12 dicembre 1970 un anno dopo la strage di piazza Fontana a Milano

Cobas scuola: non collaboriamo al concorso a cattedre il 17 e 18 dicembre, No al concorso farsa

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Testimonianze dai giornali dell’epoca dei fatti di Mascalucia e Pedara (settembre 1943)

 

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Corriere di Sicilia del 4 settembre 1943 dove si raccontano i fatti di Mascalucia e Pedara. Questi fatti anticipano la lotta nazionale per la liberazione dal Nazifasciscmo.

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Corriere di Sicilia n. 37 del 20 settembre 1943 dove si raccontano i fatti di Trecastagni.

Per un governo democratico della Scuola della Costituzione

COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA SCUOLA DELLA COSTITUZIONE

coordnazscuolacostituzione@gmail.com

Seminario

Per un governo democratico della

Scuola della Costituzione

Unascelta per contrastare con efficacia la politica dei tagli, la dequalificazione della scuola pubblica, il processo di aziendalizzazione della scuola e dello sfruttamento del personale, in particolare quello precario e l’attacco alla libertà  di insegnamento, anche con le prove INVALSI.

domenica 16 dicembre 2012

Palazzo della Provincia – via IV Novembre 119 – Roma

Sala Di Liegro (Piano II)

PROGRAMMA

Ore 10.30Apertura dei lavori: Antonia Sani

Introduzione: Carlo Salmaso (Comitato Genitori ed Insegnanti per la scuola Pubblica di Padova)

Presentazione della proposta: Corrado Mauceri

Ore 11.30Dibattito con le Organizzazioni sindacali,le associazioni professionali e del mondo della scuola,le rappresentanze di movimenti, studenti, genitori

Ore 13.30Pausa pranzo

Ore 14.30Ripresa del dibattito

Ore 15.30Tavola rotonda con le forze politiche : sono stati invitati PD,IDV, SEL,PRC. PdCI ed ALBA

Ore 17.00Conclusioni

Stop pacifista a Di Paola E Bersani si schiera Fonte: il manifesto | Autore: Emanuele Giordana

Difesa. Martedì l’approvazione della riforma delle forze armate. Il testo suscita malumori anche tra i soldati. Intanto a Firenze si festeggiano i 40 anni della legge sull’obiezione di coscienza. Oggi al Dal Molin contestazione contro la base americana, un «patrimonio vergognoso Unesco»
A un pugno di giorni dall’approvazione del ddl Di Paola, la legge delega al ministro della Difesa per la riforma delle Forze armate, si snodano in tutta Italia gli appuntamenti della società civile per dire no al progetto del ministro ammiraglio o per ribadire un’altra lettura del capitolo militare.
Anche in parlamento però Di Paola ha già incassato un secco niet da parte del Partito democratico. Un cambio di rotta che il ministro «tecnico» ha registrato direttamente in un incontro con Bersani, trovandosi poi a Montecitorio a fare i conti coi parlamentari del Pd e con quelli dell’Idv, questi ultimi sin dalla prima ora contrarissimi al progetto dell’ammiraglio. Ma c’è di più: anche i militari cominciano a fare rumore (vedi http://www.assodipro.org), visto che il ddl prevede migliaia di esuberi e nessuno ha chiesto il loro parere (ieri hanno manifestato davanti al parlamento). Andiamo con ordine.
L’opposizione a Roma
La lunga marcia di Di Paola inizia appena il ministro si insedia. Sarebbe in vista di una spending review che di fatto, denuncia il movimento pacifista, risparmia mandando a casa 43mila unità (su 183mila soldati, cui si aggiungono circa 30mila civili). La legge autorizza le gerarchie militari a riorganizzarsi in proprio in 12 anni ma non indica criteri specifici, rinviati ai decreti attuativi. Una «delega in bianco», dicono i detrattori. Le autorizza a rivedere il modello organizzativo, le infrastrutture e la loro dislocazione sul territorio con una riduzione complessiva del 30%. Consente anche che chiedano il pagamento dei servizi per attività di protezione civile: una sorta di privatizzazione di Stato della gestione calamità naturali, che fa insorgere i Comuni. Introduce infine il principio dell’invarianza della spesa: in sostanza, il risparmio ottenuto resta nelle casse della Difesa con una flessibilità gestionale che le dà autorità a spendere come le pare. Un conto a spanne che consente di gestire circa 20 miliardi l’anno. Come? In armi ad esempio: il caso più noto è quello degli F 35.
Tutto sembrava filar liscio ma la pressione sui parlamentari (la mailbombing nelle loro caselle di posta) fa cambiare marcia soprattutto al Pd, che blocca i decreti attuativi, in sostanza la parte operativa della legge che Di Paola sperava passasse senza problemi.
Dopo il voto per il via libera alla legge martedi prossimo (giorno nel quale Tavola della pace, Rete italiana per il disarmo e Sbilanciamoci! hanno indetto una manifestazione davanti a Montecitorio) Di Paola e Monti avrebbero potuto emanarli con due mesi di tempo per un parere del parlamento che, nel marasma pre elettorale, li avrebbe probabilmente lasciati come Di Paola li ha (già) scritti. Vista la mala parata in commissione e in aula, Di Paola ha cercato Bersani per chiedere via libera ai decreti ma il leader Pd, forte della vittoria alle primarie, gli ha detto di no.
La legge probabilmente passerà (coi voti della destra) ma non passeranno i decreti che dunque andranno scritti dal prossimo ministro o, come suggeriscono i pacifisti, dal Pd stesso a cui chiedono comunque martedì di votare contro e di far passare un ordine del giorno che certifichi il passaggio del pacchetto al governo che verrà.
Il No alla base a Vicenza
Se a Roma si dibatte sul comparto nazionale, a Vicenza si torna oggi a parlare di relazioni (militari) internazionali. Cento fumogeni rossi da segnalazione nei pressi della nuova base militare americana della città marcheranno uno sconfinamento e una «disinstallazione temporanea» che si oppone «alla volgarità politica che ha trasformato una città culturale in una città militare», come dicono gli organizzatori di quest’azione artistico-sovversiva prevista in tarda mattinata.
Sarà una performance dal titolo «Vicenza patrimonio vergognoso dell’Unesco» perché l’azione, ideata negli ambienti che si battono contro la base, vuole spingere l’Unesco a decidere se togliere la sua egida alla città, prendendo atto che la base ormai è stata fatta ma illegalmente e contro i principi stessi dell’organismo delle Nazioni unite, o mantenerla a una condizione: riconvertire la struttura militare in qualcosa di culturalmente utile. Ad esempio, suggeriscono i contestatori, in un un campus universitario di livello internazionale.
I non violenti a Firenze
C’è infine da registrare l’appuntamento di Firenze in occasione dei 40 anni (1972-2012) dall’approvazione della prima Legge per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza (coll’istituzione del servizio civile). Il Movimento Nonviolento e la Conferenza nazionale degli Enti di servizio civile organizzano un convegno il 15 e il 16 dal titolo chiarissimo: «Avrei (ancora) un’obiezione!»

Crisi, in Italia l’unico pil che cresce è quello delle tasse. I dati della Cgil di Mestre da controlacrisi.org

 

L’introduzione dell’Imu, gli aumenti dell’Iva, delle accise sui carburanti e dell’addizionale Irpef regionale hanno fatto crescere il peso delle tasse sulle famiglie italiane, con aggravi che nel 2012 potranno raggiungere i 726 euro. A fare i conti è la Cgia di Mestre che parla apertamente di una stangata.Le simulazioni sono state fatte alla luce delle novita’ fiscali introdotte sia dal Governo Berlusconi sia dall’ Esecutivo guidato da Monti. La Cgia ha calcolato l’aggravio fiscale che questi nuovi provvedimenti avranno sui bilanci di tre diverse tipologie familiari cosi’ composte: giovane senza familiari a carico; coppia con un figlio e coppia con due figli; giovane senza familiari a carico: nel 2012 questo operaio, con un reddito poco inferiore ai 20.000 euro e con una casa di 60mq, ha un aumento del prelievo fiscale di 405 euro. Particolarmente pesanti sono gli aumenti riconducibili all’impennata di accise e Iva sui carburanti (+199) e all’entrata dell’Imu sulla prima casa (+120). Nel 2013 la maggiore tassazione sul 2012 sara’ di 55 euro e calera’ a 16 euro nel 2014. Al termine del triennio, rispetto al 2011, questo operaio paghera’ 477 euro euro in piu’. Coppia con un figlio: nucleo familiare costituito da un impiegato direttivo con un reddito annuo di 50.000 euro sposato con una donna che fa la casalinga e che vive in una casa di 115 mq. Nel 2012 il carico fiscale aggiuntivo sara’ di 726 euro (305 euro di Imu e 199 di maggiori spese per il carburante le voci piu’ notevoli), mentre nel 2013, per l’effetto dell’aumento delle detrazioni Irpef per i figli a carico, l’aggravio fiscale sara’ negativo. Vale a dire che nel 2013, rispetto al 2012, risparmieranno 61 euro. Nel 2014, invece, pagheranno 146 euro in piu’ rispetto il 2013. In virtu’ di tutto questo, gli effeti fiscali delle manovre Berlusconi-Monti costeranno ben +812 euro di tasse.
Coppia con 2 figli: famiglia composta da un impiegato con un reddito annuo di 22.000 euro sposato con una signora che lavora come commessa (19.000 euro annui). Vivono assieme ad un figlio in una casa da 115 mq. Per il 2011 avranno un aumento fiscale di 640 euro (anche qui i carburanti e l’Imu le voci di spesa piu’ notevoli), mentre nel 2013 registreranno un lieve calo (11 euro) rispetto a quanto hanno versato nel 2012. Questo risultato e’ riconducibile alla ‘Legge di stabilita” che ha deciso di aumentare le detrazioni Irpef per i figli a carico. Infine, nel 2014 l’aggravio fiscale si attestera’ sui 93 euro. Alla luce di cio’, tra il 2011 ed il 2014 l’aumento della tassazione pesera’ sul bilancio di questa famiglia per un importo di 722 euro.

Franco Serantini quaranta anni dopo. Storia di un sovversivo e di un assassinio di Stato

L’articolo di Corrado Stajano che rilanciamo dopo essere stato pubblicato dal Manifesto, è una rielaborazione dell’intervento al convegno dedicato, un anno fa, dalla Scuola Normale Superiore di Pisa a Franco Serantini.

di Corrado Staiano

l’edizione di Umanità Nova che da’ la notizia dell’assassinio

L’infanzia in un istituto di un quartiere proletario a Cagliari, poi il riformatorio a Pisa e la scoperta della politica Quarant’anni fa l’uccisione del giovane anarchico, durante una manifestazione a Pisa. Massacrato di botte dalla polizia, arrestato e interrogato senza che nessuno si accorgesse che era in fin di vita. Una morte rimasta senza giustizia.

Sono passati quarant’anni dalla morte di Franco Serantini e da allora, in Italia e nel mondo, sono accaduti infiniti fatti. Qual è l’amaro bilancio di una vicenda non soltanto giudiziaria che non ha fatto giustizia e non ha punito gli assassini in uniforme? L’accumularsi dei fascicoli, i conflitti tra uomini delle istituzioni, le ossessive avocazioni, sono serviti soltanto a dare credito al dogma che lo Stato è intoccabile, incapace di processare se stesso come uno Stato limpido e forte non dovrebbe aver timore di fare.

Franco Serantini nasce a Cagliari il 16 luglio 1951. Abbandonato al brefotrofio, vi rimane due anni. Poi viene dato in affidamento a due coniugi siciliani. Lui è una guardia di pubblica sicurezza, la moglie possiede qualche tumulo di terra a Campobello di Licata, in provincia di Agrigento, in collina, nella fascia sudorientale della Sicilia, a una ventina di chilometri dal mare, un paese bruciato, di vita grama. La coppia vive felicemente a Cagliari per due anni con il bambino, poi la moglie si ammala in modo grave e tutti e tre partono per la Sicilia. La donna muore nel 1955. Franco viene affidato allora alla famiglia della moglie della guardia, diventato brigadiere di PS. Ma la famiglia si sfascia – malattie, emigrazioni, bisogni materiali – e chiede che Franco venga ricoverato in qualche istituto di assistenza in Sicilia per poterlo andare a trovare. L’amministrazione provinciale di Cagliari, responsabile del destino del ragazzo, nell’aprile 1960 ordina che Franco sia invece affidato all’Istituto del Buon Pastore di Cagliari. L’Istituto è alla periferia di Cagliari in un quartiere chiamato “Il Giorgino”.

Un ghetto sottoproletario, allora, con una desolata aria di abbandono, in un paesaggio nord-africano dove le stagioni sono segnate, dall’estate alla primavera successiva, dall’arrivo dei fenicotteri, una lunga striscia di uccelli bianchi, rosa e rossi che prendono dimora nello stagno di Santa Gilla. Franco non ha ancora compiuto dieci anni, finisce le elementari. Poi le suore del collegio lo iscrivono alla scuola media “Giuseppe Manno” di Cagliari. È un bambino e poi un ragazzo chiuso, taciturno, infelice. Di carattere duro, difficile, bisognoso d’affetto e d’attenzione, matura nella solitudine i suoi pensieri attorcigliati e contorti. Non è un bravo scolaro e neppure un bravo studente. Ha ormai quindici anni, i suoi rapporti con le suore non sono buoni, il conflitto non ha tregua. A quell’età, negli istituti di assistenza, avviene quasi sempre la rottura con i ricoverati perché le amministrazioni provinciali smettono di pagare le rette.

Agli inizi del 1968 le suore del Buon Pastore si rivolgono al giudice del Tribunale dei minorenni, esprimono l’impossibilità di continuare a ospitare Franco nell’Istituto, motivano le ragioni del conflitto con l’umore del ragazzo, il cattivo carattere, la maleducazione, l’aggressività. Il Tribunale decide allora in questo modo, un capolavoro di umanità e di razionalità: «Siccome la personalità del giovane appare gravemente disturbata per assoluta carenza affettiva e lunga istituzionalizzazione, la personalità del soggetto deve essere bene aiutata con un trattamento affettuosamente comprensivo e sostenitore». Il dispositivo della sentenza conclude che Serantini «per rimediare alla lunga istituzionalizzazione» deve essere rinchiuso in un riformatorio. Lo permette una legge fascista, un regio decreto del 1939 allora in vigore. Davvero il rimedio più appropriato per aiutare un giovane incensurato che ha avuto una difficile vita. Il sistema più adatto a trasformare onesti ragazzi in criminali.

L’Istituto di osservazione per i minori di Firenze destina Franco Serantini all’Istituto di rieducazione maschile Pietro Thouar di Pisa in regime di semilibertà. L’équipe formata da uno psichiatra, da uno psicologo, da un assistente sociale, dopo un lungo esame, ritiene intelligente il ragazzo sardo. Il suo quoziente intellettuale è di 1,02, il quoziente medio è in genere di 0,70.

Pisa, per Franco Serantini, rappresenta la scoperta della vita. La città lo affascina. È il diverso modo di vivere che lo affascina. In Toscana esiste da sempre una pietosa attenzione popolare per gli orfani. Anche l’essere uno del San Silvestro, l’istituto Thouar che lo ospita, non gli pesa, non gli importa molto dire che è uno del riformatorio. È relativamente libero, può uscire anche la sera, fino alle 9 e mezzo. Certo, non ha mutato di colpo il carattere, è soggetto a sbalzi d’umore, spesso insonne, ribelle per amore e per mancanza di affetti. Ma diventa rapidamente un altro in quel ’68, nell’esplosione collettiva di protesta, di manifestazioni, di marce, di parole spesso incomprensibili. È orgoglioso, con un profondo senso della solidarietà, come hanno testimoniato quanti l’hanno conosciuto e gli sono stati vicini. La passione per la politica prende anche lui.

Ha solo quattro anni di vita, Franco Serantini. Spende bene quelle sue ultime stagioni. La sua vicenda, ricordata anche con patimento tanti decenni dopo, vale in assoluto, simbolo di tutta una generazione, inadeguata forse, utopica, presuntuosa, che dopo ha spesso tradito se stessa, incapace di pesare la consistenza dei rapporti di forza che è poi la politica, ma piena di passione, di voglia di fare.

Pisa è in quegli anni, con Trento e Torino, la capitale della contestazione studentesca. Franco Serantini si trova subito a suo agio in quel gran trambusto. Si è come risvegliato. Va a scuola volentieri, prende la licenza media, si iscrive all’Istituto professionale di Stato per il commercio che fa conseguire diplomi di contabili, segretari d’azienda, addetti agli uffici turistici. È attento a tutto e a tutti, come se volesse recuperare un tempo perduto. Studia, legge quel che trova, confusamente, acerbamente, con difficoltà, privo com’è di ogni base di saperi. Frequenta la Federazione giovanile comunista, poi la federazione giovanile socialista. Non possiede idee generali, neppure a livello elementare, cerca di supplire con la volontà di capire. Spesso non comprende i linguaggi che devono tener conto delle tattiche partitiche. È una lastra levigata. Rifiuta le prudenze, le contraddizioni, gli opportunismi.

La strage di piazza Fontana è un evento essenziale per comprendere quegli anni infuocati. Una cesura. Serantini si appassiona di quel che è accaduto a Milano, vuol sempre parlare di Valpreda, di Pinelli, della strage di Stato. Comincia a farsi vedere nella sede di Lotta Continua, è individualista, non accetta neppure le regole più normali del gruppo. Si dà da fare, il ragazzo sardo. Donatore di sangue, cameriere d’estate a Viareggio, operaio stagionale in una fabbrica di piastrelle. Se non si racconta con minuzia la povera, ma orgogliosa vita di Franco Serantini, non si può comprendere appieno la ferocia della sua morte. L’esperienza del mercato rosso al Cep, nato da un’idea di Lotta Continua, lo coinvolge come tutto quello di cui si occupa.

Un gruppo di ragazzi compra negli orti frutta e verdura e la vende agli abitanti di quel quartiere popolare a prezzi molto inferiori ai negozi. Un’economia primitiva alla Robinson Crusoe. I commercianti della zona protestano, il clima di tensione si fa caldo, la polizia interviene, picchia i ragazzi, fa degli arresti. Franco se la cava a malapena durante una retata. Il ragazzo sardo continua a leggere, vuol colmare i suoi vuoti, si appassiona a tutti i libri che gli capitano in mano. Compra, chissà come, chissà perché, Magnati e popolani a Firenze dal 1280 al 1295 di Gaetano Salvemini. La cultura come vita, strumento essenziale per capire il mondo. Costruita dal nulla sulla cera vergine.

Ha un carattere più aperto, meno difeso, fa la conoscenza di tre giovani coppie della borghesia colta. Lo invitano nelle loro case accoglienti. Sono spiritosi, affettuosi, cercano di dare anche un ordine al suo povero bagaglio culturale. Acquista un quaderno dalla copertina nera, ci scrive sopra tutto quel che gli viene in mente, Valpreda, Pinelli, i fatti della Bussola del ’68, il ferimento di Soriano Ceccanti, la contestazione, l’autunno caldo. Frequenta un corso di contabilità d’azienda, fa lavori precari in un ufficio di perforazione schede appaltato dall’Ibm. Con i suoi guadagni ha messo da parte qualche soldo e ha comprato un Ciao usato color blu. Su e giù per le strade della città, una festa. La vita e la morte di Franco Serantini, un puntino nella storia del mondo, possono fare da specchio a quel che accade nell’intero mondo.

Corrado Stajano

Il ragazzo sardo abbandona Lotta Continua, detesta i piccoli capi imperiosi, le volontà egemoniche, le gerarchie, le burocrazie. Alla fine del 1971 si avvicina con naturalezza agli anarchici. Ha letto nel frattempo, con i libri sul fascismo, sull’antifascismo e la Resistenza che lo appassionano, i testi classici dell’anarchia, Bakunin, Malatesta, Cafiero, Kropotkin. Non è un estremista della violenza, è esuberante, desideroso di agire. Lavora come un dannato a scrivere volantini, li tira al ciclostile, va a distribuirli dove e come può. I vecchi anarchici che passano le loro giornate immobili nel camerone di via San Martino, vicino alla Confraternita della Misericordia, sono colpiti e qualche volta anche disturbati dall’attivismo dei giovani del Gruppo anarchico Pinelli di cui Serantini è l’anima.

Ha pochi anni di vita, Franco Serantini. Un breve conto alla rovescia con la morte, il suo. Il 1972 arriva in fretta, il ragazzo sardo non ha ancora compiuto 21 anni. Il nuovo governo Andreotti non ottiene la fiducia del Senato e si dimette. Il presidente della Repubblica Leone scioglie il Parlamento e indice le elezioni per il 7 e l’8 maggio. A Pisa la campagna elettorale è aspra, il clima politico è avvelenato, si temono incidenti per la giornata di chiusura della campagna elettorale, venerdì 5 maggio. La città sembra in stato d’assedio. Da Roma è arrivato il I Raggruppamento celere, sono di servizio anche i carabinieri paracadutisti. Chiudono come in una tenaglia il posto del comizio, il Largo Ciro Menotti, una piccola piazza del centro crocevia di piccole strade ideale per la guerriglia urbana. Sono in programma un comizio fascista al quale si oppone con durezza Lotta Continua e un comizio della sinistra. Il sindaco, l’amministrazione è di sinistra, cerca di opporsi, inascoltato, all’uso di quel posto pericoloso. Il conflitto esplode subito violento. Sembra che gli agenti di polizia abbiano perso i lumi, loro e chi li comanda. Sparano centinaia di lacrimogeni in ogni direzione, si sentono anche colpi di pistola. I giovani di Lotta Continua hanno costruito barricate, lanciano pietre e bottiglie molotov. Tre ore di aspra guerriglia.

Franco Serantini è immobile, solo – un segno del destino – all’angolo tra il Lungarno Gambacorti e via Mazzini. Avrebbe potuto facilmente fuggire, salvarsi. Gli saltano addosso almeno in dieci poliziotti, lo tempestano di colpi, coi calci dei fucili, i manganelli, i piedi, i pugni, con ferocia, con crudeltà. Manifestano su quel povero ragazzo inerme tutta la loro rabbia, la loro furia, la loro frustrazione. Il suo corpo viene massacrato, al capo, al torace, sulle braccia, sulle spalle.
Anche nella morte Franco Serantini soffre della stessa sfortuna che gli è toccata in vita. Viene arrestato, poco dopo le 8 della sera di quel venerdì 5 maggio. Il commissario di PS annota sul suo verbale quel che gli viene contestato: «Manifestazione sediziosa, vilipendio delle forze dell’ordine». Non ha mosso un dito. Gridava insulti, nient’altro. Viene portato in una caserma. Non riesce a restar ritto, dicono i testimoni. All’una di notte è rinchiuso nel carcere Don Bosco. Sta visibilmente male, è bianco come un cencio, ha il corpo spezzato. Dopo il mezzogiorno del sabato è interrogato in carcere dal sostituto procuratore della Repubblica Giovanni Sellaroli: non si rende conto che Franco sta morendo. Sta male, non riesce neppure a tener su la testa, risponde alle domande del magistrato con il capo appoggiato al tavolo. Viene chiuso in una cella di isolamento.

Un medico frettoloso lo visita nell’infermeria del carcere alle 4 e mezzo del pomeriggio. Gli prescrive: «Sympatol-Cortigen, borsa di ghiaccio in permanenza». Anche un profano capirebbe che il ragazzo ha la testa rotta o qualcosa di molto grave, ma non risulta che gli sia stata misurata nemmeno la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca, la temperatura, la reattività della pupilla alla luce, prove che avrebbero rivelato subito la drammaticità delle condizioni del detenuto. Dentro il carcere Don Bosco, tra l’altro, funziona un attrezzato centro medico-specialistico adatto a ogni genere di intervento. L’ospedale è vicino.

Franco Serantini non viene ricoverato, non gli viene fatta una radiografia, viene semplicemente rimandato in cella da dove era venuto. Ma entro sera avrà la borsa di ghiaccio da mettere sul capo prescritta dal medico. Muore alle 9,45 del 7 maggio 1972. Il certificato di morte parla di emorragia cerebrale. Tutto qui. La sorte, se così si può dire, seguita a infierire su Franco Serantini. Si tenta di seppellirlo in fretta, di nascosto. Manca il nulla osta del procuratore della Repubblica, non sono neppure passate le 24 ore prescritte dal regolamento. L’impiegato dello Stato civile del Comune fa quel che deve, rifiuta di firmare l’autorizzazione e il tentativo va a monte. Non è finita per Serantini. Il 25 ottobre di quell’anno, quando viene depositata la perizia medico-legale, subisce un altro affronto. Quasi a dire che Franco se l’è voluta la sua morte, visto che anche fisicamente non era uguale agli altri. È scritto nella perizia, firmata da illustri luminari, che Serantini Franco era «portatore di una voluminosa milza», da bambino, infatti, aveva avuto la malaria e le ossa della sua testa – scrivono i periti – erano più sottili del normale: la diploe – lo strato di tessuto situato tra le ossa del cranio – di Franco Serantini era di 0,30 centimetri di spessore invece di 0,40, 0,45 e quindi aveva una minore resistenza ai colpi.

A Franco Serantini è toccata una doppia morte. La morte selvaggia a opera della polizia e la morte decretata dalle istituzioni che non hanno fatto giustizia, tra conflitti giudiziari, avocazioni, tentati trasferimenti di magistrati, reticenze, bugie. Se almeno fosse servita a evitare morti atroci venute dopo, a impedire violazioni della legge e della Costituzione della Repubblica, la somma Carta che si fa di tutto in questi anni per cancellare! Non è accaduto. Uomini dello Stato, il cui compito è quello di garantire la sicurezza dei cittadini, sono risultati responsabili di gravi illegalità. Il più delle volte non hanno pagato alcuno scotto, quando non ne hanno tratto vantaggi di carriera. Dalla vita, Franco Serantini ha avuto soltanto un dono, il funerale.

Bomba a Piazza Fontana-Un minuto di storia

A Natale rim-patria abbonati a Patria Indimendente, la rivista nazionale dell’antifascismo e della Resistenza

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