Sale il malumore fra i 5 Stelle In venti per la trattativa col Pd da: la stampa.it

Il capogruppo del M5S al Senato Vito Crimi (a destra nella foto con il compagno di partito Lorenzo Battista) ieri
è tornato a scusarsi per aver offeso il Presidente della Repubblica: «Mi sono vergognato di aver detto che l’abbiamo tenuto sveglio»

Un senatore siciliano si sfoga:
“Il giorno della fiducia non escluderei sorprese”
andrea malaguti
roma

«Perché Grillo ci tratta così?». Fronda a Cinque Stelle. Il giorno dopo, venerdì, mentre Roberta Lombardi partecipa alla seduta dei capogruppo negli uffici della presidenza della Camera, i cittadini-parlamentari rimasti a Roma attraversano il Transatlantico con gli occhi bassi. Nervosi. Irritati. E questa volta non dai media, ma dal loro leader, Giuseppe Piero Grillo. E anche dal loro portavoce al Senato, quel Vito Crimi che dopo l’incontro al Colle col Presidente Napolitano aveva commentato con incomprensibile spocchia: «l’abbiamo tenuto sveglio». Frase buttata lì come si fa al bar dandosi di gomito. E poi ritirata con tante scuse. «Parole di cui io mi sono vergognato», racconta in un capannello un parlamentare eletto nel Lazio. «Ma chi pensiamo di essere?». Ha gli occhi lucidi. È come se, guardandosi attorno, vedesse un altro momento, da un’altra parte. Non il suo. «Stiamo prendendo una brutta piega», borbotta. Raccoglie solidarietà immediata. È l’ala trattativista del Movimento – minoritaria ma non irrilevante – quella che era riuscita a far votare la disponibilità a discutere col Pd la suddivisione delle cariche istituzionali. Quella che ora vorrebbe ragionare sulla possibilità di un accordo governativo. «Un esecutivo Pd-M5S sarebbe perfetto. Almeno nella mia testa. Il Presidente ha ragione, il malessere sociale è troppo largo per essere ignorato». Eresia. Che comincia a prendere piede. Alimentata da un’immagine diventata ossessione.

 

È quella di Grillo che lascia il Quirinale e sale in macchina sgommando lontano. Insopportabile. Perché scappando in mezzo al traffico di Roma, e infrangendo metà delle regole del codice stradale, la Guida del MoVimento ha segnato plasticamente non tanto la distanza incolmabile dai media, quanto quella – per lui molto più fastidiosamente radicale – da una larga parte dei suoi cittadini-parlamentari. «Né una parola né un saluto. Non ci ha incontrato, non si è confrontato. È assurdo», sbotta un senatore a Palazzo Madama. Finge di affrontare le cose con solidità, ma è evidente che dentro di lui un mondo è sparito. «Noi stiamo qui a lavorare. Lui arriva, impone la sua linea e sparisce. Evidentemente ci considera dei numeri. Magari è Casaleggio che gliel’ha fatto credere. Ma io non voglio ritrovarmi tra vent’anni a pensare che abbiamo buttato alle ortiche un’occasione storica per rendere l’Italia un posto migliore». Il mostro a due teste. Grillo-Casaleggio in cima alla montagna incantata, gli altri a valle a portare l’acqua divisi in tre sottogruppi. I talebani, gli spaventati, i trattativisti. Si risana una frattura così?

 

È passata una settimana dall’insediamento del Parlamento. Il MoVimento sembrava un esercito con una sola voce: «Siamo un gruppo compatto, meraviglioso». Era questo il ritornello. Sono cose che si dicono quando si è all’inizio. Poi si scopre di avere un passato, qualche risentimento, e all’improvviso – da un istante all’altro – niente è più come prima. È un processo rapido. Accelerato dalle pagelle affibbiate una sera sì una sera no dal papa ligure sul suo blog. «Molti non parlano per paura. Ma il giorno della fiducia non escluderei sorprese. Avete letto quello che dice Crocetta? Beh, ha ragione», insiste un senatore siciliano. Crocetta, allora. Il governatore dell’Isola, che a proposito di un sostegno Cinque Stelle a Bersani commenta: «Se Bersani presenta un programma di grande rinnovamento e ci sono punti condivisi, non capisco perché i grillini pretestuosamente debbano dire di no. Conosco molti deputati e senatori M5S che non condividono la scelta dell’Aventino». Il modello Sicilia. Il suo.

 

Alle otto di sera il vicepresidente della Camera, Di Maio, lascia Montecitorio visibilmente stanco. «Bersani premier? Di sicuro non avrà il nostro appoggio». Stessa linea della Lombardi. «Se Bersani chiede un incontro gli diciamo no in diretta streaming». I talebani non cambiano idea. Ma oggi l’equilibrio del gruppo non è quello che si dice un portento. Sono una ventina i cittadini-parlamentari non più in grado di capire come si potrà affrontare la prossima battaglia emotiva senza prendere le distanze dalla stella polare genovese. «Perché Grillo ci tratta così?».

Politica e corsa a sindaco: il Pd catanese sotto un “comitato di coordinamento”. Ma il dissenso dei “berrettiani” resta da: ienesicule

23 marzo 2013, 15:10

lupo

Ennesimo atto dello psicodramma dei “democratici” rossazzurri. Altro che “pace” è stata una mattinata all’insegna…del Lupo!

di iena politica marco benanti

Ufficialmente fino a ieri nessuno sapeva niente: infatti, stamane, alla direzione provinciale Pd, arrivata dopo  il “mezzo terremoto” delle dimissioni del segretario Luca Spataro il 10 marzo scorso, si  materializzano”soltanto” il segretario regionale Giuseppe Lupo (nella foto in alto) e il componente della segreteria Enzo Napoli. Insomma, un primo elemento di “trasparenza”, magari a scoppio ritardato. Il clima “pasquale” annunciato, si dissolve presto. Il paio di ore della direzione sono segnate da più di un momento di polemica: Giuseppe Berretta con il suo gruppo si fa sentire. Contesta, ad esempio, le modalità di voto del comitato di coordinamento -risultato: 34 sì, 13 astenuti- che viene fuori dall’assise. Un punto fondamentale. Il Presidente Tommaso Savoia gli risponde a tono…Scena da asilo nido infantile, del tipo: “maestra, Gigi mi ha preso il pennarello…”

Andiamo alla sostanza. Questi sono i componenti del coordinamento (che non reggenza, nè soggetto commissariale -mi raccomando). Allora ecco i nomi (che “accontentano” le varie “anime” del partito): Tuccio Alessandro, Francesco Laudani, Tino Lipara, Saro D’Agata, Francesco Marano, Enzo Napoli e Pierluigi Flamigni, che però non dà la sua disponibilità. Che accadrà? Boh, si va avanti. E si va avanti, con un gruppo i “berrettiani” (capitanati da Spataro, Sorelli, Flamigni ed altri) a “dissentire”. Formalmente è tutto un problema di “primarie”. Un ritornello che dura da mesi: chi le vuole è “nuovo” chi non le vuole è “vecchio”. C’è anche come Giovanni Burtone che evoca la “cultura paramafiosa” dentro il partito, dove si agirebbe con chi non sta ad un certo gioco secondo l’adagio “ve la faremo pagare in altri posti”, suscitando le ire “berrettiane”. Ma a chi si riferiva Burtone, che precisa di non  fare riferimenti alle persone, in particolare a Berretta? Qualcuno, in sala, “murmurìa” che il riferimento sarebbe a quanto accaduto a Remo Palermo, sindaco di San Gregorio, cognato di Burtone, che in alcune assemblee sarebbe stato oggetto di critiche piuttosto feroci…

Inopinatamente, Berretta, nel corso del suo intervento, evoca -guarda caso- l’appuntamento di lunedì promosso da molte associazioni di società civile. Chi pensa male è mandato…da Bianco!

Ecco il passaggio di Berretta: “…Io non sono un appassionato di questi temi, la società civile, ma restare sordi all’appello (e cita tutte le associazioni che hanno lanciato l’appuntamento di lunedì, da quelle antiracket al comitato di Barriera, al WWf) sarebbe un fatto grave…”.

Bianco, in sala per un pò, ad un certo punto è andato via: ad “incassare” l’appoggio del “Megafono crocettiano”. A proposito: “Saro Schiumazza” in Crocetta è stato candidato senza primarie. Forte del consenso delle “folle antimafia” (compresi i voti di Udc ed Mpa) e dell’appoggio- tutto ideale-di Confindustria Sicilia. Un’altra storia? Forse sì, anche perchè democrazia vuole  che per avere incarichi di rilievo ci vogliono i voti e non certo il consenso di un consigliere di quartiere. In realtà, lo scontro tutto di Potere dentro il Pd è solare, “ideologizzato” dagli “slogan alla moda” -slogan populisti e demagogici- di gruppi di Potere che evocano “legittimazioni popolari” inesistenti. Il “popolo” -se esiste- non frequenta il Pd. Frequenta più spesso la Caritas.


 prima fila in direzione Pd

 

LA VIOLENZA E IL CORAGGIO-DONNE,FASCISMO,ANTIFASCISMO,RESISTENZA,ieri e oggi del 16 marzo 2013,organizzato dal coordinamento delle donne

Controlacrisi a LIBERiamoci. 22-24 marzo a la Rassegna dell’editoria libera e indipendente | Autore: i.b. da: controlacrisi.org

La RedAzione di Controlacrisi con Libri & Conflitti sbarca alla prima edizione di LIBERiamoci – Rassegna dell’editoria libera e indipendente, che si terrà a Roma dal 22 al 24 marzo (via B. Bordoni, 50) – di cui la testata ne è mediapartner.

“Libera e indipendente” anche la nostra RedAzione che, in occasione della rassegna LIBERiamoci, parteciperà a questa tre giorni di presentazioni, reading letterari, videoproiezioni, mostre, concerti, cucina popolare con un suo stand.

La RedAzione sarà presente alla mostra con un banchetto in cui troverete le nostre splendide magliette “Odio gli indifferenti”.

Vi invitiamo a partecipare agli incontri di cui potrete scaricare le info e i dettagli nel blog.

Vi aspettiamo!
La RedAzione

Info, orari e incontri del weekend di Liberiamoci 

Mentre la politica balbetta il Paese sprofonda nella povertà. I dati shock di Confcommercio | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La crisi ha raddoppiato in pochi anni il numero dei poveri nel nostro Paese. Un dato impressionante divulgato dalla Confcommercio. Codacons però sottolinea come a stare in difficoltà drammatiche sono almeno due terzi dei cittadini. Federcasa, infine, denuncia come stia esplodendo il bisogno di case popolari. Si tratta di nuclei famigliari che per lo più non ce l’hanno più fatta a pagare il mutuo.

Sono oltre 4 milioni le persone assolutamente povere nella media del 2013, rispetto al dato certificato dall’Istat di 3,5 milioni circa per il 2011. E’ quanto emerge dal Rapporto di Confcommercio, presentato a Cernobbio.

Considerando che le persone assolutamente povere erano meno di 2,3 milioni nel 2006, “dobbiamo riconoscere” che l’Italia, in cinque anni ha prodotto circa 615 nuovi poveri al giorno, per un totale di un milione e 120mila poveri assoluti aggiuntivi tra il 2006 e il 2011. Come detto, quest’area di disagio grave e’ destinata a crescere ancora, e di molto”. Quest’anno, inoltre, il calo del prodotto interno lordo italiano sara’ peggiore delle ultime recenti previsioni: la stima della Confcommercio prevede per il 2013 un taglio dell’1,7% contro un ribasso dello 0,8% indicato cinque mesi fa. Timide speranze per il 2014, anno per il quale la previsione e’ di un rialzo dell’1% netto.

Secondo il Codacons, infine, i poveri assoluti per Confcommercio sono oltre 4 milioni, quelli che faticano ad arrivare alla fine del mese, per i quali il reddito non e’ piu’ sufficiente, e sono quindi costretti a ridurre i consumi, sono ormai i due terzi della popolazione. “Le previsioni di Confcommercio – sottolinea l’associazione dei consumatori – non fanno altro che confermare quanto sostenuto da mesi dal Codacons, ossia che la stima di crescita fatta dal Governo per la fine del 2013 e’ solo una favola raccontata agli italiani, un miraggio che non considera gli effetti devastanti sui consumi che l’aumento dell’Iva previsto per luglio avra’ sulla parte finale dell’anno”.”La cruda e amara verita’ – aggiunge il Codacons – e’ che difficilmente si potra’ tornare ai livelli del Pil precrisi prima del 2019 se non si interverra’ finalmente per aumentare la capacita’ di spesa delle famiglie italiane e del ceto medio”. Il prossimo Governo, conclude l’associazione, “sempre che ci sia, dovrebbe come primo provvedimento rinviare l’aumento dell’Iva di luglio che colpirebbe proporzionalmente ricchi e poveri, strangolando definitivamente quelle famiglie che non riescono piu’ a risparmiare”.

Un ulteriore grido d’allarme arriva dal fronte della casa. La richiesta di case popolari da parte delle famiglie italiane ”e’ in costante e vertiginoso aumento”. Federcasa chiede di intervenire, per aiutare i cittadini che ”non hanno piu’ la possibilita’ di stare nel mercato privato. Persone che, osserva il presidente Emidio Ettore Isacchini, si sono trovate da un giorno all’altro senza lavoro, che non sono piu’ in grado di pagare il mutuo, che vivono per i motivi piu’ diversi in condizioni drammatiche”.

«Tutelare le persone, non il posto di lavoro» | Fonte: il manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

Intervista all’economista  Mauro Gallegati : «Il mercato del lavoro non produce la crescita. Questa politica non funziona»

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Per giorni, Mauro Gallegati, economista keynesiano, allievo di Paolo Sylos Labini, è ascoltato da Joseph Stiglitz. Insieme hanno firmato un saggio sull’ultimo numero di Micromega. Per giorni Gallegati è passato come l’estensore del programma economico del Movimento 5 Stelle. Idea proposta da Grillo. Il programma pentastellato si discute solo in rete: «Leggo con stupore presunti “esperti” discutere di economia, di finanza o di lavoro a nome del M5S – Grillo ha scritto sul suo blog – I contributi sono sempre bene accetti, non l’utilizzo del M5S per promuovere sé stessi». A Grillo può avere dato fastidio la contrarietà di Gallegati rispetto alla proposta di referendum sull’euro, ribadita nei 20 punti presentati ieri a Napolitano.
Ma Gallegati non ha bisogno di Grillo per promuovere se stesso nè per esprimere idee sul suo movimento. Lo abbiamo incontrato ieri all’Isfol di Roma, durante una pausa del convegno sul rapporto Plus sul lavoro in Italia: «Questo paese ha bisogno di riforme di lungo periodo – afferma – ma purtroppo i governi durano solo uno o due anni. Non credo che il Movimento 5 stelle potrà essere sempre contro tutto e tutti. In Sicilia con Crocetta la collaborazione sta andando benissimo».

Pensa ancora a un governo Centrosinistra -5 stelle?
Io credo che se questo paese ha una possibilità vera per il suo futuro, questa sia un governo sganciato dai partiti, con un programma forte e condivisibile, in modo che i 5 stelle possano appoggiarlo. Penso a un governo orientato al benessere dei cittadini che veda la partecipazione del centrosinistra e del M5S. Dal mio punto di vista, l’elezione dei due presidenti delle camere è stato un buon risultato. Laura Boldrini, che conosco personalmente, e Pietro Grasso, sono senz’altro meglio di Finocchiaro o Letta.

Al primo punto del programma 5 stelle c’è il reddito. Conosce la proposta di legge sul reddito minimo firmata da 50 mila persone?
Si figuri, l’ho anche firmata.

Può essere un punto di partenza per introdurre questa misura anche in Italia?
Rispetto alla proposta di Grillo ci sono differenze sostanziali. Quando lui parla di reddito di cittadinanza in realtà intende un salario sociale minimo delimitato nel tempo, utile a superare la precarietà. Il reddito minimo si potrebbe fare erogando 200 euro per ogni persona in ogni nucleo familiare. Ma a patto di introdurre contemporaneamente misure sulla fiscalità. Potremmo fare come in Corea del Sud che ha abolito l’uso del contante. In poco tempo l’economia sommersa è diminuita dal 18% all’8%. L’effetto è stato straordinario. Noi abbiamo il 20% del sommerso, l’effetto sarebbe pari al 3-4% del Pil. Avremmo un sacco di soldi da spendere, oltre ai risparmi fatti in questi anni. Ma bisogna farle insieme, altrimenti il reddito resterà un sogno.

Lei sostiene che l’abolizione del contante serva al contrasto dell’evasione fiscale. Su questo il dibattito è aperto. Insieme alla riforma fiscale e al reddito, è necessaria una riforma ammortizzatori sociali?
Certo. Se funzionasse davvero bene si potrebbe pensare all’abolizione delle pensioni. È una prospettiva radicale, ma anche quella che discutiamo lo è. I contributi versati dai lavoratori si ridurrebbero, come il cuneo fiscale. Questi soldi verrebbero messi a disposizione della fiscalità a vantaggio di chi non ha un lavoro.

Per essere credibile questo progetto avrebbe bisogno anche della riforma dell’Inps .
Indubbiamente.

Ha criticato chi pensa che dalla recessione attuale si esca tornando a crescere e aumentando il Pil. Vuole spiegare la sua posizione?
Secondo la visione liberista il mercato del lavoro costituisce il primumovens che genera la crescita del sistema economico. I manuali più à la page ci dicono che il lavoro dovrebbe essere flessibile, con libertà di entrare e uscire. Così che l’offerta possa dispiegarsi. Io credo che non bisogna parificare il lavoro ad un mezzo di produzione, ad una macchina, con le sue leggi naturali e una politica economica buona per tutte le stagioni. Questa politica è a senso unico, è diretta solo all’offerta, non ha mai funzionato. E non funziona oggi.

Che cosa bisogna cambiare?
Il modello di sviluppo. Rispetto a quello che Keynes auspicava per i suoi nipoti, noi abbiamo scelto di lavorare e consumare di più. Questa non è più una strada percorribile. Dobbiamo investire sui lavori che hanno un futuro e tutelare le persone, e il loro benessere, non difendere un posto di lavoro purchessia.

I predatori del voto negato Fonte: Sbilanciamoci | Autore: Ferruccio Gambino da: controlacrisi.org

Gli immigrati non possono votare alle elezioni politiche. Ma “contano” come popolazione residente, gonfiando la torta dei seggi da spartire. Soprattutto al Nord-Ovest, dove vive più di un terzo degli stranieri. Lampante il caso della “Ohio d’Italia”, la Lombardia

1. Una rendita elettorale che non fa notizia

L’esclusione di tutti i migranti residenti in Italia dal voto nelle elezioni politiche del 24 febbraio 2013 è uno dei tanti atti di discriminazione contro gli stranieri che si consumano nel mondo e che di solito passano inosservati. Ne sono autori molti governi e organi legislativi di paesi d’immigrazione, che negano il voto ai migranti e allo stesso tempo li contano come parte della popolazione nazionale, gonfiando così la torta dei seggi elettorali da spartire, una vera e propria rendita elettorale a favore dei sistemi politici vigenti.[1]

Nel caso italiano, ormai da più un ventennio perdura l’ostilità endemica al voto dei migranti nelle elezioni politiche, nelle quali possono votare solo i cittadini.[2] La legge per il difficile ottenimento della cittadinanza risale al 1992. Il ceto politico che allora non prendeva sul serio la questione del voto dei migranti ha finito poi per non prendere sul serio neppure il voto dei cittadini e per presentare liste bloccate di nominati dalle segreterie dei partiti (legge elettorale cosiddetta Porcellum del 2005).[3] A loro volta molti dei cittadini ricambiano o rifiutandosi di votare o acconciandosi passivamente a mettere una croce su quello che passa il convento.

Dunque, in sovrimpressione sul crescente numero dei non votanti, delle schede bianche e nulle nelle elezioni di febbraio andrebbe stampata la quindicennale parabola ascendente del numero dei migranti in età di voto, che non compaiono sui radar elettorali ma – in modo intermittente – sui radar della Guardia costiera e della Nato.

Non sorprende poi che il maggiore partito nelle elezioni di febbraio è risultato quello dei non-votanti.[4] Si aggiungano inoltre le schede bianche e nulle.[5] In totale coloro che non se la sono sentita di mettere una croce sulla scheda sono 13 milioni e 841mila alla Camera (27, 28%) e 12 milioni 617 mila al Senato (27,15%).[6] A loro va premesso il numero dei migranti residenti in Italia, ossia 3 milioni e 104mila in età di voto per la Camera, due milioni e 737mila in età di voto per il Senato. [7] Addizionando i migranti esclusi dalle urne, gli assenteisti e le schede bianche e nulle i non votanti sono un terzo della popolazione in età di voto.[8]

Ma procediamo con ordine. Secondo il Censimento del 2011, sul quale si basa la distribuzione dei seggi delle recenti elezioni politiche, il totale della popolazione residente in Italia è di 59 milioni 433mila e 744 unità, un dato che comprende 4 milioni 29mila e 145 residenti stranieri di tutte le età (il 6,7% del totale della popolazione).[9] Ovviamente questa è una conta per difetto, poiché i migranti privi di documenti legali – variamente stimati nell’ordine di meno di un milione di individui – si sono tenuti alla larga dai rilevatori durante i mesi del Censimento. Come sempre, la ripartizione dei seggi è avvenuta sulla base del totale della popolazione residente che risulta dal Censimento medesimo.[10] Mentre gli aventi diritto al voto sono soltanto gli italiani, l’assegnazione del numero dei seggi alle 27 circoscrizioni della Camera e alle 20 circoscrizioni del Senato nel territorio nazionale è data dal totale della popolazione residente – italiana e straniera – nelle singole circoscrizioni.

Tutto si può dire tranne che tale popolazione sia percentualmente omogenea sul territorio italiano. Nel Nord-ovest risiede il 35,4% degli stranieri, nel Nord-est il 27,1 %, nel Centro il 24 %, nel Mezzogiorno il 9,6% e nelle Isole il 3,9%. Si va dall’Emilia Romagna con il suo 10,41% e dalla Lombardia con il suo 9,76% di residenti stranieri giù fino al 2,0% della Puglia e all’1,87% della Sardegna. [11]La sperequazione è evidente ma fa parte del non detto nell’arena politica.

2. Una stortura dentro l’altra

Le circoscrizioni che vantano una popolazione ingente di migranti sono anche le circoscrizioni che si appropriano di un corrispettivo numero addizionale di seggi. I residenti stranieri vengono espropriati del loro potenziale di rappresentanza e l’espropriazione è proporzionale alla loro numerosità nei singoli territori. In altri termini le circoscrizioni con le più alte percentuali di residenti stranieri esercitano un peso territoriale iniquo per eccesso di seggi ottenuti rispetto a quelle circoscrizioni dove la presenza straniera è minore.[12] Lampante è il caso della Lombardia, dove vive quasi un quarto di tutti i migranti che risiedono in Italia (947mila e 288 ossia il 23,5% del totale dei 4 milioni 29 mila e 145 stranieri in Italia).[13] Si può sostenere che la Lombardia, grazie ai suoi 102 seggi alla Camera e 49 seggi al Senato, è oggi una regione politicamente tanto cruciale in Italia quanto lo stato dell’Ohio nelle presidenziali degli Stati uniti; lo è non solo grazie alla sua popolazione di cittadini (8 milioni e 757mila) ma anche grazie alla rendita elettorale costituita da quasi un milione di migranti che aumentano il numero dei seggi lombardi e che al contempo non dispongono del diritto di voto. I residenti stranieri in Lombardia dilatano notevolmente il potere elettorale altrui, come mostrano di saper bene i Lancillotti della croce celtica che all’occorrenza vestono i panni dei Catoni della Costituzione, pur di sbarrare l’accesso dei migranti al voto. [14] In Italia la sperequazione territoriale alle elezioni politiche è venuta aumentando notevolmente con la triplicazione della popolazione immigrata nel corso del decennio intercorso tra i Censimenti del 2001 e del 2011. [15] Come nelle scatole cinesi, la stortura della sperequazione territoriale ne contiene un’altra. La depredazione non va soltanto a danno degli italiani aventi diritto al voto nelle circoscrizioni con numeri minori di migranti ma anche e soprattutto a danno dei migranti stessi e della loro presenza nell’arena pubblica italiana. Al momento delle elezioni politiche una massa di più di quattro milioni di migranti residenti in Italia, in gran parte giovani di classe operaia, diventa il fantasma della politica corrente.[16]

A conti fatti, la popolazione straniera conferirebbe potenzialmente almeno 41 seggi alla Camera.[17] Per il Senato si può fare un calcolo sommario ma significativo, sulla base della popolazione straniera residente rispetto al numero dei seggi disponibili in ciascuna regione. Ne risulterebbero 23 seggi senatoriali attribuibili alla presenza della popolazione straniera. Sia alla Camera sia al Senato questi seggi vengono letteralmente sottratti a coloro che non hanno diritto di voto, a tutto vantaggio del potere elettorale dei partiti che si spartiscono le spoglie.

Tutte le volte che esce un nuovo film sulla Guerra civile (1861-65) negli Stati uniti, ci viene giustamente rammentato dallo schermo che ai fini della ripartizione dei seggi elettorali ogni schiavo contava per tre quinti di un uomo. La Costituzione conferiva così un peso elettorale abnorme ai piantatori del Sud e alle loro clientele razziste. Andrebbe allora sommessamente aggiunto che nelle elezioni politiche l’Italia odierna è in una posizione elettorale per certi versi analoga a quella degli Stati uniti del periodo schiavistico. Secondo la clausola dei “tre quinti” di un uomo, la percentuale dei voti sottratti agli schiavi nel 1860 era del 7,54%, non lontano da quel 6,78% che è la percentuale dei migranti sul totale della popolazione residente in Italia nel 2011.[18] Qui lo straniero residente conta nelle elezioni politiche non per tre quinti bensì per un individuo intero, ma viene depredato della sua potenziale particella di sovranità a favore di chi si sente passivamente soddisfatto del diritto di votare per lo scanno di un nominato da una segreteria di partito. In tale notte dei numeri lo scanno giusto è difficile da mettere a fuoco.[19]

L’esclusione dal voto nelle elezioni politiche di questo quasi 7% della popolazione residente è un obbrobrio le cui conseguenze sono destinate a farsi sentire nel corso delle prossime generazioni. Tutte le forze politiche che hanno governato l’Italia nello scorso ventennio ne sono in varia misura responsabili. Gli immigrati sono la parte della classe operaia più sfruttata, oppressa, colpita dalla crisi economica e incarcerata in Italia – in una parola, la più povera – ma anche quella che esprime le forme di lotte più incisive, come mostrano, ad esempio, alcuni lunghi scioperi nella logistica e nell’agricoltura. Secondo i dati del 2010, il 42,2% delle famiglie straniere vive al di sotto della soglia di povertà, contro il 12,6% delle famiglie italiane.[20] La percentuale degli stranieri detenuti nelle carceri italiane, notoriamente tra le più disumane e sovraffollate dell’Unione europea, oscilla attorno a un esorbitante 35%.[21] Gli abbandoni scolastici degli adolescenti figli di immigrati – la cosiddetta seconda generazione – è del 44%, quasi tre volte di più di quanto tocca in sorte ai coetanei italiani, la risultante di una società escludente che produce un disagio destinato a ripercuotersi in modo drammatico per molti anni avvenire.[22] Dei quattro maggiori paesi dell’Unione europea nessuno ha lesinato il riconoscimento della cittadinanza ai residenti stranieri tanto quanto l’Italia. Al ritmo delle circa 65mila nuove cittadinanze concesse dai governi italiani nel 2010, occorrerebbero più di sessant’anni per fare degli attuali migranti dei cittadini dotati di diritto di voto alle elezioni politiche.

Le regole della cittadinanza agli stranieri hanno posto l’arena pubblica italiana su di una piattaforma di discriminazione mobile che rimane tuttora orientata verso la via italiana all’apartheid.

[1] Per una discussione del diritto di voto agli stranieri residenti in una prospettiva globale v. Stephen Castle e Mark J. Miller, L’era delle migrazioni, Bologna, Odoya 2012, con introduzione di Sandro Mezzadra, in particolare pp. 123-152 e 300-332, e sull’Italia pp. 326-327. Circa 65 dei quasi 200 stati del mondo prevedono una qualche forma di voto ai residenti stranieri. Nell’Unione europea a partire dal 1992 è stato progressivamente esteso il diritto di voto sia nelle elezioni municipali sia in quelle per il parlamento europeo ai cittadini in possesso della cittadinanza di un paese dell’Ue, generalmente sulla base della reciprocità e a condizione che si tratti di residenti. In Italia il diritto di voto dei cittadini non-italiani dell’Unione europea alle elezioni comunali ed europee è regolato dalla legge n. 197 del 12.4.1996, durante il governo Dini, mentre l’ottenimento della cittadinanza da parte degli stranieri è regolato dalla legge 91 del 5.2.1992, durante il sesto governo Andreotti. Per un aggiornamento sul diritto di voto degli immigrati sul piano internazionale, fr.wikipedia.org/wiki/Droit_de_vote_des _étrangers, consultato nel marzo 2013.

[2] Nella XVI legislatura (2008-2013) nessuno dei ben 48 disegni di legge di modifica della legge 91 del 5.2.1992 è stato preso in esame dalla Camera dei deputati.

[3] Ovvero legge 270 del 21.12.2005, durante il terzo governo Berlusconi.

[4] Alla Camera non hanno votato 12 milioni e 581mila su 50 milioni e 731mila aventi diritto (il 24,80%), al Senato non hanno votato 11 milioni e 517mila su 46 milioni e 459 mila (il 24,79%) aventi diritto. Si tratta della più alta percentuale di disaffezione nelle elezioni politiche dell’Italia repubblicana.

[5]Quot.Net 24-25.2.2013. Nelle elezioni del 24 febbraio 2013, alla Camera le schede bianche erano 396 mila (1,12%), al Senato 369 mila (2,40%), mentre le nulle erano rispettivamente 872 mila (2,4%) e 763mila (2,40%).

[6]Diretta News.it. Secondo il ministero dell’interno, l’affluenza per la Camera è stata al 75,17%, mentre per il Senato del 75,11%. Affluenza alle urne Camera. URL 25.02.2013; Affluenza alle Urne Senato URL, 25.02.2013.

[7] http://dati.istat.it/?lang=it “Censimento popolazione e abitazioni 2011. Popolazione residente. Dati definitivi. Popolazione residente per sesso, singole età e cittadinanza”.

[8] In totale coloro che non hanno messo una croce sulla scheda sono 13 milioni e 841mila alla Camera (27, 28%) e 12 milioni 617 mila al Senato (27,15%). A loro vanno aggiunti i migranti residenti in Italia in età di voto, 3 milioni e 104mila alla Camera, due milioni e 737mila al Senato.

[9] http://dati.istat.it/?lang=it “Censimento popolazione e abitazioni 2011. Popolazione residente. Dati definitivi. Popolazione residente per sesso, singole età e cittadinanza”, cit.

[10] Gazzetta Ufficiale, n. 294 del 18.12.2012, decreto del presidente della Repubblica 6 novembre 2012 per la popolazione dei residenti per i singoli comuni italiani; Gazzetta Ufficiale n. 299 del 24.12.2012 per l’assegnazione alle circoscrizioni elettorali del territorio nazionale del numero dei seggi spettanti per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica (Tabella A e B). Va poi aggiunto che in virtù della vigente legge 157 del 3.6.1999, approvata durante il primo governo D’Alema, l’ammontare del cosiddetto rimborso elettorale ai partiti viene stabilito non sulla base del numero dei voti ottenuti dai singoli partiti bensì sulla base del costo unitario nominale del singolo voto per il numero totale degli aventi diritto al voto.

[11] V. n. 9 e http://dati.istat.it/?lang=it, “Prospetto 11 – Popolazione straniera residente per sesso, ripartizione geografica, regione e classe di ampiezza demografica dei comuni”.

[12] Per la Camera a norma dell’art. 56, comma quarto della Costituzione il quoziente intero è ottenuto dividendo il totale della popolazione residente per 618, corrispondente al numero dei deputati da eleggere all’interno del Paese, mentre per il Senato, a norma dell’art. 57, quarto comma della Costituzione, il quoziente è ottenuto dividendo il totale dei residenti delle singole regioni per 278, corrispondente al numero dei senatori da eleggere all’interno del Paese.

[13] Per la popolazione in Lombardia, v. riferimento alla nota 11, “Prospetto 11” cit. e Gazzetta Ufficiale n. 299 del 24.12.2012, Tabella A e B, cit.

[14] Riassuntivamente, nel 2009 l’allora ministro degli interni Maroni, esponente della Lega Nord, reagendo a nome di molti alle risoluzioni votate da numerosi consigli comunali a favore del voto agli immigrati extracomunitari nelle elezioni municipali e provinciali, si appellava addirittura alla Costituzione italiana in tema di diritto di voto ma si guardava bene dall’accennare al provvedimento specifico, ossia alla legge 91 del 5.2.1992 che per più di un ventennio ha concorso a escludere tutti i migranti dalle elezioni politiche e gli extracomunitari da tutte le elezioni. V. www.adnkronos.com/IGN/Politica/??id=3.02969959971) Adnkronos, 30.1.2009.

[15] Al Censimento del 2001 la popolazione straniera residente contava 1.334mila e 899 persone; al Censimento del 2011 era di 4 milioni 29mila e 145.

[16] Al Censimento del 2001 gli stranieri erano più giovani degli italiani mediamente di 10,7 anni, mente al Censimento del 2011 questo divario è aumentato a 13,1 anni. V. http://dati.istat.it/?lang=it “Censimento popolazione e abitazioni 2011. Popolazione residente. Dati definitivi. Popolazione residente per sesso, singole età e cittadinanza”, cit.; Istat.censimento 2011, “Il censimento della popolazione straniera”, comunicato stampa del 27.4.2012.

[17] Pari a 3.943.011 residenti stranieri, con un resto di 86.134, che porta agevolmente il numero dei seggi a 42.

[18] Secondo U.S. Historical Statistics, U.S.G.P.O., Washington, D.C., nel 1860, ossia alla vigilia della Guerra civile, gli schiavi africano-americani erano il 12,57% della popolazione totale degli Stati Uniti, ma pesavano elettoralmente per il 7,54%, in forza della clausola dei “tre quinti” di un uomo.

[19] Quanto poi alla fiscalità, lo straniero residente è in una posizione più svantaggiata di quanto non fosse lo schiavo statunitense poiché il primo paga le tasse a parte intera e non per tre quinti di un uomo.

[20] In sintesi, v. Comunicato stampa dell’8 marzo 2013 della Fondazione Leone Moressa di Venezia.

[21] www.stranieriinitalia.it  22.12.2012.

[22] Si veda ad es. l’articolo di Christopher Emsden, “Immigrant Candidate Seeks to Ease Citizenship”, Wall Street Journal Europe, 22-24 febbraio, 2013, p. 3.

“Troppa pressione sul pubblico impiego. Prima o poi esploderà”. Intervista a Federico Giusti, dei Cobas Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Nell’ultimo Consiglio dei ministri il blocco dei contratti non è stato affrontato. Rimane però il punto, ovvero i tagli al bilancio dello Stato puntano sempre più prepotentementenella direzione del pubblico impiego.

Della bozza che circolava da giorni e della quale si era parlato sulle pagine dei quotidiani, sembra si sia persa traccia. E’ probabile che nell’attuale situazione di incertezza (governativa) il numero non indifferente – circa 3milioni – dei lavoratori interessati rappresenti agli occhi dei “famelici” attuali/futuri governanti un bacino consistente di consensi. E’ probabile che una decisione come il blocco dei salari la vogliono prendere con il consenso di quale sindacato, del resto cosa possiamo attenderci da chi ha sottoscritto la Riforma Brunetta? Resta il fatto che la bozza è nelle mani dei tecnici del ministero dell’Economia e della Pubblica Amministrazione e, sempre secondo dichiarazioni rilasciate questa volta dal ministro Patroni Griffi, la stessa è sottoposta ad un’analisi approfondita presentando alcune e non meglio definite problematiche tecniche. La mossa del governo uscente sembra quella di passare la palla alla prossima Maggioranza.

Quanto e come incide sulla condizione del singolo lavoratore il blocco dei contratti?

Per lavoratori con stipendio medio di circa 1.400 euro mensili, un blocco del rinnovo contrattuale potrebbe voler dire innescare una miccia di disagio sociale, rabbia e fermento difficili da incanalare o calmierare. Tuttavia, non ci sono motivi per abbassare la guardia, né coltivare facili illusioni. Ricordiamoci, invece, quanto sta accadendo in Grecia, Spagna, Portogallo (anche se i media fanno di tutto per nascondercelo o mistificarlo) dove i licenziamenti nei settori pubblici sono ormai migliaia. Noi lavoratori e lavoratrici del Pubblico Impiego da tempo non abbiamo più la certezza del posto fisso, i nostri salari sono bloccati da 5 anni, i pochi incrementi nei contratti decentrati passati a raggi x dalla Corte dei Conti sempre pronta a chiederne la restituzione mettendo sotto accusa i delegati Rsu.

Sotto accusa i delegati Rsu, che vuol dire?

Vuol dire che la Corte dei Conti può impugnare, e l’ha fatto al Comune di Firenze, i contratti firmati da rappresentanti sindacali e citarli per “danni erariali”. Una evidente invasione di campo del tutto simile al Fiscal compact, anzi una diretta conseguenza. Senza contare che nel gestire le migliaia di mobilità previste colpiranno le pubbliche amministrazioni in dissesto. Quindi, i lavoratori pur di non andare in mobilità si accontenteranno delle briciole o, nel peggiore dei casi, non oseranno chiedere niente.

Insomma, fine dei giochi…

La contrattazione di fatto è sequestrata, e non solo dalla Corte dei Conti. Non prendiamoci in giro, la contrattazione pura non esiste più. Quando la Cgil parla di centralità del contratto nazionale parla di qualcosa che non esiste più. I numerosi decreti legislativi, soprattutto con Berlusconi, hanno di fatto governato il settore introducendo la cosiddetta performance contro la distribuzione della produttività. Questa storia della performance ha ottenuto anche l’effetto di dividere i lavoratori. Da questo punto di vista con la vicenda Fiat non c’è poi così tanta differenza.

E la spending review?

Con quel provvedimento hanno immediatamente colpito tutto il sistema degli appalti, mascherando i licenziamenti con la parola efficienza. Sono decine di migliaia di lavoratori delle imprese del sistema degli appalti pubblici che vengono messi in mobilità e che non compaiono come esuberi della pubblica amministrazione.

Le varie riforme hanno attribuito un potere enorme ai dirigenti.

I dirigenti sulla performance fanno il bello e cattivo tempo. Senza contare che la loro struttura salariale non subisce quasi alcun contraccolpo. E così da una parte ci sono lavoratori a cui viene anche impedita ogni progressione orizzontale e verticale e, dall’altra, una casta di eletti con il potere assoluto e la totale copertura dal punto di vista salariale e normativo a cui viene affidata la gestione e l’esecuzione delle direttive contenute nei decreti. Mi chiedo quanto potrà durare una situazione del genere.