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La Marina dagli emiri per piazzare navi ed armi italiane di Antonio Mazzeo

Produttori, manager, ammiragli e uomini di governo, tutti insieme spassionatamente, per vendere sistemi d’armi e navi da guerra ad emiri e sceicchi arabi. Ad IDEX 2013 (la fiera internazionale degli armamenti tenutasi ad Abu Dhabi dal 17 al 21 febbraio), il complesso politico-militare-industriale nazionale si è ritrovato più che mai solidale.

A rappresentare il ministero della difesa alla kermesse internazionale negli Emirati Arabi sono stati il sottosegretario Filippo Milone e il Capo di Stato maggiore della Marina militare, ammiraglio Giuseppe De Giorgi. “Siamo venuti negli Emirati Arabi Uniti per promuovere la cooperazione per lo sviluppo di tecnologie per gli armamenti navali e l’intensificazione delle funzioni di sorveglianza e difesa della sicurezza marittima”, hanno dichiarato ai giornalisti presenti.

Ad Abu Dhabi la chiacchieratissima Finmeccanica ha messo in bella mostra un vasto assortimento di aerei d’addestramento, caccia-intercettori, elicotteri leggeri e pesanti, sistemi d’intelligence e siluri prodotti dalle controllate AgustaWestland, Alenia Aermacchi, Selex Es, Oto Melara e Wass. Allo scopo dichiarato di “sostenere l’industria nazionale”, la Marina militare ha ordinato la sosta a IDEX 2013 del pattugliatore d’altura Cigala Fulgosi, già impegnato nel Mediterraneo centrale e in Medio oriente nell’addestramento delle marine di numerosi paesi arabi e nella “sorveglianza” anti-pirateria in Corno d’Africa. Varata nell’ottobre 2000 da Fincantieri a Riva Trigoso (Genova), l’unità è stata visitata dai membri della famiglia dell’emiro di Abu Dhabi. “Le capacità operative del Cigala Fulgosi lo rendono particolarmente idoneo ad assolvere diverse tipologie di missione e il posto d’ormeggio, centrale e visibile rispetto alla mostra, ha offerto grande visibilità alla nave, alla cantieristica e all’industria di difesa nazionale”, spiega il ministero della difesa. Ad armare l’unità, i sistemi di puntamento e mitragliere Oto Breda-Oerlikon e un elicottero AB-212 di Agusta Westland.

Gli Emirati Arabi sono da tempo l’Eldorado degli storici cantieri navali liguri. Nel 2009 i manager di Fincantieri hanno firmato un accordo multimilionario per la realizzazione di una corvetta classe “Abu Dhabi” (derivata dalle unità classe “Comandanti” in dotazione alla marina italiana), di due pattugliatori costieri classe “Falaj 2” in Italia e di altri quattro negli Emirati da parte di una joint venture industriale, denominata Etihad Ship Building, tra Fincantieri, Melara Middle East e i cantieri di Al Fattan Ship Industries.

Il pattugliatore “Abu Dhabi” è stato consegnato alla marina emiratina nel febbraio 2011 a Muggiano (La Spezia) alla presenza del comandante del Dipartimento marittimo militare dell’Alto Tirreno, ammiraglio Franco Paoli. Sempre a Muggiano (presente il comandante del Dipartimento di La Spezia, ammiraglio Andrea Campregher) è stato varato l’anno dopo il “Ganthoot”, il primo dei pattugliatori costieri del programma “Falaj 2”. Derivata dalle unità “Saettia” in dotazione alla Guardia costiera, l’imbarcazione a bassa segnatura radar stealth è lunga 55,7 metri, larga 8,8, può superare i 20 nodi di velocità ed ospitare un equipaggio di 28 persone. Il secondo pattugliatore (“Qarnen”) è stato consegnato da Fincantieri nel giugno 2012 alla presenza del capitano Paolo Pezzutti, Capo dell’ufficio allestimento e collaudo nuove navi (MARINALLES) di La Spezia. “L’ente ha svolto un’importante attività di supporto nell’allestimento delle unità come è stato per le altre Marine straniere (Iraq, Kenya, India, Finlandia) impegnate in programmi di costruzione con la cantieristica nazionale”, ha spiegato MARINALLES.

Di produzione italiana gli armamenti imbarcati nelle unità finite agli emiri: si tratta dei cannoni 76/62 “Super Rapido” della Oto Melara, dei sistemi di comando e controllo “IPN-S”, di guida del tiro “NA 30S”, dei radar 3D “Kronos” e secondari “SIR-M”, tutti di Selex Es. Nell’ambito della commessa, Selex Communications fornisce un sistema per le comunicazioni dati e voce in banda HF e V/UHF, mentre Elettronica SpA (anch’essa del gruppo Finmeccanica) cura la realizzazione dei sistemi di guerra elettronica. Quest’ultima azienda opera da oltre vent’anni negli Emirati Arabi attraverso una joint venture con la Baynunah Aviation Technology. Selex, invece, ha realizzato il sistema di gestione del combattimento per sei corvette lanciamissili della classe “Baynunah” acquistate dalla Marina emiratina.

Grazie al pressing del governo e delle forze armate, le aziende italiane sperano di potere ottenere presto altre commesse da parte degli Emirati. A fine dicembre 2012, il capo della componente navale Ibrahim S.M. Al Musharakh è stato invitato a bordo della nave da sbarco anfibio “San Marco” in sosta nel porto di Dubai per attenzionare in particolare le sofisticate tecnologie e i sistemi di guerra ospitati. “Siamo felici di poter essere con voi per sottolineare ancora una volta il nostro impegno nella cooperazione e nel supporto alla missione antipirateria della NATO Ocean Shield”, ha commentato il contrammiraglio arabo.

Proprio in vista di IDEX 2013, il Centro di sicurezza del Comando delle forze di contromisure mine (Comfordrag) di La Spezia ha organizzato alcune attività di supporto ai militari imbarcati nelle unità navali consegnate all’emiro. “Il programma è un’occasione per sviluppare i rapporti tra gli Emirati Arabi Uniti e la cantieristica italiana con un sempre maggior coinvolgimento della nostra Marina, nel ruolo di tutor durante le fasi di allestimento e di preparazione degli equipaggi”, spiegano al Comando di La Spezia. Addestratori e tutor di riconosciuta esperienza i nostri ufficiali di Marina, ma con una sempre maggiore vocazione a fare da piazzisti d’armi in mezzo mondo.

Manifestazione di Strasburgo: è tempo per la libertà di Öcalan da: UIKI ONLUS

Manifestazione di Strasburgo: è tempo per la libertà di Öcalan

Decine di migliaia di persone hanno partecipato oggi nella città francese di Strasburgo alla manifestazione per ricordare il 14° anniversario della cattura di Abdullah Öcalan, il leader kurdo incarcerato del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), avvenuta il 15 Febbraio del 1999.

Circa quarantamila persone hanno partecipato alla manifestazione, che è stata organizzata dalla FEYKA (Federazione delle Associazioni Kurde in Francia) ed ha condannato la cospirazione internazionale chiedendo la libertà per Öcalan. I manifestanti hanno anche invitato alla giustizia ed alla verità in merito all’esecuzione di Sakine Cansız, Fidan Doğan e Leyla Şaylemez, uccise a Parigi il 9 Gennaio.

Alla manifestazione, iniziata dalla Gare Centrale, è seguito un incontro presso Place Meinau, in cui i rappresentanti delle organizzazioni ed istituzioni kurde e straniere hanno effettuato i loro interventi.

Intervenendo sul posto, il Presidente del Kongra-Gel Remzi Kartal ha affermato che la resistenza dei guerriglieri condurrà alla libertà del leader kurdo Abdullah Öcalan e del suo popolo. Kartal ha osservato che lo stato francese deve far luce sugli omicidi di Parigi ed ha sottolineato che tutte le organizzazioni kurde, quelle femminili e giovanili in particolare, lotteranno finchè non verrà fatta chiarezza sulla questione. Ha inoltre sottolineato che il 2013 sarà l’anno della liberazione del Leader Apo e del popolo kurdo; ha affermato di sostenere il processo di colloqui recentemente iniziato e che la questione kurda potrebbe risolversi attraverso il dialogo. Kartal ha anche richiamato l’attenzione sull’importanza dei recenti sviluppi nel Kurdistan Occidentale (Rojava) ed ha aggiunto: “E’ tempo per la libertà”.

In un messaggio scritto inviato a Strasburgo, il Movimento Femminile Kurdo (KJB-Koma Jinen Blind) ha duramente condannato gli omicidi di Parigi ed ha richiesto di far luce in merito. Il KJB ha anche condannato l’Inghilterra, la Russia, Israele e gli Stati Uniti per aver reso Öcalan vittima dei loro interessi economici, prendendo parte alla cospirazione internazionale del 15 Febbraio 1999.

“La libertà del nostro leader ci libererà, proprio come la libertà delle donne libererà il popolo”, ha dichiarato il KJB, aggiungendo ciò che segue in merito all’esecuzione di Sara, Rojbin e Ronahi: “Il 2013 sarà un anno di resistenza contro gli attacchi dei cospiratori, contro la negazione, l’eliminazione, la resa e la distruzione”.

La co-presidente del Congresso della Società Democratica (DTK) Aysel Tuğluk ha iniziato il suo intervento condannando gli omicidi di Parigi ed ha osservato: “Lo stato francese deve far luce su tutti i dettagli di questi omicidi, poichè sarà altrimenti ritenuto responsabile. Non smetteremo mai di lottare per la giustizia e la verità sulle esecuzioni”. La Tuğluk ha invitato il Governo AKP a porre fine alle cospirazioni ed ha sottolineato che il popolo kurdo sosterrà la proposta di soluzione che il leader kurdo avanzerà.

Luisa Morgantini, ex-deputata del Parlamento Europeo, ha affermato di essere d’accordo con lo slogan “Jin, Jiyan, Azadi” [Donne, Vita, Libertà] ed ha sottolineato che il popolo kurdo è stato per lungo tempo vittima di tortura da parte delle forze occupanti. La Morgantini ha sottolineato che Sakine Cansız, Fidan Doğan e Leyla Şaylemez non si sono mai piegate alle pressioni ed ha aggiunto: “Grazie per averci insegnato l’umanità”.

Il Presidente del Congrasso Nazionale del Kurdistan (KNK) Tahir Kemalizade ha condannato la cospirazione internazionale ed ha sottolineato che gli Europei hanno diviso il Kurdistan con l’accordo di Sykes-Picot. “Siamo qui a resistere contro la pressione che avete imposto ai Kurdi da anni ormai. Libereremo il Kurdistan”, ha aggiunto ed ha invitato lo stato francese a chiarire urgentemente gli omicidi di Parigi.

Intervenendo per conto del PYD (Partito dell’Unione Democratica), Abdulselam Mustafa ha dichiarato: “Ho portato i saluti del Rojava Kurdistan al leader Apo. Il 2013 sarà l’anno della liberazione del leader del popolo kurdo Abdullah Öcalan”.

Parlando in seguito, l’avvocato di Öcalan Mahmut Şakar ha affermato: “Continueremo a lottare finchè il Kurdistan ed Öcalan non otterranno la libertà”.

ANF Strasbur

CIE di Milo (Trapani): l’orrore continua da: sicilia migranti

Il 19 febbraio 2013 alcuni membri delle associazioni borderline-europe e Borderline Sicilia hanno visitato il CIE di Milo, a poca distanza dalla città di Trapani.
La situazione incontrata è di grandissimo disagio, in parte dovuto alla condizione psicologica e fisica in cui versano i migranti “normalmente” nel venire sottoposti a trattenimento in un centro di identificazione, vale a dire quando vengono privati della propria libertà personale per un tempo a priori indeterminabile (o meglio determinato solo in un possibile massimo di 18 mesi).
La situazione in cui si trovano gli “ospiti” del CIE di Milo è però particolarmente difficile ed inaccettabile: moltissime persone riportano ferite e traumi non curati, se non con calmanti e aspirine; nella struttura lavora infatti un unico medico che è presente otto ore al giorno, poiché gli altri medici si sono licenziati in blocco per protestare contro le pessime condizioni lavorative in cui erano costretti ad operare, secondo le informazioni forniteci da alcuni degli operatori del centro in questione. I membri dell’associazione borderline-europe hanno potuto appurare un eccessiva somministrazione di calmanti e ansiolitici, utilizzati per “tenere calmi gli ospiti del Cie”, come ci riferiscono sia gli operatori, che il personale della polizia e i migranti stessi. I quali lamentano anche condizioni di sonnolenza a seguito dei pasti. Il cibo che gli viene fornito è in pessime condizioni, riso crudo e sabbia in mezzo all’insalata, e il mattino un bicchiere di latte annacquato con un pezzetto di pane. Gli “ospiti” hanno lamentato il malfunzionamento dell’assistenza sanitaria, spesso non vengono portati in infermeria per giorni nonostante manifestino seri problemi (ci sono alcuni diabetici e persone che presentano arti gonfi e lividi). Alcuni detenuti ci hanno riferito il caso di un “ospite” praticamente dipendente da cure ed accudimento da parte di terzi, persona della quale peró non si occupano gli operatori ma degli stessi detenuti. Anche l’incontro con gli assistenti sociali avviene sporadicamente, alcuni ospiti attendono a più di due settimane il colloquio con l’assistente sociale. Durante il giro del centro i membri di borderline-europe si sono potuti avvicinare alle sbarre dietro le quali si concentravano gli “ospiti”, i quali incitavano ad entrare nei dormitori per scattare delle foto, cosa che però non ci é stata concessa, nonostante il permesso accordatoci precedentemente dalla Prefettura. La struttura del centro, nonostante sia di recente costruzione riporta gravi danni, causati anche dall’esasperazione dei migranti detenuti, che li porta a compiere atti dimostrativi contro le strutture ma anche contro se stessi. Numerosi sono stati infatti i casi di autolesionismo, confermati dagli stessi operatori e dal medico dell’ente gestore, la cooperativa L’Oasi (che attualmente ha in gestione anche i CIE di Modena e Bologna e che in futuro gestirà anche l’altro CIE presente sul territorio di Trapani, ora in ristrutturazione, il Serraino Vulpitta).
La tensione all’interno del campo  é acuita anche dalla totale inattività alla quale sono costretti i migranti. Non è previsto alcun tipo di attività ricreativa, nemmeno di carattere sportivo e pochissimi sono gli oggetti che ai detenuti è consentito tenere all’interno dei moduli detentivi. Stando a quanto affermato dai detenuti con cui i membri di borderline-europe hanno parlato addirittura il possesso di libri sarebbe vietato per il timore che li si possa usare per appiccare incendi all’interno del campo. Gli operatori sociali sostengono che sia così per un problema di pubblica sicurezza, ma alcuni membri della polizia hanno negato che la pubblica sicurezza fosse la causa della mancanza di attività ricreative, sostenendo invece che diveniva un problema proprio per la mancanza di attività ricreative.
Questa tensione ha provocato spesso rivolte e azioni repressive anche molto violente da parte delle forze dell’ordine che si occupano della sorveglianza. Il team di borderline-europe ha potuto riscontrare personalmente i segni di tali pestaggi.
Questo esempio ed altri, hanno permesso ai membri dell’associazione borderline-europe di riscontrare una situazione di grave malessere  anche fra gli stessi operatori dell’ente gestore, che non percepiscono lo stipendio da due mesi. Ciò incide ovviamente in maniera molto negativa sulla qualità delle prestazioni erogate dall’ente stesso. Le difficoltà nel controllare la situazione interna al centro e nel garantire ai migranti trattenuti un tenore di vita dignitoso sono evidenti e ammesse anche da chi lavora quotidianamente presso lo stesso.
borderline-europe, Borderline Sicilia ONLUS, 21/02/2013

Una metamorfosi senza degni eredi | Fonte: il manifesto | Autore: Marco Bascetta

Il libro di Marco Revelli «Finale di partito», pubblicato da Einaudi, affronta la disaffezione verso le forme di rappresentanza, evitando il ritornello dei cattivi educatori. La crisi è un rovesciamento positivo, trasformando tutti in «fuori casta»

Sulla crisi della rappresentanza e sulla «disaffezione» sempre più estesa e profonda nei confronti dei partiti politici sono stati versati fiumi di inchiostro e di parole, fino ad inventare quell’«antipolitica» cui si potrebbe riconoscere un senso logico solo se con questo termine si intendesse designare un ritrarsi singolare e quasi ascetico dalla vita collettiva.
Ma non è certo a questo che si riferiscono i custodi della cosiddetta «cultura di governo». Bensì a una sorta di psicopatologia di massa che si sarebbe diffusa tra i cittadini, lasciati troppo esposti alle intemperie e alle intemperanze di cattivi educatori. Ci risiamo con i cattivi maestri! Che tramino nell’ombra per abbattere le istituzioni o che condonino evasioni ed abusi dalla luce della ribalta governativa restano la più comoda e semplice delle spiegazioni. Se patologia vi è stata, inoculata dal cattivo esempio, allora potrà essere curata col vaccino della «serietà» e della creanza. La buona politica, che si autocertifica tale, sconfiggerà alla fine quella cattiva, nonché il male epidemico dell’antipolitica e dell’irresponsabilità.
In questo mare di scemenze gonfiato dai venti della campagna elettorale è di grandissima consolazione imbattersi in un libro che la crisi della rappresentanza e la palese inadeguatezza della forma partito le prende tremendamente sul serio. Si tratta di un breve ma denso testo di Marco Revelli, che ha fra l’altro il merito di riassumere con chiarezza i punti salienti del dibattito teorico novecentesco sulle aporie dell’organizzazione politica e dei dispositivi della rappresentanza. Il titolo stesso ha il tono di una conclusione senza equivoci: Finale di partito (Einaudi, pp.140, euro 10).
Acrobazie dell’economia
Sgomberando il campo da psicologismi e filosofie della storia l’autore vede nei grandi partiti di massa del Novecento, soprattutto quelli europei, lo specchio piuttosto fedele dell’organizzazione produttiva dell’epoca: la grande industria fordista. L’una e gli altri concepiti per combinare in un disegno operativo la forza di innumerevoli singoli, coordinarne i movimenti, articolarne le funzioni, moltiplicarne la potenza.
Piramidale, verticistica, gerarchizzata, tra élites dirigenti, quadri intermedi e massa operaia, la grande industria da una parte e la burocrazia formalizzata della dottrina weberiana dall’altra, fanno da modello al partito, perfino e soprattutto a quello che si pone come obiettivo finale l’estinzione dello stato e del lavoro salariato. Dando così ragione al sociologo Roberto Michels che all’inizio del secolo scorso aveva pronosticato. «Chi dice organizzazione, dice oligarchia», sancendo un limite, prossimo all’impraticabilità, della democrazia. La rivoluzione, insomma, prendeva forma come rovesciamento, di segno contrario ma speculare, dell’organizzazione produttiva capitalistica. Non senza dar prova, con questo, di una certa razionalità pratica ed efficienza operativa.
Stando così le cose, le profonde trasformazioni del paradigma produttivo, la contrazione quantitativa della base operaia, il moltiplicarsi disomogeneo delle figure messe a lavoro, il decentramento, la flessibilità, le esternalizzazioni, l’inclusione nel processo di produzione di facoltà e inclinazioni individuali che ne erano state tenute fuori, non potevano non investire i comportamenti e le soggettività che avevano alimentato e sostenuto le grandi organizzazioni politiche, financo le forme di vita che si erano riconosciute in quelle strutture o ad esse affidate.
Le differenziazioni, le intermittenze, le singolarità, gli scarti e gli smottamenti che hanno attraversato e attraversano il mondo produttivo si riflettono ancora una volta nelle forme dell’organizzazione politica, ma vi si riflettono in termini di crisi. I partiti cercano di adeguarsi, inseguono arrancando le acrobazie dell’economia globale. Si cerca di appannare o cancellare i tratti identitari, si persegue la trasversalità sommando faticosamente bisogni e interessi eterogenei. C’è chi teorizza il «partito leggero» e chi, applicando il sistema del franchising (la prima Forza Italia), affida allo «spirito del commercio» e all’appeal pubblicitario il rilancio di una partecipazione politica fasulla e gregaria. Nonostante questo dispendio di inventiva e la prepotente irruzione del marketing sulla scena politica, il disfacimento, il «finale di partito» viene solo rinviato dalla sua ultima metamorfosi.
Soldati di ventura
Sia la grande industria che il partito di massa si rifacevano a un altro modello decisivo: quello dell’esercito. L’appellativo di «casta», con cui si è inteso bollare il privilegio, la distanza, l’arroganza e lo spirito oligarchico del ceto politico della Repubblica è in realtà del tutto fuorviante. Nel trasmettere l’immagine di un ordine sacerdotale consolidato, legato a rituali immutabili e riti di passaggio formalizzati, esso omette un passaggio decisivo. Quello dal partito di massa ricalcato, nel bene e nel male, sull’esercito di popolo al partito inteso come esercito mercenario, aperto, per l’appunto, ai «fuori casta» e ai soldati di ventura.
Il berlusconismo, e soprattutto la fase del suo disfacimento, ne costituiscono l’esempio più lampante, anche se il fenomeno, come le cronache hanno dimostrato, è assolutamente generale, non escludendo neanche le legioni al seguito dei tribuni che inveiscono contro il «ceto politico».
Non trovo di meglio che le parole di Machiavelli nel capitolo del Principe dedicato alla milizia, per descrivere le insidie di questo passaggio: «lo stato suo fondato in sulle arme mercenarie, non starà mai fermo né sicuro; perché le sono disunite, ambiziose, sanza disciplina, infedele; gagliarde fra ‘li amici; fra ‘nimici, vile…». E, così come gli antichi eserciti di ventura, le odierne schiere della politica «non hanno altro amore né altra cagione che le tenga in campo, che un poco di stipendio, il quale non è sufficiente a fare che voglino morire per te. Vogliono bene essere tuoi soldati mentre che tu non fai guerra; ma, come la guerra viene, o fuggirsi o andarsene». Senza contare che «E capitani mercenari, o sono uomini eccellenti, o no: se sono, non te ne puoi fidare, perché sempre aspireranno alla grandezza propria, o con l’opprimere te che li se’ padrone, o con l’opprimere altri fuora della tua intenzione; ma, se non è il capitano virtuoso, ti rovina per l’ordinario».
Dall’identità all’opportunità, dalla casta al mercato, dalla convinzione alle ambizioni personali. Questa la risposta, rivelatasi disastrosa, al tramonto dei partiti ideologizzati di massa, dei quali, sia chiaro, non è sano né utile nutrire alcun rimpianto. Queste caratteristiche non propriamente nobili rispecchiano effettivamente molti tratti della società postfordista, ma non ne rappresentano in nessun modo il rovesciamento, assecondando piuttosto in posizione ancillare l’organizzazione produttiva che la contraddistingue. Ecco perché non abbiamo assistito, almeno finora, (fatta eccezione per le instabili sperimentazioni dei movimenti) alla formazione di forze politiche capaci di trasformare la «liquidità» del presente, per dirla con Baumann, in una pratica di libertà. Di cogliere lo sgretolarsi delle appartenenze e dei ruoli consolidati come occasione di apertura e di rovesciare le interdipendenze eterodirette in cooperazione tra libere singolarità. Il «finale di partito» non prevede eredi.
Nelle pagine conclusive del suo libro Revelli sembra accreditare come una evoluzione in atto e una possibilità concreta la «controdemocrazia» o «democrazia della sfiducia» descritte dallo storico della politica francese Pierre Rosanvallon.
Persa ogni fiducia nella rappresentanza e assunta come incolmabile la distanza tra governanti e governati andrebbe affermandosi una diversa modalità della politica, la «controdemocrazia» appunto, che rinunciando all’esercizio delegato del potere punterebbe invece a controllarlo, a imporne la trasparenza e limitarne gli abusi. Per riprendere la nota formula di John Holloway, si tratterebbe di «cambiare il mondo senza prendere il potere», ma giudicandolo.
Democrazia del controllo
La deriva giudiziaria di questa impostazione è piuttosto evidente. Nella pratica prima ancora che nella teoria. In quella interazione tra opinione pubblica e magistratura che finisce con lo spingere quest’ultima a farsi a sua volta forza politica che reclama a proprio favore la perduta fiducia dei cittadini. Tra le numerose aberrazioni che infestano il discorso pubblico in Italia vi è la pretesa che i magistrati, e cioè uno dei poteri basilari dello stato, siano espressione della cosiddetta società civile. Di questo passo si potrebbe considerare espressa dalla società civile perfino una giunta militare! La verità della «democrazia del controllo» scivola così verso un sistema di delega mossa dal risentimento che ci ricondurrebbe dagli eserciti mercenari a una nuova «casta» inquisitoria, comunque incapace anche solo di sfiorare quei centri del potere, gli oligarchi della governance finanziaria, che fuoriusciti da ogni forma di patto sociale non rispondono ad alcuna legge se non la propria. E non è certo l’arresto di qualche manager corrotto o spregiudicato a contraddire questa realtà.
Questa oligarchia è, ad oggi, l’unica forma politica (anche se poco riconoscibile come tale) in grado di occupare la dimensione globale e dettarne le regole. Non è certo una novità che nella erosione delle sovranità nazionali risieda una delle cause principali del disfacimento dei partiti politici che dello stato nazione e dunque anche del suo ridimensionamento sono rimasti in larga misura prigionieri. Ma questa incapacità di agire sullo scacchiere sovranazionale, così come il mutato rapporto tra economia e politica, laddove la prima si è fatta misura etica, coscienza e superio della seconda, restano, nell’analisi di Revelli un po’troppo lontanamente sullo sfondo.
Pesanti o leggeri, correntizi o monocratici, collegiali o leaderistici, è da escludere che i partiti possano recedere dai tratti mercenari assunti nel passaggio del secolo. Né sarebbe realistico o desiderabile vagheggiare il ritorno al passato. C’è allora una sola opzione disponibile: sottrarre le risorse destinate a retribuire gli eserciti mercenari. Non si tratta banalmente del «taglio dei costi della politica», a cui gli stessi beneficiari si sono ormai rassegnati nel timore di finire fuori mercato, ma dell’appropriazione dal basso di quei beni, quei poteri di decisione, quelle istituzioni, quei saperi, il cui controllo e la cui guida fanno parte integrante del soldo della politica. A cominciare dai beni e dai servizi che lo stato e i suoi amministratori intendono mettere sul mercato per onorare il debito sovrano e salvaguardare il credito proprio.