Roma 15 dicembre 2012 Manifestazione Nazionale Archeologi

59353_10200132125535468_1534699538_n

Segreto di Stato- uomo e donne in nero

De Magistris lancia gli arancioni. Aspettando (ma non troppo) il Quartopolo

de magistris luigidi Fabrizia Bagozzi
Al teatro Eliseo di Roma Luigi de Magistris presenta oggi in pompa magna il suo movimento arancione. Il manifesto – va da sé: antimontiano e antiberlusconiano – e il simbolo. Però non la lista, come in un primo tempo pareva. Anche perché è in pieno corso il processo costituente del Quarto polo di cui gli arancioni sono una parte importante: nel fine settimana ci saranno le assemblee territoriali di “Cambiare si può” e il 22 un nuovo incontro nazionale per sancire la nascita dell’eventuale listone della sinistra alternativa che si sta raccogliendo attorno ai promotori dell’appello.

Non sarebbe stato certo opportuno fare dei nomi ancora prima delle 85 assemblee del “Cambiare si può” day, convocate fra sabato e domenica. Tanto più che, sempre domenica, l’Italia dei valori riunirà a Roma l’assemblea generale del partito da cui si attende una parola definitiva su come collocare nella prossima competizione elettorale un’Idv in sofferenza nel prossimo match elettorale. Deluse le sue mire di rientro nell’orbita del centrosinistra a baricentro Pd, Di Pietro ha fatto sapere di gradire l’approdo a sinistra. Ma il prezzo da pagare, però, è la rinuncia a simboli e personalismi, come ha spiegato l’antico compagno di partito de Magistris.
Sicché oggi, all’Eliseo, nessuna presentazione ufficiale di una qualche lista, anche se è più che probabile che il sindaco di Napoli si stia portando avanti con il lavoro. Tanto più che il timing elettorale, accelleratosi vertiginosamente, mette una fretta indiavolata per non farsi cogliere impreparati. Fra i nomi che circolano, il regista Gaetano Di Vaio – che è stato lo stesso de Magistris a citare il primo dicembre all’assemblea di “Cambiare si può” – e gli assessori della sua giunta Alberto Lucarelli, Sergio D’Angelo, Pina Tommasielli. In platea e sul palco si potrà comunque avere un saggio di ciò che il leader degli arancioni ha in mente. Parleranno, fra gli altri, un cassintegrato Fiom di Pomigliano, uno studente, un operatore sociale. Guest star, in videocollegamento dal Guatemala, Antonio Ingroia, già acclamato dalla platea del primo dicembre come uomo simbolo di un listone di sinistra alternativa.
E in platea ci saranno molti dei protagonisti delle grandi manovre gauchiste, dai promotori di “Cambiare si può” Marco Revelli e Livio Pepino fino al segretario del Prc Paolo Ferrero, compagni di strada a cui l’identificazione mediatica fra Quarto polo e arancioni non è particolarmente gradita. Ma ci sarà anche Di Pietro. E si affaccerà anche il non più vendolista Fausto Bertinotti.
In attesa dunque del Quarto polo, de Magistris procede spedito, avendo perso per strada Pisapia e Doria con cui – ha detto in un’intervista che uscirà venerdì su Gli Altri – esiste una comune analisi dello stato dell’arte, pur se il sindaco di Milano ha dato mostra di preferire il centrosinistra.
Ma è anche vero che quello di Napoli non lo esclude a priori. Quello dell’alleanza con l’area della Carta di intenti è uno dei nodi che rimangono da sciogliere nel quartopolismo. Perché né “Cambiare si può” né Rifondazione sono dialoghisti. Di sicuro non prima delle elezioni. E dopo, solo in caso di abiura del montismo e inversione a U rispetto alla politica del rigore. Anche de Magistris spiega che, nel caso, il Pd dovrebbe cambiare nettamente orientamento. Ma non smette di dire che la rivoluzione si fa governando. Se il prossimo giro tocca al centrosinistra la questione esiste.

Europa – 12.12.12

Quelle confessioni da approfondire da il manifesto autore Saverio Ferrari

piazzafontanadi Saverio Ferrari
Che all’interno della Procura di Milano, dopo la riapertura delle nuove indagini sulla strage di piazza Fontana, agli inizi degli anni ’90 non tutti avessero remato nella stessa direzione, è un fatto. Lo stesso giudice istruttore Guido Salvini nella sua richiesta di rinvio a giudizio del febbraio 1998, con parole amare, sottolineò lo «scarsissimo sostegno dei dirigenti del Tribunale di Milano», in «silenzio» a fronte di sollecitazioni e «decine di segnalazioni scritte», come se «l’istruttoria non esistesse».
Solo poco più di un anno prima, in commissione stragi, il sostituto procuratore Gerardo D’Ambrosio non solo sollevò contestazioni procedurali, ma attaccò le risultanze emerse nel corso dell’inchiesta, sostenendo l’infondatezza di qualsiasi collegamento internazionale circa la strage.

Il timore, in tutta evidenza, era che alla sbarra potessero finire alcuni agenti della Cia in rapporti con i gruppi della destra eversiva. Chi, come D’Ambrosio, aveva scritto sulla vicenda Pinelli una delle pagine più vergognose della storia giudiziaria italiana, assolvendo per ragioni di sudditanza al potere tutti gli imputati, non poteva certo acconsentire che si accusassero addirittura gli Usa di aver agito alle spalle degli stragisti.
Ora si è in attesa delle decisioni del gip Fabrizio D’Arcangelo riguardo alla richiesta, anche da parte dei familiari delle vittime, di riapertura delle indagini fondata su recenti spunti investigativi. Va subito detto che accanto a improbabili e fantasiose piste, originate in parte dal libro di Paolo Cucchiarelli («Il segreto di Piazza Fontana»), come dalle dichiarazioni di Alfredo Virgillito, classe 1960, parente del più famoso Michelangelo, operatore finanziario del dopoguerra, deceduto nel 1977, che ha accusato lo stesso Michelangelo Virgillito e altri esponenti dell’alta finanza (Michele Sindona, i Ligresti e Antonino La Russa, padre di Ignazio), di essere tra i mandanti della bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, altri elementi andrebbero vagliati con più attenzione.
Nelle 53 pagine, con la richiesta di archiviazione, depositate lo scorso fine aprile dai pm Armando Spataro e Maria Grazia Pradella, le tesi di Paolo Cucchiarelli, rilanciate dal film «Romanzo di una strage» riguardo all’esistenza di una doppia bomba (per Cucchiarelli una anarchica e l’altra fascista, per Marco Tullio Giordana, una fascista e una dei servizi), sono state valutate come assolutamente inverosimili e «palesemente prive di fondamento». Così dicasi per le confuse esternazioni di Alfredo Virgillito, già classificato da documentazione medica come persona «mentalmente disturbata» e «psichicamente instabile».
Più concreti e degni di essere seriamente considerati, invece, gli indizi che ultimamente sono stati offerti da ex appartenenti a Ordine nuovo. Ci riferiamo alle dichiarazioni rese davanti al pm di Milano, nell’ottobre 2010, da Gianni Casalini, circa la sua partecipazione insieme a Ivano Toniolo, a uno degli attentati sui treni, nell’agosto 1969, prima di Piazza Fontana. Casalini non era un personaggio qualsiasi, legato a Padova al gruppo di Franco Freda, era, in quegli anni, come “fonte Turco”, anche un informatore dei servizi segreti. Tra il 2008 e il 2010 ha ribadito che fu proprio a casa di Ivano Toniolo che si tenne la famosa riunione del 18 aprile 1969, presente Guido Giannettini, agente del Sid, per mettere a punto la strategia che sarebbe culminata con l’attentato di Piazza Fontana.
Ivano Toniolo risulta essersi trasferito da molti anni in Angola. Interrogarlo, come indagare sui “ragazzi di Freda”, Aldo Trinco, Pino Romanin e Marco Balzarini, forse non sarebbe tempo sprecato. Ancora più interessante lo spunto offerto, nell’ottobre e nel dicembre 2010, da Giampaolo Stimamiglio, ex di Ordine nuovo, che dopo la morte di Giovanni Ventura, suo intimo amico, sentendosi liberato dal vincolo «al silenzio», in più dichiarazioni ha parlato del coinvolgimento di Delfo Zorzi nella strage, ma soprattutto del fatto che lo stesso «Giovanni Ventura nell’ultima occasione in cui lo vidi in Argentina (…) mi disse che presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura aveva operato un ragazzo molto giovane di Milano che faceva parte del gruppo della Fenice e che aveva stretti rapporti con Massimiliano Fachini. Ventura aggiunse, se ben ricordo, che il padre di questo ragazzo era un funzionario di banca». «Delfo Zorzi», queste le sue parole, «si era limitato a curare una parte del trasporto dell’ordigno (che) era stato confezionato in un casolare, o meglio, in una villetta monofamiliare (che) Angelo Ventura (fratello di Giovanni, ndr) aveva avuto in uso da un suo amico del trevigiano (…) in una frazione vicina a Castelfranco, lungo la strada per Treviso». Perché non provare a capirci di più?

Il Manifesto – 12.12.12

PRESIDIO ANTIFASCISTA 16 DICEMBRE A MINTURNO, IL SINDACO RITIRI DELEGA POLITICHE ABITATIVE E MUTUO SOCIALE A ESPONENTE CASAPOUND

Anpi Roma Ufficio Stampa 11 dicembre 18.28.49
COMUNCATO STAMPA DELL’ANPI DI LATINA:
Caro Sindaco Paolo Graziano,
consideriamo la sua scelta di affidare la delega per le politiche abitative e mutuo sociale ad un giovane aderente di Casapound, un inaccettabile e pericolosa apertura di credito verso l’estrema destra. Con la Sua decisione, Lei offre garanzie e protezioni istituzionali ad un’associazione di chiara ispirazione fascista, responsabile di aggressioni e di violenze politiche, ben documentate dalla stampa e dai media.
Come certamente Lei saprà, il nostro Comune è stato insignito della medaglia d’oro al valore civile per aver subito durante l’ultima guerra mondiale, posizionato sulla linea Gustav, vessazioni durissime che hanno colpito la sua popolazione inerme, vittima di gravi privazioni, violenze, deportazioni e di rappresaglie.
E, per preservare ed onorare la memoria di queste migliaia di vittime innocenti, chi ancora oggi inneggia – come fa Casa Pound – ai responsabili di tanta violenza, definendosi “fascista del terzo millennio” ed ispirandosi a Benito Mussolini, andrebbe allontanato dalla vita istituzionale di questo Paese, come per altro previsto dalla nostra Costituzione repubblicana, che Lei ha giurato di osservare e rispettare il giorno del Suo insediamento. Per questo motivo torniamo a chiederLe che Casa Pound non riceva spazio nelle istituzioni del nostro Comune e che Lei esprima senza riserve la Sua ferma condanna verso ogni forma di organizzazione o associazione di ispirazione fascista.
Il Comitato organizzatore del Presidio antifascista del 16 dicembre a Minturno.
Aderiscono: A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani Italiani); C.G.I.L.; U.S.B. Giustizia; Sinistra Ecologia e Libertà; Partito Democratico; Federazione dei Verdi; Partito della Rifondazione Comunista; Partito dei Comunisti Italiani; Fronte della Gioventù Comunista; Osservatorio Golfo Antifascista; Sud Pontino Social Forum; Collettivo Teatrale Bertold Brecht; A.Ge.Sp. Onlus; Forum pontino diritti e beni comuni; Comitato antinucleare Garigliano; Comitato cittadino Acqua bene comune; Partito socialista Italiano; Giovanni Mallozzi.

La bolla di Grillo sta esplodendo da il Manifesto di Enzo Lanciano

grillobeppedi Enzo Lanciano
L’onda lunga della protesta anti-casta che ha alimentato la crescita nei sondaggi del movimento di Beppe Grillo sembra già spegnersi, ben prima dell’inizio della vera campagna elettorale per le prossime elezioni politiche. E non poteva essere altrimenti. Il M5S, non appena è stato messo sotto osservazione in modo più attento e circostanziato dai media, ha evidenziato tutte le sue debolezze. Non c’è voluto molto per capire che è affatto un movimento “dal basso” o sinceramente “democratico”, ma bensì una creatura costruita accuratamente dall’alto dalla coppia Grillo-Casaleggio, con una finalità meramente “economica” ben prima che politica o sociale.

Tutto questo, ovviamente, con buona pace della stragrande maggioranza degli attivisti che, laddove non sono dei bonaccioni che ben poco hanno a che fare con l’impegno civico o politico, sono sinceramente animati da una autentica voglia di “cambiamento”. Ma tutta l’attività di Grillo-Casaleggio è oramai grandemente artefatta, poco autentica, per nulla credibile. La farsa delle “parlamentarie” ha dato il primo serio colpo all’immagi ne fatta di “pulizia” autoreferenziale del movimento. Entusiasmarsi (fintamente) per i 32.000 voti complessivi che hanno deciso chi candidare al Parlamento (al Parlamento, badate bene, non ad una regione…) dà la misura di quanto anche Grillo debba fare di necessità virtù per un clamoroso flop. Trentaduemila voti in totale per selezionare una classe dirigente; abbondantemente meno delle preferenze che uno solo qualsiasi della “vecchia” classe dirigente prendeva come preferenze ai tempi del voto con l’indicazione del candidato. E cosa dire dell’assoluta mancanza di trasparenza di tutta l’operazione? Con i voti che sono transitati, incontrollabili, dal server di Casaleggio. Con i misteriosi problemi informatici che hanno escluso qualcuno degli attivisti più apprezzati dalla base, per la loro indipendenza e capacità “pensante”, e per questo invisi ai due capi. La Rete non è democratica e trasparente di per se stessa. La Rete è un mezzo, e come tale può essere usato con modalità positive o con finalità “interessate”. A me appare oramai evidente che Grillo la utilizzi da tempo per i suoi interessi personali: la voglia di salvare il Paese c’entra poco, l’afflato verso il movimento ancora meno. Il nuovo interesse verso l’attivismo politico suscitato dal M5S avrà un futuro solo se saprà affrancarsi dalla cappa dispotica di Grillo-Casaleggio, osando sfidare gli inevitabili anatemi dei Capi contro quanti oseranno mostrare e dimostrare di saper “pensare”, “progettare”, “decidere”, senza limitarsi ad essere delle marionette nelle mani di un guru che sembra uscito da un romanzo di Asimov e di un comico che, da quando crede di poter essere un capopopolo, fa ridere sempre di meno.

Il Manifesto – 11.12.12

Il grido di dolore della Sardegna dei disoccupati da www.globalist.it

telliniargentinodi Argentino Tellini
Non solo il Sulcis gronda sangue, nel deserto della Sardegna c’è un altro deserto, che sembra non essere più di moda : quello di Porto Torres e della fine del sogno industriale. In una città di 22mila abitanti ci sono 5mila disoccupati e altre 3mila fra cassa integrazione e mobilità. Se ci aggiungiamo i pensionati ci accorgeremo che è una città dove non lavora nessuno, con percentuali di disoccupazione giovanile che sfiorano il 70 %…
Eppure non si muove nulla in questa città cimitero e in tutto il sassarese, salvo qualche manifestazione sindacale. Nel Sulcis almeno protestano, qui la gente non ha voglia nemmeno di fare quello, avvolta da un’apatia e da una rassegnazione senza precedenti.

Ci hanno provato i lavoratori della Vinyls a lottare, fra i quali il sottoscritto; ma lo sforzo è stato enorme, tre anni di lotte sono davvero tante per un numero così esiguo di operai, e tre anni sono stati dimenticati in fretta, specie da coloro, tantissimi, che di promesse ne hanno fatto migliaia.
Ma gli altri lavoratori e disoccupati che fanno? Finora poche reazioni, sembrano attoniti di fronte a questa situazione, come un pugile che abbia subito un Ko inaspettato. E quando meno te lo aspetti è più difficile reagire, ci vuole tempo per assorbire il colpo, che al petrolchimico di Porto Torres, ormai praticamente chiuso, è arrivato mortale il 19 Ottobre 2009, quando si è sancita la fermata definitiva degli impianti cumene e fenolo….
A ruota si sono fermati tutti gli altri, in attesa della chimica verde, quella che si fa dagli oli vegetali. Si è fatto in pratica il contrario di ciò che si fa col buon senso normalmente : chiudere gli impianti quando se ne riaprono altri. Qua si è chiuso e basta. La chimica verde inizierà, se tutto va bene, fra tre anni, e comunque potrà riassorbire forse neanche un terzo dei lavoratori occupati prima. Un piccolo boccone, per alcuni avvelenato, che da solo di certo non soddisferà una fame così impellente e avida di lavoro.
L’ Eni, dopo aver spremuto il territorio ,se ne va lasciando macerie e disperazione, senza spendere ancora un solo euro dei 530 milioni previsti per le bonifiche, ma gettando sul piatto la speranza della chimica verde come parziale, parzialissimo risarcimento. Eppure c’è gente che si oppone anche a quest’ultimo progetto, che sta già andando a rilento di suo, impantanato in ostacoli burocratici, culturali e politici.
Non passa giorno infatti dove non si presentano mozioni in Consiglio Regionale contro la chimica verde, con motivazioni che ritenere futili ed inesatte sarebbe un eufemismo. Ma fare ambientalismo sterile a buon mercato è sempre redditizio, magari porta voti, tanto poi si fa sempre in tempo a manifestare solidarietà agli operai che salgono sulle torce o sui ponti. Insomma, è come prendere due piccioni con una fava, con un lavoro, quello del Consigliere Regionale, lautamente pagato a 15.000 euro al mese..
Come potrebbe andare meglio? D’altronde che ne sanno i Consiglieri Regionali, protagonisti di ordini del giorno e iniziative contro l’industria e chimica verde in particolare, e con loro la gran parte della politica e delle Istituzioni inermi, di come si sta a vivere con il terrore di essere licenziati da un momento all’altro ? Di come si sta con la paura di andare la settimana dopo in cassa integrazione? Di come si sta a ritornare disoccupato a 50 anni quando nessuno ti vuole più assumere, neanche come spazzino? Di come si sta nei panni di un disoccupato di 30 anni che un lavoro non ce l’ha mai avuto? Di come si sta nei panni di una coppia di precari che non riesce neanche a sposarsi?
Sono convinto che se questi signori almeno per 6 mesi provassero queste cose, avrebbero un approccio alle problematiche del lavoro un po’ diverso e meno superficiale, certo più equilibrato…Avrebbero capito la differenza fra essere uomini ed essere schiavi, avrebbero capito la disperazione di chi schiavo non vuole più esserlo, poiché sono le speranze a renderlo tale, specie quando le certezze non arrivano mai.

da http://www.globalist.it

Caporalato e mafie: “700mila schiavi nell’agricoltura italiana” da il fatto quotidiano

Stampa

caporalato2di Elena Ciccarello
In Italia vive una popolazione di “invisibili”. Stranieri che lavorano nelle campagne, lontano dagli occhi dei centri abitati, spesso alloggiati in tuguri fatiscenti, sfruttati e mal pagati da caporali e imprenditori nostrani. Da nord a sud, il loro impiego nelle campagne è capillare. È anche grazie alle loro braccia se certi prodotti arrivano sulle nostre tavole, eppure la loro vita resta confinata nel silenzio.
Secondo il primo Rapporto su caporalato e agromafie realizzato da Flai Cgil, si tratta di circa 700mila lavoratori tra regolari e irregolari, di cui circa 400mila coinvolti in forme di caporalato.

Braccianti che si riversano ogni anno nella campagne in arrivo da altre nazioni o spostandosi internamente, tra le regioni italiane, per soddisfare i picchi della produzione e della lavorazione di prodotti agro-alimentari su tutta la penisola. Spesso protagonisti, loro malgrado, di storie di vulnerabilità e sfruttamento, al limite della schiavitù.
NON SOLO SUD: SFRUTTATI DA BOLZANO ALLA TOSCANA. Diversamente da quel che si può credere però lo sfruttamento non riguarda solo il mezzogiorno, ma anche le zone più floride del nord, come Piemonte, Lombardia, provincia di Bolzano, Emilia-Romagna e Toscana (guarda la mappa completa). In tutti questi territori, come in Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia, i ricercatori della Flai Cgil hanno scovato datori di lavoro e imprenditori che truffano o ingannano i lavoratori stranieri, non corrispondendo loro i salari maturati, o facendoli lavorare in nero, accompagnando il trattamento con minacce più o meno velate e forme di violenza psico-fisica (manifeste o paventate).
In Italia il mondo del caporalato si è evoluto, lo racconta nel rapporto Yvan Sagnet, portavoce dei braccianti che hanno organizzato lo sciopero di Nardò (Lecce) nell’estate del 2011 e oggi impegnato nella Flai-Cgil in Puglia: “Ci sono i caporali e ci sono i sotto-caporali. Perché i caporali non possono gestire tutto. Il caporale può avere quattro o cinque campi di raccolta e manda i suoi assistenti a gestire i lavoratori. Ha una squadra, ha gli autisti, degli assistenti, ha i cuochi. A Nardò c’era il ‘capo de capi’, era un tunisino. Poi c’erano altri caporali che lavoravano per lui. Nell’agro di Nardò erano tra 15 e 20 e controllavano tra i 500 e i 600 lavoratori”.
PAGHE DA FAME: 4 EURO L’ORA. Le paghe per i lavoratori sono però sempre da fame. “Un bracciante agricolo che lavora nelle campagne di Foggia in Puglia, a Palazzo San Gervasio in Basilicata o a Cassibile in Sicilia verrà pagato a cottimo, ovvero 3,5 euro il cassone (per la raccolta dei pomodori), mentre verrà pagato 4 euro l’ora nelle campagne di Saluzzo nel Piemonte, di Padova, nel Veneto o a Sibari in Calabria per la raccolta degli agrumi. Il tutto in nero, su intere giornate comprese tra 12 e 16 ore di lavoro consecutive a cui vanno sottratti: i 5 euro di tasse di trasporto, 3,5 euro di panino e 1,5 euro di acqua da pagare, sempre al caporale”.
MAFIA E RICICLAGGIO. A questa situazione di sfruttamento si somma la voracità dei gruppi mafiosi. Il caporalato, che è entrato nel codice penale solo nel 2011, è infatti un “reato spia” di infiltrazioni criminali nel settore. Una presenza significativa, ma ancora quasi del tutto inesplorata a livello giudiziario. Si stima che il giro d’affari connesso alle agromafie sia compreso tra i 12 e i 17 miliardi di euro, il 5-10% di tutta l’economia mafiosa. Quasi tutto giocato tra la contraffazione dei prodotti alimentari  e il caporalato. Solo la contraffazione è cresciuta negli ultimi dieci anni del 128%, per un valore di 60 miliardi di prodotti che ogni anno vengono commercializzati nel mondo come falso Made in Italy.
“L’agricoltura è anche uno dei settori prediletti per il riciclaggio dei soldi dalle organizzazioni criminali tradizionali – scrive Yvan Sagnet – Ad esempio l’agricoltura foggiana subisce forti condizionamenti da parte della camorra. Durante la stagione agricola centinaia di camionisti partono quotidianamente dalla Campania verso le campagne foggiane, affittano le terre ai contadini con il cosiddetto fenomeno del “prestanome”, e trasportano la merce verso le imprese del salernitano”.
DAL CAMPO ALLA NOSTRA TAVOLA, LA FILIERA “INQUINATA”. Le mafie si occupano anche dei mercati dell’ortofrutta, infiltrando la grande distribuzione. “Le inchieste analizzate in quest’ultimo anno, svolte in particolare dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, hanno visto implicate imprese di tutto il sud Italia con ramificazioni anche nel nord del Paese e hanno disvelato l’esistenza di un sistema di gestione dei grandi mercati agricoli nazionali pesantemente influenzati dalle organizzazioni mafiose”, scrive nel rapporto Maurizio De Lucia, magistrato della Direzione nazionale antimafia.
Purtroppo neppure le nuove, e importanti, misure varate nel settembre del 2011 (introduzione del reato di caporalato) e nel luglio del 2012 (concessione del permesso di soggiorno ai lavoratori che denunciano i propri sfruttatori), sono riuscite ancora ad incidere significativamente sulla grave situazione delle campagne. Eppure i dati rilevati sono già significativi. Da gennaio a novembre del 2012 sono 435 le persone arrestate per riduzione in schiavitù , tratta e commercio di schiavi, alienazione e acquisto di schiavi. Dall’entrata in vigore della norma che istituisce il reato di caporalato le persone denunciate o arrestate sono solo 42. La metà degli arresti al centro-nord.
COSTO DEL LAVORO E CRISI. “Parliamoci chiaramente, per gli imprenditori il costo del lavoro italiano è altissimo. Ciò non giustifica l’assunzione di personale in nero, ma è indubbio che questo fenomeno esiste proprio per sfuggire alle maglie di questo meccanismo, soprattutto in questa grave crisi”. Il Procuratore di Foggia, Vincenzo Russo, non usa mezzi termini. “È come l’evasione fiscale. Quanto più alta è la tassazione, tanto più i soggetti sono invogliati ad evadere. Questo è indubbio. Quindi, se il costo del lavoro diminuisse, probabilmente diminuirebbero anche questi fenomeni”.

da Il Fatto quotidian

Camarda Antonino fucilato dai nazistia a Cefalonia nel settembre 1943

img114

sabato 15 alle ore 20.00 si terrà nei locali del Centro Astalli cena a sostegno del laboratorio

sabato 15 alle ore 20.00 si terrà nei locali del Centro Astalli una cena a sostegno del laboratorio artistico che in questi mesi ha coinvolto alcuni dei nostri amici immigrati nella realizzazione di oggetti natalizi.
A chi desidera partecipare chiediamo di portare un manicaretto e € 5.00 che andranno per l’acquisto di materaile per il laboratorio. La cena sarà anche un’occasione per acquistare gli oggetti realizzati dai ragazzi e fare regali solidali.
Vi aspettiamo!!!

Photobucket
Via Tezzano, 71 – Catania
Tel. 095.535064 – Fax 095.7464463 – E-mail astallict@virgilio.it
DONA IL 5XMILLE al Centro Astalli C.F. 93154170877
a te non costa nulla, per noi vale tanto