Francesco Lentino nato a Calatafimi il 16/8/1928 e caduto il 22/4/1945 a Bologna partigiano della 2° brigata A. Paolo

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Io, candidato sindaco di Belpasso? luciano mirone da:L’informazione

Un gruppo di concittadini mi ha proposto di candidarmi a sindaco di Belpasso. “Oddio, e ora che faccio?”. Mi sono preso alcuni giorni, ma sinceramente, pur sentendomi lusingato, ho bisogno di riflettere, e molto. Troppe spaccature nei partiti, troppi protagonismi, troppe primedonne. Come decidere immediatamente?

Vogliono, questi cittadini, una candidatura che sia espressione autentica della Società civile, al di là e al di sopra dei partiti, con un progetto e dei valori che facciano da collante fra la gente, al posto degli affarismi, degli inciuci e dei compromessi visti finora. E vedono nella mia figura – bontà loro – la persona che possa rappresentare queste istanze.

Mi sono sentito catapultato, tutt’a un tratto, in una dimensione fatta di responsabilità e di futuro, ma anche di veleni e di insidie, perché, ahimè, la politica di oggi è questo: responsabilità e futuro, ma anche veleni e insidie, trappole che voglio evitare in un contesto troppo intossicato dagli affari di qualche personaggio che domina la scena pubblica da troppo tempo.

L’impressione è che il paese non riesca ad uscire dalla cappa oppressiva di certi Signorotti che in questi anni hanno fatto da padroni, gestendo la Cosa pubblica come se fosse Cosa loro, con il silenzio colpevole di tanti, compresi certi “giovani rampanti” che adesso vogliono prendere il loro posto.

Mentre rifletto su tutto questo, mi scorrono davanti le pagine di facebook dove, tra tanti nomi di possibili candidati, si fa anche il mio. Leggo i commenti ed assisto ad un dibattito surreale che mi sembra lo specchio della situazione che si vive in paese. C’è chi dice “c’è da piangere” e chi dice – e sono i più – che i candidati “sono tutti uguali”, anche se in cuor suo sa benissimo che non è così. Non siamo tutti uguali! Ed è bene che si tenga presente.

Io penso che sia giunta l’ora di esporsi e di dire come stanno le cose. Perché, cari signori, o questa battaglia la combattiamo adesso che il vecchio sistema è in crisi, o non la combattiamo più: nel frattempo l’”ancien regime” si riorganizzerà, statene certi, e tutto tornerà come prima.

L’ultima occasione l’abbiamo avuta vent’anni fa: dopo Tangentopoli e le stragi di Capaci e di via D’Amelio, l’Italia era pervasa da una grandissima voglia di cambiamento. Poi arrivò un certo Silvio Berlusconi e tutto tornò come e peggio di prima. In media in Italia momenti del genere arrivano ogni vent’anni.

Non è arrivato il momento che la gente perbene si unisca per portare avanti un progetto davvero nuovo? A voi la risposta.

Chi è di queste parti sa che una delle caratteristiche che contraddistinguono la città di Martoglio – soprattutto quando c’è di mezzo la politica – è la “banalizzazione”, o la farsa organizzata.

 

Immaginate una città che brucia. Ed immaginate degli abitanti che, invece di spegnere l’incendio, davanti alle fiamme che ardono si mettono a recitare “Cicca Stonghiti” dei “Civitoti in pretura”, un po’ come fece Nerone, coi suoi improbabili versi, mentre Roma bruciava. Poi osservano la città in cenere, fanno un cenno di tristezza, biascicano qualche parolina, “A nostra bedda città…”, e se ne vanno come colpiti da un destino ineluttabile al quale non hanno potuto porre rimedio.

L’illusione e la realtà. L’illusione di recitare Martoglio e la realtà di recitare inconsapevolmente il “teatro dell’assurdo”. L’illusione di vivere nella società ingenua di ottant’anni fa, e la realtà di essere in una città che brucia. L’illusione di essere protagonisti, e la realtà di essere delle tragiche machere gestite da vecchi spiriti intoccabili.

Solo il buon Francesco Asero, con la sua sensibilità poetica, è andato oltre, delineando – attraverso i filosofi dell’antica Grecia o i personaggi dei “Promessi sposi” – i volti dei possibili candidati. Ecco allora che è spuntato Aristotele, Platone, Socrate, Anassimandro, Anassimene e i filosofi del periodo presocratico.

Con tutto il rispetto per il buon Francesco, credo che la situazione attuale di Belpasso e dell’Italia intera non c’azzecchi nulla con costoro. Solo uno dei filosofi citati sintetizza quello che siamo: Eraclito. “Niente si distrugge, tutto si trasforma”. Già, tutto si trasforma. Che poi è la massima ripresa quasi duemila anni dopo da Tomasi di Lampedusa e da Federico De Roberto per definire il trasformismo italico dei tempi recenti: “Cambiare tutto per non cambiare nulla”. In questo caso si vede chiaramente che il vecchio, pur di non morire, vuole, anzi “deve” trasformarsi. O attraverso i “giovani”, oppure attraverso qualche faccia “nuova” (che poi tanto nuova non è), perché “bisogna” salvare un sistema che crolla e che rischia di far crollare i troppi affari che ci sono in ballo.

Racconto questi episodi non per polemizzare, ma per cercare di spiegare qual è lo spaccato sociale con il quale dovrò eventualmente confrontarmi.

Troppi attacchi e troppo fango ho subito in questi anni per essermi ribellato a un sistema illegale che da un trentennio fa capo al sindaco uscente e ai suoi amici. Troppi attacchi e troppo fango ho subito non solo dal potere che ho denunciato, ma da tutta quella gente che ha preferito stare dall’altra parte, specie nella stagione 1993-1997, quando, eletto consigliere comunale grazie solo al voto d’opinione, ho condotto le mie battaglie sul Piano regolatore, sull’acqua, sulla sanguinosa mafia del Malpassoto, sulla speculazione edilizia, sul villaggio degli americani a Sigonella, sull’istituzione della farmacia nel quartiere di Borrello (arrivata soltanto ora, dopo vent’anni. Per responsabilità di chi? Qualcuno non ha esami di coscienza da fare?).

Ora vedete, grazie ai miei libri e alle numerose conferenze sulla legalità e sul futuro dell’Italia, vivo un momento felice dal punto di vista personale e professionale. Inviti in tutta la Penisola, da Pordenone a Trapani, per parlare di cose bellissime, che mi gratificano e mi danno la possibilità di prendere delle buone boccate d’ossigeno. Ogni volta che torno a Belpasso mi sento rinfrancato e anche più forte, con una grandissima voglia di nuove sfide. E noto che certi denigratori sono costretti ad arretrare, ad abbassare lo sguardo, a girarsi dall’altra parte, mentre la cerchia degli estimatori e il numero dei sorrisi aumentano sempre più.

Non vi nascondo che improvvisamente, quando ho ricevuto la proposta di candidarmi, ho avvertito un brivido alla schiena. Sono stato messo di fronte a una scelta che per me rappresenta un dilemma: l’amore per il mio lavoro e l’amore per il mio paese. Un dilemma drammatico, appesantito dal forte frastagliamento delle forze politiche e dalla mancanza di coraggio delle persone perbene e autorevoli, che vorrei ritrovarmi accanto.

Non ho contrapposto un secco “no”. Ho detto “non so, lasciatemi pensare”. Non ho risposto con un rifiuto, ma con un dubbio. Perché in fondo spero sempre nella quiete dopo la tempesta, spero sempre che dopo decenni di sfregi profondi, possa nascere un “umanesimo moderno” in grado di mettere al centro del proprio futuro l’intelligenza, la creatività, la fantasia, le risorse, la cultura e le tradizioni di un popolo.

Un “umanesimo moderno” capace di risolvere i problemi di oggi. Che non sono soltanto quelli legati alla vita quotidiana (l’acqua, la nettezza urbana, la viabilità, l’edilizia scolastica, la sicurezza, i trasporti, il randagismo; argomenti “fotocopia” che ti ritrovi puntualmente nei programmi di tutti i candidati, argomenti che comunque vanno affrontati e risolti in tempi brevi), ma anche i problemi dell’era contemporanea: la cementificazione delle aree agricole, l’abusivismo edilizio – perpetrato dai “soliti noti” – che ha causato la “questione Piano Tavola”, la demolizione di manufatti antichi in centro storico, la realizzazione di centri commerciali che hanno “desertificato” economicamente e socialmente la nostra città, la chiusura di decine di negozi e l’esodo di giovani ed anziani verso la Mecca dei giorni nostri.

Un tempo se chiedevi a qualcuno “dove stai andando?”, ti sentivi rispondere: “a chiàzza”, oppure “a villa”. Adesso ti senti dire “a Etnapolis”. Dove ti organizzano di tutto, dal carnevale alla mostra sulla civiltà contadina, dalla proiezione del film sulla vendemmia alla conferenza sui prodotti tipici. Quello che dovrebbe fare l’Amministrazione comunale (la quale, per impreparazione o per malafede, o magari per valorizzare “certi” terreni, non riesce a fare), lo sta facendo il centro commerciale.

Sotto l’indifferenza di tutti, stiamo assistendo ad un cambiamento epocale, al disfacimento delle nostre comunità e della nostra identità, al trionfo dell’effimero e del virtuale, che con la bellezza e la storia della nostra comunità non hanno nulla a che vedere.

Il danno perpetrato negli ultimi decenni ci sta togliendo il futuro perché sta bruciando delle carte formidabili per il progresso economico e sociale della nostra comunità: il turismo, la cultura, l’agricoltura e l’artigianato d’eccellenza.

Negli incontri di queste sere, la mia eventuale candidatura è stata un pretesto, perché si è parlato molto di futuro, e vi confesso che sono felice per questo. In fin dei conti, se dovessi dire sì, mi sentirei un semplice rappresentante di chi sogna una cosa diversa, un mondo nuovo. E credo che – al di là dei progetti e dei programmi scritti – ognuno di noi è un progetto e un programma vivente. Per ognuno di noi parla la storia, non le parole.

Le persone che mi hanno fatto questa proposta – persone che amano il loro paese, a prescindere dalle loro idee politiche – hanno percepito che la posta in gioco è veramente alta: o Belpasso diventa un immenso e caotico paese dormitorio; oppure può essere la cittadina felice, attraente e a misura d’uomo nella quale molti sperano di vivere. Non c’è molto tempo, perché il danno perpetrato è tanto.

Le riunioni – rigorosamente in garage, col freddo pungente di dicembre – sono state contrassegnate da questi discorsi. Poca ufficialità, molte idee e proposte.

E allora ragazzi, è stato detto, ci vogliono persone oneste, preparate e innovative, capaci di portare avanti un progetto di sviluppo per i prossimi cinquant’anni. Ci vuole un Piano regolatore che faccia da volano allo sviluppo della città. Ma questo argomento, qualcuno, lo ripete da tantissimi anni. Adesso che siamo sotto elezioni, il Consiglio comunale, il vice sindaco e la Giunta urlano: il Piano regolatore, ci vuole il Piano regolatore. Dicono che finora non gliel’ha fatto fare il sindaco Papale, nel frattempo dimessosi per candidarsi alla Regione. Ora, ovviamente, tutti prendono le distanze dal padre-padrone, ma quando era assiso sul trono e proibiva severamente di occuparsi dello strumento urbanistico, nessuno osava fiatare.

E poi, è stato detto nel corso di questi incontri, occorre uno sviluppo sostenibile ed eco-compatibile, a impatto ambientale zero, con l’utilizzo delle nuove fonti di energie alternative. Uno sviluppo sostenibile che preveda un uso razionale del cemento, regolato da precise norme edilizie. Una inversione di tendenza che veda nel restauro degli edifici antichi uno dei punti qualificanti di questa nuova cultura, con l’uso di materiali compatibili con le caratteristiche urbanistiche del paese. La tutela e la salvaguardia delle masserie, dei palmenti e degli spazi verdi, sia dentro che fuori il centro abitato.

E inoltre: la valorizzazione dei prodotti agricoli d’eccellenza (il ficodindia, l’olio d’oliva, la frutta, gli ortaggi, le verdure selvatiche) mediante l’allestimento di un “mercato delle erbe” da allestire ciclicamente nelle piazze e in via Roma, con la partecipazione di artisti da strada, di cantanti, e di giocolieri per movimentare la manifestazione; ed inoltre la valorizzazione della pasticceria e dell’enogastronomia, ma anche delle intelligenze e dei talenti locali, coniugando la tradizione con l’innovazione: le feste più importanti dell’anno come la festa di santa Lucia, le compagnie teatrali, le manifestazioni “storiche” come il Premio “Martoglio”, il “Motoraduno dell’Etna”, il “Lennon Festival”, da affiancare a nuovi eventi: incontri letterari, rassegne musicali, manifestazioni sportive di alto livello, mostre, convegni e la creazione di musei legati alla nostra cultura. Cinque su tutti: il Museo del teatro siciliano, il Museo della pietra lavica, il Museo della festa di santa Lucia (pensate quanto sarebbe bello portare in un museo, un pezzo di cento anni fa costruito dai mastri di allora), il Museo della civiltà contadina e il Museo dell’artigianato. Idee che espongo da almeno vent’anni. Inutilmente.

Si è parlato addirittura di organizzare un evento al giorno, ma questo onestamente, è troppo: facciamo uno alla settimana?

Ma tutto questo è necessario raggrupparlo in un progetto organico, farlo conoscere fuori. Se ogni cosa viene allestita “isolatamente” dalle altre Belpasso non spiccherà mai il volo, resterà chiusa nel suo splendido isolamento. Bisogna pensare in grande per porre Belpasso al centro.

Perché questo entusiasmo? Perché c’è l’esigenza di ricostruire quel tessuto sociale disgregato da anni. Bisogna riportare la gente nella propria città, non lasciare che bivacchi agli angoli della strada,

ma al tempo stesso bisogna attirare turisti per fare apprezzare il barocco, i monumenti, i musei, il teatro, il territorio, l’Etna e la natura incontaminata. Bisogna ridare dignità agli anziani e ai giovani.

Già, i giovani, che per tanti anni sono stati ignorati. Quindi è importante costruire, in ogni quartiere, delle mini strutture sportive a costi bassissimi (campi di calcetto, di basket, di pallavolo), da affiancare agli impianti esistenti. Fare esprimere la loro creatività attraverso l’allestimento di nuovi spazi riservati a loro. Insomma Belpasso deve essere una città a misura di ragazzo e di bambino.

Libro dei sogni? Assolutamente no: tutto quello che è stato pensato ha tenuto in considerazione la scarsa disponibilità di risorse economiche. Ogni cosa deve essere fatta a costi molto contenuti, molti a costo zero, e anche se le idee sono tante, si è consapevoli che è meglio averne tante (e magari realizzarne alcune), che non averne niente.

Questo e tanto altro è stato detto nel corso di questi incontri, dove le presenze sono aumentate da riunione in riunione. Un entusiasmo come non ne vedevo da tempo.

Ho chiesto consiglio a molti amici. Quasi tutti hanno detto: “buttati”. Fra questi c’è Nando dalla Chiesa, uno degli intellettuali italiani che in questi anni ha dato un contributo fondamentale per il riscatto morale e civile dell’Italia. Da Milano ha risposto: “Approvo il progetto. In ogni caso, se lo porti avanti, fallo con leggerezza d’animo!”.

Proprio così. Con leggerezza d’animo. La stessa che ho riscontrato nelle persone che mi hanno dato l’onore di questa proposta. Sto riflettendo ancora. Con leggerezza d’animo dobbiamo dire che – se dovessi decidere di candidarmi e se dovessimo vincere – questo paese lo cambieremo davvero. Ma è importante, anzi fondamentale, che la parte migliore della città esca allo scoperto e si scommetta. Ora o mai più!

 

Post scriptum: il progetto esposto in questo articolo, è il frutto delle nostre riflessioni. Dispiace dirlo, ma negli ultimi decenni, nessuno dei candidati a sindaco o al Consiglio comunale – fino a prova contraria – ha espresso una sola idea in sintonia con queste. Senza volere apparire presuntuosi, si prega – in caso di mancanza di progettualità – di non copiare da questo pezzo, non perché le nostre idee abbiano il copyright, ma perché è giusto che ognuno esprima la cultura di cui è portatore. Invitiamo pertanto i lettori a diffidare dalle eventuali imitazioni.

Un gruppo di concittadini mi ha proposto di candidarmi a sindaco di Belpasso. “Oddio, e ora che faccio?”. Mi sono preso alcuni giorni, ma sinceramente, pur sentendomi lusingato, ho bisogno di riflettere, e molto. Troppe spaccature nei partiti, troppi protagonismi, troppe primedonne. Come decidere immediatamente?

Vogliono, questi cittadini, una candidatura che sia espressione autentica della Società civile, al di là e al di sopra dei partiti, con un progetto e dei valori che facciano da collante fra la gente, al posto degli affarismi, degli inciuci e dei compromessi visti finora. E vedono nella mia figura – bontà loro – la persona che possa rappresentare queste istanze.

Mi sono sentito catapultato, tutt’a un tratto, in una dimensione fatta di responsabilità e di futuro, ma anche di veleni e di insidie, perché, ahimè, la politica di oggi è questo: responsabilità e futuro, ma anche veleni e insidie, trappole che voglio evitare in un contesto troppo intossicato dagli affari di qualche personaggio che domina la scena pubblica da troppo tempo.

L’impressione è che il paese non riesca ad uscire dalla cappa oppressiva di certi Signorotti che in questi anni hanno fatto da padroni, gestendo la Cosa pubblica come se fosse Cosa loro, con il silenzio colpevole di tanti, compresi certi “giovani rampanti” che adesso vogliono prendere il loro posto.

Mentre rifletto su tutto questo, mi scorrono davanti le pagine di facebook dove, tra tanti nomi di possibili candidati, si fa anche il mio. Leggo i commenti ed assisto ad un dibattito surreale che mi sembra lo specchio della situazione che si vive in paese. C’è chi dice “c’è da piangere” e chi dice – e sono i più – che i candidati “sono tutti uguali”, anche se in cuor suo sa benissimo che non è così. Non siamo tutti uguali! Ed è bene che si tenga presente.

Io penso che sia giunta l’ora di esporsi e di dire come stanno le cose. Perché, cari signori, o questa battaglia la combattiamo adesso che il vecchio sistema è in crisi, o non la combattiamo più: nel frattempo l’”ancien regime” si riorganizzerà, statene certi, e tutto tornerà come prima.

L’ultima occasione l’abbiamo avuta vent’anni fa: dopo Tangentopoli e le stragi di Capaci e di via D’Amelio, l’Italia era pervasa da una grandissima voglia di cambiamento. Poi arrivò un certo Silvio Berlusconi e tutto tornò come e peggio di prima. In media in Italia momenti del genere arrivano ogni vent’anni.

Non è arrivato il momento che la gente perbene si unisca per portare avanti un progetto davvero nuovo? A voi la risposta.

Chi è di queste parti sa che una delle caratteristiche che contraddistinguono la città di Martoglio – soprattutto quando c’è di mezzo la politica – è la “banalizzazione”, o la farsa organizzata.

Immaginate una città che brucia. Ed immaginate degli abitanti che, invece di spegnere l’incendio, davanti alle fiamme che ardono si mettono a recitare “Cicca Stonghiti” dei “Civitoti in pretura”, un po’ come fece Nerone, coi suoi improbabili versi, mentre Roma bruciava. Poi osservano la città in cenere, fanno un cenno di tristezza, biascicano qualche parolina, “A nostra bedda città…”, e se ne vanno come colpiti da un destino ineluttabile al quale non hanno potuto porre rimedio.

L’illusione e la realtà. L’illusione di recitare Martoglio e la realtà di recitare inconsapevolmente il “teatro dell’assurdo”. L’illusione di vivere nella società ingenua di ottant’anni fa, e la realtà di essere in una città che brucia. L’illusione di essere protagonisti, e la realtà di essere delle tragiche machere gestite da vecchi spiriti intoccabili.

Solo il buon Francesco Asero, con la sua sensibilità poetica, è andato oltre, delineando – attraverso i filosofi dell’antica Grecia o i personaggi dei “Promessi sposi” – i volti dei possibili candidati. Ecco allora che è spuntato Aristotele, Platone, Socrate, Anassimandro, Anassimene e i filosofi del periodo presocratico.

Con tutto il rispetto per il buon Francesco, credo che la situazione attuale di Belpasso e dell’Italia intera non c’azzecchi nulla con costoro. Solo uno dei filosofi citati sintetizza quello che siamo: Eraclito. “Niente si distrugge, tutto si trasforma”. Già, tutto si trasforma. Che poi è la massima ripresa quasi duemila anni dopo da Tomasi di Lampedusa e da Federico De Roberto per definire il trasformismo italico dei tempi recenti: “Cambiare tutto per non cambiare nulla”. In questo caso si vede chiaramente che il vecchio, pur di non morire, vuole, anzi “deve” trasformarsi. O attraverso i “giovani”, oppure attraverso qualche faccia “nuova” (che poi tanto nuova non è), perché “bisogna” salvare un sistema che crolla e che rischia di far crollare i troppi affari che ci sono in ballo.

Racconto questi episodi non per polemizzare, ma per cercare di spiegare qual è lo spaccato sociale con il quale dovrò eventualmente confrontarmi.

Troppi attacchi e troppo fango ho subito in questi anni per essermi ribellato a un sistema illegale che da un trentennio fa capo al sindaco uscente e ai suoi amici. Troppi attacchi e troppo fango ho subito non solo dal potere che ho denunciato, ma da tutta quella gente che ha preferito stare dall’altra parte, specie nella stagione 1993-1997, quando, eletto consigliere comunale grazie solo al voto d’opinione, ho condotto le mie battaglie sul Piano regolatore, sull’acqua, sulla sanguinosa mafia del Malpassoto, sulla speculazione edilizia, sul villaggio degli americani a Sigonella, sull’istituzione della farmacia nel quartiere di Borrello (arrivata soltanto ora, dopo vent’anni. Per responsabilità di chi? Qualcuno non ha esami di coscienza da fare?).

Ora vedete, grazie ai miei libri e alle numerose conferenze sulla legalità e sul futuro dell’Italia, vivo un momento felice dal punto di vista personale e professionale. Inviti in tutta la Penisola, da Pordenone a Trapani, per parlare di cose bellissime, che mi gratificano e mi danno la possibilità di prendere delle buone boccate d’ossigeno. Ogni volta che torno a Belpasso mi sento rinfrancato e anche più forte, con una grandissima voglia di nuove sfide. E noto che certi denigratori sono costretti ad arretrare, ad abbassare lo sguardo, a girarsi dall’altra parte, mentre la cerchia degli estimatori e il numero dei sorrisi aumentano sempre più.

Non vi nascondo che improvvisamente, quando ho ricevuto la proposta di candidarmi, ho avvertito un brivido alla schiena. Sono stato messo di fronte a una scelta che per me rappresenta un dilemma: l’amore per il mio lavoro e l’amore per il mio paese. Un dilemma drammatico, appesantito dal forte frastagliamento delle forze politiche e dalla mancanza di coraggio delle persone perbene e autorevoli, che vorrei ritrovarmi accanto.

Non ho contrapposto un secco “no”. Ho detto “non so, lasciatemi pensare”. Non ho risposto con un rifiuto, ma con un dubbio. Perché in fondo spero sempre nella quiete dopo la tempesta, spero sempre che dopo decenni di sfregi profondi, possa nascere un “umanesimo moderno” in grado di mettere al centro del proprio futuro l’intelligenza, la creatività, la fantasia, le risorse, la cultura e le tradizioni di un popolo.

Un “umanesimo moderno” capace di risolvere i problemi di oggi. Che non sono soltanto quelli legati alla vita quotidiana (l’acqua, la nettezza urbana, la viabilità, l’edilizia scolastica, la sicurezza, i trasporti, il randagismo; argomenti “fotocopia” che ti ritrovi puntualmente nei programmi di tutti i candidati, argomenti che comunque vanno affrontati e risolti in tempi brevi), ma anche i problemi dell’era contemporanea: la cementificazione delle aree agricole, l’abusivismo edilizio – perpetrato dai “soliti noti” – che ha causato la “questione Piano Tavola”, la demolizione di manufatti antichi in centro storico, la realizzazione di centri commerciali che hanno “desertificato” economicamente e socialmente la nostra città, la chiusura di decine di negozi e l’esodo di giovani ed anziani verso la Mecca dei giorni nostri.

Un tempo se chiedevi a qualcuno “dove stai andando?”, ti sentivi rispondere: “a chiàzza”, oppure “a villa”. Adesso ti senti dire “a Etnapolis”. Dove ti organizzano di tutto, dal carnevale alla mostra sulla civiltà contadina, dalla proiezione del film sulla vendemmia alla conferenza sui prodotti tipici. Quello che dovrebbe fare l’Amministrazione comunale (la quale, per impreparazione o per malafede, o magari per valorizzare “certi” terreni, non riesce a fare), lo sta facendo il centro commerciale.

Sotto l’indifferenza di tutti, stiamo assistendo ad un cambiamento epocale, al disfacimento delle nostre comunità e della nostra identità, al trionfo dell’effimero e del virtuale, che con la bellezza e la storia della nostra comunità non hanno nulla a che vedere.

Il danno perpetrato negli ultimi decenni ci sta togliendo il futuro perché sta bruciando delle carte formidabili per il progresso economico e sociale della nostra comunità: il turismo, la cultura, l’agricoltura e l’artigianato d’eccellenza.

Negli incontri di queste sere, la mia eventuale candidatura è stata un pretesto, perché si è parlato molto di futuro, e vi confesso che sono felice per questo. In fin dei conti, se dovessi dire sì, mi sentirei un semplice rappresentante di chi sogna una cosa diversa, un mondo nuovo. E credo che – al di là dei progetti e dei programmi scritti – ognuno di noi è un progetto e un programma vivente. Per ognuno di noi parla la storia, non le parole.

Le persone che mi hanno fatto questa proposta – persone che amano il loro paese, a prescindere dalle loro idee politiche – hanno percepito che la posta in gioco è veramente alta: o Belpasso diventa un immenso e caotico paese dormitorio; oppure può essere la cittadina felice, attraente e a misura d’uomo nella quale molti sperano di vivere. Non c’è molto tempo, perché il danno perpetrato è tanto.

Le riunioni – rigorosamente in garage, col freddo pungente di dicembre – sono state contrassegnate da questi discorsi. Poca ufficialità, molte idee e proposte.

E allora ragazzi, è stato detto, ci vogliono persone oneste, preparate e innovative, capaci di portare avanti un progetto di sviluppo per i prossimi cinquant’anni. Ci vuole un Piano regolatore che faccia da volano allo sviluppo della città. Ma questo argomento, qualcuno, lo ripete da tantissimi anni. Adesso che siamo sotto elezioni, il Consiglio comunale, il vice sindaco e la Giunta urlano: il Piano regolatore, ci vuole il Piano regolatore. Dicono che finora non gliel’ha fatto fare il sindaco Papale, nel frattempo dimessosi per candidarsi alla Regione. Ora, ovviamente, tutti prendono le distanze dal padre-padrone, ma quando era assiso sul trono e proibiva severamente di occuparsi dello strumento urbanistico, nessuno osava fiatare.

E poi, è stato detto nel corso di questi incontri, occorre uno sviluppo sostenibile ed eco-compatibile, a impatto ambientale zero, con l’utilizzo delle nuove fonti di energie alternative. Uno sviluppo sostenibile che preveda un uso razionale del cemento, regolato da precise norme edilizie. Una inversione di tendenza che veda nel restauro degli edifici antichi uno dei punti qualificanti di questa nuova cultura, con l’uso di materiali compatibili con le caratteristiche urbanistiche del paese. La tutela e la salvaguardia delle masserie, dei palmenti e degli spazi verdi, sia dentro che fuori il centro abitato.

E inoltre: la valorizzazione dei prodotti agricoli d’eccellenza (il ficodindia, l’olio d’oliva, la frutta, gli ortaggi, le verdure selvatiche) mediante l’allestimento di un “mercato delle erbe” da allestire ciclicamente nelle piazze e in via Roma, con la partecipazione di artisti da strada, di cantanti, e di giocolieri per movimentare la manifestazione; ed inoltre la valorizzazione della pasticceria e dell’enogastronomia, ma anche delle intelligenze e dei talenti locali, coniugando la tradizione con l’innovazione: le feste più importanti dell’anno come la festa di santa Lucia, le compagnie teatrali, le manifestazioni “storiche” come il Premio “Martoglio”, il “Motoraduno dell’Etna”, il “Lennon Festival”, da affiancare a nuovi eventi: incontri letterari, rassegne musicali, manifestazioni sportive di alto livello, mostre, convegni e la creazione di musei legati alla nostra cultura. Cinque su tutti: il Museo del teatro siciliano, il Museo della pietra lavica, il Museo della festa di santa Lucia (pensate quanto sarebbe bello portare in un museo, un pezzo di cento anni fa costruito dai mastri di allora), il Museo della civiltà contadina e il Museo dell’artigianato. Idee che espongo da almeno vent’anni. Inutilmente.

Si è parlato addirittura di organizzare un evento al giorno, ma questo onestamente, è troppo: facciamo uno alla settimana?

Ma tutto questo è necessario raggrupparlo in un progetto organico, farlo conoscere fuori. Se ogni cosa viene allestita “isolatamente” dalle altre Belpasso non spiccherà mai il volo, resterà chiusa nel suo splendido isolamento. Bisogna pensare in grande per porre Belpasso al centro.

Perché questo entusiasmo? Perché c’è l’esigenza di ricostruire quel tessuto sociale disgregato da anni. Bisogna riportare la gente nella propria città, non lasciare che bivacchi agli angoli della strada,

ma al tempo stesso bisogna attirare turisti per fare apprezzare il barocco, i monumenti, i musei, il teatro, il territorio, l’Etna e la natura incontaminata. Bisogna ridare dignità agli anziani e ai giovani.

Già, i giovani, che per tanti anni sono stati ignorati. Quindi è importante costruire, in ogni quartiere, delle mini strutture sportive a costi bassissimi (campi di calcetto, di basket, di pallavolo), da affiancare agli impianti esistenti. Fare esprimere la loro creatività attraverso l’allestimento di nuovi spazi riservati a loro. Insomma Belpasso deve essere una città a misura di ragazzo e di bambino.

Libro dei sogni? Assolutamente no: tutto quello che è stato pensato ha tenuto in considerazione la scarsa disponibilità di risorse economiche. Ogni cosa deve essere fatta a costi molto contenuti, molti a costo zero, e anche se le idee sono tante, si è consapevoli che è meglio averne tante (e magari realizzarne alcune), che non averne niente.

Questo e tanto altro è stato detto nel corso di questi incontri, dove le presenze sono aumentate da riunione in riunione. Un entusiasmo come non ne vedevo da tempo.

Ho chiesto consiglio a molti amici. Quasi tutti hanno detto: “buttati”. Fra questi c’è Nando dalla Chiesa, uno degli intellettuali italiani che in questi anni ha dato un contributo fondamentale per il riscatto morale e civile dell’Italia. Da Milano ha risposto: “Approvo il progetto. In ogni caso, se lo porti avanti, fallo con leggerezza d’animo!”.

Proprio così. Con leggerezza d’animo. La stessa che ho riscontrato nelle persone che mi hanno dato l’onore di questa proposta. Sto riflettendo ancora. Con leggerezza d’animo dobbiamo dire che – se dovessi decidere di candidarmi e se dovessimo vincere – questo paese lo cambieremo davvero. Ma è importante, anzi fondamentale, che la parte migliore della città esca allo scoperto e si scommetta. Ora o mai più!

 

Post scriptum: il progetto esposto in questo articolo, è il frutto delle nostre riflessioni. Dispiace dirlo, ma negli ultimi decenni, nessuno dei candidati a sindaco o al Consiglio comunale – fino a prova contraria – ha espresso una sola idea in sintonia con queste. Senza volere apparire presuntuosi, si prega – in caso di mancanza di progettualità – di non copiare da questo pezzo, non perché le nostre idee abbiano il copyright, ma perché è giusto che ognuno esprima la cultura di cui è portatore. Invitiamo pertanto i lettori a diffidare dalle eventuali imitazioni.

 

Luciano Mirone

Evasione contributi: a Catania 42.000 denunce in cinque anni. Collaborazione fra Inps e Procura da zenzero quotidiano

Scritto da Patrizia Maltese il 17, dic, 2012 in Lavoro, Primo Piano

Evasione contributi: a Catania 42.000 denunce in cinque anni. Collaborazione fra Inps e Procura Dal 2007 al 2012 l’Inps ha presentato alla Procura della Repubblica di Catania oltre 42.000 denunce che riguardano datori di lavoro che non hanno versato i contributi per i loro dipendenti.
Lo ha reso noto il procuratore Giovanni Salvi durante un incontro, al Palazzo di giustizia, alla presenza del presidente dell’Istituto di previdenza, Antonio Mastrapasqua, nel corso del quale sono state illustrate le misure organizzative adottate per una migliore collaborazione tra l’Ente e il settore civile e penale della giustizia, nell’ambito di un progetto pilota avviato a Catania.
“Tra un arretrato che sta per arrivare e quelli che arrivano ogni anno – ha sottolineato Salvi – è un numero di procedimenti che potrebbe mettere in ginocchio gli uffici giudiziari, quindi abbiamo avviato con l’Inps una collaborazione per trovare un modo di trattazione che sia rapida ed efficace”.
Il procuratore ha spiegato che è stato sperimentato “un meccanismo di accorpamento delle notizie di reato secondo determinati protocolli che abbiamo individuato e abbiamo previsto che le notizie di reato vengano inviate secondo alcuni moduli prestabiliti anche al fine di rendere più semplice le fasi successive di dibattimento e decreto penale di condanna”.
Inoltre – ha aggiunto – “abbiamo organizzato una struttura all’interno dell’ufficio capace di gestire questi processi in maniera molto più rapida ed efficiente e soprattutto un sistema informatizzato in grado di trattare questi procedimenti con minor intervento degli operatori, consentendo perciò un risparmio di energie umane”.
Mastrapasqua ha precisato che l’evasione contributiva è “un fenomeno diffuso in Italia” aggiungendo che però “un rapporto stretto e forte tra Procura, Tribunale ed Inps sta dimostrando che le pubbliche amministrazioni non soltanto possono, ma debbono dialogare e tutto questo a vantaggio dei lavoratori perché, ricordiamo, le aziende non pagano i contributi che trattengono ai lavoratori, distraggono i fondi e i lavoratori hanno un nocumento e le aziende non pagano”.
Per il presidente dell’Inps, “questo rapporto farà sì che invece in maniera spedita, totalmente informatizzata e semplificata si possa velocemente intercettare le aziende che non pagano i contributi”

Sicilia militarizzata, il caso Muos finisce al Parlamento Europeo: Martin Schulz scrive al presidente del consiglio comunale di Caltagirone Giuliano da:iene sicule

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Arriva l’intervento del “numero uno” dell’assise comunitaria. Dal comune di Caltagirone il suo “collega”: “gesto di attenzione a una tematica che ci sta molto a cuore”. Nella foto una scalinata di…No Muos nel centro calatino.

a cura di iena ecologista

Dall’ufficio stampa del comune di Caltagirone:

“la mozione anti-Muos (che le comunità del territorio definiscono “un mostro dannoso a salute e ambiente”) votata dal Consiglio comunale di Caltagirone lo scorso 5 ottobre riceve le attenzioni del presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, che ha scritto al presidente dell’assise calatina, Luigi Giuliano, comunicando di avere informato la commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare e la commissione per le petizioni.
“Un gesto di attenzione a un tematica che ci sta molto a cuore perché attiene alla difesa del territorio e delle nostre comunità – osserva Giuliano – e che continuerà a vederci impegnati sino all’auspicato esito positivo”.
Schulz rileva che: “Secondo la direttiva 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat, la compatibilità di tali installazioni con gli obiettivi di conservazione di un sito deve essere stabilita caso per caso dalle competenti autorità nazionali. Alcuni deputati europei hanno recentemente posto interrogazioni scritte sull’argomento alla Commissione europea e le informazioni in possesso della Commissione non indicano alcuna potenziale violazione delle summenzionate disposizioni da parte delle autorità italiane.

Il Parlamento europeo, nella sua risoluzione del 2 aprile 2009 sulle preoccupazioni per la salute connesse ai campi elettromagnetici, ha esortato la Commissione a procedere alla revisione del fondamento scientifico e dell’adeguatezza dei limiti sui campi elettromagnetici fissati dalla raccomandazione 1999/519/CE e segue con costante attenzione gli sviluppi delle conoscenze scientifiche in merito, monitorate dalla Commissione con l’ausilio del Comitato scientifico rischi sanitari emergenti recentemente identificati, per assicurare che i limiti d’esposizione in vigore siano sufficienti ad assicurare un livello elevato di protezione del pubblico”.

Agricoltura: da dodici giorni a Vittoria la protesta dei produttori per salvare il lavoro da:zenzero quotidiano

Scritto da Patrizia Maltese

Agricoltura: da dodici giorni a Vittoria la protesta dei produttori per salvare il lavoro

Oggi sono dodici giorni: dodici giorni che fanno lo sciopero della fame per attirare l’attenzione sul rischio che presto a fare la fame saranno tutti i produttori agricoli siciliani (ma anche quelli italiani) e per primi quelli medio-piccoli con tutto ciò che gira intorno. Tradotto in numeri, vuol dire 160.000 aziende agricole isolane che rischiano la chiusura e un totale di circa un milione e mezzo di lavoratori fra diretto e indotto (cioè trasporto e commercio, ma pure consorzi di bonifica e ispettorati agrari) che potrebbero vedere sfumare il loro lavoro.
Lo sciopero della fame – per attirare l’attenzione dei governi regionale e nazionale e sottolineare quanto la crisi, già pesante altrove, in Sicilia possa trasformarsi in dramma, dal momento che l’agricoltura resta ancora la prima risorsa – è stato indetto da Altragricoltura che ha scelto come luogo simbolico piazza Calvario di Vittoria, il comune simbolo dell’agricoltura di qualità, a indicare le sofferenze della categoria, e l’ha riempita di altri simboli: la serra che qui diventa luogo della mobilitazione e della proposta, un vecchio arancio morto addobbato di melanzane e pomodori “ciliegini”, un alberello giovane perché se decidi di lottare vuol dire che alimenti la fiducia nel futuro.
Anche se il passato e il presente fanno vedere una realtà durissima: perché la crisi del settore agricolo, che oggi è aggravata da quella generalizzata e globalizzata, parte da almeno quindici anni prima. E una, se non la principale, delle cause si chiama grande distribuzione: “Tantissime aziende – ci ha spiegato Gaetano Malannino, animatore della protesta e presidente nazionale dell’organizzazione sindacale Altragricoltura – stanno chiudendo per indebitamento, perché non hanno più reddito da anni, eroso dalla speculazione”. Malannino ricorda che “fino a 15 anni fa il ciliegino era una ricchezza” distribuita equamente: un terzo alla produzione, uno alla trasformazione, l’ultimo alla commercializzazione. Oggi 2/3 sono della commercializzazione, mentre produzione e trasformazione devono dividersi la parte residua e questo “ha fatto saltare gli equilibri”, perché “produzione e trasformazione sono il lavoro, mentre la commercializzazione è la speculazione, sono i potentati economici”.
Malannino parla degli effetti che questo avrà sull’intero Paese (“Questa nazione in breve tempo non avrà autoproduzione di cibo”), sottolinea come l’azienda agricola dovrebbe essere considerata “patrimonio sociale”, spiega che la protesta serve a “invertire la tendenza” con riguardo all’attenzione che la politica dovrebbe riservare a un settore fondamentale, e infine scende nel particolare per rendere comprensibile la portata della cosa: “A Vittoria l’80% vive di agricoltura: saltando l’80% dell’economia, salta tutto”.
Però ribadisce che la questione è nazionale e infatti gli occhi sono puntati sull’incontro che ci sarà domani a Roma delle commissioni Agricoltura di Camera e Senato in seduta congiunta, al quale parteciperanno presidenti di regione, sindaci e singoli agricoltori per ricordare come la questione non riguardi soltanto gli addetti ai lavori, ma investa tutto il mondo del lavoro. E infatti, sottolinea il presidente di Altragricoltura, un primo incontro con il presidente della Commissione del Senato, Paolo Scarpa Bonazza, ha avuto come effetto un’interpellanza al capo del governo e ai quattro ministri intorno ai quali ruota la questione: Agricoltura, Lavoro, Sanità ed Economia.
Dall’appuntamento di domani gli agricoltori si aspettano un documento che impegni il prossimo governo a mettere nella sua agenda la tutela del settore al primo punto con un paio di richieste ben precise da parte dei produttori: una moratoria dei debiti delle aziende in crisi e un sostegno alla ricostruzione del reddito “derubato – per Malannino – dai grossi potentati economici”, la speculazione, la grande distribuzione, appunto, che nei suoi supermercati ci fa pagare i “pomodorini” fino a cinque euro al chilo, ma ai produttori li ha pagati trenta centesimi.
Per Altragricoltura questo “si può regolamentare, pur essendo in un sistema capitalista” e il nodo è quello della “sovranità alimentare, il diritto di ogni popolo a produrre e consumare cibo”.
Appunto: produrre e consumare. Ma se continua così non ci sarà più nessuno che produce: Malannino riferisce che già il 40% delle aziende agricole nazionali ha chiuso e prevede che nel territorio di Vittoria, soltanto fra questo mese e il prossimo, ne spariranno centinaia.
Per questo la protesta (che ha raccolto la solidarietà e la partecipazione attiva di diversi sindaci e amministratori locali) non si è fermata malgrado la convocazione della riunione di domani e non si fermerà se non ci saranno risposte concrete: uno dei manifestanti ieri si è sentito male, è dovuto andare in ospedale ma poi è ritornato subito dai suoi compagni di lotte e “se martedì non succede niente – avverte Malannino – noi da qui non ci muoviamo”.

18 dicembre 2012: Giornata d’azione globale MIGRARE PER VIVERE! FERMIAMO LA STRAGE!

Migrare è una scelta per la vita: per sfuggire alla miseria o alla guerra, per costruire un futuro per sé e per i propri famigliari. Tuttavia, purtroppo, attraversare le frontiere, terrestri o marittime, vuol dire spesso vivere situazioni pericolose e rischiare la vita. Le rotte migratorie nel mondo sono punteggiate di fosse comuni e di tombe. Sono anche luoghi in cui migliaia di persone scompaiono nel nulla ogni anno, lasciando i loro famigliari nell’angoscia dell’incertezza. Succede al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, lungo le piste del Sahara, a Ceuta e Melilla, verso e all’interno della Cina, nel Mare Mediterraneo. Ma anche lungo le frontiere che ancora separano l’Europa orientale da quella occidentale e quelle che dividono i paesi dell’America meridionale.

Due luoghi, distanti geograficamente tra di loro, esemplificano questa drammatica situazione.

Tra gli Stati Uniti e il Messico è stata costruita una barriera di separazione di oltre mille chilometri, lungo la quale hanno perso la vita migliaia di migranti. Ma ancor prima di raggiungere quel muro della vergogna, migliaia di uomini e donne sono scomparsi lungo il tragitto percorso da un vecchio treno noto col sinistro nome de “La Bestia”. I rapporti delle organizzazioni di difesa dei diritti umani in Messico e a livello internazionale stimano che almeno 60 mila persone sono scomparse in transito in Messico da quando questo paese ha iniziato la “guerra contro il crimine organizzato” nel 2006. Si dice che “il Messico è un cimitero di migranti”.

Il Mar Mediterraneo, frontiera naturale tra l’Europa e il Maghreb, antico luogo di incontro tra i popoli, è ora un cimitero marino. Il naufragio delle cosiddette “carrette del mare” è diventato la normalità, addirittura sotto gli occhi delle pattuglie della Nato. Negli ultimi 20 anni sono almeno 20 mila le persone che hanno trovato la morte nel Mare Mediterraneo. E di molti altre non si hanno notizie.

Queste politiche di morte, messe in atto dai paesi ricchi e agite tramite strategie di respingimento e di chiusura delle frontiere, si traducono in una feroce caccia e sterminio della gente in movimento.

È una strage quotidiana che molte associazioni e reti nel mondo da diversi anni denunciano. Ma la gravità della situazione ci impone oggi unire i nostri sforzi! Urge restituire la dimensione globale dell’eccidio che si sta consumando lungo le frontiere di tutto il mondo. Urge che i popoli e i lavoratori del mondo, dei paesi di origine, di transito e di destinazione alzino le loro voci contro questa strage in atto.

Per questo proponiamo, in occasione del prossimo 18 dicembre 2012, di far convergere tutte le iniziative e le campagne che diverse reti e organizzazioni a livello internazionale e locale stanno già realizzando su questa drammatica vicenda e in generale per la difesa dei diritti umani dei migranti, rifugiati ed sfollati.

Lo scorso anno, in quella stessa data, diverse organizzazioni e reti si sono messe insieme per realizzare la prima giornata d’azione globale contro il razzismo e per i diritti dei migranti. Vorremo che questo 18 dicembre 2012 si trasformi nuovamente in uno spazio unitario che amplifichi le voci di tutti coloro che dicono

MIGRARE È VITA! FERMIAMO LA STRAGE”.

Una giornata per contrastare le strutture e le politiche anti-immigrati degli Stati, i primi responsabili di questa tragedia. Una giornata per affermare il diritto a migrare e a non migrare, il diritto a stabilirsi e a non essere sfollato forzatamente e alla libertà di circolazione. Una giornata un cui ricordare che gli uomini e le donne morti nelle rotte migratorie avevano invece scelto la vita e sognavano un mondo migliore per se e per i propri cari. Una giornata in cui esigere notizie certe sulla migliaia di migranti scomparsi in queste stesse rotte. Una giornata per affermare che finché c’è un migrante scomparso, ci sarà una madre, un padre, una sorella, un amico, una compagna che lo cercheranno.

VIVI SONO PARTITI, VIVI LI VOGLIAMO! sito http://globalmigrantsaction.org

Sin dalla nascita del villaggio della “solidarietà” a Mineo abbiamo denunciato la squallida operazione dell’ex ministro Maroni di sperimentare nuove politiche segregazioniste anche per i richiedenti asilo in uno sperduto villaggio lontano oltre 10 Km dal primo centro abitato e di dilapidare con l’emergenza Nordafrica decine milioni di euro (6 milioni di euro l’anno solo per spese di locazione alla spa Pizzarotti di Parma) . Denunciamo che il Cara di Mineo, luogo di profonde sofferenze ( 7 manifestazioni di protesta all’esterno e numerosi casi di tentato suicidio), ha rubato oltre un anno di vita a migliaia di migranti che avrebbero potuto usufruire subito, in caso di diniego della richiesta d’asilo, di un permesso di soggiorno per protezione umanitaria, soprattutto a quelli che provenivano dalla guerra in Libia (l’85% delle operazioni belliche provenivano da Trapani Birgi e da Sigonella), così come è avvenuto negli anni scorsi a chi fuggiva dalla guerra in Afghanistan ed Irak.

Con la metà del denaro pubblico dilapidato si sarebbero potute accogliere, moltiplicando i progetti SPRAR (Servizio di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), altrettante persone in piccoli e medi paesi, favorendo il loro progressivo inserimento sociale e lavorativo, invece dal marzo 2011 si è militarizzata l’intera zona e si è arricchito chi sfrutta il lavoro nero nelle campagne circostanti. Molti richiedenti asilo attendono ancora il permesso di soggiorno, visti i numerosi e pretestuosi dinieghi con attese bibliche per i responsi ai conseguenti ricorsi. Il prossimo 18 dicembre nella giornata di azione globale contro il razzismo organizzeremo anche quest’anno un incontro di fronte al megaCara della vergogna per la sua chiusura e facciamo appello ai migranti ed a tutte le realtà solidali a costruire insieme un percorso di solidarietà e di lotta per i diritti di cittadinanza e di asilo

martedì 18 dicembre dalle 15 alle 18 (interverrà Antonio Mazzeo)

Incontro Interetnico di fronte all’ingresso del villaggio degli aranci di Mineo

in ricordo del venticinquenne nigeriano GIBSON DESMOND, travolto da un’auto vicino al Cara il 27/11

Rete Antirazzista catanese, Associazione volontari per la protezione civile Astra-Caltagirone,Comitato di base NoMuos NoSigonella (Ct), Comitato NoMuos OndEvitare-Caltagirone, Comitato cittadino di Mineo “Calatino solidale”

protesta degli attivisti all’Angelus:”omofobia=morte”Fermati dalla polizia

Recepita male e troppo tardi da:corriereimmigrazione

Cronaca di un convegno dedicato a una disposizione europea che per l’Italia è sempre stata indigesta. Come sono andate le cose e cosa fare per limitare i danni.

Venerdì 14 dicembre si è svolto presso l’Università di Palermo il convegno Detenzione amministrativa ed allontanamento forzato dopo la Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri organizzato dal Dottorato di Ricerca in Diritti umani: evoluzione, tutela e limiti, e dall’associazione Borderline Sicilia Onlus. Nel corso del convegno è emerso come il tardivo e parziale recepimento in Italia della Direttiva rimpatri permetta un esercizio della discrezionalità amministrativa da parte delle autorità di polizia che giunge a negare il riconoscimento effettivo dei diritti fondamentali della persona, diritti che spettano anche agli immigrati irregolari, come afferma espressamente l’art. 2 del Testo Unico 286 del 1998.

Dopo il saluto del coordinatore del Dottorato prof. Aldo Schiavello, i lavori sono stati introdotti da Judith Gleitze dell’Associazione Borderline Sicilia Onlus. L’avvocato Marco Evola, studioso di Diritto comunitario presso l’Università di Palermo, ha posto in evidenza come dopo il Trattato di Lisbona il giudice interno abbia la possibilità di sollevare questioni pregiudiziali anche in via d’urgenza, sospendendo il giudizio interno e rimettendo gli atti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Lo stesso ha però sottolineato come nei suoi precedenti interventi in questo campo la Corte abbia dimostrato maggiore sensibilità rispetto alle questioni procedurali ed all’effetto “utile” della Direttiva sui rimpatri (l’allontanamento dell’immigrato irregolare) piuttosto che alla diffusa tendenza di sanzionare penalmente l’ingresso e la presenza irregolare, e come la tutela dei diritti fondamentali della persona sia sempre stata relegata allo sfondo.

Il prof. Emilio Santoro dell’Università di Firenze ha ridimensionato l’eccessiva fiducia fin qui riposta negli interventi della Corte di Giustizia, soprattutto dopo le sentenze di compromesso nei casi Achugbabian e Sagor, richiamando la genericità del dettato della Direttiva sui rimpatri con riguardo alle persone «scoperte in occasione dell’attraversamento irregolare delle frontiere», che di fatto potrebbero essere escluse dal suo campo di applicazione, e dunque dal sistema di garanzie che questa stabilisce, sulla base di una scelta meramente discrezionale delle autorità di polizia. Lo stesso ha messo in evidenza come i casi di “respingimento differito” disposto dal Questore rientrino certamente nel campo di applicazione della Direttiva e come la previsione di un generico «rischio di fuga» nella legge 129 del 2011, come ipotesi che legittimerebbe comunque il trattenimento amministrativo, ha violato il rapporto di priorità tra allontanamento volontario e allontanamento forzato stabilito a livello comunitario. Anche il mantenimento del reato di immigrazione clandestina, seppure sanzionato solo con una pena pecuniaria, e la possibilità che, di fatto, l’espulsione con accompagnamento forzato ne costituisca un succedaneo immediato, anche alla luce dell’art. 16 del T.U. 286 del 1998, sono circostanze che meriterebbero la riproposizione di ricorsi alla Corte Costituzionale, sotto il profilo della possibile violazione degli articoli 3, 10, 13 e 24 della Carta costituzionale.

Le successive relazioni hanno denunciato come il legislatore italiano non abbia attuato parti importanti della Direttiva 2008/115/CE, mantenendo immutato l’impianto, introdotto dalla legge Bossi-Fini del 2002, che estende ad una generalità di casi l’accompagnamento in frontiera ed il trattenimento amministrativo. Lo stesso trattenimento amministrativo, secondo la Direttiva, andrebbe finalizzato esclusivamente all’esecuzione delle misure di allontanamento forzato e dovrebbe cessare non appena sia evidente che tale allontanamento non si potrà più verificare. Inoltre, secondo la Direttiva, il trattenimento amministrativo nei centri di detenzione può superare i sei mesi solo in casi eccezionali da motivare individualmente. Gli interventi degli avvocati Alessandra Ballerini del foro di Genova, Barbara Cattelan del foro di Torino, Gaetano Pasqualino del foro di Palermo, Donatella Buscaino del foro di Trapani, Christian Valle del foro di Napoli, hanno documentato come nelle prassi applicate siano stati sistematicamente violati i diritti di difesa a partire dal principio del contraddittorio e del giusto processo, come sia mancata una effettiva possibilità di agire i diritti di difesa, anche per i tempi eccessivamente ristretti, oltre che per il continuo trasferimento dei migranti da un centro all’altro, con gravi questioni di competenza e giurisdizione ancora all’esame della Corte di Cassazione, soprattutto per quanto riguarda il sistematico rifiuto di molti giudici di pace a trattare i ricorsi contro i decreti di respingimento differito adottati dai questori. Si è rilevato inoltre come i giudici di pace coinvolti nelle procedure di convalida svolgano un ruolo di mera ratifica dei provvedimenti di respingimento e di trattenimento dei questori, ragione per la quale si dovrebbe ripristinare la competenza dei giudici togati in una materia che tocca i diritti di libertà.

Nel suo intervento Fulvio Vassallo Paleologo, dell’Università di Palermo, ha denunciato come i casi di respingimento dopo l’ingresso irregolare nel territorio dello stato rimangano ancora oggi affidati alla più assoluta discrezionalità amministrativa. La vigente normativa italiana (art. 10 del T.U. 286 del 1998) si pone dunque in forte attrito con la direttiva 2008/115/CE che non esclude i respingimenti “differiti”, che potrebbero contrastare anche, per come sono effettuati nella prassi applicata, con principi costituzionali (art. 3, 13, 24 e 32) e con il Regolamento sulle frontiere Schengen n.562 del 2006 che impone precise garanzie procedurali, di fatto ignorate dalle autorità di polizia. Il trattenimento prolungato in centri di prima accoglienza o in altri centri “informali”, come palestre, stadi, capannoni industriali, aree portuali, non garantisce il rispetto dei diritti della persona sancito anche a livello internazionale e non può essere giustificato soltanto dalle legittime esigenze investigative.

Gabriella Guido, coordinatrice nazionale della campagna LasciateCIEntrare, ha ribadito l’esigenza di aprire uno squarcio su una materia che oggi viene sistematicamente nascosta all’opinione pubblica, proseguendo le visite nei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) non solo al fine di verificare le condizioni di trattenimento e il rispetto delle norme, ma anche allo scopo di chiedere la chiusura di strutture che non rispettano neppure la dignità della persona. Al termine del convegno tutti i relatori hanno concordato di rafforzare le reti di difesa già esistenti a livello locale, al fine di intervenire con la massima tempestività nei casi più gravi di “sequestro dei diritti” dei migranti in frontiera e di promuovere iniziative di formazione tendenti a rafforzare le capacità di difesa degli avvocati e degli operatori che avranno la possibilità di intervenire in questi casi.

Fulvio Vassallo Paleologo

Cgil: “La cig sta costando 7.400 euro a lavoratore e per il 2013 non ci sono soldi”da:il fatto quotidiano

Quasi 4 miliardi di euro. A tanto ammonta, secondo le stime della Cgil, la perdita di reddito complessiva che si è generata nei primi 11 mesi del 2012 per i lavoratori italiani in cassa integrazione. Il dato medio unitario, sempre secondo il sindacato guidato da Susanna Camusso, è di 7.400 euro, per un totale di 3,8 miliardi. E il 2013 potrebbe andare molto peggio, visto che le coperture previste dal governo per gli ammortizzatori, anche dopo lo stanziamento aggiuntivo definito venerdì 14, non sarebbero sufficienti.Il calcolo della Cgil è stato fatto sulla base dei dati diffusi dall’Inps il 6 dicembre scorso, in base ai quali tra gennaio e novembre le ore di cassa integrazione chieste all’istituto di previdenza dalle aziende hanno superato quota un miliardo, pari a 520.000 persone in cassa a zero ore. Con 1.004 milioni di ore di cig in 11 mesi e, con il dato di novembre, ancora una volta oltre 100 milioni di ore registrate in un solo mese, sottolinea il sindacato in una nota, “il trend della cassa ripercorre le tappe del catastrofico 2010” che si chiuse con quasi 1,2 miliardi di ore di cassa integrazione autorizzate.

Novembre, dice il segretario confederale Elena Lattuada, è il 47esimo mese di una crisi, “che dovrà ancora a lungo dispiegare i suoi effetti negativi”, mentre lanciava l’allarme sui fondi a disposizione per finanziare la cassa integrazione in deroga per il prossimo anno. Su questo fronte la Cgil, che aveva promosso un presidio a Roma in piazza del Pantheon a partire dalle 10 di lunedì 17 dicembre, giorno in cui la legge di Stabilità approderà nell’aula del Senato, per denunciare “l’insufficienza delle risorse destinate agli ammortizzatori in deroga” e per rivendicare “la necessità di reperire nuove coperture all’interno di questo stesso provvedimento”.

Il sindacato di corso d’Italia infatti aveva denunciato che la mole di risorse al momento previste è “assolutamente insufficiente” e, secondo una proiezione fondata sulla spesa per la cassa in deroga nel 2012, “basterà a coprire soltanto i primi mesi dell’anno”. La Cgil stima infatti che per il rifinanziamento della cig in deroga ci vogliano almeno due miliardi di euro. “Gli interventi che prevedono percorsi di reinvestimento e rinnovamento delle aziende – spiega il rapporto della Cgil – nell’insieme non migliorano più e rappresentano solo l’8,20% del totale dei decreti, mentre il totale complessivo dei decreti sta raggiungendo il numero delle aziende coinvolte nel 2011”.

Numeri alla mano, lo studio del sindacato sul ricorso alla cassa integrazione in deroga – che è lo strumento per garantire un sostegno al reddito per i lavoratori delle imprese fino a quindici dipendenti, a quelle che non rientrano nella normativa della cassa integrazione straordinaria e alle imprese con più di 15 lavoratori che hanno finito il periodo della cassa straordinaria – emerge che da inizio anno a fine novembre si sono registrate 330 milioni di ore di cassa in deroga per un totale di lavoratori coinvolti a zero ore pari a oltre 170mila persone. Il tutto per una spesa stimata per l’intero 2012 pari appunto a 2 miliardi di euro.

Per questi motivi la Cgil aveva denunciato che il miliardo messo in campo per il 2013 “rischia di non garantire le coperture necessarie” a quei 170mila lavoratori mediamente coinvolti nei processi di cassa integrazione in deroga. La situazione, quindi, migliora senz’altro con lo stanziamento di ulteriori risorse deciso venerdì che ha portato la dote complessiva del fondo a 1,7 miliardi. O meglio, 1,5 sicuri, più circa 200 milioni di riserva.

Oggi anche la Uil ha diffuso una rielaborazione dei dati Inps sulla cassa integrazione. Secondo la Uil il mese di novembre 2012 se confrontato con lo stesso mese dei 4 anni di crisi, ha registrato il più alto numero di richieste di ore di cassa integrazione (oltre 108 milioni), con un coinvolgimento di circa 637 mila lavoratori nel mese in media. Lo studio sottolinea seppur in presenza di un dato macro che segnala il Nord come area maggiormente sofferente “i dati provenienti dalle Regioni, evidenziano che è la Basilicata a mostrare il maggior aumento di ore richieste rispetto ad ottobre (+75,4%)”.

Taranto si ribella alle imposizioni di palazzo Chigi. Diecimila in corteo contro i veleni dell’Ilva da controlacrisi.org autore:fabio sebastiani

“Un grande successo”. Cosi’ gli organizzatori hanno salutato la manifestazione che si è svolta ieri pomeriggio a Taranto per protestare contro l’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata all’Ilva e il decreto legge, in discussione in Parlamento, che impone alla magistratura il riavvio della produzione e il dissequestro dei prodotti finiti.Non meno di diecimila persone hanno attraversato in corteo la citta’, muovendosi dalla periferia sino al centro. Molta gente affacciata ai balconi e decine di negozianti che hanno abbassato le saracinesce in segno di solidarietà. Al corteo anche un gruppo giunto da Genova e due esponenti dei No Tav della Val di Susa. ”La lotta No-Tav – ha detto uno dei due, Claudio – ci ha insegnato che solo con la solidarieta’ si puo’ portare avanti una battaglia e si possono raggiungere risultati. Bisogna combattere questa casta di imprenditori e politici, coperti dallo Stato, che hanno portato alla distruzione dell’ambiente”.

Tantissimi gli slogans contro il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, e la famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva; sostegno pieno, invece, all’azione dei giudici. Piu’ in generale è emersa una forte disapprovazione per come la vicenda dell’Ilva e’ stata gestita sinora. Molte le critiche espresse al decreto legge che, secondo i manifestanti, viola i principi della Costituzione e antepone le questioni della produzione e del lavoro a quelle della tutela della salute. Nessun politico o amministratore era presente nel corteo, solo il consigliere regionale dell’Idv, Patrizio Mazza, e il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, consigliere comunale di Taranto, che da tempo hanno assunto una posizione fortemente critica e disapprovano sia l’Aia sia il decreto legge sull’Ilva.

‘Ma quale profezia Maya. Noi ci ammazza l’Aia’, si leggeva su uno striscione. Una ragazza con abiti della Palestina tiene alzato un cartello su cui c’é scritto ‘Caro Gesu’ quest’anno i pastori verranno da te senza pecore’, chiaro riferimento alle migliaia di pecore che si sono dovute abbattere a Taranto perché avvelenate dalla diossina. C’é qualche striscione più tradizionale come ‘Basta ricatto occupazionale, chi ha inquinato deve pagare’, ma la maggior parte sono ironici come ‘La nostra salute non è d’acciaio’, o con un accenno diretto al ministro dell’ambiente, Corrado Clini, come ‘Caso CLINIco’ e ‘Non siamo inClini a morire’. Alcuni striscioni sono di sostegno alla magistratura. Su uno, sono state riprodotte le facce di coloro che sono coinvolti nell’inchiesta giudiziaria Ilva