Stranieri in Italia, il rapporto annuale In Sicilia il tre per cento degli immigrati da CTZEN

Di Desirée Miranda

Presentato ieri mattina il XXII rapporto Caritas e Migrantes sull’immigrazione in Italia. Al contrario dell’opinione comune non arrivano soprattutto dal mare, ma dal resto d’Europa, si spostano per lavoro, famiglia e problemi umanitari e sono soprattutto giovani donne che si trasferiscono per restare

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«Un rapporto annuale che attraverso le cifre e non solo dimostra quanto sia importante e da considerare una risorsa la presenza dei migranti nel nostro paese». Con queste parole Santino Tornesi, direttore dell’ufficio diocesano pastorale Migrantes di Messina ha presentato il XXII rapporto Caritas e Migrantes sull’immigrazione in Italia ieri mattina al museo diocesano di Catania. L’obiettivo non è solo quello di mettere in luce le cifre, anzi, lo scopo è quello di puntare l’attenzione sulle persone che queste cifre rappresentano, tanto che il titolo che la Caritas ha voluto dare al volume è: «Non sono numeri».

«L’Italia ci da una visione miope dell’immigrazione e propone un modello sociale basato sulla precarietà in cui lo straniero è buono finché serve, un po’ come accadeva con noi in Germania, e stiamo ancora a discutere sulla cittadinanza ai minori nati in Italia o sul diritto di voto alle amministrative per i regolari, assurdo», dichiara Tornesi. Si cerca dunque di combattere quello stereotipo secondo cui i migranti sono tutti brutti, sporchi e cattivi e che si spostano dal loro paese solo per delinquere o per rubare il lavoro agli italiani. E per questo occorre recuperare almeno un po’ di memoria storica, secondo gli organizzatori del dossier, «perché dobbiamo sempre ricordare che anche noi siamo stati un popolo di migranti e in parte lo siamo ancora», afferma il direttore di Migrantes di Messina. Sono 28 milioni gli italiani partiti in cerca di nuove possibilità e di questi circa nove milioni non sono mai tornati.

Dal dossier emerge una presenza strutturale, giovane e a carattere familiare, tanto che circa il 20 per cento degli immigrati è proprietario di una casa. Inoltre, molte sono donne e ciò contribuisce anche ad aumentare il tasso di fertilità nel Paese.

I dati sugli stranieri in Italia riguardanti il 2011 non divergono troppo da quelli dell’anno precedente. Le regioni del centro nord si confermano quelle con una presenza più numerosa, «ma è chiaro che dipende dalle maggiori possibilità di trovare un’occupazione», spiega Tornesi.

La Sicilia si attesta intorno al tre per cento per il totale degli immigrati in Italia, anche se comunque, la percentuale dei permessi di soggiorno, richiesti soprattutto per lavoro, famiglia e problemi legati a vicende socio-politiche nei loro Paesi, è aumentata del 19,2 per cento. Catania, Palermo e Messina si confermano i tre capoluoghi con la maggiore presenza di stranieri che, come nel resto della penisola, arrivano soprattutto da altri paesi europei con in testa la Romania. «Al contrario di come i media nazionali fanno a volte apparire, solo il 12 per cento degli stranieri in Italia arriva via mare», dichiara ancora Tornesi.

Molti di loro sono lavoratori dipendenti, ma qualcuno, oltre a comprare casa, ha avviato delle aziende che danno lavoro anche ad italiani. Succede anche a Catania e più che negli altri centri siculi. E i soldi guadagnati, oltre che ad incrementare il Pil italiano concorrendo con l’11,1 per cento del totale, arricchiscono anche i loro Paesi di provenienza. «Secondo le statistiche un cinese in Italia ne mantiene quattro in patria, ma fa ancora più impressione il dato del piccolo paese del Tajikistan, il cui prodotto interno lordo è composto per il 45 per cento dalle rimesse mandate dai connazionali all’estero», dice il direttore dell’ufficio diocesano pastorale Migrantes di Messina.

Capitolo a parte meritano i minori, accompagnati e non. Sono molto aumentati negli anni, frutto della stabilizzazione delle loro famiglie, passando dallo 0,19 per cento del totale degli studenti in Italia nel 1990, all’8,4 nel 2011. E sono 21.398 quelli che frequentano regolarmente la scuola in Sicilia senza però avere la cittadinanza. «Nonostante molti siano nati qui e quindi rappresentino la seconda generazione, questi ragazzi non godono degli stessi diritti e delle stesse possibilità dei nostri figli. Anche per questo dobbiamo ripensare al nostro modello di integrazione, basato sull’urgenza, sulla prima accoglienza e sull’esclusione. L’idea di pensare prima a noi e poi a loro non solo è discriminante, ma  va anche contro ogni regola sia di buon senso che pratica. Gli stranieri in quanto persone sono una risorsa preziosa», conclude.

[Foto di Rete Studenti Massa]

De Magistris: “Quarto polo e Ingroia candidato premier”Autore: giacomo russo spena da controlacrisi.org fonte micromega

“Nessuna pregiudiziale contro il centrosinistra, ma se il Pd continua su questa strada è anni luce lontano da me. Ad oggi immagino un Quarto Polo arancione con Ingroia candidato premier. Una lista nata dal basso composta da persone dalla ‘schiena dritta’, un qualcosa di innovativo capace non solo di scassare ma di costruire perché siamo la maggioranza del Paese”. Per il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, è finito il tempo di tifare, “dobbiamo metterci tutti in gioco per un reale cambiamento nel Paese”. E domani sarà in piazza Farnese a Roma per la manifestazione organizzata da Salvatore Borsellino in difesa della procura di Palermo.

Sindaco, partiamo da questo appuntamento. La lista arancione sarà la lista dei pm?
Assolutamente no, ci sono magistrati e magistrati. Domani sarò in piazza per difendere la Costituzione e la giustizia e quei pm che si stanno battendo per la verità su una delle stagioni più buie del nostro Paese. Ancora una volta Salvatore Borsellino con le Agende Rosse ha chiamato la parte più impegnata dell’Italia, ha smosso le coscienze democratiche e l’indifferenza di molti. Vorrei immaginare un prossimo Parlamento in cui si farà senatore a vita uno come Borsellino e non Andreotti: sarebbe un bel cambiamento per lo Stato e la politica.

Che ne pensa del ruolo nella vicenda del Presidente Napolitano?
Innanzitutto il mio non è un attacco alle istituzioni in generale, la questione è specifica: critico la decisione di sollevare il conflitto di attribuzione nei confronti della procura di Palermo e la sentenza della Corte, che non condivido da un punto di vista giuridico. Dalla strage di Piazza Fontana alle bombe 1992-93 lo Stato è stato attraversato da deviazioni e chi ha responsabilità nelle istituzioni dovrebbe supportare i magistrati che combattono depistaggi e segreti. Aprire loro le varie stanze buie di quei Palazzi dove il compromesso morale rilascia un olezzo insopportabile. Invece si fanno bizantinismi politici. Dobbiamo fare luce. E non si può stare nel mezzo: io sto con la procura di Palermo.

Il 12 dicembre a Roma, in un gremito Teatro Eliseo, Lei ha sancito la nascita del suo movimento arancione. L’ha definito “anarchico” e composto da “sovversivi”. Non le sembra di aver esagerato?
Mercoledì scorso c’è stata l’ufficializzazione ma il movimento già esiste da tempo: è quello della primavera dei sindaci, del referendum per l’acqua pubblica, delle piazze di questi ultimi anni. I contenuti sono gli stessi. Ora proviamo a fare un passo ulteriore: organizzare il tutto con grande entusiasmo perché queste battaglie sono condivise dalla maggioranza del Paese. Il movimento sarà orizzontale, senza padroni: in questo senso anarchico. Deve infatti finire l’era del personalismo, veniamo da una stagione dove i partiti sono proprietà privata dei vari Berlusconi, Casini, Fini, Di Pietro. Preferisco ispirarmi, in tal senso, ai liberi pensatori anarchici, come De André. Poi se i pm Di Matteo e Ingroia vengono accusati di essere sovversivi, “rei” di cercare ostinatamente la verità di fronte ad ostacoli e impedimenti… allora anch’io sono sovversivo. Siamo al paradosso: difendere i diritti e lottare per libertà e giustizia è diventato un fatto rivoluzionario!

Ma ci sarà una lista elettorale arancione quindi?
Il movimento arancione deve essere un soggetto protagonista nella politica del Paese, al di là della contingenza elettorale. Poi, ovvio, auspico alle prossime elezioni la nascita di una lista di liberazione da cricche, masso-mafie, corrotti dove il faro sia la nostra Costituzione. Nella lista ci devono essere cittadini con la “schiena dritta” che lottano nei propri territori, con una storia. Non per forza nomi noti a livello nazionale. Quelli potrebbero stare nel comitato promotore di sostegno, sul modello della campagna referendaria per l’acqua.

Nel frattempo sta procedendo un altro progetto arancione: quello di Cambiare si può che ha portato centinaia di persone al Teatro Vittoria di Roma il primo dicembre scorso e per domani ha organizzato un centinaio di assemblee pubbliche sui territori per costruire un nuova lista a sinistra. Qual è il rapporto tra i due movimenti? Si parlano o sono concorrenti?
Stiamo facendo lo stessa strada, non penso sia proponibile un percorso separato: sarebbe una follia politica. In questa fase bisogna unire ed è un fattore positivo anche la pluralità di iniziative e di luoghi arancioni: uniti nella diversità.

Sì ma rimane il nodo della collocazione politica: mentre Cambiare si può si presenta come Quarto Polo, fuori dal centrosinistra, Lei sembra intenzionato ancora a dialogare con Bersani. Come se ne esce?
Dobbiamo rappresentare un’alternativa assolutamente netta, radicale e forte nei contenuti e nelle persone candidate al Sistema che ha governato finora. Fatto sì da Berlusconi ma anche da chi ha sostenuto convintamente Monti e le sue politiche economiche, sul lavoro, sul sociale. Non vedo compromessi politici e morali. Però sarebbe anche sbagliato inserire pregiudiziali contro il centrosinistra, dipende dai contenuti. Non dobbiamo limitarci a fare mera testimonianza o solo protesta ma spostare gli equilibri esistenti affinché non vinca nuovamente Monti.

Quindi nessuna pregiudiziale anti centrosinistra, però quel che ha detto finora come fa a combaciare con quel che ha affermato ieri Bersani: dopo il voto, apertura al Centro e nessuna reintroduzione dell’art 18?
Ad oggi non ho alcun dubbio, soprattutto dopo aver sentito le ultime sortite di Bersani: mi vedo come Quarto Polo. Tra i non-allineati, tra coloro che non hanno sostenuto il montismo. Sono convinto di raggiungere il quorum sia alla Camera che al Senato. Se poi – ipoteticamente – dovesse arrivare nei prossimi giorni dall’area che ha vinto le primarie una proposta di dialogo, noi dovremmo essere pronti ad ascoltare. Ma non credo questo accadrà visto lo scenario che si sta delineando: l’idea malsana di un accordo Bersani premier e Monti al Quirinale. Un’altra ipotesi in campo è una nostra campagna elettorale forte, radicale nei programmi. Per ottenere un ottimo risultato elettorale e solo successivamente al voto provare a dialogare col centrosinistra per spostarlo verso politiche antiliberiste e in difesa della Costituzione.

Altra ipotesi Sindaco. Bersani, i primi di gennaio, la invita a sedersi al tavolo delle trattative. Quali sono i tre temi principali che porta sul tavolo di confronto?
Sono talmente tanti che bisognerebbe avere molte cartelle a disposizione. E’ necessario cambiare completamente: eliminare le leggi ad personam, il segreto di Stato dai delitti mafiosi, attuare diritti civili nel Paese, cambiare politiche economiche, il Fiscal Compact, il pareggio di bilancio, la riforma del lavoro etc… Bisognerebbe tornare alla sinistra di Berlinguer, a quel punto sì che mi siedo al tavolo delle trattative.

Va bene ho capito, sarà Quarto Polo.
Ti ho risposto in maniera sincera alla domanda.

Antonio Ingroia sarà della partita arancione?
Mi auguro di sì. Lui candidato premier sarebbe un grande segnale di discontinuità, un elemento di rottura e di costruzione nello stesso tempo.

Nella lista arancione ci saranno anche i partiti come Rifondazione, Verdi e Idv?
Certo, ma mi auguro che la lista sia composta da persone della società civile: volti nuovi quindi candidature innovative. I partiti non allineati con Monti spero abbiano l’intelligenza di fare un passo laterale e in avanti rinunciando al proprio simbolo e alla loro storia – formale non valoriale – sostenendo candidature forti e limpide sulla questione morale.

Quindi no alla candidatura di Ferrero e di Di Pietro?
A me interessa che appoggino l’operazione della lista arancione poi non ho specifiche pregiudiziali contro qualcuno. Preferirei che facessero come me che rimango a fare il sindaco: un passo indietro per far largo alla società civile e a quei militanti di partito meno conosciuti ma bravi e da valorizzare. L’apertura ad un cambiamento anche nel ceto politico sarebbe un bel segnal

Articolo 18, appello a Napolitano da il maNIFESTO

È allarme referendum. Il comitato promotore dei quesiti referendari per la cancellazione dell’articolo 8 della riforma Sacconi e del nuovo art.18 manomesso dalla riforma Fornero ha scritto ieri al presidente Giorgio Napolitano per chiedere di sciogliere le camere non prima del 4 gennaio 2013. Il testo della lettera sarà reso noto oggi.

Lo scioglimento anticipato delle camere e la conseguente indizione dei comizi elettorali – l’inizio ufficiale della campagna elettorale – infatti metterebbe a rischio la consegna delle firme e quindi lo svolgimento dei referendum nel 2014, ove passassero il vaglio della Corte Costituzionale. (Nel 2013 non sarebbe comunque possibile, perché non si possono tenere referendum nello stesso anno del voto politico). Il comitato lancia un appello a moltiplicare comunque gli sforzi per la raccolta delle ultime firme, visto che in ogni caso attiverà tutti gli strumenti giuridici per mettere al sicuro la raccolta delle firme e quindi lo svolgimento dei referendum.

dal Manifesto

Pochi possiedono troppo, troppi possiedono poco da www.globalist.it

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poveri10di Antonio Cipriani
Non avete mai il dubbio che la crisi mondiale sia un simulacro? Che sotto il sofisticato meccanismo di spread, mercati e soluzioni drastiche non ci sia niente di quello che ci appare? Che il senso mediatico della crisi basta da solo a governare da solo il sistema mondo? Non si tratta di un riflesso dietrologico, ma di punti interrogativi ad alimentare il senso critico, quindi il senso di appartenenza e di partecipazione a un consesso sociale. A una democrazia.
Beh, a me dubbi affiorano costantemente. Per natura, per educazione al senso critico, perché è troppo fastidioso adagiarsi sull’onda cullante del discorso mediatico.

E oggi, leggendo questa notizia me ne sono affiorati tanti: nel nostro paese la metà della ricchezza è posseduta dal 10% delle famiglie. Di contro, il 50% più povero della popolazione possiede il 9,4% della ricchezza totale.
Viviamo in una società di pochi ricchi che possiedono troppo e troppi poveri che possiedono poco.
Allora se la parola crisi ha un senso, se deve avere un senso che valga non soltanto per gli speculatori e per i gruppi oligarchici che dominano la finanza internazionale, lo deve avere dando il giusto peso alle cose della vita reale. E la vita reale ci dice quello che ha rilevato nella sua indagine sulla ricchezza delle famiglie Bankitalia che dice nel suo documento: “La distribuzione della ricchezza è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione: molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza; all’opposto, poche famiglie dispongono di una ricchezza elevata”.
Possiamo parlare di ingiustizia sociale? O il concetto di ingiustizia e di eguaglianza, legato alla disparità estrema di possibilità, è troppo estremista? Allora è troppo estremista anche la Costituzione italiana quando parla di eguaglianza in senso formale: ” Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E, soprattutto, quando dice: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Parole chiare, nette contro l’ingiustizia sociale, per un’ eguaglianza in senso sostanziale.
Così mi sembra assurdo discutere della rava e della fava mediatica, quando sulla strada della nostra democrazia c’è un macigno di questa portata, che va a violare i diritti fondamentali delle persone. Dice Zygmunt Bauman: “C’è stato un collasso tra le democrazie nazionali (quelle votate dalla gente), e dalle esigenze dei mercati, travolgendo i diritti sociali delle persone, i loro diritti fondamentali”. A questo siamo. Al disastro della spoliazione della politica, della trasformazione in dati di fatto di situazioni che un tempo avremmo definito inaccettabili e che in futuro noi e i nostri figli torneremo a definire inaccettabili.
Inaccettabile che pochi detengano il potere economico e di tutto ciò che ne consegue. Che pochissimi e in istituzioni internazionali non democratiche, gestite da persone non elette dal popolo e che non rappresentano quindi esseri umani che vivono nella società possano gestire la vita di tutti. Supportati dai mezzi di comunicazione principali che funzionano come apparato ideologico dei mercati (come delle politiche di guerra), in mano a pochissimi, quindi guidati dagli interessi dei gruppi finanziari che non hanno alcuna necessità che esista una democrazia reale, che origini dalla partecipazione alla politica.
Per concludere, penso sia il tempo di non cullarsi sull’onda mediatica e sulle parole chiave della crisi di sistema. Penso sia il tempo di tornare a separare il grano dal loglio, di riprendersi la politica, la piazza, l’appartenenza a una comunità. Partendo da qualche dubbio. E dalla pratica della libertà, in prima persona, in ogni luogo di lavoro.

da http://www.globalist.it

Il montismo, verità del berlusconismo da il manifesto

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obama montidi Alberto Burgio
Se nei commenti della grande stampa sopravvivesse un briciolo di onestà intellettuale, si vedrebbe nella spinta alla “concentrazione capitalistica”, operata da Monti, la vera causa della proletarizzazione del ceto medio.
Ragionare su Monti e il suo governo «a babbo morto» sarebbe vano se non fosse che le cose si capiscono meglio alla fine e che anche quanto è accaduto negli ultimi giorni è interessante. Senza contare che le conseguenze nefaste di questo anno «tecnico» ce le trascineremo a lungo. Monti non scompare per il semplice fatto di andarsene finalmente da palazzo Chigi.

Giocano, in questa vicenda, aspetti oggettivi e soggettivi. Tra i primi, l’americanismo, cioè l’imitazione del modello sociale statunitense, la sua traduzione in salsa italiana. Quando Gramsci rifletteva sulla questione al tempo del fascismo, gli Stati uniti erano sinonimo di efficienza e razionalità. Taylorismo e fordismo evocavano l’impiego ottimale delle forze produttive. E Gramsci si diceva scettico sull’esito dell’operazione americanista poiché riteneva improbabile che il fascismo realizzasse quella «razionalizzazione della popolazione» che ne costituiva la premessa indispensabile. La distruzione delle «classi assolutamente parassitarie» (settori della burocrazia statale e del commercio, clero e proprietà terriera) avrebbe comportato un rischio mortale, giacché tali settori sociali rappresentavano un elemento portante del regime.
Oggi le cose non stanno in questi termini. I «parassiti» (la rendita finanziaria) proliferano e dominano tuttora, ma l’America non è più un modello di razionalità. Soprattutto, non è più vero che la traduzione italiana del modello americano sia così improbabile o rudimentale come appariva a Gramsci. La finanziarizzazione ha modificato in profondità l’assetto dei poteri sovrani sul piano globale, assottigliando le distanze tra le due versioni del capitalismo che ancora quindici anni fa si contendevano la scena sulle due sponde dell’Atlantico. Il modello anglosassone, thatcheriano e reaganiano, ha stravinto, conquistando l’Europa. Ammesso che i padri della Ue intendessero preservare la specificità del capitalismo renano, i Trattati fondativi dell’Unione sono stati un capolavoro dell’eterogenesi dei fini. Il monetarismo ha conferito piena legittimità agli spiriti animali e promosso la trasformazione delle società in grandi mercati. È divampato il conflitto tra diritti individuali e sociali predicato dall’intera tradizione liberale, da Hayek a Nozick, a Richard Posner. E la forma di merce si è affermata come ontologia generale, l’unica pertinente per cose e persone.
È stato un processo rapido ma non sincronico, nel quale l’Italia era in serio ritardo sino a qualche mese fa. I vecchi parassitismi con le loro reti clientelari resistevano, intralciando l’avvento dei nuovi. Così come resistevano ultimi retaggi di diritti sociali, protetti da forze politiche interessate a mantenere il consenso delle classi subalterne. Il governo Monti è entrato a gamba tesa in questo scenario «arretrato», e ha dato un formidabile impulso alla «modernizzazione» neoliberista, con la conseguenza di esasperare la già estrema iniquità del paese.
Il presidente del consiglio ha preservato le rendite del sistema creditizio e della speculazione finanziaria; si è fatto solerte garante e zelante portavoce dei «mercati» e delle istituzioni europee al loro servizio; ha tutelato i grandi patrimoni, rifiutando categoricamente di tassarli. In una parola, ha dato una grossa spinta alla «concentrazione capitalistica» che Gramsci considerava, a ragione, la chiave del modello americano. Se nei commenti giornalistici della grande stampa sopravvivesse un briciolo di onestà intellettuale, in questo processo si indicherebbe la vera causa della proletarizzazione del ceto medio italiano, che si preferisce invece addebitare a un deficit di produttività imputato per l’ennesima volta al lavoro dipendente.
Proprio l’offensiva contro il lavoro (cancellato dal novero dei diritti e derubricato a fortuita concessione della buona sorte) e l’attacco al reddito dei lavoratori sono, naturalmente, gli elementi ordinatori del movimento e la sua cifra essenziale. Si è finto di non vedere la struttura asimmetrica del rapporto capitale-lavoro, il riconoscimento della quale ispira, in linea di principio, la Costituzione della Repubblica. Si è ribadita la litania della libera concorrenza garante dell’assetto ottimale del sistema, come se l’ultimo trentennio e la crisi che stiamo vivendo non dimostrassero ictu oculi il contrario: che la deregolazione dei mercati finanziari e delle relazioni industriali radicalizza ineguaglianza, precarietà e povertà delle classi lavoratrici, va di pari passo con la distruzione del welfare e favorisce la privatizzazione post-democratica delle istituzioni. Si è smantellata ogni residua tutela giuridica (sino all’art. 18) dando mano libera ai licenziamenti collettivi. Si sono colpiti salari e pensioni e si è praticamente azzerata l’efficacia dei contratti nazionali. L’epifania dell’«operaio jolly», che manda in sollucchero tanti «autorevoli opinionisti», è l’emblema di questo processo: nella piena liquidità del lavoro vivo – costretto a svolgere qualsiasi mansione – si realizza finalmente quella riduzione del lavoratore a pura energia produttiva (forza-lavoro) che indusse Marx a scorgere nella astrattizzazione del lavoro il cuore del modo di produzione capitalistico.
Ma se l’americanismo – l’identificazione tra società e mercato e la subordinazione totale del lavoro dipendente – definisce il versante oggettivo dell’azione del governo Monti, non bisogna trascurare gli aspetti soggettivi che hanno caratterizzato la vicenda politica di questi tredici mesi. L’arrivo del professore col loden aveva destato, anche a sinistra, le speranze di chi usciva disgustato dalla fiera della volgarità capitanata dal capo-clan della destra. Per lunghi mesi l’aplomb del sedicente tecnico ha abbagliato milioni di italiani, complice la grancassa mediatica dei guardiani del rigore e della responsabilità. Dopo tanto spreco di ideologia e di banalità, sarebbe ora di dirsi la verità, a questo punto, anche sulle persone che dal governo ci hanno afflitto con la loro saccente prosopopea degna di miglior causa.
Non lasciamoci fuorviare però dalle apparenze. La grottesca propensione all’autoelogio dei tecnici e, primo fra tutti, del presidente del consiglio («abbiamo fatto il possibile», «abbiamo salvato il paese dal baratro», «abbiamo pacificato il paese» e via sobriamente imbrodandosi) è indubbiamente irritante, al pari dell’egocentrismo di chi prima fissa gli obiettivi del governo in base all’entità che lo spread aveva quando lui è entrato a palazzo Chigi, poi pianta tutti in asso non appena si accorge che è stato scaricato. Ma non è questo il punto. Ciò che deve fare riflettere è l’imperturbabilità di questa gente, che ha scardinato le vite di milioni di persone senza battere ciglio. Anzi, con la sicumera di chi – certo del fatto suo e della propria buona coscienza (Monti ci ha pure rassicurato sulla serenità delle sue notti) – non sente ragioni, letteralmente. Perché non vede la sofferenza di una società scaraventata nell’indigenza e nella paura.
Non sentire, essere sordi: di vera e propria sordità si tratta, infatti. Di quella perversa sordità morale che contraddistingue la mente teoretica del fondamentalista identificato con le proprie credenze. Nella fattispecie, con i dogmi del neoliberismo, invano contraddetti da ogni sorta di evidenza empirica.
Ciò che la satira ha subito colto (il «rigor Montis» di Grillo, il Monti-automa di Crozza) non è soltanto un tratto del comportamento, è anche lo specchio di uno sguardo sulla realtà. Freddo, distante al limite dell’indifferenza. E non è solo un aspetto del carattere, ma anche il riflesso di una prospettiva. Acritica perché impermeabile al dubbio. E tanto più violentemente imposta, in quanto sostenuta dallo spirito del tempo. Il bocconismo non è oggi soltanto una posizione, sia pur maggioritaria. È (nel senso che così viene affermato e perlopiù percepito) la «cosa stessa»: il discorso della realtà su se stessa, il suo inconfutabile autorappresentarsi. Se il bocconismo, che Monti incarna nelle sue stesse professorali movenze, stabilisce che il bene del paese sta nelle «riforme» che tagliano, negano ed escludono, allora non c’è disagio sociale che tenga. Ogni dolore è a priori ridotto a effetto collaterale di misure per definizione progressive. A quantità trascurabile.
Così stando le cose, la questione riguarda il segno che Monti lascerà anche dopo avere abbandonato il governo politico del paese. Il segno materiale, scritto nella sorte degli esodati e degli scoraggiati, dei senza-lavoro e dei senza-reddito, degli studenti senza-futuro di scuole e università pubbliche stremate, dei pignorati e dei pensionati costretti a rubare dai banchi dei discount. E, non di meno, il segno morale, che suggella l’americanizzazione del paese, il passaggio a ovest che fa finalmente dell’Italia un «paese normale». Non solo iniquità, come da tempo immemore. Non solo ostentazione dell’iniquità, come ai tempi del Cavaliere. Ma anche buona coscienza, soddisfatta di sé, al cospetto di iniquità concepite come fatalità. Da questo punto di vista la favola della discontinuità che il governo tecnico avrebbe introdotto nella politica italiana rivela tutta la sua inconsistenza. In realtà il montismo altro non è che la «verità» del berlusconismo: il suo esito e la sua piena maturità. Questo la sinistra dovrebbe intendere. E dedurne la necessità di riunire finalmente tutte le forze avverse all’«agenda Monti», nella consapevolezza che, lungi dall’estinguersi con la fine della legislatura, il montismo sarà l’asse portante del prossimo governo, si trattasse pure della santa alleanza tra moderati e progressisti.

Il Manifesto – 14.12.12