E’ morta Damini, la ragazza violentata a Delhi da:infoaut

altHa lottato con tutte le sue forze ma alla fine è morta.

Oggi, 29 dicembre 2012, la studentessa di Delhi vittima di un brutale stupro di branco che ha scosso tutta l’India e il mondo intero, è morta in un ospedale di Singapore.

Aveva 23 anni, studiava fisioterapia

Damini, Nirbhaya, and Amanat sono gli pseudonimi utilizzati dai media e dal popolo per nominarla.

Damini è il titolo di un vecchio film dove la protagonista combatte contro famiglia e società per far ottenere giustizia ad una vittima di stupro. Nirbhaya significa “senza paura”, “coraggiosa”. Amanat “fiduciosa”,” leale”, “fedele”.

Oggi questa ragazza, con la sua storia, è diventata il simbolo dell’India che non è più disposta ad accettare una quotidianità fatta di stupri e violenza sulle donne. In questi giorni, in tutte le regioni e città del paese, ci sono state continue manifestazioni, anche con scontri, in cui donne e uomini, soprattutto giovani studenti e studentesse, hanno espresso la pretesa di un cambiamento culturale, sociale, giuridico e politico, portando spesso la protesta nei luoghi simbolo delle varie istituzioni, colpevoli di essere immobili, conniventi e spesso anche autori di un passato e un presente sempre più segnato da questi episodi.

Le piazze traboccano di rabbia. Sono in tanti a chiedere la pena di morte per gli stupratori.

I politici di fronte a tutto questo rispondono in maniera goffa, cercando di rassicurare le piazze promettendo giustizia e modifiche al codice penale.

Inoltre il governo federale indiano ha avviato una massiccia campagna di arruolamento di donne nella polizia, per favorire la denuncia e perseguimento dei crimini di violenza contro le donne, e ha annunciato la costituzione di una banca dati contenente nomi, foto ed indirizzi delle persone condannate per reati sessuali. La banca dati dovrebbe essere accessibile a chiunque attraverso internet.

In tutto questo non possiamo dimenticare che solo qualche giorno fa, il 26 dicembre, la morte è toccata ad un’altra ragazza che a soli 17 anni a deciso di togliersi la vita, dopo aver subito uno stupro di gruppo il 13 novembre scorso nello stato di Punjab. La ragazza aveva denunciato gli aggressori ma a quanto pare uno dei poliziotti aveva cercato di convincerla a ritirare la denuncia e sposare uno dei suoi aggressori. Si sarebbe suicidata ingerendo del veleno.

Di fronte a tutto ciò i gruppi di donne e femministe non sono di certo rimaste con le mani in mano. Da anni esistono organizzazioni che, trovandosi di fronte alla totale mancanza di volontà da parte delle istituzioni di agire in qualsiasi modo contro la violenza sulle donne, si sono autorganizzate, con reti di solidarietà, campagne informative e lotte.

Nei giorni scorsi hanno portato in piazza una serie di richieste concrete, non negoziabili (anche per sostituire il forte grido della pena di morte), che se non verranno accolte produrranno l’effetto di continuare ad invadere il paese con le proteste e le manifestazioni.

Ora, con – e per- la morte di Damini, tutto questo è sicuramente destinato a crescere.

Oltre al dolore, ora non resta che da chiedersi se il paese riuscirà a raccogliere l’urlo di cambiamento che arriva dalle piazze e che potrebbe essere uno dei passi decisivi verso una profonda e decisiva riflessione che vada a mettere in discussione e ribaltare caste e privilegi, sia di classe che di genere.

Per tutte le Damini. Per tutte/i.

Rivoluzione civile: un “passo incontro” di partiti e società civile per il bene dell’Italia da:zenzero quotidiano

Scritto da Patrizia Maltese il 29, dic, 2012 in Mafie, Politica, Primo Piano

Rivoluzione civile: un “passo incontro” di partiti e società civile per il bene dell’Italia

La “rivoluzione civile” di Antonio Ingroia è cominciata ufficialmente anche in Sicilia. E’ cominciata nella sede catanese dei Comunisti italiani, durante un attivo regionale del partito, che si è svolto questa mattina proprio mentre a Roma l’ex procuratore aggiunto di Palermo teneva la sua conferenza stampa per sciogliere definitivamente la riserva e annunciare la propria candidatura.
A Catania, all’assemblea degli iscritti siciliani aperta dal segretario provinciale Salvatore La Rosa – che ha parlato di “giorno di festa” sottolineando come la battaglia sarà “complessa in una situazione magmatica, tipica di una gravissima crisi economica, sociale e politica” -, c’era anche Orazio Licandro, che oltre ad essere il coordinatore della segreteria nazionale del Pdci è anche uno dei promotori insieme a Ingroia e ai sindaci di Palermo e Napoli, Orlando e De Magistris, del manifesto “Io ci sto”.
Licandro – che ha presentato il simbolo di “Rivoluzione civile”: nome della formazione su uno sfondo arancione (ma non chiamatelo Movimento arancione, perché il movimento c’è ma c’è anche il rosso della sinistra), cognome di Ingroia e sotto un nuovo “Quarto Stato” tutto rosso – ha elencato i nomi di alcune delle personalità che hanno aderito (il vignettista Vauro, Milly Moratti, Fiorella Mannoia, Margherita Hack, Salvatore Borsellino e le Agende rosse, Franco La Torre – figlio del segretario regionale del Pci -, Tina Montinaro, Libera e molti altri) e ha spiegato come si tratti di un “grande esperimento in un quadro politico ingessato, fossilizzato attorno al pensiero unico del liberismo” e da dove sono state cancellate la solidarietà, la partecipazione, “l’idea di democrazia e anche l’idea di sinistra”. Un esperimento “ambizioso”, per il numero due del Pdci, anche perché rompe i vecchi schemi che vedevano da una parte i partiti (cattivi) e dall’altro la società civile (buona): “Ci sono buoni partiti e buona società civile – ha chiarito -, come in questi anni c’è stata una pessima società civile che si è riconosciuta in Berlusconi”. E ha chiarito il senso di quel “fate un passo indietro” rivolto ai partiti da Ingroia che comode esemplificazioni giornalistiche hanno tradotto in rottamazione. Invece il passo indietro che chiedeva l’ex pm palermitano ai partiti era un passo indietro per consentire alla società civile di farne uno avanti per poi fare insieme un “passo incontro”, perché “politica e società civile che confliggono – ha aggiunto Licandro – hanno portato all’antipolitica” e qui invece si tratta di camminare insieme.
Il dirigente del Pdci ha sottolineato come questo “piccolo, ma orgoglioso partito” abbia deciso di rinunciare agli interessi di parte per mettersi a disposizione del “bene supremo”, quello dell’Italia (ricordando che i comunisti sono stati fra i padri costituenti della Repubblica e rammentando, fra tutti, il nome del latinista catanese Concetto Marchesi) e ha confermato che da oggi Ingroia è candidato alle elezioni politiche, anche se il processo è ancora aperto. Non è ancora arrivata infatti la risposta alle numerose sollecitazioni fatte da Ingroia al Pd (l’unica risposta, paurosa, al momento sembra essere stata quella di contrapporgli come candidato un altro magistrato, Piero Grasso, che – ha ricordato Licandro – fino a poco tempo fa polemizzava con Ingroia accusandolo di fare politica) per una “interlocuzione, che non significa necessariamente alleanza” e non significa – Licandro lo ha precisato in maniera netta – essere “ruota di scorta”. Anche perché ad oggi la coalizione “Italia bene comune” (Pd, Sel e socialisti), dopo la “salita in politica” di Monti (polemica solo “verbale” con Berlusconi – per Licandro – ma “fanno le stesse cose”) al Senato non avrebbe una maggioranza e oggi l’alternativa è fra “un Monti bis o un’alleanza normale di centrosinistra”. Licandro ha chiarito – a beneficio di quanti fingono di non capire – che se il Pd respingerà l’interlocuzione Ingroia sarà il candidato premier di “Rivoluzione civile”, altrimenti sarà il leader della lista; ma se il partito di Bersani vuole interloquire non sarà certo a scatola chiusa: “Prima vediamo le carte”.
Posizione netta, dunque, sostenuta da numeri e sondaggi che parlano già di una lista forte ma anche da adesioni continue e dalla costituzione già partita in città e comuni di tutta Italia dei Comitati “Io ci sto”. Con una particolarità che è un messaggio politico forte, incarnato dai quattro promotori dell’iniziativa, tre siciliani e un campano, simboli di un Meridione “che non ce la fa più” e vuole cambiare: con una rivoluzione, ma civile.
Mentre Licandro era a Catania gli altri tre del comitato promotore, Ingroia, De Magistris e Orlando – come detto – erano a Roma a presentare il simbolo. Nessuna risposta nel frattempo da Bersani e il leader di “Rivoluzione civile” non ha mancato di sottolinearlo con parole severe: “Ha ignorato il mio appello a lui rivolto. Lo abbiamo cercato, non certo perché abbiamo bisogno di lui, e abbiamo ricevuto risposte stravaganti. Evidentemente si sente il padreterno, mentre Falcone e Borsellino mi rispondevano al primo squillo. Bersani in ogni caso una risposta politica l’ha data, non vuole una politica antimafia nuova e rivoluzionaria che sarebbe in grado di eliminare la criminalità. Il silenzio di Bersani è inequivoco, perché non vuole questa nostra scelta di eliminare mafia e corruzione”.
Per l’ex pm, “la questione morale e la lotta alla mafia debbono essere le priorità dell’impegno politico”, priorità che il Pd sembra voler accantonare: “Bersani – ha aggiunto – si è impantanano in una linea politica ambigua e contraddittoria nei confronti del governo Monti dimenticando storie come quelle di Pio La Torre e del suo impegno contro la mafia”.
Ma non ha chiuso la porta definitivamente: “A Bersani dico che siamo pronti al confronto, purché il Pd non faccia una politica di conservazione come è accaduto quando ha sostenuto il governo Monti”.
Soddisfatto il sindaco di Palermo: “La decisione di Antonio Ingroia di mettere a servizio del Paese la propria esperienza di legalità e la propria credibilità internazionale – ha affermato Leoluca Orlando – è un motivo di speranza per il nostro Paese, mortificato da anni di berlusconismo e dal montismo subalterni a poteri forti e speculativi del tutto indifferenti alle emergenze e bisogni sociali”.

Trapani: lavoratori della Sib da mesi senza stipendioScritto da Simona Castelli il 29, dic, 2012 in Lavoro da:zenzero quotidiano

Trapani: lavoratori della Sib da mesi senza stipendio

Da sette mesi, i lavoratori della Siciliana inerti e bituminosi non percepiscono lo stipendio.

È la Fillea Cigl di Trapani a denunciare la drammatica situazione dei dodici dipendenti della Sib, società sequestrata all’imprenditore Tommaso Coppola e da quattro anni sotto il controllo dell’amministratore giudiziario.

Malgrado siano gestite dallo stesso amministratore giudiziario che controlla anche la Sib vi sono aziende, secondo quanto rilevato dalla Fillea Cgil, che non hanno provveduto a pagare alla Società inerti e bituminosi il materiale di cui si sono rifornite determinando gravi problemi economici in seno alla società che stanno causando difficoltà per la ripresa dell’attività, ad oggi ferma, e gravi ritardi nel pagamento degli stipendi ai dipendenti.

“I lavoratori, che per tre mesi sono stati posti in cassa integrazione in deroga, non ancora saldata da parte della Regione – ha detto il segretario provinciale della Fillea Cgil Franco Colomba –, sono riusciti a ottenere qualche mese fa, solo il 50 per cento dello stipendio del mese di maggio nonostante avessero chiesto, in prossimità delle feste natalizie, un acconto sullo stipendio all’amministratore giudiziario”.

La Fillea Cgil ha annunciato che programmerà “adeguate iniziative volte a sensibilizzare e richiamare alle proprie responsabilità gli organi competenti al fine di garantire il rispetto dei legittimi diritti dei lavoratori”.

Inganni elettromagnetici nella base Usa di Niscemi

 

di Antonio Mazzeo

 

Procedure sin troppo superficiali; pericolose sottovalutazioni dei campi elettromagnetici esistenti; misurazioni incomplete, inidonee e ingannevoli; conclusioni contraddittorie, incompatibili e irragionevoli. È quanto emerge dalla nota del fisico Massimo Coraddu (autore con il prof. Massimo Zucchetti dello studio del Politecnico di Torino sui rischi associati all’impianto di telecomunicazioni militari USA di Niscemi e al costruendo centro satellitare MUOS), consegnata dai Comitati No MUOS all’Assessore regionale al territorio e ambiente, Mariella Lo Bello, in occasione dell’incontro congiunto tenutosi a Palermo il 28 dicembre 2012.

“Quelli della realizzazione del MUOS e della sicurezza elettromagnetica nella base NRTF di Niscemi sono problemi gravi che non è più possibile rimuovere”, spiega Coraddu. “I loro aspetti più preoccupanti sono tali da mettere seriamente in discussione la fondatezza delle autorizzazioni concesse anche dopo una valutazione dei rischi legati alle emissioni elettromagnetiche da parte di ARPA-Sicilia”. Gli studi dell’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, avviati solo a partire del 2009, non sono giunti ancora a qualsivoglia conclusione, soprattutto a causa degli ostacoli frapposti dai militari statunitensi. “I pochi dati sicuri emersi, nel corso dei rilievi, hanno invece mostrato un chiaro superamento dei livelli di sicurezza previsti per la popolazione, già con l’impianto nella sua configurazione attuale”, scrive il prof. Coraddu. Per l’ARPA, invece, le proprie verifiche (“effettuate sempre con tecniche di misure conformi alla norma”) hanno “confermato il non superamento del valore di attenzione”. A smentire però l’agenzia ci sarebbero alcune conclusioni nelle relazioni sui monitoraggi effettuati a Niscemi. “Nell’istruttoria del 2009, l’ARPA dichiara ad esempio di non essere stata in grado di portare a termine il compito affidatole, in quanto le informazioni tecniche relative agli impianti già operanti risultano secretate dall’attività militare, così come i valori di campo elettromagnetico ante e post opera”, rileva Coraddu. “Di fronte a questo insormontabile rifiuto, ARPA Sicilia non ha potuto valutare complessivamente la distribuzione, sul territorio limitrofo, dei valori di campo elettromagnetico, come si era invece proposta”.

In un successivo passaggio della stessa relazione, l’ARPA ammette che la “documentazione acquisita non è conforme a quanto previsto dall’allegato n.13 (art 87 e 88) – Mod. A del D.lgs 259/03”, pertanto “non è stato possibile emettere un parere ai sensi del citato decreto legislativo”. Come evidenzia Coraddu, l’agenzia per l’ambiente non ha dunque potuto svolgere correttamente il proprio compito, “né da allora risulta che ci siano stati altri tentativi”. Così, nell’assenza di una sufficiente documentazione tecnica, “l’inquinamento elettromagnetico prodotto complessivamente dalla stazione di telecomunicazioni della Marina militare Usa di Niscemi resta ignoto”.

Il ricercatore spiega poi come le condizioni di misurazione delle emissioni siano state del tutto inappropriate. “Vista l’impossibilità di effettuare valutazioni complessive del campo emesso, l’ARPA ha ripiegato su una attività di misura e monitoraggio in alcuni punti specifici, ma neppure questo compito limitato si è però potuto svolgere nel pieno rispetto della normativa”, scrive Coraddu. “Nel caso di impianti radio-base, come quelli di Niscemi, i rilievi devono essere svolti infatti nelle condizioni più gravose possibili, ovvero con tutti i trasmettitori attivi simultaneamente alla massima potenza. Il comandante della base NRTF ha però dichiarato che le antenne non verrebbero mai attivate tutte assieme, ma solo in certe particolari combinazioni denominate A, B e C, che sono state quelle concordate con l’ARPA in occasione delle verifiche del 26 gennaio 2009”. Come si evince da una dichiarazione giurata ma certificata da un notaio solo il successivo 5 febbraio 2009 (dieci giorni dopo le misurazioni), il comandante statunitense Terry Traweek ha affermato di aver attivato, “alternativamente”, le configurazioni A-B-C alla “massima energia”. Un procedimento del tutto anomalo e assai discutibile, basato sulle mere dichiarazioni dell’ufficiale e non dalla verifica della configurazione reale degli impianti da parte dei tecnici ARPA. Lo stesso militare ha inoltre ammesso che delle 45 antenne ad alta frequenza (HF) ed una a bassa frequenza (LF) esistenti “sono in funzione solo 27”, mentre che durante il funzionamento dell’antenna LF “la riduzione energetica impedisce l’uso contemporaneo delle altre 27 antenne HF”. Condizioni del tutto diverse quindi da quanto prescritto dalle leggi italiane, che però sono state ammesse e condivise dai tecnici dell’agenzia per l’ambiente.

“Se l’ipotesi delle condizioni più gravose possibili si fosse verificata il 26 gennaio 2009, in quel giorno le centraline installate in quattro abitazioni vicine alla base avrebbero dovuto registrare un’emissione più alta rispetto a quella dei giorni precedenti e successivi”, evidenzia Coraddu. “Se osserviamo i tracciati di quella giornata invece troviamo che due centraline (la n. 3 e la n. 4) registrano un segnale identico a quello medio degli altri giorni, mentre altre due registrano addirittura un segnale notevolmente inferiore. Oltretutto l’analizzatore EHP-200 impiegato, ha registrato un numero e una distribuzione di sorgenti emittenti assolutamente identico e indistinguibile nelle tre configurazioni A, B e C. Infine la centralina in Contrada Ulmo, la sola che ha proseguito le rilevazioni quasi ininterrottamente dal febbraio 2011 sino ad ottobre 2012, ha registrato, a partire dalla fine di agosto 2012, un chiaro aumento delle emissioni, ben oltre quelle rilevate nel gennaio 2009, indicando così inequivocabilmente che quelle concordate con i militari USA il 26 gennaio 2009 non erano affatto le più gravose condizioni possibili. Le verifiche delle emissioni si sono rivelate un inganno. I livelli dell’elettromagnetismo nella base NRTF restano tuttora ignoti e fuori dalla portata di ogni controllo civile”.

Secondo il ricercatore sardo, per la presenza a Niscemi di decine di sorgenti differenti che trasmettono simultaneamente a frequenze molto diverse tra loro, le misurazioni delle emissioni sono particolarmente gravose e si possono facilmente produrre malfunzionamenti e risposte imprevedibili nella strumentazione utilizzata. “Non di rado i tecnici ARPA si sono trovati di fronte a strumenti di misura che producevano risultati completamente diversi e incompatibili”, afferma Coraddu. “In una situazione così complessa sarebbe quindi buona pratica impiegare più frequentemente possibile strumenti di misura a banda stretta, capaci cioè di distinguere le singole sorgenti emittenti. Purtroppo, per quanto ne sappiamo, l’ARPA ha impiegato uno strumento di questo tipo, l’analizzatore NARDA EHP 200, una sola volta, il 26 gennaio 2009, in soli 7 punti di misura. Quello invece normalmente utilizzato, il misuratore portatile in banda larga PMM 8053A, con la sonda EP 330, produce alle alte frequenze delle misurazioni del tutto incompatibili con le corrispondenti in banda stretta, e va quindi ritenuto poco affidabile”.

Quando è stato possibile analizzare dei dati numericamente sufficienti, c’è stata comunque la chiara indicazione di un “notevole superamento” dei limiti di sicurezza dei campi elettromagnetici. Onde tutelare la popolazione dagli effetti di un’esposizione prolungata, la legislazione italiana prevede che in prossimità delle abitazioni il campo elettrico debba trovarsi al di sotto della soglia di 6 V/m. A Niscemi, l’unica centralina (la n. 2 di Contrada Ulmo) che ha effettuato misurazioni prolungate nelle alte frequenze ha registrato valori assai variabili delle emissioni: tra i 5,9 e gli 0,6 V/m del periodo dicembre 2008 – marzo 2009 e tra i 4,5 e i 5,5 V/m nel periodo febbraio – settembre 2011. Nel luglio 2012 sono stati raggiunti i 5,8 V/m e nel successivo mese di settembre il livello delle emissioni è arrivato a superare i limiti di sicurezza dei 6 V/m per lunghi intervalli (dell’ordine delle 10 ore), sino ai 7 V/m.

Nel caso di esposizioni multiple, come indicato dalla legge, all’esposizione alle alte frequenze deve essere poi sommata la componente di bassa frequenza (LF) che a Niscemi è assai elevata, nell’ordine di 6-7 V/m. “Sommando i valori, è evidente come l’intensità di campo elettrico sia doppia rispetto al limite previsto”, denuncia Coraddu. “Per le emissioni della base NRTF deve quindi essere resa al più presto obbligatoria la riduzione a conformità prevista dal DPCM 8 luglio 2003. E, ovviamente, non è possibile concedere autorizzazioni per ulteriori impianti trasmittenti, come le antenne satellitari del MUOS, le cui emissioni andrebbero a sommarsi a quelle degli altri trasmettitori presenti, con rischi ulteriori”.

Ancora oggi, date le scarne caratteristiche tecniche delle antenne del MUOS fornite dai militari USA, è impossibile prevedere quale sarà la portata reale delle emissioni del nuovo impianto di guerra. “Le autorità statunitensi hanno fornito solo le caratteristiche tecniche delle antenne elicoidali TACO H124, operanti in banda UHF (peraltro liberamente disponibili nel sito web del costruttore)”, spiega il ricercatore. “Le caratteristiche delle grandi antenne paraboliche che trasmetteranno in banda Ka (30-31 Ghz) sono note invece in forma molto parziale, il che consente solo una valutazione approssimativa nella direzione dell’asse principale e grandi distanze (superiori ai 500 metri). Una valutazione superficiale porta ad errori e ad evidenti paradossi, come accade nella relazione ARPA dove si ammette che il modello di calcolo utilizzato non fornisce valori in zona di campo reattivo, ovvero in un raggio di 497 metri dal centro elettrico della parabola. Osservando i mappali si vede chiaramente che le parabole MUOS vengono deificate a circa 150 metri dalla recinzione della base, oltre la quale si trova una zona parco della Sughereta di Niscemi, attrezzata con sentieri e punti sosta. Che succederà in questa fetta del parco in caso di attivazione del MUOS? L’ARPA propone di effettuare verifiche post-installazione. Ovvero di lasciare edificare l’opera per valutare a posteriori un inquinamento e un danno che non siamo in condizione di prevedere. Una proposta che non sembra né ragionevole né accettabile”.

“Nessuno è stato in grado di effettuare previsioni credibili sulle emissioni che il sistema MUOS, nel suo funzionamento ordinario, comporterà per l’ambiente circostante già ampiamente soggetto a inquinamento elettromagnetico”, conclude il prof. Coraddu. “L’autorizzazione alla realizzazione del sistema MUOS in queste condizioni è stato, nel migliore dei casi, un grave errore. La prosecuzione in presenza di elementi così gravi sarebbe un errore ancora peggiore, che non può trovare nessuna giustificazione”.

A dispetto di un iter autorizzativo a dir poco discutibile e pasticciato e a fronte delle proteste della popolazione e delle amministrazioni locali, i lavori proseguono con celerità. Centinaia di ragazze e ragazzi si alternano presidiando da 40 giorni le strade di accesso alla base USA di Niscemi per impedire l’arrivo di un enorme camion gru che dovrà innalzare le tre parabole sui piedistalli già installati. Potrebbe bastare una firma del governatore Rosario Crocetta per sospendere l’efficacia delle autorizzazioni concesse illegittimamente dal predecessore Raffaele Lombardo. I No MUOS l’hanno richiesta nel recente incontro con l’assessora Lo Bello che ha però preferito glissare la questione. “Chiederemo ai militari italiani e statunitensi di sospendere i lavori”, ha dichiarato. Peccato che lo aveva già fatto, inutilmente, nel giugno scorso, la Procura della repubblica di Caltagirone, ravvisando nei lavori del MUOS gravi illeciti penali e violazioni delle normative ambientali.

PER I MORTI DI REGGIO EMILIA-FAUSTO AMODEI

Lavoro, Fornero contro Cgil. Nel 2013 a rischio 70-80% dei 700.000 contratti a progetto da:controlacrisi.org autore:i.b.

“Il precariato non deriva dalla riforma che, al contrario, è proprio diretta a contrastarlo. Per fare emergere il tanto di buono che c’è nelle norme contenute nella legge 92 occorre un approccio pragmatico e libero da preconcetti”.  Elsa Fornero, il Ministero del Lavoro, lascia questa dichiarazione un giorno dopo l’allarme lanciato dal Nidil Cgil.

Secondo il sindacato della Cgil, che infatti rappresenta i lavoratori atipici ed ex interinali, dal 2013 la riforma Fornero metterà a rischio il 60%-70% dei circa 700.000 contratti a progetto.

I dati della Cgil con quelli dell’Istat rivelano che a subire le conseguenze della crisi economica sono soprattutto i giovani.Nel 2011 lavora il 45,7% dei diplomati che hanno preso il diploma nel 2007; di questi nello specifico otto su 10 svolgono un lavoro di tipo continuativo, con cadenza regolare, ma di durata a termine. Il 16,2% invece è in cerca di lavoro e il 33,7% resta impegnato esclusivamente negli studi. Rispetto alla precedente edizione dell’indagine, realizzata sui diplomati del 2004 intervistati a tre anni dal titolo, la quota degli occupati si riduce di circa 5 punti percentuali, nel 2007 era superiore al 50%.

Anche per le imprese in arrivo brutte notizie.
Secondo l’Istat il clima di fiducia delle imprese italiane, a dicembre, cala a 75,4 da 76,5 di novembre. Dall’inizio dell’anno il calo è stato di 5,3 punti e rispetto allo stesso mese del 2011 si registra una riduzione di 7,3 punti.
Nel dettaglio, dall’inizio dell’anno il settore manifatturiero ha registrato un calo di 2,4 punti, passando da 91,3 di gennaio a 88,9 di dicembre; le costruzioni passano invece da 83,3 a 79,5 punti; i servizi di mercato scendono da 76,8 a 71,9 mentre il commercio al dettaglio si riduce da 78,7 a 77,7 punti.

L’economia del Mezzogiorno preoccupa e non poco.
Secondo i dati del check-up Mezzogiorno, pubblicato da Confindustria e studi e ricerche per il Mezzogiorno, ”tra il 2007 e il 2011 il Pil del Mezzogiorno, in termini reali, ha subito una riduzione di quasi 24 miliardi di euro (-6,8%); piu’ di 16 mila imprese hanno cessato di esistere (0,9 % del totale imprese del Sud) sebbene siano aumentate le societa’ di capitali (+7.400 solo nell’ultimo anno).

ll numero di occupati è calato circa di 330 mila unita’, quasi la metà della riduzione ha interessato la sola Campania e il tasso medio di disoccupazione dei primi due trimestri nel 2012 è salito al 17,4% rispetto al 13,6% registrato nello stesso periodo del 2011, anche per effetto dell’aumento delle persone in cerca di lavoro.
Secondo Confindutria il principale segnale positivo arriva dall’export.
L’unica variabile tornata al di sopra dei valori pre-crisi: dal primo semestre 2011 al secondo semestre 2012 infatti le esportazioni nel Mezzogiorno sono salite  del 7%, il doppio del Centro-Nord.

“Il persistere della crisi – spiega Confindustria – è causa e effetto del forte calo degli investimenti pubblici e privati”. La spesa in conto capitale si è ridotta di circa 7 miliardi di euro dal 2007 al 2011.  Nel 2011 gli investimenti fissi lordi sono calati di 8 miliardi di euro (-11,5%). Rilevante e’ stata la caduta degli investimenti nelle costruzioni (- 42,5%) e nell’industria in senso stretto (- 27,8%). La quota di imprese manifatturiere che hanno investito è calata via via dal 37,4% nel 2008 al 23,6% nel 2011”.

Il calo dell’occupazione e le difficoltà economiche delle famiglie determinano una vera ”emorragia di capitale umano”.
Aumentano sempre di piu’ quelli che decidono di lasciare il Mezzogiorno per traseferirsi nel Centro-Nord o all’estero (110 mila nel solo 2010).

Il Mezzogiorno inoltre, va specificato, che non utilizza gran parte del capitale umano che resta sul territorio, penalizza così i giovani, quelli  compresi tra 15 e 24 anni, che non studiano o non lavorano al sud rappresentano il 33% del totale, contro il 25% registrato in Italia

Ingroia va giudicato per il suo programma Fonte: il manifesto | Autore: Carmine Fotia

La candidatura di Piero Grasso per il Pd di Bersani e le pretestuose polemiche contro il pm di Palermo

La scelta di Antonio Ingroia di candidarsi come leader di una lista civica nazionale alternativa al montismo e al berlusconismo ha sollevato, com’era naturale, molte e diverse obiezioni. Alcune sono serie e meritano una risposta forte e convincente, poiché provengono da settori dell’opinione pubblica che fanno parte del potenziale bacino elettorale di questa lista. Altre sono alquanto pelose e sono destinate a cadere per la forza dei fatti.

Comincio proprio da queste ultime, in particolare dall’accusa di “giustizialismo manettaro” che viene rivolta in particolare dal Pd. Sull’Unità del 23 dicembre scorso Giuseppe Provenzano le ha riassunte, mettendo in dubbio «l’opportunità politica e morale della scelta di Antonio Ingroia di passare dal recente protagonismo giudiziario a quello elettorale», e affermando che sarebbe questa l’occasione per «una battaglia aperta contro il cedimento culturale di una sinistra che, come avrebbe detto Sciascia, ha sostituito la bilancia della giustizia con le manette».
Peccato, per Provenzano e per l’Unità, che proprio oggi, in una solenne conferenza stampa, Pierluigi Bersani annuncerà la candidatura nelle sue liste di Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia. Se fossero vere le articolate argomentazioni che ho riportato, mi aspetterei una veemente campagna di critica a questa scelta. O si sosterrà che Grasso, che ha guidato la più importante struttura di lotta alla mafia, non è stato un «protagonista giudiziario» e dunque può tranquillamente candidarsi e Ingroia invece no? O che il medesimo paradigma non poteva applicarsi a tutti quei magistrati che nel corso degli anni sono stati candidati da Pd e dalla sinistra proprio perché protagonisti di indagini complesse contro la mafia e la corruzione?

Io non uso due pesi e due misure e considero un’eccellente candidatura quella di Piero Grasso, così come quella di Antonio Ingroia, se serviranno a mettere al centro dell’agenda politica del prossimo governo la volontà di estirpare mafia e corruzione, il male che uccide democrazia e sviluppo economico.

Tolte di mezzo dai fatti simili polemiche strumentali e propagandistiche, resta invece la legittima domanda: riuscirà Ingroia a convincere gli elettori che la sua non è una battaglia giustizialista, che ha buone idee per un governo di alternativa alle politiche neoliberiste di Monti, e al populismo berlusconiano? Riuscirà a interpretare il disagio morale che si esprime nel non voto e nel voto al M5S e quello sociale che investe il mondo del lavoro, del precariato, dei nuovi poveri, dei giovani senza futuro, delle donne ridotte da Monti a nuove “fattrici” di figli, delle carceri divenute una vera e propria discarica sociale prodotta da una «giustizia classista» (parole di Ingroia) e riportate al centro dell’attenzione dalla coraggiosa battaglia di Marco Pannella?

La sua scommessa e quella della coalizione che lo sosterrà in fondo sta tutta qui. Ascoltando il discorso del 21 dicembre a me sembra che Ingroia sia perfettamente cosciente che deve proporre il rovesciamento del paradigma neoliberista chiamando al protagonismo i soggetti esclusi e offesi, che sono la maggioranza della popolazione.
Provo a riassumerle: lotta alla mafia e alla corruzione, a cominciare da quel nord invaso dalle organizzazioni criminali, precondizione per liberare energie civili e risorse economiche, da mettere a disposizione per nuovi investimenti pubblici a sostegno del lavoro; una seria redistribuzione del reddito, togliendo a chi ha di più per dar a chi ha di meno; ripristinare i diritti del lavoro violati dal governo Monti; difendere lo stato sociale: meno soldi per le armi più soldi per scuole e ospedali; inverare la questione morale, così come l’aveva enunciata Enrico Berlinguer, liberando le istituzioni dall’occupazione dei partiti per restituire a questi il ruolo costituzionale di strumenti di organizzazione della partecipazione democratica.

Cosa c’è di “giustizialista” e “manettaro” in queste idee? Non sono forse il cardine di una politica di sinistra in qualsiasi paese del mondo? Solo da noi viene spacciata per «cultura della sinistra di governo» la supina accettazione delle politiche imposte dai conservatori europei, di cui Monti è parte integrante. Una presenza di radicale alternativa è comunque necessaria, per ancorare il centrosinistra a una prospettiva di governo senza compromessi con l’agenda Monti, qualora le residue speranze di accordo dell’ultim’ora si avverassero, oppure per affermare nel paese e nel parlamento una possibilità di cambiamento reale, contro il passato del berlusconismo e l’eterno presente di un governo Monti-Bersani, qualora Pd e Sel confermassero la scelta di discriminazione a sinistra.

Antonio Ingroia non può avere e non avrà piccole ambizioni. Egli può essere l’interprete di una rivoluzione civile, di un’idea forte di governo perché fondata sulla cittadinanza attiva e su una vera idea del bene comune che non può coincidere con la supina accettazione dei diktat delle oligarchie tecniche e finanziarie.

I SETTE FRATELLI CERVI