L’Anpi di Catania in occasione dell’8 marzo festa della donna ricorda le partigiane e il loro contributo alla nascita della Repubblica

Il 17  novembre per la festa del tesseramento dell’ANPI, abbiamo ritenuto opportuno dedicare la giornata alle donne partigiane, proiettando il video di Liliana Cavani “Le donne nella Resistenza” un documentario realizzato per la Rai nel 1965 in occasione del ventennale della Liberazione. La partecipazione delle donne alla resistenza numericamente può essere così riassunta: 70.000 appartenenti nei gruppi di difesa della donna, 2.000 con funzioni di supporto, 35.000 parteciparono alla guerra partigiana, 4.563 arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, 2750 deportate in Germania nei lager nazisti, 1700 donne ferite, 623 fucilate o cadute in azioni, 512 commissarie di guerra e 16 decorate con medaglie d’oro. La regista celebra il valore e il ruolo determinante e fondamentale delle donne nella Resistenza.  Per molti anni gli storici hanno avuto una visione non del tutta vera delle donne nella resistenza, ritenendo il loro contributo marginale. In realtà non è così, le donne che ci presenta Liliana sono donne timide, restie a parlare del loro ruolo durante la resistenza. Donne, costrette dagli eventi a lottare per la liberazione dell’Italia. L’inizio del documentario è commovente sulla musica del “Dies Irae” del Requiem di Mozart, una voce di donna legge le lettere delle condannate a morte, dalle quali traspare la consapevolezza che il loro sacrificio servirà alla costruzione di un mondo nuovo. Il documentario tramite le interviste alle donne ci presenta varie sfaccettature del loro contributo alla guerra di Liberazione: le staffette (mogli e sorelle), un ruolo quasi marginale ma importantissimo per la fornitura di materiale, armi, medicine ai gruppi partigiani che agivano in montagna, questo compito fu affidato alle donne non perché correvano meno pericoli ma perché erano più abili degli uomini. Le staffette a volte assunsero ruoli di comando di gruppi partigiani con vari gradi di comando guidando azioni e attacchi contro le truppe tedesche e fasciste, è intervistata Germana Boldrini che appena diciassettenne guidò la rivolta di Bologna. Spesso la loro forza non era nella coscienza politica ma nell’opposizione alla violenza della guerra e contro la crudele brutalità del nazifascismo, gruppi spontanei di donne si opponevano durante i rastrellamenti alla cattura degli uomini e degli ebrei aiutandoli nella fuga. Nelle donne di città, invece era più diffusa l’insofferenza verso il regime e un’avversione più netta al fascismo e a Mussolini, maturata in famiglia o nei banchi di scuola, gestivano l’organizzazione manifestazioni nelle piazze e scioperi nelle fabbriche. Le donne sulle montagne si mobilitavano durante i rastrellamenti per avvertire i gruppi partigiani dei movimenti delle truppe fasciste. La stessa fermezza la dimostrarono durante le torture o la prigionia, dove deportate morirono per fame morte senza eroismo, morte per consumazione, risalta l’eroismo delle sopravissute testimoni viventi di un orrore da non dimenticare affinché non si ripeta mai più.

Infine le donne organizzatrici come Marcella Ficca Monaco, moglie del medico del carcere di Regina Coeli, che organizzò la fuga di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat e molti altri antifascisti. Un piano astutamente congegnato ma quando malauguratamente sembrava che tutto fosse perduto una serie d’intuizioni la portarono a finire l’impresa, mentre per tutta Roma si scatenava la caccia ai fuggiaschi, questi a pochi isolati dal carcere ringraziavano Marcella per la riuscita dell’impresa.

All’inizio del documentario le donne raccontano i motivi che le hanno portato ad agire o perché colpite in prima persona negli affetti o perché coinvolte nella speranza della caduta della dittatura. C’è nelle donne della resistenza, molto pudore nel raccontare i fatti di cui sono state protagoniste, sia nel descrivere le imprese, ma soprattutto le torture che subivano dopo essere state catturate, torture che superavano in brutalità quelle fatte agli uomini; ricordiamo Anna Maria Enriques Agnoletti, catturata insieme alla madre a Firenze, per aver salvato degli ebrei, torturata per sette giorni e infine fucilata. Il racconto della madre è straziante, non una lacrima, ma la coscienza di aver cambiato il destino degli italiani. Donne che avevano subito la guerra, guerra voluta sempre dagli uomini, dovettero imparare a ”vivere i fatti storici dall’interno…non solo subire la guerra” come afferma una di loro. Donne, che pur partecipando attivamente alla resistenza, combattendo in prima linea o nell’ombra, continuavano a essere moglie, figlie e madri. Una coscienza dei diritti, una volontà di un mondo diverso e il valore della pace, hanno dato la forza di finire il compito che si erano preposte.

Donne che pur avendo subito l’atrocità della guerra, le torture e la fame, non hanno perso la sensibilità femminile, la bellezza di essere donne, come se la violenza che le ha attraversate fosse rinchiusa in un inconscio blindato, poiché la libertà, il rispetto per ogni individuo, la democrazia, la pace hanno ricompensato il dolore.

santina sconza presidente provinciale ANPI Catania

Siti Unesco alla siciliana: il dossier di Legambiente.Emergenza a Catania da: zenzero quotidiano

Scritto da Patrizia Maltese

Siti Unesco alla siciliana: il dossier di Legambiente. Emergenza a Catania

Legambiente oggi ha presentato a Catania il nuovo Dossier di Salvalarte Sicilia sui siti Unesco siciliani “in sofferenza”. Si tratta della seconda edizione del dossier chiamato “UNESCO ALLA SICILIANA” che si riferiva al 2011 e, secondo Gianfranco Zanna, direttore regionale di Legambiente Sicilia, “la situazione in quindici mesi non è cambiata, ma anzi è peggiorata. E’ inutile nasconderlo, prende davvero lo sconforto davanti a tanta desolazione, degrado, disattenzione, incuria”.
Per il capoluogo etneo, Legambiente parla di “Emergenza a Catania” e così scrive:
“Da dieci anni a questa parte la città di Catania ed il suo cuore barocco vivono sotto la minaccia di uno sventramento che ne comprometterebbe irrimediabilmente l’aspetto architettonico ed il tessuto urbanistico. Il progetto di raddoppio della linea ferroviaria Zurria-Bicocca, portato avanti implacabilmente da Rete Ferrovie Italiane dal 2003 ad oggi, prevede infatti la cancellazione o il deturpamento di una delle parti più pregevoli del centro storico di Catania e delle emergenze archeologiche sottostanti. Per coloro che ostinatamente portano avanti tale devastante progetto non è motivo di ripensamento neppure il fatto che l’area tardo-barocca di Catania sia stata riconosciuta nel 2002 dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità.
Il raddoppio ferroviario progettato da RFI richiede “l’interramento del tracciato da piazza Europa alla stazione centrale, dove arriverà nove metri sotto il livello attuale. Da lì i binari risalirebbero sugli Archi della Marina attraverso un’enorme rampa che deturperebbe la vista del mare lungo tutto il Passiatore”. Inoltre gli Archi della Marina verrebbero sormontati da una calotta in plexiglas alta sette metri che nasconderebbe alla vista Palazzo Biscari e l’Arcivescovado, cancellando la vista forse più emblematica della città. Il successivo tratto, interrato da piazza Currò, richiederebbe la demolizione dell’Ostello della gioventù con la manomissione del fiume sotterraneo e delle Terme romane dell’Indirizzo. Da lì, per arrivare in trincea fino al Castello Ursino, la ferrovia spazzerebbe via numerosi pregevoli palazzi storici, le mura di Carlo V, sventrando l’importante sito archeologico di piazza Federico di Svevia.
Il devastante progetto risale agli anni Settanta dello scorso secolo, ma fortunatamente non venne realizzato neppure in quel periodo di scempi edilizi, già il Soprintendente Giuseppe Voza lo considerò inaccettabile. Accantonato per una trentina d’anni, il piano, immutato, è stato riproposto nel 2003, in vista dei finanziamenti miliardari per l’ammodernamento della linea ferroviaria Messina-Catania-Palermo, inserita nel progetto dell’asse ferroviario Berlino-Palermo.
L’accordo con le Ferrovie dello Stato firmato nel 2003, con singolare tempestività e riservatezza, dall’ex sindaco Scapagnini, in qualità di Commissario per l’emergenza nel settore del traffico e della viabilità, estromise la città da ogni possibile discussione sulla linea adottata. Successivamente la Soprintendenza ai Beni culturali di Catania, ed in particolare la sezione archeologica diretta dalla dott.sa M.G. Branciforti, emise parere negativo sul progetto RFI, proponendo per il raddoppio ferroviario una linea alternativa che passasse ad est di quella attuale. Il parere della sezione archeologica venne trasmesso alla Conferenza dei Servizi, in sede regionale, allegato a quello della sezione urbanistica che richiedeva alle Ferrovie ulteriore documentazione e piani particolareggiati che non vennero mai prodotti.
Ancora oggi è da chiarire il passaggio con il quale, pur in presenza del parere negativo espresso dalla Soprintendenza di Catania, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti trasmise al CIPE nel 2004 la relazione istruttoria sul “Nodo di Catania – Interramento Stazione Centrale”, proponendo l’approvazione del progetto preliminare, fatte salve le succitate prescrizioni e la compatibilità con il PRG comunale. La richiesta di radicale modifica del progetto espressa dalla dott.sa M.G. Branciforti venne quindi equiparata ad un “parere favorevole con prescrizioni”. L’ambiguità dei successivi atti si gioca inoltre sul fatto che i lavori sulla linea ferroviaria siciliana riguardano altre tratte oltre al raddoppio del binario Zurria-Acquicella, ma per quest’ultimo si sarebbe dovuto richiedere esplicitamente lo stralcio e l’adozione di un progetto alternativo. Al succitato percorso a tappe forzate per l’approvazione del piano, sono seguiti dal 2005 ad oggi una serie di accordi di programma e di atti amministrativi per la definizione dei finanziamenti, senza più entrare nel merito tecnico dei progetti e senza affrontare il “nodo Catania”.
Si arriva così allo stanziamento da parte del CIPE di 2 miliardi di euro per il progetto complessivo, dei quali 590 milioni destinati al raddoppio dei tratti Catania Ognina-Catania Centrale, Bivio Zurria-Catania Acquicella, senza nessuna variazione rispetto al progetto originario. Per alcuni anni il piano RFI ha continuato a incombere sulla città di Catania, quasi ignara del pericolo, nonostante qualche allarme lanciato dalle associazioni e dai comitati civici più attenti.
L’attenzione dell’opinione pubblica catanese è stata risvegliata nell’estate dello scorso anno, quando la Soprintendenza ha bloccato l’autorizzazione, richiesta al Comune dalle Ferrovie dello Stato, per effettuare perforazioni, preliminari alla fase operativa dei lavori. Da allora associazioni e comitati civici come il Forum catanese della cultura e dell’ambiente ed il GAR, la stampa locale, Confcommercio, la Giunta comunale, i redattori del nuovo PRG ed i cittadini tutti hanno manifestato e ancora oggi protestano contro l’esecuzione di quest’opera devastante. A questo scellerato progetto si è opposta anche l’Associazione Beni Culturali Patrimonio Mondiale UNESCO, approvando nella sua assemblea annuale, svoltasi a Piazza Armerina il 4 luglio 2012, una raccomandazione nella quale tra l’altro “esprime profonda preoccupazione per il progetto presentato da RFI a Catania, in quanto incide profondamente sul tessuto storico-urbanistico della città e ne compromette integrità e identità, in superficie e nel sottosuolo; valuta negativamente il piano di demolizione e le opere sussidiarie previste perché basate su un modello di intervento che disattende gran parte delle raccomandazioni UNESCO”.
Appare evidente che un’eventuale, se pur impossibile, approvazione definitiva di questo assurdo e devastante progetto metterebbe in fortissima discussione, anzi la quasi sicura esclusione immediata della Città di Catania dai siti riconosciuti dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. L’alternativa al rovinoso progetto di RFI, delineata già negli anni Ottanta dall’architetto Giacomo Leone, prevede che il raddoppio della ferrovia “corra in tunnel dalla stazione centrale, ad una quota più bassa di nove metri rispetto alla collocazione attuale, fino al porto, passando sotto lo specchio di mare antistante la capitaneria, per poi bucare il manto lavico del 1669, senza il rischio di intercettare resti archeologici, attraversando l’area del quartiere San Cristoforo per arrivare infine alla stazione Acquicella”. Questo consentirebbe tra l’altro di realizzare alcune fermate strategiche al Porto, a San Cristoforo, a via Domenico Tempio, rivalutando quartieri storici e, inoltre, risulterebbe compatibile con quel futuro parco lineare costiero che valorizzerebbe finalmente il rapporto tra la
città e il mare. Anche l’ultimo passo dell’iter burocratico compiuto il 28 febbraio scorso, l’accordo firmato a Roma dal presidente della Regione Siciliana Crocetta, ha incontrato una forte opposizione della città. Tuttavia, si dovrebbe trattare in questo caso di un “accordo di programma quadro” e, a detta del sindaco Stancanelli, il redigendo progetto esecutivo dovrà necessariamente essere sottoposto all’approvazione da parte del Consiglio Comunale. L’incompatibilità del piano RFI con il PRG dovrebbe inoltre bloccarne ogni possibilità di realizzazione. Crediamo tuttavia che la necessità di portare avanti il progetto alternativo per il raddoppio ferroviario richieda la definitiva discussione e la successiva adozione del nuovo PRG, atteso ormai da decenni”.

Acrobate: torniamo a parlare di Donne Reali Galleria Civica Montevergini-Via Santa Lucia Alla Badia 1

PROGRAMMA:
Giovedì 7 Marzo – Acrobate dell’Ambiente
 
Ore 11.00 – Conferenza stampa di apertura ed illustrazione del programma
 
Ore 16.00 – 18.00 – Laboratori per bambini a cura di Arciragazzi
 
Ore 18.00 – Merenda bio per i bimbi a cura de L’Altro Mercato
 
ORE 18.30 – TAVOLA ROTONDA SULL’AMBIENTE
 
ORE 20.30 – Omaggio alle donne: performance musicale di Erland Oye
 
 

Venerdì 8 Marzo – Acrobate del Sociale

Ore 10.30 -Colazione sociale con accompagnamento musicale al piano:festeggeremo le donne anziché con una mimosa con un giallo più spiccato e tipico: quello del limone femminello IGP!

Ore 16.00 – 18.00 Laboratori per bambini a cura di Arciragazzi

Ore 18.30 – TAVOLA ROTONDA SUL SOCIALE

Ore 20.30 – Debora Lentini letture in musica accompagnata al piano da Laura Festa

Ore 22.00 – Dj-set a cura di Camurria Sicilian Culture District

Sabato 9 Marzo – Acrobate del Lavoro

Ore 10.00 – 14.30 Mercatino KM Zero e Brunch

Ore 17.30 TAVOLA ROTONDA SUL LAVORO

Ore 20.30 – Voci di donna: performance musicale di Adriana Spuria

Organizzato da:

Comitato 100 Donne, Rete Centri Anti Violenza, Arci, Legambiente, Arciragazzi, Club delle Donne, CNA- Comitato Impresa Donna, Ass. Italo-Araba, L’Altro Mercato, Famiglie per l’Affido, Gruppo delle Archeologhe, Ass.GLBT STONEWALL, Cia – Donne in Campo, Fare Rete, SeNonOraQuando, GAS Siracusa, Amnesty international Siracusa, Donne Cgil,CISL,UIL, Consigliera di parità, ANPI, The Hub Siracusa

Allestimento a cura di:

Arricreati, con la collaborazione di Alessandra Candarella, degli studenti della Facoltà di Architettura (Agata Giuffrida, Oriana Ferro, Lodovico Leonetti) e di Emanuela Di Bella

PARTECIPATE INSIEME POSSIAMO CAMBIARE !!!!!!!!!

L’onda inversa dello tsunami Fonte: il manifesto | Autore: Piero Bevilacqua

Dunque lo tsunami, annunciato da Beppe Grillo come un allegro tour nella campagna elettorale, è arrivato. Esso ha creato l’«onda nel porto», come la chiamano i giapponesi, trascinando nel suo urto l’intero sistema politico italiano. Ma il richiamo alla metafora del maremoto ha una nascosta ambivalenza, come tanti aspetti del movimento 5 stelle.
I 5 stelle hanno un enorme potenzialità ma devono stare attenti all’«onda» che torna al mare
Se si vuole distruggere  il «vecchio sistema» bisogna anche costruire il nuovo Lo tsunami, infatti, non soltanto rovescia sulla costa la sua smisurata massa d’acqua che travolge ogni cosa. Ha anche un movimento inverso, un risucchio, un moto di ritorno dell’onda verso il mare, che trascina con sé i resti disordinati della sua distruzione. È quel che Grillo rischia di creare nella vita politica italiana, incarnando così la metafora del fenomeno naturale nella sua completa catastroficità.
Diciamo la verità, il risultato elettorale, esaminato con mente fredda, e con molti più elementi di valutazione dei primi giorni dopo il voto, ha diradato non poche delle cupe ombre che esso aveva sollevato. Soprattutto il grande successo del movimento 5 Stelle ha rivelato – ne hanno parlato vari commentatori anche su questo giornale – che esso ha assorbito e proiettato verso le istituzioni rappresentative l’energia politica e gli obiettivi dei vari movimenti italiani. Assai più che i partiti della sinistra radicale – imbozzolati nelle vecchie logiche e strutture della forma-partito.
Un movimento che trascina dietro di sé altri movimenti e fornisce loro una visibilità di vaste proporzioni. Ma il successo elettorale di Grillo ha mostrato – e ancora mostra – una grande potenzialità: la possibilità di realizzare finalmente trasformazioni significative nelle strutture istituzionali e nella vita materiale del paese che probabilmente neppure il centro-sinistra avrebbe messo in opera. Dunque, in pochi giorni, le aspettative di milioni di italiani consegnate al voto, si sono trasformate, a urne chiuse, in speranza di prossima realizzazione dei risultati tanto attesi.
A torto o a ragione, il vincitore delle elezioni appare come colui che nei prossimi mesi può realizzare le riforme che i partiti politici non sono stati in grado di realizzare negli ultimi 20 anni. E soprattutto come colui che può radicalmente innovare un sistema politico insostenibile: costoso, corrotto, criminale. Il sistema della tre C, potemmo definirlo, confortati ( si fa per dire) dalle ultime inquietanti notizie dell’affaire De Gregorio. Questo montare di aspettative è dentro l’onda d’ingresso dello tsunami 5 S, lo ha rafforzato anche oltre il risultato elettorale. Ma il moto rischia di essere trascinato dall’onda di risucchio, di riportare in mare il disordine di una distruzione senza esito.
Il comportamento di Grillo, in questi ultimi giorni, suscita perplessità, anche facendo la tara agli aspetti tattici e propagandistici delle sue mosse. L’entusiasmo e la speranza, che si trasformano rapidamente in delusione, rischiano di creare un moto inverso di imprevedibile forza, destinato a mettere in crisi il movimento 5 stelle e a preparare un avvenire infausto, o comunque di confusione ingovernabile per il paese.
Certo, responsabilità enormi ha in questo momento il partito democratico. Esso dovrebbe – come ha indicato Salvatore Settis su Repubblica del 3 marzo – avviare un profondo ripensamento delle proprie strategie, e non limitarsi a verniciature superficiali della facciata del proprio edificio. E deve avanzare proposte coraggiose, come chiesto da tanti. Ma se Grillo non prova a realizzare con il centro-sinistra alcune importanti riforme, che sono oggi possibili, e lascia l’iniziativa al Quirinale, a forme comunque camuffate di stallo, le possibilità che il riflusso dello tsunami si verifichi sono, a mio avviso, elevatissime. E per un insieme non piccolo di ragioni.
Beppe Grillo apparirà come il vincitore che, clamorosamente, non vuole governare. Una volta che il movimento 5S si sarà insediato nel parlamento italiano, esso farà parte a pieno titolo del sistema politico e tutte le inerzie, le guerriglie tattiche entro cui opererà lo faranno somigliare sempre più ai partiti. Credo inoltre che Grillo e Casaleggio sottovalutino molto un sentire comune di questa fase, l’impazienza: forse lo stato d’animo più diffuso degli italiani. La situazione economica, sociale, imprenditoriale del paese peggiora di giorno in giorno.
Basta una piccola ricognizione storica su quanto sta avvenendo da alcuni anni per rendersene conto. I comunicati periodici dell’Istat sono ormai bollettini di guerra. Gli italiani ritengono non più tollerabile l’attesa. Perché dovrebbero premiare il movimento 5S se si dovesse rivotare dopo mesi di stallo, di confuse battaglie tattiche? Che cosa c’è di non credibile nell’immaginare che nuove elezioni sarebbero vissute da milioni di italiani come uno spreco intollerabile, di tempo e di danaro, di mancati interventi, di soluzioni possibili non realizzate? E infine, com’è facile prevedere, in che condizioni avverrebbero queste ulteriori elezioni ? Certamente in una situazione economica deteriorata e sotto il ricatto della finanza internazionale. Non la speranza di un radicale cambiamento almeno delle regole politiche, sarà allora il sentimento dominante degli italiani, ma la paura. Paura di perdere i risparmi di una vita, di vedere dissolversi il tessuto produttivo del paese, di non avere più prospettive di lavoro per molti anni a venire. Quella stessa paura che ha permesso a Monti e alla sua perversa maggioranza di infliggere colpi gravissimi all’economia e al welfare dell’Italia. Non dimentichiamo che l’«europeo» Monti doveva proteggerci dai ricatti finanziari dell’Europa.
Perché questi italiani spaventati dovrebbero tornare a votare per il movimento 5S? Perché tanti media italiani, che hanno portato la voce di Grillo anche in televisione (penso soprattutto ai programmi di Michele Santoro) dovrebbero continuare a guardare con simpatia a questo fenomeno politico? In tale situazione la freschezza, l’ingenuità dei ragazzi del movimento 5S entrati in parlamento, lievito potenziale di un grande cambiamento, rischieranno di apparire drammaticamente inadeguati alle necessità del momento.
E infine: è sicuro Beppe Grillo che la maggioranza degli italiani si sentirebbe tranquilla immaginandolo come il padrone assoluto del sistema politico nazionale? Un leader che controlla i propri militanti come un capo-azienda? Non ne sono proprio sicuro. Che Grillo sconvolga un sistema politico visibilmente decomposto va bene ai più, non ci si poteva augurare di meglio. Ma che egli divenga alla fine il padre-padrone della vita politica italiana è prospettiva che ha perso la sua carica liberatoria e che allunga su di noi più ombre d’inquietudine che non luci di speranza.
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