Storia dei Diritti Umani

Giovedì 21 marzo 2013 ore 9,45 Giornata della memoria Catania

 LIBERA

Associazioni, nomi e numeri contro le mafie
Coordinamento Provinciale di Catania
Giovedì 21 marzo 2013 ORE 9:45

Auditorium De Carlo”

           ex Monastero dei Benedettini Piazza Dante, Catania

XVIII GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL’IMPEGNO IN RICORDO DELLE VITTIME INNOCENTI DELLE MAFIE

           Lettura dei nomi delle vittime innocenti delle mafie
               Concerto dell’Orchestra da camera “Naumachia”

per ulteriori informazioni: Renato Camarda 3357023241

LIBERA Associazioni, nomi e numeri contro le mafie –
Coordinamento Provinciale di Catania –

Poco cinesi ma con la sindrome del Ponte di Antonio Mazzeo da: Rete No Ponte

 

I cinesi pronti a finanziare il Ponte sullo Stretto. E forse pure a costruirlo. Del progetto definitivo ancora neanche l’ombra ma il Celeste Impero si sarebbe innamorato di Scilla e Cariddi e vorrebbe consacrarne l’unione con il padre di tutte le Grandi opere, costi quel costi. Stando alle rivelazioni di ministri e sottosegretari, manager ed amministratori delegati dell’immortale Stretto di Messina Spa, i nuovi mandarini del capitale globale salveranno in corner il mito del Ponte. E a forza di pompare mediaticamente la cosa, in prima linea l’editorialista de La Sicilia Tony Zermo, coerente pontista da tempi non sospetti, alla fine ci han creduto tutti. Certo, i forzieri delle banche di Pechino e di Shangai straripano di denaro e c’è la spasmodica rincorsa a investire nei mercati del pianeta, assorbire industrie e realizzare megainfrastrutture. Ma rimettendo in ordine i tasselli della storia sul Ponte ed i cinesi sembra tornare a rivivere le avventure di quegli invisibili investitori stranieri, prima giapponesi, poi nordamericani, in procinto di approdare nelle spiagge dello Stretto con grandi piloni di acciaio e di cemento, poi inspiegabilmente dileguatisi per lasciare il posto solo ad un anziano padrino di mafia di Montreal e a un petromonarca della penisola arabica. Forse l’ennesimo bluff per non staccare la spina all’incubo del Ponte ma – alla fine – il niente del niente del niente.

In verità l’immagine dei mirabolanti capitali cinesi alla conquista di Villa e di Messina non è poi così recente. Se ne parla perlomeno dal 2006, quando la Regione Siciliana governata da Totò Cuffaro lanciò con l’Istituto per il Commercio Estero e il ministero dello Sviluppo economico il cosiddetto “Progetto Cina” con l’obiettivo d’intercettare gli investitori orientali. Il tutto si ridusse in una serie di fallimentari visite dei funzionari isolani a Pechino e in una mostra sulla “cultura siciliana” al museo di Tienanmen. Qualche anno più tardi furono il presidente Raffaele Lombardo e l’assessore all’Istruzione Mario Centorrino a rilanciare la caccia al dragone cinese. Il 10 agosto 2010, a Roma, i due incontrarono l’ambasciatore Ding Wei per annunciare la presenza dell’Isola all’esposizione universale di Shangai prossima all’inaugurazione. Un intero padiglione intitolato “Sicilia, un ponte tra le culture” e il plastico del Ponte di Messina a fare da “testimonial come opera di altissima ingegneria e luogo di passaggio e collegamento tra due sponde del mondo per un futuro ad alta tecnologia”, secondo la nota emessa da palazzo d’Orleans. A Shangai, “nell’ambito della missione istituzionale della regione Sicilia”, giunse il successivo 23 agosto l’ingegnere Fortunato Covelli, direttore relazioni estere della Stretto Spa. “Il progetto è stato molto apprezzato dalle autorità cinesi”, dichiarò il professionista all’agenzia Ansa. “Ci hanno fatto i complimenti, ma soprattutto ci hanno chiesto di aprire un tavolo di dialogo e contatto tra i tecnici nostri e i loro”. Covelli poi incontrò a Pechino pure i responsabili dei più importanti gruppi finanziari e bancari cinesi per illustrare il piano finanziario dell’opera e verificare la loro disponibilità ad entrare nel project financing.

Nell’ottobre del 2010 i primi frutti del pressing siciliano: mister Lombardo firmò una dichiarazione d’intenti con la China Development Bank, principale banca governativa d’investimento finanziario specializzata in infrastrutture, con una presenza diretta in decine di grandi progetti in Europa e nel continente americano per un valore superiore ai 100 miliardi di euro. Altrettanto efficienti i “cugini” d’oltre Stretto: nel dicembre dello stesso anno il presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti ricevette la visita dell’ambasciatore in Italia Ding Wei per “studiare insieme forme di cooperazione sul versante turistico, produttivo e culturale”, rilanciare il porto di Gioia Tauro e – ovviamente – investire nella costruzione del Ponte.

Il 30 agosto 2011, Raffaele Lombardo, il dirigente generale del Dipartimento per il collegamento con l’Unione europea e il Bric della Regione Sicilia Francesco Attaguile e l’architetto Pier Paolo Maggiora incontrarono a Roma la consigliera d’ambasciata Zhang Junfang e il viceministro del Commercio Yang Yaoping. La Sicilia di Catania annunciò a tutta pagina che la Cina “nutre il desiderio di fare della Sicilia la piattaforma logistica del Mediterraneo”, ma a scorrere le note e le dichiarazioni riportate nel testo dell’articolo si comprende che fu in verità la delegazione siciliana a promuovere in estremo oriente l’immagine di un’isola stile Manhattan con al centro un “asse Ponte sullo Stretto e un hub aeroportuale (a Centuripe) con autostrade, strade e ferrovie che si dipartono a raggiera e la contestuale ristrutturazione dei porti di Augusta e Pozzallo”. I cinesi promisero di pensarci ma chiesero perlomeno l’elaborazione delle schede tecniche progettuali. Il tutto mentre strizzavano l’occhio alle lobby politiche ed economiche del più ricco nord-est che con Unicredit sponsorizzavano l’ipotesi di una piattaforma logistica nel nord Adriatico.

Intanto però sulla sostenibilità tecnica e finanziaria del Ponte erano sempre in meno a scommetterci e il parlamento, con una maggioranza bipartisan, arrivò ad approvare una mozione che impegnava il governo a cassare i fondi riservati all’avvio dei lavori. Puntuale la controffensiva degli instancabili fautori del collegamento stabile: il 3 settembre 2011 il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, in missione a Messina per inaugurare la scuola di formazione per il sistema radar marittimo Vts, annunciò a sorpresa di avere avviato contatti con le banche cinesi per finanziare l’opera. Tre giorni più tardi lo stesso Matteoli rivelava il “forte interesse” per il Ponte della China Investment Corporation (CIC). Si tratta di uno dei maggiori fondi di investimento cinese: con sede a Pechino, due uffici di rappresentanza a Hong Kong e Toronto e appena 246 dipendenti, la CIC vanta un capitale di 409 miliardi di dollari, utili operativi per 44,7 miliardi e rendimenti annui superiori all’11% sugli investimenti globali. In cinque anni dalla sua creazione la Corporation ha investito più di 3 miliardi di dollari nel fondo di private equity americano Blackstone, 5 miliardi nella banca d’affari Morgan Stanley (oggi controlla il 9,9% del suo pacchetto azionario) e altri svariati miliardi nella compagnia energetica Suez-Gas de France e nella Thames Water Utilities Ltd, la società idrica della capitale britannica. Il Ponte non è però l’unica grande infrastruttura sottoposta dal ministro all’amministratore delegato della China Investment Corporation, l’ex ufficiale della marina militare della Repubblica popolare cinese ed ex viceministro delle finanze, Low Jiwei. Si chiede invece di finanziare l’intero libro dei sogni dei signori del cemento, dall’Alta velocità ferroviaria ad alcune nuove autostrade nazionali, passando dagli hub portuali in Sicilia, Liguria e nord Adriatico e alla “trasformazione di edifici storici di pregio in strutture alberghiere di lusso”. Anche il ministro dell’Economia Giulio Tremonti incontrò Low Jiwei, suggerendo l’acquisizione di altri titoli di debito italiani (secondo il Financial Times la China Corporation ne detiene già il 4% circa dell’ammontare), l’investimento nei fondi strategici italiani e in alcuni possibili settori d’intervento, “turismo, privatizzazioni (Eni ed Enel comprese), infrastrutture ed energie alternative”. “Solo un incontro interlocutorio”, ammise Tremonti anche se il suo sottosegretario Antonio Gentile annunciò entusiasta che, immancabilmente, i cinesi erano “interessati al ponte sullo Stretto”.

Il successivo 16 settembre una delegazione composta dai delegati di diversi ministeri della Repubblica popolare incontrò i rappresentanti della società Stretto di Messina nella sua sede romana. “Ci è stato chiesto di condividere il know how italiano sviluppato per il ponte di Messina, al fine di acquisire elementi utili alla realizzazione del progetto di collegamento stabile attraverso lo Stretto di Qiongzhou”, fece sapere la concessionaria statale. I titoli sui quotidiani parlavano già però di soldi cinesi per il ponte, ma a freddare gli entusiasmi ci pensò lo stesso presidente della Spa, Giuseppe Zamberletti. “L’incontro è durato a lungo, ma i cinesi non hanno fatto alcuna promessa, perché ancora siamo nella fase iniziale”, commentò laconico.

Cade il governo Berlusconi, arrivano i “tecnici” alla corte di Mario Monti e di ponte e cinesi non se ne parla più per un anno intero. Il 18 ottobre 2012, all’interno del decreto legge n. 179 recante “ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”, l’esecutivo decide di non decidere la fine del progetto, autorizzando la società dello Stretto ad avviare “le necessarie iniziative per la selezione della migliore offerta di finanziamento dell’infrastruttura con capitali privati”. “In caso di mancata individuazione del soggetto finanziatore entro il termine per l’esame del progetto definitivo – aggiunge il Dl – sono caducati tutti gli atti che regolano i rapporti di concessione, nonché le convenzioni ed ogni altro rapporto contrattuale stipulato dalla società concessionaria, previo il pagamento al general contractor di un indennizzo costituito dalle prestazioni effettivamente prestate con una maggiorazione del 10%”. Neanche il tempo di pubblicare sulla gazzetta ufficiale il testo del decreto che arriva la comunicazione della concessionaria di avere già individuato i possibili investitori privati stranieri. “C’è un interesse accertato a finanziare l’opera non solo del fondo sovrano China Investment Corporation, ma anche di imprese di costruzione e fornitura cinesi e, in questa prospettiva, la finestra di due anni aperta dal Governo Monti per la eventuale realizzazione del Ponte viene salutata come una opportunità”, annunciava Zamberletti il 1° novembre 2012. Non solo soldi, dunque, ma anche l’intervento diretto per i lavori del colosso China Communication and Construction Company (Cccc), 30 miliardi all’anno di fatturato, costruttore del ponte di Huagzhou, il più lungo del mondo (36 chilometri) e di quello di Su Tong Yangtze (32 chilometri). Conflitti d’interesse con l’associazione temporanea d’imprese general contractor? “No, per nulla”, rispondeva lo stesso Zamberletti sul quotidiano La Sicilia. “Penso che si possano mettere insieme interventi convergenti, industriali e finanziari, perché, ad esempio, ci sono anche problemi di forniture di acciaio. Il Ponte non è in cemento armato…”.

Al presidente della concessionaria pubblica faceva eco sul Giornale di Sicilia Enzo Siviero, ordinario dell’Università IUAV di Venezia e consulente Anas, il gestore della rete stradale ed autostradale azionista della Stretto di Messina Spa. “Nelle scorse settimane a Istanbul, dove Astaldi sta per iniziare la costruzione del terzo ponte sul Bosforo, c’è stato un incontro fra rappresentanti della Cccc e Giuseppe Fiammenghi, direttore generale della società dello Stretto”, spiegava Siviero. “I cinesi hanno consegnato un memorandum in cui si dichiara la disponibilità a realizzare l’opera. La Cccc ha pure presentato un piano, chiamato Ulisse, per realizzare una piattaforma logistica da Gioia Tauro ad Augusta ed è interessata a interventi sulle ferrovie dalla Campania alla Sicilia. Si tratta di risorse finanziarie sostanzialmente illimitate, anche cento miliardi se servono. E ci sarebbe lavoro per 40 mila persone per almeno dieci anni”. Stavolta la piattaforma logistica per l’Europa e il Nord Africa, dalla Sicilia si estende all’intero Mezzogiorno con un numero di occupati uguale a quello che avrebbe dovuto creare il Ponte da solo. Libero aggiunge però una chicca che ha di certo fatto impallidire l’ingegnere israeliano che sogna di realizzare un’infrastruttura abitativa galleggiante tra Scilla e Cariddi: la Cccc avrebbe chiesto agli italiani di modificare un po’ il progetto originario, trasformando i due piloni che reggono l’impalcato in altrettanti grattacieli.

Dal bombardamento mediatico non poteva restare assente l’amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci. “Da tempo sono stati avviati contatti con i grandi investitori cinesi, il Fondo Sovrano Cinese, le grandi banche di investimento, le banche commerciali, da ultimo anche con alcuni grandi operatori industriali che hanno dimostrato un interesse nei confronti dell’opera”, ha dichiarato Ciucci lo scorso 9 novembre durante una trasmissione di Rai Uno Mattina. Poi subito un piccolo passo indietro. “Noi abbiamo illustrato le caratteristiche, le potenzialità e la grande valenza strategica del Ponte, ma al momento, non c’è un contratto, ma un sentiment favorevole all’operazione da parte della China Communication Construction Company che è interessata sia alla realizzazione del ponte sia ad un’assistenza finanziaria. Noi non vendiamo fumo e fintanto che non c’è la possibilità di una trattativa non si può avere l’impegno”. Nessun pre-pre-accordo dunque, appena l’ennesima e stanca dichiarazione d’interesse per un’opera che certo riesce assai poco ad apparire accattivante, redditizia e sostenibile.

A rendere ancora più improbabile l’esistenza di una reale volontà a finanziare e/o costruire il Ponte, le innumerevoli promesse cinesi d’investire in Italia assai raramente concretizzatesi. Un susseguirsi di flop e veri e propri bluff, sempre più spesso made in Italy ma spacciati come esotici. Il caso più eclatante è certamente quello del piano infrastrutturale in Sicilia della China Development Bank, promesso da Lombardo nell’autunno 2011 ma mai venuto alla luce. Fantomatici investitori asiatici avrebbero dovuto rilevare l’azienda automobilistica De Tomaso di Gianmario Rossignolo salvando così duemila operai e i due stabilimenti di Torino e Livorno. Desaparecidos i cinesi che avrebbero dovuto affiancare l’imprenditore Massimo Di Risio per impedire la chiusura degli stabilimenti Fiat di Termini Imerese o quelli che avrebbero dovuto creare una joint venture per rilevare l’azienda Irisbus di Avellino. Per lungo tempo i mercati hanno salutato l’“integrazione” nel settore delle telecomunicazioni tra l’italiana Telecom, la cinese Huawei e l’operatore mobile Tre, di proprietà della cinese Hutchinson Wampoa, operazione mai verificatasi, e a Milano c’è chi aspetta ancora di vedere la China Railway Construction Corporation acquistare il 15% della quota sociale dell’Inter footbal club, affare che per la famiglia Moratti era già bello e pronto prima dell’avvio del campionato 2012-13.

Tra le rare operazioni felicemente andate in porto di recente c’è l’acquisizione dei cantieri nautici Ferretti di Forlì da parte del colosso statale Shandong Heavy Industries-Weichai Group e, a fine novembre, i sei accordi sottoscritti durante la visita in Italia del presidente della Conferenza consultiva politica del Popolo cinese, Jia Qinglin, quarta carica della Repubblica popolare. Tra questi ultimi, i più importanti, quello tra Hua Wei Italy e Fastweb e quello tra China General Technology Holding Ltd. e Fata Spa, società del gruppo Finmeccanica. Poco più di un miliardo di euro il valore complessivo degli accordi, veramente poco se confrontato con quanto banche e fondi d’investimento cinesi stanno facendo in altre parti d’Europa e negli Stati Uniti d’America. La tanto invocata China Investment Corporation, ad esempio, ha appena acquistato il 10% di Heathrow Airport Holdings, la società di gestione dell’omonimo aeroporto londinese, il più trafficato d’Europa ed il terzo al mondo dopo Atlanta e Pechino (oltre 69 milioni di viaggiatori nel 2011). Un’operazione che da sola vale 561 milioni di euro, denaro in buona parte finito nelle casse di Fgp Topco, il consorzio guidato dal gruppo spagnolo Ferrovial Agroman, alla guida della holding aeroportuale. Ferrovial compariva originariamente in cordata con Astaldi per concorrere al Ponte sullo Stretto, ma alla vigilia della presentazione delle offerte scelse di defilarsi dalla gara poi vinta dall’associazione d’imprese con capofila Impregilo. Ancora più rilevante (4,23 miliardi di dollari) l’affare concluso dal consorzio cinese costituito da New China Trust Co. Ltd., China Aviation Industrial Fund e P3 Investments Ltd., acquirente dell’80% del pacchetto azionario di ILFC – International Lease Finance Corporation, società di leasing con sede a Los Angeles proprietaria di una flotta di oltre mille aerei che sono messi a disposizione delle più importanti compagnie al mondo (Air France-KLM, Lufthansa, American Airlines, United Airlines, Delta Air Lines, Emirates, ecc.).

Gli investitori cinesi non si comportano né da benefattori né da mecenati. Sono uomini d’affari cinici che ponderano attentamente ogni modalità d’investimento. Vanno dove li portano mercati e profitti certi, non certo dove i progetti sono un azzardo o peggio ancora insostenibili. Difficile credere allora che dopo la Grande Muraglia i moderni imperatori della finanza di Pechino sognino l’immortalità realizzando l’ottava meraviglia del mondo in un modesto e periferico corridoio marittimo.

Pubblicato in Rete No Ponte – Comunità dello Stretto, Il Ponte sullo Stretto nell’economia del debito (a cura di Luigi Sturniolo), Sicilia Punto L, Ragusa, 2013.

Mediterraneo, ponte di guerra| Fonte: il manifesto | Autore: Manlio Dinucci

«I molti, troppi morti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce»: li ha ricordati a Montecitorio Laura Boldrini riferendosi al dramma dei profughi. Il Mediterraneo, ha detto, «dovrà sempre più diventare un ponte verso altri luoghi, altre culture, altre religioni».
Finora però il Mediterraneo è stato sempre più un ponte di guerra. Partendo dalle basi in Italia, la Nato ha demolito lo stato libico, provocando la disgregazione del paese. Lo stesso sta facendo con la Siria, che cerca di demolire con forze infiltrate e metodi «terroristici», provocando altre vittime e ondate di profughi. Non basta quindi «un parlamento largamente rinnovato». Occorre una nuova politica estera. Quella italiana, indipendentemente dal colore dei governi, segue invece sempre la stessa rotta. Il governo Monti, nei suoi ultimi giorni, sta infatti compiendo importanti atti di politica estera che passeranno nelle mani del futuro governo. In una serie di incontri a Washington l’11-12 marzo, la Farnesina ha assicurato l’adesione dell’Italia all’«accordo di libero scambio Usa-Ue», ossia alla «Nato economica». In un seminario internazionale, il 14 marzo a Roma, si è stabilito il contributo dell’Italia a «una Difesa europea più forte», che il Consiglio europeo deciderà a dicembre per «favorire il soddisfacimento delle esigenze dell’Alleanza atlantica». Solo per l’acquisto di armamenti, prevede una ricerca pubblicata a New York, l’Italia spenderà nel 2012-17 oltre 31 miliardi di dollari. Negli stessi giorni, il ministro degli esteri Terzi si è recato in Israele per una serie di incontri e per partecipare alla conferenza internazionale di Herzliya sulla «sicurezza del Medio Oriente».
Sulla Siria, l’Italia si impegna ad «accrescere le misure e gli equipaggiamenti che permettono alle forze sul terreno di proteggere la popolazione dagli attacchi inauditi dell’aviazione siriana» (non a caso mentre gli Usa stanno per ufficializzare, dopo Francia e Gran Bretagna, la fornitura di armi ai «ribelli»). L’Italia rafforza anche il suo impegno contro «i rischi di un Iran nucleare per la sicurezza globale»: a Herzliya si è parlato del momento in cui si dovrà passare «dalla diplomazia alla spada». Queste e altre iniziative della Farnesina ricevono il consenso o il silenzio-assenso dell’intero arco politico. Il comune di Milano partecipa all’unanimità alla marcia internazionale di «solidarietà al popolo siriano» perché, dice il sindaco Pisapia, «è tempo di uscire dal silenzio». Ossia sostenere apertamente la destabilizzazione della Siria, che le potenze occidentali attuano per fini strategici ed economici. E quando il governo Monti, violando gli impegni e compromettendo le relazioni tra i due paesi, non rimanda in India i marò che hanno ucciso i pescatori, la presidente della commissione pace del Comune di Firenze, Susanna Agostini (Pd), esulta perché l’Italia ha assunto una «posizione da protagonista».

“La morte dell’euro nell’Europa fratricida”. Intervento di Giorgio Cremaschi | Autore: giorgio cremaschi da: controlacrisi.org

“L’ Italia avrà solo da guadagnare ad avere la stessa moneta dei paesi più ricchi ed efficienti del continente, ne riceveranno giovamento i conti pubblici, il sistema produttivo e finanziario, la stessa efficienza della pubblica amministrazione”. Quante volte abbiamo sentito ripetere e argomentare questi concetti, in particolare da Ciampi e Prodi. Ottimi propositi, solo che la realtà è andata da tutt’altra parte e non per una serie di sfortunati eventi.(…)Fin dall’inizio la costruzione dell’euro è avvenuta attraverso un impianto e economico, istituzionale e culturale liberista.
Dal trattato di Maastricht al fiscal compact, tutti i patti che hanno accompagnato la moneta unica hanno impegnato i governi a vincoli sempre più brutali nel nome di quella politica che oggi chiamiamo di austerità.
Finché l’economia mondiale cresceva, questa politica frenava lo sviluppo, ma non lo bloccava. Ma con la crisi quei trattati hanno costretto i governi a fare l’esatto contrario di ciò che sarebbe stato necessario: le politiche di austerità e rigore sono state rese ancora più dure invece che essere alleggerite. Così la crisi è diventata profonda recessione.Economie diverse e con diversa forza, unificate sul piano dei mercati dalla moneta, ma senza politiche economiche, fiscali e sociali comuni, non potevano che trasformare l’area dell’euro in una zona di guerra economica fratricida. Siccome non si poteva più svalutare la moneta, si svalutavano il lavoro e le tutele sociali.
L’effetto pratico dell’euro è così stato l’esatto contrario delle intenzioni dei suoi sostenitori. La Germania si è profondamente avvantaggiata da una moneta che sottovalutava il marco e quindi la rendeva più competitiva. I paesi del sud, ma anche la Francia, hanno invece avuto sopravvalutate le loro monete, e hanno perso mercato, in molti casi proprio a favore della Germania.
Le buste paga, che purtroppo non mentono, ci dicono che il valore reale dell’euro da noi è di mille lire, e in Germania di tremila.
La scelta di unificare le economie partendo dalla moneta e dal liberismo ha prodotto l’opposto effetto di aumentare le differenze e le distanze tra le varie aree del continente. Invece che unità ha prodotto rottura e oggi, proprio a causa della moneta unica, i popoli europei sono più frantumati e distanti tra le loro diverse condizioni.

La concreta costruzione dell’euro ha fatto solo danno alla prospettiva di una Europa solidale e democraticamente unita e sarebbe unu atto di onestà intellettuale se Ciampi, Prodi e chi ha condiviso le loro scelte lo ammettessero. L’euro ha portato non alla democrazia, ma all’ottuso potere tecnocratico e autoritario della Troika, che affama la Grecia e il Portogallo, ma al tempo stesso è incapace di affrontare la crisi di una piccola economia come quella di Cipro. L’Europa dell’euro è politicamente, socialmente e culturalmente fallita, prima se ne prende atto e prima si trova la via per superare il fallimento. Questo però non significa cancellare la moneta unica come prima misura. Su questo piano Grillo ripete, da posizione opposta, l’errore di Ciampi e Prodi. Non si deve partire dalla moneta, ma dalle politiche economiche e dalle istituzioni che le sorreggono. Quella che va smontata è l’Europa dei trattati e dei vincoli liberisti.

In Italia ed in Europa occorre una banca centrale che stampi moneta e che sia pubblica e non in mano alla finanza internazionale. Il vincolo del debito non può più essere accettato , mentre occorrono grandi investimenti pubblici sull’istruzione e sullo stato sociale. Le nazionalizzazioni devono tornare ad essere un necessario strumento di politica economica, invece che un tabù. Lo svalutazione competitiva del lavoro per vendere all’estero, anima profonda della moneta unica, deve cessare.

Bisogna rovesciare le politiche di austerità e per questo una consultazione democratica è necessaria. Ma vanno sottoposti a referendum i trattati europei e i vincoli che essi impongono sui bilanci pubblici e sulla spesa sociale. È sul fiscal compact, ancora ignorato dalla nostra opinione pubblica e non certo per sua colpa, che i cittadini italiani devono essere chiamati a decidere. La questione della moneta verrà dopo, quando, le politiche liberiste saranno state rovesciate. A quel punto la soluzione monetaria che si troverà sarà quella più conveniente per far riprendere ad avanzare democrazia ed eguaglianza sociale in Italia ed Europa.

Prima la democrazia e lo stato sociale e poi i mercati e la moneta, questo è il ribaltamento che dobbiamo compiere per affrancarci da trenta anni di fallimentari politiche liberiste.

Corriere della Sera, due giorni di sciopero contro gli esuberi | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

I giornalisti del Corriere della Sera sciopereranno per due giorni, oggi e domani in risposta ai 110 tagli annunciati dal gruppo Rcs per il personale giornalistico del quotidiano di via Solferino. Il giornale sara’ dunque in edicola regolarmente oggi e non uscira’ mercoledi’ e giovedi’. Rcs ha comunicato ai rappresentanti sindacali 270 esuberi tra amministrativi e grafici della sede di via Rizzoli, dove sono impiegati cioe’ tutti i dipendenti che non fanno parte della divisione Quotidiani del gruppo (Periodici, Libri e Pubblicita’). Intanto si va verso una nuova convocazione del Cda venerdi’ 22 marzo per un ”aggiornamento” in vista del consiglio ‘decisivo’ del 27.

Teatro Valle Occupato, 20-21 marzo torna NEWROZ – Il capodanno curdo da; controlacrisi.org

L’ Associazione Europa Levante, con il patrocinio della Provincia di Roma e della Regione Lazio, e con la collaborazione del Centro Sociale Ararat e del Teatro Valle Occupato, organizza “Newroz 2013 – Il Capodanno Kurdo” a Roma il 20 ed il 21 marzo.
Il 20 marzo dalle ore 16.00, presso il Centro socio-culturale Ararat , al Campo Boario, Largo Dino Frisullo, a partire dalle ore 16.00, proiezione del docu-film “Dietro le Mura di Diyarbekir”, con la partecipazione del regista Maurizio Fontani Minella.Alle ore 17.30, seguirà la visione dello slide show “Una Montagna Nello Spazio Boario”, con la regista Eva Tomei dell’associazione Camera21, e con la presenza di Gianluca Peciola, già consigliere della Provincia di Roma, Ramazan Gunes, presidente del Centro Socio-culturale Ararat, Arturo Salerni, presidente di Europa Levante, Hevi Dilara, direttrice del Festival del Cinema Kurdo di Roma.
Alle ore 19.00, proiezione di un filmato sul significato del Newroz
Alle ore 20.30, Cenone di Capodanno (cena a sottoscrizione previa prenotazione)
Alle ore 21.00, balli e canti
A mezzanotte, il fuoco del Newroz
Il 21 Marzo al Teatro Valle Occupato in Via del Teatro Valle, 21 Roma, dalle ore 21,00 la poesia e le danze folkloristiche kurde con la musica ed i canti eseguiti da Ozan Dogan Biçen, Ozan Servet, Mem ù Zinè Botani.
Ingresso libero.

Milano, lo sgombero a Porta Romana. Naga: “Erano 100 stranieri. Serve una soluzione” | Autore: i. borghese da: controlacrisi.org

Milano, Porta Romana. Questa mattina è stato sgomberato lo scalo dove vivevano da diversi anni, all’aperto, circa cento cittadini stranieri, la maggior parte di loro titolari di protezione.

Le persone oggi sono state trasferite al “Centro Aiuto Stazione Centrale”, che gestisce il piano emergenza freddo.

”Da anni – dichiarano i volontari del Naga che hanno assistito i cittadini stranieri che vivevano nella zona- l’area dismessa dalle
Ferrovie dello Stato a Porta Romana a Milano era diventata rifugio di un gruppo di migranti, rom, richiedenti asilo, titolari di protezione e senzatetto di varie nazionalita’. I primi a occuparla furono eritrei e sudanesi e nel corso degli anni ad essi si sono aggiunti afghani, pakistani e maghrebini”.

Dal Naga sottolinenano che negli ultimi tempi “si stimavano circa 100 presenze, le condizioni di vita erano inaccettabili e costringevano i cittadini stranieri a vivere e a rivivere quotidianamente la negazione dei loro diritti, in uno stato di perpetuata vulnerabilita”’.

La risposta dei volontari è unica: “Chiediamo che sia trovata una sistemazione adeguata per tutte le persone sgomberate stamani, anche dopo la fine dell’emergenza freddo, una risposta finalmente strutturale per una situazione che non ha niente di emergenziale.
L’unica emergenza che abbiamo, infatti, sempre riscontrato e’ la mancanza di accoglienza”.

Il Naga monitorerà la situazione nelle prossime ore e “si augura di non dover piu’ intervenire, nella citta’ piu’ ricca d’Italia, a sostegno di cittadini stranieri costretti a vivere in aree infestate da insetti, topi, senza alcun servizio igienico e senza soluzioni alternative percorribili e stabili

Lombardia, la preoccupazione dei migranti per la leadership leghista | SOLIDARIETA’ – ITALIA da: controlacrisi.org

Con l’insediamento della nuova Giunta in Regione lombardia a guida leghista, crescono le preoccupazioni tra gli immigrati per un possibile giro di vite nei loro confronti da parte del Carroccio. In Lombardia i romeni sono quasi 175mila, la comunità più numerosa. In totale ci sono quasi un milione di immigrati che chiedono al nuovo governatore un segnale di dialogo. Ma il pessimismo è forte. Per Romulus Popescu, presidente dell’associazione Romeni in Italia, “ultimamente sono sempre piu’ i romeni che vengono messi in carcere, senza prove, in quanto tali. Non bisogna poi dimenticare -aggiunge- che la Lega Nord ha sempre sostenuto che noi romeni veniamo in Italia a rubare posti di lavoro. Ma non e’ cosi’, si fa solo del populismo”. Quanto a Maroni “non mi fido troppo di lui-spiega Popescu- perche’ prima ha fatto cadere la giunta Formigoni per poi prendere il suo posto. In ogni caso non posso giudicare ancora la sua giunta. Aspettiamo i primi provvedimenti e poi vedremo. Ritengo Maroni persona intelligente, che ha ben lavorato come ministro dell’interno e del lavoro. Spero solo -osserva- non si affidi troppo alle idee di Salvini”.

L’associazione guidata da Popescu si occupa principalmente di solidarieta’ e di iniziative culturali: “abbiamo sempre lavorato bene con la giunta Formigoni, cosi’ come con il sindaco Pisapia e la Provincia di Milano. Mi auguro -conclude- di poterlo fare anche la nuova giunta guidata da Maroni”.

Astrit Cela di ‘Albania e futuro’, associazione di amicizia italoalbanese “”avendo conosciuto i vari Borghezio e altri un po’ di preoccupazione tra i nostri c’e'”.Certo e’, sottolinea Cela “sarebbe stato meglio se in regione avesse vinto il centrosinistra. Con il Comune di Milano -osserva- abbiamo un ottimo rapporto. Speriamo lo si possa instaurare anche con la Regione. Pensavamo ci potesse essere un cambiamento con la candidatura di Ambrosoli -conclude- ma purtroppo cosi’ non e’ stato e per questo, con la Lega al governo della Lombardia, un po’ di preoccupazione c’e'”. “C’e’ da dire -prosegue Cela- che la Lega spesso e volentieri ci ha usato per conquistare voti. Speriamo si rendano invece conto che anche noi possiamo essere una risorsa per la Lombardia. Certo e’ -conclude- che non vogliamo piu’ essere utilizzati ed e’ per questo che chiederemo un incontro con la nuova Giunta”. La comunita’ albanese, con 120mila presenze, e’ la terza in Lombardia preceduta da quella marocchina che conta 134 mila presenze.

A Bergamo la Toubkal, associazione di marocchini fondata nel 2005, organizza ogni mese incontri e dibattiti con diverse associazioni e categorie per parlare di integrazione “e ci piacerebbe -spiega il referente dell’associazione Abdellah Krik- poterlo fare anche con alcuni esponenti della Lega”. “Certo -osserva- nessun immigrato e’ contento di come lavora la Lega ma siamo in un Paese democratico e ognuno e’ libero di pensarla come vuole. Vorrei pero’ ricordare -conclude- che gli italiani sono stati per anni e anni un popolo di immigrati”.

Quanto ai tunisini, che nel nord italia sono circa 65mila “la preoccupazione e’ latente -spiega Ouejdane Mejri, presidente dell’associazione ‘Pontes’- anche perche’ preoccupati lo siamo ormai da piu’ di dieci anni. La Lega ha imposto le sue politiche negli ultimi decenni -sottolinea- e non riusciamo a pensare come possa andare peggio. Non vediamo alcuna propensione ad aprire con noi un dialogo -conclude- ma questo succedeva anche con la Giunta Formigoni”.

Immigrati, rischio di morire sul lavoro +50% rispetto a quello degli italiani-SICUREZZA SUL LAVORO – ITALIA-da: controlacrisi.org

Sono i lavoratori stranieri a correre più rischi rispetto ai loro colleghi italiani in relazione agli infortuni. Uno dei motivi principali è che sono proprio gli immigrati vengono messi a lavorare in settori piu’ “pericolosi”, tra questi quello delle costruzioni.

Il rischio di morire sul lavoro, dunque, per uno straniero diventa superiore del 50% rispetto a quello di un lavoratore italiano.
Questo è quanto emerge da un convegno dell’Anmil, che questa mattina ha presentato il progetto “Cis – Cultura Integrazione Sicurezza”, realizzato dall’associazione insieme all’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) e finanziato dal Ministero del
Lavoro e delle Politiche sociali.

“Gli infortuni sul lavoro occorsi ai lavoratori stranieri – e’ stato spiegato – costituiscono solo il 15,9% del totale nazionale, ma il tasso medio di incidenza infortunistica relativo agli immigrati è stimato pari a circa 40 infortuni per mille occupati rispetto a un tasso di 30 infortuni ogni mille occupati registrato tra gli italiani.  Il consistente divario tra le due percentuali è legato in primo luogo al fatto che gli stranieri sono occupati in prevalenza in settori ad alto rischio come l’edilizia, la metallurgia e l’agricoltura, ma un forte ruolo, sottolinea l’Anmil, lo giocano le difficoltà di comunicazione e comprensione sul posto di lavoro.  In questo senso, l’approccio metodologico proposto dal progetto Cis – basato su corsi di formazione per l’insegnamento della lingua italiana e del linguaggio della sicurezza – sembra proporre, dicono, un modello valido ed efficace per la sicurezza dei lavoratori stranieri”.

Per gli infortuni mortali degli stranieri, negli ultimi anni è stata registrata una crescita fino al 2008 a cui segue una flessione sensibile per gli anni successivi.
Gli infortuni mortali degli stranieri sul totale nazionale risulta in crescita dal 16,8% del 2007 al 17,6% del 2011. Il divario a sfavore degli stranieri è più pesante considerando il tasso di incidenza degli infortuni mortali, pari a 0,06 casi mortali per mille occupati contro lo 0,04 dei lavoratori italiani.

Romania, Marocco e Albania, sono e nell’ordine, le comunità straniere che subiscono il numero maggiore di infortuni. Nel 2011 queste tre comunità hanno totalizzato da sole più del 40% di tutti gli infortuni a lavoratori stranieri. Se si considerano solo i casi mortali, la percentuale cumulata dei tre Paesi arriva al 51,5%.