Per Giuseppe Alizzi (Il partigiano Ivan) poesia di Anna Vasta

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AUGURI DI BUONE FESTE dall’ANPI CATANIA

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Storie – Il «marrano» che finì ad Auschwitz di Mario Avagliano da:Stori@ – il blog di Mario Avagliano

 
Nella prima edizione del 1905 del suo celeberrimo «Dizionario moderno» Alfredo Panzini definitiva «marrano» l’ebreo convertito al cristianesimo, «poco fidato perché in segreto fedele al giudaismo». Un termine usato in senso dispregiativo e che era rivelatore di una certa dose di antisemitismo già presente nella cultura e nella società italiana del primo Novecento.
L’utilizzo in senso dispregiativo fu accentuato alla fine degli anni Trenta, quando diversi ebrei italiani o residenti in Italia, prima e dopo l’approvazione delle leggi razziste di marca fascista, si battezzarono, oppure ancora minorenni furono battezzati dalle famiglie, non certo per solide convinzioni religiose ma nel solo intento di sfuggire alle persecuzioni. Un’illusione, perché l’antisemitismo aveva radici biologiche più che fideistiche o spirituali. E tanti ebrei convertiti finirono ugualmente ad Auschwitz.
Una di queste storie, come scrive Luigi Accattoli nel suo blog, è raccontata da Bruno Bartoloni, vaticanista di lungo corso per il Corriere della Sera, nel libro «Le orecchie del Vaticano» (Mauro Pagliai editore, pp. 252). Figlio di un giornalista italo-argentino (anche lui corrispondente dalla Santa Sede) e di un’ebrea tedesca, Bartoloni narra che il «nonno Fritz divenne un “marrano” insieme a mia nonna Hilde nella speranza di salvarsi. Avevano seguito l’esempio di mia madre Marianne che per potersi sposare con mio padre si era fatta battezzare dal cardinale Eugenio Pacelli (…). Si fecero battezzare ma so per certezza che fu per necessità. Fui battezzato anch’io per la stessa necessità e non certo per mia scelta.
Dopo l’occupazione di Roma da parte dei tedeschi, il nonno Fritz per intercessione del Vaticano si nascose presso i collegi pontifici, nelle vicinanze di Santa Maria Maggiore. Lì fu catturato dalla banda Koch nel corso della retata del dicembre 1943, che portò al fermo di alcuni oppositori politici e di alcuni ebrei, poi deportati dai nazisti in Polonia. Bartoloni riassume così il suo dramma: «Lo sfortunato Fritz Warschauer dovette fuggire da Berlino perché ebreo, si dovette nascondere a Roma perché ebreo, trovò un rifugio perché cattolico ma fu preso come “politico” e morì ad Auschwitz bollato due volte con il duplice marchio di ebreo e di oppositore politico».
Un dramma individuale che ha spinto il nipote a «recuperare con orgoglio il nobile titolo di marrano», facendo coincidere con il 7 luglio 1944 il giorno della sua integrazione «in questa sospetta categoria». Infatti fu proprio in quel giorno, «voglio credere al tramonto», che il nonno materno di Bruno, il tedesco Fritz Warschauer, morì di stenti nel blocco 19 di Auschwitz. «Da quel 7 luglio dunque sono tornato a essere un ebreo, anche se marrano come mio nonno. Recuperare l’identità ebraica mi è sembrato un piccolo contributo di riparazione ideale all’intreccio di violenze e di ingiustizie delle quali mio nonno è stato vittima, compresa la mortificazione di farsi battezzare, spinto dal ricatto di una possibile sopravvivenza».
(L’Unione Informa, 18 dicembre 2012)

La galera di Daymani Barla Fonte: il manifesto | Autore: Marina Forti

La battaglia di Nagri non è la prima che veda Dayamani Barla come protagonista. Dayamani è una donna energica, sulla quarantina, che ho incontrato a Ranchi un anno fa. Nata in una famiglia «tribale» (così sono chiamati i nativi, in India), ha fatto la domestica per potersi pagare gli studi dopo che al padre era stata sottratta la terra di cui viveva. Diplomata, ha scritto per alcuni giornali locali diventando una «cronista popolare».
Alla fine degli anni ’90 è tornata nel suo distretto per partecipare alla battaglia contro il progetto di due dighe sui fiumi Koel e Karo, che avrebbe sommerso decine di villaggi e cancellato la sopravvivenza di migliaia di persone: la rivolta contro il Koel Karo Project ha avuto molta risonanza perché è stato uno dei primi movimenti di massa che portavano alla ribalta la questione degli sfollati ambientali in questa zona dell’India – e anche perché è stato vittorioso, dato che il progetto è stato poi sospeso. Dayamani Barla ne fu protagonista e da allora è riconosciuta come una leader popolare. Nel 2005è stata protagonista di un altro movimento, quello contro una grande acciaieria progettata da Arcelor-Mittal (12mila acri di terra, 70mila persone da 45 villaggi destinate a sfollare). Nel frattempo ha sempre continuato a scrivere, ormai guardata con attenzione anche dai media nazionali in inglese. Ma ha continuato a vivere con una minuscola rivendita popolare di tè, acquistata vent’anni fa con i primi guadagni : «Per essere indipendente», mi aveva spiegato, seduta a un tavolo del suo tea shop (ora gestito dal marito Nelson). «Certo che vogliamo lo sviluppo», diceva: «Ma vogliamo che sia per tutti. Quanta gente è stata costretta a sfollare in nome dello sviluppo, dall’indipendenza a oggi?» Non si tratta solo di risarcimenti e soldi, spiegava, perché gli sfollati restano senza terra, inserimento sociale, cultura, legami. Dal carcere ha scritto ai suoi compagni di battaglia che non si arrenderà: «Protestare negli interessi e per i diritti della nostra gente è nostra responsabilità».

Amnesty Migranti nei campi, il Paese degli abusi- Fonte: Francesco Bravi- il manifesto

«Volevamo braccia, sono arrivati uomini», è il rapporto sui lavoratori sfruttati in agricoltura. Il caso Rosarno dilaga sulla penisola. E le leggi anti-immigrazione contribuiscono Vengono da Asia e Africa. Sono il popolo dei braccianti che lavora nelle campagne italiane. Sottopagati e ricattati. Soli davanti alla giustizia Un mare di giornate lavorative nei campi e tanti cittadini immigrati quanti ne basterebbero per formare la popolazione di interi paesi. È questo il quadro elaborato da Amnesty International sullo sfruttamento dei migranti che lavorano in Italia come braccianti agricoli. Vengono perlopiù da Asia, Nord Africa e Africa sub-sahariana e sono sottoposti a varie forme di sfruttamento, riduzioni arbitrarie dei compensi, ritardato o mancato pagamento, lunghi orari di lavoro.
Le conclusioni cui arriva lo studio derivano da due missioni di ricerca, condotte nel febbraio 2012 a Milano, Roma e Rosarno, e, tra giugno e luglio 2012, di nuovo a Roma e nell’area di Latina e di Caserta. Ricognizioni sul territorio nel corso delle quali i delegati di Amnesty hanno realizzato interviste e incontri con gli stessi lavoratori, con alcune organizzazioni non governative e altre organizzazioni della società civile, sindacati e accademici, oltre a interpellare rappresentanti della Direzione nazionale antimafia e delle questure.
I numeri ufficiali sulla presenza e le ore lavorate dalla manodopera migrante in queste zone sono già di per sé elevati: a Latina, ad esempio, uno su tre fra questi lavoratori agricoli è nato all’estero; mentre nell’area di Caserta la popolazione migrante conta circa 23.000 persone, ossia il 2,5% del totale, per gran parte impiegata nella raccolta di pomodori e frutta. Nel 2010, e quindi ancora due anni fa, sempre secondo stime ufficiali, l’incidenza del lavoro migrante nel settore primario era tale da riempire il 23,6 delle giornate lavorative. Si sa però che oltre le statistiche degli istituti si apre la voragine del sommerso. Così, nell’area della città laziale, secondo Giovanni Gioia della Flai-Cgil locale, i lavoratori agricoli immigrati arriverebbero all’80%, mentre a Castel Volturno, in Campania, a fronte dei 2900 censiti, i braccianti nati all’estero raggiungerebbero i 7000. Una popolazione itinerante che, almeno nel nel secondo caso, si sposta secondo le stagioni di raccolta in altre parti d’Italia.
Il contratto provinciale concluso tra sindacati e organizzazioni degli imprenditori agricoli prevederebbe, nella zona di Latina, 6,5 ore di lavoro al giorno, sei giorni alla settimana, per un salario orario lordo di 8,26 euro. Quando però Amnesty International ha visitato l’area, nel giugno 2012, molti braccianti agricoli indiani (che là sono numerosi, circa 7000) lavoravano 9-10 ore al giorno dal lunedì al sabato e poi mezza giornata la domenica mattina, per circa 3-3,50 euro l’ora. Lo stesso accade a Caserta, dove la paga minima, contrattata fra le parti sociali, dovrebbe essere di 5,70 euro l’ora. Anche qui infatti le regole non valgono, e i lavoratori che nelle prime ore del mattino fanno la ressa nelle rotonde e nelle piazze per essere arruolati a giornata, si ritrovano a disputarsi una «paga standard di 20-30 euro, cioè non più di 3,75 euro l’ora».
La politica migratoria italiana fa poi la sua parte, in negativo. Per Amnesty, il cosiddetto «decreto flussi» non riduce ma aumenta il rischio di sfruttamento a cui sono esposti i lavoratori immigrati.
Oltre alla sistematica sottostima della domanda reale di lavoro migrante operata con le quote d’ingresso, senza la cooperazione dei datori di lavoro essi non possono nemmeno fare domanda per un permesso di soggiorno.
Se si aggiungono i nove mesi che le lungaggini burocratiche impongono per il rilascio di un «nulla osta al lavoro», si vede come la pretesa che i lavoratori migranti siano reclutati ancora nel loro paese d’origine sia piuttosto discutibile. Soprattutto, i permessi di soggiorno per lavoro subordinato o stagionale non possono per legge essere rilasciati a lavoratori immigrati che si trovino già in Italia irregolarmente. Risultato? I lavoratori migranti irregolari non hanno altra scelta se non lavorare nell’economia informale.
Infine, il rapporto di Amnesty solleva la questione dell’accesso alla giustizia per le «vittime di sfruttamento lavorativo». Se la clandestinità è un reato è impossibile per un lavoratore «clandestino» denunciare soprusi a un pubblico ufficiale.
La cosiddetta «legge Rosarno» del luglio di quest’anno, non basta a migliorare le cose. Per i lavoratori soggetti a «particolare sfruttamento», essa prevede infatti il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che però comporta la denuncia da parte loro del datore di lavoro e la cooperazione al procedimento penale: ma quante di queste vittime potrebbero non avere i requisiti per ottenere il permesso di soggiorno e, di conseguenza, non essere in grado di rimanere nel paese per fare uso dei ricorsi disponibili?

CALABRIA È emergenza, a furia di sgomberi-fonte:il manifesto-autore:Silvio Messinetti

CATANZARO. La fotografia devastante che ha fornito Amnesty International nel dossier sullo sfruttamento dei lavoratori migranti nel settore agricolo trova una drammatica conferma dalla cronaca di queste ore. In Calabria è emergenza immigrazione. Dallo Jonio al Tirreno. Qualche giorno fa i carabinieri avevano sgomberato sulla spiaggia di Schiavonea, la marineria di Corigliano, una tendopoli divenuta una cittadella della disperazione migrante, un luogo simbolo dell’emarginazione e del degrado, un’istantanea di miseria, di ricoveri e tende di fortuna create sulla battigia del lungomare, prive di servizi ed esposti alle intemperie, ricavate con l’utilizzo di lamiere e teli. A 14 immigrati, privi di permesso di soggiorno, i carabinieri hanno notificato l’ordine di espulsione, mentre altri 17 sono stati denunciati. Vivevano come bestie, lavoravano da schiavi e sono stati pure espulsi. Nel mentre qualche centinaio di chilometri più a sud a San Ferdinando, a due passi da Rosarno, nella piana di Gioia Tauro, il sindaco, Domenico Madafferi, emetteva un’ordinanza di sgombero della megatendopoli per immigrati «e di quanto intorno ad essa abusivamente realizzato». La decisione fa seguito alla relazione sanitaria che aveva parlato di «condizioni igienico-sanitarie inesistenti». Una tendopoli di mille persone a fronte di una capienza di appena 200. «Sono solo – ha detto il sindaco – a gestire questa vera e propria emergenza. Ditemi voi come può un paese di 4 mila abitanti, uscito da poco da due gestioni commissariali per infiltrazioni mafiose, e con un solo vigile urbano in servizio, gestire una situazione del genere». Un grido d’allarme, una provocazione forte, un disperato sos di fronte ad uno Stato assente, a un ministro renitente, Riccardi, che dovrebbe prender atto del fallimento che si è rivelato il neonato dicastero dell’Immigrazione da lui presieduto. Al disagio dei migranti si somma infatti la lentezza degli interventi istituzionali. «Ho scritto al presidente della Repubblica, al ministro Cancellieri, al ministro Riccardi, al presidente del consiglio regionale della Calabria che è la massima autorità elettiva della Regione, al presidente Scopelliti. Se non rispondono loro, se il problema non è loro, come può un comune di 4000 abitanti sostenere la pressione di mille immigrati? È pazzesco» si è sfogato il sindaco. La situazione nella Piana è poi aggravata dalla mancanza di lavoro: molti degli immigrati che provengono in gran parte dall’Africa subsahariana non riescono a trovare occupazione nella raccolta degli agrumi per la crisi nel settore (domani pubblicheremo un reportage dalla Piana). Attorno alla tendopoli sono sorte altre 120 baracche. Ma il dramma più cogente è soprattutto di natura igienico-sanitaria in quanto il sovrannumero degli immigrati, i rifiuti maleodoranti, la mancanza di servizi igienici, le dimore abusive senza le condizioni minime di vivibilità, potrebbero essere focolaio di infezioni e sedi di animali. Un film già visto. A Rosarno, tre anni fa

Bella Ciao dopo La Santa Messa per il 42 anniversario della comunità di San Benedetto 8 dicembre 2012