ricordo della strage di via D’Amelio 19 luglio 1992 – Di Lello: «Lo Stato tiri fuori l’agenda rossa di Borsellino»Scritto da Fabrizio Colarieti

Mercoledì 11 Luglio 2012

«Lo Stato tiri fuori l’agenda rossa di Paolo Borsellino, solo così potrà recuperare credibilità». A parlare è Giuseppe Di Lello Finuoli, ex giudice istruttore e parlamentare, nel ’83 chiamato da Antonino  Caponnetto a far parte del pool di Palermo dopo l’uccisione di Rocco Chinnici. Insieme a Leonardo Guarnotta, attuale presidente del tribunale di Palermo, Di Lello è l’unico testimone ancora in vita della stagione che li vide in prima fila nella lotta a Cosa nostra, gomito a gomito con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Cosa ricorda di quegli anni, quando nacque il pool e lavorò al fianco di Falcone e Borsellino?

«Quando Gaetano Costa e Rocco Chinnici (entrambi vittime di mafia, ndr) cominciarono seriamente a indagare su Cosa nostra, ci si rese conto che in realtà era un fenomeno abbastanza perseguibile, cioè non era quel mostro sconosciuto e impenetrabile cui si faceva spesso riferimento. Ma le grandi intuizioni, quelle che cambiarono l’approccio, furono quelle di Giovanni Falcone. Mi riferisco al fatto di andare a guardare dentro le banche, di utilizzare le intercettazioni, di avviare rapporti con gli altri organi inquirenti. Era un innovatore, e il suo modo di indagare fu dirompente. Fino a quel momento a Palermo non c’era stata una magistratura credibile, ma Falcone aveva la fama di essere un giudice bravo, uno di cui ci si poteva fidare. Sono entrato nell’ufficio istruzione nell’82, c’erano già Falcone e Borsellino, il pool nacque con la morte di Chinnici, strutturalmente venne messo in piedi da Caponnetto. E anche la sua fu una grande intuizione: far lavorare insieme i giudici asse-gnatari di processi contro la mafia, per costruire un unico grande processo. Nacque così il pool che era composto da Falcone, Borsellino e me, poi arrivò Guarnotta, e noi quattro istruimmo i primi grandi processi contro Cosa nostra».

Che clima c’era a Palermo in quegli anni?

«Il clima era di grandissima collaborazione, a capo della Procura c’era Vincenzo Pajno, e a capo dell’ufficio istruzione c’era Caponnetto, e loro due andavano abbastanza d’accordo. Tra di noi c’era una grande collaborazione, basata su stima e fiducia reciproca, e con la Procura non ci furono mai grandi tensioni».

E con la politica?

«Fino a quel momento la politica, in Sicilia, non era stata mai disturbata, dunque i primi segnali vengono con l’incriminazione di Vito Ciancimino, in primis, e poi dei cugini Ignazio e Antonino Salvo, che erano i terminali degli andreottiani, mentre Ciancimino lo era della mafia. Era la Dc che contava veramente a Palermo e in Sicilia e il fatto che il pool mirasse a loro spaventò molto, perché non erano abituati a essere disturbati a quel livello. Ci fu una reazione molto ben orchestrata, anche a livello di governo, imperversava il Caf, e diventammo il loro bersaglio principale, perché mettevamo in crisi l’economia, insieme alla primavera di Leoluca Orlando che in quel periodo si stava sviluppando. Un’azione politica condotta anche sui i giornali, quello di Montanelli, un po’ anche il Corriere della Sera e Il Giornale di Sicilia. Erano tutti molto critici nei nostri confronti, “questi giudici che mettono in pericolo anche i loro coinquilini e la pace della città”. Un livello un po’ meschino».

Che idea si è fatto sul delitto di Salvo Lima?

«Lima era riconosciuto come il referente andreottiano, il principale referente di Giulio Andreotti in Sicilia, e anche il referente di ambienti mafiosi. Credo che lui avesse lucrato sui voti mafiosi e anche un po’ millantato questo suo potere, suo e degli andreottiani, perché mai avrebbero pensato che poi ci sarebbe stato un processo che addirittura arrivava in Cassazione e incastrava definitivamente molti boss mafiosi. Forse avevano dato all’esterno rassicurazioni inesistenti, sulla sorte di questo processo e quando le sentenze vennero confermate in Cassazione la mafia si scatenò contro di loro, contro i suoi referenti politici che aveva sottomano, quindi ammazzò Lima e uno dei cugini Salvo».

E della trattativa Stato-Mafia?

«Non c’è dubbio che alcuni pezzi dello Stato avranno tentato di trattare, adesso non so in quale misura, però non c’è neanche dubbio che tutto sommato lo Stato ha retto, perché alla fine di questa trattativa, che mirava a indebolire il regime sanzionatorio, di fatto si sono ritrovati con il 41bis addirittura stabilizzato per legge, quindi questa trattativa non c’è mai stata, almeno in termini ufficiali».

Qual è la sua opinione su Massimo Ciancimino?

«Un pentito deve essere attendibile sempre, non part time, a volte sì e altre no. Non si può fare antimafia dando credito a uno come Ciancimino».

Che ricordi ha di Falcone e Borsellino?

«Lavoravamo tutto il giorno insieme, c’era un legame di amicizia personale, familiare, molto forte. Falcone era un personaggio che non veniva scalfito da nessuna accusa, si riteneva un vincente e non c’è dubbio che lo fosse, perché era l’unico in Italia che poteva alzare il telefono e parlare con l’Fbi, con gli investigatori più importanti del mondo e avere una risposta. Borsellino era un po’ il complemento di Falcone, era un uomo dello Stato fino in fondo. Non si sarebbero mai tirati indietro, per nessun motivo, tant’è che sono stati ammazzati».

La morte di Borsellino è legata alla trattativa?

«Questo è difficile dirlo. Dico solo una cosa: se lo Stato vuole fare lo Stato ed essere credibile, cominci a tirare fuori l’agenda rossa di Borsellino, per esempio. Non l’ha presa il primo che passava, se la sono presa, come si sono presi i documenti dalla cassaforte di Carlo Alberto Dalla Chiesa, come quelli trafugati dal covo di Totò Riina, come le agende di Falcone. Tutta una serie di acquisizione di dati. Non sono un complottista però credo che una parte dei Servizi in questo Stato non sono mai stati fedeli ad esso, ma fedeli solo a se stessi, al loro potere interno, tant’è che la politica è stata sempre succube di questi personaggi».

*dal settimanale N.27

appello “NO AL MUOS, NO AI DRONI – PER LA SMILITARIZZAZIONE DELLA SICILIA”

Il 4 aprile del 1982 oltre centomila sicilian* e tantissime persone giunte da tutta Europa sfilarono a Comiso per dire no alla costruzione di una base militare che avrebbe dovuto accogliere 112 missili Cruise a testata nucleare: erano parte di un poderoso movimento che per un decennio lottò per liberare il mondo dal dominio delle superpotenze di allora, convinto della necessità di un’Europa “senza missili dall’Atlantico agli Urali”.

 

Nel 1982 al fianco delle manifestazioni di Comiso c’era Pio La Torre, che più di ogni altro aveva intuito come la lotta e l’impegno per la pace, contro la militarizzazione della Sicilia, si intrecciavano a doppio filo con un impegno più antico: quello antimafia e per la democrazia. Intuizione talmente profonda da armare la mano della mafia che, 26 giorni dopo quella straordinaria giornata, il 30 aprile a Palermo assassinava lui e Rosario Di Salvo.

 

 I missili a Comiso indicavano che il nuovo fronte del conflitto si stava spostando nel Mediterraneo. A distanza di 30 anni il Mediterraneo e la Sicilia costituiscono ancora fronte e centro degli interessi di guerra: il territorio di Niscemi sta per ospitare l’arma perfetta per i conflitti del 21° secolo: il MUOS, Mobile User Objective System, mentre la base Usa e Nato di Sigonella sta per trasformarsi nella capitale mondiale dei famigerati aerei senza pilota.

 

Il MUOS di Niscemi è uno dei quatto terminali terrestri parte di un programma gestito  dal Dipartimento della Difesa USA: una rete di mega antenne e satelliti per telecomunicazioni veloci. È un sistema per propagare e moltiplicare gli ordini di attacco convenzionale, chimico, batteriologico e nucleare, ad uso esclusivo delle forze armate degli Stati Uniti d’America. Tre terminali sono installati nel sud-ovest dell’Australia, nel sud-est della Virginia, e nelle isole Hawaii. Il quarto ha trovato “ospitalità” nella sughereta di Niscemi, dove sono già state devastate decine di ettari di riserva naturale e dove sono già per essere installate tre grandi antenne paraboliche dal diametro di più di 18 metri e alte quasi 150 metri che guideranno, con le loro onde elettromagnetiche, missili e aerei senza pilota. Gli studiosi non allineati con il pensiero unico dominante ne denunciano il pesante impatto sull’ambiente, sulla salute delle persone, sul traffico aereo e hanno già definito il MUOS un pericolosissimo maxi forno a microonde.

 

A Sigonella sono già stati installati i primi droni del tipo Global Hawk, Predator e Reaper, gli stessi utilizzati quotidianamente in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Somalia, Yemen, Libia, per colpire obiettivi civili e militari e assassinare anziani, donne e bambini. Nei piani dei Signori del Pentagono, entro la metà del secolo le Guerre saranno del tutto automatizzate. Decisioni, piani e ordini di attacco saranno esclusivamente demandati ai robot, ai computer, ai terminali terrestri e satellitari e ai droni. Per la prima volta nella storia dell’Umanità, vita e morte, pace e guerre non risponderanno alla volontà e alla coscienza dell’Uomo.

 

Già ora le evoluzioni dei droni sui cieli siciliani, eticamente immorali, comportano insostenibili pericoli per le popolazioni e il traffico aereo civile. Le operazioni sugli scali di Catania-Fontanarossa e Trapani Birgi sono sottoposti a pesanti limitazioni, i passeggeri subiscono ingiustificati disagi e l’economia e il diritto di mobilità vengono irrimediabilmente compromessi. Come è stato ipotizzato da più parti, l’iperattività dei droni di Sigonella potrebbe prefigurare un’azione di guerra in Siria e, più tardi, in Iran.        

 

Il dilagante processo di militarizzazione dell’Isola e di trasformazione in un’immensa portaerei di morte e prigione-ghetto per i migranti e richiedenti asilo che fuggono dalle guerre africane e mediorientali ha tuttavia risvegliato la coscienza di migliaia di siciliani. Nella Sicilia sud-orientale sorgono decine di comitati di lotta contro il MUOS, mentre in provincia di Catania cresce l’allarme per la base di Sigonella. A distanza di 30 anni le riflessioni e le azioni dei protagonisti di quella stagione di lotta trovano sponda in un composito movimento formato soprattutto da giovani e giovanissimi, da associazioni e singol* cittadin*, che rifiutano l’idea di Sicilia come portaerei e avamposto armato nel Mediterraneo, e lavorano perché la nostra isola sia piattaforma di pace e dialogo, terra capace di valorizzare le proprie risorse naturali e culturali e perché il Mediterraneo non sia più un cimitero marino ma diventi un Ponte di Pace e di cooperazione fra i popoli.

 

Adesso è importante potenziare le iniziative di lotta e le azioni di denuncia e controinformazione ed estendere il movimento contro le guerre in tutta la Sicilia a partire dai luoghi dove sorgono i sempre più sofisticati apparati di morte (da Augusta, base dei sottomarini e delle unità navali a capacità e propulsione nucleare, alle grandi basi radar di Marsala e Noto-Mezzogregorio, allo scalo militare-civile di Trapani-Birgi alla stazione radar antimigranti di Melilli, all’Arsenale di Messina proposto come megadiscarica delle unità navali NATO da rottamare, ecc.).    

 

Facciamo appello ai cittadini siciliani di

 

  • riaffermare con forza e costanza un impegno e una volontà di pace
  • denunciare la continua militarizzazione del nostro territorio (da Trapani a Lampedusa, da Sigonella a Niscemi, ecc.), lo sfruttamento e la distruzione del mare, delle coste, del territorio
  • superare le ipocrisie di chi da una parte dice di voler sostenere l’ansia di libertà dei popoli arabi e che poi in realtà utilizza le bombe anche contro civili inermi per assicurarsi il controllo delle fonti di approvvigionamento energetico
  • sconfiggere chi pensa al Mediterraneo solamente come un unico immenso mercato dentro il quale solo le merci hanno diritto a muoversi e chi ha voluto blindare le nostre frontiere, trasformando porzioni della nostra isola in lager dove tenere segregate migliaia di persone (il megaCara di Mineo ne è un vergognoso esempio)
  •  sostenere in maniera attiva i processi di liberazione dei popoli dai regimi corrotti ed oppressivi nell’area mediterranea
  • promuovere una comunità mediterranea dei diritti, per uscire insieme dalla crisi economica, costruendo con la Solidarietà un nuovo internazionalismo fra i popoli
  • rilanciare l’impegno contro le organizzazioni criminali, la borghesia mafiosa e i poteri forti, per la democrazia e la libertà
  • sostenere la campagna per la smilitarizzazione di Sigonella e dell’aeroporto di Trapani e la loro trasformazione in scali civili internazionali

 

 

Primi firmatari:

Andrea Ballarò (Cobas Antirazzista Palermo), Anna Bucca (Arci Sicilia), Nicola Cipolla (CEPES), Alfonso Di Stefano (Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella), Mario Forgione (…), Nadia Furnari (Ass. antimafia Rita Atria), Federico Galletta (Officina Rebelde), Valerio Marletta (sindaco di Palagonia), Antonio Mazzeo (giornalista e peace researcher), Teresa Modafferi (Cobas Scuola Catania), Antonio Riolo (CGIL Sicilia), …….

anche l’ANPI di Catania ha aderito all’appello.

 

vogliamo scuse dallo stato di Vittorio Agnoletto

 

 


Ora il presidente Napolitano deve chiedere scusa a nome di tutte le istituzioni alle vittime della Diaz, di Bolzaneto, a tutti i cittadini italiani; deve chiedere scusa per le violenze commesse da rappresentanti dello stato, per il vergognoso silenzio mantenuto per undici anni dalle istituzioni, per aver promosso coloro che erano stati condannati per fatti gravissimi.
Napolitano lo deve fare anche per il rispetto verso il pubblico ministero Enrico Zucca, verso quei cinque giudici che emettendo la sentenza hanno certamente «semplicemente» compiuto il loro dovere, ma un dovere reso difficilissimo dai ricatti di ogni genere che sono scattati in queste settimane. «Se confermate le condanne decapitate le istituzioni di sicurezza del nostro paese», si sono sentiti ripetere incessantemente da chi con forza ha lavorato perché la ragione di Stato prevalesse sul diritto. Con la loro decisione i giudici hanno liberato le istituzioni da chi le occupava indegnamente, con la complicità dell’insieme del mondo politico.
Ed è bene non dimenticarsi delle responsabilità politiche, sia di chi in quelle ore si trovava immotivatamente nella caserma centrale dei carabinieri, sia di chi ha tentato in ogni modo di coprire i reati, sia di chi ha reso impossibile la formazione di una commissione d’inchiesta. Ed è bene ricordare che le responsabilità non sono tutte solo del centrodestra. La sentenza di oggi è stata possibile perché per ora in questo paese vi è ancora, seppure limitata e ferita, l’autonomia dei diversi poteri, a cominciare dall’indipendenza della magistratura dal potere politico. Oggi comprendiamo meglio quali rischi abbiamo corso recentemente, rischi mai del tutto superati, con il tentativo di modificare l’ordine costituzionale.
Tutti i condannati devono ora lasciare il loro posto; è vero, il numero uno, quello che allora era il capo della polizia, Gianni De Gennaro, non è stato condannato. Non era imputato in questo processo: ma sono stati condannati tutti i suoi più stetti collaboratori, coloro che da lui prendevano ordini e che a lui rispondevano. La sua responsabilità sia sul piano etico che professionale è fuori discussione. Deve immediatamente essere rimosso dall’incarico di sottosegretario con delega ai servizi segreti.
Non possiamo però dimenticare che la stragrande maggioranza degli autori delle violenze alla Diaz non sono stati individuati: avevano il volto coperto dal fazzoletto e dal casco. Alcune centinaia di poliziotti hanno agito contemporaneamente al di fuori e contro la legge. Questo è un enorme segno di allarme; va rilanciata la campagna per l’inserimento sulle divise dei codici di riconoscimento, vanno ridiscusse le modalità di formazione, va modificato il reclutamento dei poliziotti che oggi avviene soprattutto tra chi ha svolto anni di servizio militare in scenari di guerra: non è un caso che poi si pensi di gestire l’ordine pubblico come in guerra. E’ necessario tornare alle origini della lotta condotta negli anni ’70 e ’80 per un sindacato democratico nella polizia.
Oggi, per una volta, il diritto, la legalità hanno vinto contro la ragione di stato. Questa sentenza parla anche a noi, a coloro che in questi anni si sono battuti per ottenere verità e giustizia, a coloro che, anche a sinistra, hanno preferito voltare la testa dall’altra parte pensando che fosse possibile continuare nelle proprie attività sociali e politiche rimuovendo quanto avvenuto in quelle giornate.
Ora abbiamo il dovere di riprendere insieme, perché questa era la nostra forza principale, il filo interrotto allora. Insieme a coloro che a Genova non c’erano, anche per ragione anagrafica, ma che oggi stanno sperimentando sulla propria pelle proprio le conseguenze di quel sistema che noi a Genova, undici anni fa, volevamo completamente cambiare.
da Il Manifesto, 06/07/2012

Messina le flotte navali NATO da rottamare di Antonio Mazzeo

 

 

 

 

 

Un grande cimitero-pattumiera di tutte le navi da guerra che saranno dismesse dalle marine dei paesi membri della NATO. Prodotti chimici e idrocarburi, agenti inquinanti e cancerogeni, rifiuti tossici e speciali. Da stoccare, maneggiare, trattare e “bonificare” a due passi dal centro urbano. A Messina, nel cuore dello Stretto, lo storico Arsenale militare è destinato a divenire il Centro di eccellenza per la “demilitarizzazione e lo smaltimento” delle unità navali dell’Alleanza Atlantica fino a duemila tonnellate (il cosiddetto “naviglio sottile”). Lo hanno deciso a Roma i manager dell’Agenzia Industrie e Difesa, l’ente di diritto pubblico istituito nel 1999 per “razionalizzare” le strutture industriali del Ministero della Difesa in vista della loro privatizzazione.

Partner del progetto sarà la NATO Maintenance and Supply Agency (NAMSA), l’agenzia logistica dell’Alleanza con sede a Capellen (Lussemburgo) che assiste i paesi membri negli acquisti comuni e nella manutenzione dei sistemi d’arma, dal primo luglio di quest’anno sotto il controllo della neo costituita NATO Support Agency (NSPA). Secondo quanto rivelato dalla Gazzetta del Sud, entro la fine dell’estate una commissione NAMSA giungerà a Messina per verificare la tipologia degli impianti dell’Arsenale e autorizzare l’arrivo delle prime navi da rottamare. Per rendere pienamente operativo il nuovo Centro d’eccellenza sarà però necessario realizzare gli “impianti per garantire la sicurezza ambientale” e le “aree per l’accumulo di materiali da smaltire” per un importo di circa 25-30 milioni di euro, con fondi militari e sotto l’egida dell’Agenzia Industria e Difesa.

La trasformazione dell’infrastruttura peloritana in un centro d’élite NATO è stata confermata dall’ex ammiraglio Gian Francesco Cremonini, da una decina d’anni alla guida dell’Arsenale. “Lo start up del progetto è stato avviato una decina di giorni fa”, ha dichiarato. “Si tratta di una grandissima occasione per la città. Su Messina viene indirizzato un interesse internazionale e di questo non potrà non trarne un grande vantaggio anche in termini occupazionali. Una scommessa voluta dal direttore generale dell’AID, l’on. Marco Airaghi, che crede moltissimo nella nostra struttura e che rientra in un progetto più ampio che riguarda tutti gli otto ex stabilimenti militari, dismessi come tali e riconvertiti in enti privatistici…”. Commendatore dell’Ordine Militense dei Cavalieri di Malta e parlamentare Pdl dal 2001 al 2008, Airaghi è uno degli uomini più potenti del sistema nazional-militare. Oltre a dirigere l’Agenzia Industrie e Difesa, il politico lombardo è infatti presidente della Consulta Nazionale per l’Aerospazio e vicepresidente dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI).

“Per il primo anno arriveranno a Messina navi già bonificate, non avendo a disposizione da subito tutti gli impianti necessari, ma entro la prossima estate il progetto potrà essere a regime”, ha spiegato Cremonini. “Di fatto, nella nostra struttura verranno inviate, da tutti gli Stati che fanno parte della NATO, quelle unità navali che vanno distrutte o di cui alcuni strumenti andranno riconvertiti ad uso civile”. Successivamente, l’Arsenale di Messina – assieme agli stabilimenti di Torre Annunziata e Capua – potrebbe occuparsi della “demilitarizzazione” dei carri armati alleati, del “recupero” dei motori e della loro “conversione in sistemi eolici”. L’aspirazione a fare dei mezzi militari un’occasione di ecobusiness è stata confermata durante un recente incontro tra l’ex ammiraglio e i rappresentanti sindacali di base dell’Arsenale. “Secondo l’accordo fra l’AID e la NAMSA, le navi militari dell’Alleanza dovrebbero essere smontate nel bacino di Messina per utilizzarne i pezzi di ricambio nell’industria energetica, forse nel fotovoltaico”, ha dichiarato a Nettuno Press la segretaria provinciale della Fp Cgil, Clara Crocè. “Abbiamo chiesto però un incontro a Cremonini per avere notizie dirette sul progetto perché ci sono diversi punti da chiarire compreso il fatto che Messina, secondo le notizie approssimative che abbiamo, non si limiterebbe ad acquisire la commessa ma diventerebbe appoggio logistico per la NATO”.

Dal punto di vista occupazionale, il progetto è comunque visto con favore dal sindacato. In città è già scoppiata la guerra dei numeri: la riconversione a megacimitero delle navi militari dell’Alleanza comporterebbe tra i 200 e i 220 posti di lavoro. Ma nessuna illusione: non ci saranno nuove assunzioni anche perché all’Arsenale è in atto, da tempo, una drastica riduzione del personale impiegato. “Quella del progetto è una notizia positiva”, commenta la Crocè.  “Eravamo ad un passo dall’intavolare le trattative per il taglio di un minimo di 72 unità lavorative ad un massimo di 80. In questo modo il personale in esubero potrebbe trovare ricollocazione”.

A commentare positivamente il piano NATO anche il sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca (Pdl), Confindustria e il segretario provinciale della Cisl, Tonino Genovese. Contro, ad oggi, solo i rappresentanti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella e della Rete No Ponte. “Il centro logistico NATO a Messina si aggiunge alla stazione satellitare MUOS della Marina USA di Niscemi e allo schieramento dei droni a Sigonella”, commenta per i No war, Alfonso Di Stefano. “Così la Sicilia rafforza la sua immagine di isola piattaforma di guerra e pericolosa discarica dei sistemi di morte obsoleti”.

“Sulla pelle dei cittadini, esattamente come accaduto con il Ponte sullo Stretto, viene imposto ancora una volta un programma dall’insostenibile impatto ambientale, sociale ed economico e dall’assai dubbia rilevanza occupazionale”, dichiara Gino Sturniolo dei No Ponte. “Per questo ci mobiliteremo contro la rimilitarizzazione della zona falcata di Messina, un’area d’importanza storico-urbanistica e di rilevante bellezza paesaggistica che deve essere invece tutelata e bonificata e divenire bene comune della città”.

Imprenditori, costruttori e speculatori puntano da tempo ad accaparrarsi le aree della centralissima zona falcata occupate dal Comando militare di Marisicilia (oggi trasferito ad Augusta) o da alcuni cantieri navali in via di dismissione. Nelle mire, ovviamente, anche il complesso dell’Arsenale che si estende su una superficie di circa 55.000 mq di cui quasi la metà coperta da officine, magazzini e uffici. Alle dipendenze dell’Agenzia Industrie e Difesa dal 2001, l’Arsenale opera attualmente nel settore della cantieristica navale, fornendo i servizi di carenaggio alle unità civili e militari e la riparazione di scafi, motori, macchinari ausiliari, impianti elettrici, armamenti nautici. Con circa 300 metri di banchine di ormeggio, un bacino in muratura e uno galleggiante, l’Arsenale annovera tra i principali clienti la Marina militare, la Guardia costiera e la Guardia di finanza, R.F.I. Spa e alcune società industriali e di navigazione (Fincantieri, Rodriquez Cantieri Navali, Gruppo Tirrenia Navigazione, Caronte & Tourist Lines, ecc.).

Negli impianti dell’Arsenale i lavoratori sono stati lungamente in contatto con materiali altamente pericolosi, inquinanti e nocivi per la salute. A partire dal famigerato amianto, la cui inalazione durante gli interventi alle unità navali avrebbe causato l’insorgenza del cancro tra alcuni dipendenti. Nell’aprile 2011 il Tribunale di Messina è stato chiamato a giudicare otto alti ufficiali della Marina militare accusati di responsabilità nella morte per carcinoma polmonare di un elettricista civile, Ignazio Siracusa, impiegato presso il Gruppo per natanti locali e scomparso nel 2005 dopo lunga agonia. A seguito della presentazione di due consulenze redatte per conto della difesa da esperti della “Cattolica” di Roma e del Politecnico di Torino che affermavano “l’impossibilità” di stabilire una stretta correlazione tra la forma tumorale riscontrata al Siracusa e l’assorbimento di fibre di amianto, il gup Daria Orlando ha però pronunciato la sentenza di non luogo a procedere contro gli imputati, “perché il fatto non sussiste”.

Dell’Arsenale di Messina si è tornati a parlare sulle prime pagine nazionali nel maggio di quest’anno. A conclusione di un anno di lavori di “revisione e rimodulazione”, quattro motovedette Classe 200/S della Guardia costiera italiana sono state consegnate al Governo di Panama in base agli accordi di cooperazione militare sottoscritti nel 2010 dal premier Silvio Berlusconi e dal presidente della repubblica centroamericana Martinelli. Le unità, utilizzate nella caccia ai migranti nel canale di Sicilia, erano state cedute a titolo gratuito alle autorità panamensi in cambio dell’acquisto di sistemi elettronici Selex ed elicotteri da guerra Agusta per il valore complessivo di 160 milioni di euro. Mediatore dell’affaire l’ex direttore dell’Avanti, Valter Lavitola, ricompensato da Finmeccanica con una più che sospetta “provvigione” che sfiorerebbe i sei-sette milioni di euro. Prima di lasciare i cantieri dell’Arsenale peloritano, le quattro motovedette sono state meta di una visita ufficiale dell’ambasciatore della Repubblica di Panama in Italia, Guido Martinelli Endara, già direttore del Banco Panamà e nipote dell’omonimo presidente centroamericano.

All’attualità delle parole dell’Udi non c’è, purtroppo, mai fine, proprio oggi sentivo di un altro atroce delitto contro una donna…adriana

 

 

Unione Donne in Italia – UDI Catania

In due giorni.

Antonina, 26 anni, emigrata a Milano da Agrigento è stata uccisa a coltellate dall’ex convivente: ha cercato fino all’ultimo di scappare, ha gridato inutilmente, già ferita, nel cortile di casa.

Alessandra, 26 anni, mamma di due bambini,  è stata massacrata a colpi di forbici dal marito (‘geloso’ dicono come sempre i giornali) a Palma Campania. I due figli dormivano nella stanza accanto.

Ieri a Catania è stato arrestato l’uomo, il marito, con l’accusa di maltrattamenti con l’aggravante del suicidio nei confronti della moglie. Di lei abbiamo solo le iniziali. Una serie infinita di umiliazioni e aggressioni: nell’ultimo attacco del 3 luglio la donna si è avvicinata alla finestra, dicono le ricostruzioni, e si è gettata sotto, dicono ancora le ricostruzioni.

Per noi è un femminicidio. Tanto più devastante e intollerabile perché arriva a finire una donna dopo averle tolto la voglia di vivere, le aspettative, la semplice vita di ogni giorno.

La mattanza continua. Tutti siamo chiamati in causa.

I femminicidi continuano a infettare le nostre comunità. Nessuno ne può ignorare il degrado e la disperazione.  Nessuno deve essere complice. Anche il silenzio è complice.

 

Carla Pecis, UDI Catania

ANNUNCIATO A MILANO UN CONVEGNO DELL’ESTREMA DESTRA EUROPEA. APPELLO ALLE ISTITUZIONI, AI PARTITI E ALLE ASSOCIAZIONI ANTIFASCISTE.

 

 

 

 

È preannunciato per venerdì e sabato, 6 e 7 luglio, lo svolgimento di un
convegno a Milano, presso l’Hotel Michelangelo, indetto dall’Alleanza
Europea dei movimenti nazionalisti, una sorta di nuova Internazionale di
estrema destra, formatasi nell’ottobre 2009 a Budapest sotto la spinta del
Front National francese, dei neonazisti inglesi del British National Party e
dei razzisti ungheresi di Jobbik, cui si sono aggiunte altre formazioni
neofasciste ucraine, spagnole e belghe. L’Italia verrà rappresentata dalla
Fiamma Tricolore, cui è stata demandata l’organizzazione delle due giornate
milanesi, guidata dall’ex parlamentare europeo Luca Romagnoli, passato alla
notorietà per aver nella campagna elettorale del 2006 negata l’esistenza
delle camere a gas nei campi di sterminio nazisti.
La Rete Antifascista Milanese, nell’esprimere la propria preoccupazione per
la venuta in città di esponenti del peggior razzismo e antisemitismo
europeo, per altro a ridosso della Stazione Centrale, uno dei punti di
ritrovo a maggior densità multietnica che la metropoli conosca:
► fa appello alle istituzioni, Prefettura e Questura, ai partiti democratici
e alle associazioni antifasciste, affinché un simile raduno, pericoloso per
la convivenza civile e democratica, non abbia luogo;
► si rivolge al Sindaco di Milano, città Medaglia d’oro della Resistenza,
perché manifesti la propria contrarietà a questo avvenimento, qualificando
come non gradite le persone e le forze che vi vorrebbero partecipare.
Rete Antifascista Milanese:
Camera del Lavoro Metropolitana di Milano ,Adesso Basta!, Arci Milano,
Associazione Culturale Punto Rosso, Associazione Nazionale di amicizia
Italia Cuba, 26per1-Offensive democratiche, Comitato Antifascista per la
difesa della democrazia Zona 6, Comitato Antifascista Zona 8, LA.PS.U.S.,
Memoria Antifascista, Teatro della Cooperativa, Zona 3 per la Costituzione.
Milano, 2 luglio 2012

 

Domenica, 8 luglio ore 8,30 via Maqueda angolo via Celso “ricordiamo le vittime dell’ otto luglio”

 

 

 

Immagine in linea 1
Comandante Barbato Palermo
Domenica, 8 luglio ore 8,30 via Maqueda angolo via Celso 
Vi aspettiamo

Carissime/i  Compagne/i e amici,

tra qualche giorno ricorderemo anche quest’anno l’otto Luglio del 1960. Una data che non potremo mai dimenticare, una giornata in cui il governo Tambroni con la sua polizia scelbiana, continuò, nel suo folle tentativo autoritario, a spargere del sangue innocente in Sicilia, così come aveva fatto il giorno prima a Reggio Emila e il 5 luglio a Licata. L’8 luglio furono uccisi un manifestante a Catania e ben quattro a Palermo.

Furono giorni in cui l’Italia democratica  ritrovò ancora l’unità necessaria per sconfiggere il tentativo del governo Trambroni e di Almirante di ricostituire il partito fascista con il congresso di Genova. Non passò grazie alla mobilitazione generale con in testa le associazini dei Partigiani e per la straordinaria partecipazione dei giovani. Non passò anche per merito dei ragazzi siciliani che con le loro magliette a strisce manifestarono sentimenti di libertà e esigenze di vita.

                 Ancora oggi, non solo in Europa ma in tutta Italia, riemergono in vario modo tentativi destabilizzanti per la nostra democrazia.

                 La cattiva politica, il tentativo di stravolgere la Costituzione, la grave situazione economica, la crescente disoccupazione, l’annullamento dei diritti; contribuiscono a creare confusione e lasciano spazi a chi lavora per il ritorno dei poteri forti.

Carissimi, faccio accorato appello a tutti voi, e alle coscienze di tutti i democratici siciliani e di Palermo, perché questo nuovo otto Luglio rappresenti ancora, attorno alla lapide che abbiamo posto in via Maqueda dove per la prima volta dopo 52 anni sarà presente il Comune, un momento di unità e un’impegno non solo per ricordare, ma per dire che i valori di democrazia conquistati con la lotta di Resistenza e sancite nella nostra Costituzione, NON SI TOCCANO.

 

Ottavio Terranova Presidente ANPI Palermo e Coordinatore ANPI Sicilia


Immagini dell’otto luglio 1960 e 2010

http://palermo.anpi.it/2012/07/03/otto-luglio-1960-a-palermo/

 

Vi segnaliamo la partecipazione particolare nel nome di Francesco Vella della FILLEA CGIL di Palermo.

SENTENZA DIAZ

L’altra novità è costituita dalla sentenza della Corte di Cassazione sui fatti del G8 di Genova,
che ha confermato la sentenza della Corte d’appello e dunque la condanna e,
sostanzialmente, l’impianto accusatorio. Di questo siamo, ovviamente, soddisfatti,
perché almeno una parte della verità è stata acquisita in modo definitivo, su una
vicenda di estrema gravità. Resta, purtroppo, il fatto che sulle lesioni gravi (i
“pestaggi”) è caduta la falcidia della prescrizione e non si sono potuti applicare
reati esistenti in altri Paesi, ma non nel nostro. Adesso, spetta al Governo dare
esecuzione alle misure di interdizione dai pubblici uffici, pure confermate dalla Corte di
Cassazione.
Ma su tutto questo sarà il caso di tornare con più calma, specialmente quando saranno note
le motivazioni dell’importante sentenza e quando sarà più matura la riflessione sull’intera
vicenda. Resta, comunque, l’amarezza per le improvvide promozioni effettuate nei
confronti di alcuni responsabili, durante il procedimento penale e, più ancora per
il fatto che non siano state acclarate tutte le responsabilità, comprese quelle
politiche.
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Guerra ai siciliani con i droni di Sigonella di Antonio Mazzeo

 

 

 

 

 

 

Un carosello in cielo, giù c’è Catania, il blu dello Ionio, l’Etna nera con il cocuzzolo perennemente innevato. Due, cinque, otto, dieci interminabili minuti, l’aereo che oscilla, vibra, scende, risale. E il cuore che accelera. Paura di volare? Mai. Ma perché ci sta tanto ad atterrare? E che cavolo! ogni volta la stessa storia. Arrivi in orario ma poi ti fanno girare per mezz’ora su Fontanarossa. E sudi freddo, senti una strana pressione sullo stomaco. Quasi sempre non ti dicono nulla. Non ti spiegano perché. Domenica all’una invece, sul Pisa-Catania, il comandante annuncia che straremo in aria un po’ sino a quando la torre di controllo non ci autorizzerà all’atterraggio. C’è un intenso traffico aereo militare sullo scalo di Sigonella.

Cazzo, ‘sti americani giocano alla guerra perfino all’ora di pranzo e nel giorno del Signore, sdrammatizza il vicino di poltrona già superabbronzato. Beh, sempre meglio di quanto è accaduto a mio zio la scorsa estate. Veniva da Venezia e gli hanno dirottato all’ultimo l’aereo a Punta Raisi. Allora c’erano i war games degli yankees e della NATO, gli ultimi fuochi sulla Libia da liberare. Le spregiudicate manovre dei famigerati aerei senza pilota, gli UAV-spia Global Hawk e i Predator stracarichi di missili e bombe a guida laser.

Da due anni il terzo aeroporto d’Italia come volume di traffico, oltre sei milioni e mezzo di passeggeri l’anno, è asservito alla dronomania della Marina e dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti d’America. Atterraggi e decolli ritardati, le attività sospese in pista e nelle piattaforme, timetable che per effetto domino impazziscono in tutto il Continente, gli imprevisti e faticosi dirottamenti su Palermo. Volare da o su Catania vuol dire disagi che si sommano ai disagi, nuovi pericoli che si aggiungono a quelli vecchi. In futuro sarà peggio. Entro il 2015, la grande stazione aeronavale di Sigonella sarà consacrata capitale mondiale degli aerei senza pilota e ospiterà sino a venti Global Hawk e sciami di droni d’attacco e di morte. E Fontanarossa sarà soffocata, imprigionata, asservita alla guerra.

“Sì, il traffico civile subisce certe riduzioni e interferenze per l’attività militare del vicino scalo di Sigonella”, ammette Gaetano Mancini, presidente della Sac, la società che gestisce l’aeroporto etneo. “Tutto però è sotto controllo e mai ci sono stati problemi per la sicurezza dei passeggeri. Negli ultimi mesi la situazione si è poi fatta sicuramente meno pesante”. L’ordine di scuderia è tranquillizzare ed evitare allarmismi. Eppure dall’8 marzo di quest’anno a Fontanarossa sono state sospese tutte le procedure strumentali standard nelle fasi di accesso, partenza e arrivo degli aeromobili, “causa attività degli Unmanned Aircraft”, gli aerei senza pilota in dotazione alle forze armate statunitensi e alleate, come specificato da una nota ai piloti di aeromobili (NOTAM) emessa dalle autorità preposte al controllo del traffico. Le limitazioni dovevano durare sino allo scorso 5 giugno, ma un giorno prima della scadenza dei termini, tre NOTAM distinti dai codici B4048, B4049 e B4050 hanno prorogato la sospensione delle procedure standard sino al prossimo 1 settembre. Anche stavolta il transito dei voli civili, in piena stagione estiva, sarà subordinato alle evoluzioni dei droni. Semaforo giallo anche per i cacciabombardieri e gli aerei radar e da trasporto uomini e mezzi delle forze armate. Un altro avviso, codice M3066/12, ha ordinato infatti la sospensione di tutte le strumentazioni standard al decollo e all’atterraggio nel Sigonella Airport, dal 4 giugno all’1 settembre 2012, anche stavolta per le attività degli Unmanned Aircraft.

La Sicilia trampolino bellico si trasforma in laboratorio sperimentale del piano di iper-liberalizzare lo spazio aereo alle scorribande degli aerei senza pilota. La sicurezza delle popolazioni e dei passeggeri sacrificata all’altare degli interessi economici del complesso militare industriale USA. In Europa e aldilà dell’Atlantico, governi e organismi internazionali sembrano impotenti di fronte all’intollerabile pressing dei produttori di droni. Il business è enorme: secondo gli analisti economici, nei prossimi dieci anni la spesa annua per i sistemi senza pilota crescerà da 6,6 ad 11,4 miliardi di dollari e ci sarà pure un’ampia espansione anche in ambito civile. Solo in riferimento alla tipologia degli UAV ospitati pure a Sigonella (gli RQ-4 Global Hawk, gli MQ-9 Reaper e gli MQ-1 Predator), il Pentagono vuole portarli dagli attuali 340 a 650 nel 2021. Ognuno di essi ha costi insostenibili. Ogni falco globale di US Air Force, quello più vecchio, costa 50 milioni di dollari (in Sicilia ce ne saranno presto cinque). Gli altri cinque UAV previsti per Sigonella con il programma Allied Ground Surveillance (AGS) di sorveglianza terrestre della NATO, costeranno complessivamente 1,7 miliardi di dollari. Spesa record di 233 milioni a drone per la versione Global Hawk acquistata dalla Marina USA nell’ambito del programma Broad Area Maritime Surveillance (BAMS) che vedrà ancora la Sicilia piattaforma avanzata per i raid in Africa, Medio Oriente e sud-est asiatico.

Due anni fa, senza che sia stato ancora disciplinato l’impiego degli aeromobili a pilotaggio remoto nel sistema del traffico aereo europeo, l’Aeronautica militare e l’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac) hanno siglato un accordo tecnico per consentire l’impiego dei Global Hawk di Sigonella nell’ambito di spazi aerei “determinati” (terminologia del tutto nuova rispetto a quella in uso nei NOTAM dove gli spazi sono proibiti, pericolosi o limitati). In linea teorica si annuncia l’adozione di procedure di coordinamento tra autorità civili e militari “tese a limitare al massimo l’impatto sulle attività aeree civili” e “nel rispetto dei principi della sicurezza del volo”, anche se poi si ammette che per le operazioni “connesse a situazioni di crisi o di conflitto armato”, l’impiego dei droni non sarà sottoposto a limitazioni di alcun genere. Nel Mediterraneo cronicamente in fiamme è come dare illimitata libertà di azione ai falchi globali e ai predatori del cielo e del mare.

“I velivoli telecomandati rappresentano un rischio insostenibile per il traffico civile e le popolazioni che risiedono nelle vicinanze degli scali utilizzati per le manovre di decollo e atterraggio”, denunciano gli attivisti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella. “Negli Stati Uniti d’America il tasso degli incidenti agli aerei senza pilota è nettamente superiore a quello dell’aviazione generale e di quella commerciale, come più volte sottolineato dalla Federal Aviation Administration, l’amministrazione responsabile per la gestione delle attività nello spazio aereo nazionale”. Il 15 luglio 2010, durante un’audizione alla Commissione per la sicurezza pubblica interna del Congresso, la vicepresidente della FAA ha espresso forti perplessità su una “rapida e piena integrazione” dei sistemi senza pilota nel traffico aereo generale, così come auspicato dal Pentagono e dal presidente Obama. “Molti dei dati a nostra disposizione arrivano solo dalla Customs and Border Protecion (CPB) che pattuglia i nostri confini”, spiega la Federal Aviation Administration. “Essi ci rivelano che i ratei di incidenti degli UAS sono molto grandi. Dall’anno fiscale 2006 alla data del 13 luglio 2010, ad esempio, la CPB ha riferito un tasso incidentale grave di 52,7 ogni 100.000 ore di volo, cioè oltre sette volte più alto di quello dell’aviazione generale e 353 volte più elevato di quello dell’aviazione commerciale. Non si deve poi dimenticare che il numero di ore di volo denunciato, 5.688, è molto basso rispetto a quello che viene solitamente considerato in aviazione per fissare i dati sulla sicurezza e gli incidenti…”.

Un recentissimo report di Bloomberg, la maggiore società statunitense di analisi del mercato economico e finanziario, ha messo il dito nella piaga droni. Da quando sono operativi con US Air Force, Global Hawk, Preador e Reaper hanno subito 129 incidenti in cui i danni hanno comportato una spesa superiore ai 500.000 dollari o è avvenuta la distruzione del velivolo in missione. “Questi tre tipi di UAV sono quelli con il maggior tasso d’incidente di tutta la flotta aerea militare”, scrive Bloomberg. “Insieme hanno cumulato 9,31 incidenti ogni 100.000 ore di volo, tre volte in più degli aerei con pilota”. Il Global Hawk, da solo, ha un tasso di 15,16.

“Effettivamente il rateo d’incidenti dei sistemi aerei senza pilota (UAS) non è incoraggiante”, ammette il maggiore dell’aeronautica, Luigi Caravita, autore di un approfondito studio sui droni pubblicato dal Centro Militare di Studi Strategici (Cemis). “La mancanza di una capacità matura di sense & avoid (senti ed evita) verso altro traffico può diventare ancor più critica se associata alla vulnerabilità o alla perdita del data link tra segmento di terra e segmento di volo: in più di un occasione un Predator è stato perso a seguito d’interruzione del data link”, spiega il maggiore. “Ad oggi gli UAS militari non sono autorizzati a volare, se non in spazi aerei segregati, perché non hanno una banda aeronautica protetta, non sono ancora considerati sufficientemente affidabili, non hanno ancora totalizzato un numero di ore di volo sufficiente da costituire un safety case rappresentativo e convincente, non è stata ancora dimostrata adeguata resistenza da attacchi di cyber warfare”.

Analoghe considerazioni sono state fatte dal comando generale di US Air Force nel documento che delinea la visione strategica sull’utilizzo di questi sistemi di guerra (The U.S. Air Force Remotely Piloted Aircraft and Unmanned Aerial Vehicle – Strategic Vision). “I velivoli senza pilota sono sensibili alle condizioni ambientali estreme e vulnerabili alle minacce rappresentate da armi cinetiche e non cinetiche”, scrivono i militari statunitensi. Per questo Eurocontrol, l’organizzazione per la sicurezza del traffico aereo a cui aderiscono 38 stati europei, ha stabilito nel marzo 2010 alcune linee guida per la gestione del traffico aereo dei falchi globali destinati allo scacchiere continentale. In particolare, si raccomanda d’isolare i droni-spia da altri usuari dello spazio aereo. “Dato che i Global Hawk non possiedono certe capacità, come il sense and avoid, è necessario che i decolli e gli atterraggi avvengano in spazi aerei segregati dai livelli normalmente utilizzati dai convenzionali aerei con pilota, mentre le missioni di crociera dovranno essere effettuate ad altitudini non occupate da essi”. Nel caso di Catania-Fontanarossa, scalo a meno di una decina di km in linea d’aria da Sigonella, le raccomandazioni di Eurocontrol sono solo carta straccia.

Sulle scellerate scelte USA e NATO d’installare i Global Hawk in Sicilia è intervenuto uno dei massimi esperti dell’aviazione italiana, il comandante Renzo Dentesano, pilota per quarant’anni dell’Aeronautica ed Alitalia, poi consulente del Registro aeronautico e perito per diverse Procure nei procedimenti relativi ad incidenti aerei. “Questi aeromobili militari saranno in grado di partire e tornare alla base siciliana dopo aver compiuto missioni segrete e pericolose, delle quali nessuno deve saper nulla, onde poter effettuare con successo i loro compiti di sorveglianza e spionaggio”, scrive Dentesano. “È pur vero che nei loro piani d’impiego è previsto che il Comando che li utilizzerà abbia tutte le informazioni necessarie in merito al traffico che interessa lo spazio aereo nelle loro traiettorie, invece, le autorità civili non sapranno nulla di quanto programmato e qualche Controllore avvisterà sugli schermi radar del traffico che sarà etichettato come sconosciuto, del quale quindi ignoreranno sia le intenzioni che le manovre e le traiettorie”.

“Questo tipo di ricognitori, concepiti appunto per missioni troppo rischiose per essere affidate a mezzi con a bordo degli esseri umani, nonostante tutte le misure di security di cui sono dotati i loro ricevitori di bordo, possono essere interferiti da segnali elettronici capaci di penetrare nei loro sistemi di guida e controllo, in modo da causarne la distruzione”, aggiunge Dentesano. “Il Global Hawk, come pure il Predator, non risultano in grado di assicurare l’incolumità del traffico aereo civile. Essi non sono in grado di variare la loro traiettoria di volo in senso verticale, salendo o scendendo di quota, come la situazione per evitare una collisione prontamente richiederebbe. E la sola variazione della direzione di moto, rimanendo alla stessa altitudine, potrebbe non bastare ad evitare un disastro che coinvolga un traffico civile”.

L’allarme è stato lanciato da tempo ma Governo, Regione ed enti locali non vedono, non sentono, non parlano. Il DC 9 abbattuto da un missile nel cielo di Ustica, il 27 giugno di 32 anni fa, è un ricordo sbiadito. Con i droni liberi di planare sulle teste dei siciliani è scattato il count down per l’ennesima strage di stato.

 

Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 6, giugno 2012.