Immagine di Carmelo Salanitro dall’archivio del prof Rosario Mangiameli pubblicate sul libro “Pagine del diario di Carmelo salanitro”

 

Carmelo Salanitro a 22 anni

Carmelo Salanitro a 22 anni

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Carmelo Salanitro con la sua famiglia lui è al centro

Carmelo Salanitro con la sua famiglia lui è al centro

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Carmelo Salanitro con gli studenti del Gulli Pennisi

 

Si celebra oggi la giornata della Memoria, istituita nel 2000 in ricordo della Shoah (annientamento, sterminio) e di tutte le vittime del nazismo. Anche a Catania ci fu chi pagò il suo antifascismo con la vita. Fu il professore Carmelo Salanitro che osò diffondere le sue idee contro il regime all’interno dell’allora fascistissimo liceo Cutelli. Così lo ricorda, aiutandoci a non dimenticare, Anna Marano, docente di storia e filosofia nonchè curatrice, tra il 2003 e il 2009, del premio Salanitro, da lei stessa voluto per contrastare l’oblio che minacciava questa figura.

Era il 1940, l’Italia era entrata in guerra e dal Ministero dell’educazione nazionale giungevano alle scuole le indicazioni specifiche per l’attivazione di un’educazione patriottico-fascista che avrebbe dovuto sostenere la causa bellica, integrando quella educazione ideologico-fascista che accompagnava l’istruzione pubblica italiana, con gli adattamenti necessari al profilo della cultura classica nel caso dei Regi Licei come il Cutelli di Catania.

Le adunanze del Collegio dei professori del Cutelli cominciavano con il saluto al Duce al quale si rispondeva con un vibrante “A Noi!” e al Segretario Federale si rivolgevano applausi altrettanto “vibranti”. Il preside Rosario Verde raccomandava ai professori del Cutelli di controllare che gli alunni salutassero “romanamente” i “superiori” anche fuori di scuola.

E’ certo possibile che non tutti i docenti del Cutelli condividessero realmente l’entusiasmo per il Fascismo registrato nei documenti, ma si può pensare che in ogni caso fosse autentica l’intenzione di compiacere o almeno di non dispiacere al regime.

Prescindendo dall’eventuale conformismo dei docenti, risulta innegabile il particolare zelo del preside Verde nel vigilare sull’educazione fascistizzata  dei giovani, anche per non trovarsi in imbarazzo nel caso di una eventuale visita dei gerarchi fascisti che avesse colto impreparati gli alunni  su ciò che riguardava il Duce e le vicende del Fascismo, con conseguente valutazione negativa del suo operato prima ancora che di quello dei docenti.

Molto disponibile al dialogo con gli insegnanti, Verde non sembrava voler abusare della sua autorità, ma si mostrava intransigente nelle questioni connesse all’interesse politico del regime. Da perfetto preside fascista nel marzo 1940 si preoccupava che i programmi di Cultura Militare fossero svolti con particolare cura.

Del resto quei giovani da studenti sarebbero divenuti soldati e quindi per far loro sviluppare un adeguato spirito militare occorreva inculcare la dedizione completa al Duce e al Regime. Gli studenti dovevano saper cantare gli inni della “Rivoluzione fascista” accanto a quelli patriottici ed erano autorizzati ad assentarsi per partecipare, fieri d’indossare la divisa fascista, alle manifestazioni della G.I.L. e del P.N.F.

Il preside Verde relazionava al Ministro “sullo svolgimento dei programmi delle singole discipline che debbono avere inizio e fine a Mussolini e questo non solo per la storia in cui occupa il posto che è a tutti noto, per la filosofia in cui ha lasciato orme indelebili con una nuova concezione della vita, per l’italiano a cui ha dato origine ad un nuovo stile letterario, ma anche per la matematica, le scienze, il latino, il greco”.

Le direttive didattiche erano che nell’ambito della lezione, ove possibile, gli insegnanti parlassero agli alunni della dottrina e della storia del Fascismo, traendo sempre occasione non solo dagli argomenti delle lezioni, ma anche dagli avvenimenti nazionali e internazionali per illustrare agli alunni l’operato del Fascismo e la “prodigiosa” attività del suo Capo”, dando il massimo rilievo al processo formativo dello stato unitario italiano ed evidenziando il suo confluire nel Fascismo.

Avvicinandosi l’entrata in guerra dell’Italia, nel maggio del 1940 il preside Verde esortava gli insegnanti del Cutelli a dichiararsi pronti a servire il partito e a mettersi a disposizione del Segretario Federale. Pare che i docenti esortati approvassero “per acclamazione”.

In questo clima di zelo entusiastico e/o conformismo, nella scuola fascista, nel Cutelli fascistizzato, Carmelo Salanitro, professore di latino e greco, maturò la sua scelta coraggiosa di far circolare clandestinamente un messaggio anti-fascista, libertario e pacifista, scelta che lo portò all’arresto nel novembre 1940.

Le precise circostanze della denuncia che portò all’arresto e alla condanna di Carmelo Salanitro a 18 anni di carcere furono rese pubbliche solo nel settembre 1945, grazie ai provvedimenti di rimozione dall’incarico e di confino a tre anni presi dall’AMGOT in relazione all’attività spionistica svolta dal preside Verde in collaborazione con l’OVRA.

Della sorte di Salanitro, invece, si seppe solo tra il maggio e il giugno del 1946, più di un anno dopo la sua morte nella camera a gas del campo di concentramento di Mauthausen.

Occorrerà che i residui di fascismo interiorizzato, anche perché coerente con una visione della società che lo precedeva e lo aveva reso possibile, siano evidenziati da un fenomeno dirompente come il Sessantotto, perché si arrivi a riscontrare un gesto in memoria di Salanitro: la lapide commemorativa apposta il 24 aprile 1968 nell’atrio della scuola.

Il testo dell’iscrizione fu formulato dal prof. Salvatore Stella, docente incaricato dei rapporti con la GIL in epoca fascista, docente al quale un’aula scolastica verrà intitolata – si suppone – senza troppe difficoltà, forse anche grazie a quella lapide. In essa si dice che egli, il professore Salanitro, quel professore che non aveva più voluto la tessera del Partito e quindi poteva contare solo sul minimo stipendiale ormai da molti anni, quel professore, “con Platone e Tacito aveva insegnato ad amare la libertà e la giustizia”.

Forse un’ulteriore auto-accusa a nome di tutti per non avere provato la medesima “ansia incoercibile di libertà e giustizia” che aveva condotto Carmelo Salanitro alla morte.

ONLUS Fascista ed eversiva “Popoli”, impediamo il definitivo sdoganamento di questi ratti mercenari

in missione umanitaria i fascistoni di Nerozzi

Dopo aver praticamente ma non in toto gettato la maschera la destra continua con il suo processo lento e paziente di infiltrazione e legittimazione a tutto campo. E dopo aver finanziato i CSOA di estrema destra come Casa Pound e Gens Romana, aver apposto il logo capitolino a iniziative sedicenti onlus a cui viene destinato anche l’otto per mille, fra cui quella patrocinata da Mambro & c. dal nome accattivante SPQR per i bambini più disagiati, il Comune di Roma nella persona di Alemanno e la Provincia in quella di Zingaretti dovrebbero rispondere sulla legalità di quel progetto umanitario “Popoli” ormai presente anche nelle nostre piazze, abituato a mimetizzarsi dietro frasi d’effetto e attività filantropiche non a fini di lucro. Ma da definirsi truffa morale a danno della gente che le si avvicina magari ignara di tutto questo retroscena inquietante e fuori ogni contesto di legalità.
Dovremmo chiedere spiegazioni visto che dietro queste onlus si nascondono ma né fanno gran mistero personaggi dal curriculum eversivo di estrema destra, indiziati di golpismo fascista in Paesi stranieri, come le Comore, la Birmania e il Congo, in un’internazionale nera che vede reclutare mercnari in una guerra che di umanitario, come sempre in questi casi non ha niente.

A titolo di cronaca ed informativo si illustrano alcuni dettagli ed articoli sull’organizzazione fascista ed evesriva POPOLI:

Da carpe-diem, così, a caso:
In Paradiso, nel Whaalla, con gli Dei, insieme a tutti i Martiri e i Caduti per l’Onore d’Italia
I Camerati
Segue elenco di neofascisti morti ammazzati.

Possiamo trovare, tra le tante, immagini “né di destra né di sinistra” di:
mussolini, bandiera di combattimento della RSI, legione straniera spagnola, jose antonio primo de rivera (fondatore della falange spagnola)

Possiamo ascoltare anche buona musica, tra cui:
preghiera del legionario, inno dei giovani fascisti italiani, giovinezza, decima!, sangue e onore

Oppure dilettarci nella lettura di testi. Ad esempio:
la dottrina del fascismo di tal benito mussolini, considerazioni sulla tradizione, breve storia della folgore, Evola, Leon Degrelle

Verona ospita la base dei signori della guerra da esportazione per poi sviluppare investimenti turistici in un piccolo paradiso naturale che è anche un inferno di povertà.
E il veronese Franco Nerozzi, 40 anni, giornalista free lance, volontario dell’associazione «Popoli» e da ieri agli arresti domiciliari, è considerato dalla polizia uno specialista in colpi di stato attraverso il reclutamento di mercenari. Punta i riflettori su questo oscuro mondo d’affari e di morte l’inchiesta della Procura che ieri è approdata ad una quindicina di perquisizioni in tutta Italia (la maggior parte a Verona) e all’arresto, oltre che di Nerozzi, anche di un cittadino di origini croate, Fabio Leva, 42 anni, nato a Lussimpiccolo e abitante a Muggia in provincia di Trieste.
Sullo sfondo di un imponente lavoro di intercettazioni telefoniche, di pedinamenti e di controlli con i contatti francesi, c’è la preparazione di un golpe alle isole Comore, a largo del Mozambico, un Paese poverissimo nel quale, negli ultimi venticinque anni, sono stati tentati o portati a termine diciannove colpi di stato. Tra i registi di questo progetto, gli investigatori della Digos che hanno condotto l’indagine, coordinata dal procuratore Guido Papalia, individuano un altro personaggio del romanzesco e violento mondo dei mercenari: l’uomo d’affari francese Bob Denard, considerato il mandante per l’operazione Comore perché in quel Paese lui ha una serie di investimenti bloccata dall’attuale governo del presidente Azzali Assoumani, in sella dal 1999 nonostante uno dei numerosi gruppi avversari abbiano tentato ancora una volta di roversciarlo nella primavera scorsa.
I controlli hanno portato gli investigatori della Digos anche a casa di Carlo Nerozzi, fratello di Franco, presidente della Veronamercato e imprenditore di successo, personaggio pubblico molto conosciuto. Nell’indagine entrano sette veronesi e nella lista degli indagati c’è Giulio Spiazzi, figlio del generale Amos, anche lui vicino all’associazione «Popoli». Cadono tutti dalle nuvole, c’è chi dice che l’attività svolta è solo umanitaria o di studio per la realizzazione di reportage. Ma la Procura non la pensa così, anche se non ritiene che tutti gli associati di «Popoli» vadano considerati collusi con queste operazioni militari. Per esempio, l’indagine sta accertando quale sia stato uno degli scopi della recente missione in Birmania nei primi giorni dello scorso settembre, quando il gruppo di una decina di volontari fu arrestato. In quell’occasione, gli otto medici al seguito di Franco Nerozzi non sapevano nulla di contatti con i guerriglieri e si dedicarono solo alle cure degli ammalati o dei feriti della popolazione Karen, da anni in forte contrapposizione con il governo birmano.
Ed anche su questa missione, ieri, gli investigatori della Digos hanno raccolto documentazione fotografica nelle case degli indagati. In alcuni scatti Nerozzi è vicino a mitragliatori, poi ci sono le fotografie di granate e mortai ed anche di campi d’addestramento di guerriglieri. È tutto materiale che solitamente un giornalista conserva dopo i viaggi in Paesi martoriati dai conflitti, ma l’indagine riserva altri atti, per il momento ancora coperti dal segreto istruttorio, tra i quali si consolida la convinzione della Procura e del giudice per le indagini preliminari Stefano Sernia che ha emesso le ordinanze di custodia cautelare.
A Franco Nerozzi e a Fabio Leva è contestato il fatto di aver costituito un’associazione con lo scopo di violare la legge che punisce il terrorismo internazionale e il sovvertimento degli ordinamenti democratici e la norma sul divieto di reclutare mercenari per combattimenti all’estero. Il primo reato è lo stesso contestato agli organizzatori degli attentati dell’11 settembre perché introdotta proprio dopo gli attacchi a New York e Washington.
Bob Denard invece non è nella lista degli indagati dalla Procura di Verona e su di lui, recentemente assolto a Parigi dall’accusa di essere il mandante dell’uccisione del penultimo presidente delle Comore, pende una procedura di rogatoria internazionale.
Il prossimo passo dell’inchiesta sarà verso i finanziamenti ricevuti da Franco Nerozzi per le sue missioni. Se lo scopo di certi viaggi era preparare il terreno per un golpe che a sua volta avrebbe spianato la strada a floridi affari, chi ha consegnato soldi per queste operazioni non dormirà sonni tranquilli. Gli investigatori credono che la barriera corallina delle Comore, il clima e la possibilità di far arrivare il turismo di massa anche in quell’angolo di mondo politicamente instabile sia un motivo più che sufficiente per scatenare l’ennesimo massacro di povera gente.
Franco Nerozzi sarà interrogato nei prossimi giorni dal giudice Sernia. Ieri ha nominato come suo difensore l’avvocato Paolo Tebaldi. Anche altri indagati hanno scelto i legali. L’avvocato Roberto Bussinello assiste Giulio Spiazzi, Enrico Bastianello è stato invece nominato difensore da un giovane che vive in Valpolicella e che partecipò ad alcune missioni di «Popoli».
L’inchiesta è nata l’anno scorso quasi per caso. Durante alcuni controlli sui possibili autori di scritte antisemite davanti alla Sinagoga, un’intercettazione telefonica portò il dirigente Fernando Malfatti e gli investigatori della Digos sulla pista del reclutamento di mercenari. Ieri, il dottor Alessandro Meneghini, nominato recentemente a capo della Digos, ha spiegato che il fascicolo dell’inchiesta è pieno di documenti.

Le guerre del pensionato Leva in un articolo del 1968

E il maggiore disse al soldato «Avrò ancora bisogno di te»
di Luigi Grimaldi
Nel 1968 lasciò l’«Armée congolaise» perché voleva dedicarsi alla tenuta in Spagna comprata con i soldi guadagnati durante le guerre africane con i salari da mercenario. Ma il suo capo, il maggiore Schramme, gli disse: «Non è finita qui. Avremo ancora bisogno di te». È un pezzo della storia di Fabio Leva, anche lui agli arresti domiciliari per l’inchiesta sul progetto di golpe alle Comore. La sua vita fino al 1968 è riportata in un articolo del quotidiano Il piccolo di Trieste che lo descrisse come un soldato di ventura. È un pezzo giornalistico indicato negli atti dell’inchiesta del procuratore Guido Papalia.
In quell’articolo si parla di Fabio Leva e degli anni tra il 1965 e il 1968 trascorsi in Congo, Paese raggiunto con un volo da Bruxelles come un normale turista che invece andò poi ad affollare le truppe del maggiore Schramme. Sua moglie, Josephine Mukabutera, immortalata con lui in una foto sul giornale, era una ragazza ruandese conosciuta nel 1967 in una missione cattolica. Decise di sposarlo e di seguirlo fino nelle trincee. E, durante un attacco nemico, la donna fu anche ferita.
Sommozzatore, paracadutista e mercenario, Fabio Leva trovò un posto come impiegato all’Ente Porto di Trieste e lì lavorò per oltre vent’anni. Oggi è un pensionato e vive in un appartamento in via Commerciale, dove l’altro ieri gli investigatori della Digos gli hanno perquisito la casa per sequestrare tutto il materiale che potrà essere utile all’inchiesta. Computer, dischetti, agende e numeri di telefono che saranno esaminati per cercare di capire qual è stato il ruolo di Leva nell’affare del tentato golpe alle Comore.
Dalla sua storia passata, documentata sempre dall’articolo de Il Piccolo, emerge che anche all’epoca il mercenario non era un soldato qualunque che, disperato, si arruolava nella legione straniera. C’è scritto: «Fra breve i coniugi Leva si trasferiranno in Spagna dove, per gli uffici di una banca, il denaro che veniva regolarmente depositato, è stato saggiamente amministrato ed investito in beni immobili: oggi, infatti, Fabio Leva è diventato proprietario di una bella tenuta dove, con ogni probabilità, si dedicherà all’allevamento del bestiame».
Il giornale non diede per certa la conclusione della carriera del mercenario, sollevando ipotesi sul possibile ritorno di Leva nel continente nero per un «mal d’Africa» e per un inguaribile spirito di avventura.

Forza Nuova: «Sono innocenti»
Solidarietà al volontario da un noto inviato in zone di guerra
«Assoluta ed incondizionata solidarietà» arriva da Forza Nuova agli indagati e
all’associazione «Popoli» per l’inchiesta sul reclutamento di mercenari. «È un’incredibile azione giudiziaria», è riportato in un documento del movimento di estrema destra, e senza entrare nel merito della vicenda strettamente processuale, che peraltro presenta allo stato lati poco chiari (uno su tutti, indice della spettacolarità dell’azione, la stampa avvertita dell’arresto di un indagato ore prima dell’esecuzione dell’ordinanza), Forza Nuova ritiene che la presente operazione sia l’ennesimo tentativo della Procura di Verona destinato a colpire organizzazioni non incanalate nella logica perversa della globalizzazione e del mondialismo». Il movimento difende anche le iniziative dell’associazione «Popoli» ritenendo che siano state orientate «alla difesa a favore delle genti o delle etnie che lottano per il mantenimento della propria identità».
«Forza Nuova» conclude il documento, «è assolutamente convinta dell’estraneità degli indagati ai fatti ed auspica che, quanto prima, venga accertata la verità, dimostrando l’assoluta inconsistenza del teorema accusatorio, così come è già avvenuto in altri processi veronesi relativi alla repressione delle idee e dei pensieri, attuata con l’uso indiscriminato del cosiddetto decreto Mancino».
Solidarietà personale a Franco Nerozzi è invece espressa da Ugo Tramballi, inviato speciale per gli affari internazionali del quotidiano Sole 24 Ore, con una lettera a L’Arena . «Per quanto possa essere inutile», scrive il giornalista, «vorrei esprimere la mia solidarietà personale a Franco Nerozzi. Niente mi lega a lui, dalle convinzioni politiche opposte a quelle calcistiche, ad eccezione di una profonda amicizia. Un legame costruito sul campo esercitando il nostro mestiere di giornalisti, sulle montagne afghane o nelle township nere sudafricane. Qui posso testimoniare che Franco è stato un giornalista appassionato, scrupoloso, solidale. Trovo curioso», continua Tramballi, «che ora sia indagato per i suoi viaggi a scopo umanitario in Birmania insieme ad altre sette persone che erano con lui. In quel gruppo avrei dovuto esserci anch’io: solo la crisi in Medio Oriente mi ha costretto a cambiare destinazione. E sono convinto che se fossi andato con Franco avrei esercitato solo il mio diritto-dovere d’informare».
Anche Giovanni Perez della Fiamma Tricolore esprime solidarietà all’associazione «Popoli» e critica le notizie per «sbattere ancora una volta i mostri in prima pagina».
Infine, scrive anche il presidente dell’associazione «Popoli» Pietro Caruana. «Tengo a precisare che le donazioni ricevute dagli associati o da semplici cittadini interessati alla nostra attività di volontariato, sono correttamente iscritte nel bilancio dell’associazione e vengono utilizzate esclusivamente per gli scopi previsti dallo statuto. Tutte le spese sostenute per le missioni umanitarie vengono registrate nel medesimo bilancio che è a disposizione degli associati». Caruana contesta una frase di un articolo pubblicato su L’Arena che, comunque, non si riferiva ai soldi versati legittimamente per le missioni umanitarie legittime, ma agli eventuali finanziamenti per presunte operazioni illegali teorizzate dall’accusa e ancora da provare davanti ad un tribunale.

La legge 270 per colpire il terrorismo internazionale è entrata in vigore dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 a New York e Washington. Il procuratore Guido Papalia contesta la violazione di questa norma ai due indagati arrestati durante l’inchiesta sul tentato golpe alle Comore, mentre gli altri indagati sono sospettati di aver violato un’altra legge speciale che proibisce di reclutare mercenari per combattimenti all’estero. Questa legge è la numero 210 del 12 maggio 1995 che ratificava una convenzione internazionale adottata all’assemblea generale delle Nazioni Unite a New York il 4 dicembre 1989. La legge prevede la condanna da due a sette anni per chi, dietro compenso, promessa o altra utilità, combatte un conflitto armato nel territorio controllato da uno Stato estero di cui non ne sia cittadino stabilmente residente. Nel caso di questa inchiesta è stato applicato il comma che punisce «chi recluta, finanzia o istruisce persone con lo scopo» di combattere in un territorio straniero.

DA INDYMEDIA ITALIA http://charminggiulia.spaces.live.com/blog/cns!EA30E398D19EC5D7!2003.entry

Turbativa d’asta: sospeso comandante vigili urbani nel catanese da: zenzeroquotidiano

Scritto da Patrizia Maltese

Turbativa d’asta: sospeso comandante vigili urbani nel catanese

E’ stato sospeso dalle funzioni, nell’ambito di un’inchiesta della Procura della Repubblica di Catania sull’affidamento del servizio di sosta a pagamento “Strisce blu” alla cooperativa “Porto dell’Etna”, il comandante della polizia municipale di Riposto, Giuseppe Ucciardello.
Le ipotesi di reato – contestate a vario titolo a sei indagati, fra i quali anche il sindaco di Riposto Carmelo Spitaleri e l’ex assessore comunale Michele D’Urso – sono di abuso in atti d’ufficio in concorso e turbativa d’asta.
Il provvedimento, eseguito dalla Guardia di Finanza che ha pure sequestrato le quote societarie della cooperativa, riguarda reati che si sarebbero consumati tra la fine del 2008 ed il giugno 2011 ed è scaturito da una precedente inchiesta, avviata nel 2009, che si era conclusa con l’arresto del pluripregiudicato Mario Di Bella e dell’ex assessore comunale Giuseppe Tropea, entrambi condannati con sentenza definitiva dalla Corte di Cassazione per usura ai danni di un operatore commerciale che per sottrarsi agli usurai aveva tentato il suicidio.
Durante le indagini, gli inquirenti accertarono che Di Bella era socio della cooperativa (il cui rappresentante legale era Salvatore Tropea, figlio dell’assessore comunale) e che la società non aveva i requisiti di legge per ottenere l’affidamento del servizio.
Gli investigatori scoprirono che la cooperativa era di fatto gestita dal carcere di Caltanissetta da Di Bella, attraverso la moglie, che avrebbe riscosso i proventi delle soste all’interno delle strisce blu e delle multe.

Catania, classe dirigente “special”: il sindaco Stancanelli a fare discorsi in Camera di Commercio, mentre in Tribunale lo processano da:ienesicule

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Mattinata di impegni del primo cittadino, a parlare davanti alle associazioni di categoria, mentre alla ex Pretura era in corso un procedimento -anche contro di lui- per quanto accaduto nel 2008 a pochi giorni dalle elezioni che lo videro vincitore…

di iena giudiziaria Marco Benanti

Stamane, il sindaco di Catania Raffaele Stancanelli ha partecipato, con grande attenzione (guardate foto), in Camera di Commercio a Catania, alla giornata di mobilitazione nazionale promossa da Rete Imprese Italia. Dapprima seduto accanto al deputato regionale Pdl Salvo Pogliese (nella foto), successivamente Stancanelli è intervenuto, ricordando -tanto per cambiare- la propria opera di risanamento di conti del comune. Niente male, anzi fondamentale.

Nello stesso tempo, quasi contemporaneamente, però, alla ex pretura si è tenuta una nuova udienza, davanti al giudice monocratico Rosalba Recupido della terza sezione penale del Tribunale di Catania, per il processo che vede imputati l’ex presidente della Provincia Regionale di Catania e leader regionale del Pdl (candidato alla Camera), Giuseppe Castiglione, il sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli (propri lui), l’ex direttore generale dell’azienda ospedaliera “Garibaldi” Giuseppe Navarria e il figlio Francesco, consigliere comunale a Catania. L’azienda ospedaliera si è costituita parte civile.

Sono tutti imputati in concorso -per violazione della legge elettorale e turbamento di pubblico servizio- nell’ambito di un processo scaturito da un presunto comizio elettorale tenuto all’interno dell’ospedale etneo, a pochi giorni dalle elezioni amministrative del 2008. Oggi, sono stati sentiti alcuni testi della Difesa. In particolare, uno ha detto, fra l’altro, che la visita di candidati politici -non ha specificato chi- agli uffici dell’azienda “Garibaldi” è avvenuta anche altre volte.

Insomma, la campagna elettorale “in camice” è un fatto normale -ci chiediamo noi? Proprio così. Fuori dall’ipocrisia, sarebbe ora di dire tutto, ma tutto su quel avviene nella sanità dalle nostre parti.

Prossima udienza l’11 marzo. Verrà il sindaco o ci sarà qualche sagra per un nuovo comizio?

Dichiarazione di Smuraglia su frasi di Berlusconi pubblicata da A.N.P.I. Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

 

“La dichiarazione di ieri di Berlusconi è così mostruosa che si potrebbe lasciarla perdere, anche per non assecondare la sua ricerca di pubblicità. 

Ma un minimo di riflessione ci vuole, perché la frase non è sfuggita a caso, ha tutta l’aria di essere premeditata, cogliendo l’occasione della presenza di molta stampa nel luogo dove si inaugurava il Museo della Shoah; ma dietro, c’è comunque un mondo, un modo di pensare. Si diceva una volta che Omero è sempre Omero anche quando sonnecchia. Questa frase si adatta perfettamente al caso di Berlusconi che, anche quando dormicchia (come ha fatto ieri) durante la cerimonia, tuttavia è sempre lui, cioè – alla fine – uno che pensa davvero che Mussolini abbia “fatto bene” a prescindere dalle leggi raziali. E i 3000 morti prima ancora di prendere il potere? E i tantissimi anni di carcere irrogati dai Tribunali speciali agli antifascisti e il confino agli oppositori? E la guerra disastrosa e perduta? Chiaramente Berlusconi pensa che tutto questo non rappresenti nulla. Il guaio è che, in questo campo, si va molto al di là della boutade, perché c’è chi ascolta con piacere e si sente appoggiato. Sarà stato un bel giorno, ieri, per Casa Pound, per i fascisti del terzo millennio, per tutti coloro che sognano impossibili ritorni. Ed è questo il guaio maggiore: l’incoraggiamento e il sostegno, diretto o indiretto, che si dà ai neofascisti, ai nostalgici, ai (quasi) indifferenti.

E questo è grave e pericoloso e va detto con forza,  anche se Berlusconi sarà contento, comunque, di essere finito – come voleva – sui giornali”.

Carlo Smuraglia

Presidente Nazionale ANPI

Roma, 28 gennaio 2013

Filippo Mazzaglia nato a Catania 18 febbraio 1916

Filippo Mazzaglia, nome di battaglia Maresciallo Franco, nasce il 18-2-1916 a Catania e
risiede a Nicolosi, in via Dante 57, provincia di Catania, di professione pastore. Viene
arruolato nel 5° reggimento dei Bersaglieri di stanza a Siena, dove diviene sergente
maggiore.
Dopo l’8 settembre non potendo raggiungere casa (avrebbe dovuto attraversare il fronte
rischiando l’arresto da parte dei nazisti e l’uccisione da parte degli alleati), probabilmente
risale verso nord dove il 1° marzo 1944 entra nella Resistenza arruolandosi nella “banda
Sergio” comandata dal tenente Sergio De Vitis che occupa la parte terminale della Val
Sangone, una delle valli alpine più vicine a Torino.
Prende probabilmente parte a varie azioni tra cui l’attacco di Cumiana. Il 10 maggio la
formazione viene investita da un rastrellamento in grande stile, l’operazione Habicht: alle
4 del mattino colonne nazifasciste risalgono dal fondovalle e contemporaneamente
risalgono dalle valli laterali cercando di imbottigliare i giovani “ribelli”.
Le formazioni partigiane si scompaginano: Filippo riesce a disimpegnarsi il primo
giorno, quello più terribile, in cui muoiono una cinquantina di suoi compagni ma viene
catturato in uno dei giorni successivi, probabilmente il 13 o il 14, sulle montagne tra
Coazze e Giaveno in un tentativo di attacco ad una postazione mentre si aggira sbandato
con Alfredo Bertolin e il conterraneo Salvatore Piticchio di Palagonia.
Una volta arrestato viene probabilmente imprigionato nella caserma dei carabinieri di
Giaveno e interrogato nell’attuale palazzo comunale. Trasferito quindi alla scuola
elementare di Coazze, il 16 maggio viene ucciso assieme a Renato Ruffinatti, Salvatore
Mazzeo e Umberto Pavone a Forno di Coazze, nei dintorni della borgata Garida, a sudovest
della quale vengono sepolti, mentre poco lontano avviene la strage della Fossa
Comune di Forno di Coazze in cui vengono uccisi altri 24 partigiani.
Questi gli elementi di riconoscimento della salma di Filippo: pantaloni zuava grigi rigati
bianchi e rossi camicia di tela g.v. capelli castani baffi castani lunghi.
Dopo la partenza dei nazifascisti avvenuta il 17 o il 18, i cadaveri vengono recuperati e
sistemati nel piccolo cimitero di Forno di Coazze. Saranno poi riconosciuti dai familiari
dopo la Liberazione.

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