Tripoli bel suol d’amore per armi e divise italiane di Antonio Mazzeo

 

 

Blindati di seconda mano; divise, slip e spazzolini nuovi ma demodé. Sono i doni che l’Italia ha inviato ai nuovi governanti libici per consolidare la partnership politico-militare tra i due paesi. La consegna è avvenuta durante la recente visita a Tripoli del ministro-ammiraglio Giampaolo Di Paola che ha pure avuto modo d’incontrare il primo ministro Ali Zeidanil e il ministro della guerra gen. Mohamed Al Barghati. La cessione delle rimanenze di magazzino è stata autorizzata dal Parlamento italiano con la legge di conversione del ddl di fine 2012 che ha prorogato le missioni militari italiane all’estero.

Sono stati consegni ai libici “a titolo gratuito” innanzitutto 20 veicoli blindati da trasporto truppe e combattimento “Puma” prodotti dal consorzio Fiat Iveco-Oto Melara e nella disponibilità dell’esercito italiano. Dalle basi della marina militare di Taranto, Augusta, La Spezia, Ancona e Cagliari è stata prelevata invece una certa quantità di “effetti di vestiario in disuso”. Si tratta complessivamente di quasi 70.000 capi, tra cui 30.000 slip, 10.000 camicie kaki in manica lunga e corta, 28.000 tra pantaloni estivi e invernali, magliette intime, pigiami e cinture. Il vestiario è stato trasportato in Libia a bordo di velivoli cargo messi a disposizione dall’aeronautica militare. Tra i container hanno pure trovato posto 6.000 astucci porta-saponetta, 30.000 tubetti di crema da barba, 80.000 dentifrici, 2 milioni di rasoi, 150.000 saponi, 68.000 spazzole per scarpe e abiti e 40.000 spazzolini da denti. Solo 200 invece le “spazzole per capelli” destinate ai combattenti della nuova repubblica libica.

Nel corso degli incontri tenuti a Tripoli dal ministro Di Paola sono stati trattati i temi riguardanti la “formazione di forze armate e di polizia, la cooperazione – anche tecnologica – nelle attività di controllo dell’immigrazione clandestina, il supporto nazionale alla ricostruzione della componente navale, la sorveglianza e il controllo integrato delle frontiere”, come recita il comunicato emesso dal dicastero della difesa. Si spera inoltre di aver convinto le autorità libiche a confermare gli ordini di armi di produzione italiana fatti da Muammar Gheddafi alla vigilia del conflitto che ha lacerato il paese nel 2011. Tra i più importanti, quello relativo al sistema di sorveglianza radar delle coste libiche e delle frontiere con Niger, Ciad e Sudan del costo di 300 milioni di euro prodotto da Selex Sistemi Integrati (oggi Selex SE), gruppo Finmeccanica. Il contratto fu firmato il 7 ottobre 2009, ma solo una prima tranche di 150 milioni è stato portato a termine. L’azienda italiana dovrebbe provvedere alla progettazione, all’installazione e all’integrazione del sistema e alla formazione degli operatori e dei manutentori libici.

In lista d’attesa ci sono inoltre pezzi di artiglieria Howitzer di Oto Melara, componenti di ricambio per aerei addestratori Aermacchi ed elicotteri Agusta e altro materiale bellico non specificato che una delegazione governativa libica richiese alla Difesa italiana nel febbraio 2011 proprio quando stava maturando internazionalmente la decisione di intervenire contro il colonnello Gheddafi. Un mese prima era stato reso pubblico l’acquisto del 2,01% del pacchetto azionario di Finmeccanica da parte dell a Libyan Investment Authority, il fondo sovrano creato per la gestione del valore delle entrate prodotte dall’attività petrolifera.

L’ingresso dei fondi libici nella holding armiera coronava anni di pressing e corteggiamenti del governo Berlusconi e del management di Finmeccanica. “Puntiamo a fare della Libia il partner ideale per la futura crescita del nostro gruppo in Africa e Medio Oriente”, dichiarava nel luglio 2009 l’allora amministratore delegato Pier Francesco Guarguaglini.

Dopo la revoca dell’embargo Onu nel settembre 2003, la Libia è divenuta uno dei maggiori clienti delle industrie belliche italiane. Secondo il Sipri (l’istituto svedese di ricerche sui temi della pace e il disarmo), nel solo biennio 2008-09 le licenze autorizzate dal governo sono state pari al 34,5% di tutte quelle rilasciate verso la Libia in ambito Ue, per un ammontare di 205 milioni di euro circa. Solo Agusta Westland (Finmeccanica) ha esportato a Tripoli 10 elicotteri AW-109E “Power” per il controllo di coste e frontiere e 20 elicotteri nella versione AW-119K “Koala” e AW-139 per missioni mediche di emergenza e il combattimento.

Nel gennaio 2008 le forze armate libiche comprarono da Alenia Aeronautica 9 pattugliatori marittimi Atr-42Mp “Surveyor”. Il contratto di 31 milioni di euro ha incluso l’addestramento dei piloti e l’installazione del sistema di controllo “Atos”, di un radar di ricerca “Gabbiano” e di sensori elettro-ottici. Ad Alenia Aermacchi è stata assegnata invece la revisione di 12 velivoli addestratori SF-260. Nell’ambito dell’accordo di cooperazione per il contrasto all’immigrazione firmato a Tripoli il 29 dicembre 2007, l’Italia ha poi consegnato 6 motovedette della Guardia di finanza dotate di sofisticati sistemi di scoperta e telecomunicazioni. Sino al 2010 l’Itas Srl di La Spezia ha invece curato il controllo e la manutenzione dei missili a lunga gittata anti-nave “Otomat”, acquistati dai libici a fine anni ‘70 dal consorzio italo francese Oto Melara-Matra, poi confluito nel gruppo MBDA.

Dulcis in fundo l’export di armi leggere su cui le aziende mantengono il massimo riserbo. La Rete Disarmo ha denunciato che nel 2009 giunse a Tripoli una partita di fucili e pistole di piccolo calibro di produzione Beretta, destinati ufficialmente a Malta. I passaggi di questa triangolazione sono stati descritti dal ricercatore Francesco Vignarca in Altreconomia. L’ordine per un valore di 79.689.691 euro ha riguardato 7.500 pistole semi-automatiche PX4, 1.900 carabine CX4 “Storm” e 1.800 fucili a canna liscia calibro 12 “Benelli”. “Le licenze all’esportazione furono concesse dalle autorità governative italiane il 3 novembre del 2009 e già il 9 novembre la Beretta aveva emesso le relative fatture”, scrive Vignarca. “Il trasporto internazionale della merce si è originato da La Spezia il 29 novembre 2009 e la nave container ha raggiunto la Libia dopo uno scalo a Malta”. Per il pagamento fu utilizzata la Gumhouria Bank, corrispondente italiana di UBAE, istituto in buona parte controllato dalla Libyan Foreign Bank ma con partecipazioni di Unicredit (il 10% circa), ENI (5%) e Monte dei Paschi di Siena (3,5%).

“SEMI DI GIUSTIZIA, FIORI DI CORRESPONSABILITÀ” Verso la giornata nazionale della memoria e dell’impegno di Firenze IL 21 FEBBRAIO PRESENTAZIONE DEL COORDINAMENTO REGIONALE DEI FAMILIARI DELLE VITTIME DELLE MAFIE

Sabato 16 marzo si terrà a Firenze la diciottesima edizione della “Giornata della Memoria e
dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”, promossa dall’associazione Libera e Avviso
Pubblico.
Lo slogan di quest’anno – Semi di giustizia, fiori di corresponsabilità – vuole ricordare
le tante vittime delle mafie: oltre 900 innocenti spazzati via dalla violenza mafiosa o perché
4
hanno compiuto il loro dovere sino in fondo, o perché hanno detto no al compromesso e alla
corruzione, o perché si sono trovati nel momento sbagliato nel posto sbagliato.
Le vittime delle mafie sono magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine,
sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali, padri, madri,
figli, fratelli, sorelle di altre persone che continuano a chiedere verità e giustizia per i loro
cari.
Il programma prevede:
dalle 17.30 alle 21.00 alla Camera del Lavoro di Milano, Corso di Porta Vittoria 43
SEMI DI GIUSTIZIA, FIORI DI CORRESPONSABILITÀ
PERCORSI DI MEMORIA E VERITÀ
Contributo di Moni Ovadia
Presentazione del Coordinamento Regionale dei Familiari delle Vittime di mafia e
lettura delle storie di Giorgio Ambrosoli, Marcella Di Levrano e Pietro Sanua a cura degli
studenti.
Interventi di Nino Baseotto, Salvatore Borsellino, Nando dalla Chiesa, Enza Rando,
Davide Salluzzo, Carlo Smuraglia.
Teatro civile con Tindaro Granata. Coordina Duilio Catalano.

Figlio di immigrati, da oggi è cittadino palermitano: il duecentesimo dell’èra Orlandoda:zenzero quotidiano

Scritto da Patrizia Maltese

Figlio di immigrati, da oggi è cittadino palermitano: il duecentesimo dell’èra Orlando

Sabri Abdallah, 18 anni, palermitano.
Mentre Beppe Grillo si oppone alla proposta di concedere la cittadinanza italiani ai figli di immigrati sulla base dello ius soli e non prova vergogna nell’istigare al pestaggio degli immigrati, a Palermo oggi c’è la duecentesima persona che ha acquisito la cittadinanza da quando si è insediata la giunta guidata da Leoluca orlando, nella primavera scorsa.
Nato a Palermo, studente del liceo scientifico Benedetto Croce, Sabri Abdallah – che ha ricevuto la cittadinanza italiana dall’assessore alla Partecipazione e ai servizi demografici, Giusto Catania – non si sente (e in effetti non è) straniero: tanto che fra le sue ambizioni c’è quella di diventare carabiniere oppure di superare l’esame per accedere alla facoltà di medicina.
Soddisfatto l’assessore: “Palermo – ha affermato – è una città che diventa ogni giorno sempre più interculturale e la scelta della nostra amministrazione di accelerare le pratiche per l’acquisizione della cittadinanza italiana è un modo per riconoscere alle persone che vivono a Palermo diritti spesso negati da una legge sulla cittadinanza alquanto arcaica”.
Parole confermate anche da Orlando : “La città di Palermo – ha detto il primo cittadino – è un monumento alla civiltà della contaminazione culturale: con la nostra amministrazione ogni giorno un cittadino palermitano acquista la cittadinanza italiana e ciò contribuisce a dimostrare l’importanza che vogliamo attribuire ai tanti nuovi italiani che hanno scelto Palermo”.

Beppe fenoglio-partigiano

[ANPI VARALLO E ALTA VALSESIA] Ieri notte è stato perpetrato un crimine odioso,presso la sede : ANPI VARALLO di Francesco Marchetti

Ieri notte è stato perpetrato un crimine...
Francesco Marchetti 13 febbraio 21.07.12
Ieri notte è stato perpetrato un crimine odioso, presso la sede dell’ANPI di Massa; ignoti sono penetrati attraverso la porta, portando via il gonfalone dell’ANPI Provinciale di Massa, decorato con numerose medaglie, tra cui molte d’oro e d’argento, che testimoniano sul bel tricolore d’Italia il sacrificio di giovani uomini e donne per la Libertà. Esprimiamo la nostra condanna, per questo gesto scellerato, sperando che le Autorità riescano a recuperare il prezioso cimelio e a far pagare una dura condanna ai vili che lo hanno compiuto, in odio al sentire comune che ha permesso al nostro Paese di riscattarsi dalla vergogna del fascismo.

Riporto il comunicato stampa della sezione ANPI “Patrioti Apuani” di Massa:

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia
Sezione “Patrioti Apuani – Linea Gotica”
MASSA
Provocazione fascista alla sede dell’A.N.P.I. di Massa
Venerdì 8 febbraio 2013 l’ANPI di Massa ha organizzato un presidio presso il Monumento alla Resistenza di Piazza Matteotti invitando la città, le associazioni, le forze politiche a dare il segnale della loro coscienza antifascista contro i rigurgiti di fascismo rappresentato da alcune forze politiche di estrema destra.
Nella notte tra il giorno 11 e 12 febbraio 2013, qualcuno ha rotto un vetro della sede dell’ANPI all’ex Deposito C.A.T. è entrato dentro ed ha asportato il gonfalone della Sezione, che viene usato nelle manifestazioni e cerimonie e che ha appuntate le 8 medaglie d’oro e le numerose stellette, che rappresentano i Partigiani Caduti e Decorati nella Resistenza e Lotta di Liberazione della nostra comunità.
Noi non accusiamo direttamente nessuno, a farlo ci penseranno nel caso le forze dell’ordine a cui abbiamo presentato denuncia per quanto accaduto.
Ma segnaliamo che il gesto ha un profondo contenuto simbolico, e che nella sostanza è dichiaratamente e profondamente fascista, perché fu il fascismo squadrista che assaliva le sedi politiche e sindacali del movimento operaio e ne asportava e bruciava i simboli, cioè le bandiere.
Riteniamo che il fatto sia politicamente gravissimo perché l’ANPI è un Ente Morale riconosciuto, rappresenta quindi i valori etici su cui si fonda la nostra democrazia. Uno spregio all’ANPI lo si può equiparare ad un raid contro una istituzione, un municipio, una prefettura, un tribunale.
Questo per parlare chiaro è il livello della violenza avvenuta che sconquassa di fatto la vita civile della nostra comunità.
Non possiamo non chiamare i cittadini antifascisti di Massa a raccolta, a rendere testimonianza della loro coscienza democratica.
Sulla questione del neofascismo ha fatto un appello chiarissimo il presidente nazionale dell’ANPI Sen. Carlo Smuraglia, che riproponiamo::
“C’è un’avanzata, che non può non preoccupare, dei movimenti che si richiamano dichiaratamente al fascismo, avanzata che addirittura arriva a doverci far vedere Casa Pound candidata alle elezioni. Una volta per tutte: questi movimenti sono fuori dalla Costituzione. E la reazione a questa avanzata da parte delle strutture preposte a contrastarli è tiepida se non assente. Non c’è da meravigliarsi quando anche nei partiti che dovrebbero essere più tradizionalmente attenti a questi temi, rispetto al termine antifascismo – che non dimentichiamocelo è un tutt’uno col termine democrazia – c’è quasi una completa indifferenza”.
Ribadiamo infine che il terreno della azione politica dell’ANPI è la democrazia con le sue regole, e quindi il rifiuto della violenza.
Richiamando le ragione del presidio dei giorni passati rafforziamo l’invito ai cittadini, alle istituzioni ed alle autorità competenti a non trattare con superficialità quanto avvenuto. Quella che è stata una chiara provocazione fascista non può e non deve essere minimizzata.
Di fronte a gesti provocatori e gravissimi come quello subito c’è la necessità di organizzare una risposta forte, convinta, partecipata che deve essere di tutta la città.

Massa, 13/2/2013
ANPI Sezione Massa

Oltre 300 lanciano un percorso per dire basta alla legge Bossi-Fini. Il 23 marzo manifestazione a Bologna! da: Coordinamento Migranti Bologna

www.coordinamentomigranti.org

Oggi a Bologna una enorme assemblea di migranti ha riempito il piazzale coperto di XM24, costringendo i presenti ad uscire dalla sala grande. Oltre 300 i partecipanti provenienti da molte città italiane: Bologna, Brescia, Verona, Ravenna, Modena, Torino, Milano, Piacenza. In un clima da subito acceso i migranti hanno detto basta al regime di sfruttamento e razzismo che si appoggia sulla legge Bossi-Fini. Tante le storie raccontate, e grande la voglia di affermare la presenza politica dei migranti con una manifestazione dove tutti e tutte possano far sentire la loro voce. Numerosi tra i presenti i lavoratori delle cooperative della logistica, che hanno portato la forza espressa in questi mesi nel settore contro il regime di precarietà e sfruttamento che lo caratterizza. Da tutti è uscita la forte volontà di continuare questo percorso e portare la forza accumulata fuori dai posti di lavoro, per portare la presenza dei migranti nelle strade e nelle piazze, per rivendicare la cancellazione della legge Bossi-Fini, la fine del quotidiano razzismo istituzionale che colpisce tutti i migranti, il salario, le famiglie e indebolisce la posizione di tutti i lavoratori. Da oggi esce l’indicazione chiara che l’uguaglianza non può essere uno slogan, e che l’unico modo per fare un passo avanti duraturo è combattere insieme contro la legge Bossi-Fini e quello che produce nei luoghi di lavoro e nella società. Questa convinzione è ancora più forte oggi che, con la crisi economica, crescono le divisioni, la competizione e il razzismo: se milioni di migranti continueranno ad essere indicati come nemici per legge, non ci saranno vere conquiste. Finché il razzismo istituzionale, colpendo i migranti, agirà come un’ipoteca sulla pelle di tutti i lavoratori e le lavoratrici, non potranno esserci passi avanti decisivi. Per questo dall’assemblea di oggi a Bologna i migranti chiamano tutte e tutti per un percorso contro questa legge nel nome del protagonismo dei migranti. Un percorso che appoggia con forza lo sciopero per il contratto del settore della logistica in preparazione per la metà di marzo, un settore dove la forza lavoro è in grandissima maggioranza composta da migranti, grazie al ricatto che per anni il permesso di soggiorno ha avuto sul lavoro migrante, spingendo ad accettare mansioni più pesanti, salari più bassi e il lavoro nelle cooperative pur di avere i documenti in regola. Oggi le lotte nel settore della logistica hanno portato migliaia di lavoratori a conquistare pezzi di salario e di libertà, sconfiggendo la paura e il ricatto. L’assemblea di oggi dice che da queste lotte può venire la forza per liberare tutti i migranti, in tutte le categorie lavorative e in tutte le condizioni di vita, dal ricatto del permesso di soggiorno, e liberare con loro tutti i lavoratori dalle divisioni imposte dal razzismo istituzionale. Per questo, i migranti e le migranti in assemblea e chi era con loro, lanciano per il 23 marzo una manifestazione politica di massa contro la legge Bossi-Fini, lo sfruttamento e il razzismo istituzionale e chiamano tutti, sin da ora, a fare crescere questa data dentro e fuori i posti di lavoro. La straordinaria presenza di oggi, gli interventi e la grande partecipazione mostrata da tutti dicono una cosa chiara: conosciamo la nostra forza, questo è il momento!

Da tutte le città e i luoghi di lavoro: il 23 marzo riempiamo Bologna!

Tripoli bel suol d’amore per armi e divise italiane di Antonio Mazzeo

 

Blindati di seconda mano; divise, slip e spazzolini nuovi ma demodé. Sono i doni che l’Italia ha inviato ai nuovi governanti libici per consolidare la partnership politico-militare tra i due paesi. La consegna è avvenuta durante la recente visita a Tripoli del ministro-ammiraglio Giampaolo Di Paola che ha pure avuto modo d’incontrare il primo ministro Ali Zeidanil e il ministro della guerra gen. Mohamed Al Barghati. La cessione delle rimanenze di magazzino è stata autorizzata dal Parlamento italiano con la legge di conversione del ddl di fine 2012 che ha prorogato le missioni militari italiane all’estero.

Sono stati consegni ai libici “a titolo gratuito” innanzitutto 20 veicoli blindati da trasporto truppe e combattimento “Puma” prodotti dal consorzio Fiat Iveco-Oto Melara e nella disponibilità dell’esercito italiano. Dalle basi della marina militare di Taranto, Augusta, La Spezia, Ancona e Cagliari è stata prelevata invece una certa quantità di “effetti di vestiario in disuso”. Si tratta complessivamente di quasi 70.000 capi, tra cui 30.000 slip, 10.000 camicie kaki in manica lunga e corta, 28.000 tra pantaloni estivi e invernali, magliette intime, pigiami e cinture. Il vestiario è stato trasportato in Libia a bordo di velivoli cargo messi a disposizione dall’aeronautica militare. Tra i container hanno pure trovato posto 6.000 astucci porta-saponetta, 30.000 tubetti di crema da barba, 80.000 dentifrici, 2 milioni di rasoi, 150.000 saponi, 68.000 spazzole per scarpe e abiti e 40.000 spazzolini da denti. Solo 200 invece le “spazzole per capelli” destinate ai combattenti della nuova repubblica libica.

Nel corso degli incontri tenuti a Tripoli dal ministro Di Paola sono stati trattati i temi riguardanti la “formazione di forze armate e di polizia, la cooperazione – anche tecnologica – nelle attività di controllo dell’immigrazione clandestina, il supporto nazionale alla ricostruzione della componente navale, la sorveglianza e il controllo integrato delle frontiere”, come recita il comunicato emesso dal dicastero della difesa. Si spera inoltre di aver convinto le autorità libiche a confermare gli ordini di armi di produzione italiana fatti da Muammar Gheddafi alla vigilia del conflitto che ha lacerato il paese nel 2011. Tra i più importanti, quello relativo al sistema di sorveglianza radar delle coste libiche e delle frontiere con Niger, Ciad e Sudan del costo di 300 milioni di euro prodotto da Selex Sistemi Integrati (oggi Selex SE), gruppo Finmeccanica. Il contratto fu firmato il 7 ottobre 2009, ma solo una prima tranche di 150 milioni è stato portato a termine. L’azienda italiana dovrebbe provvedere alla progettazione, all’installazione e all’integrazione del sistema e alla formazione degli operatori e dei manutentori libici.

In lista d’attesa ci sono inoltre pezzi di artiglieria Howitzer di Oto Melara, componenti di ricambio per aerei addestratori Aermacchi ed elicotteri Agusta e altro materiale bellico non specificato che una delegazione governativa libica richiese alla Difesa italiana nel febbraio 2011 proprio quando stava maturando internazionalmente la decisione di intervenire contro il colonnello Gheddafi. Un mese prima era stato reso pubblico l’acquisto del 2,01% del pacchetto azionario di Finmeccanica da parte della Libyan Investment Authority, il fondo sovrano creato per la gestione del valore delle entrate prodotte dall’attività petrolifera.

L’ingresso dei fondi libici nella holding armiera coronava anni di pressing e corteggiamenti del governo Berlusconi e del management di Finmeccanica. “Puntiamo a fare della Libia il partner ideale per la futura crescita del nostro gruppo in Africa e Medio Oriente”, dichiarava nel luglio 2009 l’allora amministratore delegato Pier Francesco Guarguaglini.

Dopo la revoca dell’embargo Onu nel settembre 2003, la Libia è divenuta uno dei maggiori clienti delle industrie belliche italiane. Secondo il Sipri (l’istituto svedese di ricerche sui temi della pace e il disarmo), nel solo biennio 2008-09 le licenze autorizzate dal governo sono state pari al 34,5% di tutte quelle rilasciate verso la Libia in ambito Ue, per un ammontare di 205 milioni di euro circa. Solo Agusta Westland (Finmeccanica) ha esportato a Tripoli 10 elicotteri AW-109E “Power” per il controllo di coste e frontiere e 20 elicotteri nella versione AW-119K “Koala” e AW-139 per missioni mediche di emergenza e il combattimento.

Nel gennaio 2008 le forze armate libiche comprarono da Alenia Aeronautica 9 pattugliatori marittimi Atr-42Mp “Surveyor”. Il contratto di 31 milioni di euro ha incluso l’addestramento dei piloti e l’installazione del sistema di controllo “Atos”, di un radar di ricerca “Gabbiano” e di sensori elettro-ottici. Ad Alenia Aermacchi è stata assegnata invece la revisione di 12 velivoli addestratori SF-260. Nell’ambito dell’accordo di cooperazione per il contrasto all’immigrazione firmato a Tripoli il 29 dicembre 2007, l’Italia ha poi consegnato 6 motovedette della Guardia di finanza dotate di sofisticati sistemi di scoperta e telecomunicazioni. Sino al 2010 l’Itas Srl di La Spezia ha invece curato il controllo e la manutenzione dei missili a lunga gittata anti-nave “Otomat”, acquistati dai libici a fine anni ‘70 dal consorzio italo francese Oto Melara-Matra, poi confluito nel gruppo MBDA.

Dulcis in fundo l’export di armi leggere su cui le aziende mantengono il massimo riserbo. La Rete Disarmo ha denunciato che nel 2009 giunse a Tripoli una partita di fucili e pistole di piccolo calibro di produzione Beretta, destinati ufficialmente a Malta. I passaggi di questa triangolazione sono stati descritti dal ricercatore Francesco Vignarca in Altreconomia. L’ordine per un valore di 79.689.691 euro ha riguardato 7.500 pistole semi-automatiche PX4, 1.900 carabine CX4 “Storm” e 1.800 fucili a canna liscia calibro 12 “Benelli”. “Le licenze all’esportazione furono concesse dalle autorità governative italiane il 3 novembre del 2009 e già il 9 novembre la Beretta aveva emesso le relative fatture”, scrive Vignarca. “Il trasporto internazionale della merce si è originato da La Spezia il 29 novembre 2009 e la nave container ha raggiunto la Libia dopo uno scalo a Malta”. Per il pagamento fu utilizzata la Gumhouria Bank, corrispondente italiana di UBAE, istituto in buona parte controllato dalla Libyan Foreign Bank ma con partecipazioni di Unicredit (il 10% circa), ENI (5%) e Monte dei Paschi di Siena (3,5%).

Unioni gay, ancora un anno Fonte: il manifesto | Autore: DANIELA PREZIOSI

Bersani promette patti alla tedesca. Ingroia e grillini sono per le nozze, ma si impegnano a votarli

Di matrimoni non se ne parla, e pazienza se il compagno Hollande sta per farli approvare in Francia e persino il conservatore Cameron li ha dovuti concedere a Londra. Bersani fin lì non ha nessuna intenzione di arrivare, siamo in Italia. Ma, bersanianamente, propone un compromesso potabile: se sarà presidente del consiglio, entro un anno il suo governo «tradurrà nella legislazione italiana» le unioni gay «modello tedesco», un istituto ad hoc che comprende cognome comune, agevolazioni assistenziali, diritti di successione e pensioni di reversibilità. Il candidato premier del centrosinistra lo ha promesso ieri alle associazioni Agedo, Arcigay, Arcilesbica, Equality Italia, Famiglie Arcobaleno che hanno chiamato a Roma le forze politiche a prendere impegni concreti sui diritti. A loro Bersani ha mandato una specie di dichiarazione solenne, letta non a caso da Paola Concia, candidata Pd e gran lottatrice per le unioni civili. Due anni fa si è sposata in Germania con Ricarda Trautman, la bomboniera regalata a amici e amiche era tutto un programma: un’immagine-calamita delle due spose ciascuna con la bandiera del paese dell’altra.
Bersani si è convinto che la formula tedesca, in fatto di unioni, è quella più «potabile» per l’Italia. E le associazioni – che pure chiedono i matrimoni per gay e lesbiche – ieri hanno incassato. Con una sana dose di realismo. Perché la mediazione bersaniana, una mezza rivoluzione nell’Italia a diritti-zero, è anche tutt’altro che facile da portare a casa per un premier che da pronostico governerà con una maggioranza «strana» da Vendola a Casini. E cioè da chi ha nel programma i matrimoni gay («Il tempo della pazienza è finito», ha detto ieri Vendola in un videomessaggio al convegno) e il diritto alle adozioni; fino a chi invece definisce i matrimoni gay «una violenza», «un’idea incivile». E via scendendo, fino alle equazioni «omosessualità-devianza» di Paola Binetti, ex Pd ora nell’Udc: da due giorni spopola su youtube un suo meraviglioso botta e risposta in diretta tv con il giornalista dell’Espresso Tommaso Cerno che la canzona, «non sono malato».
I tempi più che maturi sarebbero stracotti: i matrimoni gay si celebrano in Spagna, in Portogallo in Belgio, in Norvegia, in Svezia, in Canada, persino in Argentina e Sudafrica. In Italia una coppia di uomini alla vigilia del proprio matrimonio (si è celebrato a New York), è riuscita persino a espugnare il palco nazionalpopolare di SanRemo. E allora se necessario i voti per le unioni gay Bersani li troverà in parlamento, fuori dalla sua maggioranza, spiega Stefano Fassina, «cercheremo la più ampia convergenza possibile». «Noi continueremo a chiedere che anche in Italia si possa discutere di matrimoni gay, come succede nelle socialdemocrazie europee», spiega Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia. «Ma l’impegno di Bersani è importante. Per questo abbiamo registrato la disponibilità a sostenerlo anche da parte delle forze fuori dal centrosinistra che, come noi, propongono i matrimoni». Il riferimento è a Rivoluzione Civile e 5 stelle, che potrebbero ostacolare il cammino delle unioni gay sfidando il Pd sull’approvazione dei matrimoni. Ma non sarà così: almeno in campagna elettorale l’impegno è di non sacrificare i diritti alle competizioni a sinistra.
L’agenda Bersani comprende nei primi sei mesi la legge contro omofobia e transfobia, bocciata nella scorsa legislatura , il divorzio breve, la revisione della legge 40 sulla fecondazione assistita. Quanto alle adozioni per i gay e al riconoscimento delle famiglie «arcobaleno», quelle composte da genitori omosessuali, Bersani non le nomina e anche lì fa riferimento alla legge tedesca. Promette una legge per «il riconoscimento del diritto del bambino che cresce all’interno di un gruppo familiare omogenitoriale a vedere riconosciuta dalla legge il legame affettivo con il genitore non biologico, soprattutto nei casi di malattia o morte di quello biologico».

Le pensioni tagliate di un terzo Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Sciotto

STUDIO SPI CGIL IN 15 ANNI POTERE D’ACQUISTO GIÙ DEL 33%. CARLA CANTONE: «È UNA VERA PATRIMONIALE»
Un nuovo studio dello Spi Cgil lancia l’allarme sulla condizione dei pensionati italiani. Negli ultimi 15 anni si è registrato un crollo vertiginoso del potere di acquisto degli assegni destinati ai nostri «over 60»: hanno perso infatti il 33% rispetto all’economia reale, mentre il valore di una pensione media è diminuito del 5,1%. Il sindacato guidato da Carla Cantone chiede quindi precisi impegni alle forze impegnate nella campagna elettorale e interventi urgenti e immediati a partire già dai giorni successivi all’insediammento del prossimo governo.cantone aggiunge anzi che «in Italia una patrimoniale già c’è, ed è quella dei pensionati, che più di tutti pagano il conto della crisi.
L’andamento delle pensioni sarebbe destinato a peggiorare nei prossimi anni: il blocco della rivalutazione annuale, previsto dalla riforma Fornero (su assegni superiori a tre volte il minimo, cioè circa 1400 euro lordi), ha infatti alleggerito di circa 1.135 euro in media, in 2 anni, ben 6 milioni di pensionati. Un anziano con un assegno di 1.200 euro netti al mese, calcola lo Spi, ha perso circa 28 euro al mese nel 2012, e ne perderà 60 nel 2013, mentre chi percepisce una pensione di circa 1.400 euro netti ha perso 37 euro al mese nel 2012 e ne perderà 78 nel 2013.
A tutto questo si dovrà sommare anche l’aumento di tasse e tariffe previsto per il 2013, che dovrebbe pesare per circa 2.064 euro a testa, il 20% in più rispetto al 2012. Per le tasse se ne andranno infatti, calcola lo Spi, circa 640 euro medi tra addizionale regionale Irpef, addizionale comunale, Imu e Tares; è ben il 12% in più rispetto al 2012. Per le tariffe, la spesa media sarà di 1.424 euro tra telefonia fissa, acqua, luce, gas e riscaldamento. A pesare inoltre anche il canone Rai e l’aumento dal 22% al 23% dell’Iva che scatterà in luglio.
Ma dati molto negativi arrivano da un’altra organizzazione, la Coldiretti: secondo un’analisi elaborata sugli ultimi dati Istat, più di un pensionato su dieci (11%) si trova in una condizione di povertà, ma la percentuale sale al 23,5% nel Mezzogiorno. A pesare maggiormente sul bilancio dei «ritirati dal lavoro» sono l’abitazione e l’energia (39,3%), la spesa alimentare (21,1%), i trasporti e le comunicazioni (13,1%).
Una percentuale superiore alla media viene assorbita dalla sanità (4,8 %), mentre sono più basse quelle relative al tempo libero (4,1%) e all’abbigliamento e calzature (3,8%). Ancora: nelle campagne ci sono più di 800 mila pensionati coltivatori diretti con assegni inferiori o integrati al minimo di 460 euro al mese, che stanno vivendo un periodo estremamente difficile. Quest’ultimo dato viene dall’analisi svolta da Federpensionati Coldiretti, che denuncia l’insostenibilità sociale della situazione dei coltivatori pensionati e delle loro famiglie, sulle quali si vanno sempre piu’ scaricando i disservizi e le insufficienze del pubblico.
Secondo lColdiretti, c’è la necessita’ di intervenire per recuperare il potere di acquisto delle pensioni più basse; eliminare ogni forma di discriminazione fra lavoratori dipendenti ed autonomi anche per quanto attiene gli assegni familiari; riconoscere un sostegno per le famiglie che si fanno carico di accudire in casa gli anziani con disabilità e/o non autosufficienza; definire i livelli essenziali di assistenza previsto dalla Legge 328/2000; potenziare i servizi di prevenzione presso gli ambulatori di medicina generale allo scopo di assicurare, agli anziani a basso reddito, gli accertamenti diagnostici in forma ambulatoriale, con riduzione delle liste di attesa, dei ricoveri in ospedale e della spesa sanitaria.
Dalle forze politiche l’allarme viene in qualche modo raccolto, ma bisognerà vedere poi se verrà affrontato – e possibilmente risolto – dopo il voto. Stefano Fassina ricorda come nel programma del Pd ci sia «l’impegno a riavviare un tavolo con le rappresentanze dei pensionati». Per Nichi Vendola (Sel) «si deve ritrovare la giustizia sociale e l’equità». Secondo Paolo Ferrero (Rc) «si deve introdurre una tassa sulle grandi ricchezze e mettere un tetto alle pensioni d’oro e ai cumuli pensionistici».