APPROVATA DALL’ASSEMBLEA DELL’ONU LA MESSA AL BANDO UNIVERSALE DELLE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI…

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foto di Maf.alda.

Vietare le mutilazioni genitali. L’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato una risoluzione contro le mutilazioni genitali femminili. Il testo, il primo dedicato specificamente al tema, e’ stato presentato dal gruppo dei Paesi africani con il sostegno dell’Italia, ed è stato approvato per consenso. E’ questa l’appello di Emma Bonino, vicepresidente del Senato, rilanciato da un articolo, da lei firmato, sul New York Times. Quest’oggi, l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato la Risoluzione sulla messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili (FGM), depositata dal gruppo dei Paesi Africani e in seguito sponsorizzata dai due terzi degli Stati membri delle Nazioni Unite. L’adozione avverrà tramite consenso, senza discussione ed emendamenti, proprio per il largo consenso ottenuto. Il provvedimento esorta gli Stati a sanzionare penalmente le mutilazioni genitali femminili, siano essere praticate all’interno di strutture sanitarie che altrove. “Questo passo è arrivato grazie ad una coalizione di organizzazioni non governative che hanno lavorato a stretto contatto nel corso degli ultimi 10 anni con gli Stati membri delle Nazioni Unite – in particolare Italia e Burkina Faso” ricorda la radicale, fondatrice anche dell’associazione Non c’è pace senza giustizia, promotrice dell’iniziativa. A introdurre il testo ben 54 nazioni dell’area africana. Prossimo step, sarà assicurarsi che il documento venga realmente adottato con “tutte le misure necessarie, comprese emanare e far rispettare la legislazione per vietare le mutilazioni genitali femminili e per proteggere le donne e le ragazze da questa forma di violenza, e per porre fine all’impunità”. I lavori sono andati avanti per lunghi anni. La mutilazione genitale femminile, è una praticata molto usata in molti paesi africani, ma anche in tutto il Medio Oriente, Asia meridionale e Sud America e nelle comunità di immigrati in Europa, Nord America e Oceania. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che vi siano tra i 100 e 140 milioni di donne e giovani mutilate in tutto. E nel continente africano ben tre milioni di bambine rischiano di subirla ogni anno.
Nel corso degli anni, si è aperto un ampio dibattito in merito, specialmente dal punto di vista culturale per cercare di sradicare l’assurda pratica. La risoluzione che verrà adottata questo pomeriggio stabilisce che “il presupposto per affrontare una violazione dei diritti umani è la creazione di un quadro legislativo chiaro per la deterrenza e la protezione delle potenziali vittime” commenta Bonino. Altro aspetto da non sottovalutare è la medicalizzazione delle mutilazioni. Spesso le campagne si sono incentrate più sui rischi per la salute nelle operazione che sul concetto che ambiente a parte è comunque una violazione dei diritti umani. “Lungi dall’essere un primo passo verso l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili, questa tendenza si è servita solo a legittimarlo – denuncia Bonino- suggerendo che il problema risiede negli indesiderati “effetti collaterali”, piuttosto che nella violazione dell’integrità fisica delle ragazze e delle donne”. Il provvedimento Onu non tralascia questo aspetto: saranno infatti considerate come una violazione anche le mutilazioni effettuate in strutture sanitarie. Qui un documentario curato dalla FMG. “Le leggi sono state adottate in un certo numero di paesi, ma la volontà politica di attuare in modo efficace è poca. Nei paesi dove gli attivisti si sono impegnati con i loro governi, l’eliminazione della pratica ha avuto più successo” precisa l’articolo. Secondo il leader dei radicali, quest’ultimi non devono chiudersi in gruppi di aiuto-aiuto, ma cercare soluzioni congiunte con i governi locali, così come è stato fatto nell’ultima campagna Ban FGM. Spetta ora a tutti noi – conclude Bonino – aiutare chi si oppone alla pratica e raggiungere questo traguardo: dobbiamo tutti continuare a sfidare i parlamenti, i governi e gli organismi internazionali, e ritenerli responsabili. Dobbiamo sforzarci di garantire i nostri bisogni all’inizio della loro lista di priorità. Sarebbe senza dubbio più comodo lasciarli in pace, ma non possiamo permetterci di farlo. Piuttosto, non dobbiamo mai smettere di premere su loro per onorare gli impegni presi, non mollare la presa fino a quando le mutilazioni genitali femminili non saranno una volta per tutte eliminate in tutto il mondo. Come Aung San Suu Kyi, che una volta mi disse: ‘Usate la vostra libertà per promuovere la nostra’. Questo è un appello che dovremmo sempre seguire e rispettare quando e dove i diritti umani sono in gioco”.
(giornalettismo.com)

(Charlie)

Pubblicato in data 19/dic/2012 Jewish Voice for Peace è una associazione di Ebrei antisionisti americani, ha prodotto questo video che in 7 minuti descrive i nodi importanti della tragedia palestinese e propone il BDS (Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni) come forma di lotta non violenta per fare pressione su Israele fino ad ottenere una “giusta” pace che assicuri pari dignità e diritti ai due popoli che vivono nella stessa terra. Per approfondimenti:

Rete antirazzista su Cara di Mineo:comunicato stampa

:COMUNICATO STAMPA

 

Momentaneamente sospesa l’ennesima protesta dei richiedenti asilo del Cara di Mineo

Si è da poco sospesa la manifestazione di alcune centinaia di richiedenti asilo, quasi tutti eritrei, usciti stamattina dal Cara di Mineo; dopo alcune ore di blocco nella rotonda della Gela-Ct. i migranti si sono diretti verso Catania e si sono poi fermati per ore fra gli svincoli per Palagonia e Ramacca; i motivi della protesta sono

  • la disparità di riconoscimento del diritto d’asilo fra casi simili,
  • le lungaggini burocratiche dopo lunghi mesi di attesa,
  • il sovraffollamento.

Molti richiedenti asilo attendono da oltre 10 mesi il permesso di soggiorno, visti i numerosi e pretestuosi dinieghi con attese bibliche per i responsi ai conseguenti ricorsi.

A soli 2 giorni dall’incontro interetnico del 18/12 (Giornata d’azione globale contro il razzismo, snobbata purtroppo dai media) ed a 4 dall’altra protesta iniziata soprattutto da etiopi di etnia Oromo, i migranti si riprendono la parola per denunciare le disumane condizioni di vita a cui sono costretti ed esprimono il loro diritto a essere soggetti attivi.

E’ di una gravità inaudita l’indifferenza con cui si affronta la situazione del Cara di Mineo, i migranti “ospitati” sono solo oggetto del business alle loro spalle, parcheggiati a tempo indeterminato, in un luogo in cui il primo centro abitato è ad oltre 10 Km, preda di chi li sfrutta nelle campagne per 15/20 euro al giorno; quando poi i migranti, che hanno per legge diritto, dopo soli 35 giorni di permanenza, ad un permesso di lavoro (anche per ricerca lavoro) di 6 mesi, protestano, la loro tragedia umana diventa solo un problema di ordine pubblico da risolvere con la repressione e c’è chi è subito solidale con le forze di Polizia e richiede un’ulteriore militarizzazione dei nostri territori.

Era prevedibile che il Cara di Mineo, che segrega oltre il 40% (oltre 2700 su 1800) in più di persone previste, di nazionalità diverse (alcune anche in conflitto) e di religioni a volte contrastanti, potesse diventare ingestibile, ma l’ex ministro leghista Maroni aveva bisogno di riverniciarsi con la pseudo-accoglienza, dopo la vergognosa esperienza di Lampedusa dell’anno scorso.

L’attuale governo è in sostanziale continuità con il precedente, incurante della dilapidazione d’ingenti risorse pubbliche ( 6 milioni di euro l’anno solo per l’affitto del residence degli aranci alla Pizzarotti spa di Parma).

Denunciamo che il Cara di Mineo, luogo di profonde sofferenze (8 manifestazioni di protesta all’esterno e numerosi casi di tentato suicidio), ha rubato oltre un anno di vita a migliaia di migranti che avrebbero potuto usufruire subito, in caso di diniego della richiesta d’asilo, di un permesso di soggiorno per protezione umanitaria, soprattutto a quelli che provenivano dalla guerra in Libia (l’85% delle operazioni belliche provenivano da Trapani Birgi e da Sigonella), così come è avvenuto negli anni scorsi a chi fuggiva dalla guerra in Afghanistan ed Irak.

Con la metà del denaro pubblico dilapidato si sarebbero potute accogliere, moltiplicando i progetti SPRAR (Servizio di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), altrettante persone in piccoli e medi paesi, favorendo il loro progressivo inserimento sociale e lavorativo, con positive ricadute nelle disastrate economie locali.

Nelle prossime settimane continueremo a richiedere la chiusura del Cara della vergogna ed in alternativa proponiamo di moltiplicare i progetti SPRAR nei paesi limitrofi, invitando le associazioni solidali, gli Enti Locali e soprattutto i migranti a costruire insieme il percorso.

20/12/2012 Rete Antirazzista Catanese

Manganellate e cariche contro la protesta dei facchini egiziani da:il manifesto

ikeadi Riccardo Chiari
Che rompiscatole questi facchini egiziani. Volevano far sapere che i loro dodici compagni, sospesi il mese scorso dalle cooperative del Consorzio Cgs, stanno ancora lottando per tornare al lavoro nel polo logistico Le Mose di Piacenza. Lì dove, sottolinea la stessa Ikea, «i depositi stanno lavorando a pieno regime, per un incremento imprevisto dei volumi di merce richiesti dalle sedi Ikea presenti nel Mediterraneo orientale».
Di qui l’idea della giornata di mobilitazione, con appuntamento all’ora di pranzo davanti al grande centro commerciale Ikea di Casalecchio di Reno. Dove è finita a manganellate. Perché l’hashtag twitter #IkeaInLotta scelto per l’occasione ha fatto subito chiedere dalla direzione del punto vendita la presenza delle forze dell’ordine. E queste ultime, con alcune decine di agenti di polizia e carabinieri in tenuta antisommossa, hanno impedito che l’annunciato volantinaggio davanti all’entrata di Ikea si trasferisse anche all’interno della struttura. Il cliente è sacro.

Quattro cariche di polizia e carabinieri su quasi un centinaio tra facchini egiziani, sindacalisti del SiCobas e attivisti di alcuni collettivi e centri sociali bolognesi (Bartleby e Crash), arrivati per solidarizzare con la protesta. Manganellate anche sulla testa, scoperta, dei facchini e dei giovani dei collettivi: alcuni di loro sono stati visti distintamente sanguinare, i lividi si notavano meno ma in genere fanno male anche loro. La questura replica: sono stati lanciati carrelli contro gli agenti, sei di loro sono rimasti «lievemente contusi».
Certo è che per l’Ikea non è stata una felice giornata di vendite prenatalizie. Tanto che, verso le tre del pomeriggio, la direzione del punto vendita ha deciso di chiudere al pubblico la struttura, lasciando peraltro terminare gli acquisti a chi era già all’interno.
«La manifestazione odierna a Casalecchio – fa sapere Ikea – colpisce ingiustamente la nostra società, che ha da sempre, con i propri collaboratori così come con i propri fornitori, un rapporto costruttivamente dialettico e di assoluta trasparenza, improntato al totale rispetto dei diritti dei lavoratori e alle normative a questi collegate». Ma allora ci deve essere qualche difetto di comunicazione, a giudicare dallo striscione: «Creano mobili, distruggono diritti», e al coro «Ikea razzista lavoro da schiavista». La multinazionale ribadisce poi di non avere responsabilità dirette: «La manifestazione di oggi riguarda la vertenza tra una decina di soci lavoratori del Consorzio Cgs, che operano presso il polo logistico Ikea di Piacenza.
Questi soci lavoratori, che erano stati sottoposti a provvedimenti disciplinari, sono stati reintegrati al lavoro e alcuni di loro, destinati a siti dell’area piacentina, non si stanno presentando». Forse perché, alla Direzione provinciale del lavoro di Piacenza, non si contano le denunce e gli esposti del sindacato di base. Pronto anche ad istituire una cassa di resistenza (causale «cassa di resistenza ikea» a Si Cobas, bollettini postali sul ccp 3046.206) per quei rompiballe di facchini egiziani.

Il Manifesto – 19.12.12