Colombia: bilancio di una guerra civile, sperando nella pace Fonte: Uninomade 2.0 | Autore: ANTONIO NEGRI

Seicentomila morti, quattro milioni di rifugiati, cioè di popolazioni violentemente e disperatamente rimosse dalle loro terre, dalle loro case: ecco alcuni indici della guerra civile in Colombia.Metà del territorio è occupato dai ribelli “insorgenti”, così li chiama la parte dei colombiani che condivide la loro battaglia; l’altra metà del territorio e le metropoli sono nelle mani del potere legale, prodotto di una oligarchia feudale e di una politica stabilizzatrice anticomunista diretta dal Pentagono. Man mano la guerra è diventata sempre più sporca, gruppi di mercenari si sono accompagnati alle truppe della repressione statale. Il Ministero della guerra e quello della polizia sono uno solo, altrettanto vale per il mercato dei meloni e quello della droga. Da anni, il narcotraffico ha cominciato infatti ad attraversare i confini fra le parti in lotta ed ha avuto effetti distruttivi per tutti: per le truppe ufficiali e le bande mercenarie, che lo Stato impiegava o foraggiava, e per la Cia che aveva infiltrato i narcotrafficanti per finalità tattiche, mascherate come patriottiche – ma che ora doveva denunciare come criminali questi suoi agenti perché i loro commerci da Bogotá erano arrivati a Miami; quanto ai ribelli (a causa della droga, inizialmente infamati e politicamente indeboliti), ne sono stati paradossalmente i beneficiari, avendo potuto tassare e ricattare i narcotrafficanti (ma a quale prezzo morale e politico!).

Ora le Farc hanno imposto la trattativa per la pace. Questo processo va seguito con molta attenzione. Qui si gioca infatti una delle ultime rivoluzioni che l’America latina ci ha appreso dagli anni novanta. La “violenza” aveva infatti fin qui compresso (se non schiacciato) la potenza costituente che per lungo periodo ha attraversato e si è imposta nel resto dell’America latina; poiché la Colombia era, una trentina di anni fa, quando questa tragedia cominciò, per molti versi, un paese più moderno degli altri latinoamericani, la repressione è stata qui particolarmente forte. I processi rivoluzionari latinoamericani avevano tuttavia già messo radice in Colombia, nelle metropoli e nelle selve (questa è la terra di Camillo Torres!) prima che la repressione cominciasse ed oggi il suo riflesso è comunque e ovunque visibile.

Bisogna seguire ed appoggiare il processo di pace. È un processo contradditorio per infinite ragioni e le forze che si confrontano, troppe volte sono state spinte attorno al tavolo della pace senza riuscire a concordare: troppa la distanza ideologica, troppo l’odio che anni di guerra hanno prodotto. D’altra parte è chiaro che non ci potrà essere pace se questa sarà solo espressione di una congiuntura favorevole e non un processo che si radica e coinvolge le popolazioni. Le comunità, gli “insorgenti”, lo Stato, i poteri economici, le chiese e la comunità internazionale questa volta sembrano spingere per la pace: sembrano… ma qui sono in ballo problemi fondamentali di vita, di cultura, di riproduzione, di avvenire per le popolazioni e le comunità, in termini sociali, politici, economici e giuridici.

La distribuzione della terra e la costruzione del comune rappresentano i problemi centrali che la pace deve risolvere. Il problema della terra è infatti al primo posto all’ordine del giorno delle trattative di pace. Ma come risolverlo? La terra è proprietà dell’oligarchia colombiana: lo 0,4% della popolazione. L’oligarchia sembra resistere anche all’insistenza delle multinazionali dell’agro-business e del neo-estrattivismo petroliero e minerario (che indubbiamente hanno oggi interesse ad una pace nella quale i contratti siano garantiti e quindi hanno spinto per imporre la trattativa). Per l’oligarchia anche una lieve modificazione dello “status quo” sembra tuttavia rivoluzionaria. D’altra parte, una riforma agraria oggi può aver senso solo se accompagnata da un forte processo di “comunalizzazione” della terra. Si tratta dunque di far progredire la rivoluzione agraria e di far regredire la rivoluzione liberale che, poggiando sugli antichi privilegi dell’oligarchia, si era stabilizzata. Questo, dunque, della terra è il primo e fondamentale problema: su di esso è nata la guerra, solo su di esso potrà impiantarsi la pace. Una pace consolidata da forme comunitarie di produzione agricola.

Ma il processo di pace deve affrontare altri problemi. In particolare il problema dei “rifugiati” e quello del loro risarcimento, oltre che il risarcimento a tutte le popolazioni colpite dalla “violenza”. Qui si pone naturalmente il tema degli oltraggi ai “diritti dell’uomo” che durante questa guerra sono stati ampiamente e generalmente commessi. Questo problema complica terribilmente la situazione. Inoltre, la dimensione del narcotraffico è ormai divenuta tale da indebolire ogni ottimistica speranza di facile ed immediata soluzione del conflitto. Come spesso accade, infatti, chi ha suscitato questo problema in funzione della difesa del proprio interesse, alla fine rischia di subirne un feroce contraccolpo: è ciò che Stato e Cia soprattutto temono. Per questo procrastinano, timorosi, la soluzione del conflitto.

A questo proposito, va ricordato il ritardo di efficienza e di legalità che caratterizza lo Stato colombiano. Come molte altre strutture statali in America latina, lo Stato si è difficilmente modernizzato; ma qui, a differenza di altri paesi, il ritardo è, man mano, divenuto pesantissimo, appesantito appunto dalle vicende belliche; paradossalmente qui non si possono neppure misurare effetti positivi (per quanto equivoci) del populismo di sinistra, mentre invece si può verificare la totalità degli effetti negativi del populismo di destra. Una classe dirigente ed un’amministrazione oneste ed indipendenti fanno ancora molta fatica ad emergere ed a farsi le ossa. Da questo punto di vista, il violentissimo impatto che il neo-estrattivismo oggi esercita (e che per alcuni versi abbiamo visto spingere nella direzione di appoggio alla pace) rischia d’altra parte di approfondire la crisi e la corruzione delle strutture statali e di impedire un ulteriore consolidamento e la definitiva modernizzazione di queste.

Ma i problemi non finiscono qui. C’è innanzitutto, sempre nell’agenda di pace, il tema degli spostamenti interni delle popolazioni, una massa ingente, costretta alla miseria metropolitana dopo aver vissuto nella povertà indigena e contadina. Questo tema si confonde e si complica con quello della vita comune delle moltitudini proletarie – la disoccupazione è sempre forte ed i salari risibili. Come risolvere questi problemi? Il neoliberalismo, ancora al governo, non ha dubbi in proposito. I sindacati vivono da sempre in una situazione di terrore, le minacce di morte e le esecuzioni di sindacalisti non si contano più. Gli studenti resistono (ma con quale difficoltà) alle privatizzazioni continue delle scuole medie e universitarie ed alla mercantilizzazione del sapere. Nei territori indigeni (laddove non sia egemone l’insorgenza), le multinazionali estrattiviste fanno il bello e il brutto tempo. Quanto alle comunità più miserabili (afrocolombiani e indigeni andini ed amazzonici), esse vivono apartheid e il loro sfruttamento è implacabile.

Di contro, alcune grosse avanguardie della popolazione (studenti, insegnanti, un forte movimento di donne, di indigeni e di afrocolombiani, di sindacati di base, ecc.) resistono: si è forse ormai costituito in Colombia un nuovo asse sociale di mobilitazione, che si organizza e si sviluppa orizzontalmente, che si riconosce come moltitudine metropolitana e che combina il tema della pace con quello della rivoluzione sociale. La nuova amministrazione metropolitana di Bogotá ha rotto il monopolio reazionario del potere della destra e dell’oligarchia. Questo è il nuovo che si respira in Colombia, ed è un movimento particolarmente forte, un tamtam che risuona con molta vivacità. Le parole d’ordine: nei territori, “i cittadini devono essere sovrani”; nelle campagne, “la terra non è una merce” ed un valore di scambio, la terra non può essere sottratta ai contadini; ovunque, il “buon vivere” non è in vendita; ma l’animo della resistenza consiste soprattutto nella rivendicazione e nella organizzazione perché nuove forme istituzionali del comune siano costruite, combinando la tradizione della comunità indigena con le nuove associazioni della cooperazione produttiva metropolitana. C’è qui la speranza che “il sociale si sia finalmente unito” nella lotta contro l’oligarchia. Se il grande periodo costituente che negli ultimi vent’anni ha attraversato l’intera America latina, qui in Colombia è stato compresso, mistificato, corrotto e spesso schiacciato nella “violenza” della guerra civile – ora esso riappare con la forza che questa sua lunga clandestinità gli ha conservato e che la lotta contro l’oligarchia, per la terra e per il “buon vivere”, ha rafforzato.

È impressionante verificare questa crescita della “moltitudine” in Colombia. La moltitudine è qui considerata come l’insieme delle forze che resistono alla dittatura ed alla violenza dell’oligarchia – nella moltitudine è stata riconquistata la composizione plurale delle classi lavoratrici. Il lavoro, la vita, la terra: il biopotere del neoliberalismo li sfrutta interamente, si tratta quindi di rovesciare l’unità dello sfruttamento per mettere in risalto la pluralità dei modi di produzione del comune, l’insieme delle forme di vita che lo costituiscono. Qui si capisce fino in fondo l’intensità del rapporto fra moltitudine e comune. Adesso si tratta di costruire, attraverso la conquista della pace, un Principe che conduca alla realizzazione della rivoluzione americano-latina, anche in Colombia.

Quella prova di slealtà di Pietro Ichino fonte: Giornalismo partecipativo | Autore: gennaro carotenuto

Pietro Ichino se ne va con Monti. Il PD, ce lo ripetono da 20 anni, è vittima dell’estremismo della CGIL e deve ancora fare troppe abiure della sua storia per essere una vera forza liberaldemocratica.Quindi Ichino, sarebbe nel pieno diritto, di prendere atto della deriva del partito che lo ha portato in parlamento e fare le sue scelte. A chi scrive, in quanto elettore alle primarie del centro-sinistra, non sembra così facile né lineare.

Pietro Ichino, parlamentare del PD, sostiene alle primarie Matteo Renzi, del quale è forse il più autorevole maître à penser. Lo schierarsi e votare nelle primarie comportava però contestualmente l’impegno ad appoggiare il vincitore chiunque esso fosse. E il vincitore è stato Pierluigi Bersani. È un impegno morale e politico importante, soprattutto per un parlamentare.

Ichino prende questo impegno col PD ma, nei ritagli di tempo, scrive il programma di Mario Monti, che oggi si presenta come candidato alternativo a quel Pierluigi Bersani che Ichino si era appena impegnato ad appoggiare. Pugnala così alle spalle il candidato del partito del quale è autorevole esponente, scoprendolo sul fianco destro, e ridicolizza l’impegno liberamente preso appena poche settimane prima.

Solo alla fine Ichino esce dal partito quando la «salita in politica» di Monti è cosa nota e quando le primarie parlamentari (meccanismo complesso e discutibile ma potentissimo) avrebbero messo in chiaro l’estraneità di Ichino alla tradizione socialdemocratica del PD. Se le primarie non ci fossero state forse il nostro agente all’Avana non se ne sarebbe andato. Eppure tra l’Agenda Monti e il Programma Bersani le differenze sono sfumature e l’impalcatura liberaldemocratica ed europeista è presente in entrambi alla stessa maniera. Dovrebbero dolersene gli elettori di sinistra, non quelli come Ichino che pretendono, dai loro posti di potere, dal parlamento e contando quotidianamente della grancassa dei giornali mainstream di far slittare il PD sempre più a destra.

Ichino è accomunato a Monti, il “candidato anomalo”, come è stato chiamato dal Corriere della Sera, colui che se vincerà governerà e se perderà avranno perso altri, dall’ostinazione dogmatica nel presentare il neoliberismo come una legge di natura e non come un’opzione politica tra tante. Ichino (in questo Monti ha ben altra coerenza e autorevolezza), come i vari Giavazzi e Alesina, senza parlare dei fondamentalisti come Zingales, hanno continuamente infangato il campo per imbonire l’opinione pubblica facendo credere che il liberismo sia di sinistra. Non ci è riuscito e va via. L’uscita dal PD è allo stesso tempo un elemento di chiarezza e una prova di slealtà.

Sputo il rospo Fonte: il manifesto | Autore: MARCO REVELLI

MONTI BIS. Constatare che quanto sta accadendo in questi giorni al vertice delle nostre istituzioni è quantomeno irrituale è dir poco. In realtà, in questa affrettata fine di legislatura un altro pezzo di quel che resta del nostro ordinamento costituzionale è andato in pezzi. Siamo – o meglio dovremmo essere – una «democrazia parlamentare»: una forma di governo, cioè, in cui il fulcro del sistema politico è il Parlamento. È in Parlamento che dovrebbero nascere e finire i governi. Con un voto di fiducia nel primo caso. E con un voto di sfiducia nel secondo, quando la legislatura non sia giunta alla propria fine naturale.
Qui, invece, è bastato che il presidente del consiglio in carica annunciasse le proprie dimissioni – in assenza di un voto di sfiducia, anzi, nonostante avesse appena incassato la fiducia sulla Legge di stabilità – perché il Presidente della Repubblica, dopo una fulminea consultazione di qualche ora, sciogliesse anticipatamente le camere. Correttezza avrebbe voluto che, di fronte alle dimissioni del capo del governo, il capo dello stato lo rinviasse alle camere perché, con un dibattito chiaro, in cui ogni parte politica assumesse in pubblico e nella sede naturale le proprie responsabilità, si misurasse con un voto l’esistenza o meno di una maggioranza.
Invece no. Per la seconda volta nel giro di un anno si è consumata una soluzione extra-parlamentare. Il governo Monti finisce così come era incominciato: per un atto d’imperio del secondo ramo del potere esecutivo (quello costituzionalmente meno pregnante sul piano dell’indirizzo politico), nella marginalità del potere legislativo. E questa seconda volta senza neppure la possibile giustificazione dell’emergenza (il rischio di default, lo spread alle stelle, il crollo dell’Eurozona…) su cui motivare un qualche «stato d’eccezione». Come se l’eccezione fosse, in questi tredici mesi, diventata la regola.
In entrambi i casi al centro dello strappo ci sono i partiti (l’intero sistema dei partiti), con la loro crisi. La loro impotenza o fragilità. La loro impossibilità di trasparenza e verità. A novembre dello scorso anno perché si fecero precipitosamente di lato, anzi fuggirono mentre il paese era in caduta libera, ben felici di passare la patata bollente al Presidente. Ora perché, probabilmente, si sono fatti fin troppo avanti, per chiedere a quello stesso Presidente una chiusura al buio della legislatura.
E quindi un’apertura al buio della campagna elettorale, che evitasse loro di mettere fin da subito, nella sede istituzionale adeguata, le carte in tavola. Il proprio giudizio sull’anno passato e il proprio programma per il quinquennio futuro.
In un dibattito parlamentare sulla fiducia, ad esempio, e nel voto finale, il Pdl si sarebbe probabilmente spaccato in misura ben più evidente di quanto lo sia già, anticipando lo scenario che lo attende dopo le urne e accelerando i propri processi decompositivi. Ed il Pd avrebbe dovuto motivare, a sua volta in pubblico, la propria politica di quest’anno nei confronti di Monti, esponendosi anch’esso alla responsabilità della fiducia: l’avrebbe confermata anche ora, ipotecando il proprio atteggiamento in campagna elettorale? O l’avrebbe negata, mostrando in pubblico un’opzione diversa dall’Agenda Monti? O forse anch’esso si sarebbe diviso, lungo le linee che già si intuiscono, ma che si vorrebbe tenere nascoste fino all’esito elettorale.
E poi Monti. Abbiamo dovuto decifrare le ragioni del capo del governo dimissionario da una conferenza stampa, in un fulmineo passaggio in cui si affermava che non c’erano alternative alla fine del suo Gabinetto e della Legislatura. Non in un’aula parlamentare, ma in una sede mediatica.
E dobbiamo ora intuire i suoi progetti da un «cinguettio», anzi da due. Proprio così, per grottesco che possa apparire: su twitter! E anche, si dice, su una pagina di facebook. Altro che Grillo! E anti-politica. E democrazia telematica. Due messaggini di 77 e 59 caratteri. «Monti su twitter: ‘Saliamo in politica’» titola il Corriere, senza sarcasmo, come se fosse un modo normale di trattare la cosa pubblica.
La campagna elettorale che ci aspetta sarà dunque «sotto copertura». Forse non sarà convulsa come temuto, ma sicuramente opaca. Nel senso che la verità – il «sottostante», potremmo dire con linguaggio da broker finanziari – verrà fuori solo dopo. A babbo morto (cioè a elettore liquidato). E quella verità sarà quella adombrata in sala stampa di Palazzo Chigi: che l’agenda Monti, chiunque vinca, sarà al centro del tavolo. Che le linee guida europee sono invalicabili. Che il lavoro – eufemismo per dire i lavoratori e i loro salari e le loro garanzie – sarà, in misura crescente, il materasso su cui scaricare il peso dell’infinito Salva Italia, in un processo di redistribuzione dal basso verso l’alto e dall’economia reale al circuito finanziario che continua a restare il dogma infrangibile di questa Europa (e di questo Occidente).
Che probabilmente questo avverrà per via diretta – con il taglio delle ali dei due «poli» e la convergenza al centro delle rispettive componenti «moderate». O, in alternativa, con l’ascensione di Mario Monti sul colle più alto – forse per questo parla di «salita» in politica – trasformato in vero baricentro del sistema e la delega al rappresentante della rinnovata maggioranza parlamentare di farsene esecutore.
Meglio saperlo fin d’ora. Perché solo una straordinaria impennata d’orgoglio dell’elettorato, oggi difficile da misurare, potrà smentire questa forse troppo facile profezia

A Taranto non c’è nulla da festeggiare Fonte: il manifesto | Autore: GIANMARIO LEONE

Città e lavoratori restano in attesa degli investimenti del gruppo RivaIn questi giorni di festa, Taranto appare una città del tutto ferma. Anestetizzata dal clima di festa e da un cielo plumbeo carico d’umidità che accentua la sua secolare «mollezza». Si è come sospesi in attesa che si concluda questo 2012 da incubo, nella speranza che l’anno nuovo porti in dote chissà quale beneficio o cambiamento. Si attende dunque, ma lo si fa in tono dimesso, rassegnato. Come se nulla potesse dipendere dalla volontà di cambiamento di un’intera comunità, che dovrebbe essere desiderosa di prendere in mano il futuro e renderlo migliore, diverso. Si resta in attesa che qualcuno decida ancora una volta per tutti. Ma stavolta, a decidere, potrebbe non essere lo Stato. Del resto, dopo il decreto «salva-Ilva», quello che si «doveva fare» per salvare l’Ilva è stato fatto. Stavolta potrebbe essere il turno del gruppo Riva, che in molti danno pronto ad un clamoroso passo indietro. Vorrebbe dire alzare bandiera bianca, annunciando l’impossibilità di effettuare gli investimenti necessari per il risanamento degli impianti dell’area a caldo, che l’AIA tramutata in decreto legge dal governo stima in oltre tre miliardi di euro nei prossimi tre anni. Difatti, nella pseudo lettera diffusa lo scorso 21 dicembre a firma della famiglia Riva, non vi è accenno alcuno ad un loro futuro impegno nello stabilimento di Taranto e della sua attività. Nel testo si legge che «il Governo e il Parlamento hanno riconosciuto il ruolo strategico dell’Ilva nella quale vediamo il presente e il futuro della siderurgia italiana, che vuole coniugare rispetto dell’ambiente e della salute con il lavoro». Vedono nell’Ilva il futuro della siderurgia italiana: come se non fosse di loro proprietà e se la sua sopravvivenza non dipendesse unicamente dagli investimenti che dovranno essere garantiti attingendo dal tesoro off shore di famiglia. «Non abbiamo mai voluto lasciare Taranto», scrivono i Riva, ma non dicono «non la lasceremo». E in maniera oramai ridondante «ricordano di aver investito in 17 anni nel sito siderurgico 4,5 miliardi». Di questi ingenti investimenti nessuno ha mai visto un riscontro oggettivo. Sostengono di stare «lavorando per assicurare investimenti fiduciosi di riuscirci», ma non accennano ad alcun piano finanziario che certifichi tale promessa. Ai sindacati metalmeccanici è stato detto che il piano dovrebbe essere presentato entro la prima metà di gennaio. Dunque, tutto è ancora incerto. Nessuno sa cosa accadrà di qui a breve.

In più, è ancora tutta da giocare la partita giudiziaria. La Procura e il gip da giorni stanno valutando come muoversi: se sollevare l’eccezione di incostituzionalità, o il conflitto di attribuzione, o entrambe le cose. Non è da escludere che i giudici attendano anche la sede tecnica appropriata in cui attuare le loro iniziative. Potrebbe essere l’8 gennaio al tribunale d’appello, quando si discuterà il ricorso con cui l’Ilva ha chiesto il dissequestro dei prodotti finiti e dei semilavorati sequestrati lo scorso 26 novembre. Nel caso l’Ilva rinunci, i giudici potrebbero utilizzare comunque quell’udienza per presentare le proprie iniziative. Nei prossimi mesi, quindi, tutto potrebbe nuovamente cambiare.

“Ha ancora senso essere femministe?” Un articolo di Stefania Noce

11 Dicembre 2012. A quasi un anno dal femminicidio di Stefania, assemblea presso l’aula A2 del Monastero dei benedettini (Dipartimento Scienze Umanistiche).
Per ricordarla e chiedere la Laurea ad Honorem e l’intitolazione di un’aula del Monastero.

“Tra le cose condivise con Stefania pure un giornalino che avevamo chiamato “La Bussola”. Uno degli scritti di colei che amava firmarsi Sen…”
Franco Barbuto 

“Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c’è ancora altro da cambiare, che le conquiste non siano ancora sufficienti, ma le dedico soprattutto a chi NON ci crede. A quelle che si sono arrese e a quelle convinte di potersi accontentare.

A coloro i quali pensano ancora che il “femminismo” sia l’estremo opposto del “maschilismo”:

non risulta da nessuna parte che quest’ultimo sia mai stato un movimento culturale, nè, tantomeno, una forma di emancipazione! Cominciando con le battaglie inglesi delle suffragette del primo Novecento e passando per gli anni ’60 e ’70, epoca dei “femminismi”, abbiamo conquistato con le unghie e con i denti molti diritti civili che ci hanno permesso di passare da una condizionedi eterne “minorenni” sotto “tutela” a una forma di autodeterminazione sempre più definita. Abbiamo ottenuto di votare e, solo molto dopo, di avere alcune rappresentanze nelle cariche governative; siamo state tutelate dapprima come “lavoratrici madri” e, solo dopo, riconosciute come cittadini. E mentre gli altri parlavano di diritto alla vita, di “lavori morali” e di dentalità, abbiamo invocato il diritto a decidere della nostra sessualità dei nostri corpi.

Abbiamo denunciato qualsiasi forma di “patriarcato”, le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di aver finito. Ma non è finita qui.

Abbiamo grandi debiti con le donne che ci hanno preceduto.

Il corpo delle donne, ad esempio, in quanto materno, è ancora alieni iuris per tutte le questioni cosiddette bioetiche (vedi ultimo referendum), che vorrebbero normarlo sulla base di una pretesa fondata sulla contrapposizione tra creatrice e creatura, come se fosse possibile garantire un ordine sensato alla generazione umana prescindendo dal desiderio materno. Di questa mostruosità giuridica sono poi antecedenti arcaici la trasmissione obbligatoria del cognome paterno, la perdurante violabilità del corpo femminile nell’immaginario e nella pratica sociale di molti uomini e, infine, quella cosa apparentemente ineffabile che è la lingua con cui parliamo, quel tradimento linguistico che ogni donna registra tutte le volte che cento donne e un ragazzo sono, per esempio, andati al mare. Tutto, molto spesso, inizia nell’educazione giovanile in cui è facile rilevare la disuguaglianza tra bambino e bambina: diversi i giochi, la partecipazione ai lavori casalinghi, le ore permesse fuori casa. Tutto viene fatto per condizionare le ragazze all’interno e i ragazzi all’esterno.

Pensiamo poi ai problemi sul lavoro e, dunque, ai datori che temono le assenze, i congedi per maternità, le malattie di figli e congiunti vari, cosicchè le donne spesso scelgono un impiego a tempo parziale, penalizzando la propria carriera.

Un altro problema, spesso dimenticato, è quello delle violenze (specie in famiglia). Malgrado i risultati ottenuti, ancora nel 2005, una donna violentata “avrà avuto le sue colpe”, “se l’è cercata” oppure non può appellarsi a nessun diritto perchè legata da vincolo matrimoniale al suo carnefice. Inoltre, la società fa passare pubblicità sessiste o che incitano allo stupro; pornografie e immagini che banalizzano le violenze alle donne.

Per non parlare di quanto il patriarcato resti ancora profondamente radicato nella sfera pubblica, nella forma stessa dello Stato.

Uno Stato si racconta attraverso le sue leggi, attraverso i suoi luoghi simbolici e di potere. Il nostro Stato racconta quasi di soli uomini e non racconta dunque la verità. Da nessuna parte viene nominata la presenza femminile come necessaria e questo, probabilmente, è l’effetto di una falsa buona idea: le donne e gli uomini sono uguali, per cui è perfettamente indifferente che a governare sia un uomo o una donna. Ecco il perchè di un’eclatante assenza delle donne nei luoghi di potere.

Ci siamo fatte imbrogliare ancora. Ma può un paese di libere donne e uomini liberi essere governato e giudicato da soli uomini? La risposta è NO.

Donne e uomini sono diversi per biologia, per storia e per esperienza.

Dobbiamo, quindi, trovare il modo di pensare a un’uguaglianza carica delle differenze dei corpi, delle culture, ma che uguaglianza sia, tenendo presente l’orizzonte dei diritti universali e valorizzandone l’altra faccia. Ricordando, ad esempio, che la famiglia non ha alcuna forza endogena e che è retta dal desiderio femminile, dal grande sforzo delle donne di organizzarla e mantenerla in vita attraverso una rete di relazioni parentali, mercenarie, amicali ancora quasi del tutto femminili; ricordando che l’autodeterminazione della sessualità e della maternità sono OVUNQUE le UNICHE vie idonee alla tutela delle relazioni familiari di fatto o di diritto che siano; ricordando che le donne sono ovviamente persone di sesso femminile prima ancora di essere mogli, madri, sorelle e quindi, che nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, nè, tantomento, di una religione.”

Sen (Stefania Noce)

L’ultima intervista a Pier Paolo Pasolini 31 ottobre 1975

LA PIANURA DEI SETTE FRATELLI CERVi

Quale scuola per il futuro?da:argo

Prima della sospensione natalizia delle lezioni, il CESP (Centro Studi per la Scuola Pubblica) e i Cobas scuola hanno organizzato, presso l’Istituto Marconi di Catania, un corso di aggiornamento per il personale scolastico per ragionare sul futuro dell’istruzione. Un utile momento di analisi e confronto per riflettere, a mente fredda, sulle lotte che hanno attraversato, nel periodo autunnale, la scuola pubblica statale italiana.

Contestando le scelte del cosiddetto “governo dei professori”, il personale scolastico e gli studenti, insieme o separatamente, hanno protestato con una compattezza e una capacità di mobilitazione da tempo dimenticate.

In particolare, con gli scioperi del 14 e del 24 novembre (quest’ultimo inizialmente proclamato da tutti i sindacati del settore, ma mantenuto in vita solo da Cobas scuola e FLC Cgil) sono stati raggiunti importanti, anche se parziali, risultati:

  • ritiro della proposta di 24 ore di insegnamento frontale nella scuola secondaria,
  • blocco della legge 953 (Ghizzoni-Aprea) sul riordino delle istituzioni scolastiche.

E’ stato ottenuto anche lo sblocco degli scatti stipendiali maturati al 2011, non, però, attraverso l’individuazione di nuovi stanziamenti, ma utilizzando fondi già destinati ai lavoratori della scuola (quelli del fondo di istituto). Il che, a ragione, ha fatto parlare molti di ‘accordo bidone’ tra governo e i sindacati che avevano revocato lo sciopero.

Il convegno ha messo al centro l’analisi della 953 e il tema della democrazia sindacale, in particolare rispetto alla contrattazione di istituto.

Nino De Cristofaro (RSU del Boggio Lera di Catania) ha preliminarmente contestato l’idea che la politica di ‘tagli’ degli ultimi anni (relativi al personale e alle risorse) sia servita a riformare la scuola, al contrario si è assistito a un ulteriore abbassamento della qualità del lavoro e a un allontanamento dal modello di scuola definito nella Costituzione. Un arretramento che sarebbe definitivo qualora, nella prossima legislatura, venisse approvata la 953.

Ogni scuola, infatti, avrebbe il potere di deliberare il proprio statuto e i relativi regolamenti, ponendo così fine a qualsiasi prospettiva unitaria e nazionale e contribuendo ad acuire le distanze fra le diverse aree del Paese.

All’interno delle scuole, nella cui gestione concreta interverrebbero le forze economiche locali (senza diritto di voto negli organismi, ma con un’ evidente e innegabile ricaduta didattico-educativa, visto che contribuirebbero con risorse proprie ai progetti scolastici), i temi della didattica e della formazione culturale non sarebbero più compito specifico del Collegio dei Docenti (ridenominato Consiglio).

L’attività di questo organo sarebbe limitata alla fase della progettazione, lasciando la programmazione concreta del lavoro  nella mani del dirigente scolastico (oggi dirige nel rispetto delle competenze degli organi collegiali, anche se molti fanno finta di non saperlo), coadiuvato da un nucleo di autovalutazione, costituito su impulso dello stesso dirigente, in raccordo con l’Invalsi (l’istituto nazionale adibito ai quiz).

In sostanza, in nome di una falsa efficienza, verrebbe fuori una struttura sempre più piramidale e meno democratica. Peccato che la scuola che funziona meglio in Europa sia quella finlandese, dove non esistono ispettori e la valutazione e la programmazione del lavoro sono frutto di un confronto collegiale, a conferma che il lavoro scolastico, se si vogliono ottenere risultati positivi e duraturi, deve essere sviluppato in forma cooperativa.

Il prof. Ferdinando Alliata, del Cesp di Palermo, si è soffermato sulla contrattazione di istituto. Ha, in primo luogo, denunciato l’atteggiamento di molti dirigenti scolastici che hanno unilateralmente ridimensionato le materie della contrattazione, avocando a sé la gestione del personale (collocazione nei plessi, formazione delle cattedre, incarichi per il personale ATA).

Contro tale logica ha ricordato che fin quando non sarà siglato il nuovo contratto tutto ciò che è previsto nel CCNL in vigore ha piena validità. Ha invitato i presenti a pretendere il corretto funzionamento di tutti gli organi collegiali (dei quali ha ricordato le specifiche competenze) evitando sovrapposizioni di ruoli e funzioni.

Ha invitato i componenti delle RSU a convocare le assemblee dei lavoratori prima di firmare ogni accordo di istituto e a pretendere dai dirigenti, come previsto dal contratto, le informazioni preventive e successive per garantire a tutti accesso alle notizie e massima trasparenza.

Ha, infine, ricordato come la creazione e la distribuzione del fondo di istituto (così come l’individuazione delle funzioni strumentali), sia servita solo per dividere i lavoratori delle singole scuole, innescando una perversa logica competitiva che ha prodotto tanti danni.

I lavori sono stati moderati da Teresa Modafferi, portavoce Cobas Catania. Tra gli interventi segnaliamo quello di uno studente (Alessio Grancagnolo, componente del Consiglio di istituto del LSS Umberto di Catania), a conferma di un interesse comune nella difesa della scuola della Costituzione e di Carmen Barbagallo, docente idonea ad altri compiti, che ha rivendicato il diritto di questi docenti di rimanere tali, contribuendo –compatibilmente con le loro condizioni di salute – all’articolazione delle proposte formative.