Il 25 luglio ANPI Nazionale e Istituto Alcide Cervi insieme per una grande campagna di contrasto al neofascismo e di rilancio dell’antifascismo

 

 

 

 

Benché in Italia esista un gruppo consistente, diffuso e coerente di veri, sinceri e impegnati antifascisti, non c’è dubbio che il Paese avrebbe bisogno di una forte iniezione di antifascismo, capace di diffonderlo fra i cittadini e di farlo penetrare nella cittadella delle istituzioni, come condizione essenziale per il consolidamento della democrazia

Inizia così un documento attraverso il quale l’ANPI Nazionale e l’Istituto Alcide Cervi lanceranno il 25 luglio – in occasione della tradizionale “pastasciuttata” a ricordo di quella con cui 69 anni fa si festeggiò a Casa Cervi la caduta del fascismo – una grande campagna nazionale di contrasto al fenomeno del neofascismo che in Italia, ma non solo, sta vivendo una fase di forte crescita, radicamento e intensificazione di atti di violenza spesso con la protezione e l’incoraggiamento anche di pubblici amministratori.

Il fatto che un Comune come quello di Roma – prosegue il documento – possa mostrare aperta simpatia verso i movimenti neofascisti, così come il fatto che troppi prefetti e questori restino inerti (oppure si attestino, come si è detto, sull’ordine pubblico) a fronte di manifestazioni che dovrebbero ripugnare alla coscienza civile di tutti, sono rivelatori di una permeabilità assai pericolosa per istituzioni che – per definizione – dovrebbero essere democratiche”.

Non mancano le responsabilità del Governo e di parte delle forze dell’ordine:

Ma c’è di più: è una singolare “dimenticanza” quella di un Governo (quello attuale) che, ripartendo i contributi annuali in favore di Associazioni combattentistiche, li assegna (e in misura ridotta) soltanto alle Associazioni d’arma, ma nulla prevede, per il 2012, per le altre Associazioni e in particolare per quelle partigiane, con provvedimenti che sanno di vera e autentica discriminazione. Ma c’è dell’altro. Noi siamo convinti che gran parte degli appartenenti alle forze dell’ordine è rispettosa delle norme costituzionali e dei doveri connessi alla loro funzione; ma non possiamo non constatare che ancora troppi sono gli episodi di violenza ingiustificata e arbitraria, da quelli  collettivi (per tutti, l’esempio del G8 di Genova) a quelli individuali (episodi anche recenti, di cui si è diffusamente occupata la stampa, come i pestaggi di cittadini inermi e gli “anomali” trattamenti riservati ad alcuni arrestati). Questo dimostra che è ancora insufficiente il livello di democratizzazione e di formazione all’interno di Corpi che dovrebbero essere sempre e concretamente impegnati nella difesa della democrazia e della convivenza civile”.

Cosa fare, dunque? ANPI e Istituto Cervi non hanno dubbi:

Occorre delineare un programma non solo di difesa democratica, ma anche di sviluppo dell’antifascismo e della cultura dei valori e dei princìpi costituzionali. Un programma – politico e culturale – che riguardi tutti, senza esclusioni e senza eccezioni, e che sia fortemente impegnato e partecipato. Occorrono prese di posizione delle associazioni e delle istituzioni, dichiarazioni di non gradimento da parte di pubbliche autorità, elettive e non, interventi degli organi preposti all’ordine pubblico soprattutto sotto il profilo della non compatibilità di tali manifestazioni con i princìpi costituzionali visti nel loro complesso.

Regioni e Comuni devono considerare, nei loro programmi di attività, il contributo della ricerca storica per la conoscenza del fascismo e della Resistenza, il rispetto delle festività più significative sul piano dei valori (come il 25 aprile e il 2 giugno) e scendere in campo in prima persona contro ogni tentativo di negare o svalorizzare i significati ad esse collegati.

Alla Magistratura, si richiede di essere attenta ai fenomeni più volte descritti ed al loro significato, e di essere pronta a intervenire contro ogni eccesso, tenendo presente che vi sono alcune leggi (come la cosiddetta legge Scelba) ormai di difficile applicazione ed altre invece (come la legge n. 205 del 1993, cosiddetta “Mancino”), che offrono potenzialità di intervento veramente notevoli anche a fronte di manifestazioni apertamente fasciste (potenzialità esattamente colte dalla stessa Corte di Cassazione con due sentenze che meritano di essere ricordate, fra le altre per la loro esplicita chiarezza nell’individuare lo stretto  collegamento tra fascismo e razzismo: la sentenza n. 12026/2007 del 10 luglio 2007 e la sentenza 235/09 del 4.3.09).

Certo, non è solo con la repressione che si contrastano i fenomeni più volte ricordati; tuttavia – quando ne ricorrono i presupposti – le leggi vanno applicate e fatte rispettare con convinzione, se non altro perché anche questo costituisce un significativo segnale dell’indirizzo a cui lo Stato intende attenersi”.

 

Una sfida a tutto campo, dunque, che l’ANPI e l’Istituto Cervi lanceranno il 25 luglio chiamando a raccolta Associazioni, Sindacati, Partiti e tutti quei cittadini che hanno a cuore il futuro della democrazia.

 

 

Interverranno:

il Presidente Nazionale ANPI Carlo Smuraglia

la Presidente dell’Istituto Alcide Cervi Rossella Cantoni

 

 

“Normale” una trattativa Stato-mafia? Riflessioni del Presidente Nazionale ANPI Carlo Smuraglia

 

 

La vicenda della “trattativa” tra Stato e mafia sta assumendo proporzioni sempre più rilevanti, in un dibattito in cui non mancano anche posizioni del tutto strumentali. Non intendo entrare nel merito delle controversie di ordine costituzionale che vede contrapposto il Quirinale alla Procura di Palermo, anche se è evidente che si tratta di un fatto assolutamente eccezionale: ma deciderà la Corte Costituzionale, del cui giudizio ci fidiamo.
Volevo invece trarre spunto da una recente trasmissione televisiva cui hanno partecipato personaggi di notevole rilievo.

Nel corso di essa, si è detto, da parte di alcuni, che non c’è stata trattativa con lo Stato, ma trattative e rapporti tra mafiosi ed uomini dello Stato, compresi
ufficiali dei Carabinieri.
E lo si è detto come se si trattasse di una cosa “normale”. Ed è questo che induce a qualche riflessione, anche perché giorni fa ho letto su un giornale di sinistra, in un articolo di cui non ricordo l’autore, che, tutto sommato, una trattativa Statomafia non è cosa da strapparsi le vesti.

E siccome ora sento che invece le trattative ci sarebbero state tra singoli soggetti delle due parti, ed anche questo mi è parso che non suscitasse particolare stupore, allora qualche considerazione si impone, anche sul concetto di “normalità”.

Se abbiamo tutti protestato quando un Ministro della Repubblica ha dichiarato,
tempo fa, che con la mafia bisogna “convivere”, è assurdo che oggi ci sia ancora
chi considera “normale” una trattativa.
Non si tratta con la criminalità organizzata, ma la si combatte con convinzione,
con fermezza e senza cedimenti.

Il procedimento penale in corso ci dirà se davvero una trattativa c’è stata o no; in ogni caso, sarebbe grave lasciare passare l’idea che – al di là delle responsabilità penali – una “trattativa”, si possa considerare non solo lecita, ma addirittura “normale”.

Altrettanto grave è il discorso se si fa riferimento ai contatti, ai rapporti, alle trattative che alcuni singoli personaggi, anche delle istituzioni e/o delle Forze
dell’ordine, avrebbero intrattenuto con capi mafiosi. Quali che fossero le intenzioni, la tesi della “normalità” di simili comportamenti dev’essere respinta con forza.
Le guardie non possono trattare con i ladri, ma solo cercare di scoprirli e mandarli in carcere.

Questo vale a maggior ragione per ciò che attiene alla criminalità organizzata, uno dei più gravi mali di cui soffre il nostro Paese, ormai non più solo al sud, ma su tutto il territorio nazionale.

Chiediamo ai cittadini di impegnarsi nella lotta contro la criminalità organizzata, di denunciare gli abusi, di uscire allo scoperto contro i soprusi; e intanto ci sarebbe stato o ci sarebbe chi sta “trattando” con quelli che dobbiamo sconfiggere e per i quali invochiamo la giustizia penale?

Sarebbe davvero una contraddizione pazzesca e inaccettabile. Anche in questo caso, non sappiamo se cose del genere, pubblicamente denunciate in televisione, siano realmente avvenute e chi ne sarebbero i protagonisti.

Ma dobbiamo dire con fermezza che si tratta di metodi inaccettabili ed
inammissibili, sotto ogni profilo, non solo giuridico.

Su queste cose, insomma, bisogna avere le idee molto chiare; altrimenti passano messaggi più pericolosi perfino di quello della ineluttabilità della convivenza con la mafia.