlamentari. Bersani non è riuscito a cogliere una vittoria che appariva scontata perché si è preoccupato più di rassicurare i mercati e le istituzione europee che di raccogliere e di interpretare la domanda di cambiamento. Il Partito democratico si trova diviso fra l’alleanza con l’avversario di sempre e il tentativo di creare un “governo del cambiamento” che potrebbe ottenere l’approvazione di importanti riforme con il sostegno a 5 stelle. Una possibile riedizione dell’esperienza realizzata in Sicilia che terrorizza però, non a caso il presidente di Mediaset.

Le divergenze di strategia interne al Pd riflettono due possibili evoluzioni dell’intera politica italiana che fanno emergere differenze anche fra gli eletti, gli attivisti e gli elettori del M5S. I sondaggi hanno segnalato l’esistenza di un segmento non trascurabile (20%) di elettori del movimento di Grillo che sarebbero favorevoli ad appoggiare un governo guidato dal Pd. Una prospettiva che, in questa fase metterebbe in discussione la necessità di costruire percorsi e strumenti alternativi ai partiti per garantire una effettiva influenza dei cittadini sulle istituzioni politiche.
Le discussioni fra i parlamentari del M5S evidenziano l’esigenza di ripensare e cambiare pratiche e strutture organizzative. Se questo non avviene, le decisioni politiche sono di fatto assunte solo da Grillo e dallo staff centrale. Il comico genovese, d’altra parte, rappresenta la risorsa fondamentale per mantenere l’unità degli attivisti e garantire una influenza significativa nell’arena politica.

Boldrini contestata a Civitanova Marche. Mentre la Fornero provoca

«Faceva meglio a non venire». Con questa frase la sorella di Romeo ha accolto l’arrivo della Boldrini ( Presidente della Camera ) ai funerali delle tre vittime suicidate per problemi economci a Civitanova Marche. Un atto di rabbia degna, quello dei parenti che dovrebbe far scendere in piazza tutto questo paese per chiedere la fine dell’austerity.   Ma a far scalpore in questo contesto sono le frasi della Ministra Fornero:  “Sono profondamente addolorata per questo fatto tremendo. E per la solitudine che devono aver vissuto queste tre persone. Evidentemente hanno sentito troppo forte il peso della crisi che stiamo vivendo. Adesso, dobbiamo onorare la loro memoria lavorando in modo costruttivo, tanto più che ci sono piccoli segnali di ripresa”. “Oggi – ha aggiunto la ministra in carica Fornero – chi punta il dito contro di me e il governo che rappresento, accusandomi di eccessiva rigidità, se non avessi fatto quello che ho fatto, per esempio l’innalzamento dell’età per la pensione, mi avrebbe attaccato per inefficienza”.

La vergogna della povertà…Fonte: il manifesto | Autore: Mauto Di Vito

Ex operaio lui, poi esodato, con la pensione minima la moglie. Li trova il fratello di lei che per il dolore si getta in mare. Nel biglietto di addio la disperazione per una vita che si era fermata: «Scusaci per quello che abbiamo fatto»

Avevano addirittura lasciato un biglietto sulla macchina della vicina di casa. Andarsene senza disturbare troppo, un po’ come avevano vissuto. Romeo Dionisi, 63 anni, e Anna Maria Sopranzi, di cinque anni più anziana, si sono impiccati nella notte tra giovedì e venerdì negli scantinati del palazzo in cui vivevano, in via Calatafimi, a Civitanova Marche. A trovarli è stata una condomina, intorno alle 8 del mattino: passava di lì e ha notato la porta del fondaco aperta.

Il primo ad arrivare è Giuseppe, il fratello di lei. Ma non ha retto, qualcosa dentro di lui si è rotto definitivamente. «Dov’è finito?», si chiede il capannello di gente che si è formato davanti al garage, tutti schierati dietro le macchine dei carabinieri che cercano di sottrarre agli occhi della città la più crudele apparizione della crisi.

Passano pochi minuti e il 118 riceve una chiamata da un pescatore: «C’è un corpo in acqua». È lui, è Giuseppe. Provano a rianimarlo, ma i suoi polmoni sono pieni d’acqua e il suo cuore si è fermato da troppo tempo. Tre cadaveri in una mattinata, un conto tremendo da pagare agli anni peggiori della Repubblica. Entrati in scena con il boom economico, passati indenni tra scale mobili e licenziamenti selvaggi, i Dionisi si sono arresi alla macelleria sociale degli anni zero.

Dietro la parola crisi, oltre lo spread e i tentativi di fare un governo, c’è la disperazione autentica di una coppia senza via d’uscita. Lui era un operaio edile, dipendente di una ditta napoletana fallita a settembre e da allora senza stipendio. Un esodato, come si dice oggi, senza lavoro, troppo lontano dalla pensione e irrimediabilmente «troppo vecchio» perché qualcuno si convinca a dargli un posto qualunque. Lei portava a casa quello che poteva, la sua pensione da ex artigiana. Poche centinaia di euro che, ultimamente, non bastavano più nemmeno per pagare l’affitto. Niente figli per loro due, dietro di sé lasciano solo un ricordo sbiadito: «Una coppia normalissima – dicono i vicini -, sapevamo che avevano problemi economici, ma da queste parti, sa, siamo in molti ad averne». Il riflesso della crisi sul primo week-end primaverile della costa marchigiana, il sole batte sui caseggiati anonimi e riesce a renderli ancora più brutti del solito. Puliti e sciatti come solo le cose di provincia sanno essere, le parabole che spuntano come fiori dai balconi perché «senza la televisione manco prende».

Nel biglietto di addio tutta la disperazione per una vita che si era fermata: «Scusaci per quello che abbiamo fatto» e un numero di telefono, quello della sorella di Anna Maria, per avvertirla che, in un modo o nell’altro, per la famiglia Dionisi, la crisi è finita.
Nel palazzo della tragedia vive anche Ivo Costamagna, il presidente del consiglio comunale, che proprio ultimamente aveva invitato la coppia a recarsi in Comune, per parlare con i servizi sociali.

«Hanno preferito sparire piuttosto che chiedere aiuto – dice ai cronisti il sindaco di Civitanova, Tommaso Claudio Corvatta -, è un dramma sul quale dobbiamo interrogarci tutti e che richiede, lo dico esponendomi in prima persona, di produrre il massimo sforzo per cercare di risolvere il disagio economico che sta caratterizzando questo difficile momento storico». A fargli eco anche il governatore Gian Mario Spacca, con quella parola, «responsabilità», che affiora dalle labbra, è l’ultima moda delle dichiarazioni: «Di fronte a vicende simili, che purtroppo si ripetono in tutto il Paese, non possiamo non sentirci tutti chiamati alla responsabilità. Anche in regioni come la nostra, dove pure resta la solidarietà familiare e di vicinato, una forza di comunità e la vicinanza delle istituzioni locali, non si debba ancora tornare a piangere la morte di chi h a perso la speranza e il futuro».

Cinquecento euro al mese, ecco con quanto Romeo e Anna Maria riuscivano a sopravvivere, l’uomo non arrivava a versare i contributi previdenziali della sua partita Iva e le banche bussavano alle porte con insistenza sempre maggiore per due mutui parecchio indietro con le rate, ma lui «non voleva niente da nessuno, si vergognava pure di chiedere un euro».

Intervista a Landini: «Adesso facciamoci sentire» Fonte: il manifesto

Maurizio Landini, hai detto che alla manifestazione della Fiom del 18 maggio a Roma sarebbe auspicabile la presenza dei precari, degli studenti, dei disoccupati… Insomma, questa sarà la prima grande manifestazione «politica» dopo il terremoto delle elezioni di febbraio.
In prima fila ci sono i metalmeccanici, ma è una manifestazione che il comitato centrale della Fiom ha deciso di organizzare per coinvolgere tutte le persone che vogliono cambiare questa situazione inaccettabile. Al centro c’è soprattutto la difesa del lavoro: la richiesta di ammortizzatori sociali, una politica di tutela dei redditi, il blocco dei licenziamenti, un piano straordinario di investimenti per rilanciare l’economia, la denuncia della folle idea di defiscalizzare gli straordinari… E’ in atto una crisi democratica e non solo nei luoghi di lavoro, abbiamo bisogno di un governo che cambi le cose, è urgente fare di tutto per superare la precarietà. Inoltre, penso che la democrazia vada agita concretamente e che non sia accettabile che le piazze vengano usate solo da coloro che in questi anni hanno fatto danni enormi.

A chi ti riferisci?
A Silvio Berlusconi.

Perché una manifestazione proprio in questa fase di spaesamento totale dove ancora non si sa quali siano gli interlocutori politici in parlamento?
Siamo davanti a un parlamento che in questi giorni deve eleggere il presidente della Repubblica, in questa fase delicata rivendicare la democrazia nei luoghi di lavoro è un tema decisivo. Non passa giorno senza la chiusura di una fabbrica, senza nuovi licenziamenti, è adesso che bisogna farsi sentire affinché le persone non si sentano sole. Corriamo il rischio di una guerra tra poveri.

Perché gli operai ancora una volta non hanno votato i partiti tradizionali della sinistra?
I partiti dovrebbero chiedersi cosa hanno fatto per guadagnarsi quei voti. L’esperienza del governo Monti è stata fallimentare, ed è evidente che ha penalizzato chi lo ha sostenuto. Il nuovo governo deve cambiare rotta puntando a condizionare anche le politiche europee, così non si può andare avanti. Frequentando le assemblee non era complicato capire cosa stava succedendo, era evidente la distanza che c’era fra i partiti della sinistra e i lavoratori spaventati dalla crisi. Io non sono certo sorpreso per quello che è successo alle elezioni.

La lacerazione del Pd potrebbe risolversi con la vittoria di Renzi, l’ala destra del partito sul piano delle politiche per il lavoro. Prospettiva preoccupante?
Sono per evitare certe personalizzazioni, ed eviterei anche di appellarmi a qualche salvatore della patria. In questa fase drammatica dobbiamo discutere non di chi ma di che cosa bisogna fare. Il voto di febbraio ha chiesto con grande determinazione alle forze politiche, e direi anche al sindacato, di imboccare nettamente la strada del cambiamento. Dobbiamo stare ai contenuti, e proprio questo non è stato chiaro al momento del voto: adesso voglio capire quali scelte per non precipitare nel dramma e non quali persone, quali leader. Dobbiamo tornare a praticare la democrazia.

Grillo ha sempre sparato a zero contro i sindacati ma contemporaneamente ha sempre elogiato la Fiom e il suo ruolo. A questo punto, quale approccio ti sembra utile adottare nei confronti del M5S?
La Fiom ha scritto una lettera a tutti i gruppi parlamentari per chiedere un incontro, quindi anche al M5S. Dirò loro cosa intende fare la Fiom. I sindacati non li scioglie certo Grillo. I lavoratori, per esempio, hanno bisogno di una legge sulla rappresentanza che li metta nella condizione di potersi scegliere i sindacati che vogliono. Loro dicono che uno vale uno, giusto? Vediamo cosa hanno da dire a questo proposito.

Marito e moglie, a Civitanova Marche, ieri si sono impiccati per la vergogna di essere diventati poveri. Non passa giorno senza un suicidio legato alla crisi, eppure non fa scandalo.
Una tragedia, un’altra. Questa è una delle ragioni, forse la prima, per cui abbiamo deciso di scendere in piazza il prossimo 18 maggio. Le persone oggi sono disperate perché si sentono sole e noi abbiamo il dovere di tutelarle, di garantire loro un reddito anche quando perdono il lavoro.

Tutti adesso parlano di reddito di cittadinanza. E’ una strada percorribile nell’immediato?
Noi siamo stati i primi a parlarne in piazza, a Roma, il 16 ottobre del 2010. Non deve essere uno strumento alternativo alla cassa integrazione, ma bisogna sperimentarlo subito. E’ necessario e doveroso estendere le tutele a chi non ce la fa più.

Minacce alle Femen: “Vi taglieremo i seni. Li mangeranno i nostri cani”. Un’attivista: “Non ci fermeremo!”| Autore: isabella borghese da: controlacrisi.org

Ci ha lasciati esterrefatti la notizia del 2 aprile che riguarda l’internazione della giovane diciannovenne delle Femen, Amina Tyler. Ma a questa disumana ingiustizia la reazione esterna è stata altrettanto chiara e forte.
Tre attiviste del gruppo hanno manifestato a Milano davanti al consolato tunisino a Milano. Una protesta che è stata proclamata a livello internazionale: in Francia 15 attiviste che erano riunite davanti all’ambasciata tunisina sono state arrestate: avevano incitato donne a inviare foto a seno nudo. Numero anche le minacce rovolte a loro sulla pagina internet.

E anche l’Italia risponde a questo dramma umano con l’idea di creare un gruppo Femen nel nostro paese. “Stiamo organizzando il movimento e ci sono ancora cose da sbrigare a livello logistico – raccontano due delle ragazze italiane che hanno partecipato al presidio davanti all’ambasciata – Di noi c’è bisogno anche qui: siamo attiviste femministe che lottano per l’uguaglianza tra donne e uomini, vogliamo la fine di ogni cultura patriarcale, siamo contro le dittature, la religione e lo sfruttamento sessuale. In Italia c’è un bel po’ di lavoro da fare”.

Le tre italiane sono Giorgia, Elvire e Tiziana le tre protagoniste della manifestazione che conoscevano Amina e con cui stavano programmando un’azione in Tunisia.
“Stavamo preparando un’azione delle nostre, in topless, da fare in Tunisia con lei –  dichiara Elvire – Lei avrebbe voluto farla da sola ma noi le abbiamo detto di aspettare. Lei ha deciso, nel frattempo, di pubblicare la sua foto a seno nudo coperto dalla scritta “il mio corpo mi appartiene e non è di nessuno” ma la situazione da lì è degenerata. Per cinque giorni non abbiamo più saputo nulla di lei. Poi ci siamo messe in contatto con due giornalisti che l’hanno intervistata e che ci hanno detto che è segregata in casa e non sta bene: il cugino l’ha picchiata e i genitori le danno tranquillanti per non farla reagire. Non la mandano nemmeno a scuola. Dicono che è pazza e che si fatta manipolare da persone esterne. Ma non è vero: è lei che è venuta da noi”.

Le Femen attraverso vari contatti locali si stanno muovendo affinché Amina venga liberata e possa così espatriare.
“Non siamo però ancora riuscite a parlare con lei. Ci hanno detto che lei forse non vuole andarsene ma restare in Tunisia e lottare da lì per la libertà delle donne arabe – continua Elvire – E’ la prima volta che una ragazza araba viene sequestrata dopo un’azione. Ci sono delle Femen che avevano fatto manifestazioni in Tunisia ma mai a seno scoperto. Noi siamo qui perché ci rendiamo conto che la situazione è difficile e vogliamo lottare per lei. Lei non è sola e deve essere liberata”.

Ma le Femen non hanno paura e proseguono con il loro credo e la loro attività.

“Ma noi non ci facciamo intimidire – ribadisce Elvire. – Anzi, le nostre azioni diventeranno sempre più radicali proprio a causa delle reazioni violente dell’Islam nei confronti del corpo femminile. Un comportamento come quella che c’è stato contro Amina è una dichiarazione di guerra”.

Lettera di Davide Rosci del 2\4 da: controlacrisi.org

Car* compagn* e fratelli carcerati,
Ho ricevuto l’opuscolo n. 77 dove veniva pubblicata la mia lettera dal carcere di Teramo. Da allora ad oggi (parliamo di poco più di un mese) me ne hanno fatte di tutti i colori. Per chi vive la nostra situazione potrebbe essere qualcosa di strano, ma penso che per molti, così come anche per me, è assurdo questo trattamento.

Il mio è stato un arresto politico che mirava a zittirmi e creare terra bruciata intorno a me, volevano farmi capire che mettersi contro questa società ingiusta comportava un prezzo alto da pagare e che combattere il sistema borghese non poteva avvenire così come stavamo facendo noi.

Infatti nella mia piccola Teramo si era creato un movimento non solo attivo, ma anche forte numericamente e determinato. Vedevano in noi un pericolo e hanno così utilizzato le loro armi per annientarci. Prima ci hanno accusato di essere un’associazione a delinquere e poi incriminati per i fatti di Roma. La macchina dello stato ha fatto il meglio di sé e lo ha fatto perché aveva paura di chi non era disposto ad abbassare la testa. Io ho deciso di affrontarli a viso aperto e quando hanno capito che dal carcere di Teramo non ero cambiato, mi hanno trasferito prima a Rieti, dove mi hanno messo solo in cella e trattenuto la corrispondenza e poi, non contenti, mi hanno portato nel carcere di Viterbo (carcere duro) e messo per 4 giorni in isolamento in una cella senza riscaldamento dove non avevo coperte e ho dormito con il giubbotto ad una temperatura intorno ai 4/5°. Sia a Rieti che a Viterbo non mi hanno motivato il trasferimento, di fatto agivano come nei peggiori anni della dittatura fascista. Solo quando sono venuti i consiglieri del PRC del Lazio, guarda caso, mi hanno portato in sezione 1/2 ora prima che venissero davanti alla mia cella.

È un modo di fare squallido, penoso oltre che vile. Fanno gli angeli quando sanno di avere le spalle al muro e poi come dei lupi ti sbranano quando chiudono i cancelli. Io non mi son perso d’animo, e da subito ho informato fuori di quanto accadeva. Ho capito che l’unica arma che abbiamo è quella della controinformazione. Ho affidato comunicati ai miei cari e fuori molti si sono indignati.

Non contenti di quanto mi avevano già fatto, mi hanno messo in cella con un macedone con l’AIDS. Io non ho nulla contro chi purtroppo ha contratto questa malattia, ma porca puttana neanche me lo hanno detto, lo sono venuto a sapere da terzi e poi ho avuto conferma da lui. Dico, almeno informatevi in caso di ferimenti…

Io non so più che si vogliono inventare, ma non cadrò alle loro provocazioni e anche se a volte la testa viaggia e pensa a male, io resterò lucido.

So di non essere solo e che fuori i compagn* si stanno muovendo per sputtanare il loro modo di agire e forte del loro sostegno io lotto fino alla fine.

Come noi sono stati molti i compagni e le compagne che hanno pagato con la galera le proprie idee e dalla loro resistenza dobbiamo prendere esempio. La storia ci ha insegnato che chi si metteva contro veniva perseguitato e che le loro idee di libertà e giustizia sociale erano giuste.

Dobbiamo essere fiduciosi e spingere chi è fuori a continuare la battaglia, dobbiamo fargli sentire la nostra voglia di non mollare ed essere tenaci. Raccontiamo quello che subiamo e quello che vediamo, se stiamo in silenzio facciamo il loro gioco.

La situazione carceraria è la vergogna dell’Italia in terra ma a conoscerla siamo solo noi e i nostri cari, sono convinto che se solo qualcuno entrasse e vedesse questo scempio le chiuderebbero tutte. Qui dentro non ci sono regole ed è l’unico posto in Italia dove vige una situazione senza alcun controllo.

Proviamo a cambiare lo stato di cose chiedendo a chi è fuori di essere la nostra voce. Ci vogliono 10-100-1000 Ampi Orizzonti. Spezziamo le catene, liberiamo la mente. Un abbraccìo! Davide (falce martello stella)

Viterbo, 2 aprile 2013

Davide Rosci, strada San Salvatore, 14b – 01100 Viterbo

I Siciliani giovani da: www.isiciliani.it

marzo/aprile 2013

LEGGILO ONLINE O SCARICA IL PDF SU:

http://www.isiciliani.it/sicilianipdf 

IN QUESTO NUMERO:  Gian Carlo Caselli Contro la giustizia, parole false/ Nando dalla Chiesa L’Italia che non si squaglia/ Ci vuole un altro Pertini. E forse c’è/ Riccardo Orioles Attenti al Sistema/ Giulio Cavalli Anticorpi contro la mafia/ Antonio Roccuzzo Fava e il ministero dei ragazzi/ Giovanni Caruso e Alessandro Romeo Cinque chilometri di pace/ Daniela Sammito Niscemi: Resistenza rosa/ Anna Bucca Tunisi “futura umanità” Tonino Cafeo Messina: Lucchetti anti-primavera/ Bruna Iacopino Al Teatro Valle va in scena l’avvenire/ Norma Ferrara Donne antimafia/ Lorenzo Baldo Le stragi, le trattative e la Falange/ S.Manisera, C.Racioppi e V.Raffa Transcrime/ Alessio Di Florio Ombra nera sull’Abruzzo/ Salvo Ognibene Emilia terra di mafia/ Domenico Pisciotta Periferie/ Rosaria Malcangi e Andrea Zolea Antimafia al Nord/ Arnaldo Capezzuto Cosentino non dimentica/ Pier Paolo Milanese Napoli: Curarsi dentro il Vesuvio/ Salvo Catalano Catania Università: Il nuovo e l’indagato/ Pino Maniaci Partinico: che cosa ci aspetta/ Carmelo Catania NoTerna: comitati in ordine sparso/ Carmelo Catania Sole, vento e mafia/ Rocco Lentini Holding ‘ndrangheta: l’affare sanità/ Gubitosa, Kanjano e Biani Mamma!/ Gabriella Galizia Memoria/ Rino Giacalone Trapani e il prefetto antimafia/ Catania: Il saccheggio dell’Antico Corso/ Norma Ferrara Un giornalista col vizio della notizia/ Vincenzo Rosa Matilde il call center e la delocalizzazione/ Enrica Frasca Caccia La bellezza di fare un giornale/ Il compleanno del Clandestino/ Elio Camilleri La strage di Palermo/ Jack Daniel Protocollo di democrazia/ Pietro Orsatti Il distruttore di movimenti/ Riccardo De Gennaro Dove il caos non paga/ Giovanni Abbagnato “A Palermo si riprende a sparare”/ Fabio Vita L’euro, il dollaro e il bitcoin/ Diego Gutkowski Il bosone di Higgs/ Salvo Vitale Peppino e il ’77/ Miriana Squillaci Le mimose di Bucarest/ Attilio Occhipinti Lavora e diventerai come noi (forse)/ Beniamino Piscopo E ti senti per sempre un po’ cambiato/ Tito Gandini Nord e Sud/ Giuseppe Fava Le guerre dei siciliani/

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