Giustizia sotto il vulcano, clamoroso (o finalmente?): dallo scandalo “Garibaldi” nuove accuse a Mario Ciancio. E la Corte dispone trasmissione atti alla Procura! da: ienesicule

ciancio

“Sudpress” con un pezzo a firma del collega Vincenzo Barbagallo, un giornalista non un velinaro, scrive che i giudici di secondo grado passano gli atti all’Ufficio Requirente perchè proceda contro il Padrone di Catania per turbativa d’asta aggravata dal metodo mafioso. E tutto questo, grazie al coraggio dell’avv. Giuseppe Cicero. Quel giorno a sentirlo, eravamo davvero pochi…guarda sotto ienesicule

http://www.ienesiciliane.it/cronaca/6967-processo-appello-%E2%80%9Cgaribaldi%E2%80%9D-nell%E2%80%99indifferenza-di-una-citta-l%E2%80%99avv-cicero-ricorda-cosa-accadde-nello-studio-di-mario-ciancio%E2%80%A6.html

di iena giudiziaria Marco Benanti

Sono arrivate le motivazioni del processo di secondo grado per lo scandalo del nuovo ospedale “Garibaldi” a Nesima (l’altro grande affare è il Tavoliere). Dalle motivazioni della Corte (Presidente Ignazio Santangelo, a latere Giuttari e Muscarella) viene fuori, come riportato da “Sudpress”, un fatto fondamentale e gravissimo: i giudici descrivono, infatti, Mario Cianco come “il manovratore dietro le quinte dell’appalto milionario”- scrive Barbagallo di “Sudpress”. Di qui la trasmissione atti alla Procura. E’ scritto, fra l’altro, nelle motivazioni: “quel soggetto da cui aveva ricevuto quelle minacce larvate non solo era rimasto al di fuori dell’indagine, quasi fosse intoccabile ed innominabile, bensì sembrava avere forti appoggi nella magistratura inquirente locale” (pag 230).

Ci sono voluti 14 anni, siamo d’accordo pure noi con Barbagallo. Chi scrive ha seguito -spesso da solo- le udienze del processo d’appello. Ci è stato anche detto che si trattava di “cose vecchie”….

Chi scrive ha memoria e ricorda anche di Pino Finocchiaro dei suoi articoli negli “anni caldi” dell’inchiesta “Garibaldi”, quando scrivere quelle cose “condannava” all’ isolamento e alla denigrazione, anche e soprattutto della “società bene”, magari sinistra, di Catania, con le sue ipocrisie, le sue vigliaccherie e tanta malafede. Ricordo i “pazzi” del giornale “Controvento” e il “pazzo per eccellenza” (ma di cui si sente tanto la mancanza) il giudice Titta Scidà.

Ricordiamo anche e sopratutto il coraggio dell’avv. Cicero (che ha rinunciato alla prescrizione prima ancora della sentenza di primo grado ed è stato per questo condannato), difeso dall’avv. Antonio Fiumefreddo, ha denunciato fatti e situazioni. Oltre che naturalmente nelle sedi giudiziarie, sul settimanale “Magma” oltre che naturalmente su ienesicule Cicero ha fatto luce su quanto era rimasto nascosto, anche e soprattutto ad una città, Catania, che fa letteralmente paura, per quanto è omertosa e per quante vite e verità sotterra. Per paura, per convenienza. Per vigliaccheria. Domani mattina, presso lo studio Fiumefreddo, come abbiamo già scritto l’avv. Cicero terrà una conferenza stampa, che si annuncia davvero interessante. Malgrado Catania, malgrado i suoi abitanti.

G. Scidà, il “Caso Catania” esiste

 

La Presidente della Repubblica? di Monica Lanfranco da: il fatto quotidiano

Gli anni di attivismo femminista mi hanno rafforzata nell’opinione che è necessario dire forte e chiaro, soprattutto a chi si affaccia con occhi e mente più giovane alla società e all’impegno, che non basta essere dentro ad un corpo sessuato per garantire una visione e uno sguardo alternativo al dominio, al potere e al patriarcato. Non basta essere gay per empatizzare con la differenza e il disagio (il leader olandese xenofobo Pim Fortuyn, ucciso qualche anno fa, era gay); non basta il colore della pelle per stare dalla parte dei deboli (Condoleeza Rice era nera), non basta essere donna per sentire sulla pelle l’urgenza di laicità e uguaglianza (l’on. Binetti, l’on Santanchè sono donne, e mi fermo solo per motivi di spazio).

Quando serve, sia dentro che fuori le vicende elettorali, si tirano in ballo le donne per creare consenso e, a intervalli regolari, nascono e muoiono timide candidature per le alte cariche dello stato.

In un paese dove da oltre 30 anni non si riesce ad approvare una legge che consenta di default l’attribuzione anche del cognome materno alle nuove e ai nuovi nati, e nel quale il patriarcalismo è ancora così radicato, anche a sinistra, tanto che ancora non si vede la luce per chi, omosessuale, voglia sposarsi, fa sorridere che proprio verso al fine della campagna elettorale si tiri fuori dal cappello la proposta di una donna Presidente della Repubblica,come di recente ha fatto l’ex premier Monti.

Due delle madri del percorso antifascista, Tina Anselmi e Lidia Menapace, non hanno mai sfiorato la candidatura a senatrici a vita, e per le più giovani e autorevoli, come Emma Bonino e Rosi Bindi è mancato, e manca tuttora, un consenso radicato e forte dentro il Parlamento e tra le stesse forze dell’arco progressista.

Siamo lontanissime dalla Finlandia, dove nel 2000 Tarja Talonen è diventata Presidente, per non parlare dell’Islanda, dove a capo del governo c’è Johanna Sigurdardottir, lesbica dichiarata.

Quando viene bene in Italia germoglia un certo interesse focalizzato sul generico ‘ascolto’ delle donne, che però non entra nel merito delle questioni di fondo: ci si limita a dire che il genere femminile va valorizzato, ma non si sa perché e su quali presupposti di contenuto e di programma, di visione globale e particolare.

A me cittadina ed elettrice è sufficiente il generico essere di una donna una mia simile perchè io possa affidarle un mandato sui miei interessi e bisogni politici? E chi invoca oggi una donna alla carica di Presidente lo fa perchè convintamente persuaso che il cambiamento di genere, nel simbolico di una carica così significativa, è sintomo della necessità di spazzare via il primato maschile nell’esercizio del potere?

Il 50 e 50 nella rappresentanza, ci insegnano le donne dei paesi nordici e anche alcune esperienze africane, non basta a garantire equità e pari opportunità, perché da sempre nella storia le donne sono state formidabili alleate del potere, e gli uomini di potere hanno usato a loro favore la connivenza di alcune per rafforzare il dominio.

Una donna, sì. La Presidente: sarebbe bellissimo. Ma non una donna purchessia. Una donna che incarni, sostenga e rappresenti la storia della rivoluzione più grande che l’umanità abbia vissuto: quella della conquista della libertà e autodeterminazione femminile. Ragioniamo su questo, ricordando, come sosteneva Rosa Luxemburg, che chiamare le cose con il loro nome è il primo gesto rivoluzionario.

Elezioni politiche, l’appello dell’ANPI: “Difendiamo la Costituzione”Oggi la conferenza appello deell’Anpi. RomaToday l’unico giornale presente. Il residente Polcaro: “E’ scoraggiante vedere che i media non siano interessati” da: RomaToday di Maria Romana Barraco –

  • “Per un’Italia rinnovata, nei valori dell’Antifascismo, della Resistenza e della Costituzione”. Sono questi i principi sui quali si fonda la campagna di sensibilizzazione anti-fascista e di sostegno alla Costituzione dell”Anpi, l’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia. Lo scorso 13 febbraio, infatti, il comitato provinciale aveva caldamente invitato tutti i candidati dei collegi di Roma e Provincia afferenti alle forze politiche democratiche a sottoscrivere un appello “per un’Italia rinnovata, nei valori dell’Antifascismo, della Resistenza e della Costituzione“.

In assoluta indipendenza e autonomia rispetto ai programmi che ognuno dei partiti prospetterà ai propri elettori, l’associazione ha dunque voluto affermare alcuni principi fondamentali per il futuro della democrazia, con quell’autorevolezza che deriva in fondo dalla propria storia e dal suo impegno quotidiano, nella ferma convinzione che sia indispensabile ritrovare un fondamento comune (come quello che fu appunto alla base del lavoro dell’Assemblea Costituente) almeno su alcuni principi fondamentali. “La Costituzione costituisce il patto fondativo del nostro stato, ma l’impressione di questi tempi è che stia venendo sempre più messa in discussione e sottovalutata. Principi come il rigore morale, la correttezza, la buona politica, la garanzia della trasparenza non posso e non dovrebbero mai essere trascurati“, dichiara il Presidente della sezione di Roma Vito Francesco Polcaro.

La base fondante della nostra Repubblica – ce lo insegna la storia – è proprio l’antifascismo, che vuol dire prima di tutto opposizione a qualsiasi tipo di dittatura e ostacolo alla democrazia. C’è un articolo della Costituzione e ben due leggi che vietano la riorganizzazione del partito, eppure ancora oggi nelle scuole, per le strade e addirittura in campagna elettorale si colgono continuamente atteggiamenti e aggressioni di puro stampo squadrista“. Dura anche la sua posizione in merito al fenomeno dell’astensionismo: “I cittadini devono capire che per quanto siano stati delusi dai rappresentanti che hanno eletto, devono comunque continuare a esprimere le proprie idee, perchè non andare votare vuol dire prima di tutto fare scegliere agli altri“.

E sono stati in molti i candidati ad aver accettato e sottoscritto l’appello, da Bersani a Miccoli, da Ingroia a Zingaretti, fino ai numerosi esponenti delle singole liste che hanno provveduto autonomamente a rispondere al caloroso invito. Tanti riscontri, dunque, ma un unico grande assente: la stampa e i mezzi di informazione. Roma Today era infatti l’unica testata presente alla conferenza e su tale nota, si è così espresso il Presidente Polcaro: “Purtroppo il problema della tenuta democratica del nostro paese viene considerato spesso dai mezzi di comunicazione di massa come un punto secondario, come se fossimo ormai vaccinati al rischio di perdere la democrazia; il che è ovviamente una cosa gravissima“.

Catania, corsa a sindaco (o al Parlamento?): Giuseppe Berretta “apre” a San Cristoforo. Ma dietro all’angolo(della macelleria) rischio equino…

cavallo

Stasera  ”Io Cambio Catania” inaugura in via Fornai. Ma non si è ancora spento l’eco della decisione della Nestlè…

di iena di strada

 

La notizia è arrivata… al taglio:  Nestlè ha ritirato dai mercati di Italia e Spagna i prodotti alimentari a base di pasta alla carne di manzo, dopo che i test del dna hanno dimostrato tracce di carne di cavallo superiori all’1%. Il maggior gruppo alimentare del mondo, secondo quanto riferisce l’edizione online del Financial Times, ha informato le autorità dei rispettivi paesi. In particolare, la Nestlè ha ritirato dai mercati italiano e spagnolo i ravioli e i tortellini surgelati della Buitoni alla carne di manzo e anche le lasagne alla bolognese prodotte dal marchio francese Gourmandes.

 

 

 

 

 

 

 

 

Che fare, avrebbe detto Lenin? Giuseppe Berretta, candidato a sindaco e alla Camera per il Pd, è tipo al sangue (secondo taluni). E ha deciso lo stesso di aprire in centro, dove la tradizione legata alla carne di cavallo è radicata e molto diffusa. Prima, però, parrebbe che il coordinatore del movimento “Io cambio Catania” Daniele Sorelli (nella foto il primo a sinistra, con altri esponente di punta del movimento e del partito Piddì) abbia fatto da assaggiatore: no problem, sembra abbia detto. E così via libera!

E’ scritto nell’avviso di inaugurazione: ” pensiamo che Catania vada cambiata ovunque, nei quartieri cosiddetti “bene” e nelle periferie dimenticate, dalle quali vogliamo anzi ripartire: se non si cambia lì non si cambia da nessuna parte.

Ma vogliamo esserci, come abbiamo già fatto in questi mesi con gli interventi all’Antico Corso, in Piazza San Cristoforo e in Piazza Mazzini, anche nel cuore antico della città, il suo meraviglioso centro storico.
Meraviglioso al punto da essere stato riconosciuto all’UNESCO Patrimonio dell’Umanità ma che evidentemente tale non viene considerato da quell’umanità che ha governato Catania: centro storico anch’esso dimenticato, nonostante possa divenire il fulcro di ogni possibile sviluppo turistico; cadente, nonostante sia il vero luogo della riqualificazione urbana e della modernizzazione edilizia, attraverso il ricorso alla bioedilizia e a tecniche di manutenzione e di ricostruzione a risparmio energetico e rigorosamente antisismiche; abbandonato, nonostante sia lo spazio “naturale” per le arti e la creatività che, anch’esse, possono divenire proficue attività economiche.

Noi vogliamo cambiare Catania

E per questo abbiamo deciso di raddoppiare le sedi e l’impegno: Mercoledì 20 febbraio alle 19 inauguriamo la nuova sede di “Io cambio Catania” in via Fornai 16, nel cuore del centro storico catanese.”

Hanno assicurato la loro presenza anche massaie, acconciatori, barbieri e tutta una vasta umanità. E da Librino? Verrà qualcuno? Staremo a vedere.

 

Donne di fronte alla crisi economica ed alla mutazione del sistema pubblico di welfare da:WELFARE – ITALIA di Nicoletta Pirotta

Il seminario ha rappresentato, per IFE Italia, la naturale continuazione del lavoro di riflessione e confronto sui temi del lavoro delle donne iniziato nel 2010 con il seminario presso l’Università di Bergamo “Differenti ma non diseguali. Prima giornata di studio su lavoro, welfare, eguaglianza” continuato nel seminario annuale di Ife Italia del 2012 in ValSerina “Dove stiamo andando su questa tera? Femministe in relazione per un’azione politica condivisa su potere, desideri, lavoro, diritti, laicità”, i cui materiali sono stati pubblicati sul sito www.ifeitalia.eu

Riflettere sulla mutazione del sistema di welfare ci è sembrato ancor più necessario nel momento in cui, a livello europeo, le politiche di austerità, fondate su una strumentale gestione del debito pubblico, hanno sferrato un attacco senza precedenti ai sistemi pubblici di protezione sociale, come abbiamo denunciato, insieme ad altre associazioni e reti di donne nell’assemblea femminista “Donne di fronte alla crisi, al debito ed alle politiche di austerità: alternative femministe e pratiche di resistenza”, tenutasi nel Forum Sociale Europeo “Firenze 10+10″ del novembre 2012.

Sistemi pubblici di protezione sociale ( diritti del lavoro, scuola, sanità in primis) grazie ai quali anche nel nostro paese sono migliorate le condizioni di vita delle donne e degli uomini tanto da consentire un aumento delle aspettative di vita.
Ma la crisi economica consente di spostare l’attenzione dai risultati ai costi facendo dire senza vergogna al premier uscente del Governo italiano che non siamo più in grado di reggere il sistema sanitario pubblico (sic!).

Esemplare anche un testo del Fondo Monetario Internazionale (FMI) messo in circolazione da poco ed intitolato, guarda caso, “  I rischi della longevità  ” nel quale il vivere più a lungo viene ad essere considerato un disvalore dal punto di vista economico a causa della spesa pubblica che un tale obiettivo comporta.
Apro una breve parentesi per ricordare che nel 1999 lo stesso FMI mise in circolazione un testo di tutt’altra natura nel quale invitava a considerare le enormi opportunità economiche offerte dalla gestione dei servizi per anziani e per le persone non autosufficienti invitando gli operatori economici privati a coglierne i vantaggi.
Guarda caso nel nostro paese ma non solo gli ospedali cancellarono i reparti di lungo degenza per i malati cronici non autosufficienti , anziani e non, dando il via al business delle case di riposo, gestite in larga parte da privati e sostenuti sia da denaro pubblico sia da contributi delle e degli utenti e delle loro famiglie. Le persone dunque possono vivere a lungo oppure no solo in ragione del business…. È il capitalismo bellezza!

Il seminario di IFE Italia ha voluto dunque ragionare su crisi e attacco al modello di welfare  per coglierne i nodi di fondi e cercare di capire non solo come resistere ma anche con quali proposte provare a sovvertire le prospettive in atto.

Prima di tutto abbiamo convenuto con quante/i analizzano la crisi economica del mondo occidentale dalla prospettiva della messa in discussione del lavoro come elemento centrale della cittadinanza (attraverso i processi di precarizzazione in corso da decenni), così come si era andato configurando all’interno di un quadro di diritti e di protezioni. Questa prospettiva consente di cogliere il legame tra le sorti del lavoro e quelle del sistema pubblico di welfare.

Siamo poi tornate a denunciare la rimozione della dimensione di genere ( inteso sia come elemento costituivo dei rapporti sociali fondato sulle differenze percepibili fra donne ed uomini e sia come modalità di significare i rapporti di potere) che si è operata sia nella lettura della fase neoliberista che dell’attuale crisi economica.

Ed abbiamo ricordato i tre processi che si colgono se non si opera una tale rimozione:
A)  la femminilizzazione del lavoro  cioè il fenomeno , dagli esiti complessi e contraddittori, fondato sia sull’ aumento dell’occupazione femminile ( cosa di per sé positiva perché in grado di migliorale le condizioni materiali e simboliche delle donne e di svelare la struttura sessuata del lavoro) sia sulla generalizzazione delle condizioni di accesso e permanenza al lavoro storicamente prerogativa delle donne ( precarietà, part-time, tempo determinato, flessibilitá, bassi salari,….);

B)  l’intreccio fra lavoro produttivo e di riproduzione sociale, domestica e biologica  che costringe le donne ad accettare flessibilità e precarietà se si desidera accedere e mantenere un lavoro salariato oppure ad abbandonare l’attività produttiva rinunciando alla propria autonomia economica, oppure ancora, e se ce lo si può permettere, ad utilizzare manodopera femminile, per lo più immigrata, nel ruolo di colf e badanti con il risultato che l’emancipazione femminile si svuota del proprio carattere conflittuale per trasformarsi in un “affare di donne”.
Per le donne dunque si produce al contempo una  doppia alienazione  (del prodotto della propria fatica e del tempo per sé);

C)  i tagli alla spesa pubblica operati dalle manovre finanziarie del 2011 e da quelle del governo attuale  (decreto “Salva Italia”, Spending Review e Legge di Stabilità) e dalle misure imposte dalla cosiddetta Troika Europea (FMI, Commissione e Banca centrale europee) trovano la loro massima espressione ideologica nell’obbligo imposto agli Stati del Pareggio di bilancio, che il nostro Paese ha introdotto in Costituzione con il beneplacito di tutto il Parlamento.
Non bisogna essere premi Nobel per immaginare che i tagli agiranno sulla dismissione da parte del settore pubblico di molti servizi sociali ed educativi che finiranno per dover essere garantiti solo dal lavoro gratuito delle donne (che aumenterà esponenzialmente condizionando la possibilità di accesso al lavoro salariato).

In questo quadro generale abbiamo quindi iniziato ad analizzare il sistema pubblico di welfare nella sua evoluzione storica e nella situazione attuale con la consapevolezza che l’odierna crisi economica è di tale portata che potremmo uscirne solo attraverso una trasformazione strutturale della realtà sociale, economica, politica, sottolineando che le mutazioni di struttura non potranno non riguardare il sistema produttivo industriale, le forme organizzative dello Stato insieme alla natura e alla funzione dei sistemi pubblici di welfare. E’ stato così anche in epoche storiche di grandi trasformazioni (dallo Stato monarchico allo Stato nazione Liberale e da quest’ultimo allo Stato nazione democratico).

L’ analisi, che dovrà necessariamente continuare, ci ha permesso per il momento di evidenziare alcuni aspetti (sui quali continueremo l’approfondimento) che in sintesi riportiamo:
a)  i primi interventi pubblici nascono fra la fine dell’800 ne l’inizio del ‘900 in materia di scuola e sanità  (e parzialmente di previdenza), l’artefice di tali iniziative è Bismarck. L’intento non è solo quello di modernizzare la dimensione statale e da agevolare al meglio le relazioni economiche prevedendo una maggior attenzione alle condizioni di vita della “forza lavoro” ma altresì quello di contenere la “pericolosità” sociale delle forme di mutuo aiuto (case del popolo, società di mutuo soccorso, leghe) fondate sull’autorganizzazione (l’esperienza della Comune di Parigi ne ha rappresentato un modello) che avrebbero potuto diffondere una maggior coscienza /consapevolezza fra le classi “proletarie” ed estendersi a macchia d’olio;

b)  è con l’avvento dello Stato Nazione Democratico che assistiamo alla nascita ed allo sviluppo di un welfare vero e proprio .
Gli elementi strutturali che ne hanno consentito la nascita possono essere rintracciati sul piano finanziario ( accordi monetari di Bretton-Woods e sistema tariffario del GATT -General Agreement on Tariffs and Trade), sul piano produttivo (nascita di un sistema industriale a ciclo completo a livello nazionale ), sul modello produttivo vero e proprio ( il “fordismo” cioè l’avvento della grande fabbrica e della produzione standardizzata), sul modello politico (democrazia parlamentare, generalizzazione dei diritti, spesa pubblica orientata al criterio del “deficit spending” (esatto contratto della “spending review” per agevolare la crescita economica, la piena occupazione e i consumi di massa).
Il modello di welfare che si afferma è quello teorizzato da Beveridge , fondato sul riconoscimento dei diritti universali e sulla loro esigibilitá in grado di garantire prestazioni “dalla culla alla bara”;

c) nel nostro paese in particolare, la realizzazione del sistema di welfare pubblico è anche, se non soprattutto, frutto delle lotte specifiche delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno posto la questione dei diritti di cittadinanza come elementi costitutivi di una democrazia sostanziale e non solo formale;

d) sempre  negli anni ’70 il movimento delle donne, in particolare, ha posto l’esigenza di promuovere la partecipazione delle e dei cittadini alla gestione dei servizi educativi e sanitari  in modo da non delegare unicamente all’”autorità” medica o istituzionale “il potere” dell’educazione e/o dell’assistenza sanitaria. Con questa impostazione vennero realizzati, per esempio, gli asili nidi comunali e i Consultori:

e)  dalla fine degli anni ’70 agli anni ’90 viene progressivamente demolita la precedente architettura nazionale di welfare pubblico  ( “dalla culla alla bara”, “deficit spending”, piena occupazione) e cominciano ad essere operati tagli alla sanità, alla scuola ed ai servizi sociali mentre sul piano occupazionale assistiamo ad una diffusa precarizzazione del lavoro ed un consistente taglio dei salari.

Non solo,  dagli anni ’80  con l’avvento del modello neoliberista globalizzato si afferma un ordinamento transnazionale (l’Europa dell’euro) che impone un sistema a-democratico, di natura privatistica, che consente di imporre agli Stati provvedimenti assunti da organismi (Il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale (ed Europea) e la Commissione europea) non eletti dalle e dai cittadini europei.
Quello che è recentemente successo con l’imposizione del fiscal compact e del pareggio di bilancio in Costituzione (la cosiddetta “regle d’or”) è il frutto malato di una tale scelta di fondo.
Nel nostro Paese, per non farci mancare nulla, si è provveduto , attraverso la modifica dell’art. V della Costituzione,a “regionalizzare” i sistemi sanitari con il risultato di rompere o frammentare il modello sanitario nazionale “creando” 20 modelli regionali di sanità, grazie ai quali la spesa sanitaria è schizzata alle stelle;

f) dentro la crisi economica ed in un quadro di riferimento politico e legislativo completamente cambiato,  la spesa pubblica viene erosa se non addirittura sussunta dall’obbligo di pareggio di bilancio , la precarietà diffusa del lavoro rende incerte le entrate, le tasse pagate dalle lavoratrici dipendenti non servono più ad ottenere servizi ma a pagare il debito pubblico. Il modello pubblico di welfare viene considerato obsoleto e torna in auge l’idea ottocentesca cioè quella di un welfare pubblico residuale (destinato sostanzialmente alle e ai poveri) fondato non sul diritto ma sulla carità (si consiglia a questo proposito la lettura del  Libro Bianco di Sacconi , già ministro del welfare nel governo Berlusconi).
E si alimenta , come talune sottolineano, il mito della “big society” cioè l’idea che la comunità (considerata astrattamente come un tutt’uno coerente ed omogeneo perché si vuole fingere di non vedere i conflitti ed i differenti interessi che la abitano), o ancora meglio la famiglia, possono rispondere di più e meglio delle istituzioni pubbliche ai bisogni delle persone. Si esalta il mutualismo, svuotato dal carattere “rivoluzionario” che lo contraddistinse nel suo nascere per utilizzarlo , strumentalmente, contro il principio di universalità.

Per tutto ciò, a nostro avviso, si riconferma la necessità che un’azione politica femminista che sappia :

– mettere al centro due punti irrinunciabili:  un diverso modo di produrre e di riprodurre che consideri il lavoro nella dimensione non alienata di attività umana  capace di produrre benessere collettivo e scopra il valore sociale della cura intesa sia come “saper prendersi cura” sia come “saper fare con cura”.
– porre una questione ineludibile: l a crisi si configura anche come occasione per mutare la natura e la funzione dei sistemi di welfare .
Tale mutazione è già in atto e utilizza , sul piano materiale, il debito e le politiche di austerità per convincere dell’insostenibilità di un welfare pubblico mentre sul piano simbolico è già al lavoro per indicare i “nuovi” principi di fondo cui ispirarsi: il merito (come ebbe a dire Monti nel giorno del suo insediamento il merito va premiato e la ricchezza è un merito che va riconosciuto e sostenuto) ;  la carità al posto del diritto ; il differenzialismo al posto dell’universalismo.
Messaggi che in tempi di crisi hanno molta presa e quindi rappresentano un crinale pericoloso.
Come donne sappiamo bene che l’universalismo dei diritti che si è sin qui affermato contiene elementi di ambiguità che abbiamo denunciato più volte (è un universalismo, abbiamo detto, che non sa contenere l’uno ed il multiplo e che spesso ha rimosso o dimenticato il genere femminile) e pur tuttavia soltanto un diritto universale è un diritto esigibile, come mirabilmente scritto nell’articolo 3 della nostra Costituzione.

La nostra discussione ha infine posto una domanda che, nella sua contraddittorietà, accompagnerà la nostra riflessione: da un punto di vista di genere e ribadendo come irrinunciabile il principio dell’’ universalità dei diritti possiamo provare, come una delle risposte ai processi di smantellamento del sistema pubblico di protezione sociale, a sperimentare un mutualismo inteso come pratica rivoluzionaria perché fondata non solo sulla necessità di offrire risposte ad un bisogno ma anche e soprattutto sulla capacità di promuovere sentimenti quali l’ empatia e la solidarietà e di agire i necessari conflitti?

Nicoletta Pirotta
IFE Italia

Dono dell’Istituto storico della Resistenza al Ministero dell’interno da: schermo.it

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Immagini della II Guerra Mondiale

14-02-2008 / Cultura / La redazione

LUCCA – L’Istituto storico della Resitenza e dell’Età contemporanea donerà due volumi al Ministero dell’Interno. In questi libri è contenuta la storia della II Guerra Mondiale in Garfagnana, dove per molto tempo il fronte rimase fermo, facendo patire alla popolazione le conseguenze del conflitto bellico. Con l’occasione, l’Istituto chiederà il conferimento ai Comuni garfagnini della medaglia d’oro.

 

Immagini della II Guerra Mondiale Due volumi di documenti sulla Seconda Guerra Mondiale a Lucca saranno inviati dall’Istituto storico della resistenza e dell’Età contemporanea al Ministero dell’Interno. Questo studio, realizzato in collaborazione con la Provincia, alcuni Comuni e la Comunità montana della Garfagnana, riporta le testimonianze di questa parte di territorio provinciale, che ha sofferto bombardamenti aerei, cannoneggiamenti, rastrellamenti, rappresaglie, saccheggi e la fame, in quanto si trovò nei pressi di un fronte di guerra, rimasto fermo per molto tempo.

I due volumi sono stati realizzati grazie al lavoro sui documenti effettuato dal direttore dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea, Lilio Giannecchini, arricchito con documenti, raccolti nei Comuni della Garfagnana, dal dottor Matteo Rossi.

Contestualmente all’invio dei documenti, l’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea chiede al Ministero il conferimento della Medaglia d’oro al merito civile per le amministrazioni comunali della Garfagnana.
La motivazione che viene proposta cita:
«Trascinato nel vortice di una guerra crudele e devastante, il popolo della Garfagnana, con animo indomito, sopportò fame, distruzioni, rastrellamenti, massacri, deportazioni, razzie e ogni tipo di violenza, nei lunghi mesi, dal settembre 1943 all’aprile 1945, tenendo testa alla ferocia dell’occupazione nazi-fascista, animato dall’ideale della libertà e dell’amor di patria, contribuendo, così, con le sue numerose vittime, i suoi immensi sacrifici, al riscatto della Liberazione, affinché i propri figli vivessero un una società nuova, giusta e libera»

Candidata centro sinistra si ritira: Faranno accordo con Monti, non votatemi Da paeseroma.it – Articolo di Alessia Forgione

Non ci sta, e  ritira la sua candidatura dalla corsa elettorale. Non gli va di  stare in una coalizione che dopo le elezioni aprirà a Monti truffando un sacco di persone con la scusa del voto utile.  Buona lettura.

Candidata con il centro sinistra (Psi), nonché esponente locale del suo partito (Guidonia e Tivoli), Marta Baldassarini si ribella alla decisione presa ai vertici del suo schieramento a livello nazionale, ovverosia: allearsi con Mario Monti in caso di mancanza dei voti per garantire il nuovo governo.E il “sì” a Monti sarebbe stato ribadito proprio da un big del Psi, nei giorni scorsi al Tg5, Bobo Craxi, candidato senatore di spicco per tutta la lista.

Proprio a lui la Baldassarini avrebbe chiesto di «chiarire» in pubblico – più precisamente nell’incontro aperto alla cittadinanza svoltosi domenica scorsa a Guidonia – la linea politica nazionale, ribadendo che chi si è candidato poco più di due settimane fa’ in una lista che a detta della stessa candidata «deve stare a fianco al popolo, ai lavoratori e a tutti gli strati più deboli» non potrebbe spiegare «in nessun modo, davvero» una strategia elettorale di appoggio a fazioni «notoriamente al servizio delle lobby finanziarie e dei poteri forti». Ma non sarebbe stata confortante la risposta del leader socialista, che avrebbe sottolineato in maniera secca la “necessità” di appoggiare il cosiddetto ‘centrino’ in caso di mancanza di “numeri” all’indomani del voto, lasciando probabilmente intendere uno sforzo condiviso nel suo stesso partito di sostenere una linea Bersani, già declamata dallo stesso leader Pd in questi giorni e ampiamente discussa sulle cronache nazionali.

Sconcertata e indignata, preferisce, sostiene lei, «rinunciare, piuttosto che fare da testimonial a una scelta assurda» e aggiunge «purtroppo non posso ritirarmi però posso protestare dicendo di non votarmi perché a questo punto non lo trovo assolutamente giusto».

E ancora «fosse anche un’eventualità remota – quella di una possibile alleanza con i “tassatori del popolo” – dico “no” a gran voce. Questa scelta non risponde affatto al mio modo ‘onesto’ di fare politica; io non faccio promesse e non porto i miei elettori a cena, io sono una casalinga e prima ancora sono una cittadina e voglio rappresentare la voce del popolo, delle mamme di famiglia, dei lavoratori, dei disabili. Voglio continuare a fare politica, ricominciando dalla mia città, e spero che anche le spaccature interne al mio partito su Guidonia e Tivoli, trovino una risoluzione al più presto . Senza contare che ho una reputazione, sono rispettata e alla mia faccia ci tengo quindi non ammetto che venga associata a quella di chi ha rovinato la vita a tanta gente; io voglio continuare a camminare a testa alta ed è per questo che preferisco rinunciare piuttosto che farmi convincere». Alessia Forgione