La corruzione tiene in pugno l’Italia: chiedi 5 impegni ai candidati politici Libera e Gruppo Abele Lanciata da Libera e Gruppo Abele

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26 gennaio 2013 “Immagina che il lavoro” a Catania: inaugurazione della mostra di mail-art di Anna Di Salvo

Sabato 26 gennaio 2013 nello spazio occupato del teatro Coppola di Catania, la Città Felice, la rete delle Città Vicine e l’Anpi Catania, hanno inaugurato la mostra di mail-art “Immagina che il lavoro” alla quale ha fatto seguito un’animata discussione, coordinata da Anna Di Salvo, a partire dalle sollecitazioni suscitate dagli interventi di Katia Ricci e Anna Potito della Merlettaia di Foggia, della giornalista Franca Fortunato del gruppo donne di Catanzaro, Erica Sapienza coordinamento donne Cgil Catania, Santina Sconza presidente Anpi Catania, Biagio Tinghino del gruppo Uomini della differenza della Città Felice di Catania, Giusi Milazzo responsabile provinciale Sunia Catania e della Città Felice, invitate/i a prendere parola, ciascuna/o a partire da competenze ed esperienze acquisite dal proprio vissuto e percorsi politici. All’incontro erano presenti oltre 60 persone, in gran parte interessate attivamente, dato anche il luogo in cui si svolgeva, il teatro Coppola, storico teatro lirico cittadino, poi lasciato in stato d’abbandono, che giovani uomini e donne desiderosi di creare nuove visioni di spazi e convivenza hanno occupato circa due anni fa, restaurandolo e proponendolo alla città per scambi culturali e interventi significativi. Ciò che è stato particolarmente apprezzato – a detta di uomini e donne che hanno partecipato alla serata – è il fatto che alla fruizione delle opere esposte, che indagano con originalità artistica il lavoro femminile nella sua complessità e nei suoi molteplici aspetti, si è accompagnato uno scambio su un’altrettanta complessità di argomenti, aspetti e dati espressi per lo più in chiave di politica delle donne. Memoria e qualità del lavoro, desiderio di maternità, part-time e conciliazione sono tra le questioni messe a fuoco anche approfondendo contenuti e percorsi del Gruppo Lavoro della Libreria delle donne di Milano (autore del documento “Immagina che il lavoro” da cui ha origine la mostra) e dell’Agorà di Milano e le novità emerse a Paestum 2012 durante l’incontro nazionale “Primum vivere”, specialmente per quanto riguarda il precariato e la disoccupazione femminile. Temi questi ultimi che hanno sollecitato interventi di donne giovani che al presente riscontrano serie difficoltà a immettersi nel mondo del lavoro, le quali hanno rivolto critiche e domande alle donne del femminismo e della Cgil mettendo a fuoco un desiderio comune di scambio e dando l’avvio a ulteriori appuntamenti e approfondimenti.
La mostra continua il suo itinerario nei luoghi delle Città Vicine, la prossima tappa sarà a Catanzaro, a cura del Gruppo donne di quella città.

“Tortura globale”, l’Italia responsabile di altri nove casi come quello di Abu Omar. Dossier di Soros da: controlacrisi.org Autore: fabrizio salvatori

Altri nove casi come quello di Abu Omar. A tirarli fuori è stata una Ong che fa capo a George Soros. All’indomani della richiesta di condanna in appello dei vertici del Sismi per il rapimento dell’ex imam da parte della l’Italia, con altri 53 paesi del mondo, viene accusata, attraversi un dossier, di aver cooperato attivamente alle operazioni di rendition di presunti terroristi islamici. Secondo la Open Society Justice Initiative (Osji), in almeno nove casi di detenuti identificati ”aeroporti italiani sono stati usati” per i trasferimenti di prigionieri dell’agenzia di intelligence messe in piedi dopo le stragi dell’11 settembre. I nove casi, oltre a Omar, sono quelli di Bisher Al-Rawi, Jamil El-Banna, Abou Elkassim Britel (cittadino italiano trasferito in Marocco), Khaled El-Masri, Binyam Mohammed, Maher Arar e per l’espulsione di Ahmed Agiza e Mohammed El Zari. In totale gli scali fatti da aerei della Cia in aeroporti italiani sarebbero stati 46.Il dossier, intitolato ‘Globalizzazione della Tortura’, cita documenti giudiziari americani secondo cui tra 2003 e 2004 almeno due voli operati da Richmor Aviation, una compagnia usata dalla Cia per le rendition, atterrarono a Roma (tra il primo e il 3 marzo 2003) e a Napoli (tra il 3 e il 7 maggio 2004). L’Italia, sottolinea il rapporto pubblicato in vista delle audizioni in Senato del capo della Cia designato John Brennan, e’ stato l’unico paese in cui un tribunale ha condannato responsabili di rendition, il Canada l’unico ad essersi scusato con una delle vittime. Regno Unito, Australia e Svezia hanno pagato indennizzi.
La Osji, che identifica”almeno” 136 persone trasferite dalla Cia, fotografa la vastita’ del programma dell’agenzia di intelligence che vide la collaborazione di oltre un quarto dei paesi del mondo: in Europa anche Svezia, Danimarca, Finlandia, Belgio, Austria, Croazia, Irlanda, Polonia, Repubblica Ceca, Grecia, Spagna, Lituania, Romania.
”Non c’e’ dubbio che i vertici dell’amministrazione Bush sono responsabili e l’impunita’ che hanno goduto finora e’ motivo di grave preoccupazione”, si afferma nel rapporto secondo cui la responsabilita’ non e’ solo degli Usa: ”Le detenzioni segrete e le rendition non sarebbero state possibili senza la partecipazione attiva di governi stranieri. Anche questi governi dovrebbero essere giudicati responsabili”. Gli stati identificati dall’Osji includono Pakistan, Afghanistan, Egitto e Giordania, ben noti per l’esistenza di prigioni segrete e per l’uso della tortura, ma anche Iran e Siria avrebbero partecipato al programma: la Siria come ”una delle piu’ comuni destinazioni dei sospetti terroristi” mentre Teheran con la consegna di 15 individui a Kabul poco dopo l’invasione dell’Afghanistan ben sapendo che sarebbero finiti in mani americane.

Un delegato Cgil scrive all’azienda dei Benetton: «I 140 esuberi sono un risparmio minimo rispetto al fatturato» Fonte: il manifesto | Autore: Sandro Pesce*

«Autogrill, non licenziare»
 La vicenda della procedura aperta da Autogrill Spa per il licenziamento di 140 dipendenti in 60 locali situati in Autostrada presenta aspetti che hanno sulla vita delle persone un futuro buio e drammatico. Innanzitutto, letto bene il programma della procedura di licenziamento, si nota la strumentalità della decisione. Balza agli occhi che mentre l’azienda dichiara in esubero 79 full time e 61 part time dall’altra parte si dichiara disponibile a ricollocare 92 persone. Se uno la legge così non sembra chissà quale disastro. Magari ci sono lavoratori vicini alla pensione, o temporanee possibili soluzioni con ammortizzatori sociali, o eventuali uscite con incentivi. Ma non è così.
Autogrill si dice disposta, anzi la pone come condizione «obbligatoria» per evitare il licenziamento, ad accettare dal singolo lavoratore il passaggio da tempo pieno(40 ore) a part time di 20 ore settimanali, e il trasferimento in locali «limitrofi» disposti ad accogliere questi esuberi. Ora, chi lavora in azienda sa benissimo cosa significa «limitrofo» in autostrada, ma anche chi viaggia può vedere come sono collocati i locali. Se si guarda la mappa dei ristoranti con esubero e i locali limitrofi disposti ad accoglierli, si vede che sono distanti, quando va bene, 40-50-60-70 chilometri. Da moltiplicare per due, andata e ritorno. Essendo raggiungibili solo con il proprio mezzo e tenendo conto che un part time di 20 ore guadagna 500 euro al mese, ciò equivale a dire che si va a lavorare solamente per pagarsi carburante e consumo macchina. Una beffa, un calcio alla dignità di questi lavoratori, un modo per dire: «fuori dai piedi».
Autogrill non è in crisi, è una società con oltre 9 mila dipendenti in Italia e 62 mila nel mondo, quotata in borsa, che ha fatto utili per anni, e continua a farli. Un’azienda che la famiglia Benetton ha acquistato dallo Stato quando era già sana e in espansione, che lavora in concessione sulle autostrade: e ricordiamo che anche Autostrade Spa è controllata dai Benetton, e che le concessioni durano decine di anni. Autogrill vanta poi la certificazione di qualità SA8000, un codice etico, di responsabilità sociale, che però evidentemente rivela più intenti da propaganda pubblicitaria perché troppe volte eluso nei fatti.
Dietro la storia di questi 140 lavoratori ci sono anni di precariato, di impegno professionale, di speranze, di mutui, di fatiche per arrivare a fine mese. Eppure qualcuno con una calcolatrice in mano ritiene che questo 1% di licenziamenti sull’intero organico di Autogrill Italia, sia la panacea dei problemi. Senza tener conto delle centinaia di rapporti a termine che non hanno visto rinnovato il contratto in questi anni e che sono serviti solo come cifre da sbandierare per farsi pubblicità.
Si vede in questi momenti la responsabilità sociale dell’impresa, quando le cose non vanno bene dopo anni di lauti guadagni. Invece si procede a licenziare 140 lavoratori il cui costo annuale (circa 3 milioni di euro) è pari a meno dello 0,1% del fatturato di Autogrill Spa (5 miliardi). I lavoratori non sono una merce, così come le parole pronunciate, gli intenti e le frasi scritte che finiscono troppo spesso con il dire tutto e il contrario di tutto. Di certo si citeranno i «motivi economici», anche se risibili, per giustificare questi licenziamenti, e qui dobbiamo dire grazie a chi ha facilitato questa modalità nella recente riforma del lavoro. La ministra del lavoro Fornero, rispondendo a chi aveva prospettato e criticato tale possibile forma di licenziamento di cui le aziende avrebbero approfittato, ha detto: «Vigileremo perché ciò non avvenga». La attendiamo a vigilare.
*Rsu Filcams Cgil Autogrill Stura Oves