Stefania Noce, primo anniversario in piazza «Diremo no al femminicidio con un mantra» da:ctzen di:Agata Pasqualino

E’ passato un anno esatto dall’omicidio della studentessa di Licodia Eubea, uccisa insieme al nonno, Paolo Miano, dall’ex fidanzato. Per ricordarla la sua città natale le dedicherà una fiaccolata e l’intitolazione di una piazza. A Catania il comitato Senonoraquando ha organizzato una performance d’arte alle 10 in piazza Università.  Con l’augurio di far diventare il 27 dicembre una data da dedicare alla lotta contro il Femminicidio

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Un’azione partecipativa per coinvolgere spettatori, passanti e curiosi e dire insieme no al Femminicidio. Così oggi a Catania, in piazza Università a partire dalle 10, si ricorderà la studentessa di Licodia Eubea Stefania Noce, uccisa insieme al nonno dall’ex fidanzato esattamente un anno fa. «Sarà una performance artistica con movimenti semplici, pensati dalle artiste dell’associazione Adif – la bottega dell’arte, che saranno accompagnati dalla ripetizioni di una sorta di mantra – che, sottolineano le organizzatrici del comitato Senonoraquando, sarà svelato durante la manifestazione – con lo scopo di incidere sulla coscienza collettiva, proprio grazie alla ripetizione, sperando che attecchisca e abbia degli effetti di riflessione poi nelle vite di ciascuno».

L’evento di stasera si inserisce all’interno della campagna Ferma il Femminicidio, adottata anche dall’amministrazione comunale e condivisibile sul sito del gruppo femminista Le Voltapagina. Ed è solo una delle iniziative organizzate nel giorno del primo anniversario della morte della giovane. Nella sua città natale ci sarà una fiaccolata nel pomeriggio e le verrà intitolata una piazza, nell’attesa che diventi ufficiale l’intitolazione dell’aula A2 del monastero dei Benedettini, sede della facoltà di Lettere che Stefania frequentava.

«L’aspetto che più ci sta a cuore è non solo sensibilizzare la collettività, ma soprattutto avviare dei processi educativi capaci di cambiare tutti i comportamenti e gli atteggiamenti che stanno dietro la violenza sulle donne», spiega Antonia Cosentino di Senonoraquando. Lei e le sue compagne credono fermamente che l’educazione sentimentale sin dalle scuole dell’infanzia sia l’unica vera strada percorribile per scardinare gli stereotipi. «Perché parta proprio dai bambini una nuova forma di concepire la relazione tra generi diversi. Una relazione di equità e non di dominanza di un sesso su un altro. Una relazione di amore e non di possesso», spiega. Alcune tra loro, come Graziella Priulla e Rita Palidda, docenti di Scienze Politiche, fanno già degli incontri nelle scuole, ma «dovrebbe essere compito delle istituzioni farsi carico dell’insegnamento dell’educazione sentimentale, così come di tanti altri interventi che andrebbero fatti per limitare e a sconfiggere ogni genere di violenza sulle donne», aggiunge Cosentino.

E anche la Chiesa potrebbe fare la sua parte. In questi giorni molti domandano una presa di posizione al Papa riguardo alla notizia della lettera affissa nella bacheca di una chiesa a San Terenzio, un paesino sul golfo della Spezia in Liguria, in cui il parroco si scaglia contro le donne sostenendo che si mettono nei guai perché provocano. «Rendere pubbliche opinioni del genere è molto pericoloso – dichiara l’attivista delle Voltapagina – Alimenta meccanismi perversi di giustificazione della violenza di genere, grazie a stereotipi già riconosciuti e scardinati dal femminismo storico, ma ancora tristemente vivi nell’immaginario collettivo molto più di quanto si pensi». E ancora una volta si sposta l’asse sulle donne, anche se il femminicidio lo commettono gli uomini.

Ma le donne di Senonoraquando sono ottimiste, anche se sanno che la battaglia sarà dura e lunga. «Secondo noi l’uccisione di Stefania Noce e di tutte le altre circa 120 donne del 2012 ha posto il problema del femminicidio come una emergenza non più rimandabile da combattere – afferma la Cosentino – Quello che è successo quest’anno è che piano piano la gente sta cominciando a prendere consapevolezza della gravità della situazione nel nostro Paese dal punto di vista delle violenze di genere». Il cambiamento lo nota anche nei media, «che hanno grosse responsabilità sull’uso sessista della lingua italiana – dice – e che nel corso dell’anno hanno cambiato a poco a poco atteggiamento: prima scrivevano uccisa per gelosia, raptus d’amore o simili, oggi scrivono femminicidio. Parola brutta, come il crimine che connota». Ci vorranno anni per cambiare le mentalità, ma Antonia e le sue compagne credono che sia cominciato un cammino e che piccole idee siano già cambiate. «Come dice Emma Baeri, che fa parte del nostro gruppo, Le Voltapagina, ed è una femminista storica – sottolinea – le idee sono velocissime a cambiare e hanno tempi brevi, la mentalità e la cultura sono invece lentissime».

Per continuare a lavorare su questo cambiamento, intanto, alle Voltapagina piacerebbe che il 27 dicembre diventasse per la città una data simbolo per il ricordo di Stefania e di tutte le altre donne. «Un appuntamento – spiega la giovane attivista – per la loro memoria e per ricordarci di non smettere mai di combattere le violenze di genere a tutti i livelli, non solo quello del femmincidio che è l’ultimo anello di una lunga catena. Quindi perché non ripetere ogni anno?».

Emergenza profughi, appello del Tavolo Asilo da:argo

Non è stata certo una priorità di questo governo occuparsi dei profughi provenienti dal Nord Africa, soprattutto dalla Libia in guerra, sbarcati in Italia da più di un anno. A giorni, il 31 dicembre, finirà lo stato di emergenza dichiarato il 12 febbraio 2011, a meno che il ministero dell’interno riesca davvero, come ha annunciato, a prorogarlo per altri due mesi, evitando che molti profughi perdano il tetto che attualmente li ospita proprio nel periodo più freddo dell’anno.

La proroga sarebbe condizionata ad una riduzione dei costi (non più gli attuali 46 euro al giorno pagati all’ente che ospita, ma solo 15-20 euro) e dall’affidamento dell’ospitalità a enti del terzo settore individuati da Comuni e Prefetture, compito non facile visto il prezzo così basso.

Il Tavolo Asilo, composto da varie associazioni che si occupano di migranti e richiedenti asilo, tra cui l’Arci e il Centro Astalli, molto attivi a Catania, denuncia l’assenza di adeguata programmazione, i ritardi nel riconoscimento della protezione umanitaria, lo spreco di risorse economiche. E lancia un appello che pubblichiamo per intero

Emergenza Nord Africa: ancora nessuna soluzione

Restano tutti aperti in problemi relativi alla c.d. Emergenza Nord Africa ereditati dal governo Berlusconi. Ben poco è stato purtroppo realizzato dall’attuale governo e dal ministro Cancellieri per far fronte con tempestività a una situazione che si trascina da troppo tempo, senza una programmazione efficace e lungimirante degli interventi necessari a garantire un sistema d’accoglienza certo ed equilibrato per i profughi arrivati ormai più di un anno fa soprattutto dalla Libia in guerra.

Si è scelto invece di scaricare sui territori e sui profughi le conseguenze negative di una perdurante inadeguatezza nella gestione dei problemi. Del tutto ingiustificato è stato in particolare l’enorme ritardo con il quale il governo in carica, solo a fine novembre, ha deciso di riconoscere la protezione umanitaria ai profughi nonostante tutti gli enti di tutela avessero lanciato l’allarme sulla gravità della situazione già in febbraio.

La gestione dell’Emergenza Nord Africa (ENA) ha così comportato un incredibile spreco di risorse che, gravando sulla spesa pubblica in un momento di crisi come questo, rischia di alimentare il razzismo e l’ostilità verso gli stranieri.

Le associazioni ed enti del Tavolo Nazionale Asilo non possono inoltre non sottolineare il costante atteggiamento di non ascolto tenuto dal Ministero dell’Interno che, più volte sollecitato ad un incontro, non ha mai risposto.

Il tardivo avvio della procedura di riesame delle domande di asilo inizialmente rigettate impedisce la rapida definizione dello status giuridico di migliaia di persone, ostacolando di fatto l’avvio di un percorso di integrazione sul territorio.

Il Tavolo Nazionale Asilo richiama dunque l’attenzione dell’opinione pubblica, delle forze politiche e delle istituzioni nazionali sul rischio concreto che ulteriori rinvii nelle scelte per una dignitosa e giusta soluzione dei problemi legati all’accoglienza e all’uscita dai percorsi fin qui attivati nell’ambito dell’ENA, producano danni così estesi da compromettere persino nel breve termine l’evoluzione dell’intero sistema di protezione per rifugiati e richiedenti asilo in Italia.

Le associazioni ed enti del Tavolo, sulla base della propria specifica e consolidata competenza in materia di diritto d’asilo, rivolgono un pressante appello alle autorità centrali affinchè:

  •  si emani una circolare per chiarire che il permesso di soggiorno per motivi umanitari riguarda tutti i profughi ENA (in accoglienza o meno, con o senza domicilio);
  • con la fine dello stato di emergenza (previsto al 31 dicembre), tutti gli interventi di accoglienza in essere vengano comunque garantiti almeno fino al termine del periodo della c.d. emergenza freddo (30 marzo), per evitare drammatiche conseguenze sociali, scaricando nel pieno dell’inverno sui territori la disperazione di migliaia di persone senza abitazione e senza lavoro. Considerando la profonda situazione di incertezza dei profughi sul proprio futuro, è necessario che le autorità competenti forniscano informazioni precise e uniformi in tutti i centri di accoglienza;
  • nel passaggio alla gestione ordinaria dell’accoglienza, dev’essere privilegiato il trasferimento dalle strutture alberghiere o para alberghiere verso strutture gestite da enti con provata esperienza in questo ambito, dando priorità a famiglie e vulnerabili;
  • sia resa possibile una gestione più flessibile delle risorse residue destinate all’accoglienza, utilizzandone una parte, sotto forma di servizi finalizzati a completare percorsi individuali di inclusione sociale, con una programmazione di area;
  • venga adottato un programma specifico di prosecuzione degli interventi di accoglienza e tutela per le situazioni maggiormente vulnerabili ai sensi dell’art. 8 del D.Lgs 140/05 e verso i nuclei familiari;
  • si utilizzino i nuovi posti assegnati alla rete SPRAR in modo intelligente e mirato, al fine di rispondere alle situazioni ENA più vulnerabili attraverso una concertazione territoriale che coinvolga gli enti locali e le organizzazioni di tutela che abbiano esperienza e competenza;
  • vengano mantenute ed incentivate le misure di rimpatrio volontario con adeguati strumenti di reinserimento nei Paesi di provenienza.

Per il Tavolo Asilo: ARCI, ASGI, Casa dei diritti sociali, Centro Astalli, CIR, FCEI, Senza Confine

69° anniversario del sacrificio dei Sette Fratelli Cervi e di Quarto Camurri

con l’intervento del Vicepresidente del Senato della Repubblica Vannino Chiti

Venerdì 28 dicembre 2012 dalle ore 9: omaggio alle tombe di Guastalla e Campegine, e al poligono di tiro di Reggio Emilia presso il luogo dell’eccidio;
Sabato 29 dicembre 2012 dalle ore 9,45: al Museo Cervi di Gattatico la commemorazione del 69° ANNIVERSARIO e l’apertura del 70° anniversario della Resistenza e dell’eccidio, alla presenza del Senatore VANNINO CHITI.
A conclusione delle celebrazioni il concerto inedito “Memorie in ascolto. Musica della tradizione e musica nuova per i Fratelli Cervi” creato per l’occasione da Auroraensemble.

Armi e militari italiani per l’emiro del Qatar di Antonio Mazzeo

 

L’ultimo incontro al vertice tra le autorità politiche e militari d’Italia e Qatar, uno dei più ricchi e armati emirati arabi, si è tenuto a Doha a fine novembre. Dal sovrano Sheikh Hamad Ben Khalifa al-Thani, al potere in Qatar dal 1995 quando con un golpe spodestò il padre, si sono recati in visita il sottosegretario alla difesa Filippo Milone, il sottocapo di Stato maggiore ammiraglio Cristiano Bettini e il consigliere strategico del ministro della difesa, Andrea Margelletti. Motivo ufficiale della missione l’esercitazione multinazionale “Falcone Feroce 3”, svoltasi nei pressi della capitale e a cui l’Italia ha partecipato con alcuni “osservatori” militari.

“L’esercitazione multinazionale è promossa dal Qatar fin dal 2008 con cadenza biennale”, spiegano in una nota le forze armate italiane. “Sviluppa diverse tematiche addestrative, tra le quali la lotta alle minacce asimmetriche e il contrasto al terrorismo, la gestione di crisi umanitarie ed eventi di rischio chimico, biologico, radiologico e nucleare”. Nel corso della missione in  Qatar, sempre secondo lo Stato maggiore della difesa, il sottosegretario Milone ha incontrato un distaccamento di istruttori del GIS, il Gruppo Intervento Speciale dei Carabinieri, “presenti in Qatar per fornire addestramento specialistico al Reparto incaricato della sicurezza dell’emiro del Paese”.

La presenza di ufficiali italiani a fianco della guardia d’élite di Sheikh Hamad Ben Khalifa al-Thani è solo una delle attività regolate dall’accordo di cooperazione militare Italia-Qatar, sottoscritto dal governo Berlusconi durante il conflitto contro la Libia di Gheddafi e ratificato dal parlamento con voto bipartisan il 29 settembre 2011. Oltre alla partecipazione congiunta ad esercitazioni e ad “operazioni umanitarie e di peacekeeping”, i due paesi possono collaborare nell’“organizzazione” e nell’“equipaggiamento” delle unità militari e, soprattutto, nello “scambio” di know how e materiali bellici, armi e munizioni. L’accordo di cooperazione fornisce un’ampia lista dei sistemi di guerra che possono essere esportati od importati: armi automatiche e di medio e grosso calibro, bombe, mine, missili, siluri, carri armati, aerei, elicotteri, esplosivi e propellenti per uso militare, sistemi fotografici ed elettronici, satelliti, sistemi di comunicazione ed attrezzature digitali, ecc.. Per la copertura finanziaria degli oneri previsti dall’attuazione dell’accordo, il parlamento italiano ha autorizzato una spesa annuale di 12.245 euro “mediante corrispondente riduzione del Fondo speciale iscritto nel bilancio di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze”.

Il Qatar è uno dei Paesi arabi più corteggiati dalle industrie e dalle banche italiane, i fondi sovrani dell’emirato hanno fatto incetta delle più prestigiose società immobiliari, di moda e turismo del made in Italy e adesso puntano ad entrare in Finmeccanica, la holding nazionale a capo delle aziende produttrici di armi. Tutto ciò mentre lo Stato arabo è all’indice delle maggiori organizzazioni non governative internazionali per le sempre più frequenti repressioni delle opposizioni, le violazioni dei diritti umani, l’applicazione della pena di morte, le spregiudicate relazioni con l’islamismo radicale. Le forze politiche e i gruppi economici e finanziari italiani non sembrano nutrire alcuna preoccupazione neanche per l’attivismo diplomatico e militare di Sheikh Hamad Ben Khalifa al-Thani nel conflittuale mondo arabo, spesso con un ruolo tutt’altro che subalterno agli interessi occidentali. In ottimi rapporti con la Fratellanza musulmana in nord Africa, il Qatar figura tra i maggiori donatori per la ricostruzione del Libano a fianco degli effimeri governi di “unità nazionale” che si alternano alla guida del martoriato paese. L’emiro sta pure giocando un ruolo guida nella “riconciliazione” tra le varie fazioni somale, sostenendo la leadership del controverso primo ministro Abdiweli Mohammad Ali.

L’emirato è stato inoltre uno dei primi paesi al mondo ad invocare l’invio di una forza multinazionale in Siria a sostegno dei “ribelli in lotta contro Bashar al-Assad. Da più di un anno il regime di Damasco accusa il Qatar di armare e finanziare gli oppositori e “manipolare l’informazione” attraverso il canale televisivo di Al-Jazeera (di proprietà qatarina), “bloccando così ogni soluzione alla crisi interna”. Il coinvolgimento diretto dell’emiro nelle operazioni di guerra in Siria è stato documentato pure da diversi organi di stampa israeliani. Citando fonti interne al Mossad, è stato provato ad esempio come alla vigilia della sanguinosa battaglia scoppiata ad Homs nel febbraio 2012, ufficiali del Qatar abbiano consegnato “munizioni e armi tattiche” ai ribelli in “quattro centri operativi” istituti alla periferia della città per “preparare un incursione coperta dei militare turchi in Siria”.

Nel 2011 qualcosa del genere era avvenuto in Libia prima che la coalizione multinazionale a guida NATO avviasse la campagna di bombardamento contro le truppe fedeli a Muammar Gheddafi. Il Qatar, in particolare, aveva fornito una grossa quantità di armi e munizioni ai ribelli libici ed aveva pure infiltrato commandos addestrati e diretti dal Pentagono. Come poi ammesso pubblicamente da Sheikh Hamad Ben Khalifa al-Thani, durante il corso del conflitto “centinaia di militari delle forme armate del Qatar hanno combattuto a fianco degli insorti”. “Abbiamo gestito l’addestramento e le comunicazioni dei ribelli, supervisionando i loro piani e assicurandone il collegamento con le forze NATO”, ha dichiarato il capo di Stato maggiore qatarino Hamad bin Ali al-Atiya (The Guardian, 26 ottobre 2011). Inoltre, sei Mirage 2000 dell’aeronautica militare dell’emirato hanno partecipato direttamente ai bombardamenti alleati, operando dalla base NATO di Souda Bay (Grecia). Conclusa la guerra, il Qatar è subentrato alla guida del “Comitato degli Amici a sostegno della Libia” che si occupa direttamente dell’addestramento delle ricostituite forze armate libiche. Dalla primavera del 2011, un piccolo contingente del Qatar partecipa pure alla forza militare del Consiglio di cooperazione del Golfo intervenuta in Bahrein a sostegno della locale dinastia sunnita invisa alla maggioranza della popolazione di fede sciita.

L’interventismo militare dell’emirato in Africa e Medio oriente consente ovviamente ottimi affari alle industrie d’armi dei paesi partner, Italia in testa. Quest’anno si è conclusa la consegna di 18 elicotteri bimotore di nuova generazione AW139 prodotti da AgustaWestland (gruppo Finmeccanica). Il contratto del valore di 260 milioni di euro era stato firmato dall’aeronautica militare del Qatar nel luglio del 2008 e prevede pure l’addestramento degli equipaggi e la fornitura di parti di ricambio. Con una velocità massima di crociera di 306 km/h e un’autonomia superiore ai 1.060 km, gli elicotteri AW139 vengono utilizzati oggi per molteplici funzioni, dal trasporto truppe e armamenti, al pattugliamento dei confini, alla ricerca e soccorso, alle operazioni delle forze speciali e al mantenimento dell’ordine pubblico sul fronte interno. Altri tre elicotteri AgustaWestland con relativo supporto logistico saranno forniti prossimamente alla Qatar Emiri Air Force per svolgere il servizio di emergenza medica.

Nell’autunno 2011, le autorità militari dell’emirato hanno pure espresso la volontà di entrare a far parte del consorzio internazionale “MEADS” (Medium Extended Air Defense) guidato dalla statunitense Lockheed Martin Corporation e di cui è partner l’italiana MBDA (Finmeccanica), per la realizzazione di un sistema anti-aereo, anti-missili balistici e da crociera e anti-UAV di ultima generazione. Il Qatar vorrebbe dotarsi del “MEADS” in vista dei campionati del mondo di calcio del 2022, ma il sistema potrebbe essere utilizzato pure in funzione anti-Iran.

Il Qatar acquisterà invece in Germania 200 carri armati “Leopard 2” (prodotti dall’industria Krauss-Maffei Wegmann) al prezzo di circa due miliardi di euro. La commessa, a differenza di quanto accade in Italia, è stata duramente criticata dai rappresentanti di differenze forze politiche e da alcuni quotidiani tedeschi che hanno definito l’emirato “uno dei più pericolosi regimi arabi, nonché coinvolto in tutti i disordini nella regione”. Per Washington, invece, il Qatar resta uno degli alleati mediorientali più fedeli da coccolare, militarizzare ed armare. Oltre un miliardo di dollari sono stati spesi negli ultimi anni dal Pentagono per potenziare la base aerea di al-Udeid che ospita 8.000 militari USA impegnati nello scacchiere di guerra afgano ed un centro dell’agenzia d’intelligence CIA dotato di aerei-spia senza pilota. Nella grande base qatarina sorgerà presto una delle tre grandi stazioni radar in X-Band per lo “scudo antimissile” che le forze armate statunitensi intendono attivare nell’area mediorientale (le altre due stazioni radar sono in via d’installazione nel deserto del Negev in Israele e in Turchia).

Un paio di mesi fa la Defense Security Cooperation Agency USA ha comunicato al Congresso l’intenzione di vendere al Qatar undici batterie del sistema Patriot di “difesa antiaerea e antimissile” (costo 9,9 miliardi di dollari). La commessa prevede complessivamente 44 lanciatori M902, 248 missili MIM-104E (più due di prova) e 778 PAC-3, undici radar e altrettanti sistemi di gestione d’ingaggio, 30 gruppi di antenne. L’agenzia statunitense alla cooperazione alla difesa ha pure espresso la volontà di trasferire al Qatar il sistema missilistico “Terminal High Altitude Area Defense” (THAAD) per la difesa ad alta quota, prodotto dal colosso Lockheed Martin. In questo caso l’emirato riceverebbe dodici lanciatori con 150 missili, più radar e altri sistemi associati, per un valore complessivo di 6,5 miliardi di dollari.

Ecco perché il MUOStro di Niscemi è illegale e abusivo di Antonio Mazzeo da:casablanca


 

Il terminale terrestre del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate USA in costruzione a Niscemi, è un’opera “in contrasto” col vincolo paesaggistico, “priva di valida autorizzazione” e, quindi, “abusiva ed illegittima”. Ad affermarlo il procuratore della Repubblica di Caltagirone Francesco Paolo Giordano, che ha pure rilevato come le autorizzazioni concesse della Regione siciliana “non appaiono esaurienti e presentano carenze di approfondimento, studio, analisi e valutazione”. Il 17 settembre scorso il dottor Giordano ha così richiesto ed ottenuto il sequestro preventivo dei cantieri, anche se poi il Tribunale di Catania ha annullato in tempi record il provvedimento emesso dal Gip di Caltagirone, Salvatore Acquilino. Adesso sarà la Cassazione a doversi pronunciare sulla veridicità e la legittimità delle conclusioni dei magistrati calatini. La decisione è attesa entro la fine del 2012.

I lavori di realizzazione del MUOS erano iniziati il 18 luglio 2011 presso la stazione Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) della Marina militare USA, all’interno della riserva naturale orientata denominata “Sughereta di Niscemi”, inserita nella rete ecologica Natura 2000 come Sito di Importanza Comunitaria (SIC) contrassegnato dal n. ITA050007. Un’area d’incomparabile bellezza e dallo straordinario patrimonio ecologico che invece di essere difesa e preservata è stata irrimediabilmente deturpata dalle ruspe e dalle colate di cemento. “L’opera intrapresa, oltre ad insistere in area soggetta a vincolo paesaggistico e caratterizzata da divieto di nuove edificazioni, è comunque priva del nulla osta del Comune di Niscemi”, annota la Procura di Caltagirone. “L’amministrazione avrebbe dovuto, sin dall’inizio, non concedere l’autorizzazione per evidente contrarietà del progetto alle prescrizioni del vincolo paesaggistico”.

A motivare la richiesta di sequestro dell’area, la scarsa attenzione delle autorità militari italiane e statunitensi alle denunce di “irregolarità” delle opere da parte dei magistrati. Il 27 luglio 2012, in particolare, il dottor Giordano aveva inutilmente invitato il Comandante italiano di Sigonella e l’US Navy a sospendere i lavori. “Sussiste il fondato pericolo che la libera disponibilità della costruzione abusivamente intrapresa possa aggravare le conseguenze del reato”, spiega il procuratore. “La prosecuzione dei lavori del MUOS protrae gli effetti dannosi dei manufatti e non c’è alcuna garanzia di osservanza dei limiti tabellari dell’inquinamento elettromagnetico”.

Il procedimento penale trae origine da un esposto presentato dal Comune di Niscemi il 14 settembre 2011. Dopo una serie di accertamenti con sopralluoghi tecnici e rilievi foto-planimetrici sono stati emessi sei avvisi di garanzia nei confronti del direttore dei lavori, l’ingegnere Giuseppe Leonardi (originario di Paternò) e dei rappresentanti legali delle società esecutrici e delle ditte subappaltarici Francesco Maria Giovannetti (Monterotondo), Maria Rita Condorelli  (Catania), Adriana Parisi (Lageco Srl di Catania), Concetta Valenti (Piazza Calcestruzzi di Niscemi), Carmelo Puglisi (C.R. Impianti di Motta Sant’Anastasia). I sei devono rispondere dei reati previsti e puniti dall’art.44 del Testo Unico del 6 giugno 2001 (disposizioni legislative e regolamenti in materia edilizia) e dagli artt.142 e 146 del decreto legislativo n. 24 del 2004 (Codice dei beni culturali e del paesaggio) “perché, in concorso fra loro e con altri soggetti non ancora identificati, senza la prescritta autorizzazione assunta legittimamente o in difformità di essa” hanno eseguito i lavori per la realizzazione del MUOS “in violazione delle prescrizioni di cui al decreto istitutivo della Riserva naturale e del regolamento inerente”.

Il terminale terrestre USA venne approvato dal Ministero della Difesa con nota del 31 ottobre 2006, ma furono richiesti agli alleati la “conformità” del progetto alla normativa tecnica italiana e, prima della messa in funzione del sistema, la certificazione che le emissioni elettromagnetiche “rientrino nei parametri stabiliti dalle vigenti leggi”. Prima volta nella storia della presenza in Italia delle basi militari USA e NATO, il Comando US Navy dovette chiedere alle autorità regionali competenti l’autorizzazione all’avvio dei lavori. Il 9 settembre 2008 si tenne a Palermo la conferenza di servizi ai sensi della legge n. 6 del 2001 a cui parteciparono l’Assessorato regionale territorio e ambiente, la Soprintendenza dei Beni culturali, l’Ispettorato Forestale di Caltanissetta (ente gestore della riserva), il Comune di Niscemi e i rappresentanti della Marina militare USA e del 41° Stormo dell’Aeronautica di Sigonella. Il parere favorevole al progetto fu unanime anche se furono richieste alcune prescrizioni (l’installazione di idranti anti-incendio lungo la strada tagliafuoco, ecc.). “Il provvedimento finale adottato in seguito alla conferenza di servizi risulta illegittimo e va disapplicato in quanto viziato sul piano procedurale e sul piano sostanziale, perché oggettivamente privo di motivazione e di un’esauriente istruttoria”, rileva la Procura della Repubblica di Caltagirone. “Nel testo del verbale vi sono considerazioni generiche, connotate dall’utilizzo di clausole di stile nonché meramente ripetitive del dato normativo, prive di qualsivoglia analisi circa l’impatto che in concreto l’intervento era in grado di determinare sull’ambiente circostante, o meglio sul contesto paesaggistico”. Per i magistrati, la conferenza di servizi avrebbe dovuto rilasciare una specifica autorizzazione paesistica, come previsto dalla legislazione vigente per tutte le opere statali, comprese quelle destinate alla difesa nazionale. Nessun accenno poi alla compatibilità dell’opera con la tipologia del vincolo all’epoca esistente, vale a dire l’inclusione nella Zona B del decreto istitutivo della riserva, “dove erano possibili soltanto gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, restauro e risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia di opere preesistenti”.

Ancora più grave quanto accaduto successivamente. Nel dicembre del 2009 il Comune di Niscemi revocò in autotutela il nulla osta rilasciato, ritenendo “necessario e opportuno” il riesame della proposta progettuale sia per quanto riguardava la valutazione dell’art. 5 del DPR n. 357 del 1997 (relativo alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, nonché della flora e della fauna selvatiche), sia per le valutazioni riguardo l’emissione delle onde elettromagnetiche del MUOS, richieste alle autorità preposte e mai pervenute all’ente. Il primo profilo di carattere ambientale si basava sulla circostanza che dopo l’adozione del PRG da parte del Comune, l’allora assessore Rossana Interlandi, con decreto del 30 dicembre 2009, aveva disposto la riperimetrazione dell’area su cui sarebbe insistito il MUOS. Così essa veniva a ricadere in Zona A, soggetta a norme ancora più restrittive rispetto al passato. Secondo il decreto istitutivo della Riserva di Niscemi, in Zona A è fatto divieto infatti di “realizzare nuove costruzioni ed esercitare qualsiasi attività comportante trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio, ivi comprese l’apertura di nuove strade o piste, la modifica plano-altimetrica di quelle esistenti, la costruzione di elettrodotti, acquedotti, linee telefoniche o di impianti tecnologici a rete”. Proprio quanto richiesto e autorizzato per l’installazione del terminale del sistema satellitare. In ogni caso, come sottolinea il dottor Giordano, dopo la riperimetrazione, le opere del MUOS “avrebbero dovuto essere nuovamente esaminate dagli organismi competenti, in quanto non ancora eseguiti e iniziati i relativi lavori”. La stessa Regione avrebbe potuto esercitare il potere di autotutela, revocando l’autorizzazione. “Come ha statuito la giurisprudenza amministrativa, il potere di autotutela è doveroso con riferimento ad ipotesi di provvedimento che risulti in contrasto con interessi a tutela rafforzata, come l’interesse alla tutela dell’ambiente”, aggiunge il procuratore di Caltagirone. “D’altronde l’interesse dell’amministrazione militare era recessivo all’interesse pubblico alla tutela dell’ambiente in quanto ancora gli impianti, alla data delle riperimetrazione, non erano stati edificati e non era iniziata nemmeno la costruzione”. Un ulteriore “difetto di valutazione e di istruttoria” è documentato dal fatto che nei provvedimenti dell’1 e 28 giugno 2011 che hanno dato il via ai lavori, la Regione non ha menzionato minimamente l’intervenuta riperimetrazione della riserva. Da qui il ricorso al TAR del Comune di Niscemi per ottenere la sospensione di efficacia delle autorizzazioni, poi rigettato sia in primo che in secondo grado. “In buona sostanza, il TAR ha liquidato la questione, non ancora in sede di merito, affermando che parrebbe dubbia la possibilità di revoca del nulla osta”, spiega Giordano. “Tuttavia non appare condivisibile tale tesi in quanto se sopravviene un fatto nuovo che determina la necessità di rivalutare le prevedenti determinazioni, è in potere della pubblica amministrazione esprimere il proprio dissenso sia pure successivamente. Ciò deriva come corollario del principio di buon andamento della pubblica amministrazione e dal dovere di adeguare le proprie valutazioni alle novità che sopraggiungono medio tempore”. Come se ciò non bastasse, secondo quanto rilevato il 26 maggio 2011 dal Comune di Niscemi, sarebbe stata commessa un’ulteriore violazione di legge: il progetto del MUOS, essendo ricadente in area SIC, doveva essere sottoposto previamente alla valutazione di incidenza ambientale. Peccato però che della VIA non esiste traccia.

Di fronte a tutte queste considerazioni, l’amministrazione militare si è sempre difesa affermando che i lavori del MUOS erano una mera “continuazione delle attività già in essere nell’area”, con riferimento all’esistenza dal 1991 a Niscemi di un centro di comunicazione radio della Marina degli Stati Uniti d’America. Tuttavia, sempre secondo la Procura di Caltagirone “è dubbio che le nuove opere possano essere una continuazione delle precedenti, in quanto si tratta di una nuova stazione, e al riguardo basterebbe riflettere sull’enorme divario della scala delle frequenze fra l’esistente (46 Khz) e il nuovo sistema, che trasmetterà a 31 Ghz, pari a 31 milioni di Khz, con conseguente aumento delle radiazioni”.

Proprio relativamente ai potenziali effetti negativi delle onde elettromagnetiche, i magistrati calatini hanno riscontrato notevoli contrasti di valutazione “di cui l’amministrazione che ha rilasciato l’autorizzazione non ha tenuto conto”. Un tema tutt’altro che secondario, data la stretta vicinanza degli impianti con l’abitato di Niscemi (appena 6,2 Km. anche se i primi agglomerati edilizi significativi sono situati ad una distanza di circa due chilometri dal costruendo MUOS). Mentre lo studio commissionato dalla Regione siciliana alla facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo ha attestato la non pericolosità del sistema satellitare e la misurazione dell’ARPA dei campi elettromagnetici generati dagli impianti militari esistenti avrebbe accertato valori “al di sotto” dei 6 V/m consentiti dalla legge, lo studio dei professori Zucchetti e Coraddu del Politecnico di Torino ha invece documentato alti rischi di “irraggiamento accidentale” e di “danni gravi e irreversibili anche per brevi esposizioni” per la popolazione.

“Nelle valutazioni conclusive del Politecnico di Torino si afferma che è opportuno un approfondimento delle misure, con l’avvio immediato di una procedura di riduzione a conformità, finalizzata alla riduzione delle emissioni, e il blocco di ogni ulteriore installazione”, spiega la Procura. “Alla luce di tali valutazioni appare del tutto insoddisfacente la nota del 14 novembre 2008 del Ministero della Difesa secondo il quale il rischio all’esposizione del personale è minimo ed improbabile, la distanza di sicurezza dell’emissione elettromagnetica pericolosa sarà imposta mediante l’installazione di una recinzione di sicurezza, la misurazione dell’inquinamento da radio frequenze sarà eseguita appena i sistemi saranno installati e pronti ad operare. Ma appare insoddisfacente anche la motivazione dell’autorizzazione del 28 giugno 2011, la quale, sul punto fa riferimento allo studio della facoltà di Ingegneria di Palermo che appare quantomeno limitativo in quanto si occupa solamente del rischio di esposizione agli operatori e non agli abitati circostanti”. Un altro “importante profilo” di illegittimità dell’autorizzazione rilasciata dalla Regione poiché “nessuna approfondita disamina è stata operata sotto il profilo del pericolo alla salute pubblica per effetto dei campi elettromagnetici”.

Di ragioni per il presidente Rosario Crocetta a revocare in autotutela tutte le autorizzazioni concesse dal predecessore Lombardo ce ne sono abbastanza. Che aspetta ancora?

Articolo pubblicato in Casablanca, n. 27, dicembre 2012

cgil, a fine anno a rischio centinaia migliaia precari da.controlacrisi.org fonte:Kataweb