Francesco Guccini-Auschwitz

Disegni dei bambini di Terezin(coop di via palmanova a MIlano)

Deportato a Mauthausen. Avevo 14 anni, e ho visto l’orrore” da: il Signor Rossi.it

Italia 1944: come tutti i miei coetanei nati e cresciuti con educazione fascista, la scoperta che esisteva un altro mondo con libertà di espressione e di idee politiche fu un primo impatto positivo, forse più intuitivo che razionale.

Mio padre, insegnante, richiamato alle armi già dal 1939 con il grado di capitano di fanteria, l’otto Settembre 1943 si trovava vicino a Firenze a capo di un battaglione in formazione del regio esercito italiano composto da giovani appena richiamati.

Treno della Memoria 2011

Questi, al momenti dell’armistizio Badoglio ebbero la facoltà di ritornare alle proprie case non facendo ancora parte dell’esercito.

Il 13 Settembre, all’arrivo di un gruppo di ufficiali tedeschi ed italiani, mio padre cercò di spiegare loro che le reclute erano ancora, a tutti gli effetti, dei civili.

La motivazione non fu accettata e mio padre con l’aiutante di campo fu rinchiuso in una casermetta per essere fucilato il giorno seguente.

Durante la notte, però, riuscirono ad evadere e mio padre decise di entrare a far parte della Resistenza (C.L.N. di Prato) come responsabile militare della zona.

Tutta la famiglia, mamma, sorella, fratello, ed io, quattordicenne, condividemmo tale decisione.

Da Firenze allora trasmetteva Radio Cora, una radio clandestina che riferiva al primo nucleo del nuovo esercito italiano, al sud, notizie di carattere militare utili agli alleati fermi a Cassino: transiti di treni con rifornimenti, movimenti di soldati, postazioni sulla linea gotica.

Molte di queste informazioni venivano proprio da Prato, importante nodo stradale e ferroviario.

Treno della Memoria 2011

Il servizio reso da Radio Cora fu così apprezzato dagli alleati che essi decisero di inviare radiotelegrafisti con apparecchi più efficienti.

La notte del 3 Giugno 1944 si paracadutarono sulle colline pratesi cinque volontari italiani, accolti da mio padre, mio fratello ed altri due partigiani. Il giorno successivo ancio mi recai sul posto per portare cibo, aiuto e per accompagnare uno dei cinque dai partigiani.

Come ragazzo infatti potevo muovermi liberamente senza destare troppi sospetti.

Allora non sapevo dell’esistenza di Radio Cora e della rete informativa, essendo troppo giovane per condividere tali segreti.

Il 6 Giugno 1944 Radio Cora, mentre trasmetteva da Piazza D’Azeglio, venne scoperta: ci fu uno scontro a fuoco in cui morì Luigi Morandi, uno dei realizzatori della trasmittente, con il padre, deportato e poi deceduto a Mauthausen.

La mattina del 9 Giugno la cascina dove eravamo sfollati fu circondata dalla S.S. italiana (gruppo Carità) e tedesca e fummo catturati tutti, mano mio fratello che era rimasto nella zona di lancio. Sfortunatamente si trovava ancora con noi l’ultimo dei cinque paracadutisti che seguì la nostra sorte e fu in seguito fucilato.

Mia madre, mia sorella ed io fummo portati nell’aia antistante la casa, sorvegliati da due militi armati, con il divieto di parlare.

Il testo di Marcello Martini

Mio padre, invece, fu portato nel vialetto d’ingresso in mezzo a due fascisti armati di mitra. Sentii un’improvvisa sparatoria e mi resi conto che stavano sparando contro di lui: dopo ho saputo che tentando il tutto per tutto aveva saltato la siepe che fiancheggiava il sentiero buttandosi nell’adiacente campo di grano e salvandosi così la vita.

Sul far della sera, con mamma e sorella, fui portato a Firenze a Villa Triste in via Bolognese sede delle SS: un primo, veloce interrogatorio e, per me , anche il primo schiaffo; poi internamento nelle carceri “murate”, mentre mamma e sorella entravano in quelle femminili “Santa Verdiana”.

Anticipo subito che, dopo quasi due mesi loro furono liberate con un colpo di mano dei partigiani fiorentini.

Treno della Memoria 2011

La mia famiglia si trovo così divisa in tre gruppi, ognuno dei quali non sapeva niente dell’altro: padre e fratello nelle colline pratesi, mamma e sorella nascoste a Firenze in casa di lontani parenti ed io dalle murate a Fossoli (13-21 Giugno) ed infine a Mauthausen (24 Giugno 1944).

Quasi nessuno in Italia sapeva dell’esistenza dei campi KZ cioè di eliminazione; perciò, quando ci stipavano a Carpi sui carri bestiame, correva voce che saremmo stati portati a lavorare in Germania.

Se avessi immaginato il destino che mi aspettava, avrei anch’io partecipato al disastroso tentativo di fuga che avvenne dal mio vagone divelto il filo spinato dall’unico finestrino, otto dei miei compagni di viaggio si gettarono dal treno in corsa.

Secondo quanto ho saputo in seguito, quattro morirono nella caduta, due furono ricatturati e solo due riuscirono a salvarsi.

Sapevamo che la ritorsione ad ogni tentativo di fuga sarebbe stata la fucilazione di dieci di noi per ogni evaso: ho visto in faccia la paura ogni qualvolta il treno rallentava.

Fortunatamente la minaccia restò tale.

Sono arrivato a Mauthausen la sera del 24 Giugno.

Appena scesi dal treno traversammo il paese fiancheggiati dalle SS ed accompagnati da urla, botte e latrati di cani. Ci inerpicammo su per una collina sovrastata da una specie di fortezza: il lager cui eravamo destinati.

Dopo due giorni passati all’addiaccio, per terra e senza mangiare, completamente nudi passammo al doccia, la rasatura ed infine la selezione per l’idoneità al lavoro. Un anziano ed un giovane con una mano artificiale furono fermatied in seguito realizzammo che erano stati mandati subito nella camera a gas.

Tremo della Memoria 2011

Da quel momento diventai il “PEZZO” (STOCK) 76430 e fui internato nel CAMPO DI QUARANTENA, uno dei tre presenti nel lager.

I campi di quarantena erano dei veri e propri magazzini umani dove i prigionieri erano assolutamente segregati nella propria baracca ed isolati da tutto e da tutti. Vi dominava il “BLOCK ALTESTER” padrone e despota coadiuvato da “CAPI STUBE” che vigilavano sulla disciplina diurna e notturna delle due camerate (STUBE), armati di tubi di gomma dura e pesante, simbolo del potere interno.

Collaboravano alla pulizia alcuni “stubedins” maneschi perché desiderosi di far carriera, un barbiere ed uno scrivano.

Durante la mia permanenza a Mauthausen sono sempre stato nel campo di quarantena baracca n° 17, la prima volta, e n° 24 la seconda.

All’esterno della quarantena si estendeva il cosiddetto “CAMPO LIBERO” riservato a chi già lavorava all’interno del lager o nelle officine adiacenti.

Anche i prigionieri addetti alla cava erano considerati tra i “liberi” e potevano quindi circolare tra le baracche ed incontrarsi nei brevi momenti di pausa.

Fortunatamente non sono mai stato selezionato per la cava, altrimenti non sarei qui.

Nel 1944 il portare i massi dalla cava al campo era riservato a quelli destinati ad una rapida morte mentre in un primo tempo il trasporto delle pietre (1938) era necessario per la costruzione della fortezza.

Verso la fine di Luglio, rivestito a festa con pigiama a righe e zoccoli di legno, fui mandato con altri miei compagni a lavorare nel sottocampo di Wiener-Neustadt dove venivano prodotti battelli a motore tipo pontone.

Qui rimasi fino al 19 Dicembre facendo il chiodatore a caldo, dopodiché fui trasferito al sottocampo di Hinterbruel per montare l’impianto elettrico nei Wolks.Jager, i primi caccia  a reazione della luftwaffe della Heinkel.

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Anche nei sottocampi vigeva la legge dell’eliminazione fisica tramite il lavoro coatto (circolare POHOL) del quale era stata calcolatala durata (3/9 mesi) e la resa economica (250 Dm come minimo) destinata alle SS.

Di questi sottocampi in Germania ne esistevano ben 1362: dipendevano ed erano accuratamente amministrati dai lager principali (Mauthausen, Dachau, Bergen Belsen…); erano semplici capannoni circondati da reticolati elettrificati con sentinelle armate su garitte sopraelevate.

Insieme ai prigionieri agiva il personale civile dell’azienda, necessario per organizzare il lavoro schiavile. Impensabile che potesse ignorare le condizioni ed i trattamenti ai quali eravamo sottoposti!

Infine, il 1 Aprile 1945, da Hinterbruel fummo riportati a Mauthausen con una terribile marcia (marcia della morte) di oltre 200 Km attraverso l’Austria e liberati il 5 Maggio dagli alleati americani.

Mentre facevo il chiodatore a caldo (per congiungere le lamiere che costituivano il fasciame del battello) un chiodo rovente mi cadde dentro lo zoccolo bruciandomi profondamente il piede sinistro.

Dopo qualche giorno venni finalmente ricoverato in infermeria. Qui lavoravano, anche essi prigionieri, tre medici ed un infermiere: Otto, capo medico austriaco, Maurice e Jean medici francesi, Anatoli russo, infermiere. Gueste quattro persone meravigliose riuscirono a tenermi ricoverato per quasi 2 mesi, cosa che è stata forse determinante per la mia sopravvivenza. Gravissimo era il rischio che correvano, perché tenere una bocca inutile nascosta poteva significare per loro l’accusa di sabotaggio che comportava anche la morte.

Altri atti di solidarietà, altri aiuti e tanto sostegno morale li ho ricevuti da persone che, purtroppo, non sono tornate o sono morte negli anni immediatamente successivi al mio ritorno.

Però, il più importante per me, è ancora vivo, quasi novantenne, vive a Roma e siamo ancora legatissimi l’uno all’altro.

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Il suo nome è Ing. Guido Focacci, fiorentino: faceva parte di radio Cora come esperto di lanci, dopo essere stato, durante la guerra, pilota di aerosiluranti (SM79) e poi bombardiere con i quadrimotori P108. Con lui ho condiviso la maggior parte della mia prigionia.

Tra coloro che mi hanno aiutato non posso dimenticare George, deportato austriaco che, quasi tutti i giorni, a Wiener-Neustadt mi portava un piccolo supplemento di pane, ed un’operaia, saldatrice, civile che, di nascosto, mi allungava un frutto o qualcosa da mettere sotto i denti.

Quando venne l’ordine di lasciare Hinterbruel, 50 ricoverati in infermeria, impossibilitati a camminare, furono uccisi con una puntura di benzina al cuore.

Durante la terribile marcia. Fatta sotto la pioggia e senza cibo, chi vacillava o cadeva, veniva eliminato con un colpo alla nuca. Ne rimasero lungo la strada più di 200. In preda a forti dolori reumatici, dopo la notte passata nei prati bagnati, non sarei mai riuscito né ad alzarmi né a muovermi se dei compagni, di cui non ricordo il volto, non mi avessero sorretto e spinto per i primi passi.

Anche a loro devo la vita.

Dopo l’arrivo a Mauthausen altri prigionieri sfiniti dalla fatica e dalla mancanza di cibo morirono, per cui ritengo che solo la metà di quanti erano partiti siano sopravvissuti fino al giorno della liberazione.

Il 7 Aprile 1945 mi ritrovai di nuovo nel campo di quarantena, baracca n°24, dove la vita non era cambiata dal Giugno precedente. A mezzogiorno c’era la solita zuppa di rape bollite, ma ricordo che il cibo serale scarseggiava sempre più: una pagnotta veniva divisa fra 16 ed anche 24 persone. Il crematorio funzionava continuamente e la camera a gas lavorava a 100 persone per volta.

Ho passato due volte la selezione per la camera a gas: una commissione di tre medici decideva la nostra sorte: se veniva preso il numero di matricola (una targhetta metallica al polso sinistro) eri destinato a passare per il camino entro pochi giorni.

In questa atmosfera di sfinimento fisico e morale giunse finalmente la notifica dell’arrivo degli americani: era il pomeriggio del 5 Maggio 1945, mia seconda data di nascita.

Treno della Memoria 2011

Uscito dal campo di quarantena (i cancelli erano aperti) vidi dal tetto di una baracca sul quale mi ero arrampicato, l’ingresso di un mezzo blindato da cui scesero due soldati, subito sommersi da una folla di prigionieri. Poi il mio ricordo svanisce: un profondo “buco nero” ha invaso la mia memoria e mi ha impedito e mi impedisce di ricordare quei meravigliosi, primi giorni di libertà. L’esaurimento fisico e psicofisico era tale che sono sprofondato in un sonno riparatore di cui non conosco la durata, ma sicuramente di giorni.

Dalla baracca 24 mi risvegliai in in un’altra del campo libero, dove erano stati riuniti tutti gli italiani sopravvissuti.

Degli 8300 italiani internati solo a Mauthausen, circa 1000 furono quelli che si ritrovarono liberi.

Venni poi a sapere che il campo si era auto liberato dopo la fuga degli SSgrazie ad un gruppo internazionale di prigionieri che si erano armati ed avevano presidiato il campo stesso per difenderlo contro eventuali contrattacchi tedeschi.

Seppi inoltre che il mio amico Guido era a Gusen, dopo aver superato una marcia simile alla mia. Lo raggiunsi e rientrammo insieme in Italia arrivando a Firenze il 1° Luglio 1945. Erano passati tredici mesi da quando ero stato separato dalla mia famiglia e ne ignoravo la sorte. Fortunatamente tutti avevano superato felicemente pericoli e disagi di ogni specie e quindi ci potemmo riabbracciare.

Il 28 Giugno 1945 dalla stazione di Mauthausen, una tradotta mi riportò, con un gruppo di circa 200 sopravvissuti, verso l’Italia. Nelle settimane precedenti avevo potuto nutrirmi abbondantemente, ma l’organismo disabituato alle funzioni vitali, rifiutava gran parte del cibo.

Abbandonato il pigiama a righe, ero vestito con pantaloni e camicia militare “made in USA”, frutto di ladre fatiche, più una logora giacca che mia madre ha sempre conservato con amore e voluto con sé quando è mancata.

Ci fermammo per una notte a Innsbrucke e proseguimmo poi per Bolzano. Qui un gruppo di volontari si prodigò per alleviare i nostri disagi e passammo due notti in una scuola.

Con Focacci ed altri due fiorentini decidemmo di passare da Milano per avere notizie delle nostre famiglie da un cugino di Focacci. Rassicurati, raggiungemmo Firenze con un camioncino a pagamento.

Treno della Memoria 2011

Il rientro alla vita normale non fu facile: i miei mi soffocavano di premure, ma ero disabituato a ricevere amore e protezione. Il semplice gesto di una carezza mi spingeva alla difesa perché una mano alzata aveva per me un unico e preciso significato. Dopo pochi giorni dall’arrivo, con grande dispiacere di genitori e fratelli sentii la necessità di ritrovare Guido, l’unico che poteva capire il mio stato d’animo.

A poppi, in casentino, con il suo aiuto ripresi a poco a poco coscienza di quello che significa avere una famiglia.

Ad Ottobre, non so con quale coraggio, ripresi la scuola interrotta due anni prima. Nella classe in cui entrai nessuno si rendeva conto di quanto mi era successo né era interessato a saperlo. La popolazione infatti usciva da una guerra e tutti avevano la loro storia di sofferenze da dimenticare. Anche a casa evitavo di rievocare gli orrori di cui ero stato testimone per non rattristarli.

E’ difficile spiegare l’influenza che ha avuto il lager nella mia vita.

Una cosa è certa: ho imparato a valutare le persone per quello che sono, cioè per il loro valore intrinseco, per come si rapportano con gli altri, per come affrontano le situazioni; per me non conta né il grado né il censo né l’orpello di cui alcuni si ammantano.

Ho visto prigionieri letteralmente nudi di fronte al pericolo, alla morte, emanare un grande senso di dignità umana, indipendentemente dalle loro origini.

Nel lager dove volevano, con perfido disegno, annullare in noi ogni traccia di umanità per portarci a livelli di bestie affamate, ho trovato non pochi esempi di solidarietà ed amicizia fraterna, senza distinzione di nazionalità.

Ma forse l’insegnamento fondamentale che mi ha lasciato la prigionia è stato il profondo sentimento di rigetto verso ogni forma di razzismo.

La superiorità della razza ariana vantata ed abilmente strumentalizzata a scapito delle altre etnie, ha portato ad una strage apocalittica ingiusta e vergognosa per un paese civile.

Treno della Memoria 2011

Chiaramente per me il “diverso” non esiste in quanto considero l’uomo come tale, qualunque sia la cultura e da qualunque latitudine provenga.

Personalmente ho avuto piccole esperienze spiacevoli di intolleranza, molte volte dovute ad un’ottusa mentalità campanilistica, durante i miei spostamenti di lavoro in varie regioni italiane, ma le ho sempre controbattute ricorrendo all’ironia.

Purtroppo oggi la paura del diverso non solo è latente, ma particolarmente palese nei tanti episodi che i mass media ci sottopongono giornalmente.

Bullismo, intolleranza etnica, ostilità preconcetta verso deboli e diseredati sono all’ordine del giorno, scarsamente controbilanciati da prove di umana solidarietà .

Basta il colore della pelle o l’abbigliamento per suscitare reazioni che di civile hanno molto poco o niente.

Ottimisticamente ritengo che attraverso la scuola che vede accomunati bambini di ogni colore attraverso maggiori facilitazioni nel concedere la cittadinanza, attraverso il lavoro ed il turismo, si possa progredire verso una società multietnica e che quindi le culture anziché contrapporsi si possono integrare ed arricchire vicendevolmente.

A voi giovani, abituati oggi ad un certo benessere, consiglio di essere più curiosi perché la curiosità è alla base della conoscenza (ed i mezzi oggi non mancano): quello che diventa patrimonio della mente, nessun nemico ve lo potrà togliere. Date valore anche alle vostre mani che sono patrimonio importantissimo per aiutarvi nei momenti difficili.

Non fatevi mai prevaricare dagli altri: mantenete intatta e lucida la  vostra personalità ed il vostro senso critico. Sarete sempre in grado di prendere le decisioni e responsabilità che riterrete giuste, ma fate di voi degli individui e non delle pecore.

Oggi il martellamento pubblicitario e la moda dilagante tendono ad uniformare le masse nei gusti e nelle abitudini, per cui è bene stare allerta.

I messaggi pericolosi non sono solo quelli commerciali: ci sono anche quelli politici ed ideologici, subdoli ma molto efficaci. Nell’epoca fascista si scialavano!

Vorrei che il mio racconto vi facesse riflettere su ciò che è stato, capire il presente e ricordare chi ha perso la vita per un ideale politico, per una fede o per un’etnia ingiustamente perseguitata.

“Il ventre che ha generato il mostro è sempre gravido”
di B.Brecht

Marcello Martini

NOTE AGGIUNTIVE:

IMI: Parlando della deportazione italiana non dobbiamo dimenticare i 680.000 militari catturati dai tedeschi nelle varie guarnigioni in Europa.
Deportati in Germania, il 98% di essi rifiutò la proposta di rientrare nelle fila del ricostituito esercito repubblicano della R.S.I.
Furono quindi classificati Internati Militari Italiani e non prigionieri di guerra, e fatti così lavorare nell’industria bellica tedesca.
Le condizioni erano pesantissime, il cibo scarso, ma a differenza dei KZ, gli IMI erano raggruppati in modo omogeneo e quindi i responsabili all’interno del campo erano connazionali. Freddo, fame, botte e malattie hanno impedito a più di 70.000 fra loro di rientrare in patria a fine conflitto.

KZ: Nei campi KZ i prigionieri, gli zebrati, erano identificati con un numero di matricola riportato:

1) su una striscia di stoffa bianca cucita su giacca e pantaloni.
In essa compariva anche un triangolo rovesciato di colore diverso a seconda del motivo di internamento, recante la sigla della nazione di appartenenza.
Erano presenti a Mauthausen 24 nazionalità diverse: una vera torre di Babele che ostacolava ogni contatto.
Chi parlava un po’ di tedesco era avvantaggiato perché i capi urlavano i loro ordini in tedesco.
Personalmente ho lavorato come chiodatore con un polacco e due russi….

2) su una targhetta metallica (ritaglio di scatoletta) legata al polso sinistro con dello spago.
Solo ed esclusivamente ad Auschwitz il numero veniva tatuato sul braccio sinistro all’interno per gli ebrei, sul bordo per gli altri.
La terribile macchina dell’Universo Concentrazionario nazista si mise in moto già nel Marzo 1933, 50 giorni dopo l’ascesa di Hitler al potere e giunse a contare nel 1945 ben 1632 tra campi base (20 circa) e sottocampi.

I dissenzienti tedeschi furono i primi ad entrarvi: circa 1 milione di essi non è sopravvissuto.

Da una stima degli storici, si calcola che dai lager kz siano passati circa 20 milioni di persone: 13 milioni non ne sono usciti e di questi circa 6 milioni di ebrei. Dall’Italia i deportati versi i kz furono circa 48000 di cui 7000 ebrei ed il resto oppositori politici.

Alla liberazione ne rientrarono in patria circa 5000.

Marcello Martini

È figlio del maggiore Mario Martini, comandante militare del Comitato di Liberazione Nazionale della zona di Prato. Nel 1944 aveva solo quattordici anni ma compiva importanti e pericolose azioni come staffetta partigiana: apparteneva al gruppo Radio Cora con mansioni di informatore. Tutta la sua famiglia era attiva nella Resistenza e il 9 giugno, dopo che il gruppo di Radio Cora fu scoperto e arrestato a Firenze, anche la casa di Montemurlo della famiglia Martini fu circondata dalle SS italiane e tedesche e tutti i suoi componenti (eccetto il figlio Piero, non presente in quel momento) babbo, mamma, i fratelli Anna e Marcello, catturati. Solo il maggiore Martini riuscì a fuggire. La signora con i due figli fu condotta a Firenze, a Villa Triste, la sede dei terribili interrogatori e delle torture perpetrate dalla famigerata “banda” del fascista repubblichino Mario Carità. Madre e figlia furono rinchiuse nel carcere femminile di Santa Verdiana e successivamente liberate con un audace colpo di mano dei partigiani, Marcello invece portato alla prigione delle Murate, poi, nonostante la giovanissima età, trasferito al campo di transito di Fossoli vicino a Carpi e quindi, con il trasporto del 21 giugno 1944 a Mauthausen. Fu poi destinato al sottocampo di Wiener Neustadt e assegnato ai Cantieri della Rax Werke a lavorare come “chiodatore” nella costruzione dei battelli fluviali. Dopo essersi gravemente ferito al piede e aver contratto seri dolori reumatici fu ancora trasferito nel campo di Mödling, vicino a Vienna. I circa 1.200 deportati di quel campo, tra cui anche Marcello, il 1° aprile 1945, furono incolonnati per il ritorno al “campo madre” di Mauthausen. Dovettero subire lo strazio di una marcia estenuante che durò 6 giorni e solo i due terzi arrivarono vivi a Mauthausen. Molti altri di quel gruppo morirono anche dopo per fame e per stenti oppure uccisi nelle camere a gas perché non più in grado di lavorare. Marcello fortunatamente riuscì a sopravvivere e dopo la liberazione rientrò in Italia dovendo affrontare, a soli quindici anni, lunghe cure di riabilitazione. Si è poi trasferito in Piemonte dove ha lavorato come dirigente di azienda e dove risiede ancora.

CasaPound, eroina e fascismo, fra criminalità e antisemitismo da: la meteora di Dario lapenta

Le indagini. L’inchiesta della procura di Roma, nella quale sono indagati Andrea Antonini, vicepresidente di CasaPound nonché consigliere del Pdl del XX Municipio di Roma, e Pietro Casasanta, presidente della onlus “La Salamandra”, il gruppo di ‘protezione civile’ di Casa Pound, è scattata proprio in seguito alla cattura del camorrista e narcotrafficante Mario Santafede nel settembre del 2008 a Barcellona.
Mario Santafede, latitante dal 2004 e condannato a 12 anni per traffico internazionale di stupefacenti, su di lui pendeva un mandato di cattura internazionale, è stato inserito fra l’elenco dei 100 latitanti più pericolosi della criminalità organizzata. Il camorrista Santafede, oltretutto, è da anni in contatto con l’estrema destra romana. Verso la fine deglia anni ’70 Santafede, assieme ad ex membri dei Nar, come Cristiano Fioravanti, Massimo Carminati o Maurizio Lattarulo, è stato condannato a 8 anni per droga, nel processo contro la Banda della Magliana.
Adesso, il vice di CasaPound Antonini rischia il processo per favoreggiamento personale e falsità’ materiale, assieme al complice Pietro Casasanta, per l’aiuto che avrebbero prestato al boss della droga. Avrebbero permesso, nel luglio del 2008, al camorrista più pericoloso d’Italia di ottenere una carta d’identità’ intestata ad un’altra persona, ‘Filippo Lo Brutto’, presentandosi come testimoni negli uffici del XX Municipio dove, tra l’altro, Antonini è consigliere.
Il volontariato. E, guardacaso, CasaPound va a fare volontariato proprio in Birmania, uno dei principali paesi produttori di eroina e anfetamine. In Birmania l’economia è totalmente gestita dalla giunta militare, e il mercato nero assume dimensioni addirittura doppie rispetto all’economia ufficiale. Proprio la Birmania, assieme a Laos e Thailandia, costituisce il “Triangolo d’oro” della droga, dove viene coltivato il papavero da oppio e vengono prodotte massicce quantità di eroina. La Birmania rappresenta il secondo produttore di oppio, con più di 800 tonnellate l’anno, e il primo produttore al mondo di anfetamine, la produzione è in aumento dal 2011. Come rivelato dall’inchiesta de l’Espresso, il presunto gruppo umanitario di CasaPound, si è mostrato, almeno in apparenza, molto attivo per gli aiuti umanitari al popolo Karen, una minoranza etnica in lotta armata per l’indipendenza in Birmania.
L’addestramento. Come riportato dalla ricostruzione de l’Espresso, Casapound ha sostenuto il popolo Karen attraverso “la collaborazione con la onlus Popoli, fondata dal veronese Franco Nerozzi. In pochi anni questa ‘comunità solidarista’, come si definisce, ha fondato un ospedale da campo in un villaggio Karen che distribuisce medicinali alla popolazione. Attività assolutamente meritoria, se la Procura di Verona non avesse scoperto che non si limitava all’ambito filantropico. Secondo le risultanze processuali la Birmania è stato infatti il luogo di addestramento per un gruppo di volontari reclutati dallo stesso Nerozzi per realizzare un golpe nelle Isole Comore, vicino al Madagascar.” […] grazie anche alle intercettazioni telefoniche i pm si fecero l’idea che le missioni di Popoli fossero una copertura per un campo d’addestramento.” Nerozzi, in seguito arrestato con l’accusa di terrorismo internazionale, ha scontato una pena di 1 anno e 10 mesi, per poi riprendere l’attività in Birmania.
Eroina e fascismo. Il legame fra spaccio e fascismo ha radici piuttosto profonde, a fare luce è il celebre e significativo testo di Emiliano di Marco ‘quando i fascisti spacciavano eroina‘, contenuto nel libro ‘Strozzateci tutti’ ed. Aliberti, che svela i rapporti tra Nar e la Banda della Magliana, fra la malavita e gli ambienti di estrema destra, ricostruendo diversi collegamenti tra i neofascisti e lo spaccio nei quartieri. Nel testo si legge che a Napoli “Le principali zone di spaccio di eroina erano le scuole superiori, dal Vomero a Piazza Garibaldi. Il liceo Umberto era la piazza di L. Pezzone, famoso nelle cronache dell’epoca per l’accoltellamento di un giovane militante della sinistra napoletana. L’angolo di via Rossini e vico Acitillo, era la piazza di tale L. Carrano (descritto come amico di un noto neonazista, R. Cattaneo), di G.Parise e G. De Rosa (ex mazziere del MSI), proprietario di un bar dove si spacciava droga. A Piazza Dante stazionava invece un certo A. Testa, detto “il Rosso”, di A. Miele, detto “il ciuffo” e di un certo Fabio di Salerno, collegato ad una banda di spacciatori che agiva tra Napoli e Salerno, che alloggiava a Napoli con R. Cattaneo.
Mentre alcuni militanti di Autonomia Operaia, che conducevano un’inchiesta sullo spaccio di droga, avevano effettuato una mappatura dei luoghi dello spaccio, e individuato tra gli spacciatori diverse persone collegate ai movimenti dell’estrema destra napoletana.
Il testo continua affermando che “Proprio lo scenario di una saldatura tra ambienti malavitosi e formazioni di estrema destra è quanto stava venendo alla luce, a Milano, in una inchiesta, effettuata con interviste audioregistrate da due militanti del Centro Sociale Leoncavallo, Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, tra i tossicodipendenti del Parco Lambro. I due ragazzi furono uccisi il 18 marzo del 1978 in un agguato rivendicato a Roma dal gruppo neofascista dei NAR – brigata combattente Franco Anselmi, di cui faceva parte Massimo Carminati, componente della Banda della Magliana.
I nastri registrati e gli appunti dell’inchiesta, in cui Fasto e Iaio stavano venendo a capo delle implicazioni dei gruppi neofascisti milanesi nel traffico di droga, non furono mai rinvenuti.
Su questi collegamenti, giudici e carabinieri la sanno lunga, tant’è che il dirigente di CasaPound, Palladino, arrestato appena di ritorno dalla Thailandia, condannato in primo grado per aggressione ad alcuni esponenti del Pd, in tribunale affermò di essere stato, durante l’arresto, trattato come un trafficante di droga. Infondo, era solo accusato, nulla in più, che di aver aggredito a sprangate qualche militante del Pd.

L’antisemitismo e i neonazisti candidati. A fare luce sulla non trascurabile componente neonazista nelle file di CasaPound Italia è un vecchio articolo, nel quale vengono riportati i nomi di Nicola Zanobi e Ettore Marchionni. Il primo, neonazista con il volto di Hitler tatuato sul petto nonché responsabile di CasaPound Viterbo. Il secondo, membro di una controversa band black metal dove vengono cantati testi che inneggiano all’olocausto e recitati inni ad Hitler e all’uccisione di massa dei “subumani” tramite Zyclon B, il gas usato nelle camere a gas nei lager nazisti. Marchionni è il fondatore di CasaPound Avezzano e del gruppo escursionistico “LaMuvra”, e il premio al suo antisemitismo, da parte del movimento neofascista, è stata la sua candidatura alla Camera in Abruzzo, in lista Di Stefano.
A questo si aggiunge il recente arresto di diversi militanti di CasaPound, assieme a quelli di altri movimenti di estrema destra, in una retata del Ros a Napoli. Tutti accusati di banda armata, detenzione e porto illegale di armi e materiale esplosivo, lesioni a pubblico ufficiale nonchè attentati incendiari. Le indagini hanno rivelato anche un sistematico tentativo di indottrinamento dei giovani all’odio razziale “mediante riunioni in cui si discuteva, tra l’altro, anche dei contenuti del libro “Mein Kampf” di Adolf Hitler”, ha affermato il procuratore napoletano Rosario Cantelmo.
Fra i progetti delinquenziali dei giovani neofascisti, venuti alla luce tramite le intercettazioni della polizia, quello di bruciare il negozio di un orefice ebreo e stuprare una ragazza universitaria napoletana appartenente alla comunità ebraica.
Fra gli arrestati compare anche il nome di Emanuela Florino, portavoce di CasaPound Napoli, candidata nelle liste di CasaPound in Campania e figlia di un ex senatore, prima dell’MSI, poi di AN. A Florino sono attribuiti una lista di episodi, fra i quali, aggressioni ai danni di giovani di sinistra e il recente accoltellamento di un giovane davanti alla facoltà di Lettere della Federico II.
Le indagini che hanno portato agli arresti sono scattate a seguito degli scontri avvenuti tra gruppi di destra e di sinistra nella primavera del 2011 a Napoli.
CasaPound, nel tentativo di difendersi, nega tutto e parla di complotto, di atto congegnato per screditare il movimento.
di
Dario Lapenta

La Cgil nega la parola alla sinistra, quella esterna e quella interna da: liberazione .it

E Ingroia scrive ai partecipanti alla conferenza programmatica

Corso Italia scopre la vocazione da cinghia di trasmissione delle politiche liberiste e con quella cinghia di trasmissione impicca le ragioni della sinistra, quella esterna e quella interna. La Cgil sta svolgendo la propria conferenza di programma ma l’ha incastonata tutta sulle ambizioni di vittoria del Pd. Unici invitati, nonostante le proteste delle minoranze interne (Cremaschi prima, Rinaldini, poi) Vendola, Bersani, Amato e Tabacci. E, per la prima volta, si nega la parola a chi non è in linea. «La segreteria della Cgil ha rifiutato con speciose e imbarazzate motivazioni la mia richiesta di intervento alla conferenza sul programma – spiega Cremaschi, della Rete28Aprile – è la prima volta da decenni che alle minoranze viene proibito l’intervento ad una assemblea della Cgil. Fatto oggi ancor più grave perché la linea politica della iniziativa non è stata neppure votata dal direttivo e invece viene presentatata senza dare spazio al dissenso. Così una conferenza nata con una rigida selezione degli interlocutori politici esterni si sviluppa anche con una selezione nel dibattito interno. L’aria della campagna elettorale fa davvero male al gruppo dirigente della Cgil».
Con una lettera aperta al vertice di Corso Italia, un gruppo di iscritti fiorentini rilancia l’appello alla Camusso di aprire la conferenza alla sinistra intera. Il grande escluso, Antonio Ingroia, scrive lui ai partecipanti di quella conferenza per spiegare ciò che avrebbe detto se fosse stato invitato a intervenire. Gianni Rinaldini, portavoce della Cgil che vogliamo, ha protestato per «la mancanza di autonomia» dalla segreteria: «Si sono invitate specifiche forze politiche, rendendo di fatto la Conferenza un’iniziativa di propaganda elettorale». Grottesco che a dare giustificazioni per conto della segreteria sia Nicolosi, la “sinistra” nella maggioranza: «Gli inviti sono stati fatti quando ancora Ingroia non era a capo di Rivoluzione civile. Abbiamo coinvolto chi ha un’interlocuzione storica con la Cgil, mentre Ingroia, che io sappia, non ci ha chiesto neanche un incontro. Prendiamo il Prc: se sostiene in primis Cobas e Rdb (è rimasto un po’ indietro: si chiama Usb da almeno tre anni, ndr), poi non può lamentarsi se non è interpellato».
Ecco la lettera di Ingroia:
“Care amiche e amici della Cgil, vi scrivo per riassumere ciò che avrei detto se fossi stato invitato ad intervenire alla vostra conferenza sul programma, al pari degli altri candidati per la Presidenza del Consiglio”. E’ quanto afferma, in una lettera aperta agli iscritti della Cgil, il leader di Rivoluzione Civile, Antonio Ingroia. “Rivoluzione Civile – Lista Ingroia – aggiunge – ha ben chiaro chi sono gli avversari da battere con il voto: Berlusconi, cioè la destra caciarona e impresentabile, e Mario Monti, rappresentante numero uno di quei professori in loden che hanno deciso la drammatica controriforma delle pensioni. Quella ‘destra perbene’ ha colpito in maniera pesantissima tutti i lavoratori e i pensionati, ma soprattutto le donne, ha creato la tragedia sociale degli esodati, ha cancellato l’art.18 ha confermato e aggravato tutte le forme di precariato. In compenso, non ha saputo mettere in campo alcun intervento che incidesse sulle fasce privilegiate, sulla Casta politica, sugli immensi sprechi ben esemplificati dalle auto blu o dalla pletora di consigli d’amministrazione clientelari. Soprattutto, non ha fatto nulla, zero assoluto, quanto a politiche industriali di ampio respiro. Invece mai come in questo momento, nel cuore della crisi, è urgente che ci sia un governo capace di offrire al Paese un indirizzo lungimirante sui settori strategici.
Sui capitoli da cui dipende la qualità della vita e il futuro del Paese – sanità, scuola, università, ricerca – la continuità tra i governi Berlusconi e Monti è totale. Continuano i tagli lineari, le privatizzazioni striscianti, la totale precarietà. In questa plumbea cornice si sono moltiplicati attacchi sempre più profondi contro i diritti e le libertà dei lavoratori. Siamo di fronte a un assedio che sta progressivamente riportando la condizione dei lavoratori e lo stato delle relazioni industriali indietro di un secolo e oltre. Il punto fondamentale, per me e per il mio programma politico, è invece – continua Ingroia – la piena e totale applicazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, prima di tutto in materia di libertà civili e sindacali. Ritengo fondamentale e imprescindibile la libertà per i lavoratori di votare sempre gli accordi che li riguardano, di votare sempre i propri rappresentanti e di potersi di iscrivere liberamente al sindacato che vogliono. La storia della Cgil è stata attraversata da discriminazioni e persecuzioni, ma alla fine ha saputo sempre sconfiggerle. Ha combattuto il regime fascista, ha ricostruito l’Italia con la spinta di Giuseppe Di Vittorio, ha emancipato la dignità di chi lavora con Bruno Trentin, ha battuto Berlusconi quando Sergio Cofferati vinse la battaglia per impedire la cancellazione dell’art. 18. Quelli che allora erano in piazza con voi e con noi, hanno votato oggi, senza batter ciglio, quell’eliminazione dell’art. 18 che non era riuscita 10 anni fa.
È dunque per me un impegno di grande valore democratico quello di assumere nel nostro programma l’approvazione di una legge per la democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro e la cancellazione delle leggi Fornero sui licenziamenti e sulle pensioni. Ci impegniamo – prosegue la lettera – a combattere la precarietà cancellando le oltre 40 forme di contratto precario per i giovani considerando l’apprendistato come il vero contratto di inizio lavoro. Riteniamo utile, in questa fase di transizione, garantire un reddito minimo almeno per i periodi di vuoto retributivo e previdenziale. Oggi, come anche i dati della Cgil dimostrano, è possibile una scelta alternativa a quella di Berlusconi e Monti. Noi lavoriamo per questo: per un governo di centrosinistra che rompa con le logiche monetariste del fiscal compact, con quelle devastanti della guerra e degli armamenti, con un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente e la salute dei cittadini mentre ignora i diritti umani fondamentali. Tutto questo, però, non può essere fatto a braccetto con chi quei modelli sciagurati li ha teorizzati, perseguiti e praticati, come Berlusconi e Monti.
Proprio perché noi siamo disponibili alla costruzione di questa alternativa di governo, ma siamo altrettanto fermamente indisponibili a ogni accordo con chi persegue politiche opposte alle nostre, Rivoluzione Civile rappresenta oggi il vero voto utile per impedire che si realizzi il progetto sciagurato, già annunciato e temo per molti versi già deciso, di un governo Pd-Monti.
Non è questione di pregiudiziali ideologiche ma di scelte pragmatiche e concrete. Noi lavoriamo per l’unità del mondo del lavoro: la destra di Berlusconi e Monti si è adoperata e promette di adoperarsi ancor più in futuro per dividere e per isolare le forze sindacali che non accettano le loro condizioni. La destra italiana ha usato la crisi per distruggere il Contratto Nazionale, abolire l’art. 18, cancellare i diritti minimi per i giovani, abbattere le libertà dentro e fuori i luoghi di lavoro. Noi vogliamo marciare in direzione opposta. E l’autonomia dei sindacati dai partiti e dai governi è un valore da conquistare e da rispettare. Di tutto questo – conclude Ingroia – mi sarebbe piaciuto discutere con voi, ma sono sicuro che non mancheranno altre occasioni di incontro con i pensionati e poi nelle scuole, negli ospedali, nelle fabbriche, dove ogni giorno lavorate garantendo il funzionamento dell’Italia. L’obiettivo comune è quello di restituire al lavoro tutto il valore, tutta la dignità e tutta la libertà necessaria per portare il Paese fuori dalle secche della recessione e della depressione”.

Checchino Antonini

Fonte: il Manifesto | Autore: Andrea Fabozzi «Anche la sinistra sottovaluta». L’allarme del presidente Anpi

Leggi CasaPound e adesso pensi a Beppe Grillo, alla sua apertura ai «fascisti del terzo millennio», al suo invito ai camerati ad entrare nel Movimento 5 Stelle che oltre a tante altre cose a questo punto si rivela anche un’uscita intempestiva. Chi siano «quei bravi ragazzi» lo si può scoprire negli atti dell’inchiesta napoletana (per chi fosse riuscito a ignorarlo fin qui). Proprio i neri, alla fine, sono stati gli unici a gradire le affettuosità di Grillo, tanto che le hanno montate all’interno di uno spot elettorale. E mercoledì sera, quando il capo del 5 Stelle è passato per Latina nel corso del suo tour elettorale, CasaPound si è presentata al comizio con tanto di striscione: «Beppe facciamo la pace e cambiamo». La pace perché nella cittadina laziale, cinque anni fa, CasaPound aveva contestato il comico genovese. Altri tempi. Adesso sono gli antifascisti a contestare Grillo, com’è avvenuto tre sere fa, proprio a Napoli.
Su Grillo e CasaPound è tornato ieri il presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia. Che presentando un appello dell’associazione dei partigiani per le elezioni politiche – Per un’Italia rinnovata, nei valori dell’antifascismo, della Resistenza e della Costituzione – si è detto ancora stupito per il sostanziale silenzio con il quale le forze politiche hanno accolto le parole di Grillo. Critica diretta principalmente ai partiti di sinistra, del resto poco loquaci anche ieri, ma inserita in un discorso più ampio. «Siamo molto preoccupati – dice Smuraglia – per la prima volta alle prossime elezioni politiche parteciperanno in maniera diffusa su tutto il territorio nazionali formazioni che si richiamano apertamente al fascismo». C’è CasaPound, si è vista anche Alba Dorata. «E la parola antifascismo non viene mai pronunciata», registra il presidente dei partigiani. Che racconta come nei mesi scorsi avesse preso contatto con i ministri dell’interno e dell’istruzione per sollecitare qualche iniziativa, proprio perché preoccupato dalla noncuranza dei partiti e delle istituzioni. «È sorprendente come oggi l’antifascismo lasci indifferente anche la parte politica che dovrebbe essere più attenta – conclude Smuraglia -, la situazione può diventare pericolosa».

Si sono pronunciati però il sindaco di Napoli, secondo il quale in città «non saranno mai consentite manifestazioni di CasaPound». «Bisogna avere parole nette e lo dico anche a Grillo, che è stato molto ambiguo e molto pericoloso», ha aggiunto Luigi De Magistris. Ed Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd, che ha chiesto al Viminale «un intervento deciso contro questi movimenti che agiscono deliberatamente contro la Costituzione e contro le leggi». Mentre la Rete napoletana contro il razzismo ha scritto: «Non corriamo dietro la verità delle inchieste giudiziarie, ci basta quella dei fatti». «Per coerenza – si legge nel testo diffuso dal movimento – non prendiamo certo per oro colato i teoremi che si rifanno a quell’armamentario di reati associativi partorito dalle leggi emergenziali che tante volte vengono usati invece contro i movimenti sociali».

A Napoli sono del resto cosa nota le amicizie e le protezioni istituzionali sulle quali possono contare «i fascisti del terzo millennio» (l’articolo qui sopra ne dà conto). E Candidati «particolari» CasaPound ne aveva anche prima della retata di ieri, visto che esibisce orgogliosamente nelle liste del Lazio Alberto «Zippo» Palladino, condannato a due anni e otto mesi per il pestaggio di alcuni militanti del Pd. In Campania, invece, il partito di casa Florino, quello all’interno delle cui sedi napoletana è stata a lungo ospitata CasaPound, cioè la Destra di Storace, candida come capolista al senato l’ex console «fascio-rock» Mario Vattani, che solo in vista delle elezioni ha scaricato i fascisti dichiarati per passare con i sostenitori di Berlusconi presidente. Tra i berlusconiani di nuovo rito, anzi, c’è quasi una concorrenza in fatto di attenzioni a CasaPound. Ben piazzata Paola Frassinetti, vice presidente della commissione cultura della camera dei deputati, ora nelle liste dei «Fratelli d’Italia» di La Russa. Rapida ha postato su facebook la sua solidarietà a Emanuela Florino: «Mi torna in mente la repressione che anche io ho subito ingiustamente da ragazza».