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Imu, arriva la mazzata di Capodanno: ecco Tares, la nuova tassa comunale da:il fatto quotidiano di Marco Palombi

Dopo l’Imposta immobiliare propria, a gennaio si pagherà ancora per l’abitazione. Un altro balzello, la “tariffa comunale sui rifiuti e i servizi”, sarà calcolata in base alla grandezza dell’immobile. Sostituisce Tarsu e Tia. E sarà molto salata

Avete appena pagato il saldo Imu o state per farlo (l’ultimo giorno utile è lunedì)? Nonostante l’incasso dovrebbe ammontare a quasi tre miliardi più del previsto, non vi potete rilassare: dal 1 gennaio e per tutto il mese dovete pagare “la piccola Imu”, una nuova imposta comunale che debutta nel 2013, detta Tares, calcolata in base alla grandezza della casa (è solo la prima rata, le altre ad aprile, luglio e ottobre).

E’ la classica bomba ad orologeria: il governo Monti l’ha istituita con la manovra del dicembre 2011, ma entra in vigore con l’anno prossimo. Non c’è speranza di rinvii: alcune norme necessarie per la sua applicazione sono state inserite nella legge di stabilità. Si può già dare per certo che sarà l’ennesimo aumento di tasse, ma la faccenda va spiegata. La Tares (tariffa comunale sui rifiuti e i servizi) è una creatura bifida: da un lato sostituisce Tarsu e Tia, vale a dire le imposte sui rifiuti, dall’altro introduce un ulteriore balzello per pagare i “servizi indivisibili comunali” (illuminazione, anagrafe, verde pubblico, etc).

Partiamo dall’immondizia: per quei comuni che hanno istituito la Tia (la tariffa ambientale) gli aumenti dovrebbero essere pesanti, ma non enormi. Peccato che siano solo il 17% del totale: il resto (6.700 su circa 9.000) ha la vecchia Tarsu e per i cittadini saranno mazzate. E’ previsto, infatti, che la nuova Tares debba coprire l’intero costo del servizio. Facciamo un esempio. A Milano raccolta e smaltimento costano 271,5 milioni l’anno: nel 2011 il comune ha raccolto con la Tarsu 209 milioni, saliti a 257 con gli aumenti di quest’anno. Risultato: nel 2013 Pisapia dovrà alzare l’imposta per trovare altri 14 milioni. Nota bene: il resto dei comuni con la Tarsu sono messi mediamente assai peggio di Milano.

Finita? Macchè. Resta la parte sui servizi. Per quella si pagherà di sicuro 30 centesimi per ogni metro quadro calpestabile sull’80% di case, negozi e capannoni, ma potranno essere 40 se il comune riterrà che gli servono altri soldi. Sconti non ce ne saranno: quei soldi – un miliardo di euro il gettito previsto – il governo li ha già messi a bilancio e verranno automaticamente decurtati dai trasferimenti ai comuni per il 2013. In sostanza i sindaci stanno facendo da gabelliere per conto dello Stato. Nelle città, quasi tutte nel centronord, che hanno già fatto i conti, dicono che l’aumento medio per i comuni con la Tia sarà del 20% circa (a Firenze si parla di oltre 30 euro in più ad utente), per gli altri parecchio di più. Confcommercio ha calcolato che l’aggravio medio per gli esercizi commerciali sarà invece pari al 293%. Nei comuni, peraltro, ora è caos organizzativo: tra Imu, tagli e Tares, troppe sono le novità e le variabili per chiudere i bilanci di previsione entro fine mese e così – grazie ad un altro emendamento arrivato ieri – ai sindaci è stata concessa una proroga fino a giugno. Una buona notizia? Per ora le rate saranno parametrate sulla vecchia tassa, la mazzata arriverà tra luglio e ottobre.

ASSEMBLEA PUBBLICA A CITTA’INSIEME SULLE SOCIETÀ PARTECIPATE DEL COMUNE DI CATANIA DOMANI (LUNEDI 17 DICEMBRE) ore 20.30 IN VIA SIENA 1 con l’assessore al ramo Roberto Bonaccorsi, l’esponente del Forum catanese Acqua Bene Comune Sara Giorlando e l’ordinario di economia politica all’Università di Catania Roberto Cellini

Abbiamo assistito alle ultime sedute del Consiglio comunale di Catania che hanno riguardato i più importanti documenti economico-finanziari dell’Amministrazione. Tra questi il piano di riordino del sistema delle partecipazioni societarie del Comune di Catania, conosciuto ai più come “piano di dismissione delle società partecipate”. Un piano imponente che riguardava originariamente tutte le società di proprietà comunale ma che, dopo la forte presa di posizione del Forum catanese Acqua Bene Comune, ha visto tenere fuori la Sidra, deputata alla gestione del servizio idrico.
Il piano è stato approvato la sera di lunedì 19 novembre a larga maggioranza dei consiglieri comunali e prevede la cessione totale di ASEC TRADE e CATANIA MULTISERVIZI nonché la cessione delle quote azionarie di minoranza di ASEC SPA (49%), AMT SPA (40%) e SOSTARE SRL (40%). Quest’ultime saranno soggette ai poteri di controllo del socio pubblico ed alla gestione operativa da parte di quello privato.
Il vice Sindaco con delega al bilancio e alle società partecipate, Roberto Bonaccorsi, ha più volte dichiarato che questo piano era necessario sia per i nuovi obblighi di legge (“spending review” dell’agosto 2012) sia per porre fine a un modo di gestire le società partecipate caratterizzato negli anni «da logiche di potere e di rappresentanza con un differenziale spesso negativo tra costi e benefici sociali». In sostanza questa “riforma” rappresentava l’unico modo per garantire quell’efficienza, efficacia ed economicità «che ciascuna organizzazione pubblica deve garantire».
Ma siamo certi che “vendere” fosse l’unico modo possibile per perseguire questi giusti e doverosi risultati? Il pubblico è davvero così incapace di badare ai servizi di tutti? Dobbiamo ormai considerare il pubblico fallito nel perseguimento del “bene comune”, ovvero di quello che dovrebbe essere il suo “scopo sociale”?
Queste e altre domande saranno il cuore dell’assemblea pubblica che CittàInsieme organizza per domani (lunedì 17 dicembre) alle ore 20.30 in Via Siena 1.
Saranno presenti Roberto Bonaccorsi (vice Sindaco e assessore al Bilancio ed alle Società partecipate del Comune di Catania), Sara Giorlando (esponente del Forum catanese Acqua bene comune) e Roberto Cellini (ordinario di economia politica all’Università di Catania).
L’incontro sarà, come sempre, trasmesso in diretta streaming su www.cittainsieme.it ed in qualunque altro sito o blog che copierà il codice html che si allega alla presente.
Tutti i cittadini sono invitati a partecipare.

Giarre 15 dicembre 2012 salone degli specchi del comune “ricordo di Peppino Alizzi” da parte dei compagni, alunni e amici.

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Giarre 15 dicembre 2012 inaugurazione di Largo Peppino Alizzi manifestazione in piazza con scopertura targa e deposizione di corona d’alloro.

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Cambiare si può rispettando la Costituzione Autore: Alberto Lucarelli da:ombre rosse

La democrazia della rappresentanza si è trasformata progressivamente in un simulacro di cooptati e tecnocrati “calati dall’alto”, tradendo lo spirito della nostra Costituzione che intendeva costruire le politiche pubbliche su un intreccio virtuoso tra rappresentanza, democrazia diretta e democrazia partecipativa. Occorre ridare forze e potere ai cittadini, evitando che l’art 1 della nostra Costituzione, che assegna al popolo la sovranità, rischi di divenire une vera e propria mistificazione; uno strumento ipocrita che consente alle élites ed alla degenerazione del sistema dei partiti di governare indisturbati. Soltanto una democrazia partecipativa e diretta, fondata sui principi di giustizia sociale, equità, solidarietà, inclusività, può fronteggiare poteri irresponsabili, oscuri e tecnocratici, il cui orizzonte di breve periodo non stimola il senso etico individuale e sociale perché l’investimento morale non può essere misurato in ritorni monetari.
Il confronto politico, in vista delle elezioni di febbraio, è caratterizzato oggi dal consolidamento di un fronte, rappresentato in chi, a livello singolo o di gruppi, si identifica nelle linee del Movimento Arancione di Luigi de Magistris e in Cambiare si Può, di chi ritiene che sia arrivato il momento di disconoscere il principio della “sovranità” dei “giudizi dei mercati”, ovvero dei giudizi espressi da un modello capitalistico-affaristico al collasso.E’ arrivato il momento di comprendere che le misure anti-spread sono le stesse che ci hanno portato al collasso; è venuto il momento di affermare nuovi modelli di democrazia economica, nel quale l’economia ed il diritto – non quale strumento di affermazione di soprusi dei più forti ma quale strumento di tutela dei più deboli e degli emarginati – proteggano la persona umana e non il mercato che si occupa soltanto del profitto dei ricchi a discapito dei meno abbienti.

Fiscal compact, spending review
, pareggio di bilancio sono tutte misure incostituzionali che negano lo Stato sociale e la sovranità economico-sociale al nostro Paese. Sono strumenti del distruttivo turbo-capitalismo che non impediscono in nessun modo di fronteggiare la cieca e possente opera distruttiva della speculazione finanziaria, anzi ne sono strumenti ancellari.
Queste misure si stanno dimostrando assolutamente miopi e non in grado di evitare che la ricchezza degli speculatori, che oggi supera di dieci volte il prodotto interno lordo mondiale, pari a 600.000 miliardi di dollari, giri per il mondo senza aver alcun rapporto con l’economia reale, ponendosi come obiettivo soltanto la produzione di capitale finanziario mediante lo stesso capitale finanziario.

In questo senso occorre con legge disporre la nullità assoluta, per causa illecita, delle transazioni finanziarie speculative e tassare le stesse con una patrimoniale progressiva, ai sensi dell’art. 51 Costituzione.
Il modello capitalistico al quale si rifà il rigore del Governo Monti è in contrasto con i principi della nostra Costituzione, violando apertamente gli articoli che garantiscono la dignità della persona umana, l’eguaglianza tra i cittadini, lo sviluppo materiale e spirituale della società, il paesaggio ed il patrimonio storico-artistico del Paese, la proprietà personale dei beni strettamente indispensabili per la necessità della vita, la proprietà comune e collettiva demaniale. Tuttavia, nonostante la crisi globale, gli Stati hanno ancora ampie risorse, troppo spesso accaparrate abusivamente sotto forma di rendita e privatizzazione dei beni comuni, che la buona politica deve saper restituire alla comunità, stabilendo priorità ed offrendo indicazioni per il loro uso funzionale.

In Italia c’è un nuovo senso comune maggioritario che aspetta solo di potersi esprimere, come dimostrano quotidianamente le mobilitazioni dei giovani, delle donne, dei migranti, dei lavoratori, degli studenti, dei senza lavoro, contro i saccheggi dei territori e per la valorizzazione del lavoro.

Ripartiamo dall’eliminazione dei privilegi, da una politica “di mestiere” con costi fin troppo fuori controllo. Puntiamo all’annullamento del fiscal compact ed alla rinegoziazione del debito pubblico, attraverso un audit che ne certifichi le relative responsabilità e puntiamo all’introduzione di un reddito di cittadinanza, al potenziamento degli interventi a sostegno delle fasce più deboli.

Questi sono i primi passi, necessari, per combattere l’Europa delle banche e dei banchieri, e per avviare un programma di rilancio dell’economia, in grado di sostenere un tessuto economico fatto di microimprese e cooperative, per favorire l’occupazione giovanile e il reinserimento dei lavoratori espulsi dal sistema produttivo.

Vanno ripristinate da subito le tutele occupazionali e dei lavoratori cancellate dai governi Berlusconi e Monti, attivata un’imposizione fiscale più incisiva sui redditi elevati, sui patrimoni e sulle rendite finanziarie, cancellando gli aumenti delle imposte indirette e gli inasprimenti della fiscalità nei confronti dei redditi medio-bassi.

Moralità della politica per dare un segnale forte al ripristino della legalità, bloccando ogni tipo di infiltrazioni nelle istituzioni e nel sistema produttivo. Un fronte che deve esterndersi alla lotta all’evasione fiscale e alla corruzione, con recupero di risorse da destinare ad un welfare risanato dal clientelismo.

La scelta politica dei movimenti, inoltre, è soprattutto una scelta pacifista e di dialogo tra i popoli, con la destinazione dei risparmi delle spese militari a sanità, scuola pubblica, ricerca e innovazione. Cambiare si può, lottando ogni forma di discriminazione e razzismo, per una società inclusiva dove ci sia il pieno riconoscimento dei diritti civili di individui e coppie a prescindere dal genere, dove la cittadinanza sia un diritto per tutti i nati in Italia.

La guerra di classe che infuria in Europa Autore: Dino Greco da:ombre rosse

C’è molto su cui riflettere a proposito di quel Nobel per la pace  con cui Stoccolma ha inteso gratificare l’Europa, capace di non replicare la drammatica stagione dei conflitti intercapitalistici e le spaventose mattanze che due guerre nate dal suo seno hanno provocato nel secolo scorso.Il parlamento europeo ha accolto con grande soddisfazione e con iperboli retoriche l’importante riconoscimento, che ha tuttavia steso un velo omertoso sulle guerre – evidentemente giudicate “minori” – a cui gli stati membri hanno preso e stanno tuttora prendendo attivissima parte, dentro e fuori dai confini del vecchio continente: le due guerre del Golfo, il conflitto nei Balcani, il bombardamento della Serbia e della sua capitale, la spedizione Afgana e – da ultima – l’aggressione alla Libia evidentemente non contano. Né fanno testo le stragi e le sofferenze inflitte a popolazioni inermi cui si attribuisce, evidentemente, un diversa qualità umana: è la morale a scacchi, intimamente ipocrita, dell’Occidente che riemerge come un cinico retaggio neocoloniale.

Per l’Italia, per la sua Costituzione, violata e vilipesa dai governi e dalle stesse istituzioni che dovrebbero presidiarla le cose stanno anche peggio: del solenne giuramento con cui si era ripudiata la guerra bandendola dal consesso dei popoli civili non è rimasto più nulla e le spese per munire gli arsenali militari dei più sofisticati armamenti e per finanziare le “missioni” all’estero sono lievitate sino all’assurdo.
E tuttavia, la guerra è stata e viene scatenata anche in forme diverse. Anzi, parafrasando von Clausewitz, possiamo ben dire che, oggi più che mai, la politica è la continuazione della guerra, sebbene condotta con altri mezzi. Ci riferiamo alla politica sequestrata dal capitalismo finanziario che proprio in Europa si è direttamente insediato al potere e che per il tramite della Banca centrale detta agli stati un tempo sovrani la perentoria ricetta economica e sociale che sta demolendo il welfare e archiviando le moderne costituzioni fondate sui diritti sociali e sulla democrazia parlamentare.

Il mercatismo assoluto alla von Hayek e alla Milton Friedman è la spina dorsale che ispira l’Europa della moneta, del mito del pareggio di bilancio, non meno che della speculazione finanziaria, calati come clave chiodate su tutte le conquiste sociali del secondo dopoguerra.
Il capitalismo reagisce oggi alla più devastante delle sue crisi con una concentrazione inaudita delle leve di comando nelle proprie mani a cui corrisponde un’analoga polarizzazione della ricchezza prodotta dal lavoro.

La sconfitta del movimento operaio e lo spostamento dei rapporti di forza fra le classi hanno contemporaneamente prodotto due effetti fra loro concatenati: la crescita del plusvalore assoluto estratto dal lavoro vivo, la disgregazione delle idee e della capacità di coalizione delle classi subalterne e della loro rappresentanza politica.

L’approvazione della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio e del Fiscal compact da parte dei partiti di ispirazione socialista (e a maggior ragione di quelli, come il Partito democratico, che sono approdati sulle sponde della  liberaldemocrazia) si configura come una resa senza condizioni, prima culturale che politica, all’ideologia delle classi dominanti, paragonabile al voto sui crediti di guerra che alla vigilia del primo conflitto mondiale portò allo scacco della socialdemocrazia e alla dissoluzione della Seconda internazionale.

Se il paragone sembra ardito, si guardi alle conseguenze reali che la politica economica, definita con molta audacia di “austerità”, ha  provocato, in Grecia in proporzioni già ora catastrofiche, ma in forme tendenzialmente simili in Spagna, Portogallo e, solo un passo indietro, in Italia. Si capirà allora quanto perversamente classista sia quel disegno e quanto il circolo vizioso sia senza via d’uscita. A meno che non si trovi la lucidità di analisi che si è smarrita, la capacità di proposta e di aggregazione politica che consenta di “fare saltare il banco” e di aprire un’altra fase.

La forza dei poteri dominanti è infatti sin qui consistita nella capacità di insufflare nelle menti la convinzione che una diversa strada non è data, che c’è “nelle cose” un’inerzia invincibile. Rompere questa camicia di forza, uscire da questo fatalismo impotente sono le precondizioni necessarie per affrancarsi dal giogo liberista.

E’ dunque di vitale importanza sottrarsi al gioco di specchi in cui si svolge la contesa fra gli schieramenti politici maggiori, quelli sostanzialmente intercambiabili in virtù del comune afflato montiano, quelli profondamente innervati di populismo reazionario o, ancora, quelli che sono espressione di una protesta molto urlata, ma priva di bussola e di progetto.

Il progetto politico e di governo in gestazione nella coalizione di forze, movimenti, associazioni, cittadini che va raggruppandosi intorno a “Cambiare si può”, segna invece un punto nella direzione giusta, apre una strada nuova, redistribuisce le carte ad un gioco politico ingessato, demistifica i luoghi comuni che riducono la politica ad una finta contesa, feroce nella forma, inconsistente nei contenuti.
Nel poco tempo a disposizione, le assemblee in corso di svolgimento in tutta Italia devono apportare contributi e consolidare la coesione programmatica che deve rimanere il solo punto discriminante della coalizione.

Anche nella composizione delle liste deve vivere un metodo nuovo, dialogante, aperto alle soggettività prodotte dal multiforme conflitto sociale di questi anni: senza che nessuno avanzi pretese di primazia, ma senza pregiudiziali esclusioni; senza boria di partito, ma anche senza spocchia professorale. Tutti alla pari: movimenti, cittadinanza attiva, partiti. Sì, anche partiti, quelli che con coerenza si sono battuti contro le politiche di Monti non meno che contro quelle di Berlusconi: perché non tutti i gatti sono bigi e non servono lavacri purificatori officiati da sacerdoti con zelo manicheo.

Concentriamoci invece sul lavoro di inclusione, di costruzione e di divulgazione che ha bisogno di tutte le risorse che possiamo mettere in campo, perché all’oscuramento mediatico, che sarà totale, dovremo opporre la generosità della militanza, la più estesa e capillare possibile.

Il ricatto dei mercati e la grande bugia dello spread Autore: Nicola Melloni da:ombre rosse

Cade il governo e ricomincia la solita storia: panico e preoccupazione per la reazione dei mercati. Il solito ricatto che sentiamo da almeno 12 mesi. Non si può fare politica, bisogna semplicemente ubbidire a quello che richiede il mercato, pena la bancarotta.

E dunque, lo scorso weekend è stato tutto un piangersi addosso. Ha iniziato Napolitano che invece di tranquillizzare ha deciso di buttare benzina sul fuoco, con parole torve e minacciose: «I mercati? Vedremo cosa fanno lunedì». E poi han continuato Corriere e Repubblica e tutti gli altri grandi sponsor del governo tecnico: «Comunità internazionale che non capisce e da lunedì ci farà pagare un prezzo assai alto» (De Bortoli), «Le dimissioni di Monti sono arrivate come un fulmine. Non certo un fulmine a ciel sereno perché sereno non è affatto ed anzi è rigonfio di nubi nere e cariche di tempesta….una campagna elettorale con l’insegna del “tanto peggio tanto meglio”, con i mercati in agguato e la finanza pubblica a rischio di grave pericolo» (Scalfari). Il messaggio era chiaro: non si può mettere in discussione la linea di politica economica finora adottata.

Lunedì  la Borsa ha aperto in ribasso, lo spread è salito, ed ecco che tutti i giornali titolavano sul grande rischio che correva l’Italia. Intanto Monti ribadiva: «I mercati? Li capisco». E di questo, almeno, nessuno ha mai dubitato. Forse allora avevano avuto ragione l’anno scorso quando ci era stato imposto il governo tecnico, una sorta di male necessario per evitare il peggio.

Ed invece… Mercoledì l’asta dei Bot è stata un successo coi rendimenti in ribasso, nonostante la crisi di governo. E giovedì è intervenuto addirittura Moody’s con una dichiarazione che ha tagliato la testa al toro: «Le turbolenze politiche in Italia hanno conseguenze limitate sull’affidabilità creditizia del Paese». Ma che sorpresa! Allora si può andare a votare senza mettere a rischio la stabilità del Paese, come d’altronde, nel mezzo della crisi, avevano fatto in Spagna, Portogallo, Irlanda e perfino, per ben due volte, in Grecia.

Attenzione però, ci dicono ora. Votare va bene, ma bisogna votare in un certo modo. Non a caso la preoccupazione principale del centrosinistra è quella di rassicurare i mercati e i partner europei (così giorni fa l’Unità ed anche Bersani intervistato dal Wall Street Journal). Che tradotto vuole circa dire, votate, vinciamo, ma la famosa agenda rimane sempre la stessa perché lo vogliono i mercati. E chi la discute è demagogico, populista, irresponsabile.

Ma siamo sicuri che sia proprio così? Chi sono questi mercati e cosa vogliono esattamente? Occorre fare chiarezza. I mercati sono entità astratte, composte da migliaia di operatori. I mercati, in fondo, siamo anche noi quando compriamo un Bot o un CCT. Gli investitori, quelli cioè che hanno messo i soldi, vogliono semplicemente una cosa, che i debiti vengano onorati. Che lo si faccia tassando i ricchi o i poveri, per loro ha poca importanza. Altra cosa, invece, è quella che vogliono i grandi capitalisti (anche se non tutti, per fortuna): loro vogliono meno tasse per i ricchi, libertà di licenziamento, salari bassi. C’è una bella differenza.

Per un anno e più ci hanno detto che l’austerity non si poteva discutere se non si voleva fallire. E che austerity non vuol dire, ad esempio, patrimoniale, ma Iva maggiorata e tagli a sanità e scuola. Ma eran tutte balle. In America, dove non c’è stata austerity, ed il debito è salito, i tassi di interesse sono scesi, non saliti. E recentemente, l’ex vice presidente di Moody’s ha attaccato Monti e Draghi, responsabili dei pessimi risultati dell’Italia. Ed anche un editoriale del Financial Times ha festeggiato le dimissioni di Monti, le cui politiche si sono rivelate inadeguate. Tanto per citare alcune autorevoli voci dei mercati finanziari che non credono in questo tipo di politica economica che arricchisce alcuni ma mette a rischio la tenuta proprio di quei famosi mercati di cui tanto parliamo. Gli investitori, infatti, sarebbero ben più contenti se l’Italia crescesse, perché soltanto con la crescita, e non certo con l’austerity, si possono pagare i debiti.

In realtà in questo anno, sotto il cosiddetto ricatto dello spread, si è approfittato della crisi per scassinare la Costituzione e far passare a tamburo battente le contro-riforme del lavoro e delle pensioni. L’agenda Monti è stata l’agenda del grande capitale che si approfitta di crisi, disastri ed emergenze per imporre politiche altrimenti inaccettabili, come spiegato già qualche tempo fa da Naomi Klein nel suo Shock Doctrine. Ora ci vorrebbero far votare sotto lo stesso ricatto, ripetendo le stesse bugie

Il business odioso del partenariato fonte:il manifesto autrice:Elisabetta Grande

Come il partenariato fra pubblico e privato possa rivelarsi un “business odioso” ce lo raccontano due casi americani di complicità fra stato e mercato ai danni della gente. In tempi di crisi, si sa, i budget degli uffici dell’accusa e dell’amministrazione penitenziaria sono in rosso, cosicché per sopravvivere – è questa la strategia statunitense – occorre far affari con le corporation e raccogliere le briciole di un bottino furtivo legalizzato dall’imprimatur dello stato. Ecco, allora, che le amministrazioni penitenziarie stipulano contratti di telefonia all’interno delle prigioni prevedendo una “commissione”, in percentuale sul guadagno o secondo una quota fissa, a loro favore da parte delle compagnie fornitrici del servizio. Gli uffici dell’accusa, invece, si accordano con le società di riscossione crediti per aggredire i debitori di Walmart, Target, Safeway, o di altri grandi magazzini, e per condannarli senza processo e senza la formulazione di un’accusa alla pena alternativa della partecipazione – a pagamento – a classi di financial accountability, da cui anche l’ufficio pubblico trarrà un piccolo guadagno.
Difficile dire quale delle due pratiche sia più odiosa, se quella di uno stato che divide i profitti con una compagnia telefonica ai danni dei carcerati e delle loro famiglie che pagano prezzi per una telefonata fino a cinque volte più alti del normale, oppure quella di uno stato che veste la locale Equitalia addirittura dei panni del pubblico ministero e del giudice penale in un colpo solo, per fare paura ai piccoli debitori delle grandi catene della distribuzione commerciale e costringerli a pagare somme molto più alte del dovuto,che, per l’eccedenza rispetto al debito, finiranno nelle tasche dei partner dello scellerato sodalizio. Per stabilire il triste primato occorre osservare le due pratiche più da vicino: una breve descrizione consentirà a chi legge di farsi un’idea di come pubblico e privato possano lavorare insieme per il profitto e contro la collettività.
Tre grandi compagnie monopolizzano oggi la telefonia carceraria negli Stati Uniti, si tratta di Securus Technologies,CenturyLink e Global Tel Link, l’ultima delle quali, venduta l’anno scorso da Goldman Sachs ad American Securities per la cifra di 1 miliardo di dollari (con un guadagno netto di 655 milioni di dollari in due anni), detiene contratti con le amministrazioni penitenziarie che coinvolgono il 57% dell’intera popolazione carceraria. Il monopolio è ottenuto grazie a una scelta operata dalle amministrazioni che privilegia fra i vari offerenti la compagnia che promette loro la più alta commissione (alias tangente), che, se in percentuale sul profitto, varia fra il 15% e il 60% . I prezzi delle telefonate fra prigionieri e familiari sono conseguentemente fortemente gonfiati e il costo finale ricade su chi già soffre per la detenzione di un caro, con cui non ha normalmente altri contatti che non siano telefonici, data la forte distanza geografica che spesso li separa e lo scarso alfabetismo che contraddistingue chi sta in prigione. Il mantenimento dei legami familiari attraverso le telefonate è, però, interesse anche della collettività tutta, giacché è noto come il detenuto che conservi un rapporto con la famiglia tenda al suo rilascio a ricadere assai meno nel reato.
Il secondo esempio di partenariato scellerato fra pubblico e privato coinvolge le procure statunitensi che in combutta con due agenzie private di riscossione crediti, la Californiana Corrective Solutions e la Bounce Back del Missouri, fanno profitti sui crediti, gonfiati e riscossi, di grandi catene commerciali. 300 contratti legano oggi gli uffici dei pm statunitensi alle suddette agenzie di riscossione crediti, le quali raggiungono,con lettere su carta intesta dell’ufficio dell’accusa che a ciò le autorizza, circa 1 milione di piccoli debitori l’anno, responsabili di aver pagato con assegni scoperti i loro acquisti. Le missive, a firma del procuratore, minacciano di pena detentiva chi non paghi non solamente il debito e i costi di riscossione annessi, ma altresì l’iscrizione a un corso di responsabilità finanziaria i cui profitti saranno divisi fra l’agenzia e l’ufficio dell’accusa. Il debitore si ritrova così ad accettare una pena alternativa alla prigione per un reato di truffa che non gli è mai stato contestato formalmente e per il quale nessun giudice lo ha mai condannato e né mai probabilmente lo condannerebbe. «Le agenzie restituiscono migliaia di dollari ai commercianti senza che i contribuenti siano gravati dei costi di un eventuale procedimento» si difendono gli uffici delle procure. D’altronde, l’accertamento della colpevolezza è da tempo un lusso nella patria del plea bargaining, che con la pratica del partenariato fra agenzie di riscossione crediti e uffici dell’accusa muove soltanto un passo ulteriore nella direzione della privatizzazione della giustizia, che del patteggiamento costituisce la logica. E di quale giustizia si tratti può ben dirlo Angela Yartz, ragazza madre, che per aver firmato un assegno scoperto di 47 dollari e 95 centesimi per una spesa effettuata da Walmart, si è vista recapitare una lettera firmata dal procuratore della contea di Alameda, ma in realtà proveniente dalla Corrective Solutions, che minacciava di applicarle la pena detentiva di un anno qualora non avesse pagato 280 dollari di cui 180 per la frequenza ad un corso di responsabilità finanziaria.

L’ignota tragedia della soggetività fonte:il manifesto autore:Michele Spanò

Si racconta che Michel Foucault, interrogato da un giovane studente sui fatti del terrorismo italiano, abbia risposto: «L’importante, oggi, è soprattutto San Crisostomo». L’aneddoto è il miglior viatico alla lettura del corso «Del governo dei viventi» (tenuto presso il Collège de France tra il 1979 e il 1980. il volume è stato pubblicato con il titolo Du gouvernement des vivants, Seuil, pp. 400, euro 26) e del seminario Mal faire dire vrai, tenuto nel 1981 presso l’Università di Lovanio e pubblicato dalla Presses Universitaires de Louvain (euro 30).
I due testi, che una felice congiuntura editoriale ha voluto fossero pubblicati insieme, sono infatti un’occasione preziosa per tornare sulle questioni – centrali nell’ultima riflessione foucaultiana – del rapporto tra governo e verità, e, dunque, sulla relazione di assoluta transitività che lega, nell’immanenza di un’ellisse, assoggettamento e soggettivazione, etica e politica (e – come emerge da questi testi – perfino quella bestia nera foucaultiana che è il diritto).
La «quinta» su cui si apre il corso è una sala del palazzo imperiale di Settimio Severo. L’attenzione di Foucault è catturata dal curioso rapporto tra uno spazio destinato all’esercizio del potere e all’amministrazione della giustizia e il suo soffitto, coperto dal cielo stellato, dipinto celando la configurazione astrale che diede i natali all’imperatore. La volta del cielo trapunta di stelle testimonierebbe di un più decisivo rapporto tra il logos cosmico e le sentenze pronunciate dall’imperatore: il governo di Settimio Severo segue una curva che va dagli astri al mondo, qualificandosi, dunque, come uno speciale modo di esercitare il potere cui si accompagna, o attraverso cui si esprime, la manifestazione dell’ordine vero del mondo.
Questa bizzarra ouverture offre il destro a Foucault per introdurre un tema che ha più di qualche elemento di continuità con le sue riflessioni precedenti e che si rivelerà in ogni caso decisivo in quell’opera di infinito ritorno sul proprio gesto filosofico. Se, anche nei corsi dedicati alla governamentalità, la ricerca foucaultiana era stata centrata sull’analisi delle ragioni per cui non è possibile governare senza possedere un’accurata conoscenza dell’ordine delle cose e della condotta degli uomini, questa necessità di natura economica e amministrativa si rivela solo una prestazione possibile di quella più cruciale relazione che lega l’esercizio del potere alla manifestazione della verità.
Un antidoto all’utilitarismo
La verità del cielo stellato di Settimio Severo eccede infatti le conoscenze utili al governo. Si tratta, perciò, di una verità esorbitante e supplementare, il cui modo di manifestarsi non risponde che in minima parte ai modelli epistemici classici. Esisterebbe infatti – aldilà di ogni conoscenza razionale – una manifestazione pura del vero: non una verità da stabilire o da fissare e neppure una verità che semplicemente si oppone al falso. La verità di cui si tratta qui è quella che sorge sullo sfondo dell’ignoto e dunque l’operazione che la concernerà non risponderà all’ordine dell’organizzazione di un sapere in funzione dell’esercizio del governo; essa investirà piuttosto un rituale di manifestazione della verità che ha bensì un rapporto con l’esercizio del potere, ma assai diverso tanto dalla semplice utilità che dal puro calcolo.
Quella che Foucault addita è dunque una fondamentale coappartenza tra esercizio del potere e manifestazione di verità. Non c’è egemonia senza aleturgia (ossia una manifestazione rituale di verità): laddove c’è del potere e laddove si vuole che ce ne sia, là deve esservi manifestazione di verità. L’ipotesi che guida il corso è dunque quella di indagare i modi e le forme di un governo degli uomini attraverso la verità. Operazione che finirà per implicare anche la sovversione di quel nesso tra sapere e potere che tanta parte aveva avuto nelle ricerche foucaultiane. L’imperativo dell’indagine sembra quello, testualmente, di sbarazzarsi di questa griglia interpretativa. Se i corsi precedenti avevano messo in cantiere la revisione del concetto di potere attraverso quello di governamentalità, prima, e di governo, dopo, si tratta adesso di cimentarsi con uno speculare rimaneggiamento della nozione di sapere nella direzione del problema della verità: non si possono infatti dirigere gli esseri umani e le loro condotte senza compiere delle operazioni nell’ordine del vero, tali da eccedere sempre ciò che è necessario e utile. Foucault sembra insomma operare una correzione rispetto a La volontà di sapere, arrivando a sostenere che, se il potere non si riduce alla sua dimensione biopolitica, è proprio in virtù di questo cerchio aleturgico costantemente tracciato attorno al proprio esercizio.
La peripezia di Edipo
Seguendo questa intuizione – tanto nel corso che nel seminario – Foucault propone una lettura aleturgica di Edipo re. Se ogni tragedia greca è un’aleturgia, allora Edipo re è una sorta di aleturgia di secondo grado: essa allo stesso tempo produce e rappresenta (performa) una veridizione. C’è di più: giusta la riduzione aristotelica degli elementi chiave della tragedia alla peripezia e al riconoscimento, l’Edipo propone un percorso à rebours che va dal riconoscimento (della verità) alla peripezia (il modo in cui la verità si è prodotta). E l’intento foucaultiano è precisamente quello di isolare l’insieme di tecniche e procedure attraverso le quali si produce e si manifesta la verità della tragedia nell’intreccio drammaturgico di verità e veridizioni multiple: il potere – è questa la lezione di Edipo – si esercita attraverso una manifestazione di verità secondo la forma della soggettività, con effetti di salvezza per ciascuno e per tutti.
Proprio il rapporto tra verità e soggettività si guadagna il centro della scena del corso. Se esiste un modo di affrontare filosoficamente la politica che consiste nel domandarsi che cosa sia possibile dire del potere che lo assoggetta una volta che il soggetto si sia volontariamente sottomesso al legame con la verità attraverso un atto di conoscenza; esiste anche la possibilità di domandarsi, muovendo non già dal legame volontario alla verità quanto dalla stessa questione del potere, quale sia il rapporto tra il potere e il soggetto di conoscenza e quali effetti ciò abbia sul legame di verità cui questi si trova involontariamente sottomesso.
Non si tratta di allestire una critica della rappresentazione centrata sui dualismi del vero e del falso, scambiandoli per indicatori della legittimità del potere, ma di cogliere, nel movimento di separazione dal potere, indizi sul rapporto tra soggetto e verità. Non si tratta di un’epochè, ma del tentativo di non considerare nessun potere come dato, evidente o inevitabile, e quindi di non attribuirgli mai nessuna preventiva o intrinseca legittimità. Il rapporto tra soggetto e verità potrà essere indagato mostrando come in ultima istanza le relazioni di potere si reggano sul nulla.
Foucault sta additando nulla di meno che la costitutiva contingenza di ogni rapporto di potere. Si tratta di un’attitudine insieme teorica e pratica che concerne la non accettabilità del potere come principio di intelligibilità del sapere. Foucault decide di chiamarla «anarcheologia»: se nessun concetto è necessario o essenziale, è tuttavia possibile e opportuno analizzare il fragile tessuto storico entro cui esso si situa. Si avrà così una triangolazione che conduce dalla pratica ai suoi effetti sulla struttura dei saperi, fino agli effetti che questi ultimi imprimono sull’esperienza stessa del soggetto.
La tecnologia del potere
Sembrano così – condensati nel bizzarro concetto di anarcheologia – riapparire e chiarirsi tutti gli elementi che compongono il composito quadro del metodo foucaultiano: il rifiuto degli universali, l’antiumanismo metodologico, l’analisi tecnologica dei meccanismi di potere e il continuo spostamento in avanti dei punti di non accettabilità. L’anarcheologia del sapere non è uno studio globale delle relazioni tra potere politico e conoscenza scientifica, ma un’analisi cocciuta dei regimi di verità e delle relazioni che legano la manifestazione di verità e le loro procedure ai soggetti che ne sono gli operatori, i testimoni o gli oggetti. Essa è quindi una storia della molteplicità dei regimi di verità e dei modi specifici in cui si istituisce il legame tra manifestazione e oggetto di verità che ciascuno di essi comporta.
Foucault conduce perciò uno studio – o per lo meno la sua preparazione – di tutti quegli esercizi del potere che obbligano gli individui a farsi protagonisti di procedure aleturgiche. L’indagine si concentra sulla natura del rapporto tra soggetto di potere e soggetto attraverso il quale e per il quale la verità si manifesta. Questa inserzione del soggetto nel vivo dell’aleturgia verrà definito da Foucault – con un prestito dal lessico della penitenza – actus veritatis. L’esercizio del potere come governo degli uomini richiede, quindi, non solo atti di obbedienza, ma anche atti di verità e alla prima dovrà, di conseguenza, sempre accompagnarsi uno speciale modo di manifestare la propria verità di soggetti.
Se l’economia dogmatica è stata una forma eminente di pensare il rapporto tra governo degli uomini e regime di verità, allora il cristianesimo costituirà il quadro di verifica dell’ipotesi. Il regime di verità istituito dal cristianesimo non può infatti ridursi al dogma e alla credenza. Insieme e oltre al contenuto della credenza, esiste un atto di verità e, oltre e insieme alla professione di fede, esiste l’obbligo per gli individui di stabilire con sé stessi un rapporto di verità e insieme di produrre la propria verità con effetti che esorbitano l’ordine della conoscenza.
L’atto di verità come atto di confessione è l’operatore esemplare che permetterà a Foucault di mostrare la tensione e il rapporto tra due regimi di verità interni al cristianesimo. Se la fede è l’adesione a una verità esterna e inattingibile, il cui piano di soggettivazione coincide con l’accettazione di un contenuto, nel caso della confessione la verità è conquistata grazie a uno scandaglio del fondo della propria anima. Foucault si propone quindi un più approfondito attraversamento del cristianesimo, cui – in un progetto che sembra solo parzialmente rispettato dal dettato del corso – cerca di dare corso attraverso lo studio dell’esame di sé, della confessione e della remissione dei peccati.
Tra penitenza e mortificazione
Il rapporto tra soggettività e verità implica un’organizzazione complessa di tecniche differenti utili a legare l’obbligo alla verità con la soggettività: la probatio sui nel battesimo, la pubblicatio sui nella penitenza e l’esplorazione degli arcana coscientiae nell’esame e nella direzione. Si tratta, nei tre casi, sempre di una relazione che associa la mortificazione di sé, il rapporto con un altro e la verità. Questa articolazione definisce i confini di una speciale forma di obbligazione che non avrebbe mai finito di attraversare la storia della soggettività, modellandola e trasformandola fino a oggi. Soggettività e verità non comunicano soltanto nell’accesso del soggetto alla verità, ma anche attraverso la flessione del soggetto sulla sua propria verità, mediata da speciali esercizi capaci di metterla in parola. Non è necessario essere Edipo, sembra sostenere Foucault, per essere obbligati a operare la propria autoaleturgia.
Questa istituzionalizzazione dei rapporti tra soggettività e verità attraverso l’obbligo a dire la verità su se stessi, non si sostiene tuttavia senza l’organizzazione di una forma specifica di potere. Foucault, chiudendo il corso, ritorna sul quadro che – nella stanza di Settimio Severo – rappresentava l’ordine celeste e quindi la verità del mondo, tenendo al contempo nascosta la configurazione astrale che celava il destino di Settimio. Se l’imperatore romano – con il cielo stellato sopra di lui – domandava così il segno e la promessa della perennità del suo potere a una verità del mondo depurata dalla verità su di sé, il cristiano, che non ha la verità del mondo sopra la testa, ma la verità di sé nel fondo del cuore, è perciò obbligato a manifestarla a un altro, secondo i modi e le forme di un’obbedienza che prolunga la sua ombra sulla nostra stessa contemporaneità.
Quella «politica di noi stessi» su cui Foucault avrebbe cominciato a lavorare negli stessi anni, immaginando pratiche di soggettivazione all’altezza delle tecniche di assoggettamento che le fronteggiano, domanda di incominciare a disobbedire. In primo luogo a noi stessi.
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SCAFFALI

Un codice penale dentro la biopolitica

Il seminario «Du gouvernement des vivants» è stato tenuto da Michel Foucault alla Sorbona nel 1980 e si aggiunge ai testi sul governo dopo la lunga parentesi in cui il filosofo francese aveva affrontato il tema della governamentalità, forma specifica di esercizio del potere dove c’è compresenza di governo, produzione di soggettività – la soggettivazione – e sottrazione al potere. Il seminario è stato raccolto nel volume pubblicato da Seuil (pp. 400, euro 40), che si aggiunge agli altri testi già pubblicati dalla casa editrice francese. «Mal faire, dire vrai», pubblicato dalla casa editrice dell’Università cattolica di Lovanio (euro 30), è invece inedito. Raccoglie gli atti del seminario tenuto nel 1981 attorno al rapporto tra governo e verità e nasce da un’intenzionalità politica. In quel periodo, infatti, Foucault collaborò spesso con un gruppo di giuristi radicali, impegnati nella riforma del codice penale belga.