L’insufficienza del PD. Intervista a Maurizio Landini | Fonte: il manifesto | Autore: Daniela Preziosi

Intervista a Maurizio Landini : «Il voto impone un rinnovamento anche al sindacato. Resto con le tute blu, se sarò votato. Ma contribuirò alla discussione in Cgil»

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Segretario Landini, partiamo da un dato: secondo gli istituti di ricerca il centrosinistra è al terzo posto nel voto operaio, dopo M5S e persino dopo il Pdl. In alcuni quartieri operai di Torino Grillo ha fatto il pieno. Come interpreta questo dato?
È una conferma che quello di febbraio è stato innanzitutto un voto contro le politiche del governo Monti. Un voto che chiede un cambiamento. Già a giugno la Fiom aveva organizzato un incontro con tutti i segretari del centrosinistra, e non solo. In quella sede dicemmo: c’è un vuoto, in questi anni il lavoro non è stato rappresentato. C’è bisogno di chi difenda i diritti di chi lavora e dei giovani che cercano lavoro. Perché il voto di cui si parla non l’hanno dato solo gli operai ma anche i giovani, i precari, le partite Iva. (Parla Maurizio Landini, segretario della Fiom, corteggiatissimo dalla sinistra prima del voto come ‘federatore’. A tutti ha risposto no, rivendicando il ruolo e l’autonomia del sindacato).

Una domanda di cambiamento interpretata da Grillo. Ma Grillo è lontano dalle posizioni dei sindacati, per usare un eufemismo: ne ha dichiarato esaurito il ruolo.
Non c’era bisogno di Grillo per prendere atto di una crisi della rappresentanza politica e anche di quella sindacale. Il problema non è correre dietro Grillo. Il punto è che i sindacati, in questo caso parlo per la Fiom e la Cgil, debbono ritrovarsi. Cioè democratizzarsi. Un lavoratore dipendente può votare alle elezioni, alle primarie se vuole, ai referendum, per il sindaco, per il presidente di regione. L’unico posto in cui non ha diritto di votare è in fabbrica: lì non può eleggere i suoi delegati. Per Fiat e Federmeccanica chi non è d’accordo non ha diritto di esistere. Così però anche sui contratti: nella maggioranza dei luoghi di lavoro la democrazia non c’è e i sindacati non garantiscono né sono portatori di questa domanda. E vista la tendenza delle imprese a rendere aziendali i rapporti, alla lunga, il rischio è che salti il sindacato. A questa crisi della rappresentanza il sindacato non può rispondere ‘io non c’entro’. Poi c’è il rinnovamento delle politiche sindacali: da tempo penso che ci debba essere da un lato l’universalizzazione degli ammortizzatori sociali: la cassa integrazione e le forme di tutela dalla disoccupazione debbono essere estese a tutti; oggi così non è per esempio nelle aziende artigiane, del commercio, per tanti precari. Dall’altra bisogna introdurre forme di reddito di cittadinanza sia per garantire il diritto allo studio sia per tutelare chi perde il lavoro o ha finito gli ammortizzatori e lo sta cercando. Un altro dramma sociale che già c’è: ci sono centinaia di migliaia di precari che non hanno tutele e milioni di persone sta per scadere la cassa, o la cassa in deroga.

M5S propone il reddito minimo al posto della cassa integrazione.
Non sanno di quello di cui parlano. Come avviene in Europa, il reddito di cittadinanza deve essere sostenuto dalla fiscalità generale. Ma la cassa integrazione, e questo in troppi non lo sanno, non è pagata dai soldi pubblici, ma da quelli dei lavoratori e delle imprese. Per estenderla è sufficiente che i lavoratori e le imprese che non ce l’hanno paghino un contributo per averla. È un’idea di riforma in senso europeo.
Serve una riforma degli ammortizzatori sociali. A maggio iniziano a scadere la cassa integrazione. Tutto questo rende necessario un governo in carica?
Qualsiasi persona di buon senso, per la crisi che c’è in questo paese, con il rischio che il sistema industriale salti – non c’è giorno che un’impresa non dichiari esuberi, di chiudere o di trasferirsi – sente la necessità di un governo che governi. Bisogna bloccare i licenziamenti, ridurre l’orario, fare politiche industriali che riguardano la Finmeccanica, la Fiat la siderurgia, la piccola e media impresa. Ma non mi voglio sostituire né al parlamento né alle istituzioni cui spetta questa discussione. Ognuno si assumerà le sue responsabilità di fronte al paese.

Sta dicendo che è preferibile non tornare al voto? M5S dice che non appoggerà il governo Bersani. Tira aria di un nuovo governo tecnico, o di larghe intese.
No, sto dicendo che c’è bisogno di un governo che cambi le politiche che fatte da Berlusconi e Monti. Non sta a me decidere se è meglio tornare o no al voto. Il paese ha problemi enormi, bisogna trovare le soluzioni. I governi tecnici non esistono, lo ha dimostrato Monti. Ci vuole un governo che cambi. Un governo per continuare la linea Monti sarebbe un danno per l’Italia e per i lavoratori. Il 30 per cento degli italiani non è andato a votare. Sommato al resto, siamo di fronte al fatto che la maggioranza del paese reale non si riconosce nelle classiche rappresentanze politiche. È un segnale di cambiamento epocale per tutti. Noi della Fiom in queste ore stiamo scrivendo a tutti gli eletti per indicare quelle che secondo noi sono le priorità del mondo del lavoro.

Quali sono?
Lo dicevo prima: cancellare le leggi che hanno aumentato la precarietà, cancellare l’art.8 della legge Sacconi, una legge sulla rappresentanza, politiche industriali, incentivi alla riduzione dell’orario di lavoro, blocco dei licenziamenti.

Quello che lei dice è negli 8 punti di programma del governo ‘di combattimento’ di Bersani? Riformulo la domanda: il programma Bersani per lei rappresenta un inizio?
Noto che non c’è nulla sulle leggi sul lavoro, non c’è l’impegno su una legge sulla rappresentanza, né contro l’art. 8, non si dice nulla sulla riforma Fornero, né il blocco dei licenziamenti. Senza un piano straordinario di investimenti pubblici e privati non si creano posti di lavoro, trovando le risorse con una patrimoniale. Ragionamenti di questa natura vanno affrontati immediatamente.

Il centrosinistra per i sindacati rappresenta sempre la tentazione del ‘governo amico’. Oggi c’è questo rischio nella Cgil?
La scarsa autonomia in questi anni è stato uno dei problemi di tutti i sindacati. Il sindacato non dev’essere di governo o di opposizione. Dev’essere un soggetto democratico, perché costruisce le sue proposte con i lavoratori. E autonomo, che giudica un governo per quello che fa. È anche questo il cambiamento di cui parlo.

Se lei non fosse il segretario Fiom firmerebbe l’appello ‘facciamolo’ della sinistra per chiedere a Grillo di votare il governo Bersani?
Sono il segretario generale della Fiom. Non ho dato né indicazioni di voto né fatto scelte che potevano mettere in discussione il mio ruolo. Finché lo sono, continuerò così.

Ha intenzione di correre per la segreteria confederale della Cgil?
Ho intenzione di ricandidarmi a fare il segretario della Fiom, se mi eleggerano. Penso che nella Cgil ci sia bisogno di una discussione strategica vera e democratica. E da segretario Fiom ho intenzione di dare un contributo a questa discussione nella Cgil. Che deve darsi strumenti, anche innovativi, per far partecipare realmente gli iscritti alle decisioni. Il congresso, tanto più oggi, non deve essere un’occasione semplicemente burocratica. E il problema non è solo come si sceglie il segretario.

Siracusa 17 marzo 2013: mostra fotografica “Momenti di vita Ebraica” di Giorgio Speciale

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Seconda riunione in preparazione della manifestazione del 25 Aprile-10 Aprile ore 17,30

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L’ANPI di Catania invita tutte le associazioni, sindacati, partiti alla seconda riunione preparatoria per il 25 APRILE.
la riunione si terrà il 10 Aprile alle ore 17.30  presso la sede dell’Arcigay via vittorio emanuele 245 catania.
Santina Sconza presidente provinciale ANPI

Il cordoglio di Napolitano e dell’Anpi per la scomparsa di Teresa Mattei da: ANPI NAZIONALE

Anpi in lutto e il cordoglio del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano per la morte di Teresa Mattei, partigiana combattente, protagonista della lotta per l’emanicipazione femminile.

”Ho appreso con animo commosso la notizia della scomparsa di Teresa Mattei, storica figura di coraggiosa partigiana e combattente per la liberazione del nostro Paese dalla barbarie nazifascista, che fu nel 1946 la piu’ giovane deputata eletta alla Assemblea Costituente”.Questa la dichiarazione del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato alla famiglia Mattei.

Che così prosegue: ”Nel solco di quella prima luminosa esperienza, ella è rimasta sempre coerente con gli ideali di libertà e di democrazia – ricorda il Capo dello Stato -. Nel lungo corso della sua esistenza si è dedicata con infaticabile impegno nell’affermare i diritti delle donne nella società e quelli dell’infanzia, in attuazione dei principi di quell’articolo 3 della Costituzione alla cui redazione aveva efficacemente contribuito. Giungano a tutti i familiari le mie condoglianze più sentite, insieme ai sentimenti di profonda riconoscenza per l’esempio che ha offerto di dedizione e di rigore nell’assolvimento dei suoi doveri”.

“Ci ha lasciato Teresa Mattei, partigiana combattente, Costituente, per anni componente della Presidenza onoraria dell’ANPI. Un lutto gravissimo per tutti i sinceri democratici e antifascisti: Teresa è stata il simbolo di una lotta autentica e appassionata per l’uguaglianza nei diritti di tutti i cittadini, senza alcuna distinzione: proprio l’articolo 3 della Costituzione porta la sua firma“. Questo l’inizio della nota di cordoglio diffusa dalla segreteria nazionale dell’Anpi.

“Una vita di battaglie, la sua, a cominciare dall’esperienza partigiana – fu valorosa  combattente nella formazione garibaldina Fronte della Gioventù con la qualifica di Comandante di Compagnia – fino all’attività nell’Assemblea Costituente, di cui a 25 anni fu la più giovane componente, alle battaglie successive per i diritti delle donne, per non dimenticare il suo impegno nell’educazione dei minori: fu lei a fondare  la Lega per i diritti dei bambini alla comunicazione che promosse in tutto il mondo campagne per la pace e la non violenza, come anche la Cooperativa di Monte Olimpino, la cui attività era tesa a far realizzare – in piena autonomia –  ai bambini delle scuole elementari e degli istituti per handicappati, dei documentari e cortometraggi. Alcuni di questi furono ospitati nel 1969 dalla mostra del Cinema di Venezia.
Il cinema, una passione che l’ha accompagnata per anni. Ma la più grande fu forse quella per i giovani. La trasmissione della memoria alle nuove generazioni è stata un’altra “battaglia” che ha segnato buona parte della sua esistenza. Memoria attiva, che guarda al futuro. Ci piace oggi ricordare e riportare uno dei suoi ultimi messaggi – accorato, pieno di senso di responsabilità e tenacia morale seppure pronunciato con voce ormai flebile –  rivolto ai giovani dell’ARCI di Mesagne (Brindisi): “Siete la nostra speranza, il nostro futuro. Custodite gelosamente la Costituzione. Abbiamo bisogno di voi in modo incredibile. Cercate di fare voi quello che quello che noi non siamo riusciti a fare: un’Italia veramente fondata sulla giustizia e sulla libertà”.
“Porteremo con noi – e non cesseremo mai neanche un giorno di trasmetterla alle ragazze e ai ragazzi – la forza di queste parole, la loro carica di futuro e di limpido e inossidabile amore per il Paese”.

Il Cordoglio dell’ANPI Nazionale per la scomparsa di Teresa Mattei

Ci ha lasciato Teresa Mattei, partigiana combattente, Costituente, per anni componente della Presidenza onoraria dell’ANPI.

Un lutto gravissimo per tutti i sinceri democratici e antifascisti: Teresa è stata il simbolo di una lotta autentica e appassionata per l’uguaglianza nei diritti di tutti i cittadini, senza alcuna distinzione: proprio l’articolo 3 della Costituzione porta la sua firma.

Una vita di battaglie, la sua, a cominciare dall’esperienza partigiana – fu valorosa  combattente nella formazione garibaldina Fronte della Gioventù con la qualifica di Comandante di Compagnia – fino all’attività nell’Assemblea Costituente, di cui a 25 anni fu la più giovane componente, alle battaglie successive per i diritti delle donne, per non dimenticare il suo impegno nell’educazione dei minori: fu lei a fondare  la Lega per i diritti dei bambini alla comunicazione che promosse in tutto il mondo campagne per la pace e la non violenza, come anche la Cooperativa di Monte Olimpino, la cui attività era tesa a far realizzare – in piena autonomia –  ai bambini delle scuole elementari e degli istituti per handicappati, dei documentari e cortometraggi. Alcuni di questi furono ospitati nel 1969 dalla mostra del Cinema di Venezia.

Il cinema, una passione che l’ha accompagnata per anni. Ma la più grande fu forse quella per i giovani. La trasmissione della memoria alle nuove generazioni è stata un’altra “battaglia” che ha segnato buona parte della sua esistenza. Memoria attiva, che guarda al futuro. Ci piace oggi ricordare e riportare uno dei suoi ultimi messaggi – accorato, pieno di senso di responsabilità e tenacia morale seppure pronunciato con voce ormai flebile –  rivolto ai giovani dell’ARCI di Mesagne (Brindisi): “Siete la nostra speranza, il nostro futuro. Custodite gelosamente la Costituzione. Abbiamo bisogno di voi in modo incredibile. Cercate di fare voi quello che quello che noi non siamo riusciti a fare: un’Italia veramente fondata sulla giustizia e sulla libertà”.

Porteremo con noi – e non cesseremo mai neanche un giorno di trasmetterla alle ragazze e ai ragazzi – la forza di queste parole, la loro carica di futuro e di limpido e inossidabile amore per il Paese.

 

LA PRESIDENZA E SEGRETERIA NAZIONALE ANPI

Un governo scaduto si accanisce sulla scuola | Fonte: il manifesto | Autore: Giuseppe Aragno da: controlacrisi.org

La delibera che introduce “il merito” nel giudizio ministeriale sulla scuola è la maschera del mercato, l’ultimo regalo del tecnico. Negli Usa il 97 per cento dei genitori ha contestato i test standard È uno strano neonato, un figlio illegittimo di incontri clandestini tra destra reazionaria e furore ideologico di un tecnico del capitale. Nato venerdì scorso, è stato battezzato come vuole una prassi ormai consolidata: «Consiglio dei Ministri, Decreto numero 72 dell’8 marzo 2013». Ligio al dovere, il Sole24Ore ha annunciato il lieto evento con l’impareggiabile faccia tosta padronale: il governo “scaduto”, infatti, per il giornale di Confindustria, non solo ha «acceso il semaforo verde definitivo» per dare il via libera a una delibera ormai indifferibile, ma ha anche risposto all’ansiosa attesa della scuola. Si direbbe quasi che gli insegnanti, consapevoli d’essere incapaci, sfaticati e convinti di aver perciò meritato i tagli , i mancati investimenti, le classi pollaio, le campagne di stampa sui fannulloni e il discredito dovuto alle dichiarazioni dei loro ministri, non attendano altro che il giorno del giudizio. La scuola, pervasa finalmente di spirito cristiano, si sarebbe ormai attestata sul religioso principio della rassegnazione: quando riceve un ceffone, porge l’altra guancia e a suon di botte s’è rimbecillita.
Per il “governo dell’ordinaria amministrazione” – e la stampa che ancora lo sostiene – il decreto era necessario, perché, si racconta, se i ministri non l’avessero varato, la scuola non avrebbe più avuto accesso ai fondi europei. A guidare il sistema d’ora in avanti penserà l’Invalsi; il ministro parla ovviamente di “autovalutazione” e mette in ombra la via prescelta, controllata invece da nuclei esterni, incaricati di intervenire sui percorsi di miglioramento dell’apprendimento e, di fatto, sul funzionamento delle scuole.
In realtà, mentre l’esito delle elezioni politiche dimostra chiaramente che il paese non si fida degli uomini chiamati a governarlo senza consultazioni elettorali e dei partiti che si sono assunti la grave responsabilità storica di appoggiarli, le scuole della repubblica sono ora obbligate a rispondere delle inevitabili conseguenze dell’incompetenza ministeriale.
Da settembre personale amministrativo, docenti e dirigenti scolastici dovranno render conto a un’agenzia esterna (che ha già dato pessima prova) e, non bastasse, a genitori trasformati in acquirenti del “prodotto scuola” immesso sul “mercato”. Ciò, a prescindere dal contesto in cui essi operano, dal peso insostenibile delle scelte politiche di chi ha governato e, per finire, dalle responsabilità non di rado decisive delle famiglie stesse nel fallimento scolastico degli alunni. Tra le più velenose novità, il decreto presenta, infatti, la «Rendicontazione sociale delle istituzioni scolastiche», che ha un significato chiaro ed grave: diagnosi e terapia dell’agenzia esterna chiamata a valutare sono verità di fede scientificamente provate e non si discutono, sicché a cuor leggero il ministero, giunto il momento delle iscrizioni, renderà pubblico il presunto valore delle istituzioni scolastiche prima e dopo la cura, in modo che «la diffusione dei risultati raggiunti, attraverso indicatori e dati comparabili», consenta alle famiglie di scegliere le scuole migliori.
Non è difficile capirlo: per la libertà d’insegnamento il colpo è mortale. In questo senso, lo scontro che si è aperto l’anno scorso tra docenti e autorità scolastiche negli Usa, che della valutazione “marca Profumo” sono la patria, è molto indicativo. La pietra dello scandalo, infatti, l’origine della protesta, è stata l’imposizione di test standardizzati che hanno determinato il proliferare di società pronte a far profitto valutando il “merito” a scapito del tempo dedicato alla formazione di coscienze critiche. Quando si è giunti a impegnare per le prove qualcosa come dieci giorni di un anno di scuola, i docenti hanno manifestato il sospetto fondato che una valutazione così concepita punti a cancellare la scuola vera, quella che anche negli Usa è l’unica, grande opportunità di riscatto sociale e di crescita civile.
Di fronte a un sistema che produce profitti per le minoranze e nega diritti alla collettività, la protesta è montata e non si è mai veramente spenta. Le molte classi mandate allo sfascio, le pretese arbitrarie e gli incontrollabili abusi di meccanismi in grado di controllare e allo stesso tempo sfuggire ai controlli, hanno alimentato timori fondati di una crisi irreversibile del sistema formativo, All’ordine del giorno sono così rapidamente giunte le vicende sintomatiche di ottimi docenti licenziati in nome di un sospetto “svecchiamento”; docenti che, guarda caso, erano proprio quelli che godevano della maggior fiducia di genitori, studenti e collettività e avevano con ogni probabilità un solo demerito: pensavano e inducevano a pensare. Nella scorsa primavera, quando sono stati resi noti i risultati dei test e le scuole ritenute a “basso rendimento” – “scheletri” secondo i Soloni che popolano l’equivalente dell’Invalsi statunitense – hanno conseguito i punteggi più alti, un sondaggio ha rivelato che il 97 % dei genitori boccia la sedicente “modernizzazione” e i miracoli della decantata “oggettività anglosassone”. Una “oggettività” così cieca e sospetta, da fare della globalizzazione l’occasione per un furto di diritti che è ormai sotto gli occhi di tutti .
La verità purtroppo è più semplice e terribilmente più grave di quanto lasci intendere la stampa padronale: il governo Monti, che non è nato da elezioni e non è caduto in parlamento, perché quando s’è ritenuto sfiduciato è andato a dimettersi al Quirinale, ha concluso in modo coerente ma onestamente penoso la sua vita costituzionalmente anomala. L’otto marzo del 2013 va ricordato col lapillo nero: un consiglio dei ministri “scaduto” e il suo presidente mai eletto, tecnico e allo stesso tempo leader di un partito politico bocciato senza appello dagli elettori, hanno ritenuto di procedere all’approvazione di un decreto che non aveva alcun carattere d’urgenza.
D’accordo, le nuove Camere non si sono ancora riunite, ma ciò non abilita un organismo già morto, come di fatto è il governo Monti, ad un esercizio normale dei poteri. E’ vero il contrario: il limite invalicabile della sua facoltà d’intervento è la contingenza straordinaria.
Questo governo, nato fuori dalla Costituzione e seccamente liquidato dagli elettori, che lo hanno impietosamente stroncato assieme ai partiti che lo sostenevano, non mette limiti all’indecenza. Il sistema di valutazione della scuola poteva attendere. Urgente è, se mai, la necessità di rimediare all’estrema arroganza di Monti e dei suoi ministri e c’è da augurarsi che il Presidente Napolitano provveda a ricondurre il suo ex pupillo al rispetto della sbandierata “sovranità popolare”.

Sepúlveda: non in nome del Cile | Fonte: il manifesto | Autore: Geraldina Colotti

Lo scrittore Luis Sepúlveda ha inviato una lettera all’ambasciatore cileno in Italia per comunicare che non intende rappresentare il Cile alla Fiera del Libro di Torino, quest’anno dedicata appunto al paese latinoamericano. Questo non significa che lo scrittore non sarà presente al Salone del libro: Sepulveda presenterà, infatti, il suo ultimo libro duranti la kermesse torinese. La sua decisione nasce dalla volontà di manifestare nuovamente la solidarietà dello scrittore cileno con gli indigeni mapuche, che lottano per rientrare in possesso delle loro terre ancestrali.
Sepulveda – uno degli scrittori di lingua spagnola più letto e tradotto in Europa – ha manifestato più volte il suo appoggio con le mobilitazione dei nativi, il cui nome in lingua mapudungun vuol dire «gente della terra». Già nel 2011, durante uno sciopero della fame portato avanti dai prigionieri mapuche per 88 giorni, Sepulveda aveva sostenuto gli indigeni.
Quasi il 9% dei 17 milioni di cileni è di origine mapuche, eppure il razzismo nei confronti di questo popolo è ben lontato dal finire. Da sempre hanno vissuto lungo il fiume Bío-Bío, ma ormai sono confinati nel 5% di quel territorio. Tra i mapuche, il tasso di indigenza raggiunge il 22,9% (contro il 14,4% esistente nel resto del paese) e quello della disoccupazione sfiora il 7%.
Oggi cercano di resistere alle grandi imprese del legno e dell’agro-business che depredano i loro territori e spesso impediscono l’accesso all’acqua. Vengono perseguiti in base a una «legge anti-terrorista», imposta nell’84 dal dittatore Augusto Pinochet e mai venuta meno né con i governi di centro-sinistra, né con la destra, al potere dal marzo 2010.
I mapuche che cercano di recuperare i propri territori, vengono accusati di incendio o devastazione è condannati a pene durissime durante processi in cui l’accusa produce testimoni mascherati, impossibili da contestare. Periodicamente, i mapuche cercano un dialogo con il governo, finora sempre disatteso. Lo scorso gennaio si è tenuto un vertice delle comunità, a cui è stato invitato anche il presidente del Cile, il miliardario Sebastian Piñera: il quale non si è fatto vedere, ma ha inviato due rappresentanti. I mapuche chiedono la smilitarizzazione dei loro territori e la restituzione delle terre. A febbraio, un nutrito gruppo di comunità ha deciso che, di fronte al persistere della repressione e alle decisioni «unilaterali» prese dal governo potrebbe dichiarare l’autonomia amministrativa delle regioni.

Lavoro: CGIL presenta guida ‘In-flessibili’, includere atipici e precari nella contrattazione | Fonte: cgil da: controlacrisi.org

Un esercito di persone, costituito da oltre quattro milioni di lavoratori precari e atipici, a cui va aggiunto un milione di professionisti, lavora in Italia in assenza totale di tutele. Una mole tale che impone al sindacato “di contrapporsi a un tale spreco di energie e di mortificazione di talenti”. Per farlo “deve fermarsi ed ascoltare chi vive in questa odiosa condizione, a partire dalla realtà giovanili e professionali più organizzate, condividere con loro l’analisi sociale e elaborare insieme percorsi concreti di cambiamento e emancipazione”. E’ tutto nella prefazione scritta dai segretari confederali della CGIL, Elena Lattuada e Fabrizio Solari, il significato del libro “In-Flessibili. Guida pratica della CGIL per la contrattazione collettiva e inclusiva e per la tutela individuale del lavoro”, edito Ediesse, presentato oggi a Roma da Aldo Bonomi (sociologo e direttore Aaster), Franco Martini (segretario generale FILCAMS CGIL),Elena Lattuada (segretaria confederale Cgil), Franco Liso (prof. Di Diritto del Lavoro alla Sapienza Università di Roma)! Gaetano Stella (presidente di Confprofessioni).

La definizione di un modello contrattuale che sia “inclusivo” è infatti al centro della riflessione della CGIL e parte da una affermazione del segretario generale, Susanna Camusso, riportata nella quarta di copertina: “Riconosco che abbiamo sbagliato – si legge – a non usare la forza collettiva dei più garantiti per difendere anche le persone senza contratto o con un contratto atipico. Bisogna continuare a domandarsi dove si è infranta la solidarietà tra i lavoratori stabili e non stabili, e quando ci si è rassegnati all’idea che i contratti non fossero più il luogo dove definire norme per il mercato del lavoro”. Parole che, ha ricordato Lattuada nel corso della presentazione, “hanno aperto da tempo una discussione all’interno della CGIL, per porre al centro l’inclusione e l’allargamento delle tutele, e che hanno già determinato primi risultati”. Il riferimento della dirigente sindacale è relativo all’accordo sottoscritto tra Unirec (Unione nazionale impresa a tutela del credito) e sindacati, che guarda a circa 200 aziende e oltre 16 mila addetti, e che “ha chiarito meglio la differenza fra lavoro autonomo e dipendente, impedendo gli abusi e consentendo di utilizzare correttamente le collaborazioni”.

La CGIL ribadisce così la “centralitàdella contrattazione: affidare cioè a quest’ultima, anziché alla legge, la sperimentazione della regolazione di forme di lavoro”, ha affermato Lattuada sottolineando la volontà del sindacato di svolgere “una forte azione contrattuale inclusiva per tutti i lavoratori, a prescindere dalle modalità di lavoro utilizzate”. Ed è su questo versante che la Guida viene in soccorso, mettendo in luce le varie fasi della contrattazione, i possibili abusi, i punti di forza su cui innestare la contrattazione per professionisti ed atipici, ma anche i punti critici ai quali fare attenzione. Un vero e proprio testo di orientamento quindi che fornisce anche un’ampia informazione sulle forme contrattuali atipiche e sui cambiamenti intervenuti con la recente riforma del mercato del lavoro, come anche sugli aspetti previdenziali e fiscali utili da conoscere.

Nel volume infine si trovano modelli e suggerimenti su come gestire la contrattazione collettiva inclusiva sul lavoro atipico e professionale, ed esempi su come redigere gli accordi collettivi e individuali che riguardano lavoratori con partita Iva o con contratto a progetto

Il governo blocca il Muos di Niscemi, ma il movimento non si fida | Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Mazzeo

SICILIA Il futuro è appeso ai risultati di uno studio «indipendente». Sotto accusa i dati ancora top secret sulla pericolosità del sistema satellitare Usa MESSINA. Non sarà né il nuovo governo né il parlamento a decidere le sorti del Muos che le forze armate Usa intendono installare a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, ma un «organismo tecnico indipendente». Lo ha riferito Mario Monti a conclusione del faccia a faccia con il governatore della Sicilia, Rosario Crocetta. Oggetto: l’installazione nell’isola di uno dei terminali terrestri del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare che consentirà al Pentagono di gestire le future operazioni di guerra a livello globale.
«Abbiamo esaminato la situazione creatasi con il Muos di Niscemi, con il protrarsi di problematiche per l’ordine pubblico che rischiano di compromettere il funzionamento quotidiano di una base Nato a valenza strategica», ha spiegato il governo annunciando – «in risposta alle preoccupazioni delle popolazioni riguardo all’impatto sull’ambiente e la salute» – di affidare all’Istituto Superiore della Sanità o altro istituto dell’Oms uno studio approfondito sulle emissioni elettromagnetiche delle antenne, anche in caso di utilizzo alla massima potenzialità degli impianti. E in attesa delle analisi, c’è l’impegno a non procedere con i lavori d’installazione delle parabole. «Ovviamente è stato confermato l’impegno ad assicurare il rispetto della legalità per garantire il regolare accesso del personale in servizio presso la base Nato di Sigonella, secondo quanto previsto dagli accordi internazionali», minaccia però il presidente del consiglio. Peccato che il movimento No Muos si è limitato a bloccare solo i cancelli della stazione di telecomunicazione di Niscemi che, secondo l’accordo tra Italia e Stati Uniti, è classificata però «ad uso esclusivo» delle forze armate Usa.
Per l’assessore all’ambiente della Regione, Mariella Lo Bello, la scelta di Monti è una «vittoria» per la Sicilia. «L’idea iniziale del governo non era quella di sospendere i lavori, bensì che continuassero». Era stata proprio la giunta Crocetta a suggerire di subordinare il proseguo dei lavori al parere scientifico dell’Iss, anche se i professori Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu del Politecnico di Torino hanno certificato l’insostenibilità ambientale del Muos e le gravissime lacune e le omissioni degli studi delle autorità Usa e degli accademici siciliani contattati dall’ex presidente Raffaele Lombardo. Oggi, lo stesso Zucchetti esprime perplessità per la decisione del governo. «Affidare a un organismo indipendente il futuro del Muos è una manovra pericolosissima – afferma lo studioso – Non ci sarebbe da stupirsi che alla fine l’Iss o qualche altro dichiari la non pericolosità del sistema. Per questo è indispensabile che i dati di partenza e le specifiche del Muos – sino a oggi top secret – siano resi pubblici prima che il nuovo studio parta, in modo che siano oggetto di verifica da parte della comunità scientifica».
Assai perplesso anche il presidente della Commissione ambiente della Regione siciliana, Giampiero Trizzino. «Le risultanze emerse durante le audizioni tecniche da noi tenute sono più che esaustive, relativamente agli effetti nocivi sulla salute delle antenne del Muos», dichiara l’esponente di M5S. «Non vorremmo che si trattasse in realtà di un passo indietro e che alla fine si pervenisse alla revoca della revoca delle autorizzazioni, che ci aspettiamo, invece, diventi operativa il 17 marzo come comunicatoci dal presidente Crocetta».
Ancora più critici i rappresentanti del movimento che si oppone all’installazione del sistema satellitare. «Proviamo sconcerto per l’atteggiamento del moderno Ponzio Pilato nostrano», afferma Concetta Gualato delle Mamme No Muos di Niscemi. «Quello che si temeva è successo, il passaggio della palla dal governo siciliano a quello nazionale, il tutto per tutelare i diritti di altri ma non degli italiani». A respingere l’ipotesi di ulteriori studi è pure il Coordinamento regionale dei Comitati No Muos. «Non ci fidiamo assolutamente dell’obiettività di autorità scientifiche indipendenti, spesso sensibili alle pressioni del complesso militare industriale – spiega Alfonso di Stefano – Mentre nella base Usa di Niscemi lavoravano ditte sprovviste della certificazione antimafia, si negava invece l’accesso all’Arpa, l’agenzia per la protezione dell’ambiente, boicottandone le misurazioni».
I No Muos continuano a presidiare i cancelli della stazione di telecomunicazione di contrada Ulmo, pronti a riprendere i blocchi stradali nel caso in cui dovessero ripartire i lavori. Per sabato 30 marzo è stata indetta una grande manifestazione nazionale a Niscemi per chiedere al nuovo governo di revocare in via definitiva le autorizzazioni. «Forse a Roma si sperava di disinnescare il nostro appuntamento», spiega Peppe Cannella, esponente dei comitati siciliani.

La fiducia nella Costituzione | Fonte: il manifesto | Autore: Massimo Villone

Vent’anni di berlusconismo ci hanno mostrato come per qualcuno la Costituzione sia un fastidioso impedimento. Una cattiva tradizione, che pare continui. A quanto è dato sapere, per M5S nel post-voto il Capo dello Stato potrebbe semplicemente non fare, prolungando le consultazioni sine die, e lasciando nel frattempo in carica il governo Monti senza voto parlamentare sulla fiducia.
Il tutto per il tempo necessario ad approvare alcune leggi. In tal modo avremmo in carica un governo senza fiducia, limitato agli affari correnti. Questo non-governo favorirebbe il lavoro parlamentare sulle riforme.
Indubbiamente, il governo Monti è – allo stato – un governo senza fiducia. Come sarebbe senza fiducia qualunque governo oggi formato fino al voto delle nuove Camere ai sensi dell’art. 94 Cost. E ancora sarebbe senza fiducia il governo di nuova formazione se quel voto fosse negativo. Il passaggio nelle urne ovviamente azzera sotto ogni profilo il rapporto fiduciario, e dopo un turno elettorale qualunque governo è intrinsecamente e geneticamente senza fiducia. Una condizione che viene cancellata solo dall’approvazione di una mozione di fiducia. È l’effetto della verginità politica – si fa per dire – delle Camere appena elette. M5S potrebbe determinare la sfiducia a qualsiasi governo, disponendo in Senato di un pacchetto di voti a tal fine sufficiente. In specie, potrebbe sommare i propri voti contrari a quelli del Pdl e negare la fiducia a un esecutivo Bersani.
In che sarebbe diversa la condizione giuridica di un ipotetico governo Monti imbalsamato in carica rispetto a quella di un governo Bersani o di chiunque altro, prima della fiducia o dopo il diniego di fiducia? In niente. Tutti sarebbero governi senza fiducia. E allora perché M5S insiste per Monti, e non si orienta piuttosto a negare la fiducia, e giungere al medesimo risultato con un nuovo governo? Semplice. Perché M5S vuole evitare il voto in sé. E se ne capisce la ragione. M5S ha dichiarato che non voterà la fiducia ad alcun governo, ed in specie a Bersani. Ma forse qualcuno capisce che questo può portare a nuove elezioni a breve, rimanendo su M5S il marchio di mettere a rischio il paese giocando allo sfascio. Il prezzo politico potrebbe essere alto.
Meglio evitare il voto di fiducia, guadagnare tempo e magari intestarsi la medaglia di chi ha costretto tutti a fare riforme mai davvero volute. Ovviamente, le altre forze politiche hanno un interesse esattamente opposto.
Strategia comprensibile per M5S. Certo, somiglia ai contorti passi di danza partitocratica della prima Repubblica. Ma forse non tutti li ricordano, e nemmeno importa. Chiediamoci però se sia una strategia costituzionalmente corretta.
Non lo è. La chiara assunzione di responsabilità è ragione fondamentale della “razionalizzazione” della forma di governo disegnata dall’art. 94 della Costituzione. Tempi brevi per la presentazione del nuovo governo alle Camere, mozione motivata, appello nominale servono appunto a sollecitare e a chiarire chi fa cosa, e perché. Ed è evidente che l’interlocutore è il popolo sovrano, piuttosto che gli attori politici, che certo non hanno bisogno di spiegazioni. Per questo l’art. 94 Cost. è l’architrave della responsabilità politica nel nostro ordinamento costituzionale. Perché è ancora ovvio che il tutto serve non solo a reggere l’ordinario funzionamento delle assemblee, ma anche a fornire elementi di valutazione agli elettori per il ricorso alle urne. E non si può secondo Costituzione strumentalmente evitare il voto parlamentare al fine che chiarezza non vi sia.
È proprio questa esigenza di visibilità e chiarezza che spiega la prassi parlamentare per cui un governo dimissionario viene rinviato alle Camere per un nuovo voto di fiducia anche nel caso di rifiuto delle dimissioni da parte del Capo dello Stato. Ancor più nel caso di elezioni è manifesta la necessità di far emergere gli orientamenti parlamentari.
Certo, ambiguità e confusione possono essere legittimo obiettivo di una forza politica che ritenga di trarne vantaggio. Ma potrebbe o dovrebbe il Capo dello Stato favorire questo disegno, su quello di altre parti politiche, portatrici di un interesse esattamente opposto? Certamente no. E poi, potrebbe nella specie Napolitano escludere a priori che una pattuglia di senatori decida di votare comunque la fiducia? O dovrebbe in ogni caso evitare il passaggio della fiducia per sottrarre Grillo al rischio di rinunciare – come ha detto – alla politica, se uno dei suoi votasse a favore?
Al più, chi vuole un supplemento di Monti premier chieda che gli sia conferito l’incarico di formare un nuovo governo, e che vada alle Camere per il voto sulla fiducia. Ma non presenti una forzosa inerzia del Capo dello Stato come la soluzione corretta, sulla quale la Costituzione nulla dice in senso contrario. Come sanno i costituzionalisti veri, le risposte vengono dalla lettura sistematica, oltre che dalle singole disposizioni. E dovrebbe ben saperlo chi assume la Costituzione nel proprio progetto politico. Diversamente, quale Costituzione, e di chi?