Migranti verso il 23 marzo: volantini in lingua / basta razzismo, basta sfruttamento!

In diverse città del nord e centro Italia, ieri migliaia di lavoratori migranti si sono riuniti in assemblee video collegate tra loro per lanciare lo sciopero del 22 marzo per il contratto del settore della logistica. A Bologna, in più di trecento hanno affermato le ragioni dello sciopero e ribadito il loro impegno in una lotta che ha già vinto diverse vertenze. Il Coordinamento Migranti Bologna e Provincia sostiene lo sciopero dei lavoratori della logistica. Molti dei lavoratori migranti protagonisti di queste lotte hanno animato la grande Assemblea che ha indetto per sabato 23 marzo una manifestazione generale dei e delle migranti.  Chiamiamo tutti a far crescere queste date dentro e fuori i posti di lavoro: da tutte le città e tutti i luoghi di lavoro, sosteniamo lo sciopero del 22 e scendiamo in piazza sabato 23 marzo a Bologna contro la legge Bossi-Fini, lo sfruttamento e il razzismo istituzionale. Lo sciopero del 22 marzo è importante per tutti i migranti. La manifestazione del 23 marzo è importante per tutti i lavoratori.

Ursino Recupero: debito del Comune per un milione e settecentomila euro da: zenzero quotidiano

Scritto da Patrizia Maltese

Ursino Recupero: debito del Comune per un milione e settecentomila euro

C’è chi ha proposto di nominarla Ministro dei Beni culturali, chi ha promosso una sottoscrizione e chi al Ministro (quello vero) ha rivolto una petizione, per fargli conoscere la situazione assurda nella quale versa la Biblioteca Ursino Recupero di Catania: un organico, sulla carta, di dieci dipendenti – nove dei quali andati via o per pensionamento per l’impossibilità di far fronte a ritardi nei pagamenti degli stipendi che, per quanto non gravi, non li mettevano in condizione di onorare gli impegni che ogni famiglia ha -, ridotti dal 2009 ad una sola di loro, la direttrice, che resiste strenuamente malgrado non venga pagata e debba fare tutto da sola.
Lei, Rita Carbonaro, è una combattente e in più – qualunque cosa possa pensarne Beppe Grillo – è uno di quei dipendenti pubblici talmente attaccati al proprio lavoro da farlo gratis, da fermarsi anche oltre l’orario di lavoro, da non mancare neppure se ha la febbre alta e da rinunciare alla propria stessa vita pur di non lasciare la postazione: sua sorella le tiene ancora il broncio per non essere andata alla laurea della figlia – perché per lei i figli sono i libri e non li abbandona -, ha rifiutato dei premi per non essere costretta a chiudere per andare a ritirarli, ha respinto inviti a trasmissioni televisive per la stessa ragione. Ad aiutarla ci sono i tirocinanti della facoltà di Lettere (dove si trova la Biblioteca, all’interno del Monastero dei Benedettini), ma per un numero di ore limitato, e lì c’è da fare un sacco di cose: dalla catalogazione dei libri all’organizzazione di mostre e presentazioni di libri, alla sorveglianza fino alle pulizie (stanze enormi, arredi di pregio, oltre 250.000 volumi, giusto per dare una dimensione della mole di lavoro). Di loro la direttrice dice che portano “una grande energia” e sono “impagabili” per il “ritorno forte” che implica la loro presenza: altri giovani, che magari prima non avevano mai messo piede in una biblioteca e che tornano entusiasti.
Impagabili e non pagati infatti, né loro – che non sono dipendenti -, né la direttrice e nemmeno i servizi. Nei confronti della Biblioteca il Comune di Catania ad oggi ha un debito di un milione e settecentomila euro e fra maggio del 2012 e gennaio di quest’anno è stato sospeso il servizio di pulizia; poi, fra metà gennaio e i primi di marzo, gli hanno mandato per quattro volte (e chiunque abbia a casa una libreria sa bene quanto tempo possa richiedere tenere puliti e in ordine i libri, certamente in quantità non paragonabile a quelli di un biblioteca secolare) gli addetti della Multiservizi, “ma – spiega Carbonaro – il costo sarà decurtato dal contributo obbligatorio del Comune”. Un contributo fantasma, se si fa eccezione per due versamenti ottenuti uno a dicembre e l’altro a febbraio, il primo di trentamila euro, l’altro leggermente inferiore, grazie ai quali è stato possibile alla Direttrice avere qualche stipendio arretrato e pagare l’Inps. Lei cerca di gettare acqua sul fuoco e di fare uso di tutta la diplomazia di cui è capace, dice di non sperare che il debito del Comune possa essere colmato “perché non ci sono soldi”, afferma con involontaria ironia che la situazione rispetto a quando non vedeva un centesimo da circa un anno “è migliorata” (“ora devo avere soltanto sei mesi di stipendio: da ottobre ad oggi, più la tredicesima”) e, quando le chiediamo se ha avuto qualche spiegazione, afferma che “no, perché non abbiamo dialogato”. L’anno scorso a un certo punto non ce l’ha fatta più: ha mandato una lettera al sindaco per fargli sapere che era in difficoltà, essendo una che vive del proprio stipendio, “ma non ho avuto risposta”. E però, siccome ha deciso che non vuol fare “la martire delle istituzioni”, tende a giustificare, precisa che questo non è un pronto soccorso e che forse il sindaco (quello che sostiene – è bene ricordarlo – di avere risanato le casse comunali) avrà preferito “dare priorità” ai servizi essenziali. Del resto, in una città di caproni (fatte salve poche mosche bianche) amministrata da par suo, un’istituzione culturale che porta a Catania studiosi (e, quindi, soldi) da tutto il mondo non merita l’attenzione di nessuno. In linea, del resto, con le affermazioni dell’ex Ministro dell’Economia Tremonti, componente del governo caro a Stancanelli, secondo il quale con la cultura non si mangia. “Il sindaco – lo giustifica ancora Carbonaro – non aveva preso coscienza”. Poi c’è stato, all’inizio di gennaio, un articolo del Sole 24Ore che ha fatto conoscere a tutti una vergogna mondiale, cui è seguita la petizione promossa dalla professoressa Caterina Papatheu (docente di Lingua e letteratura greca moderna della facoltà di Lettere) che ha già raccolto oltre settemila firme, è arrivata la Rai che era andata ai Benedettini per fare un servizio sul Monastero e ha scoperto la situazione della Biblioteca: “Non potevo mentire”, spiega, anche se precisa che per lei “è importante mantenere il rapporto con le istituzioni” perché il suo solo scopo è mantenere in vita la Biblioteca.
E resiste: “Normalità – chiarisce – è rimanere quando tutto è difficile. A me è stato affidato un bene: io ho l’obbligo di tutelarlo e di assicurargli il destino”.
Roba che, se esistesse (altro che Ministero!), bisognerebbe darle un Nobel per la dedizione al lavoro e a quel bene supremo che è la Cultura.
Ma se lei tende a stemperare i toni, c’è chi per questa situazione è semplicemente furioso. Salvatore La Rosa, segretario provinciale dei Comunisti italiani (Rivoluzione civile), prende spunto dalla proposta provocatoria del giornalista del Sole 24Ore Vitaliano D’Angerio, che la vorrebbe Ministro, per fare un’altra provocazione: “Io ne ho una diversa. La città di Catania non merita la Ursino Recupero. Non la merita certo il Sindaco Stancanelli e la sua giunta di amministratori incapaci, gente da dilettanti allo sbaraglio o, se qualcuno lo ricorda, da ‘Pomofiore’. Non la meritano i suoi sedicenti intellettuali proni al potere politico ed economico cittadino ed incapaci di muovere un dito o profferire verbo contro di esso. Ma non la meritano nemmeno la maggior parte dei catanesi che non sanno cos’è una biblioteca e non sono mai entrati nemmeno in una libreria. Ed allora ecco la proposta. Spostiamola. Offriamola ad altra città capace di farsi carico degli oneri che una gestione oculata di tale tesoro comporta. I pochi catanesi che si rendono conto di cosa hanno perduto possono sempre, come turisti, andare a trovare la Ursino Recupero nel luogo che sarà e rivederla come una vecchia amica od una anziana zia”.

(http://www.change.org/petitions/salviamo-la-biblioteca-ursino-recupero-catania?utm_campaign=share_button_action_box&utm_medium=facebook&utm_source=share_petition&utm_source=share_petition&utm_medium=url_share&utm_campaign=url_share_after_sign#share)

Bridgestone, licenzia 950 operai. La scoperta tramite internet da: controlacrisi.org

Perdere il posto di lavoro e, inoltre, scoprirlo su Internet. Proprio questo è accaduto agli operai della Bridgestone, quelli dello stabilimento di Modugno, a Bari. L’azienda dà lavoro a 950 persone, il 4 marzo ha comunicato la chiusura dello stabilimento di Modugno  ed entro i primi sei mesi del 2014.

La crisi è dovuta al calo della domanda nel settore della produzione di pneumatici per auto che, secondo quanto reso noto dall’azienda, è scesa “dai 300 milioni di unità del 2011 ai 261 milioni del 2012”.

Si tratta di una diminuzione della produttività pari dunque al -13%. Gli operai ad ogni modo non ci stanno.
“Avremmo capito la cassa integrazione. Avremmo tollerato dei ridimensionamenti, perché sappiamo che il settore è in crisi e ce ne rendiamo conto. Ma la chiusura proprio no”.Per loro, la novità a cui sono andati incontro questa settimana è stata un apessima sorpresa.

“Ci facevano fare qualche giorno di cassa integrazione”, dichiara Angelo, di 34 anni e che in quella struttura ci lavora ormai da 5 anni. Quello che più lascia perplessi resta il fatto che la notizia sia stata appresa dai giornali.

“Il mio amico mi ha chiamato e mi ha detto: hai letto il Corriere.it?, racconta un altro dipendente. “Ero a casa e ho letto su Internet che la Bridgestone di Bari, la nostra azienda, avrebbe chiuso”.

Ma accanto al caso di quest’operaio, cercando ‘bridgestone’ su facebook e tra i post pubblici si possono leggere le reazioni incredule di chi ha lavorato nell’azienda fino a qualche giorno fa, con la sicurezzadi avere un posto di lavoro sicuro.

“Vogliamo precisare una cosa”, gridano ai giornalisti. “Noi qui non stiamo scioperando. Noi siamo qui a turni. A lavoro ci andiamo regolarmente, perché il nostro sciopero è questo: lavorare di più e lavorare meglio. Perché non si dica che questa non è un’azienda al passo coi tempi”. E qual è l’ultima volta che è arrivato un nuovo macchinario in azienda? “L’altro giorno”, rispondono. E un po’ sorridono. Uno di loro sgomita, interviene. “Lo sto montando proprio io”. Ma allora perché chiudere? “Il nostro sospetto è pesante”, spiegano facendo seguire un attimo di pausa. Il tempo necessario perché i loro volti lascino il posto della rabbia all’amarezza. “È più comodo spostarsi in altri Paesi. Noi lo sappiamo. Ora il sud lo stanno lasciando tutti”.

Ma questa ‘rivolta’ operaia è fatta da chi intende restare alla Bridgestone. Vicino agli striscioni contro gli amministratori italiani Franco Annunziato e Nicola Raspone, tre bandiere. Italia, Europa, Giappone. Sono igiapponesi che sono a capo dell’azienda, a essere irremovibili.
“Noi lasciamo Bari”. “Questa azienda è in salute”, gridano. “E noi operai lo dimostreremo”. L’ultimo appello ai giornalisti, ai cittadini, agli attivisti: “Venite a trovarci e vedrete che questa azienda funziona”.

Cgil: «Una busta paga ricca entro luglio» Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Camusso chiede di restituire subito il «fiscal drag» sottratto nell’ultimo decennio. «Può farlo il governo Monti»

La richiesta si basa su uno studio Cir-Ires, che analizza i salari dal 2001 al 2013: «Persi tra i 500 e i 600 euro ogni anno» ROMA. Un’analisi attenta della Cgil e del Cer-Ires sui salari italiani: più precisamente, sul loro andamento, anche e soprattutto rispetto all’imposizione fiscale, dal 2001 al 2013. Ne viene fuori un quadro di forte impoverimento – non dovuto soltanto alla crisi, alla cig, ai licenziamenti e al precariato inarrestabile – ma anche rispetto a un fisco iniquo e sproporzionato. In particolare a carico di chi lavora, sia un uomo o una donna con una famiglia a carico, o un/una single. E da questa analisi, una proposta, avanzata dalla segretaria generale Susanna Camusso: «Detassare subito una mensilità, entro l’estate, e nuove norme contro il fiscal drag» (il «drenaggio fiscale», che già da solo decurta pesantemente le buste paga).

Lo studio Cgil mette in luce la progressiva crescita delle addizionali Irpef e del fiscal drag (ovvero, volendo spiegare meglio il termine, l’aumento del prelievo sul reddito alla luce di una crescente inflazione e della progressività della tassazione). Nell’analisi Cer-Ires risalta soprattutto l’andamento dei salari nel corso degli ultimi 6 anni – tra il 2007 e il 2013 – dove il fiscal drag e l’aumento delle addizionali Irpef hanno determinato a carico dei salari un aggravio di tasse annuo di circa 500 euro per i single (pari a +1,9%) e di oltre 600 euro per i coniugati (+2,3%).

Parallelamente, il fiscal drag ha riempito le casse dello Stato: a fine 2013, questo vero e proprio «prelievo ingiustificato» sui redditi supererà i dieci miliardi di euro. Lo studio sottolinea infatti che nel periodo seguito all’ultimo intervento organico sulla struttura dell’Irpef (2007), si è accumulato «un maggior prelievo ingiustificato» – denuncia la Cgil – che alla fine del 2012 ha quasi toccato gli otto miliardi e che a fine 2013 si collocherà oltre i dieci. Fra il 2007 e il 2013, la combinazione tra inflazione e progressività dell’imposta risulta la prima causa di aumento del gettito Irpef, con ricadute annuali che in alcuni casi (2009 e 2010) hanno sfiorato i due miliardi e che nel 2013 finiranno per superarli.

Ed ecco perché la Cgil torna a rilanciare la necessità di una riforma fiscale che abbia le caratteristiche di «equità e di redistribuzione della tassazione», capace di evitare che il prelievo sia centrato soprattutto sul lavoro dipendente e sulle pensioni. La ricetta del sindacato prevede due diversi interventi. Il primo, frutto della combinazione di due azioni, punta a ripristinare la norma sul fiscal drag, in vigore fino al 1985, per rendere inefficace l’effetto perverso dell’inflazione sul prelievo fiscale; insieme a quella norma che garantisce l’invarianza tra prelievo nazionale e prelievo locale. Provvedimenti «ordinari», che sarebbero nella piena manovrabilità del governo ancora in carica: insomma potrebbe essere benissimo Mario Monti a vararli.

La seconda misura proposta da Susanna Camusso, da adottare anch’essa nei prossimi mesi, prevede la restituzione in busta paga del prelievo che c’è stato in questi anni. Una misura che ricalca la proposta fatta dal sindacato qualche mese fa circa la detassazione della tredicesima, per placare gli effetti combinati e perversi delle distorsioni fiscali sui redditi da lavoro e da pensione.

Insomma, diamo «respiro» agli italiani già entro l’estate, con una mensilità tutta speciale: sarebbe, se ci permette la Cgil, un po’ la versione di sinistra della restituzione dell’Imu, ma sicuramente non «panzanara» come quella di Silvio Berlusconi. E soprattutto motivata dal fatto che i soldi così restituiti da qui a luglio, in questa ipotetica busta paga «arricchita», sono in effetti risorse sottratte ingiustamente ai lavoratori e ai pensionati, per effetto appunto del discostamento continuo tra imposizione fiscale e inflazione (il fiscal drag): meccanismo perverso che non si è mai voluto risolvere con dei parametri di aggiustamento.

Di una riforma fiscale più compiuta, che richiede più tempo, secondo Camusso potrà (e dovrà) essere «il prossimo governo a occuparsene». Potrebbe, insomma, pensarci il Pd? (Non dimenticando che si dovrà comunque alleare con qualcuno, ipoteticamente i grillini, ndr). Secondo la leader Cgil «nelle proposte sentite alla Direzione del Pd ci sono alcuni temi utili, altri assenti e che devono esserci. C’è troppa discussione emergenziale e non c’è un segnale di cambiamento strutturale, ad esempio sulla politica industriale. Però si comincia a delineare un dibattito in cui elementi di attenzione all’economia reale iniziano ad esserci».

La nascita della giornata internazionale delle donne Autore: Linda Santilli da: controlacrisi.org

L’8 marzo, giornata internazionale della donna, ha radici lontane, non facilmente rintracciabili in un evento specifico, una sorta di ora x come unico e isolato riferimento del passato, piuttosto la nascita di questo appuntamento annuale rimanda ad un insieme di eventi intrecciati tra loro dentro il complesso e lungo cammino del protagonismo femminile almeno dalla seconda metà dell’800 in avanti: dagli Stati Uniti alla Russia passando per il resto dell’Europa, incrociando guerre e rivoluzioni, movimenti politici e culturali, con al centro la spinta propulsiva di un movimento politico delle donne che andrà via via costituendosi per irrompere vistosamente sulla scena pubblica alcuni decenni dopo.

Ed è proprio il retroterra di pensieri e pratiche femminili che fanno da sfondo – non all’invenzione della giornata internazionale ma alla sua costruzione lenta e tenace – a dare conto della complessità della storia dei movimenti delle donne così carsici, segnati al loro interno da differenze importanti, e così orizzontali, fluttuanti, disobbedienti, costruttivi, creativi. A dare conto della ostinazione che hanno avuto le donne a volere a tutti i costi uscire dall’oscurità, a prendere parola sul mondo, ad essere protagoniste delle proprie vite.

Questo retroterra è il senso stesso di una giornata “resistente” un secolo, è il suo valore, è la sua attualità in un presente drammatico segnato da passi in dietro e difficoltà, in cui il rischio è la neutralizzazione di senso, valore politico e attualità di ciò che essa dovrebbe rappresentare, nell’onda commerciale di mimose e cioccolatini per tutte e nulla più, in un tempo in cui le donne hanno davvero poco da festeggiare.

Eppure l’8 marzo è ancora qui, le donne non lo mollano, e vogliono che resti simbolicamente una giornata di lotta per i diritti e la libertà. Che i riflettori almeno per quel giorno siano puntati sulla parte della scena normalmente oscurata per provare a capire come va il mondo a partire da lì.

Sull’origine della nascita di questo appuntamento annuale c’è stata e continua ad esserci ancora oggi una grande confusione, come se la memoria si fosse dispersa in mille rivoli. Come se ogni versione indicata di volta in volta fosse una bolla destinata a sgonfiarsi lasciando nulla, oppure qualche residuo come traccia di verità parziali, di per sé non sufficienti ma bisognose di essere connesse ad altri fatti per comporre un puzzle più articolato fatto di tante caselle.

Non c’è insomma nessun evento fulminante, nessun assalto al palazzo definitivo e glorioso a cui indirizzare lo sguardo, perché le pratiche delle donne muovono la scena, sempre, e vanno per tessiture significative, strappi e ricuciture, punti, tantissimi.
Associare a questo evento ad esempio, come hanno fatto la maggioranza dei Paesi europei, l’episodio di uno sciopero di operaie tessili che sarebbe avvenuto a New York l’8 marzo 1857, episodio celebrato per la prima volta nel 1907, data che inaugurerebbe la Giornata della donna, è stata una versione priva di ogni riscontro storico semplicemente perché il fatto non accadde.
Altri Paesi ancora attinsero ad eventi, tutti situati negli Stati Uniti, che però alla luce di ricerche storiche si sono rivelati totalmente privi di fondamento. Tra questi c’è anche la versione più accreditata che ha resistito in Italia per anni, quella suggestiva dell’incendio della fabbrica Cottons a Chicago in cui avrebbero perso la vita 129 operaie per mano del padrone che le avrebbe intrappolate per costringerle a lavorare. Di qui la scelta operata da Clara Zetkin di istituire due anni dopo a Copenaghen, in occasione della II Conferenza internazionale delle donne socialiste, la Giornata internazionale della donna.

Ebbene anche in questo caso la ricostruzione sembra essere priva di ogni fondamento perché di quell’incendio non vi è traccia documentata. Dunque una bolla anche questa, come emerge dalle ricerche della canadese Renée Coté e in Italia dal lavoro appassionato di Tilde Caponazza e Marisa Ombra, che negli anni ‘80 si immergono nella storia per rintracciare il filo delle donne offrendoci infine una pubblicazione preziosa (“8 Marzo. Una storia lunga un secolo”, Ed. Iacobelli). Ecco allora che come in un gioco di rimandi continui appaiono a volte in modo sfuocato, poi in modo sempre più nitido, le protagoniste, almeno alcune tra le principali: certamente Clara Zetkin, dirigente del movimento operaio tedesco, la sua cara amica Rosa Luxemburg, fondatrice del partito socialista polacco e del partito comunista tedesco, Alessandra Kollontaj, rivoluzionaria femminista russa, Corinne Brown, femminista statunitense organizzatrice del primo Women’s Day, ed altre ancora. Diverse tra loro per collocazione geografica, per formazione politica e per l’idea stessa di movimento delle donne, del rapporto tra femministe socialiste e femministe borghesi, tra movimento delle donne e partito, ma tutte accomunate dall’impegno tenace, ostinato, contro le discriminazione delle donne e la loro esclusione dalla scena pubblica, a cominciare dal diritto di voto. Tutte accomunate – va aggiunto – dal sapersi conquistare ben presto l’ostilità dei dirigenti dei partiti in cui militano, pagandola duramente a causa dell’autonomia delle loro posizioni politiche, non ultima il rifiuto della guerra che incombe sull’Europa.

Soprattutto grazie a loro, aderenti alla II Internazionale, si vanno moltiplicando le occasioni di incontro tra donne di vari Paesi per approfondire i problemi relativi al lavoro politico tra donne, fare confronti, individuare linee comuni, fare proposte vincolanti per tutti i partiti aderenti all’Internazionale. Grazie a questa pratica tenace di confronto si creano sicuramente importanti premesse per arrivare alla costituzione della giornata internazionale della donna.

Quando Clara Zelkin nel 1910 a Copenaghen coordina i lavori della Conferenza delle donne socialiste con l’idea di proporre l’istituzione di una giornata internazionale delle donne, in molti paesi si ripetono ormai da tempo annualmente, anche se in modo frammentario e in date diverse, incontri tra donne con al centro soprattutto il tema del diritto di voto, già acquisito in Nuova Zelanda, in Australia ed in Finlandia. Negli Stati Uniti il Women’s Day è già una pratica consolidata che ha luogo l’ultima domenica di febbraio per principale impegno delle socialiste e che andrà connotandosi sempre più come movimento unitario capace di andare oltre lo schieramento socialista per aggregare anche il femminismo borghese. Una esperienza che segna una differenza sostanziale rispetto alle posizioni che animano il dibattito nell’Internazionale socialista, dove è prevalente l’idea che solo con la lotta di classe e la vittoria del proletariato sarebbero finite le altre oppressioni, compresa quella delle donne. Per questa ragione nel Congresso del 1907 viene deciso che le donne socialiste non devono allearsi con le donne borghesi per la battaglia sul diritto di voto. Ma le cose negli Stati Uniti vanno diversamente: sorgono club di femministe autonome dai partiti, e prevale la tendenza all’unità tra le donne, basta pensare allo sciopero delle camiciaie a New York – è il 14 febbraio 1909 – che si trasforma in sciopero del “movimento delle donne”: una esperienza gigantesca di solidarietà femminile che le farà ritrovare in migliaia quello stesso anno, a festeggiare appunto la Giornata della donna.

Nel 1910 dunque non si tratta di inventare nulla, ma di ratificarne qualcosa che già esiste elevandolo a livello internazionale.
Alla Conferenza di Copenaghen partecipano delegazioni di moltissimi paesi, comprese le americane del Woman’s Day, ma la proposta non passa, o meglio Clara ritiene che non sia nemmeno il caso di portarla alla discussione perché non sono maturi i tempi. Ma decide di fare una forzatura pubblicando il giorno seguente, a titolo personale, la proposta sul giornale che dirige, L’Uguaglianza. Nel testo non nomina alcuna data specifica né fa riferimento a un evento in particolare da commemorare, ma questo gesto coraggioso apre definitivamente la strada verso l’8 marzo che sarà, e in futuro verrà considerato il momento chiave da cui prende il via la tradizione che noi conosciamo.

Negli anni seguenti, almeno fino lo scoppio della guerra che segnerà una interruzione brusca, la giornata della donna verrà celebrata quasi in tutta Europa: in Russia nel marzo del 1913 con il nome di giornata delle operaie, l’anno successivo in Germania, in Francia, in Finlandia, in Norvegia. E’ l’occasione per rivendicare l’emancipazione politica delle donne, ma anche per mettere al centro la pace come obiettivo comune di tutte.

Per capire il perché sarà 8 marzo, bisogna andare in Russia, a Mosca, nel 1921, a guerra finita, quando a presiedere la II conferenza delle donne comuniste come segretaria aggiunta è Alessandra Kollontaj, allora dirigente di rilievo del partito, femminista “spregiudicata” per l’epoca, che attacca l’istituzione familiare alla radice e affronta il tema della sessualità e della relazione tra i sessi anche in ambito privato facendo scandalo.

Il 14 giugno a conclusione dei lavori viene finalmente accolta la proposta di istituire una giornata, ma a differenza di quello era stato il pensiero di Clara che immaginava un appuntamento rivolto a tutte le donne, qui viene inaugurata la Giornata dell’operaia. La data è l’8 marzo, per ricordare la rivolta delle donne di Pietrogrado contro lo Zar avvenuta il 23 febbraio 1917, che nel nostro calendario gregoriano corrisponde all’8 marzo.

Racconta la stessa Kollontaj: “ Poi venne il grande anno 1917. La fame, il freddo e le sofferenze della guerra l’hanno avuta vinta sulle sofferenze delle operaie e delle contadine russe. Il 23 febbraio 1917 esse sono uscite coraggiosamente sulle strade di Pietrogrado. Queste donne, operaie e mogli di soldati, esigevano pane per i loro figli e il ritorno dei mariti dalle trincee (..). La Giornata delle operaie è diventata una giornata memorabile nella storia. Quel giorno le donne russe hanno brandito la torcia della rivoluzione proletaria ed hanno dato fuoco alle polveri. La rivoluzione di febbraio stava per cominciare” (Caponazza, Ombra, 8 Marzo Una storia lunga una secolo , ed. Iacobelli). Va detto che la decisione assunta in Russia non avrà grande fortuna, se di fatto tutte le donne del mondo adotteranno l’8 marzo per festeggiare la Giornata internazionale della donna, e non dell’operaia, e se mai nessuno, nella ricostruzione storica dell’evento, farà riferimento alla rivoluzione sovietica

E in Italia?

In Italia la prima celebrazione ufficiale della giornata porta la data del 1945, quando il Paese è ancora per metà in guerra.
L’Unione donne italiane, associazione nata l’anno prima da donne antifasciste e prevalentemente di sinistra, si fa promotrice dell’iniziativa in un clima di grande speranza di uscire dalla miseria, dalla distruzione e dalla morte, per poter ricostruire finalmente come donne, da protagoniste, il Paese. Il richiamo all’unità è fortissimo.

Fino agli anni 70, cioè all’avvento del femminismo, il destino di questa giornata è prevalentemente legato all’impegno dell’Udi, che instancabilmente porta avanti le lotte per l’emancipazione interrotte dalla dittatura fascista. Pace e democrazia sono le parole di questi anni. Perché non ci siano mai più guerre, urlano le donne.

La giornata prende corpo, si struttura sempre più come momento di lotta, di diffusione di volantini e del giornale Noi donne, ma anche di festa: concerti, mostre, spettacoli ovunque, nonostante la miseria, per coinvolgere le donne di ogni orientamento politico a prendere coscienza dei propri diritti e a lottare perché i contenuti della nuova Costituzione prendano concretezza.
E proprio in quegli anni della ricostruzione così difficili in cui prende piede la mimosa, organizzare l’8 marzo è un rischio. Le donne che distribuiscono fiori e volantini si scontrano con l’ostilità delle forze dell’ordine, vengono denunciate per “turbativa dell’ordine pubblico”, per “questua non autorizzata”, spesso vengono portate in questura e arrestate. Sono anni difficili quelli della ricostruzione, ma le donne non mollano. L’Udi soprattutto, anche quando in pieno boom economico si diffonde l’idea che forse le lotte specifiche delle donne non servono più, insiste nel lavoro di sensibilizzazione e organizzazione su tutto il territorio, ed impedisce che l’8 marzo si arresti.

Siamo stanche di stare alla finestra! Vogliamo essere uguali ma anche diverse!
La voglia di irrompere vistosamente sulle piazze prende piede. E’ l’avvento del femminismo, che cambierà il corso della storia, anche della storia dell’8 marzo.

Esattamente l’8 marzo 1972 il movimento femminista romano per la prima volta si mostra, colorato, tra gonnelloni di fiori, zoccoli, musica e mimose, a Campo dei Fiori. Non c’è rivoluzione senza liberazione della donna! Non c’è liberazione della donna senza rivoluzione!

Femministe, universitarie, studentesse molto giovani: è il movimento, che d’ora in avanti sceglierà la sua piazza ogni anno per manifestare autonomamente dall’Udi l’8 marzo.

Il movimento delle donne cresce e così la giornata, occasione unica per autorappresentarsi attraverso pratiche e modalità fino ad allora inconsuete: ancora balli, girotondi, canzoni, ironia, fantasia. Gli slogan urlati dai megafoni sono esplosivi. Fanno orrore a bempensanti di destra e di sinistra. Donna è bello! L’utero è mio e lo gestisco io!
Il personale è politico!

Migliaia di donne, da sempre restie alla politica, non resistono al richiamo di quel fuoco di liberazione, e mettono in discussione tutto, perfino i rapporti personali, per scendere in strada con le altre, costituire collettivi, gruppi di autocoscienza. Baldanzose e piene di speranza, alcune femministe romane costruiscono un fantoccio di cartapesta, si chiama Patriarcato, e sulla giacca verde militare ha centinaia di spillette che testimoniano le sue imprese di violenza. E’ alto 4 metri. Chiunque giura che crollerà, invece riuscirà ad attraversare tutto il centro di Roma per approdare a Piazza Navona ed essere bruciato in un clima di euforia e di forza collettiva.
Sono gli anni del divorzio, dell’aborto, poi della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale. Ma sono anche gli anni delle leggi speciali antiterrorismo, dei tentativi di portare nel movimento delle donne gli slogan della lotta armata che vengono respinti senza cedimento, sempre. Le donne su questo sono chiare. La pratica è quella non violenta perché non si sconfigge il padrone con gli strumenti del padrone. E sono gli anni della repressione, dell’uccisione di Giorgiana Masi, del divieto di manifestare, della Legge Reale.

Negli anni seguenti la giornata dell’8 marzo andrà via via assumendo caratteristiche diverse, con il mutare del movimento delle donne, del clima di riflusso generale, dei mutamenti politici in atto nel paese.

La piazza per molti anni non sarà più il luogo in cui manifestare l’8 marzo. Si sceglieranno teatri, sale convegni per iniziative di approfondimento, università, biblioteche, luoghi di studio. Ma sempre, ogni anno, arriverà puntuale l’8 marzo.
Arriverà fino a noi, indebolito. Indebolito nella memoria del suo retroterra lungo un secolo, e forse oggi del suo senso, che stenta a rintracciarsi nell’immaginario collettivo, ridotto come è a festicciola da discoteca. Ecco allora che riportarne alla luce il significato autentico, attraverso la genealogia delle donne che lo hanno costruito, può aiutarci a reinventarlo nella sua autenticità dirompente, ed anche a contrastare ciò che Adrienne Rich ha saputo vedere con grande chiarezza: “La sparizione del passato storico e politico delle donne fa sì che ogni generazione di femministe sembri essere una escrescenza anomala della storia

Fiat, firmato accordo rinnovo contrattuale senza Fiom. Landini: “Peggiorativo”| Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Dopo il via libera di Sergio Marchionne che da Ginevra qualche giorno fa aveva parlato di “difficoltà superabili” è stata siglata all’Unione Industriale di Torino l’intesa tra Fiat e sindacati, Fim, uilm, Fismic, Ugl e Associazione Quadri, sul rinnovo per un anno, il 2013, del contratto collettivo di primo livello per i lavoratori degli stabilimenti italiani del Gruppo Fiat.

Con un semplice gioco delle tre carte la Fiat farà partire da febbraio la decorrenza dei minimi tabellari di 40euro lordi mensili (Fim, Uilm, Ugl e Fismic chiedevano da gennaio) mentre l’adeguamento del premio di produttivita di 120 euro dai 103 attuali, entrera’ in vigore con tre mesi di ritardo, cioè ad aprile, rispetto al testo, e di quattro rispetto alla scadenza naturale. “Mi pare che sia un accordo peggiorativo di quello che avevano fatto un anno fa”, commenta Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil. Il leader della Fiom ha sottolinea che “ai lavoratori in cassa integrazione non viene dato nessun aumento, e in un’azienda dove nel 2012 sono stati fatti 52 milioni di ore di cig questo vuol dire non tutelare in realtà il reddito, ma abbassarlo. Siamo di fronte al fatto – ha proseguito – che il famoso premio di competitività già c’era, e quello che qui viene introdotto è che si trasformano 103 euro mensili, che già venivano dati come anticipo, in un salario variabile legato addirittura alla presenza. Quando uno si ammala o è assente non percepira’ parte di questi soldi”. “Gli unici miglioramenti che ci sono – conclude riguardano aver reintrodotto la tutela della maternita’ e degli infortuni, e ci sono stati grazie alla lotta e alle denunce che le lavoratici della Fiom hanno fatto